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martedì 10 ottobre 2017

Racconta Diogene (II,36) che un giorno, mentre Santippe si trovava al piano di sopra, intenta forse a fare le pulizie, scorse dalla finestra il marito, che bel bello se ne tornava con suo comodo a casa. Appena lo vide, lo investì con ogni sorta di rimbrotti e di male parole. Ma poiché il buon uomo non mostrava di curarsene più di tanto, come le fu a tiro gli rovesciò addosso un catino di acqua sporca. E Socrate, imperturbabile: « – Lo sapevo – disse asciugandosi la testa, – che dopo aver ben tuonato, Santippe avrebbe mandato anche la pioggia – ».

Tra Socrate e Santippe non mettere il dito.
Tra filosofia, ironia e fantasia. 
Per dire che il matrimonio non conosce teoremi.

Nietzsche, nella Genealogia della Morale, dice che il filosofo non deve in alcun modo sposarsi e che Socrate ha sposato Santippe proprio per dimostrare, con ironia, ciò che il filosofo non deve fare. Come ogni animale tende istintivamente ad evitare qualsiasi impedimento che gli intralci o gli possa intralciare il cammino verso l’optimum, così anche il filosofo (bête philosophe) ha in orrore il matrimonio come ostacolo e calamità sul suo cammino verso l’optimum. Eraclito, Platone, Cartesio, Spinoza, Leibniz, Kant e Schopenhauer – aggiunge Nietzsche – 
«non si sposarono, e più ancora: non li possiamo pensare sposati».

Per parlare così, probabilmente, Nietzsche deve aver avuto una brutta esperienza con qualche donna. Conoscendolo, deve essergli sfuggita di mano la “volontà di potenza” e si sarà sentito dire da qualche donzella dalla sensibilità nichilista: « – Scusa, ma chi saresti? Un “Superuomo”? No, carino, tu sei “Umano, troppo umano”! – ». In preda ai fumi del rancore e dell’orgoglio, allora, Nietzsche si sarà precipitato a scrivere quelle cose sui filosofi e il matrimonio. Tanto, avrà pensato, ci sarà pure chi non capisce che scrivo per risentimento: quelli che hanno creduto a “Dio é morto”, ad esempio.

Non possiamo pensare i filosofi come uomini sposati? Certo, che possiamo! 
Immaginate una donna dell’antica Grecia, che cerca di indossare una tunica di due o tre taglie fa; stringi di qua, stringi di là, niente da fare: non si allaccia. Mentre dispera, ecco entrare Eraclito, che, guardandola con piglio presocratico, esclama: « – Non ti preoccupare, kóre, perché non puoi entrare due volte nello stesso vestito, come del resto “non puoi entrare due volte nello stesso fiume!” – ». Ah, che uomo, penserebbe la fortunata! E allora, rincuorata: « – Eraclito, perché sei chiamato l’“oscuro”? Con me non sei criptico, hai sempre il “frammento” giusto al momento giusto! – ». Ed Eraclito, in risposta, guardandola con tutto il lógos possibile: « – Sì, kóre, solo tu mi capisci, e “Uno è per me diecimila se è il migliore” – ». Dunque, caro Nietzsche, tu pensi veramente che questa non sarebbe stata una coppia felice “al di là del bene e del male” – anzi, nel bene e nel male?

E che dire di Kant, come potenziale marito? 
Qualsiasi donna, che passi le proprie giornate a raccogliere cose sparse dal marito in casa, ambirebbe di certo ad averne uno come Kant: così abitudinario e metodico che pare i concittadini di Königsberg regolassero gli orologi in base alla sua routine quotidiana. È pur vero che, al primo appuntamento, alla fatidica domanda: « – Di cosa ti occupi, precisamente? – », non deve essere facile proseguire la conversazione, se un uomo rispondesse: « – In questo momento, sto scrivendo La Critica della ragion pura, La Critica della ragion pratica e La Critica del giudizio». Sul momento, una donna penserebbe di non avere di fronte un uomo dal carattere proprio socievole e malleabile, di quelli che sanno trovare sempre il lato bello delle cose. Tuttavia, superata la “fase critica”, Kant certo troverebbe le parole giuste per conquistarla: « –Vedi, cara, “due cose riempiono la mente…il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”; fidati di me, non pensare siano solo “Sogni di un visionario chiariti con i sogni della metafisica” – ». Cavolo, Nietzsche, ci sono donne – sì, sì, ci sono – che resterebbero stese da queste parole! Donne che passerebbero tutta la vita con Kant, anche solo per capire come possano procedere da un uomo simili parole!

Se fin qui abbiamo immaginato, molto si è scritto su Socrate e Santippe. 
A partire dal Simposio di Senofonte, molti autori lavorarono di fantasia su quel superlativo «χαλεποτáτη» fra tutte le donne che furono, che sono e che saranno. «Χαλεποτáτη», che probabilmente voleva significare una donna difficile a contentare e trattare, col passare del tempo individuò Santippe come tipo della moglie insopportabile – il genere di cui parlava Nietzsche, insomma. Un episodio, tra i tanti narrati da Diogene Laerzio (II,5,17), è più di ogni altro legato al nome dell’irascibile Santippe, appellata da Socrate «ginnasio e palestra» della sua pazienza. Racconta Diogene (II,36) che un giorno, mentre Santippe si trovava al piano di sopra, intenta forse a fare le pulizie, scorse dalla finestra il marito, che bel bello se ne tornava con suo comodo a casa. Appena lo vide, lo investì con ogni sorta di rimbrotti e di male parole. Ma poiché il buon uomo non mostrava di curarsene più di tanto, come le fu a tiro gli rovesciò addosso un catino di acqua sporca. E Socrate, imperturbabile: « – Lo sapevo – disse asciugandosi la testa, – che dopo aver ben tuonato, Santippe avrebbe mandato anche la pioggia – ». Se ci fermassimo ai numerosi aneddoti sulla coppia, Santippe sembrerebbe veramente rappresentare la “donna inciampo” di cui parla Nietzsche, ossia quella che impedirebbe al filosofo il cammino verso l’optimum. Ma, per questa volta, proviamo a immaginare come trascorressero le giornate di Santippe.

Sorvoliamo sulla presunta bigamia e su qualche affettuosa amicizia maschile attribuite a Socrate, sorvoliamo sul fatto che non fosse proprio un Adone con le sue «narici larghe, la fronte pelata, le spalle villose e le gambe curve»; però, provate ad immaginare come dovesse essere vivere con un uomo che nei confronti di qualsiasi evento – dai più piccoli ai più grandi – rimanesse del tutto imperturbabile: Santippe «asseriva di aver veduto sempre il marito dello stesso umore, sia quando usciva di casa, sia quando vi faceva ritorno». Mentre la poveretta s’industriava per sopportare tutto il peso dell’economia domestica, e per accudire tre figli – facendo lo sforzo, innanzitutto, di ricordarne i nomi: Lampsaco, Sofonisco e Menesseno; ecco, Socrate, stare tutto il santo giorno a discutere con gli amici per le vie di Atene, nell’agorà, al ginnasio, a casa di questo e di quello. Che poi, diciamo, anche per i concittadini non doveva essere sempre piacevole trovarsi uno tra i piedi che, fissandoti, chiedesse «ti estì» (che cos’è? [ciò di cui parli]). Socrate lo considerava un esordio di “dialettica confutatoria” ma i concittadini lo chiamavano in un altro modo, che è… difficile rendere dal greco ma lo potete intuire. Per di più, come racconta sempre Diogene, non era raro che Santippe vedesse Socrate tornare all’ora di colazione in compagnia d’invitati, naturalmente invitati solo da lui. Una volta, avendo Socrate portato persone di riguardo a pranzo, poiché Santippe si vergognava del poco che avessero a tavola: « – Non t’inquietare – le disse il marito –; se sono frugali, non disprezzeranno la nostra mensa; se invece sono intemperanti, non dobbiamo curarci di loro». In questi momenti, per Santippe, l’unica consolazione era che almeno sulla cucina Socrate non cominciasse a tessere le lodi della madre, la levatrice, della quale parlava di continuo a proposito della benedetta “maieutica”. Per non parlare dell’eventualità in cui i due si trovassero a discutere su qualcosa d’importante per la famiglia, o ci fosse in ballo qualche decisione urgente da prendere: tra il “daìmon mi dice”, il “conosci te stesso” e il “so di non sapere” stavi fresco, ad aspettare che si decidesse a fare qualcosa in tempi decenti! Insomma, tutto questo ci pare più che sufficiente per dire, caro Nietzsche, che Santippe fu tutt’altro che d’inciampo a Socrate «verso il raggiungimento dell’optimum», piuttosto fu impareggiabile nel sollevarlo da molte incombenze quotidiane, e brava nell’assecondare le stravaganze del marito; inoltre, Santippe – ci pare – fu una «palestra e un ginnasio» di pazienza per Socrate almeno quanto lui lo fu per lei. Narra Diogene che, poco prima della morte, mentre Socrate salutava per l’ultima volta i figli e la moglie, Santippe abbia detto al marito: «Tu muori innocente», ed egli abbia ribattuto con affettuosa ironia: «E tu, forse, volevi che morissi disonesto?» (II,35). Tanta tenera complicità può portarci ad una sola conclusione, ossia che quella Santippe amava quel marito, così come quel marito amava quella moglie.

Concludendo, caro Nietzsche, ci pare che i filosofi non siano molto originali e siano compatibili col matrimonio come tutti gli uomini – ad una condizione: se lo fanno accadere, per farlo durare. Nel Simposio, Socrate stesso dice che «Amare è amore di alcune cose» in particolare di «quelle di cui si sente la mancanza» (XXII). L’amore è sentir-si mancare l’uno dell’altro, per sempre. Astenersi nichilisti.

* Le citazioni di Diogene Laerzio, in,Tilde Nardi, Sulle orme di Santippe. 
Da Platone a Panzini, Ed. di Storia e Letteratura, Roma 1958.


Posted on 5 febbraio 2014 by Claudia Mancini 

http://www.laporzione.it/2014/02/05/tweb-14/



giovedì 15 dicembre 2016

"La democrazia non è bella”, parola di Socrate.

“La democrazia non è bella”, parola di Socrate.
Chi disprezza il voto del popolo irragionevole e imprevisto ha una buona compagnia di predecessori. Il primo è il filosofo greco che, proprio con un voto popolare, venne condannato a morte. Preferiva una repubblica di saggi, senza però spiegare dove andare a pescarli.

Non c’è niente di più bello della democrazia, pur con tutti i difetti che presenta. Questa convinzione, nonostante la parola sia antica e la tradizione venga fatta risalire al V secolo a. C., è piuttosto recente. Anzi: è molto recente.

Gli stessi Padri Fondatori americani, negli ultimi decenni del XVIII secolo non amavano parlare di democrazia, quanto di “repubblica”. Lo stesso facevano i loro omologhi francesi qualche anno dopo. La democrazia non piaceva, era troppo vicina al “potere della folla”, che terrorizzava un po’ tutti i legislatori dell’epoca. 
Votano tutti? Per carità, no.

La verità è che questa convinzione non consiste in una distorsione del pensiero originario: come può notare chiunque abbia voglia di leggersi i dialoghi di Socrate scritti da Platone, si noterà – con tutte le complicazioni date dalla sovrapposizione delle idee del discepolo su quelle del maestro – che la democrazia ateniese, che oggi piace a tutti, in realtà non era sempre apprezzata. In particolare dal ceto aristocratico. Socrate frequentava quelle compagnie (Platone ne faceva parte) e, dal suo punto di vista, la democrazia era, nella sostanza, “il governo dei demagoghi”.

Che la folla sia inaffidabile è un concetto che si ripresenta di continuo, una lettura carsica che, lungo le epoche, si sostanzia nella volontà di porre limiti al diritto di voto (che poi votare è solo una parte della democrazia, anche se a livello simbolico la riassume tutta). Anche negli ultimi mesi. Ma tutti costoro avevano un precedente molto illustre: Socrate. Del resto, il filosofo, ne aveva anche motivo: fu con un voto di maggioranza che venne decisa la sua condanna a morte. Naturale che non ne fosse molto contento.

Ma, in ogni caso, continuava a porre il quesito: quando si naviga, ci si affida a marinai esperti o a dilettanti che non hanno mai preso un remo? La risposta è scontata, la domanda è retorica. E allora, perché gli affari dello Stato (all'epoca era la polis) devono essere affidati a persone a caso, senza preparazione, che venivano addirittura sorteggiate?

Un punto che da secoli tormenta i filosofi politici. 
Che fare? Per Platone/Socrate occorre selezionare una classe di persone sagge e razionali in grado di guidare lo Stato. Bene, ma come le si individua? E poi: come si è sicuri che siano razionali sempre? E – come dimostra la neuroscienza – molte decisioni sono inconsce, prese di pancia, secondo preferenze che non seguono la logica. E allora, perché le loro pance sono meglio di quelle degli altri? È un punto che si illustra bene qui:

Certo, ci si dimentica nel video di ricordare un passaggio: i governanti, secondo Socrate/Platone, devono essere pronti a mentire al popolo. Il pericolo sono i demagoghi? Certo. Allora bisogna convincere con una favola – una leggenda, un mito – tutta la popolazione ad accettare l’ordine costituito e non lasciarsi tentare dalle voglie del potere, che poi non sarebbe in grado di esercitare. È la Repubblica ideale, quella dei filosofi. Ma si tratta di un progetto irrealizzabile, in realtà. Perché i saggi veri non esistono. E, a ben guardare, nemmeno le folle vere.

http://www.linkiesta.it/it/article/2016/12/12/la-democrazia-non-e-bella-parola-di-socrate/32606/

giovedì 7 agosto 2014

Platone. La seconda Navigazione. In particolare si pone in primo piano un passo del Fedone , in cui Platone descrive quella che, con un'immagine emblematica, ha chiamato la sua "seconda navigazione" che lo ha portato alla scoperta della vera causa delle cose. La seconda navigazione é una metafora desunta dal linguaggio marinaresco e indica quella navigazione che si intraprende quando cadono i venti e la nave rimane ferma: in tale circostanza si deve por mano ai remi, e in tal modo, con la forza delle braccia, si esce dalla situazione prodotta dall'incombere della bonaccia.


Platone, La seconda Navigazione. 
In ogni grande autore ci sono passi che contengono i cardini del suo pensiero . 
Così avviene anche in Platone , malgrado i limiti da lui imposti alla scrittura . 
In particolare si pone in primo piano un passo del Fedone , in cui Platone descrive quella che, con un'immagine emblematica, ha chiamato la sua "seconda navigazione" che lo ha portato alla scoperta della vera causa delle cose. La seconda navigazione é una metafora desunta dal linguaggio marinaresco e indica quella navigazione che si intraprende quando cadono i venti e la nave rimane ferma: in tale circostanza si deve por mano ai remi, e in tal modo, con la forza delle braccia, si esce dalla situazione prodotta dall'incombere della bonaccia
La "prima navigazione" fatta con le vele al vento corrisponde al tragitto compiuto da Platone sulla scia dei naturalisti e con il loro metodo, che lo ha lasciato in posizione di stallo. La "seconda navigazione", assai più faticosa ed impegnativa, é quella condotta con il nuovo metodo dei ragionamenti che portano al trascendimento della sfera del sensibile e alla conquista del soprasensibile. Questo passo é per molti "una pietra miliare nella storia del pensiero occidentale", in quanto ne segna una svolta decisiva, perchè costituisce "la prima dimostrazione razionale dell'esistenza di un essere oltre quello sensibile, ossia di una realtà soprasensibile e trascendente". 
I problemi più importanti della filosofia (ci dice Platone) risultano strettamente legati al problema della generazione, della corruzione e dell'essere delle cose, e in particolare al problema di fondo del perchè esse nascono, perchè si corrompono, e perchè sono. Ebbene Platone dice, per bocca di Socrate, di essere partito da giovane proprio da questi problemi di fondo e di aver cercato di risolverli sulla scia delle indagini condotte dai filosofi naturalisti. Ma, rimanendo nell'ambito dell'indagine della natura propria di questi filosofi, le risposte a questi problemi risultavano di carattere puramente fisico-naturalistico. La vita deriverebbe dai processi del caldo e del freddo . Il pensiero deriverebbe dal sangue, o dall'aria, o dal fuoco o dal cervello come organo fisico. E in modo analogo si spiegherebbero tutte le altre cose. Ma in realtà questi tipi di spiegazione risultano essere inconsistenti e contradditori e creano difficoltà dalle quali non si può uscire (portano nella posizione di stallo della bonaccia). Fra i filosofi naturalisti, uno poteva sembrare, di primo acchito, in grado di far uscire dalle difficoltà, ossia Anassagora, con la sua dottrina dell' Intelligenza, che dovrebbe essere la vera causa delle cose. Ma a questa affermazione, di per sè eccellente, Anassagora non seppe dare adeguato fondamento. Il metodo di ricerca di carattere naturalistico che egli seguiva, non poteva permetterlo. In effetti, affermare che l'Intelligenza é la causa che ordina e fa essere tutte le cose, significa dire che essa dispone tutte le cose nella migliore maniera possibile. Ma questo implica che l'Intelligenza e il Bene siano connessi in modo strutturale e che la prima si possa ben comprendere solamente in relazione con il secondo. In particolare Anassagora sostenendo la tesi dell'Intelligenza come causa delle cose, avrebbe dovuto spiegare il criterio del meglio in funzione del quale essa opera, con tutto ciò che da questo consegue. Insomma, avrebbe dovuto spiegare come tutti i fenomeni siano strutturati in funzione del meglio, e quindi presupponendo una precisa conoscenza del meglio e del peggio, ossia del Bene e del Male. Ma Anassagora non ha saputo far questo, e non ha collegato l'Intelligenza con il meglio, ossia con il Bene e ha continuato ad assegnare agli elementi fisici un ruolo di causa determinante. Mentre gli elementi fisici sono solo "una causa ausiliare , non la vera causa". E per far ben capire questo suo pensiero, Platone mette in bocca a Socrate un esempio esplicativo divenuto assai noto. Se vogliamo spiegare la vera causa per cui Socrate é venuto in carcere e vi é rimasto, noi non possiamo riferirci a cause fisiche, come ad esempio i suoi organi di locomozione, le sue ossa, i suoi nervi e così via. Dobbiamo invece ricorrere alla scelta da lui fatta con l'Intelligenza del giusto e del meglio. E' evidente che , se non avesse gli organi fisici del suo corpo, Socrate non potrebbe fare le cose che vuole fare; ma egli non agisce a causa di questi organi, ma solo mediante questi organi, in funzione di una causa superiore. La vera causa, ossia la causa reale, é appunto l'Intelligenza di Socrate, che opera in funzione del meglio. Dunque per legare e tenere insieme le cose, occorre guadagnare quel meglio, ossia quel Bene in funzione del quale opera l'Intelligenza, il quale sta al di là del fisico e del sensibile; occorre quindi guadagnare il piano dell'essere intellegibile, o, come si dirà con un termine posteriore, l'essere metafisico. Bisognerà insomma superare il metodo fondato sulle sensazioni e guadagnare il metodo fondato sui "logoi", e mediante esso cercare di cogliere la verità delle cose. E la verità delle cose sta appunto nelle realtà intellegibili, che Platone ha chiamato Idee, pure forme, eterni modelli delle cose, rispetto alle quali le cose sensibili sono un mezzo o strumento di realizzazione, non quindi l'essenza delle cose, ma ciò mediante cui l'essenza si realizza nella sfera del sensibile. Platone fa esempi molto chiari. Se vogliamo spiegare le cose belle, noi non possiamo fare riferimento agli elementi fisici da cui sono costituite, come ad esempio il materiale di cui sono fatte, il colore, la figura fisica e simili; dobbiamo invece ricorrere all'idea del bello, ossia la bellezza in sè .

http://www.filosofico.net/navigaz.html





Friedrich Nietzsche, La nascita della tragedia. SOCRATE CORRUTTORE. Nietzsche vede in Socrate il nemico dell’istinto, del dionisiaco, colui che si oppone alla natura stessa dell’uomo greco, che invece noi tanto ammiriamo.

“[...] forte è l'avversione di Nietzsche nei confronti di Platone, che egli considera autore di una concezione del mondo fondata sull'idealità metafisica e sul disprezzo nei confronti della realtà tangibile. Da Platone egli ritiene esser nata quella continuità ideologica che lega Parmenide a Platone e poi Plotino, il cristianesimo (definito "platonismo per il popolo") fino all'idealismo tedesco dell'Ottocento […]

Contro Socrate, Platone e il Cristianesimo
Secondo Nietzsche la decadenza è il rifiuto dell'amore per la vita e della creatività, della spontaneità del vivere naturale e nello stesso tempo "tragico", dunque dello spirito dionisiaco. Per lui colui che per primo ha condizionato negativamente la civiltà occidentale verso questo annullamento della vita è stato Socrate: l'errore di Socrate è di aver sostituito alla vita il pensare alla vita e la conseguenza di ciò è il non-vivere. Socrate ritiene che la ragione sia l'essenza dell'uomo e che le passioni, residuo di animalità, possano e debbano essere dominate. Per Socrate una vita fondata sulla ragione è una vita felice, mentre una vita dominata dalle passioni è destinata a dolorosi conflitti e turbamenti. Anche Platone ha indirizzato la vita verso un mondo astratto e irreale, e in questo processo di decadenza si inserisce poi il Cristianesimo. Quest'ultimo ha prodotto un modello di uomo malato e represso, in preda a continui sensi di colpa che avvelenano la sua esistenza, dettati dal motto cristiano del continuo pentimento e della richiesta implorata di salvezza e perdono. Perciò l'uomo cristiano, al di là della propria maschera di serenità, è psichicamente tormentato, nasconde dentro di sé un'aggressività rabbiosa contro la vita ed è animato da risentimento contro il prossimo. Nietzsche crea in questo periodo le metafore del guerriero e del sacerdote: il primo rappresenta il manifestarsi della volontà di potenza, il secondo invece, timoroso dei propri mezzi, costituisce il "sottomesso" che a una morale dei forti, antepone una morale dei deboli, facilmente accessibile, che costituisce la negazione vera e propria dell'incondizionata gioia di vivere.
Più che con la figura di Gesù (verso cui manifesta simpatia, considerandolo un "santo anarchico, sia pure un po' idiota"), Nietzsche è polemico contro il Cristianesimo, in quanto religione dei «poveri di spirito», fondata sul risentimento e sulla cattiva coscienza.“


http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:Odubs017vgIJ:it.wikipedia.org/wiki/Friedrich_Nietzsche+seconda+navigazione+%22platone%22+%22nietzsche%22+tragedia&cd=2&hl=it&ct=clnk&gl=it



« Socrate è la svolta decisiva della storia universale »
(Nietzsche, Il crepuscolo degli idoli)
Friedrich Wilhelm Nietzsche considera Socrate come un caso di eccesso di razionalità causato dai suoi istinti disordinati. Secondo Nietzsche, Socrate per contrastare i suoi violenti eccessi interiori aveva bisogno di ricorrere alla ragione per non farsi sovrastare completamente. Questa repressione degli istinti fa di lui un fanatico sostenitore della morale tanto che in lui «tutto (...) è esagerato, cialtronesco, caricaturale; [e dove] tutto è, nello stesso tempo, pieno di nascondimenti, di retropensieri, di sotterfugi» (Nietzsche, Il crepuscolo degli idoli). Distruggendo la tragedia, Euripide così come Platone inaugurano per Nietzsche la nuova era del nichilismo dove l'uomo si distingue non più per l'affermazione di sé ma per la "giustificazione di sé". È questo il significato della sofistica di cui Socrate è il migliore maestro e servendosi di quella dottrina Socrate manda in rovina lo spirito originario greco.

L'oracolo di Delfi annunciava che Socrate era il più sapiente ma quella sua sapienza è la ricerca del Sommo Bene attraverso il buon senso e il sapere, una sapienza razionale che si oppone alla saggezza istintiva dei Greci (che era un moto istintivo creativo, ottenuto con un entusiasmo debordante, raggiunto attraverso l'intuizione del grande, del sublime e del nobile). Ed è questa la sapienza che Socrate condanna denunciandone l'incapacità dei «piccoli signori della città» (gli artisti e i politici) di descrivere la loro creazione. Socrate è uno spirito debole incapace di creazione che demolisce la Grecia e annuncia l'avvio di una nuova cultura, che è quella della morale platonica che si basa tutta sulla razionalità. È questo d'altra parte il senso del δαιμων che ha unicamente il compito di trattenere Socrate dai suoi eccessi istintivi, è il simbolo di una inversione di significati per cui l'istinto è restrittivo e la morale invece creatrice.

Socrate non è dunque altro che un sofista, egli è il peggiore dei sofisti che s'impegna a demolire i suoi interlocutori, egli s'ingrandisce rimpicciolendo l'altro: egli rappresenta bene lo spirito di risentimento, d'invidia del debole (che Nietzsche collega alla sua bruttezza). Invece di affermare il senso tragico dell'esistenza egli tenta di controllarlo e giustificarlo con una morale del sapere dove il cattivo non è altro che un ignorante. Egli compie un salto mortale nel dramma borghese dove l'individuo non fa altro che cercare giustificazioni del suo comportamento invece di accettare il suo destino tragico. Socrate è un pessimista nichilista che umilia il valore della vita, la sua vigliaccheria nasce dalla negazione della volontà di potenza.

Nietzsche si spinge ancora oltre quando afferma che quel Sommo Bene che Platone esalta, Socrate considera sia quello di non essere mai nato. Poiché egli vede la vita come una malattia, per questo egli dice nell'ora della sua condanna di dovere «un gallo a Asclepio», che è infatti il dio della guarigione e quindi Socrate gli deve un sacrificio perché il dio l'ha liberato, l'ha guarito dal male della vita dandogli la morte. «È Socrate che volle morire: non fu Atene, fu lui stesso che si diede la cicuta, egli costrinse Atene a dargliela» (Nietzsche, Il crepuscolo degli idoli)
http://it.wikipedia.org/wiki/Pensiero_di_Socrate_(interpretazioni)


NIETZSCHE, SOCRATE CORRUTTORE
Nietzsche vede in Socrate il nemico dell’istinto, del dionisiaco, colui che si oppone alla natura stessa dell’uomo greco, che invece noi tanto ammiriamo.

Friedrich Nietzsche, La nascita della tragedia

Che Socrate avesse uno stretto legame di tendenza con Euripide, non sfuggí all’antichità in quel tempo; e l’espressione piú eloquente di questo fiuto felice è quella leggenda circolante ad Atene, secondo cui Socrate usava aiutare Euripide a poetare. Dai partigiani del “buon tempo antico” i due nomi venivano pronunciati assieme, quando si trattava di enumerare i presunti corruttori del popolo: dal loro influsso seguiva che l’antica e quadrata valentia di corpo e di animo, degna di Maratona, fosse sempre piú sacrificata a un dubbio razionalismo, nel progressivo intristimento delle forze fisiche e spirituali. In questo tono, mezzo di sdegno e mezzo di disprezzo, la commedia aristofanesca suole parlare di quegli uomini, con terrore dei moderni, che rinunciano volentieri a Euripide, ma non smettono mai di meravigliarsi del fatto che Socrate appaia in Aristofane come il primo e supremo sofista, come lo specchio e il compendio di tutte le aspirazioni sofistiche. Contro di ciò rimane un’unica consolazione, quella di mettere alla berlina Aristofane stesso come un licenzioso e bugiardo Alcibiade della poesia. Senza prendere a questo punto la difesa dei profondi istinti di Aristofane contro tali attacchi, proseguo a dimostrare in base al sentimento antico, la stretta connessione fra Socrate ed Euripide; in questo senso è da ricordare specialmente che Socrate, come avversario dell’arte tragica, si asteneva dal frequentare la tragedia, mettendosi fra gli spettatori soltanto quando veniva rappresentato un nuovo dramma di Euripide. Famosissimo è comunque l’accostamento dei due nomi nel responso dell’oracolo delfico, che indicava Socrate come il piú saggio fra gli uomini, ma pronunciava insieme il giudizio che a Euripide spettava il secondo premio nella gara della saggezza.
Come terzo in questa graduatoria era nominato Sofocle; proprio lui, che poté vantarsi nei confronti di Eschilo di fare il giusto, e di farlo perché sapeva che cosa fosse il giusto. Evidentemente è proprio il grado di chiarezza di questo sapere ciò che distingue in comune quei tre uomini come i tre “sapienti” del loro tempo.
Ma la parola piú acuta per quella nuova e inaudita stima del sapere e dell’intelligenza la pronunciò Socrate, quando trovò di essere l’unico che ammettesse di non saper niente; mentre, nelle sue peregrinazioni critiche per Atene, egli incontrava dappertutto, parlando con i maggiori statisti, oratori, poeti e artisti, la presunzione del sapere. Vide con stupore che tutte quelle celebrità non avevano un’idea giusta e sicura neanche della loro professione, e che la esercitavano solo per istinto. “Solo per istinto: con questa espressione tocchiamo il cuore e il centro della tendenza socratica. Con essa il socratismo condanna tanto l’arte vigente quanto l’etica vigente: dovunque esso volga i suoi sguardi indagatori, vede la mancanza di intelligenza e la potenza dell’illusione, e da questa mancanza deduce l’intima assurdità e riprovevolezza di quanto esiste nel presente. Partendo da questo punto, Socrate credette di dover correggere l’esistenza: egli, come individuo isolato, entra con aria di sprezzo e di superiorità, quale precursore di una cultura, di un’arte e di una morale di tutt’altra specie, in un mondo dove ascriveremmo a nostra massima fortuna il riuscire a coglierne con venerazione un frammento.
È questa l’enorme perplessità che ci prende ogni volta di fronte a Socrate, e che ogni volta ci sprona a riconoscere il senso e il fine di questa problematicissima apparizione dell’antichità. Chi è costui, che osa da solo negare la natura greca, quella che attraverso Omero, Pindaro ed Eschilo, attraverso Fidia, attraverso Pericle, attraverso la Pizia e Dioniso, attraverso l’abisso piú profondo e la cima piú alta è sicura della nostra stupefatta adorazione? Quale forza demonica è questa, che può ardire di rovesciare nella polvere un tale filo incantato? Quale semidio è questo, a cui il coro degli spiriti dei piú nobili fra gli uomini deve gridare: “Ahi! Ahi! Tu lo hai distrutto, il bel mondo, con polso possente; esso precipita, esso rovina!”.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 976, vol. XXV, pagg. 77-78

http://www.filosofico.net/Antologia_file/AntologiaN/NIETZSCHE_%20SOCRATE%20CORRUTTORE.htm

venerdì 13 giugno 2014

Canetti - Socrate. “Ciò che più mi ripugna dei filosofi è il processo di evacuazione del loro pensiero. Quanto più frequentemente e abilmente usano i loro termini fondamentali, tanto meno rimane del mondo intorno a loro. Sono come barbari in un nobile e vasto palazzo pieno di opere meravigliose. Se ne stanno là, in maniche di camicia e gettano tutto dalla finestra, metodici e irremovibili: poltrone, quadri, piatti, animali, bambini finchè non rimane altro che stanza vuote. Talvolta, alla fine, vengono scaraventate fuori anche le porte e le finestre. Rimane la casa nuda e si immaginano che queste devastazioni abbiano portato un miglioramento”.








Pillole di filosofia: lo schizofrenico che faceva troppe domande

Atene, giugno 410 a.C.. E’ sera, ma il sole rimbalza sulle case bianche e sulle strade lastricate ancora roventi. In fondo ai gradini che state scendendo c’è un uomo, basso e tarchiato, bruttino, con il naso a patata e un odore non propriamente piacevole. Il suo aspetto è trasandato ma i suoi occhi brillano. Lo potreste definire un bizzarro barbone graziato da una qualche luce carismatica.
Quest’uomo pone domande, incessantemente, continuamente. Sembra una macchinetta inceppata che ripete sempre all’infinito “Che cos’è?”. I più lo squadrano infastiditi e lo scacciano come si fa con un insetto. Con un tafano, per la precisione. L’uomo che sta per diventare il padre del pensiero razionalista occidentale e il primo grande martire della filosofia è un attempato e strambo signore che passa il suo tempo ciondolando al mercato e facendo ai passanti domande imbarazzanti. Tutto qui.
Socrate (470 a.C./469 a.C. – 399 a.C.)
Socrate (470 a.C./469 a.C. – 399 a.C.)
Beh, più o meno. Prima di tutto c’è da dire che queste domande erano veramente acute e perfettamente, paradigmaticamente, filosoficheLe domande di Socrate atomizzavano il pensiero. Analiticamente sminuzzava le frasi per ridurle in primitive particelle linguistiche e poter così, procedendo come un riduzionista ante litteram, smascherare le false verità. Non crearne di nuove, sia ben chiaro. Sin dai suoi albori la filosofia si mostra come la scienza che non può e non vuole sviscerare nuovi elementi dalla realtà ma come la disciplina preposta a sbugiardare in pubblica piazza, e spesso in modo poco cortese, le fallacie logiche, i pregiudizi dogmatici e le illusioni mendaci.
E’ questo suo lavoro puramente in negativo che la renderà spesso malvista, maltrattata e malmenata e che farà dire al poeta Bulgaro Canetti circa 2400 anni dopo “Ciò che più mi ripugna dei filosofi è il processo di evacuazione del loro pensiero. Quanto più frequentemente e abilmente usano i loro termini fondamentali, tanto meno rimane del mondo intorno a loro. Sono come barbari in un nobile e vasto palazzo pieno di opere meravigliose. Se ne stanno là, in maniche di camicia e gettano tutto dalla finestra, metodici e irremovibili: poltrone, quadri, piatti, animali, bambini finchè non rimane altro che stanza vuote. Talvolta, alla fine, vengono scaraventate fuori anche le porte e le finestre. Rimane la casa nuda e si immaginano che queste devastazioni abbiano portato un miglioramento”.
Vicoli ciechi, assurdi logici e autocontraddizioni. Finire nel vortice delle domande di Socrate doveva essere un’esperienza poco piacevole e decisamente sconfortante. Il filosofo sentiva che la sua vocazione era quella di svelare i limiti di tutto quelle che le persone davano per scontato e mettere in discussione le fondamenta stesse delle credenze su cui avevano basato la loro vita. Non si sarebbe fermato finché il malcapitato non avesse ammesso in realtà di non sapere un bel niente. Quest’idea di Socrate è più che opinabile, in molti hanno sostenuto che nell’ottica di una vita serena e felice abbiamo bisogno di una corazza di illusioni e di certezze più o meno auto costruite. Ma il filosofo era convinto che fosse molto meglio non sapere nulla piuttosto che continuare a credere di sapere qualcosa che in realtà si ignora. La vita, sosteneva, vale la pena di essere vissuta solo se si pensa a ciò che si sta facendo.
Oggi Socrate sarebbe stato probabilmente diagnosticato come schizofrenico, se non altro per la sua convinzione di convivere con un dàimon, un demone interiore che stimolava la sua ragione e lo dissuadeva dal prendere decisioni sbagliate. Ma anche ai suoi tempi non se la passava troppo bene e in molti lo ritenevano un vero e proprio problema di ordine pubblico. Testimoniando e predicando l’uso della ragione senza riserve, Socrate induceva le menti dei giovani ateniesi a mettere in dubbio lo stato politico attuale e soprattutto la religione tradizionale con tutto lo schema comportamentale e morale che essa implicava.
"Morte di Socrate" di Jacques-Louis David
“Morte di Socrate” di Jacques-Louis David
Nel 399 a.C., quando aveva ormai settant’anni, un cittadino di nome Mileto lo denunciò, accusandolo di empietà e corruzione dei giovani. Il primo filosofo morì come era vissuto. Coerentemente con la sua figura di personaggio scomodo, non tentò neanche di difendersi o di accattivarsi la giuria che doveva deliberare sulla sua condanna. Indorare e deformare i fatti era proprio dei sofisti, i retori persuasori bistrattatori della verità, non certo di Socrate che accettò di bere la cicuta e andò serenamente incontro alla morte.
A questo personaggio a dir poco pittoresco, che preferì morire piuttosto che smettere di pensare alla vera natura delle cose, dobbiamo moltissimo. Non ha debellato malattie, non ha inventato niente di direttamente utile, non ha scritto poesie meravigliose, eppure possiamo dire che ha fatto molto di più. Ha spronato gli uomini del suo tempo e tutti quelli che sono venuti dopo a conoscere a non fermarsi all’apparenza delle cose e a diffidare delle facili soluzioni. A non accettare questo labirinto intricato del mondo come un dato di fatto ma a avventurarcisi senza pregiudizi o illusioni, sempre accompagnati dall’uso spregiudicato della razionalità. In una parola, ci ha insegnato la Filosofia. Ed è da quella che, poi, scende tutto il resto.

mercoledì 2 ottobre 2013

Christopher Hitchens. Socrate. La ricerca filosofica comincia là dove finisce la religione, proprio come, per similitudine, la chimica e l’astronomia iniziano quando vengono meno l’alchimia e l’astrologia




Christopher Hitchens. Socrate. Filosofia e religione.
“La collisione fra le nostre facoltà razionali e la fede organizzata, per quanto dovesse già essersi verificata nell’intimo di molti, ha la sua probabile scena originaria nel processo di Socrate del 399 a.C. non ha alcuna importanza, a mio parere, che neppure si sappia con certezza se Socrate sia esistito davvero. Le testimonianza circa la sua vita e le sue parole sono di seconda mano, quasi (ma non esattamente) come i libri della Bibbia ebraica e cristiana e i hadith dell’islam. La filosofia, in ogni caso, non ha bisogno di tali prove, dato che il suo terreno non è quello della sapienza «rivelata». Tuttavia, qualche plausibile elemento della vita di Socrate lo conosciamo (era un soldato coraggioso che può ricordare nell’aspetto Švejk; aveva una moglie megera; era afflitto da attacchi di catalessi) e tanto basta. Dalle parole di Platone, il quale se non altro fu un testimone oculare, sappiamo che in un periodo di paranoia e tirannia ad Atene Socrate venne accusato di empietà, con la pena che ne conseguiva. Come emerge dalle nobili parole dell’<Apologia>, egli non cercò di salvarsi la vita dichiarando cose in cui non credeva, come faranno piú tardi altri uomini di fronte all’Inquisizione. Sebbene non fosse un ateo in senso stretto, lo si reputava piuttosto appropriatamente un folle per la sua vocazione al libero pensiero e perché non accettava limiti alla ricerca rifiutando ogni dogma. Egli affermava che tutto ciò che «sapeva» era l’ampiezza della sua ignoranza (e questo, per me, è tuttora il crisma di una persona istruita). Secondo Platone, il grande ateniese amava osservare riti e consuetudini della città, affermava che era stato l’oracolo di Delfi a ordinargli di diventare filosofo, e sul letto di morte, condannato a bere la cicuta, parlò di una possibile vita nell’aldilà, nella quale coloro che si erano disfatti del mondo attraverso l’esercizio della mente potevano continuare a condurre una vita puramente intellettuale. Ma anche in quel momento egli non mancò di distinguersi aggiungendo che poteva non essere cosí. La questione, come sempre, merita di essere indagata. La ricerca filosofica comincia là dove finisce la religione, proprio come, per similitudine, la chimica e l’astronomia iniziano quando vengono meno l’alchimia e l’astrologia.”

CHRISTOPHER HITCHENS (1949 – 2011), “Dio non è grande. Come la religione avvelena ogni cosa”, trad. di Mario Marchetti, Einaudi, Torino 2007, Capitolo diciottesimo ‘Una tradizione piú bella: la resistenza della razionalità’, pp. 244 – 245.



“ The original collision between our reasoning faculties and any form of organized faith, though it must have occurred before in the minds of many, is probably exemplified in the trial of Socrates in 399 BC. It does not matter at all to me that we have no absolute certainty that Socrates even existed. The records of his life and his words are secondhand, almost but not quite as much as are the books of the Jewish and Christian Bible and the hadiths of Islam. Philosophy, however, has no need of such demonstrations, because it does not deal in «revealed» wisdom. As it happens, we have some plausible accounts of the life in question (a stoic soldier somewhat resembling Schweik in appearance; a shrewish wife; a tendency to attacks of catalepsy), and these will do. On the word of Plato, who was perhaps an eyewitness, we may accept that during a time of paranoia and tyranny in Athens, Socrates was indicted for godlessness and knew his life to be forfeit.
 The noble words of the Apology also make it plain that he did not care to save himself by affirming, like a later man faced with an inquisition, anything that he did not believe. Even though he was not in fact an atheist, he was quite correctly considered unsound for his advocacy of free thought and unrestricted inquiry, and his refusal to give assent to any dogma. All he really «knew,» he said, was the extent of his own ignorance. (This to me is still the definition of an educated person.) According to Plato, this great Athenian was quite content to observe the customary rites of the city, testified that the Delphic oracle had instructed him to become a philosopher, and on his deathbed, condemned to swallow the hemlock, spoke of a possible afterlife in which those who had thrown off the world by mental exercise might yet continue to lead an existence of pure mind. But even then, he remembered as always to qualify himself by adding that this might well not be the case. The question, as always, was worth pursuing. Philosophy begins where religion ends, just as by analogy chemistry begins where alchemy runs out, and astronomy takes the place of astrology.”
CHRISTOPHER HITCHENS, “God is not Great. How Religion Poisons Everything”, Twelve, New York 2007, Chapter Eighteen ‘A Finer Tradition: The Resistance of the Rational’, pp. 255 – 256.

sabato 17 agosto 2013

Schiller. Quanto più già si sa, tanto più bisogna ancora imparare. Con il sapere cresce nello stesso grado il non sapere, o meglio il sapere di non sapere.


Quanto più già si sa, tanto più bisogna ancora imparare.
Con il sapere cresce nello stesso grado il non sapere, o meglio il sapere di non sapere.
Friedrich Schiller




Quando sai di sapere di non sapere più del necessario, è giunto il momento in cui non devi sapere più nulla, perchè il sapere della coscienza è una forza che si espande tanto piú che la coscienza sa di sapere quanto basta.

mercoledì 26 giugno 2013

Conosci te stesso (γνώθι σαυτόν) e Nulla di troppo (μηδὲν ἄγαν). "Uomo, conosci te stesso, e conoscerai l'universo e gli Dei”.

Apollo strizzò gli occhi alla luce del sole e con calma, con i muscoli tesi, flesse il suo arco. 
Scagliò le frecce una dopo l'altra fino a quando fu versato il sangue di Pitone e la vita di questi svanì nell’aria. Il drago Pitone, il fedele custode del terreno sacro a Gea, aveva sorvegliato la collina per centinaia di anni fino all’incontro con Apollo. Il dio nonostante la sua natura serena, o forse proprio grazie a questa, trionfò nell’epico scontro e, con la sua vittoria, conseguì il diritto di eleggere come suo santuario i dolci pendii di Delfi


Conosci te stesso (γνώθι σαυτόν) e Nulla di troppo (μηδν γαν).
"Uomo, conosci te stesso, e conoscerai l'universo e gli Dei”.

Non desiderare mai nulla di troppo
Pittaco

Ti avverto, chiunque tu sia.
Oh tu che desideri sondare gli Arcani della Natura,
se non riuscirai a trovare dentro te stesso
ciò che cerchi
non potrai trovarlo nemmeno fuori.
Se ignori le meraviglie della tua casa,
come pretendi di trovare altre meraviglie?
In te si trova occulto
il Tesoro degli Dei.
Oh! Uomo conosci te stesso e
Conoscerai l’Universo e gli Dei.
Oracolo di Delfi


Dì un po’: com’è che tu misuri il cosmo e i limiti della terra,
tu che porti un piccolo corpo formato da poca terra?
Misura prima te stesso e conosci te stesso,
e poi calcolerai l’infinita estensione della terra.
Se non riesci a calcolare il poco fango del tuo corpo,
come puoi conoscere la misura dell’incommensurabile?
Antologia Palatina, XI 349


“Perciò è detto che se conosci gli altri e te stesso, non sarai in pericolo anche in centinaia di battaglie; se non conosci gli altri ma conosci te stesso, ne vincerai una e perderai l’altra; se non conosci gli altri né te stesso, ogni battaglia ti sarà letale”.
Sun Tzu, L'arte della guerra 


Se abbiamo abbattuto le loro statue, se li abbiamo scacciati dai loro templi, non per questo gli Dei sono morti.
Constantinos Kavafis







Sull'Oracolo di Delfi e tutto ciò che vi ruota intorno si può leggere, con tutta la sua originalità, l'articolo "Conosci te stesso" di Rene' Guenon pubblicato in Il demiurgo e altri saggi per la casa editrice Adelphi.




Apollo del Belvedere. 
Copia romana di un originale in bronzo del IV sec. a.C. 
(Musei Vaticani)






venerdì 4 gennaio 2013

Friedrich Schiller. Quanto più già si sa, tanto più bisogna ancora imparare. Con il sapere cresce nello stesso grado il non sapere, o meglio il sapere di non sapere.




Quanto più già si sa, tanto più bisogna ancora imparare. 
Con il sapere cresce nello stesso grado il non sapere, o meglio il sapere di non sapere.
Friedrich Schiller

ciascuno porta nel suo cuore ciò che è. Chi non ha trovato niente di buono in passato, non troverà niente di buono neanche qui. Al contrario, colui che aveva degli amici leali nell'altra città, troverà anche qui degli amici leali e fedeli. Perchè, vedi, ogni essere umano è portato a vedere negli altri quello che è nel suo cuore. Nella vita si trova sempre ciò che si aspetta di trovare...




C'era una volta un vecchio saggio seduto ai bordi di un'oasi all'entrata di una città del Medio Oriente. 
Un giovane si avvicinò e gli domandò: 
"Non sono mai venuto da queste parti. Come sono gli abitanti di questa città? "L'uomo rispose a sua volta con una domanda: "Come erano gli abitanti della città da cui venivi?" "Egoisti e cattivi. Per questo sono stato contento di partire di là". "Così sono gli abitanti di questa città!", gli rispose il vecchio saggio.
Poco dopo, un altro giovane si avvicinò all'uomo e gli pose la stessa domanda: 
"Sono appena arrivato in questo paese. Come sono gli abitanti di questa città?" L'uomo rispose di nuovo con la stessa domanda:"Com'erano gli abitanti della città da cui vieni?" "Erano buoni, generosi, ospitali, onesti. Avevo tanti amici e ho fatto molta fatica a lasciarli!" "Anche gli abitanti di questa città sono

così!", rispose il vecchio saggio. 
Un mercante che aveva portato i suoi cammelli all'abbeveraggio aveva udito le conversazioni e quando il secondo giovane si allontanò si rivolse al vecchio in tono di rimprovero: 
"Come puoi dare due risposte completamente differenti alla stessa domanda posta da due persone?
"Figlio mio", rispose il saggio, "ciascuno porta nel suo cuore ciò che è. Chi non ha trovato niente di buono in passato, non troverà niente di buono neanche qui. Al contrario, colui che aveva degli amici leali nell'altra città, troverà anche qui degli amici leali e fedeli. Perchè, vedi, ogni essere umano è portato a vedere negli altri quello che è nel suo cuore. Nella vita si trova sempre ciò che si aspetta di trovare...
(dal web)




venerdì 31 agosto 2012

Socrate. L’insegnante mediocre racconta. Il bravo insegnante spiega. L’insegnante eccellente dimostra. Il maestro ispira

Accade invece che, quando ci si trovi in disaccordo su qualche punto, e quando l'uno non riconosca che l'altro parli bene e con chiarezza, ci si infuria, e ciascuno pensa che l'altro parli per invidia nei propri confronti, facendo a gara per avere la meglio e rinunciando alla ricerca sull'argomento proposto nella discussione.
Socrate


« Queste ridicole e terribili "ultime parole" significano per chi ha orecchie:
«O Critone, la vita è una malattia!»
Socrate


Ero veramente un uomo troppo onesto per vivere ed essere un politico
Socrate

È opportuno che il malvagio venga punito,
quanto lo è che il medico curi l'ammalato:
ogni castigo, infatti, è una sorta di medicina.
Socrate

Alfonso Laganà:
Omne bonum ex virtute oritur




A questo punto, Ateniesi, non parlo tanto per me, come si potrebbe pensare, quanto per voi, che votando contro di me non commettiate un errore rispetto al dono del dio. Perché nel caso che mi uccidiate e non troverete facilmente un altro come me, davvero appiccicato dal dio alla città come a un imponente cavallo di razza, che è però per la sua mole un po pigro e bisognoso di essere stuzzicato da un qualche tafano: così, mi pare, il dio mi ha attaccato alla città con la funzione di svegliarvi, persuadervi, e rimproverarvi uno per uno, intrufolandomi dovunque incessantemente per tutto il giorno.
Socrate



Non dalla ricchezza nasce la virtù,
ma che dalla virtù deriva, piuttosto,
ogni ricchezza e ogni bene,
per l'individuo come per gli stati.
Socrate


L’insegnante mediocre racconta.
Il bravo insegnante spiega.
L’insegnante eccellente dimostra.
Il maestro ispira.
Socrate ‎


Socrate - “Io ho questo unico, straordinario bene che mi salva:
non mi vergogno, infatti, di imparare, ma faccio domande e sono molto grato a chi mi dà risposta.”
― Platone, “Ippia minore”
Diotti Giuseppe, 'Morte di Socrate', 1806


Maieutica, dal greco maia ("madre, levatrice") e téchne ("tecnica"); "arte della levatrice".
In Socrate, la tecnica per cui, attraverso il dialogo, le verità sedimentate nella coscienza vengono portate alla luce


Rosaria Claps:
Attraverso la maieutica di Socrate, ossia l'arte di partorire, di mettere alla luce ciò che l'uomo ha dentro, si raggiungerà l'equilibrio tra spirito e corpo.




Voi siete forse infastiditi con me come chi stia per assopirsi se uno lo sveglia e tirate colpi.
E così mi condannerete a morte tranquillamente, e poi, tutto il resto della vostra vita,
seguirete a dormire, se il dio non si curi di voi mandandovi qualchedun altro in vece mia.”
“Apologia di Socrate”, 32 D

É giunto ormai il tempo di andare, o giudici, io per morire, voi per continuare a vivere.
Chi di noi vada verso un destino migliore è oscuro a tutti, tranne che al dio

Socrate
«C'è dentro di me non so che spirito divino e demoniaco; quello appunto di cui anche Meleto, scherzandoci sopra, scrisse nell'atto di accusa. Ed è come una voce che  io ho dentro sin da fanciullo; la quale, ogni volta che mi si fa sentire, sempre mi dissuade da qualcosa che sto per compiere, e non mi fa mai proposte.»
Apologia di Socrate, 31 d


Datemi bellezza nell'anima interna; fate che l'uomo sia uguale dentro e fuori.
Socrate

Solo gli imbecilli non hanno dubbi."
"Ne sei sicuro?" "Non ho alcun dubbio!"
Socrate

Socrate, So di non sapere (Platone, Apologia)
Siamo di fronte ad una delle tesi piú famose di tutta la storia della filosofia: quella della “docta ignorantia”, che Socrate espone in un momento drammatico della sua vita, durante il processo che si concluderà con la sua condanna a morte. L’equilibrio fra una grande fiducia nella ragione e la profonda consapevolezza della propria ignoranza è uno dei doni piú preziosi che il filosofo Socrate ha lasciato in eredità ai posteri, fino ai nostri giorni.
Platone, Apologia, 20 e-23 c

C'è un solo bene: il sapere. E un solo male: l'ignoranza.
Socrate

È sapiente solo chi sa di non sapere, non chi s'illude di sapere e ignora così perfino la sua stessa ignoranza.
Socrate

Beh, io sono sicuramente più saggio di quest'uomo. E’ probabile che nessuno di noi due sappia qualcosa, ma lui pensa di sapere qualcosa che non sa, mentre io sono ben consapevole della mia ignoranza. Lui si illude di sapere, io so di non sapere.
Socrate


Costui crede di sapere mentre non sa; io almeno non so, ma non credo di sapere. Ed è proprio per questa piccola differenza che io sembro di essere più sapiente, perché non credo di sapere quello che non so.
Socrate

"Perché non è che io abbia delle certezze e faccia dubitare gli altri, ma io, che sono dubbioso più di chiunque altro, fo sì che anche gli altri, dubbiosi, lo diventino. E così, tornando alla virtù, io non so cosa essa sia. Tu, Menone, forse lo sapevi prima di toccare me: ora, invece, sei divenuto simile ad uno che non sa. Comunque voglio indagare con te ciò che essa sia."
Platone - "Menone", 79e-80d


Uomo conosci te stesso.. e conoscerai l'universo e gli dei
Socrate

Avendo il minimo dei desideri si è più vicino agli dei

Chi vuol muovere il mondo muova prima se stesso
Socrate

Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta.
Socrate

Perché ti meravigli tanto se viaggiando ti sei annoiato?
Portandoti dietro te stesso hai finito col viaggiare proprio con quell'individuo dal quale volevi fuggire.
Socrate

Non aggiungere anni alla vita, ma la vita agli anni
Socrate

Dai pensieri più profondi spesso si origina l'odio più mortale.
Socrate

Sposati : se trovi una buona moglie, sarai felice;
se ne trovi una cattiva, diventerai filosofo
Socrate

Non mi preoccupo affatto per le cose di cui si preoccupa la maggior parte della gente: 
affari, denaro, amministrazione dei beni, cariche di stratega, successi oratori in pubblico, magistrature, coalizioni, fazioni politiche. Non ho intrapreso questa via...ma quella grazie alla quale, a ciascuno di voi in particolare, potrò arrecare il maggiore dei benefici tentando di persuaderlo a preoccuparsi meno per quello che possiede e più di ciò che è lui stesso, al fine di diventare il più possibile eccellente e ragionevole.
Socrate


Che strana cosa, amici, par che sia quello che che la gente chiama piacere, e che meraviglioso rapporto per natura con quello che sembra il suo contrario, il dolore! E pensare che entrambi insieme non vogliono mai trovarsi nell'uomo; ma quando qualcuno insegua uno, e lo prenda, costui si trova in certo modo costretto a prendere sempre anche l'altro, quasi che sebbene siano due, pure si trovino legati allo stesso capo. Se Esopo, il grande scrittore di favole, ne avesse avuto sentore, certamente avrebbe composto una nuova
Socrate, Fedone





SUL PROBLEMA DELLE FONTI
Estremamente suggestive sono le pagine del "Fedro" ove Platone interpreta la ragione per cui Socrate non avrebbe scritto nulla , perché lo scrivere é sempre, alla fine, un discorso che costruisce un certo sistema, che diviene "il passato", che non tiene più conto degli altri, che non si fa e si diversifica, di volta in volta, dialetticamente, situazione per situazione, formando uomini che siano davvero, volta a volta, se stessi, viventi nel presente che delinea il futuro; esso, lo scrivere, invece si riferisce a "pappagalli delle muse altrui", del passato e perciò stesso, nel sistema e nell'ordine dato, non criticamente discusso; si riferisce a uomini morti, quale che sia la posizione assunta, sia pur essa nuovissima. 
Francesco Adorno - "Introduzione a Socrate"


Gli oligarchi, i grossi signori, che agivano esclusivamente per interesse personale, ed una parte degli stessi sofisti ateniesi, accusavano Socrate di essere un "democratico": un uomo che formava uomini in rapporti di comune ragionevolezza, mediante la discussione.
Francesco Adorno - "Introduzione a Socrate"




io credo che, per me, ci sia solo un gran galantuomo: 
il Tempo! Che se da una parte toglie, poi rende anche.. 
Ma è solo un mio personalissimo modo di vedere. 
Non esistono ricette universali ma tutto si gioca sulla persona e sul suo peculiare modo di essere e di reagire al dolore di qualsiasi natura esso sia!


 Un giorno un uomo andò a trovare Socrate e gli disse:
"Ascolta, devo raccontarti quel che ha fatto un tuo amico"
"Ti interrompo subito" rispose Socrate: "Hai filtrato quello che mi devi dire attraverso tre setacci?"
Visto che l'uomo lo guardava perplesso aggiunse:
"Prima di parlare bisogna sempre passare quello che si vuole dire attraverso tre setacci.
Il primo è quello della verità: hai verificato se è vero?"
"No, l'ho sentito dire e…
"Bene, suppongo che tu l'abbia fatto passare almeno attraverso il secondo setaccio, quello della bontà: ciò che vuoi raccontare è buono?"
L'uomo esitò poi rispose: "No, purtroppo non è una cosa bella, anzi…"
"Mmmm…" Disse Socrate "Vediamo comunque il terzo setaccio: è utile che tu mi racconti questa cosa?"
"Utile? Non esattamente…"
"Allora non parliamone più. Se quello che hai da dirmi non è né vero, né buono, né utile, preferisco non saperlo e ti consiglio di dimenticarlo anche tu…"
I tre setacci di Socrate
GLI AMICI (Socrate)
Nell'antica Grecia, Socrate era stimato per la sua saggezza.
Un giorno, un conoscente lo avvicinò e gli disse:
sai cosa ho sentito a proposito di quel tuo amico?
Aspetta un attimo, lo interruppe Socrate.
...
Prima di dirmelo, vorrei ti sottoponessi ad un piccolo test che ho chiamato il test del triplo filtro.
Triplo filtro?
Proprio cosi continuò Socrate.
Prima che tu mi parli del mio amico, potrebbe essere una buona idea di filtrare quello che andrai a dire. Perciò lo chiamo il test del triplo filtro.
Il primo filtro è la verità. Sei assolutamente sicuro che quello che stai per dirmi e' vero? 
No disse l'uomo. Veramente ne ho solo sentito parlare e.......
- Bene disse Socrate, perciò non sai se è proprio la verità o no.
Ora passiamo al secondo filtro, il filtro della virtù.
E' qualcosa di buono che stai per dirmi a riguardo del mio amico?
No al contrario.......
Bene continuò Socrate, vuoi dirmi qualcosa di negativo su di lui, ma non sai se è proprio vero.
- Devi comunque sottoporti all'ultimo test, quello dell'utilità. Quello che stai per dirmi a proposito del mio amico potrebbe essermi utile?
Beh, non realmente.......
Ora, concluse Socrate, se vuoi dirmi qualcosa che non è vero, ne buono e neppure utile perche farlo?

Dan Millman, "La storia del guerriero di pace". Ed è in effetti una storia che ha come protagonista Socrate. 


Socrate dava troppa importanza alla ragione a discapito delle emozioni. Sicuramente la cosa da dire sarebbe stata utile all'interlocutore per entrare nelle grazie di Socrate a discapito dell'amico per esempio, ma oggi come allora l'ipocrisia spadroneggia, o forse il filosofo sapeva e se ne fregava... Chissà...



Socrate, So di non sapere (Platone, Apologia)
Siamo di fronte ad una delle tesi piú famose di tutta la storia della filosofia: quella della “docta ignorantia”, che Socrate espone in un momento drammatico della sua vita, durante il processo che si concluderà con la sua condanna a morte. L’equilibrio fra una grande fiducia nella ragione e la profonda consapevolezza della propria ignoranza è uno dei doni piú preziosi che il filosofo Socrate ha lasciato in eredità ai posteri, fino ai nostri giorni.
Platone, Apologia, 20 e-23 c

1 [20 e] [...] Della mia sapienza, se davvero è sapienza e di che natura, io chiamerò a testimone davanti a voi il dio di Delfi. Avete conosciuto certo Cherefonte. Egli fu mio [21 a] compagno fino dalla giovinezza, e amico al vostro partito popolare; e con voi fu esule nell’ultimo esilio, e ritornò con voi. E anche sapete che uomo era Cherefonte, e come risoluto a qualunque cosa egli si accingesse. Or ecco che un giorno costui andò a Delfi; e osò fare all’oracolo questa domanda: – ancora una volta vi prego, o cittadini, non rumoreggiate – domandò se c’era nessuno piú sapiente di me. E la Pizia rispose che piú sapiente di me non c’era nessuno. Di tutto questo vi farà testimonianza il fratello suo che è qui; perché Cherefonte è morto.
2 [b] Vedete ora per che ragione vi racconto questo: voglio farvi conoscere donde è nata la calunnia contro di me. Udita la risposta dell’oracolo, riflettei in questo modo: “Che cosa mai vuole dire il dio? che cosa nasconde sotto l’enigma? Perché io, per me, non ho proprio coscienza di esser sapiente, né poco né molto. Che cosa dunque vuol dire il dio quando dice ch’io sono il piú sapiente degli uomini? Certo non mente egli; ché non può mentire”. – E per lungo tempo rimasi in questa incertezza, che cosa mai il dio voleva dire. Finalmente, sebbene assai contro voglia, mi misi a farne ricerca, in questo modo. Andai da uno di [c] quelli che hanno fama di essere sapienti; pensando che solamente cosí avrei potuto smentire l’oracolo e rispondere al vaticinio: “Ecco, questo qui è piú sapiente di me, e tu dicevi che ero io”. – Mentre dunque io stavo esaminando costui, – il nome non c’è bisogno ve lo dica, o Ateniesi; vi basti che era uno dei nostri uomini politici questo tale con cui, esaminandolo e ragionandoci insieme, feci l’esperimento che sono per dirvi; – ebbene, questo brav’uomo mi parve, sí, che avesse l’aria, agli occhi di molti altri e particolarmente di se medesimo, di essere sapiente, ma in realtà non fosse; e allora mi provai a farglielo capire, che [d] credeva essere sapiente, ma non era. E cosí, da quel momento, non solo venni in odio a colui, ma a molti anche di coloro che erano quivi presenti. E, andandomene via, dovetti concludere meco stesso che veramente di cotest’uomo ero piú sapiente io: in questo senso, che l’uno e l’altro di noi due poteva pur darsi non sapesse niente né di buono né di bello; ma costui credeva sapere e non sapeva, io invece, come non sapevo, neanche credevo sapere; e mi parve insomma che almeno per una piccola cosa io fossi piú sapiente di lui, per questa che io, quel che non so, neanche credo saperlo. E quindi me ne andai da un altro, fra coloro che avevano fama di essere piú sapienti di quello; [e] e mi accadde precisamente lo stesso; e anche qui mi tirai addosso l’odio di costui e di molti altri.
3 Ciò nonostante io seguitai, ordinatamente, nella mia ricerca; pur accorgendomi, con dolore e anche con spavento, che venivo in odio a tutti: e, d’altra parte, non mi pareva possibile ch’io non facessi il piú grande conto della parola del dio. – “Se vuoi conoscere che cosa vuole dire l’oracolo, dicevo tra me, bisogna tu vada da tutti coloro che hanno fama di essere sapienti”. – Ebbene, o cittadini [22 a] ateniesi, – a voi devo pur dire la verità, – questo fu, ve lo giuro, il risultato del mio esame: coloro che avevano fama di maggior sapienza, proprio questi, seguitando io la mia ricerca secondo la parola del dio, mi apparvero, quasi tutti, in maggior difetto; e altri, che avevano nome di gente da poco, migliori di quelli e piú saggi. Ma voglio finire di raccontarvi le mie peregrinazioni e le fatiche che sostenni per persuadermi che era davvero inconfutabile la parola dell’oracolo.
4 Dopo gli uomini politici andai dai poeti, sí da quelli che scrivono tragedie e ditirambi come dagli [b] altri; persuaso che davanti a costoro avrei potuto cogliere sul fatto la ignoranza mia e la loro superiorità. Prendevo in mano le loro poesie, quelle che mi parevano le meglio fatte, e ai poeti stessi domandavo che cosa volevano dire; perché cosí avrei imparato anch’io da loro qualche cosa. O cittadini, io ho vergogna a dirvi la verità. E bisogna pure che ve la dica. Insomma, tutte quante, si può dire, le altre persone che erano presenti, ragionavano meglio esse che non i poeti su quegli argomenti che i poeti stessi avevano poetato. E cosí anche dei poeti in breve conobbi questo, [c] che non già per alcuna sapienza poetavano, ma per non so che naturale disposizione e ispirazione, come gl’indovini e i  vaticinatori; i quali infatti dicono molte cose e belle, ma non sanno niente di ciò che dicono: presso a poco lo stesso, lo vidi chiarissimamente, è quello che accade anche dei poeti. E insieme capii anche questo, che i poeti, per ciò solo che facevano poesia, credevano essere i piú sapienti degli uomini anche nelle altre cose in cui non erano affatto. Allora io mi allontanai anche da loro, convinto che ero da piú di loro per la stessa ragione per cui ero da piú degli uomini politici.
5 Alla fine mi rivolsi agli artisti: tanto piú che dell’arte loro sapevo benissimo di non intendermi affatto, [d] e quelli sapevo che li avrei trovati esperti di molte e belle cose. E non m’ingannai: ché essi sapevano cose che io non sapevo, e in questo erano piú sapienti di me. Se non che, o cittadini di Atene, anche i bravi artefici notai che avevano lo stesso difetto dei poeti: per ciò solo che sapevano esercitar bene la loro arte, ognuno di essi presumeva di essere sapientissimo anche in altre cose assai piú importanti e difficili; e questo difetto di misura oscurava la loro stessa sapienza. Sicché io, in nome dell’oracolo, [e] domandai a me stesso se avrei accettato di restare cosí come ero, né sapiente della loro sapienza né ignorante della loro ignoranza, o di essere l’una cosa e l’altra, com’essi erano: e risposi a me e all’oracolo che mi tornava meglio restar cosí come io ero.
6 Or appunto da questa ricerca, o cittadini ateniesi, [23 a] molte inimicizie sorsero contro di me, fierissime e gravissime; e da queste inimicizie molte calunnie, e fra le calunnie il nome di sapiente: perché, ogni volta che disputavo, credevano le persone presenti che io fossi sapiente di quelle cose in cui mi avveniva di scoprire l’ignoranza altrui. Ma la verità è diversa, o cittadini: unicamente sapiente è il dio; e questo egli volle significare nel suo oracolo, che poco vale o nulla la sapienza dell’uomo; e, dicendo Socrate sapiente, non volle, io credo, riferirsi propriamente a me Socrate, ma solo usare del mio nome come di un [b] esempio; quasi avesse voluto dire cosí: “O uomini, quegli tra voi è sapientissimo il quale, come Socrate, abbia riconosciuto che in verità la sua sapienza non ha nessun valore”. – Ecco perché ancor oggi io vo dattorno ricercando e investigando secondo la parola del dio se ci sia alcuno fra i cittadini e fra gli stranieri che io possa ritenere sapiente; e poiché sembrami non ci sia nessuno, io vengo cosí in aiuto al dio dimostrando che sapiente non esiste nessuno. E tutto preso come sono da questa ansia di ricerca, non m’è rimasto piú tempo di far cosa veruna considerabile né per la città né per la mia casa; e vivo in estrema [c] miseria per questo mio servigio del dio. [...]

Platone, Opere, vol. I, Laterza, Bari, 1967, pagg. 38-41

http://www.filosofico.net/Antologia_file/AntologiaS/SOCRATE_%20SO%20DI%20NON%20SAPERE%20(PLATO.htm



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