Visualizzazione post con etichetta Aztechi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Aztechi. Mostra tutti i post

martedì 30 ottobre 2018

La presa di Mexico - Tenochtitlán.

Città del Messico (Tenochtitlán)

Giugno 1520 - Agosto 1521
Gli spagnoli di Cortès conquistano la capitale del regno azteco Tenochtitlàn ponendo le basi del più vasto impero coloniale della storia.
TENOCHTITLÀN

I Due comandanti

Hernan Cortès (Medellín, 1485 – Castilleja de la Cuesta, 2 dicembre 1547)

Hernan Cortes
Nato nel 1485 a Medellin, in Extremadura, da un famiglia di nobili decaduti (gli hidalgo), partì per il nuovo mondo nel 1504. Con il governatore Velazquez conquistò Cuba nel 1511, ricevendo il titolo di alcade di Santiago de Cuba (primo magistrato della città), e questo gli permise di entrare in contatto con gli alti ranghi della nobiltà ispanica, portandolo ad una notevole agiatezza economica.
Ma non si fermò a questo. Ricevute grandiose notizie dall'esploratore Nunez de Balboa (scopritore dell'oceano Pacifico), Cortès strappò il permesso di partire al governatore e si imbarcò immediatamente per esplorare la terraferma ad ovest dello Yucatan.
Il carattere e la personalità di questo personaggio, restano tutt'oggi misteriose, tanto è che per l'ambiguità delle sue azioni nel 1526 fu sotto inchiesta, e che nel 1534 venne nominato come vicerè del Messico Antonio de Mendoza invece di colui che quel regno l'aveva scoperto e conquistato.
Cortès tornò quindi in Spagna nel 1540, dove rimase fino al giorno della sua morte.
 

Montezuma II (1466 circa – Tenochtitlán, 29 giugno 1520)

Motzuma_II
Questo sovrano azteco salì al trono poco più che ventenne, ma da subito si dimostrò di grande valore come dimostra la vittoria sul grande regno rivale, il regno Texcoco, che gli portò il titolo di Imperatore.
Con il passare degli anni, accentuò il carattere spirituale della sua carica, e con esso anche la frequenza dei sacrifici rituali con i quali poteva controllare a dovere le tante etnie diverse sotto il proprio dominio. Sicuramente, anche questo atteggiamento, "estremamente ortodosso", da parte dell'imperatore azteco, risultò come una motivazione aggiuntiva per la "missione cristiana" del Cortès.
L'impressione suscitata dai soldati europei nei confronti degli indigeni, che non avevano mai visto simili armature, cavalli ed artiglierie, fu tale che Montezuma II stesso intraprese la strada dell'ospitalità invece che quella del conflitto. Questo atteggiamento "pacifico" gli inimicò buona parte della nobiltà "guerriera" azteca e dei sacerdoti. Diventato così per amici e invasori "l'imperatore donna"; praticamente si condannò a morte con le sue stesse mani.
Il nipote di Montezuma II, Cuauhtemoc, tentò anni dopo di riaccendere l'ardore sopito del suo popolo, riordinando la milizia e dotandola di lance anti-cavalleria spagnola. Ricostruì la città di Messico e intraprese una politica di sgravi fiscali per aggiudicarsi le simpatie dei popoli un tempo alleati.
Il suo tentativo fu tanto coraggioso quanto vano: Cortès riuscì al prezzo di sanguinosissime battaglie e numerose perdite, a rientrare nella città ancora una volta come vincitore.
Torturato, Cuauhtemoc morirà in prigionia.
TENOCHTITLÀN

La guerra Azteca....

Tra la fine del XIII e il XIV secolo, un nuovo popolo, nomade e bellicoso, si impadronì del Messico: gli Aztechi.
Stirpe valorosa e crudele, venerava il dio della guerra Huitzilopochtili. Per gli Aztechi la guerra non era, come per la maggioranza dei popoli di ogni tempo e luogo, una necessità per superare una situazione di stallo, dove diplomazia e compromessi non riescono più a regolare controversie di diverso genere tra i contendenti.
La guerra ("la guerra fiorita", come la chiamavano gli Aztechi) era il mezzo con cui procurarsi dei prigionieri da sacrificare all'inestinguibile sete di sangue degli dei. Il sacrificio, era infatti indispensabile per questo popolo, per placare e rendere benevole le divinità che rappresentavano le forze naturali. Senza questi sacrifici, non una singola civiltà, ma l'intero pianeta sarebbe stato messo in pericolo.
 

...e la conquista spagnola

Terminata nel 1492 la Reconquista, per scacciare i Mori dalla penisola Iberica, la Spagna necessitava di oro, fino ad allora inutilmente ricercato a Granada.
I mezzi e la mentalità per iniziare la conquista di un intero continente, erano ben lontane dalle effettive possibilità delle Loro Maestà Isabella e Ferdinando. Impegnati nelle loro vicende europee (la contesa con la Francia in Italia), i due sovrani si erano limitati a istituire per il Nuovo Mondo, costituito essenzialmente dalle isole di Hispaniola (Santo Domingo) e Fernandina (Cuba), la Casa de Contrataciòn.
Questa istituzione aveva il compito di monopolizzare per la Corona il commercio con le Americhe. Più tardi venne introdotto anche il Consejo de la Indiaper il disbrigo degli affari del Nuovo Continente. Da questo primo nucleo di possedimenti, e da pochi altri nelle Antille, sarebbe sorto l'impero coloniale spagnolo.
La fase espansiva cominciò sotto Carlo V, che regnava dal 1516, senza che la Corona elaborasse un piano preciso o una strategia globale. Ciò che emerge dalle testimonianze è il solo fatto che il governatore Velàzquez era interessato, in quel momento, all'ampliamento dei suoi traffici commerciali: proprio per questo Cortès ne ottenne il consenso alla sua spedizione.
TENOCHTITLÀN

Gli uomini del continente sconosciuto

Verso la fine del XIII secolo, nelle terre che furono la culla dell'antica civiltà tolteca, giunse il popolo nomade dei Nahua, proveniente dall'antica e remota regione chiamata Aztlàn (probabilmente l'attuale California) in ossequio al volere del proprio dio della guerra. Coloro che assistettero al loro transito parlarono di un popolo di cui "...nessuno conosce il viso", come di temibili guerrieri.
Secondo la leggenda, verso la metà del XIV secolo, i Nahua, universalmente conosciuti come Aztechi, raggiunsero un lago oggi quasi del tutto prosciugato che si estendeva a 2.000 metri d'altezza e videro un aquila con un serpente nel becco, appollaiarsi su un cactus di un isola al centro del lago stesso. Hutzilopochtli, di cui l'aquila era la raffigurazione, aveva quindi espresso la sua volontà e gli Aztechi fondarono in quel luogo la loro capitale. La città prese il doppio nome di Mexico ("nel mezzo del lago della luna") e Tenochititlan per un altra tradizione secondo la quale Tenoch era il nome del capo-fondatore stesso della città.
Lago_Texcoco
Bacino di Mexico 1519 circa.
Coalizzatisi con i Tepanechi, gli Aztechi sottomisero diversi popoli vicini. Agli inizi del XV secolo, il re Itzcoatl sottomise anche gli stessi alleati. I suoi discendenti, con l'aiuto di popoli e paesi satelliti come i Texcoco e il regno di Tlacopan, estesero il loro dominio fino all'odierno Guatemala. Il maggiore artefice di queste conquiste fu Ahuitzatl che regnò dal 1486 fino al 1502; il suo successore, Montezuma II, regnava su 38 provincie.
impero_azteco
Espansione dell'impero azteco
Quando Cortès giunse, sogni, presagi ed oracoli davano come imminente il ritorno di Quetzalcoatl, il leggendario eroe divino, che aveva instaurato la pace nel regno, allontanandosi poi verso il mare orientale con la promessa di tornare.
Montezuma diventato malinconico e pensieroso, spesso rinchiuso nel suo eremo detto "casa nera", attendeva forse proprio il ritorno di tale divinità.
TENOCHTITLÀN

Donna Marina

A questa india donata dai Cacicchi a Cortès in segno di pace, egli dovette parte dei suoi successi. Il condottiero l'aveva affidata inizialmente agli ufficiali Alonso Puertocarrero e Juan Jaramillo. Ma in seguito ne riconobbe l'intelligenza e l'abilità, ne fece sua interprete e consigliera, ribattezzandola Marina(Malina secondo la pronuncia azteca).
Donna_Marina
Donna Marina traduce la lingua dei mexica a Cortés. La donna è raffigurata sempre accanto a Cortés, a significare il suo ruolo determinante nella Conquista del Messico. Historia de Tlaxcala, Secolo XV
Accompagnando e confortando Cortès stesso, Marina ebbe un ruolo di primaria importanza nelle fasi critiche della conquista.
Figlia di "principi" indios, parlava correttamente sia l'azteco dell'altopiano, che quello delle popolazioni costiere. In breve avrebbe imparato anche il castigliano, e grazie all'amore che nutriva per il capitano avrebbe assunto compiti diplomatici importantissimi: sarà lei infatti a fare da tramite tra Cortès e Montezuma, e ad istruire lo stesso capitano sugli intrighi, le divisioni e la psicologia dei popoli indios.
TENOCHTITLÀN

La guerra fiorita

Per molte delle culture dei popoli mesoamericani, la guerra era vista come lo strumento per procurarsi il numero sufficiente di vittime per i sacrifici rituali. Questi sacrifici umani, erano il rito per propiziarsi le divinità, personificazioni di sole, pioggia, terra fecondità, ecc. ecc.
Il sovrano stesso aveva la responsabilità di trovare il "materiale umano" fuori dalla tribù per effettuare i sopra menzionati sacrifici, ed il mezzo più comune nel popolo azteco era quello della guerra "fiorita".
Come preparazione a questa impresa, i giovani maschi imparavano l'arte della guerra in apposite scuole di quartiere detti capulli. Raggiunta la soglia di 7 prigionieri catturati, il guerriero diventava veterano e quindi: si schierava in prima fila durante le battaglie, aveva un seguito di servitori muniti di corde per imprigionare l'avversario e poteva battersi solo con avversari dello stesso rango. Se un novizio, identificabile con il nequen (un indumento bianco), non riusciva a catturare nemmeno una "preda" in 3 battaglie allora decadeva dal rango di guerriero.
Le truppe azteche dell'epoca, utilizzavano quasi tutte armi adatte a stordire più che a uccidere, questo proprio in considerazione del fatto che era un conflitto per catturare il nemico, non per ucciderlo.
L'equipaggiamento bellico quindi consisteva in: archi, fionde, bolas, piccoli scudi ricoperti di piume, mazze di legno con schegge di ossidiana all'estremità e dardi a punte ricurve per agganciare il nemico e portarlo tra le proprie linee con un'apposita fune.
guerrieri_aztechi
Guerrieri Aztechi raffigurati nel Codice Fiorentino.
La protezione principale era costituita da un corpetto di cotone imbottito, quello nobile era ricoperto di lamine d'oro o argento, mentre gli elmi, delle stesse leghe delle "armature", avevano la caratteristica dei variopinti colori e delle forme di teste d'animale.
La consuetudine voleva che gli ambasciatori annunciassero la sfida tra le due parti, composte da battaglioni di 8.000 uomini ognuno.
Come racconta un testimone spagnolo la tattica era piuttosto semplice, e divideva lo scontro in tre fasi: lancio di frecce, mischia e conclusione dovuta o alla morte di uno dei due comandanti o alla ritirata di una delle due parti.
Al termine della battaglia, i prigionieri venivano raccolti e portati nella città dove sarebbero stati sacrificati. Ma sia il sacerdote-carnefice, che la vittima, accettavano il proprio ruolo serenamente, consapevoli che il gesto che stavano per compiere gli avrebbe garantito dignità e rispetto sia nei confronti degli altri uomini, che nei confronti della divinità.
TENOCHTITLÀN

Montagne...

Abbandonata la costa, Cortès trovava «fuerzas de flaquezas» ("forza dalla stanchezza") attraversando le montagne del Messico. Si guadagnerà l'alleanza dei popoli sottomessi dagli Atzechi, alimentandone lo spirito di ribellione e la voglia di libertà, secondo i consigli di donna Marina e fece imprigionare alcuni degli indios nemici, rilasciandone poi un paio affinchè recassero a Montezuma il suo messaggio di potenza e di sicurezza.
Questo atteggiamento avrebbe portato altri dei popoli sottomessi a schierarsi con gli spagnoli, anche se inizialmente gli erano stati ostili, come per esempio i Tlaxcalani.
 

...e Mèxico

L'8 novembre del 1520, gli spagnoli giunsero a Tenochititlàn (ora Città del Messico), una città costruita su una serie di isolotti preesistenti sul lago che dominava la piana, tutti collegati da ponti e solcati da un infinità di canali pieni di barche.
Torri, Templi, ed edifici sorgevano ovunque (scrive Diaz del Castillo). Un grande acquedotto alimentava la città con l'acqua sorgiva delle montagne circostanti, ed un enorme mercato pieno di vita e di colori, dava la dimensione del benessere azteco.
I vari borghi, avevano nomi strani come "ai giunchi" oppure "ai canneti". Al centro della città sorgevano la grande piazza e il tempio di Huitzilopochtli (dio della guerra), dal quale partiva la strada maestra. Intorno, 4 settori urbani, anch'essi circondati e solcati dalle acque, ognuno con la propria amministrazione civile e la casa dei giovani.
mappa_citta
Pianta della città
Secondo Cortès l'intera città doveva contenere non meno di 700.000 abitanti.
Montezuma condusse l'ospite a visitare i teocalli, le celle sacre dei più importanti templi della città, ed assegnò come residenza a lui e ai suoi un intero isolato. Cortès scrisse a Carlo V di aver stabilito con l'imperatore eccellenti rapporti, mentre i suoi detrattori ricordano che egli impose agli Aztechi pesanti tributi, e li obbligò a porre nei loro templi simboli cristiani.
Non sappiamo se la remissività dell'imperatore azteco verso gli spagnoli dipendesse dal fatto che egli accostasse Cortès al dio Quetzalcoatl dell'antica leggenda. E' certo però che l'imperatore chiedeva continuamente a Cortès quando sarebbe ripartito e che era a conoscenza dei vendicativi piani di Velàzquez.
Ben presto però la rabbia popolare si sarebbe sostituita al diplomatico sconforto di Montezuma.
TENOCHTITLÀN

Conquistadores e notai

conquistadores, erano avventurieri privi di scrupoli. Molti di loro erano i cosiddetti hidalgos, ossia appartenenti alla nobiltà terriera decaduta. La loro mentalità, e le loro azioni, spesso avevano il sapore epico-cavalleresco misto a quello di coloro che, provenendo dalle classi sociali meno agiate, andavano in cerca di ricchezze a qualsiasi costo. In molti tra gli hidalgos si trasferirono nel nuovo mondo attratti dal mito dell'oro, e nella speranza di poter ritrovare il loro perduto prestigio.
elmo_conquistadores
Tipico elmo del conquistadore spagnolo.
E' sintomatico della loro mentalità religiosa il fatto che Cortès, nelle sue relazioni a Carlo V, chiami "moschee" i templi degli aztechi. Perfino la violenza dell'implacabile conquistadore impallidisce, davanti a quello che seppero fare i suoi successori "civili", alti burocrati e scribacchini i quali, costruendosi un alibi con l'"inumanità" degli indios, li avrebbero schiavizzati, riempiendo le loro tasche d'oro così come le navi del re, ancorate a Veracruz.
TENOCHTITLÀN

La sconfitta di Narvàez

Alvarado
Pedro de Alvarado
Nel frattempo, un migliaio di uomini inviati da Velàzquez e guidati da Pànfilo de Narvàez, erano sbarcati nel continente con il compito di catturare l'impostore Cortès. I Cacicchi lo avevano riferito a Montezuma, che aveva fatto sapere a Narvàez di essere tenuto prigioniero da Cortès stesso.
Informato di queste vicende, lo spagnolo lasciò in città Pedro de Alvarado, un gigantesco "caballero" (autore poi della sconfitta delle popolazioni Maya) che il re azteco ammirava particolarmente, e si diresse verso Cempala, dove sorprese gli uomini di Narvàez e gli fece giurare fedeltà alla propria causa.
Giuntagli la notizia che la capitale era insorta, massacrando parte della guarnigione spagnola, Cortès si mise immediatamente in marcia verso la città. Appena arrivato, la trovò assolutamente tranquilla. Montezuma gli venne addirittura incontro per accoglierlo, ma il capitano ne rifiutò l'abbraccio e, lo fece scortare (forse addirittura in catene) nel suo palazzo.
Sembra che la rivolta popolare, scoppiata nonostante Montezuma cercasse sempre di mantenere la calma, fosse stata provocata proprio da Pedro de Alvarado. Sembra che egli avesse assalito, durante la festa di Huitzilopochtili, gli officianti con la scusa di aver scoperto un complotto contro gli spagnoli e avesse fatto uccidere 600 persone.
TENOCHTITLÀN

Uomini, bestie, comunque schiavi

Bartolomedelascasas
Bartolomè de Las Casas
La figura dell'indio, inesplicabile negli usi e nei costumi per la mentalità cristiana dei conquistatori, diede luogo a delle elucubrazioni tese a giustificare la superiorità della razza bianca.
Il domenicano de Betanzos, ad esempio, affermava nel 1528, che gli indios in quanto esseri bestiali, erano stati destinati dalla Provvidenza ad una meritata estinzione.
La Chiesa e la stessa Corona, visto il bisogno di manodopera, riabilitarono la figura india, presentandolo come essere umano dotato di ingegno vivace e di una "simpatica indolenza", tutto sommato recuperabile se ben guidato.
Così l'opera del "Protector de los Indios", (il frate domenicano Bartolomè de Las Casas), dedito alla conversione degli indios e alla loro difesa dalla barbarie dei conquistadores, si presterà al consolidamento della barriera tra l'uomo europeo e quella umanità "imperfetta".
Da allora e per secoli si pensò che solamente l'evangelizzazione e la colonizzazione avrebbero potuto ricondurre al "disegno divino" quelle popolazioni indigene.
TENOCHTITLÀN

Angoscia e miracolo

Nella notte del 14 giugno, il giorno stesso del rientro di Cortès, l'insurrezione divampò più furiosa di prima.
Improvvisamente gli spagnoli si trovarono assediati nel loro quartiere, fortificato e guarnito di artiglierie, da migliaia di Aztechi che li bersagliavano dai tetti e dalle terrazze prospicienti. Tutti i ponti erano sorvegliati ed occupati, così come ogni probabile via di fuga. I conquistadores rispondevano con archibugi e balestre ma, come scrisse Cortès nelle sue Relazioni «le frecce e i proiettili erano così fitti e avevano talmente tanto riempito gli edifici che a stento riuscivamo a muoverci».
La "notte d'angoscia", prima di una lunga serie, era solo all'inizio: ogni volta che gli spagnoli aprivano le porte per effettuare una sortita, faticavano a respingere la folla dei nemici che si trovava all'interno del perimetro difensivo. Gli spagnoli allora ricorsero a Montezuma, tenuto in ostaggio, perchè parlasse al popolo in loro favore, con l'unico risultato di attirare verso l'imperatore le antipatie dei suoi stessi guerrieri. Secondo fonti ufficiali, Montezumavenne addirittura bersagliato (e colpito al capo) da proiettili di ogni tipologia e morì pochi giorni dopo per quella stesa ferita.
La battaglia continuò per per quattro giorni con incredibile ferocia: meno di 1.000 soldati spagnoli veterani e bene armati (con le forze unite di Narvaèz e Cortès), erano affiancati da 3.000 indios. Gli Aztechi invece, non tutti guerrieri e anzi per la maggior parte popolani guidati da sacerdoti e notabili, potevano utilizzare armi come mazze di legno e sassi. Il loro unico vantaggio era il numero sterminato di uomini inferociti e motivati a tentare il tutto per tutto.
L'episodio più clamoroso fu l'assalto degli spagnoli a un tempio, probabilmente quello di Huitzilopochtili, sulla cui sommità si erano insediati 500 Aztechi che li bersagliavano. Poche decine di spagnoli, guidati da Cortès, superarono i più di cento gradini dell'edificio e sterminarono i difensori.
Ma gli scontri più sanguinosi avvennero per la conquista della via d'uscita dalla città, attraverso le strade barricate ed i ponti semidistrutti dai cittadini. A detta di Cortès, qui gli spagnoli combattevano uno contro cento, e qui contarono il maggior numero di caduti. Inizialmente, durante la ritirata essi appiccavano il fuoco e arraffavano quanto più possibile, ma presto dovettero pensare solo a salvarsi. L'ultimo canale fu superato grazie ai fedeli Tlaxcalaniche si sacrificarono per proteggere la ritirata agli iberici.
The_Conquest_of_Tenochtitlan
"Conquista de México por Cortés". Artista sconosciuto, seconda metà del 17° secolo. Si noti l'errata raffigurazione di abiti e armi degli Aztechi.
Secondo il condottiero i superstiti furono 447, i caduti 150 per gli spagnoli e 2.000 circa per gli indios. La ritirata costò anche 45 tra cavalli e giumente agli spagnoli. In realtà le perdite furono assai maggiori, calcolabili attorno ai 500-600 uomini.
La ritirata spagnola, proseguì verso la fedele città di Tlaxcala tra sentieri impervi e tallonati dal nemico per ben sei giorni. Il 7 luglio 1520, giunti quasi alla meta, gli iberici trovarono la valle di Otumba bloccata da un consistente esercito nemico. Durante la notte Cortès tenne un consiglio di guerra e decise di attaccare, convinto che questa sarebbe stata la sua ultima battaglia. I cavalieri superstiti, una ventina circa, si fecero strada tra i nemici, e i pochi fanti dietro di loro avanzavano sciabolando senza sosta. Nella mischia, Cortés riuscì ad individuare il capo nemico avvolto da un ricco manto piumato, si aprì la strada verso di lui e lo uccise.
Questa azione, dal sapore epico-cavalleresco, provocò immediatamente lo sbandamento e le fuga degli avversari: ancora una volta la "lucida e folle" determinazione del capitano aveva salvato la spedizione.
TENOCHTITLÀN

Il codice Mendoza

Dopo anni di studio delle immagini, forme e colori delle pitture azteche, Joacquin Galarza riuscì a trovare la loro corrispondenza fonetica.
In effetti, tutta la simbologia azteca, oltre a rappresentare la trascrizione dei suoni della lingua aveva un valore puramente conservativo per quanto riguarda le tradizioni del popolo in oggetto.
La lettura avviene attraverso le chiavi, fonetiche, descrittive, tematiche e simboliche, dove, scomponendo l'immagine nei suoi glifi, struttura e senso variano a seconda della chiave scelta.
Sappiamo per certo che anche nella società azteca erano presenti degli scriba conosciuti come tlacuilo, che selezionati e istruiti da bambini, avrebbero ricoperto i ruoli di amministrazione delle tasse, astronomia e calendarizzazione.
La composizione del Codice Mendoza avviene grazie a numerosi documenti, esaminati dallo stesso Galarza, risalenti al XVII secolo. Tali documenti trattano di lamentele da parte indigena verso le autorità giudiziarie iberiche, presentate in scrittura ideografica e spagnola.
Il codice fu richiesto da don Antonio Mendoza (da cui il nome del manoscritto), viceré della nuova Spagna, per farne dono al re Carlo V. Contiene oltre alle illustrazioni, numerose note esplicative delle immagini stesse redatte in lingua spagnola.
Codice_Mendoza_foglio64
Pagina del Codice Mendoza. Questa pagina del Codice Mendoza raffigura lo sviluppo dell'equipaggiamento ed i tlahuiztli che accompagnavano la carriera militare da cittadino a portatore a guerriero a catturatore, e poi la scalata dei nobili da guerriero nobile a "guerriero aquila" a "guerriero giaguaro" a "Otomitl" a "tosato" ed infine a "Tlacateccatl"
Galarza riuscì a tradurre solo la prima pagina del codice, che descrive gli anni di storia azteca, a partire dalla fondazione di Tenochtitlan. Ma il suo lavoro permette oggi, a numerosi gruppi di ricerca, di studiare anche le immagini di altorilievi e bassorilievi, presenti in monumenti e dipinti murali. In un domani non troppo lontano, forse si riuscirà anche a contare su una teoria generale della scrittura azteca.
TENOCHTITLÀN

La presa di Mexico

Le mire di Cortès erano tutte indirizzate alla presa di Mexico e alla sconfitta di Cuauhtemoc. Si prodigò immediatamente per raccogliere alleati e rinforzi, tanto che riuscì a partire per la capitale azteca con 25.000 indios alleati e 600 spagnoli.
Durante il viaggio, lo stesso conquistador, riuscì a sconfiggere altre popolazioni locali ed a guadagnare altri locali alla sua spedizione. Il 28 aprile 1521, giunse finalmente al lago della luna, dove ebbe subito l'occasione per varare la piccola flottiglia di navicelle a vela fatte trasportare dagli indios alleati, utili per giungere al centro della città evitando ponti di difficile conquista.
Le operazioni d'assedio avanzavano lentamente: prima il sabotaggio dell'acquedotto, poi la presa di un tempio centrale e l'accampamento di uomini e mezzi, quindi l'inizio della tattica di logoramento: assalti ed incendi durante il giorno e ritirate strategiche nella notte.
Cortès tentò una mossa decisiva dopo le prime settimane di combattimenti, attaccando con 2 colonne di uomini(una sotto il suo diretto comando l'altra sotto Alvarado) direttamente sui ponti, ma commettendo un grave errore: non aver prima controllato che tutte le interruzioni sui ponti e tutti gli acquitrini fossero state rimosse.
Fu così che gli indios allagarono quanto possibile delle direzioni in cui avanzavano gli spagnoli, attaccandoli mentre questi erano completamente impantanati. Nella ritirata, praticamente miracolosa, lo stesso Cortès rischiò la vita più volte, e gli spagnoli in fuga dovettero lasciare al nemico alcuni cannoni, cavalli e molte vittime.
Si pensò, da parte spagnola, che l'unica possibilità per vincere e conquistare la città fosse di colmare canali e fossi per avere la possibilità di lanciare in carica la cavalleria. Alla fine di Luglio i lavori per ottenere la piana desiderata dal Cortès erano completi, dando inizio alla vera avanzata spagnola.
Ultimo_giorno_Tenochtitlan
"Gli ultimi giorni di Tenochtitlan, Conquista di Mexico di Cortès", pittura del 19° secolo di William de Leftwich Dodge.
Ma la città indigena era ridotta alla fame da molto tempo, e quindi ormai l'avanzata dei conquistadores era contraddistinta solo da esecuzioni, stragi da parte dei Tlaxcalani e il ritrovamento nelle case di cadaveri in putrefazione.
Lo stesso Cuauhtemoc, venne catturato mentre cercava di fuggire su una canoa in direzione della terra ferma, e poi imprigionato dal comandante spagnolo, venne rinchiuso in un sotterraneo dal quale non sarebbe più uscito.
Il regno azteca non esisteva più. Dal 13 agosto 1521 Hernan Cortès era il dominatore indiscusso di un impero, con un numero così esiguo di uomini che ne sarebbero stati necessari dieci volte tanti per comporre un solo quadrato di picchieri svizzeri. Un impero dove oramai regnavano solo desolazione e rovina, e dove il tanto agognato bottino di guerra (in oro) non fu mai così misero.
TENOCHTITLÀN

Conseguenze storiche

Il 15 ottobre 1522 giunse a Cortès da Carlo V la nomina di Governatore e capitano generale del regno della Nuova Spagna, nucleo del futuro Messico. La personalità di Cortès, tuttavia non era mai stata abbastanza affidabile per la Corona.
Il tempo del conquistador appena cominciato, già volgeva al termine. La Nuova Spagna veniva affidata a notai, missionari, burocrati e ai feroci tempi della conquista, si sostituivano gli ipocriti anni della colonizzazione.

http://www.arsbellica.it/pagine/moderna/Citta_del_messico/citta_del_messico.html

venerdì 15 gennaio 2016

L'ultimo imperatore indigeno del Messico (Guacomosin?), condannato alla graticola dagli Spagnoli e sollecitato a farsi cristiano perché così sarebbe andato in Paradiso, chiese ai frati della inquisizione se in Paradiso andassero anche gli spagnoli: Essendogli stato risposto di sì, disse: e allora non mi farò mai cristiano - per non trovarmi con essi, e si stese eroicamente sulla graticola ardente.

5621. L'ultimo imperatore indigeno del Messico (Guacomosin?), condannato alla graticola dagli Spagnoli e sollecitato a farsi cristiano perché così sarebbe andato in Paradiso, chiese ai frati della inquisizione se in Paradiso andassero anche gli spagnoli: Essendogli stato risposto di sì, disse: e allora non mi farò mai cristiano - per non trovarmi con essi, e si stese eroicamente sulla graticola ardente.
Carlo Dossi - Note azzurre - Gli Adelphi - pag. 944

domenica 17 agosto 2014

Cosa permise ad un pugno di uomini guidati da Hernán Cortés di conquistare un impero avanzato e potente come quello Azteca? Come poté Francisco Pizarro con meno di 200 soldati massacrare migliaia di indios a Cajamarca nell’attuale Perù, nel bel mezzo dell’immenso territorio degli Incas del quale si impossessarono di lì a poco? Come fu possibile che Jimenez de Quesada si addentrasse nelle ignote e pericolose selve dell’attuale Colombia con poche centinaia di spagnoli, sterminando indigeni e stabilendosi nelle loro terre?


L’altro



Cosa permise ad un pugno di uomini guidati da Hernán Cortés di conquistare un impero avanzato e potente come quello Azteca? Come poté Francisco Pizarro con meno di 200 soldati massacrare migliaia di indios a Cajamarca nell’attuale Perù, nel bel mezzo dell’immenso territorio degli Incas del quale si impossessarono di lì a poco? Come fu possibile che Jimenez de Quesada si addentrasse nelle ignote e pericolose selve dell’attuale Colombia con poche centinaia di spagnoli, sterminando indigeni e stabilendosi nelle loro terre?
Certo, gli europei possedevano le armi da fuoco e gli indigeni solo arco e frecce. Sì, gli spagnoli avevano i cavalli, mentre l’animale più grande che esisteva al tempo nelle Americhe era il lama (assai più piccolo). E’ fuori discussione che nella Conquista fu determinante l’impiego dei cani addestrati a spaventare ed azzannare i poveri “americani”. Tuttavia pistole e fucili erano armi all’epoca assai rudimentali, non tutti gli spagnoli montavano a cavallo e non doveva essere impossibile neutralizzare i cani. Inoltre, soprattutto, i rapporti numerici sono impressionanti: gli spagnoli si trovarono spesso ad essere in inferiorità di 100, 1000 o anche 10000 volte, nel bel mezzo territori totalmente sconosciuti, popolati da animali e piante mai viste prima, a migliaia di km dalle loro basi, circondati da popolazioni che presto impararono a considerarli nemici da respingere.
Jimenez de Quesada fonda Bogotá il 6 agosto 1538.
Jimenez de Quesada fonda Bogotá il 6 agosto 1538.
Dovette esserci qualcosa che consentì agli spagnoli di impegnarsi e portare a termine “imprese” all’apparenza così impossibili, qualcosa che essi avevano e su cui contarono forse più di ogni altra arma o strumento tecnologico. E questo qualcosa era nelle loro menti: gli spagnoli non consideravano i loro nemici “uomini”, non pensavano d’avere di fronte loro pari, esseri umani al loro livello. Per gli spagnoli gli indios erano sottouomini, meno “pregiati”  e degni di considerazione dei loro cani o cavalli.
Pochi mesi dopo aver fondato Bogotá, la capitale dell’attuale Colombia, Jimenez de Quesada tornò in Spagna, lasciando in loco 99 uomini, nell’attesa di rinforzi. Il loro compito era presidiare (probabilmente per molti mesi) quello che doveva essere un fazzoletto di terra difeso da improvvisate palizzate di legno, nel bel mezzo di un territorio immenso e sconosciuto popolato da circa un milione di indios furiosi e desiderosi di cacciare gli invasori. Come poterono gli spagnoli non solo mettere in atto, ma anche concepire questo piano? Cosa li convinse che non era una assoluta follia l’idea che 99 uomini potessero resistere all’ignoto e alla furia di migliaia di altri uomini? Qualche rozzo fucile? Poche decine di cavalli? Le loro armature di ferro?
I muiscas sono il popolo che abitava il territorio dell'attuale Colombia dove oggi sorge Bogotá.
I muiscas sono il popolo che abitava il territorio dell’attuale Colombia dove oggi sorge Bogotá.
Sì, certo, tutto questo aiutò. Ma evidentemente ciò che sostenne quell’idea che ci sembra pazza (e che invece poi ebbe effettivamente “successo”) fu qualcos’altro. E fu la “semplice” ed assoluta certezza e convinzione che quei 99 uomini non sarebbero stati circondati da migliaia di altri uomini. Quei 99esseri umani lasciati soli nel mezzo del nulla sapevano che avrebbero dovuto difendersi non da migliaia di altri esseri umani, ma da esseri che essi consideravano profondamente inferiori, privi di un’anima, privi di dignità umana, privi di tutto ciò che poteva renderli uguali a loro. Per quei 99 spagnoli gli indigeni che li circondavano erano qualcosa di non molto dissimile alle zanzare, ai topi o alle vipere per noi oggi, ossia qualcosa di fastidioso e pericoloso, ma da cui siamo certi di poterci difendere. Con tutto il rispetto per zanzare, topi e vipere.
Kenneth Branagh in una scena del film "Conspiracy" sulla Conferenza di Wannsee
Kenneth Branagh in una scena del film “Conspiracy” sulla Conferenza di Wannsee
Come poterono i nazisti catturare e sterminare milioni di ebrei in piena Europa poco più di 50 anni fa? Senza dubbio la meticolosa organizzazione germanica fu determinante. Ma ancor più lo fu la stessa solida convinzione di superiorità che accompagnò gli spagnoli nelle Americhe poco più di 500 anni fa: Auschwitz fu possibile perché chi lo concepì e lo costruì considerava inferiori coloro i quali ci andarono a morire. Gli ebrei non erano persone, gli zingari non erano persone, gli omosessuali non erano persone, ecc. ecc.
Se si leggono i documenti finali della Conferenza di Wannsee del gennaio 1942 quando alti ufficiali nazisti si riunirono per decidere come attuare la “soluzione finale della questione ebraica”, ciò che più colpisce è che, all’apparenza, non c’è nulla che colpisca. Si trattò di “un pura e semplice” incontro organizzativo, il cui obiettivo era risolvere aspetti tecnici e logistici dello sterminio e nel quali gli ebrei erano esplicitamente chiamati “Stücke” (pezzi).
[foto: Finn Beales]
[foto: Finn Beales]
Per questo, ogni volta che intraprendiamo un viaggio, inteso come “escursione fuori dal nostro comodo, rassicurante e conosciuto mondo”,ogni volta che incontriamo “l’altro” e ogni volta che insegniamo le nuove generazioni a fare tutto ciò, è nostro dovere di esseri umani, fare estrema attenzione a tenere lontana questa attitudine mentale che ci spinge a considerarci superiori, migliori e portatori dell’assoluta verità.La diversità ed il confronto con la diversità esistono e sono assai complicati, sarebbe insensato e pericoloso negarlo. La diversità ed il confronto con la diversità richiedono uno sforzo, uno sforzo di umanità e intelligenza che ci permetta di affrontare quest’esperienza traendone ricchezza ed evitando che la “disumana” sicurezza di sentirci superiori si impossessi della nostra mente. Perché la violenza, la prevaricazione, l’oppressione nascono prima di tutto nella nostra mente, sia che si tratti degli incas, dei muiscas, degli ebrei o anche dei nostri vicini di casa…
Buon viaggio, buoni viaggi e…buoni incontri con l’altro!
http://www.lundici.it/2014/08/laltro/

mercoledì 22 gennaio 2014

Aztechi. Città del Messico. Tzompantli, una sorta di intelaiatura in legno usata per l’esposizione pubblica di teschi umani, normalmente quelli di prigionieri di guerra o di vittime sacrificali

I resti di uno tzompantli a Città del Messico

GENNAIO 8, 2014
Il prolungamento della metropolitana di città del Messico ha portato al ritrovamento di numerose sepolture, statue e altri ritrovamenti.
Uno in particolare però ha catturato l’attenzione degli archeologi. Quattro teschi orientati a sud-ovest formavano chiaramente parte di uno tzompantli, una sorta di intelaiatura in legno usata per l’esposizione pubblica di teschi umani, normalmente quelli di prigionieri di guerra o di vittime sacrificali.
(INAH)(INAH)
Uno tzompantli dal manoscritto conosciuto come Codice Ramírez (wikimedia)
Uno tzompantli dal manoscritto conosciuto come Codice Ramírez (wikimedia)
I reperti sono stati datati al tardo periodo post classico (1350-1521 d.C.). Curiosamente, uno dei teschi apparteneva a un canide, qualcosa mai riscontrato prima in relazione a questo tipo di altare. I cani erano spesso associati ai riti funerari dato che erano soliti accompagnare il morto sulla via del mondo ultraterreno. “Sappiamo che durante la conquista venivano posti in queste strutture i teschi dei cavalli, ma non quelli dei cani”, dice l’archeologa María de Jesús Sánchez riferendosi ai resoconti dei conquistadores spagnoli. “Ci mancano informazioni, e forse da qualche parte i cani erano associati a questi santuari e non ne abbiamo trovati. Attualmente ci sono solo due tzompantli conosciuti a città del Messico, a Tlatelolco e al Templo Mayor”.
Uno dei teschi apparteneva una donna tra i 18 e i 22 anni, mentre i maschi avevano uno tra i 25 ai 35 anni e l’altro intorno ai 35. Tutti i teschi avevano un buco nella tempia: da lì sarebbero stati impalati con un bastone di legno, che tuttavia a un certo punto venne rimosso lasciandoli solo come offerte in quell’area.
Il cranio della donna è significativo. I segni di una deformazione cranica indicano che facesse parte di una élite, e i tzompantli venivano utilizzati principalmente per mostrare le teste dei prigionieri come trofei di guerra.

Altri ritrovamenti (INAH)
(INAH)
(INAH)

http://ilfattostorico.com/2014/01/08/i-resti-di-uno-tzompantli-a-citta-del-messico/

mercoledì 15 gennaio 2014

Maya. l tempo O vecchio, lento e celere che chiudi e riapri. dovremo dirti che sei benefico o malvagio? Sei largo insieme e tenace ; ciò che dai poi ritogli; quel che fai nascere uccidi, e quel che dal tuo ventre generi nel tuo ventre divori, tu cui è lecito consumar colle fauci il frutto del tuo seno. Tutto crei e tutto distruggi: dunque non potrei né chiamarti bene e né chiamarti male? Ma quando mi sorprenderai col rapido colpo mortale, colla minacciosa falce, lasciami tender le mani là dove non appar vestigio del nero Caos: così non sembrerai né buono, né malvagio. De la causa principio e Uno




da poco ho appreso che i Maya, che un tempo erano considerati un popolo pacifico, in realtà erano poco meno degli spartani a tendenze belligeranti. In più tra le linee nemiche erano soliti buttare dei "favi" (plurale di favo che non so se esiste ...) di vespe come dissuasori e creatori di caos tra le falangi avversarie. Non male come idea...quasi quasi la mutuo ad uso personale e tiro un favo nella casa di mia suocera 





IL MISTERO DEL TEMPO – COME SCONFIGGERE LA MORTE.

Al tempo
O vecchio, lento e celere che chiudi e riapri.
dovremo dirti che sei benefico o malvagio? 
Sei largo insieme e tenace ; ciò che dai poi ritogli;
quel che fai nascere uccidi, 
e quel che dal tuo ventre generi nel tuo ventre divori,
tu cui è lecito consumar colle fauci il frutto del tuo seno.
Tutto crei e tutto distruggi: 
dunque non potrei né chiamarti bene e né chiamarti male?
Ma quando mi sorprenderai col rapido colpo mortale, 
colla minacciosa falce, lasciami tender le mani 
là dove non appar vestigio del nero Caos: 
così non sembrerai né buono, né malvagio. 
De la causa principio e Uno, (trad. dal latino).

Immagine: Calendario Maya

Elenco blog personale