lunedì 7 novembre 2016

Albert Camus, Il Mito di Sisifo - (L'uomo assurdo ) Questo libro, pubblicato nei 1942, quando Camus non aveva ancora trent'anni, intende ripensare "la filosofia dell'assurdo" e si inserisce in una precisa tradizione che, da Kafka a Gide, da Kierkegaard a Nietzsche, offre una altissima testimonianza della crisi spirituale che caratterizza il Novecento. "Il mito di Sisifo" si configura come un'opera insieme di confessione e di riflessione filosofico-letteraria di un uomo che esce dalla giovinezza e prova a cimentarsi con il pensiero del suo tempo e, incrociando il ferro coi padri dell'esistenzialismo, mira a conquistarsi un pensiero originale. L'"assurdo" è una presa di coscienza preliminare a ogni regola di vita, ma segna solo un momento di passaggio. Il ragionamento rigoroso, unito a una fondamentale esigenza chiarificatrice, dimostra che anche la desolante dottrina dell'esistenzialismo, allora dominante, contiene qualche accenno di speranza.

Albert Camus, Il Mito di Sisifo - (L'uomo assurdo ).
Questo libro, pubblicato nei 1942, quando Camus non aveva ancora trent'anni, intende ripensare "la filosofia dell'assurdo" e si inserisce in una precisa tradizione che, da Kafka a Gide, da Kierkegaard a Nietzsche, offre una altissima testimonianza della crisi spirituale che caratterizza il Novecento. "Il mito di Sisifo" si configura come un'opera insieme di confessione e di riflessione filosofico-letteraria di un uomo che esce dalla giovinezza e prova a cimentarsi con il pensiero del suo tempo e, incrociando il ferro coi padri dell'esistenzialismo, mira a conquistarsi un pensiero originale. L'"assurdo" è una presa di coscienza preliminare a ogni regola di vita, ma segna solo un momento di passaggio. Il ragionamento rigoroso, unito a una fondamentale esigenza chiarificatrice, dimostra che anche la desolante dottrina dell'esistenzialismo, allora dominante, contiene qualche accenno di speranza. 
Prefazione di Corrado Rosso. Cronologia di Annalisa Ponti



Se vi è un destino personale, non esiste un fato superiore o, almeno, ve n'è soltanto uno, che l'uomo giudica fatale e disprezzabile. Per il resto, egli sa di essere il padrone dei propri giorni. In questo sottile momento, in cui l'uomo ritorna verso la propria vita, nuovo Sisifo che torna al suo macigno, nella graduale e lenta discesa, contempla la serie di azioni senza legame, che sono divenute il suo destino, da lui stesso creato, riunito sotto lo sguardo della memoria e presto suggellato dalla morte. Così, persuaso dell'origine esclusivamente umana di tutto ciò che è umano, cieco che desidera vedere e che sa che la notte non ha fine, egli è sempre in cammino. 
Il macigno rotola ancora. Lascio Sisifo ai piedi della montagna! Si ritrova sempre il proprio fardello. Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore, che nega gli dei e solleva i macigni
Anch'egli giudica che tutto sia bene. Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.
Albert Camus, Il mito di Sisifo


Soltanto, un giorno, sorge il "perché" e tutto comincia in una stanchezza colorata di stupore. "Comincia", questo è importante. La stanchezza sta al termine degli atti di una vita automatica, ma inaugura al tempo stesso il movimento della coscienza, lo desta e provoca il seguito, che consiste nel ritorno incosciente alla catena o nel risveglio definitivo. Dopo il risveglio viene, col tempo, la conseguenza: suicidio o ristabilimento. In sé, la stanchezza ha qualche cosa di disgustoso, ma, in questo caso, devo concludere che è vantaggiosa. Infatti, tutto comincia con la coscienza e nulla ha valore se non per mezzo di questa. […] La semplice "inquietudine", come dice Heidegger, è all'origine di tutto. Medesimamente, e per tutti i giorni di una vita senza splendore, siamo portati dal tempo; ma viene sempre il momento in cui noi dobbiamo portarloDi solito, viviamo facendo assegnamento sull'avvenire: "domani", "più tardi", "quando avrai una posizione", "con l'età comprenderai". Queste incoerenze sono straordinarie, dato che, alla fine dei conti, si tratta di morire. Con tutto ciò, giunge il giorno in cui l'uomo si accorge o dice di aver trent'anni, affermando, così, la propria giovinezza. Ma, nello stesso momento, egli si pone in rapporto con il tempo, vi prende posto, riconosce che si trova a un certo punto di una curva, che confessa di dover percorrere. Egli appartiene al tempo e, dall'orrore che lo afferra, lo riconosce come il suo peggior nemico. Il domani: egli desiderava il domani, quando tutto il suo essere avrebbe dovuto ribellarvisi. Questa rivolta della carne è l'assurdo.
Albert Camus,  Il Mito di Sisifo



Questo mondo assurdo e senza dio si popola allora di uomini che pensano chiaramente e non sperano più. Ed io non ho ancora parlato del più assurdo dei personaggi, che è il creatore.
Albert Camus, Il Mito di Sisifo - (L'uomo assurdo )


«Il mondo, in sé, non è ragionevole: è tutto ciò che si può dire. 
Ma ciò che è assurdo, è il confronto di questo irrazionale con il desiderio violento di chiarezza [...] L'assurdo dipende tanto dall'uomo quanto dal mondo, ed è, per il momento, il loro solo legame».

Albert Camus, “Il mito di Sisifo”


L'assurdo nasce dal confronto fra la domanda dell'uomo e l'irragionevole silenzio del mondo. La vita non ha senso, se alle speranze umane non corrisponde nulla nella serie di eventi e di fatti che costituiscono il mondo. Anzi essa è qualcosa di assurdo perché, malgrado questo silenzio, non cessa di sperare e di aspettarsi qualcosa che il mondo le nega senza tregua. La vita spera anche quando sa che è vano farlo.
Albert Camus, “Il mito di Sisifo"



In un universo subitamente spogliato di illusioni e di luci l'uomo si sente un estraneo. 
Persuaso dell'origine esclusivamente umana di tutto ciò che è umano, cieco che desidera vedere e che sa che la notte non ha fine, egli è sempre in cammino.
Albert Camus, Il mito di Sisifo


“Il fatto è che, in verità, il cammino ha poca importanza e la volontà di arrivare basta a tutto. 
Il filosofo astratto e il filosofo religioso partono dallo stesso smarrimento e si sostengono nella stessa angoscia. Ma l’essenziale è dare una spiegazione. Qui la nostalgia è più forte della scienza.”
Albert Camus, “Il mito di Sisifo"


Divenire dio, significa soltanto divenire libero su questa terra, non porsi più al servizio di un essere immortale. È soprattutto, beninteso, trarre tutte le conseguenze da questa dolorosa indipendenza. Se Dio esiste, tutto dipende da lui e non possiamo far nulla contro la sua volontà. Se non esiste, tutto dipende da noi»
Albert Camus, Il mito di Sisifo


Il problema della libertà in sé non ha senso, perché è congiunto, in modo diverso, a quello di Dio. Sapere se l'uomo è libero, impone che si sappia se egli può avere un padrone. L'assurdità particolare a questo problema deriva dal fatto che la stessa nozione che rende possibile il problema della libertà gli toglie al tempo stesso ogni senso, in quanto di fronte a Dio esiste piuttosto un problema del male che un problema della libertà. Conosciamo l'alternativa: o non siamo liberi, e Dio onnipotente è responsabile del male; o siamo liberi e responsabili, ma Dio non è onnipotente.
Albert Camus, Il mito di Sisifo



Kirillov [...] a un certo momento immagina che Gesù, morendo, non si sia ritrovato in paradiso ed abbia capito, allora, che la sua tortura era stata inutile. «Le leggi della natura» dice Kirillov «hanno fatto vivere il Cristo fra la menzogna e lo hanno fatto morire per una menzogna». Soltanto in questo senso, Gesù incarna bene tutto il dramma umano. Egli è l’uomo perfetto, in quanto è quello che ha realizzato la più assurda condizione. Non è il Dio – uomo, ma l’uomo – dio. E, come lui, ciascuno di noi può essere crocifisso e ingannato – anzi lo è, in una certa misura .
Albert Camus, Il mito di Sisifo




Egli, appunto, non vuol fare quello che non capisce
Lo si assicura che è peccato di orgoglio (ma egli non afferra la nozione di peccato); 
che forse, alla fine, c'è l'inferno (ma egli non ha sufficiente immaginazione per raffigurarsi questo strano avvenire); che perderà la vita immortale (ma questo gli sembra futile). Si vorrebbe fargli riconoscere la sua colpevolezza, ma egli si sente innocente. A dire il vero egli non sente che questo: la propria innocenza irreparabile.
Albert Camus, Il mito di Sisifo


Lascio Sisifo ai piedi della montagna! Si ritrova sempre il proprio fardello.
Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore, che nega gli dei e solleva i macigni.
Anch’egli giudica che tutto sia bene. Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella pie­tra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammanta­ta di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo.
Biso­gna immaginare Sisifo felice.
Albert Camus, Il mito di Sisifo


“Sisifo guarda, allora, la pietra precipitare, in alcuni istanti, in quel mondo inferiore, da cui bisognerà farla risalire verso la sommità. Egli ridiscende al piano. È durante questo ritorno che Sisifo mi interessa…se codesta discesa si fa, certi giorni, nel dolore, può farsi anche nella gioia.
Questa parola non è esagerata….così, persuaso dell’origine esclusivamente umana di tutto ciò che è umano, cieco che desidera vedere e che sa che la notte non ha fine, egli è sempre in cammino.
Il macigno rotola ancora. Lascio Sisifo ai piedi della montagna! Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore, che nega gli dei e solleva i macigni…anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice
Albert Camus, “Il mito di Sisifo”



…viene sempre il momento in cui bisogna scegliere fra la contemplazione e l'azione. 
Ciò si chiama diventare un uomo. Questi strappi sono sempre terribili, ma per un cuore fiero non può esservi via di mezzo. C'è Dio o il tempo, la croce o la spada. O il mondo ha un senso più alto che supera le sue agitazioni, o nulla è vero al di fuori di tali agitazioni. Bisogna vivere con il tempo e con lui morire o sottrarsi ad esso per una vita più grande. So che si può venire a transazioni e vivere nel secolo, credendo nell'eterno. Questo compromesso si chiama accettazione. Ma a me ripugna tale termine e voglio essere tutto o nulla. Se scelgo l'azione, non crediate che per questo la contemplazione sia per me una terra sconosciuta. Soltanto essa non può tutto darmi, e, privato dell'eterno, voglio allearmi al tempo. Non voglio far figurare sul mio conto la nostalgia né l'amarezza, e voglio solamente vederci chiaro.
Albert Camus. Il mito di Sisifo


I conquistatori sanno che l'azione è per se stessa inutile.
Non ve ne sarebbe che una utile: quella che rifacesse l'uomo e la terra.
Io non rifarò mai gli uomini; ma bisogna che mi comporti " come se lo facessi ".
Il cammino della lotta mi fa incontrare la "carne"; anche umiliata questa è la mia sola certezza e non posso vivere che di essa. La creatura è la mia patria. Ecco perché ho scelto questo sforzo assurdo e senza valore. I tempi sono favorevoli, l'ho detto. Finora la grandezza di un conquistatore era geografica..[...] .  La grandezza ha cambiato campo, e sta nella protesta e nel sacrificio senza avvenire.
[...] non è per il gusto della sconfitta , perché sarebbe desiderabile la vittoria; ma di vittorie ve n'è una sola, e questa è eterna.
Albert Camus, Il mito di Sisifo - Bompiani (tascabili)




Ogni cosa si trova smentita in modo vertiginoso dalla assurdità di una possibile morte.
Pensare al domani, fissarsi uno scopo, avere preferenze, tutto suppone la credenza nella libertà...
Ma, a questo punto, so bene che la libertà superiore, la libertà di essere, che sola può fondare una verità, non esiste. La morte è là, di fronte, come la sola realtà.
Albert Camus, Il mito di Sisifo



Voglio che mi sia spiegato tutto o nulla. E la ragione è impotente di fronte a questo grido del cuore. Lo spirito, risvegliato da questa esigenza, cerca e non trova che contraddizioni e sragionamenti. Ciò che io non comprendo è senza ragione. Il mondo è popolato da questi irrazionali, ed esso stesso, di cui non capisco il significato unico, non è che un immenso irrazionale.
Albert Camus, Il mito di Sisifo


“Sì, l’uomo è fine a se stesso. Ed è anche il suo solo fine. 
Se vuol essere qualche cosa, deve esserlo in questa vita.”
Albert Camus, "Il mito di Sisifo"



Senza cultura e la relativa libertà che ne deriva, la società, anche se fosse perfetta, sarebbe una giungla. Ecco perché ogni autentica creazione è in realtà un regalo per il futuro.
Albert Camus, Il mito di Sisifo

«Questo cuore stesso, che pure è il mio, resterà sempre per me indefinibile. L’abisso che c’è fra la certezza che io ho della mia esistenza e il contenuto che tento di dare a questa sicurezza, non sarà mai colmato. Sarò sempre estraneo a me stesso.»
Albert Camus, “Il mito di Sisifo"




In alcune situazioni, il rispondere: "niente" a una domanda circa la natura dei propri pensieri, può essere, nell'uomo, una finta. Lo sanno bene le persone amate. Ma se questa risposta è sincera, se rappresenta quel particolare stato d'animo in cui il vuoto diviene eloquente, in cui la catena dei gesti quotidiani viene interrotta e il cuore cerca invano l'anello che la ricongiunga, è allora come il primo segno dell'assurdo. E avviene così che la scena si sfasci. La levata, il tram, le quattro ore di ufficio o di officina, la colazione, il tram, le quattro ore di lavoro, la cena, il sonno e lo svolgersi del lunedì martedì mercoledì giovedì venerdì e sabato sullo stesso ritmo… questo cammino viene seguito senza difficoltà la maggior parte del tempo. Soltanto, un giorno, sorge il "perché" e tutto comincia in una stanchezza colorata di stupore. "Comincia", questo è importante. La stanchezza sta al termine degli atti di una vita automatica, ma inaugura al tempo stesso il movimento della coscienza, lo desta e provoca il seguito, che consiste nel ritorno incosciente alla catena o nel risveglio definitivoDopo il risveglio viene, col tempo, la conseguenza: suicidio o ristabilimento. In sé, la stanchezza ha qualche cosa di disgustoso, ma, in questo caso, devo concludere che è vantaggiosa. Infatti, tutto comincia con la coscienza e nulla ha valore se non per mezzo di questa. […] La semplice "inquietudine", come dice Heidegger, è all'origine di tutto. Medesimamente, e per tutti i giorni di una vita senza splendore, siamo portati dal tempo; ma viene sempre il momento in cui noi dobbiamo portarloDi solito, viviamo facendo assegnamento sull'avvenire: "domani", "più tardi", "quando avrai una posizione", "con l'età comprenderai". Queste incoerenze sono straordinarie, dato che, alla fine dei conti, si tratta di morire. Con tutto ciò, giunge il giorno in cui l'uomo si accorge o dice di aver trent'anni, affermando, così, la propria giovinezza. Ma, nello stesso momento, egli si pone in rapporto con il tempo, vi prende posto, riconosce che si trova a un certo punto di una curva, che confessa di dover percorrere. Egli appartiene al tempo e, dall'orrore che lo afferra, lo riconosce come il suo peggior nemicoIl domani: egli desiderava il domani, quando tutto il suo essere avrebbe dovuto ribellarvisi. Questa rivolta della carne è l'assurdo.
Albert Camus, Il Mito di Sisifo




Il "niente", se posso, lo si pronuncia nel momento in cui si prende coscienza dell'assurdità del mondo e della vita le cui fatiche, i cui sforzi e speranze proiettati al "domani" sono vani, visto che ad attenderci inevitabilmente c'è la morte. La risposta di Camus non è l'annientamento ma la rivolta, "facendo buon viso a cattivo gioco" dribblando l'assurdo, semplicemente vivendo nel presente e per il presente. La consapevolezza dell'assurdità del vivere, paradossalmente, può essere fonte di gioia: "Bisogna immaginare Sisifo felice". Letto l'anno scorso, libro "illuminante"!







"Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore, che nega gli dei e solleva i macigni. 
Anch'egli giudica che tutto sia bene. Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice."
(Albert Camus, Il mito di Sisifo )




Camus. L’antico contrasto fra arte e filosofia.
Non si insiste mai troppo sull’arbitrarietà dell’antico contrasto fra arte e filosofia.
Se si vuole intenderlo in senso troppo preciso, è sicuramente falso; e se si vuol soltanto dire che queste due discipline hanno ciascuna il loro clima particolare, si dice senza dubbio il vero, ma si è nel vago. La sola argomentazione accettabile risiedeva nella contraddizione sorta tra il filosofo imprigionato ‹nel› proprio sistema e l’artista posto ‹davanti› alla propria opera. Ma ciò valeva per una certa forma d’arte e di filosofia, che noi consideriamo qui secondaria. L’idea di un’arte avulsa dal suo creatore non è solamente fuori moda, ma è falsa. In contrapposto all’artista, si fa osservare che nessun filosofo ha mai creato parecchi sistemi. Ma questo è vero nella stessa misura in cui nessun artista ha mai espresso più di una sola cosa sotto aspetti diversi. La perfezione istantanea dell’arte, la necessità del suo rinnovarsi non sono vere che in base a falsi concetti, in quanto anche l’opera d’arte è una costruzione e ognuno sa come i grandi creatori possano essere monotoni. L’artista, allo stesso modo del pensatore, si impegna nell’opera che compie, e in questa si realizza. Questa osmosi solleva il più importante problema estetico. D’altronde, nulla è più vano di queste distinzioni secondo i metodi e gli oggetti, per chi sia persuaso dell’unità di fini dello spirito. Non vi sono frontiere tra le discipline che l’uomo si propone per comprendere e amare. Essi si compenetrano e la stessa angoscia le confonde.”
ALBERT CAMUS (1913 – 1960), “Il mito di Sisifo. Saggio sull’assurdo” (1942), traduzione di Attilio Borelli, in Id., “Opere. Romanzi, racconti, saggi” (1987), a cura e introduzione di Roger Grenier, apparati di Maria Teresa Giaveri, Bompiani 1988 (I ed.), ‘La creazione assurda’, ‘Filosofia e romanzo’, pp. 291 – 292.
“ On ne saurait trop insister sur l’arbitraire de l’ancienne opposition entre art et philosophie. Si on veut l’entendre dans un sens trop précis, à coup sûr elle est fausse. Si l’on veut seulement dire que ces deux disciplines ont chacune leur climat particulier, cela sans doute est vrai, mais dans le vague. La seule argumentation acceptable résidait dans la contradiction soulevée entre le philosophe enfermé au milieu de son système et l’artiste placé devant son œuvre. Mais ceci valait pour une certaine forme d’art et de philosophie que nous tenons ici pour secondaire. L’idée d’un art détaché de son créateur n’est pas seulement démodée. Elle est fausse. Par opposition à l’artiste, on signale qu’aucun philosophe n’a jamais fait plusieurs systèmes. Mais cela est vrai dans la mesure même où aucun artiste n’a jamais exprimé plus d’une seule chose sous des visages différents. La perfection instantanée de l’art, la nécessité de son renouvellement, cela n’est vrai que par préjugé. Car l’œuvre d’art aussi est une construction et chacun sait com-bien les grands créateurs peuvent être monotones. L’artiste au même titre que le penseur s’engage et se devient dans son œuvre. Cette osmose soulève le plus important des problèmes esthétiques. Au surplus, rien n’est plus vain que ces distinctions selon les méthodes et les objets pour qui se persuade de l’unité de but de l’esprit. Il n’y a pas de frontières entre les disciplines que l’homme se propose pour comprendre et aimer. Elles s’interpénètrent et la même angoisse les confond.”
ALBERT CAMUS, “Le Mythe de Sisyphe. Essai sur l’absurde”, Gallimard, Paris 1945 (Nouvelle édition augmentée d’une étude sur Franz Kafka, I éd. 1942), ‘La création absurde’, ‘Philosophie et roman’, pp. 133 – 134.



E' proprio in questo saggio che la differenza tra arte e filosofia viene superata grazie all'analisi di Camus. Egli considera, ad esempio, i grandi romanzi come opere di filosofia in cui è percepibile, attraverso un'espressione diversa dal saggio, la visione dell'autore sull'esistenza. L'arte diventa una delle forme di protesta nei confronti dell'assurdo.



L'arte, per mezzo di "scarabocchi", si limita a esprimere ciò che la genera:
la Pena esistenziale; la filosofia, generata dalla ragione, per mezzo di rigide regole, quella Pena, vuole dominare. Anche se le accomuna la Pena, è mia opinione, che siano profondamente e sostanzialmente diverse: una, l'arte, semina fiori, a volte spinosi ma sempre profumati e sempre senza pretese; l'altra, la filosofia, sempre con molte pretese, scava voragini per poi costruire solidi ponti, ma sempre soggetti a usura.






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