mercoledì 2 novembre 2016

George Steiner, Nel castello di Barbablù. Non è il passato in senso letterale a dominarci, se non, forse, in senso biologico. Sono le sue immagini. Immagini spesso altamente strutturate e selettive, come miti. Immagini e strutture simboliche del passato sono impresse quasi come informazioni genetiche nella nostra sensibilità.

George Steiner: «La cultura occidentale è come il Castello di Barbablù»


Il Castello di Barbablù è una drammatica favola del diciassettesimo secolo, nata dalla penna di Charles Perrault, che Bartòk agli inizi del 900, ispirandosi al testo reinterpretato dal poeta ungherese Bèla Balàzs, trasformò in un’opera lirica. Divenne nel tempo, lo schema e la metafora, dell’intera cultura di un secolo, che il critico letterario, filosofo e comparatista George Steiner, ha preso ad emblema di un suo libro, dal titolo appunto Nel Castello di Barbablù, riedito in Italia da Garzanti.

La favola racconta la storia dell’ultima moglie di Barbablù, che riceve dallo stesso le chiavi della sua casa, con il permesso di aprire tutte le porte tranne una. Quell’ultima porta segreta, che la principessa andrà ad aprire lo stesso, le svelerà l’orrore che vi era nascosto. Ovvero le teste mozzate di tutte le precedenti mogli di Barbablù.

Questa drammatica scoperta si trasformerà, attraverso le penne dei poeti che la reinterpretarono, a emblema della cultura occidentale: una infinita galleria di porte aperte, che ove l’oscurantismo insito nelle culture etnocentriche e xenofobe, come è accaduto nel corso del ventesimo secolo, ne chiudesse una, potrebbe determinare la decadenza di un intero sistema culturale.

George Steiner è stato critico del New Yorker per quasi un trentennio, fino a quando, l’istinto a dire sempre ciò che pensa non gli causò la rottura con il direttore Tina Brown che lo liquidò in “45 secondi” a suo dire.

Nel suo Castello di Barbablù, George Steiner, parigino di origini ebraiche, illustra quella che egli stesso definisce, nel corso di un’intervista rilasciata al quotidiano Repubblica, una «civiltà intrappolata in una serie ininterrotta e violenta di crisi, passando da quella che era l'identità di una cultura dominante alla post o sub-cultura odierna».

Un’analisi approfondita del sistema culturale occidentale, che parte da lontano, ma nella quale, una delle cause di questa decadenza è da ravvisarsi secondo Steiner, anche e soprattutto nella frantumazione dell’apparato istituzionale scolastico, la sede di quell’istruzione primaria, che per lungo tempo ha mantenuto alti i livelli di competitività di alcuni paesi europei. La crisi gravissima che sta attraversando il sistema d’istruzione in Italia, Francia e Inghilterra, mette in seria discussione la formazione sociale e politica delle nuove generazioni, che finiscono a riempire in qualità di funzionari, gli apparati amministrativi e burocratici delle istituzioni, senza nutrire il minimo interesse verso la politica e dunque la partecipazione sociale. «Una demolizione progressiva del linguaggio travolto dall'immagine, soprattutto da quella telematica» la definisce Steiner, dovuta anche alla delegittimazione sociale ed economica di mestieri come quello d’ insegnante.

Un libro che parte dai secoli passati, analizzando i vuoti storici, e i “danni” se così si può dire, provocati dell’ottimismo illuministico. Per giungere fino alla Seconda guerra mondiale definita per l’Europa «una morte biologica, sociale ed economica molto estesa, dalla quale non ci siamo più ripresi».

Tre le cause che lo scrittore e filosofo ravvisa alle origini dell’odio che portò all’Olocausto:


  • l’invenzione del monoteismo, “Un Dio irrangiungibile e innominabile «Un Dio impossibile da tollerare, che strappa l'uomo alla libertà creativa del politeismo». 
  • Seconda causa scatenante, derivante forse da un’inguaribile complesso di colpa, proprio del Cristianesimo, si riassume nel dogma: «perdona il nemico, porgi l'altra guancia». Definita da Steiner «Una negazione dell'io non affrontabile, un imperativo destabilizzante per la più autentica natura umana». 
  • La terza e ultima causa risiede esattamente nell’opposta utopia «messianica del marxismo e del sogno socialista che pretende d'imporre all'uomo la rinuncia al profitto e all'egoismo: irrealizzabile. In astratto possiamo essere d'accordo con Mosè, Cristo e Marx, ma non potremo mai vivere seguendo i loro ideali».

Un’analisi laica, prorompente, che inchioda oltre un secolo di strutture culturali, attraversando tutte le porte del Castello di Barbablù, anche quelle proibite.
http://ilmagazinedimanu.blogspot.it/2011/07/george-steiner-la-cultura-occidentale-e.html

George Steiner, Nel castello di Barbablù Note per la ridefinizione della cultura.

Non è il passato in senso letterale a dominarci, se non, forse, in senso biologico. 
Sono le sue immagini. Immagini spesso altamente strutturate e selettive, come miti. Immagini e strutture simboliche del passato sono impresse quasi come informazioni genetiche nella nostra sensibilità. (Castello, 11)

Cosa poteva fare un uomo dotato di talento, dopo Napoleone? 
Come poteva un organismo nato per respirare l'atmosfera elettrica della rivoluzione e dell'epica imperiale sopravvivere sotto il cielo plumbeo delle regole borghesi? Come poteva un giovane sentir narrare da suo padre storie del Terrore e di Austerlitz e poi incamminarsi buono buono lungo il placido boulevard per recarsi al suo lavoro di contabile? Il passato affondava il dente acuminato nella polpa grigia del presente suscitando esasperazione, disseminando sogni turbinosi. |...| La combinazione tra l'estremo dinamismo economico e tecnico e l'alto livello di forzata immobilità sociale — una combinazione sulle cui fondamenta fu edificato un secolo di civiltà borghese e liberale — era destinata a trasformarsi in miscela esplosiva, stimolando nella vita artistica e intellettuale risposte specifiche e in ultima analisi distruttive. (Castello, 22)

Uccidendo gli ebrei, la cultura occidentale avrebbe sradicato quelli che avevano «inventato» Dio e che erano stati, sia pur in modo imperfetto e indocile, gli annunziatoti della sua insostenibile Assenza. L'Olocausto è un riflesso, ancor più completo in quanto lungamente inibito, della coscienza sensoriale naturale, degli istintivi bisogni politeistici e animistici, è l'espressione di un mondo più antico del Sinai e più recente di Nietzsche. (Castello, 41)

Forse è possibile includere tutti i edanni irreparabili» in un'unica categoria. La perdita della centralità geografico-sociologica, l'abbandono o l'estrema limitazione dell'assioma di progresso storico, la nostra percezione del fallimento o delle gravi inadeguatezze della conoscenza e dell'umanesimo in rapporto ai comportamenti sociali: tutto si riassume con la fine di una struttura gerarchica universalmente accettata. (Castello, 73)

Che bene ha fatto l'elevato umanesimo alla massa oppressa della società? 
A che è servito quando è sopraggiunta la barbarie? 
Quale poema immortale ha mai fermato o mitigato il terrore politico — mentre ve n'erano alcuni che persino lo celebravano? E, andando in fondo: le persone per cui un grande poema, un sistema filosofico, un teorema sono, in fin dei conti, il supremo valore, non aiutano i lanciatori di napalm distogliendo lo sguardo, coltivando in sé un atteggiamento di «tristezza oggettiva» o di relativismo storico? (Castello, 77)

L'atrofia della memoria è la caratteristica precipua dell'educazione e della cultura nella seconda metà del novecento. La vasta maggioranza di noi non è più nemmeno in grado di identificare — e ancora meno di citare — i passi fondamentali della Bibbia e dei classici, che non soltanto costituiscono la trama fondamentale della letteratura occidentale ma sono state l'abbici delle nostre leggi e istituzioni politiche. [...] Nell'occidente democratico-tecnologico, per quanto possiamo giudicare, il dado è tratto. L'in-folio, la biblioteca personale, la dimestichezza con le lingue classiche, le arti della memoria diventeranno inesorabilmentE l'appannaggio di un numero sempre più ristretto di specialisti. (Nessuna passione spenta, 22)

Nell'assenza e nel regredire della fede religiosa, legata com'era al primato classico della lingua, la musica sembra ricomporci, raccoglierci, restituirci a noi stessi, forse può farlo grazie al suo particolare rapporto con la verità. Né l'ontologia né l'estetica hanno saputo enunciare questo rapporto in maniera soddisfacente. Ma noi lo percepiamo con immediatezza. In ogni suo nodo, dalla voce del politico al vocabolario dei sogni, la lingua è intossicata di bugie. La falsità è inseparabile dalla sua vita generativa. La musica può lusingare la vanità, può rendere sentimentali, può far scattare molle di crudeltà. Ma non mente, di qui che possono rivelarsi più profonde le affinità della musica con le esigenze del sentimento che un tempo si definivano religiose.  (Castello, 107)


A livelli embrionali di metafora, di mito, di risata, dove le arti e le logore impalcature dei sistemi filosofici non ci soccorrono, la scienza è attiva. Dalle sue regioni, anche dalle più astruse, si attinge una profonda eleganza, una grande vivacità, una festa dello spirito. Si consideri il teorema di Banach-Tarski: il sole e un pisello possono essere divisi in un numero finito di parti disgiunte in modo tale che ogni singola parte dell’uno sua congruente a un’unica parte dell’altro. L’indubbio risultato è che il sole può entrare nel taschino, e che le parti componenti il pisello colmano l’intero universo solidamente, senza spazi vuoti né all’interno del pisello né nell’universo. Quale fantasia surrealista ha creato una meraviglia dai contorni così precisi? (Castello, 112)



La ricerca dei dati di fatto, di cui le scienze forniscono solamente l’esempio più palese e organizzato, non è un errore contingente in cui l’uomo occidentale sia caduto in un momento di rapacità elitaria o borghese. Questa tendenza, ne sono convinto, è impressa nel tessuto, nell’elettrochimica e nella rete di impulsi della nostra corteccia. Provvista di un ambiente climatico e nutritivo adeguato, era destinata a evolversi e a crescere grazie a un costante feedback di nuova energia. La parziale assenza della coazione alla ricerca, nei popoli e nelle civiltà meno sviluppate e meno attive, non rappresenta una libera scelta o un atto di innocenza: rappresenta, come sapeva Montesquieu, la forza di circostanze ecologiche e genetiche avverse. Il figlio dei fiori della città occidentale e il neoprimitivo che va cantilenando lungo la superstrada le sue cinque parole di tibetano si abbandonano a una mascherata infantile, fondata sul surplus di ricchezza di quella stessa città o superstrada. Non possiamo tornare indietro. Non possiamo scegliere i sogni degli ignari. Apriremo, ne sono convinto, l’ultima porta del castello, anche se conduce, forse proprio perché conduce, a realtà che oltrepassano la sfera della comprensione e del controllo umano […] perché aprire porte è il tragico merito della nostra identità.[…] Saper scorgere le possibilità di autodistruzione, e tuttavia spingere fino in fondo il dibattito con l’ignoto, non è cosa da poco. (Castello, 121)



George Steiner, Nel castello di Barbablù Note per la ridefinizione della cultura.

Presentazione.
Il nostro rapporto con la verità è quello della ricerca. 
Seguendo la folgorante metafora di George Steiner, ci sentiamo costretti ad aprire, una dopo l'altra, tutte le porte del Castello di Barbablùlo facciamo perché ce le troviamo di fronte, e perché ognuna di esse conduce alla successiva. Lasciare chiusa una di quelle porte, significherebbe tradire l'atteggiamento indagatore, avido di sapere, che contraddistingue la nostra specie.

Questa convinzione è profondamente radicata nel carattere occidentale, almeno dai tempi di Atene: 
la mente umana deve procedere incessantemente nella sua ricerca
lungo un progresso in sé naturale e meritorio. Tuttavia questo atteggiamento, che sta al cuore della nostra idea di cultura e della nostra civiltà, attraversa da tempo una crisi profonda, segnato dal tramonto dell'ottimismo illuminista (malgrado i successi innegabili di scienza e tecnologia), dai genocidi dell'ultimo secolo di storia, ma anche dalle minacce dell'inquinamento.
Nel castello di Barbablù coglie con profetica lucidità le ragioni di questa crisi, e ci aiuta a capire le nostre prospettive nell'epoca della «post-cultura».
George Steiner, Nel castello di Barbablù Note per la ridefinizione della cultura


1. LA GRANDE NOIA
Note per la ridefinizione della cultura: 
il mio sottotitolo intende naturalmente richiamarsi a Notes towards the Definition of Culture di Eliot, del 1948. Libro poco allettante, reso cupo dall'impatto con il recente imbarbarimento: e di questo imbarbarimento la trattazione lascia sdegnosamente nel vago le vere cause e forme. E tuttavia Notes rimane un'opera interessante; il prodotto, superfluo dirlo, di una mente eccezionalmente acuta. Nel corso di questo saggio tornerò in vari punti sulle questioni sollevate da Eliot nel suo richiamo all'ordine.

Non è il passato in senso letterale a dominarci, se non, forse, in senso biologico. 
Sono le sue immagini. Immagini spesso altamente strutturate e selettive, come miti
Immagini e strutture simboliche del passato sono impresse quasi come informazioni genetiche nella nostra sensibilità
Ogni nuova era si specchia nel quadro e nella mitologia attiva del proprio passato o di un passato ripreso da altre culture: misura il proprio senso di identità, di regresso o di progresso, sullo sfondo di quel passato. Gli echi attraverso cui una società cerca di determinare la portata, la logica e l'autorevolezza della propria voce provengono da quel che ha che spalle. 

Evidentemente, i meccanismi che agiscono sono complessi e radicati in un diffuso e vitale bisogno di continuità. Ogni aggregato sociale avverte la necessità di antecedenti; quando non sono immediatamente disponibili per via naturale, quando la comunità è nuova o si è appena ricomposta dopo un lungo intervallo di dispersione o di assoggettamento, la coniugazione al passato necessaria alla grammatica dell'essere viene creata con un atto d'arbitrio intellettuale ed emotivo

La «storia» dei negri d'America e quella dello stato di Israele sono esempi pertinenti. 
Ma il movente ultimo può essere metafisico. 
Spesso la storia sembra portarsi dietro le vestigia di un paradiso. 
In un qualche punto di un'epoca più o meno remota, 
l'uomo viveva in un mondo migliore, quasi aureo. 
Un accordo profondo regnava tra uomo e ambiente naturale. 
Il mito della caduta ha più vigore di ogni singola religione. 
A stento si troverà una sola civiltà, o persino una sola coscienza individuale, 
che non rechi dentro di sé la risposta a una sensazione di remota catastrofe. 
In qualche tempo, in qualche luogo, l'uomo ha sbagliato strada nel «dark and sacred wood», 
e da quell'errore è iniziata la sua dura fatica, 
sociale e psicologica, contro l'inclinazione naturale dell'essere.

Nell'attuale cultura occidentale, o «post-cultura», 
quest'utopia così diffusa ha ancora un rilievo enorme, 
ma ha assunto forme profane e più immediate. 
Il nostro attuale senso di smarrimento, di disordine, di regresso verso la violenza e l'ottusità morale; 
la nostra impressione sempre desta di una sostanziale assenza di valori nelle arti e nei comportamenti individuali e sociali; il nostro timore di nuovi «secoli bui» nei quali la civiltà stessa, come la conosciamo, scompaia o rimanga confinata in isole-serbatoio di modi di vita arcaici: queste paure, così drammaticamente vive e largamente diffuse da essere uno dei cliché dominanti dello stato d'animo contemporaneo, traggono proprio dal confronto con il passato la loro forza e la loro apparente inoppugnabilità. Dietro il nostro atteggiamento di dubbio e di mortificazione c'è la presenza, così pervasiva da passare generalmente inosservata, di un particolare momento del passato, di una ben precisa «epoca d'oro»

La nostra esperienza del presente e i nostri giudizi così spesso negativi sulla posizione che occupiamo nella storia si proiettano costantemente sullo sfondo di quello che chiamerei il «mito del XIX secolo» o il «giardino immaginario della cultura liberale».
La nostra sensibilità situa quel giardino nell'Inghilterra e nell'Europa occidentale all'incirca tra gli anni Venti dell'Ottocento e il 1915

La data iniziale è tradizionalmente vaga, mentre la fine della lunga estate è definibile con un'esattezza apocalittica. I tratti peculiari di questo momento storico sono inconfondibili. Grado di istruzione elevato e in ascesa. Affermarsi della legalità. Vivace diffondersi di forme di governo rappresentative, sia pur in modo imperfetto. Privacy nelle abitazioni e strade sempre più sicure. Riconoscimento spontaneo del ruolo centrale svolto dall'arte, dalla scienza e dalla tecnologia nell'economia e nella crescita civile. Realizzazione, a volte intorbidata ma costantemente perseguita, della coesistenza pacifica tra stati nazionali (conseguita di fatto, con sporadiche eccezioni, da Waterloo alla Somme). Interazione dinamica, regolata a misura d'uomo, tra mobilità sociale e stabilità delle linee di forza e delle consuetudini all'interno della comunità. Stabilizzarsi di una norma di dominio, sia pur temperata dal classico conflitto generazionale, tra padri e figli. Aperture in campo sessuale, fermo restando un cardine, saldo e sottile, di limitazioni convenute. Potrei continuare. L'elenco si potrebbe agevolmente allungare e arricchire di particolari. Quel che intendo sottolineare è come tali aspetti compongano un'immagine ricca e soverchiante, una struttura simbolica che preme, con l'insistenza di una mitologia attiva, sul nostro stato d'animo attuale. [...]



George Steiner (Parigi, 1929) è figura di primo piano nella cultura internazionale. 

Tra i suoi libri Garzanti ha in catalogo:
  • Tolstoj o Dostoevskij (1959), 
  • Morte della tragedia (1961), 
  • Dopo Babele (1975 e 1992), 
  • Antigoni (1984), 
  • Vere presenze (1986), 
  • il romanzo breve II correttore (1992), 
  • Nessuna passione spenta (1996), 
  • l'autobiografia Errata (1997), 
  • Linguaggio e silenzio (nuova edizione 2001), 
  • Heidegger (2002), 
  • Grammatiche della creazione (2003), 
  • La lezione dei maestri (2004, Premio Mondello - Città di Palermo) 
  • Una certa idea di Europa (2006), 
  • Dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero (2007), 
  • I libri che non ho scritto (20089 
  • e Letture (2010).





L'immagine ha distrutto la cultura occidentale.
«Sono convinto che da anni la nostra civiltà sia intrappolata in una serie ininterrotta e violenta di crisi, passando da quella che era l'identità di una cultura dominante alla post o sub-cultura odierna. 
Stiamo assistendo a una demolizione progressiva del linguaggio travolto dall'immagine, soprattutto da quella telematica. Non sono anti-americano, anzi: ammiro molte cose degli Stati Uniti, dove vivono e lavorano i miei due figli. Ma bisogna sapere che il novanta per cento degli americani, parlando, usa 380 parole d'inglese, mentre nelle opere di Shakespeare ce ne sono 24.000. La lingua viene divorata dal minimalismo ossessivo dei codici elettronici, come dimostrano i messaggi sempre più compressi che si mandano i ragazzi sui cellulari».
Analizzando i guasti del Novecento, lei segnala una "età dell'oro", collocabile tra il 1815 e il 1915, come depositaria dell'origine dei problemi successivi.
«Sono gli anni dell'Ennui, dello smarrimento, della grande noia
Qualcosa di corrosivo e letargico, una sorta di attesa esasperata e vaga, faceva parte della cultura ottocentesca, tanto quanto il dinamismo dei positivisti e dei liberali. 
Un secolo divide Waterloo dalla Prima guerra mondiale: 
fu il più lungo periodo pacifico della storia europea. 
C'erano le guerre coloniali, certo, e gli orrori franco-prussiani. 
Ma si trattava pur sempre di eserciti professionali, non di gente comune. 
I massacri del primo conflitto, che hanno cancellato un'intera generazione e i suoi possibili discendenti, modificarono ogni cosa. In Inghilterra caddero enormi quantità di ragazzi tra i 18 e i 20 anni, figli delle élite inglesi, in un azzeramento di potenzialità intellettuali e di patrimoni culturali. Ci fu solo un breve armistizio tra il '18 e il '39, fino all'esplosione della Seconda guerra mondiale. E' stata per l'Europa una morte biologica, sociale ed economica molto estesa, dalla quale non ci siamo più ripresi».

Nella fase della "grande noia" precedente erano avvenuti muitamenti di prospettive e percezioni?
«Molto netti. All'epoca di Tolstoj, Dostoevskij e Oscar Wilde, per esempio, si cominciò a verificare una forte sessualizzazione e una nuova e positiva libertà dei costumi
Eros divenne sesso, lontano dall'amour galant. 
Iniziarono l'emancipazione delle donne e l'educazione sessuale dei giovani, fuori dai tabù e dalle ipocrisie del periodo vittoriano. Per la prima volta, nelle conversazioni in società, si nominavano parti del corpo umano. 

C'è un episodio emblematico della trasformazione, riportato sul diario di Virginia Woolf: 
"un giorno la meravigliosa Vanessa, sorella di Virginia, entra in sala da pranzo indossando un abito bianco, e tra gli ospiti c'è lo scrittore Lytton Strachey, che indica una macchia sul vestito di lei e dice: seme". Mai, finora, tale parola era stata menzionata pubblica mente in alti ceti. 

Un altro brusco cambio di marcia arriva col conflitto 
che a un certo punto contrappone l'individuo alla città. 
Nasce la megalopoli, che vive quotidianamente 24 ore abolendo distinzioni tra giorno e notte. 
II rumore travolge, il silenzio diventa un lusso, si abita in piccoli spazi abitativi e si è aggrediti da stimoli in eccesso. La letteratura ne prende atto: la grande fortuna della detective story è connessa alla "giungla" metropolitana, termine che affiora verso il 1890. 
Le storie criminose e di polizia sono parti integranti della vita urbana».

A suo parere è ancora diffuso e capillare l'antisemitismo, 
fenomeno che è stato sempre al centro dei suoi interessi?
"Continua a essere feroce e intenso come durante il nazismo. 
Ovunque, anche qui in Inghilterra. 

Per tutta la vita mi sono interrogato sulle cause della deviazione che condusse all'Olocausto, tragedia che sfugge al consueto inquadramento razionale di storici ed economisti. Il motore, secondo me, è radicato in ben altre profondità. L'odio generalizzato e sempre riemergente per l'ebreo deriva dalla sua invenzione del monoteismo, portatore di un Dio irraggiungibile e innominabile, che si adira per qualsiasi rappresentazione sensoriale o allegorica. Un Dio impossibile da tollerare, che strappa l'uomo alla libertà creativa del politeismo. Decidendo di annientare gli ebrei, la cultura occidentale ha voluto sradicare gli inventori di quest'insostenìbile assenza. 

Secondo fattore scatenante e stato il messaggio di Cristo: 
perdona il nemico, porgi l'altra guancia. 

Una negazione dell'io non affrontabile, un imperativo destabilizzante perla più autentica natura umana. 

Terza causa catastrofica è la promessa messianica dal marxismo e del sogno socialista, che pretende d'imporre all'uomo la rinuncia al profitto e all'egoismo: irrealizzabile. In astratto possiamo essere d'accordo con Mosè, Cristo e Marx, ma non potremo mai vivere seguendo i loro ideali».

Perché si ostina a rìpetere che l'idea di cultura è andata in pezzi?
«Sono i fatti a provarlo. 
In paesi come l'Inghilterra, la Francia e l'Italia, la scuola primaria e secondaria è in una crisi gravissima. Quand'ero giovane, le università tedesche costituivano una garanzia per la vita intellettuale europea e statunitense. Poi non è più stato così. Oggi nelle università occidentali, e anche in Italia, ci sono alcuni docenti notevoli, ma in generale è tramontato il prestigio della ricerca e della trasmissione di cultura universitariaGli studenti più validi di Cambridge finiscono a lavorare in Borsa o nelle grandi banche, e considerano la politica come qualcosa di ridicolo e corrotto. Per non parlare della decadenza del mestiere d'insegnante
chi può accettare stipendi così bassi per fare un lavoro tanto importante?».

Che cosa pensa del Newsweek diretto da Tina Brown, con cui lei, a fine anni Novanta, ebbe una drastica rottura, dopo aver collaborato per più di un trentennio con il New Yorker, che all'epoca era guidato dalla Brown?
«Non m'interessa nulla di ciò che fa quella signora, lo appartengo a un mondo diverso dal suo: 
a un mondo serio. Forse ha un'energia fantastica e dorme tre ore a notte, ma e lontanissima dalla mia maniera di essere e pensare. Credo di essere stato il critico che ha scritto in assoluto più a lungo per il New Yorker. Un giorno la segretaria di Tina Brown mi convocò a New York per parlare con il boss, e in quel nostro unico incontro lei impiegò 45 secondi per licenziarmi. Mi chiese se era vero che, in una cena a Londra, avevo detto che il suo magazine era stato involgarito dalla sua gestione. Si, le risposi. Lei mi salutò e fu questa la fine del nostro rapporto». [...]
LEONETTA BENTIVOGLIO

http://rstampa.pubblica.istruzione.it/bin/tiffpilot.exe?FN=E:%5Ceco%5CImg%5C12GJ%5C12GJZ9P?.TIF&MF=1&SV=Rassegna%20Stampa&PD=1


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