La speranza è un sogno fatto da svegli
Aristotele, in Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, III sec.
La trasformazione inizia nel punto dove non c'è speranza
James Hillman, Il suicidio e l'anima
di citazioni si muore [...] e sinceramente ammiro la tua cornucopia di fonti illustri.
Io parlo da un angolo molto più modesto, chiamalo personale, da cui ho visto e vedo l'effetto della speranza quando rispunta dopo che tutto e' venuto a mancare. Sara', come dici tu, uno specchietto per allodole, e siamo tutti un po' allodole, ma per me la speranza e' il motore di ricerca dell'animo umano, quella che lo fa vivere nonostante tutto. I sapienti si esprimono anche loro in base alla loro esperienza, mettendolo giù in modo molto più aulico. Eppure, sono certa che anche chi dichiarò di non crederci, sotto sotto sperava anche lui che almeno qualcuno gli credesse. Nel mio lavoro, ricollegare un cliente con la speranza era sempre un momento magico, per lui/lei e per me, come se si rinnovasse la vita.
LOWITH, LA SPERANZA NON HA DIGNITA' FILOSOFICA
Il mito di Pandora indica, come racconta Esiodo, che la speranza è un male, anche se di tipo particolare, distinto dagli altri mali che sono racchiusi nel vaso di Pandora. Essa è un male che sembra tuttavia buono, perché la speranza induce sempre ad attendere qualcosa di meglio. Eppure sembra vano aspettarsi un futuro migliore, perché difficilmente si dà un futuro che, quando diviene attuale, non deluda le nostre speranze. Le speranze dell’uomo sono “cieche”, cioè irrazionali ed erronee, ingannevoli e illusorie. Tuttavia l’uomo mortale non può vivere senza questo precario dono di Giove, così come non può vivere senza il fuoco, il dono rubato da Prometeo. Se rimanesse senza speranze, de-sperans, egli si dispererebbe nella sua disperata situazione. L’opinione più diffusa nell’antichità era che la speranza è un’illusione che aiuta l’uomo a sopportare la vita, ma in sostanza è un ignis fatuus. Se d’altro lato Paolo condannava la società pagana proprio perché non possedeva la speranza, egli intendeva evidentemente una speranza il cui valore e la cui garanzia sono dati dalla fede cristiana, e non da un’illusione mondana”.
Karl Löwith, Significato e fine della storia, Edizioni di Comunità, pp. 233-234
http://www.filosofico.net/Antologia_file/AntologiaL/Lowith_01.htm
La trasformazione inizia nel punto dove non c'è speranza
James Hillman, Il suicidio e l'anima
di citazioni si muore [...] e sinceramente ammiro la tua cornucopia di fonti illustri.
Io parlo da un angolo molto più modesto, chiamalo personale, da cui ho visto e vedo l'effetto della speranza quando rispunta dopo che tutto e' venuto a mancare. Sara', come dici tu, uno specchietto per allodole, e siamo tutti un po' allodole, ma per me la speranza e' il motore di ricerca dell'animo umano, quella che lo fa vivere nonostante tutto. I sapienti si esprimono anche loro in base alla loro esperienza, mettendolo giù in modo molto più aulico. Eppure, sono certa che anche chi dichiarò di non crederci, sotto sotto sperava anche lui che almeno qualcuno gli credesse. Nel mio lavoro, ricollegare un cliente con la speranza era sempre un momento magico, per lui/lei e per me, come se si rinnovasse la vita.
LOWITH, LA SPERANZA NON HA DIGNITA' FILOSOFICA
Il mito di Pandora indica, come racconta Esiodo, che la speranza è un male, anche se di tipo particolare, distinto dagli altri mali che sono racchiusi nel vaso di Pandora. Essa è un male che sembra tuttavia buono, perché la speranza induce sempre ad attendere qualcosa di meglio. Eppure sembra vano aspettarsi un futuro migliore, perché difficilmente si dà un futuro che, quando diviene attuale, non deluda le nostre speranze. Le speranze dell’uomo sono “cieche”, cioè irrazionali ed erronee, ingannevoli e illusorie. Tuttavia l’uomo mortale non può vivere senza questo precario dono di Giove, così come non può vivere senza il fuoco, il dono rubato da Prometeo. Se rimanesse senza speranze, de-sperans, egli si dispererebbe nella sua disperata situazione. L’opinione più diffusa nell’antichità era che la speranza è un’illusione che aiuta l’uomo a sopportare la vita, ma in sostanza è un ignis fatuus. Se d’altro lato Paolo condannava la società pagana proprio perché non possedeva la speranza, egli intendeva evidentemente una speranza il cui valore e la cui garanzia sono dati dalla fede cristiana, e non da un’illusione mondana”.
Karl Löwith, Significato e fine della storia, Edizioni di Comunità, pp. 233-234
http://www.filosofico.net/Antologia_file/AntologiaL/Lowith_01.htm
Non dimentichiamo che dal vaso di Pandora , aperto dallo stolto Epimeteo, uscirono tutte le sciagure che afflissero l'uomo, rimase nel fondo uno dei mali, la massima jattura per i Greci, la Speranza. Essa dipende dall'uomo: se è saggio, la renderà inoffensiva tenendola chiusa là dentro, evitando di lasciarsene contaminare. Così pensavano i Greci. Come ogni vizio, basterà rovesciarla, ed ecco la speranza trasformata in cosa virtuosa. Ma chi è più saggio e incontaminato di un bambino?
Elémire Zolla.
I Greci narravano la storia di Pandora che gli dèi invidiosi avevano inviato sulla terra, provvista d’un vaso, quale dono nuziale. Prometeo, che era saggio, la respinse, invece lo stolto Epimeteo aprì il vaso e ne uscirono in volo tutte le sciagure che hanno afflitto gli uomini da allora. Una volta sparse per l’aria, chi può più arrestarle? Imperverseranno quante sono, inafferrabili e invincibili, le malattie, le corruzioni e ogni sorta di disgrazia. Tuttavia, in fondo al vaso restò uno dei mali: la speranza. Essa dipende dall’uomo: se è saggio, la renderà inoffensiva tenendola chiusa là dentro, evitando di lasciarsene contaminare. Così pensavano i Greci, la Speranza era la jattura massima, e il Timeo attesta che era annoverata fra i vizi capitali.
René Magritte, Il vaso di Pandora, 1951
Immagine: John William Waterhouse - Pandora
Immagine: John William Waterhouse - Pandora

Da due pericoli bisogna guardarsi: dalla disperazione senza scampo e dalla speranza senza fondamento.
Sant'Agostino
La speranza ti ammala. A volte è meglio non averne, almeno sai che non devi più affannarti per nulla o fare quelle tremende figure di compartecipazione in mezzo alla gente di cui non frega una mazza di te. E loro pure non sono ancora nulla per te. Ma ci avevi investito, emozioni, idee, desideri, un po’ d’affetto. Uccidi la speranza e ti sentirai meglio, liberato
Charles Hank Bukowski
Speranza è sinonimo di illusione. Se si è saggi non ci si abbandona all'illusione, ma fanciullescamente si vuol credere nel positivo e quindi sperare, e quindi illudersi.............
Prometeo, il cui nome significa «colui che riflette prima», era figlio del titano Giapeto e di Climene; ebbe come fratelli Epimeteo, «colui che riflette dopo il fatto», Atlante e Menezio.
Prometeo, pur appartenendo ai ribelli Titani, si schierò dalla parte di Zeus e convinse il fratello Epimeteo a fare altrettanto.
Atena, nata dalla testa di Zeus, fu assai gentile e benevola con Prometeo, gli insegnò arti utilissime come l’architettura, l’astronomia, la matematica, la medicina, la metallurgia e la navigazione.
Prometeo trasmise agli uomini, da lui stesso creati, quanto apprese dalla dea. Zeus, però, non approvava la benevolenza di Prometeo e considerava i doni del titano troppo pericolosi, perché in tal modo gli uomini sarebbero divenuti sempre più potenti e capaci.
Quanto a Prometeo, questi non aveva una grande fede nel senno di Zeus e, per metterlo alla prova, avendo ucciso un toro per un sacrificio, nascose nella pelle dell’animale la carne migliore e poi fece un mucchio più grosso con le ossa, col grasso e con le interiora, lasciando scegliere a Zeus quale dei due mucchi preferisse. Zeus scelse il mucchio più grosso e fu gabbato. Irato, Zeus tolse il fuoco agli uomini, condannandoli a mangiare la carne e gli altri cibi crudi. Prometeo, allora, con l’aiuto di Atena, entrò nell’Olimpo, sottrasse una fiaccola e la portò agli uomini, insegnando loro a mantenerla accesa. Zeus per vendicarsi di questo ulteriore affronto, ordinò a Efesto di forgiare una donna bellissima, la prima del genere umano, sulla quale i Venti alitarono lo spirito vitale. Tutte le dee dell’Olimpo le recarono doni meravigliosi. A questi doni, Zeus aggiunse un misterioso vaso chiuso che mai avrebbe dovuto essere aperto. La fanciulla fu chiamata Pandora, che in greco significa appunto che essa aveva ricevuto «tutti i doni».
Pandora fu mandata in dono al fratello di Prometeo, Epimeteo, che però la rifiutò. Zeus, più indignato che mai per l’affronto subito prima da uno poi dall’altro fratello, per punire Prometeo, lo fece incatenare mani e piedi al Caucaso e ordinò a un avvoltoio di divorargli ogni giorno il fegato, che però durante la notte ricresceva, così da rinnovare continuamente il tormento.
Epimeteo, dispiaciuto per la sorte del fratello, si rassegnò a sposare Pandora.
Pandora si rivelò tanto stupida quanto bella, perché sventatamente e per pura curiosità aprì il vaso donatole da Zeus, che mai avrebbe dovuto aprire. In quel vaso erano stati rinchiusi tutti i mali che possono tormentare l’uomo: la fatica, la malattia, la vecchiaia, la pazzia, la passione e la morte. Essi uscirono e immediatamente si sparsero fra gli uomini; solo la speranza, rimasta nel vaso tardivamente richiuso, da quel giorno sostenne gli uomini anche nei momenti di maggiore scoramento.
Con questa paradossale leggenda i Greci dimostravano l’origine della donna e giustificavano qualche giudizio poco riguardoso nei suoi confronti: in fondo essa era stata inviata da Zeus come punizione.
Fu Eracle a liberare dal tormento Prometeo, dopo che questi svelò che se Zeus avesse sposato Teti, la dea del mare, dalle loro nozze sarebbe nato un figlio che lo avrebbe cacciato dal trono, proprio come Zeus aveva fatto con Cronos e come Cronos in precedenza aveva fatto con Urano. Conosciuto il segreto, Zeus perdonò Prometeo e, per scongiurare definitivamente il pericolo che lo minacciava, si affrettò a sposare Hera, e fece sposare Teti a un mortale, Peleo.
Prometeo godé di un culto molto diffuso in Atene, tanto che la città gli dedicò delle feste pubbliche, le Prometheia, nelle quali si percorrevano le strade correndo con fiaccole accese per celebrare i più grande dono che Prometeo aveva fatto all’umanità: il fuoco.
http://www.studiarapido.it/prometeo-e-pandora-mitologia/
La speranza e' uno stato di fiduciosa attesa rispetto a qualcosa di cui non possiamo essere certi ...
Il femminile traumatizzato e il “pericolo” della sua natura divina
Un’analisi medico-antropologica nella cultura patriarcale in occidente
Il mito racconta che passeggiando sul monte Cillene (o secondo un'altra versione Citerone), vide due serpenti che copulavano, ne uccise la femmina perché quella scena lo infastidì. Nello stesso momento Tiresia fu tramutato da uomo a donna. Visse in questa condizione per sette anni provando tutti i piaceri che una donna potesse provare. Passato questo periodo venne a trovarsi di fronte alla stessa scena dei serpenti. Questa volta uccise il serpente maschio e nello stesso istante ritornò uomo.
Un giorno Zeus ed Era si trovarono divisi da una controversia: chi potesse provare in amore più piacere: l'uomo o la donna. Non riuscendo a giungere ad una conclusione, poiché Zeus sosteneva che fosse la donna mentre Era sosteneva che fosse l'uomo, decisero di chiamare in causa Tiresia, considerato l'unico che avrebbe potuto risolvere la disputa essendo stato sia uomo che donna. Interpellato dagli dei, rispose che il piacere sessuale si compone di dieci parti: l'uomo ne prova solo una e la donna nove, quindi una donna prova un piacere nove volte più grande di quello di un uomo. La dea Era, infuriata perché l'indovino aveva svelato un tale segreto, lo fece diventare cieco, ma Zeus, per ricompensarlo del danno subito, gli diede la facoltà di prevedere il futuro e il dono di vivere per sette generazioni.
In altre versioni del mito fu la stessa madre a chiedere il dono della profezia, dopo che la dea Atena lo aveva accecato per punirlo di averla vista nuda mentre si faceva il bagno.
Nel corso dell'attacco degli Epigoni contro Tebe, Tiresia fuggì dalla città insieme ai tebani; sfiancato si riposò nei pressi della fonte Telfussa dalla quale bevve dell'acqua gelata e morì. In un'altra versione l'indovino, rimasto a Tebe con la figlia Manto, venne fatto prigioniero e mandato a Delfi con la figlia, dove sarebbero stati consacrati al dio Apollo. Tiresia morì per la fatica durante il cammino.
La storia di Tiresia è narrata tra gli altri da Ovidio nelle metamorfosi (per quanto riguarda l'episodio di "transessualità") e da Stazio nella Tebaide.
Dante Alighieri lo citò vicino al suo rivale in divinazione nella guerra di Tebe, Anfiarao, tra gli indovini nella quarta bolgia dell'ottavo cerchio dei fraudolenti nell'Inferno (XX, 40-45). Il poeta fiorentino però non fa accenno alle sue arti divinatorie ma cita solo il prodigio del cambio di sesso dovuto all'aver colpito due serpentelli, che rese necessario colpirli di nuovo sette anni dopo. Forse all'Alighieri qui interessava solo deprecare come i maghi talvolta adulterano le cose naturali con il loro intervento. Tiresia è condannato a vagare eternamente con la testa ruotata sulle spalle, che lo obbliga a camminare indietro in contrappasso con il suo potere "preveggente" in vita. Anche sua figlia Manto si trova nello stesso girone.
La punizione di Atlante e di Prometeo.
Coppa in ceramica, VI secolo a.C.
(Roma, Vaticano, Museo Etrusco).