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domenica 3 agosto 2014

Lukècs. Per Lukàcs, intellettuale organico al marxismo, uno stato non è mai l'affermazione pacifica di volontà condivise dentro e fuori l'oggettiva territorialità sulla quale si fonda. La comparsa di uno Stato è sempre un atto di forza. Trae a sé l'unica legittimità della violenza: principio proclamato dallo stato di diritto. Esso persegue la pacificazione interna e rivolge all'esterno la violenza e chiede sempre il sacrificio dei propri cittadini per la salvaguardia della propria esistenza. Lo Stato è con le parole di Lukàcs "l'immoralità organizzata, all'interno come polizia, punizione, ordini sociali, commercio, famiglia; all'esterno come volontà di potenza, di guerra, di conquista, di vendetta" e, ancora, Lo Stato come tubercolosi organizzata "se i microbi della peste si organizzassero" afferma Lukàcs "fonderebbero il Regno mondiale" o, negli attuali termini americani, il Nuovo Ordine Mondiale.


LO STATO BORGHESE È UNA TUBERCOLOSI ORGANIZZATA (LUKÀCS)

Per Lukàcs, intellettuale organico al marxismo, uno stato non è mai l'affermazione pacifica di volontà condivise dentro e fuori l'oggettiva territorialità sulla quale si fonda. La comparsa di uno Stato è sempre un atto di forza. Trae a sé l'unica legittimità della violenza: principio proclamato dallo stato di diritto. Esso persegue la pacificazione interna e rivolge all'esterno la violenza e chiede sempre il sacrificio dei propri cittadini per la salvaguardia della propria esistenza. Lo Stato è con le parole di Lukàcs "l'immoralità organizzata, all'interno come polizia, punizione, ordini sociali, commercio, famiglia; all'esterno come volontà di potenza, di guerra, di conquista, di vendetta" e, ancora, Lo Stato come tubercolosi organizzata "se i microbi della peste si organizzassero" afferma Lukàcs "fonderebbero il Regno mondiale" o, negli attuali termini americani, il Nuovo Ordine Mondiale.



lunedì 7 luglio 2014

Jakob Burckhardt. La violenza rappresenta sempre l’inizio dello Stato. “Vane sono tutte le nostre costruzioni circa l’origine e l’inizio dello Stato, e noi quindi non ci romperemo qui il capo, come i filosofi della storia, intorno a tali primordi. I seguenti interrogativi daranno solo quel tanto di luce perché si scorga quale abisso abbiamo dinnanzi: com’è che un popolo diviene popolo? e come diventa Stato?



Burckhardt. I Greci e il disprezzo del lavoro.
L’antibanausica.
“[Il] disprezzo per il lavoro materiale e il guadagno borghese si ritrova nella mentalità dell’aristocrazia del Medioevo europeo; ma accanto ad essa si sviluppa grado a grado la borghesia operosa, che non solo lavora ma ha del lavoro un’altissima considerazione.
Ben diverso […] è il mondo greco, poiché qui è proprio la borghesia che disprezza il lavoro materiale, benché non possa far a meno della sua opera. E non basta la semplice spiegazione che i Greci all’uopo avevano gli schiave: poiché essi disprezzavano proprio la maggior parte del lavoro libero. Né si può gettar la colpa tutta sul clima: poiché questo non è ancora così caldo che il lavoro agricolo e la libertà debbano escludersi a vicenda.
Il criterio essenziale per la valutazione del lavoro deriva piuttosto dall’epoca e dalle circostanze in cui una nazione elabora i propri ideali di vita. Gli ideali dell’Europa moderna provengono prevalentemente dalla borghesia del Medioevo, la quale grado a grado divenne non solo superiore alla nobiltà per ricchezza, ma anche pari ad essa per sviluppo culturale – certo diverso da quello della nobiltà. Ma i greci avevano nella mente l’immagine fantastica del loro tempo eroico, ossia di un mondo senza lucro, e non riuscirono mai a liberarsene; e a questo mondo eroico che non conosceva se non battaglie, tragedie di case reali e interventi divini, il tutto pervaso da una mirabile aura di poesia, erano infinitamente più vicini che non la borghesia medievale alla saga germanica. Ma mentre il mondo eroico, almeno nel suo tramonto, nelle ‹Opere e i giorni› di Esiodo presenta ancora una visione dell’onorata vita dei contadini – e vi si loda fino a un certo grado persino la mercatura – nel periodo agonale che lo seguì doveva inevitabilmente imporsi la mentalità che disprezza il lavoro materiale. I membri della classe dominante, determinati per diritto di nascita, non sono più, come prima, in numero limitato, ma domina una grande aristocrazia cittadina, che vive essenzialmente di rendite fondiarie, che ha pur sempre come suo e suo ideale la lotta, ma non tanto la guerra quanto piuttosto la ara fra pari; e la nazione tutta è convinta che questa sia la cosa più alta sulla terra. Poiché i bisogni sono limitati, molti hanno la possibilità di parteciparvi, e chi non lo può almeno assiste, pieno di invidia e di ammirazione. Sorge così un gran numero di località destinate alle gare, nonché diversi generi di lotta; la ginnastica, come preparazione alla gara, diviene uno degli aspetti fondamentali dell’educazione. Ma questo sistema di vita non ammette alcuna attività lucrativa; l’agone assorbe tutta l’esistenza.
Certo, contemporaneamente, la schiavitù prendeva un enorme sviluppo. Ma questo sviluppo non fu l’elemento decisivo: poiché vediamo che spesso fu sufficiente una massa di cittadini senza diritti, gravati di tributi, e in effetti servi della gleba; a Sparta la classe privilegiata dominava esclusivamente su soggetti di tal condizione. E inoltre l’attività propria del contadino e dell’artigiano, anche se si comprava degli schiavi, non veniva per questo più rispettata nell’opinione comune. Piuttosto si deve ammettere che l’estendersi della schiavitù rafforzò la concezione già esistente. Ed è proprio questa concezione del periodo aristocratico che influisce fin sugli ultimi tempi della grecità, e soprattutto anche nel periodo del pieno affermarsi della democrazia.
Soprattutto la mentalità spartana è nettamente antibanausica; l’ideale di vita ellenica che Sparta realizza è diametralmente opposto ad ogni attività lucrativa di qualsiasi specie, ossia è proprio il godimento di tutta quella felice «pienezza d’ozio» che secondo Plutarco è il più splendido dono che ci sia. Qui tutta la vita dello Stato è basata sull’esistenza di popoli soggetti, che devono lavorare; e si è fieri che ogni Spartiate non faccia se non ciò che serve alla ‹polis›.”
JACOB BURCKHARDT (1818 – 1897), “Storia della civiltà greca” (1898 – 1902), traduzione di Maria Attardo Magrini, introduzione di Arnaldo Momigliano, Sansoni, Firenze 1988 (III ed., I ed. 1955), 2 voll., II vol., Nona parte ‘L’uomo greco nel suo sviluppo storico’, Capitolo II ‘L’uomo coloniale e agonico’, ‘La valutazione del lavoro’ – ‘L’influenza degli ideali del mondo eroico’ – ‘Lo spirito spartano’, pp. 328 – 329.




Jakob Burckhardt. La violenza rappresenta sempre l’inizio dello Stato.
“Vane sono tutte le nostre costruzioni circa l’origine e l’inizio dello Stato, e noi quindi non ci romperemo qui il capo, come i filosofi della storia, intorno a tali primordi. I seguenti interrogativi daranno solo quel tanto di luce perché si scorga quale abisso abbiamo dinnanzi: com’è che un popolo diviene popolo? e come diventa Stato? quali sono le crisi di nascita? dove sta ‹quel› limite d’evoluzione politica partendo dal quale possiamo parlare di Stato?
Assurda è, per lo Stato ‹in fieri›, l’ipotesi contrattuale, di cui del resto in Rousseau si parla soltanto come d’un ipotetico ripiego ideale in quanto egli non volle additare come avvenne, bensì come, secondo lui, sarebbe dovuta avvenire. Ancora nessuno Stato è sorto attraverso un contratto vero e proprio, vale a dire volontariamente accettato da ognuna delle parti (‹inter volentes›); giacché cessioni e accordi, come quelle fra Romani tremebondi e Germani vittoriosi, non sono contratti autentici. Per questa ragione, anche in avvenire non ne sorgeranno in tal modo. E se uno Stato avesse origine così, si tratterebbe di una creatura debole, poiché si potrebbe costantemente discuterne le basi.
La tradizione, che non distingue tra popolo e Stato, indugia volentieri sull’idea dell’origine delle stirpi; il popolo conosce quali mitici rappresentanti della propria unità nomi di eroi e d’archegeti in parte eponimi, ovvero possiede oscure nozioni ora di una protopluralità (i nomi egizi), ora di una protounità più tardi suddivisasi (la torre di Babele). Ma tutte queste nozioni sono brevi e mitiche.
Quale nozione, riguardo alle origini dello Stato, può rivelarsi dal carattere nazionale? In ogni caso, una nozione assai limitata, giacché quest’ultimo consta solo per una quota indeterminabile d’una base primordiale, mentre per il resto è sorto da un accumularsi di ‹passato›, come conseguenza di esperienze vissute, e quindi solo in parte attraverso le successive sorti di Stato e popolo.
Avviene spesso che la fisionomia e la sorte politica di un popolo cadano in piena contraddizione, a causa di tardi disordini e oppressioni.
Inoltre, lo Stato può essere tanto più potente quanto maggiore è l’omogeneità con cui corrisponde a un intero nucleo nazionale; non è facile, però, che corrisponda ad esso, ma solo a una sua parte preponderante, a una particolare regione, a una particolare stirpe, a un particolare strato sociale.
O l’esigenza giuridica avrebbe già da se sola provveduto a creare lo Stato. Eh, l’attesa sarebbe stata lunga! Press’a poco finché la violenza avesse purificato se stessa a tal punto da riconoscere l’utilità di trarre anche altri da una condizione di disperazione a una condizione pacifica, per proprio vantaggio e per poter godere della propria con sicurezza. Non possiamo, dunque, accedere nemmeno a questo punto di vista invitante e ottimistico secondo cui sarebbero sorte le società, i maggiorenti e lo Stato a loro difesa, come una loro parte negativa difensiva e protettiva, sì che lo Stato e il diritto penale avrebbero identica origine. L’umanità è ben diversa.
[…]
Ecco che vi sono dunque due sole probabilità: 
‹a›) la violenza rappresenta certo sempre l’inizio; intorno alle origini di essa non abbiamo mai perplessità perché nasce da sé, dall’ineguaglianza delle capacità umane: spesso lo Stato non avrà rappresentato altro che la loro sistemazione. 
Oppure ‹b› intravvediamo altrimenti un processo estremamente violento, in massima parte di composizione: un raggio di saetta fonde parecchi elementi in nuovo metallo, due più forti ed uno più debole o viceversa. Così si sarebbero unite a scopo di conquista, o in occasione di essa, le tre ‹file› doriche e le tre stirpi gotiche. Una terribile manifestazione di violenza, cui si aggiunsero gli elementi già esistenti e che allora poi si trasformò in forza, rappresentano anche i Normanni nell’Italia meridionale.
Una qualche risonanza delle tremende crisi nel sorgere dello Stato, di ciò che esso è ‹costato› alle origini, permane ancora negli enormi e assoluti privilegi accordatigli fin dai tempi più remoti. Essi ci appaiono d’una naturalezza aprioristica, mentre in parte si tratta certamente di velata tradizione, come ancora avviene per taluni casi: giacché gran parte della tradizione procede tacitamente, seguendo il semplice procrearsi, di generazione in generazione; non è più possibile per noi far distinzioni di tal genere.
Se la crisi è stata una conquista, allora il primissimo contenuto dello Stato, il suo carattere, il suo compito, il suo ‹pathos› infine, consistono essenzialmente nell’asservimento dei sudditi.”
JAKOB BURCKHARDT (1818 – 1897), “Riflessioni sulla storia universaleˮ (1905), trad., prefazione e note di Mariateresa Mandalari, Rizzoli, Milano 1966 (I ed.), Capitolo secondo ‘Le tre potenze’, 1- ‘Lo Stato’, pp. 47 – 50.



Ähnlich geht dann auch auf völlige Verachtung der Arbeit und des bürgerlichen Erwerbes die Denkweise, die der Adel im europäischen Mitelalter ausgebildet hat; aber neben ihm kommt allmählich der Bürgerstand empor, der nicht nur arbeitet, sondern die Arbeit in hohen Ehren hält.
Anders steht […] die griechische Welt da, indem hier gerade das ‹Bürgertum› als solches die Arbeit in ziemlich weitem Umfange verachtet, obwohl es deren Wirkung nicht entbehren kann. Die einfache Erklärung: die Griechen hätten hierfür eben Sklaven gehabt, genügt nicht; denn sie verachteten auch das meiste der freien Arbeit. Auch wird man die Schuld nicht auf das Klima schieben können; denn dieses ist noch nicht so heiß, daß Feldarbeit und Freiheit sich ausschlössen.
Das Wesentliche für die Wertschätzung der Arbeit sind vielmehr die Zeit und die Umstände, unter denen sich bei einer Nation die Ideale des Daseins ausbilden. Dasjenige des jetzigen Europas stammt vorherrschend vom Bürgertum des Mittelalters her, welches allgemach dem Adel nicht nur an Reichtum überlegen, sondern auch an Bildung – freilich einer anderen als der des Adels – gleichwertig wurde. Die Griechen aber hatten das Phantasiebild ihrer heroischen Zeit, d.h. einer Welt ohne Nutzen, und wurden dasselbe nie los; sie standen dem heroischen Dasein, welches nichts enthielt als Kämpfe, Tragödien der Königshäuser und dazwischen die Götter, und zwar dies alles verbunden durch eine wunderbare Poesie, unendlich näher, als der Bürgerstand des Mittelalters der germanischen Sagenwelt stand. Während aber das heroische Zeitalter, wenigstens in seinem Scheiden, in Hesiods Werken und Tagen, noch eine Anschauung des ehrbaren Bauernlebens feststellt – es ist daselbst sogar noch ein gewisser Grad von Gewerbe gepriesen – mußte das agonale, welches darauf folgte, die Denkart, welche die körperliche Arbeit verachtet, noch unvermeidlicher hervorbringen. Die durch die Geburt gegebenen Individuen der herrschenden Klasse sind nicht mehr, wie vorher, in beschränkter Anzahl vorhanden, sondern es herrscht eine große, wesentlich von Grundrenten lebende städtische Aristokratie, deren Lebenszweck und Ideal wiederum der Kampf, aber weniger der Krieg als der Wettkampf unter Gleichen ist. Die ganze Nation ist überzeugt, daß dies das Höchste auf Erden sei. Die Mäßigkeit der Bedürfnisse erlaubt vielen, mitzumachen, und wer dies nicht kann, beneidet und bewundert es doch. So entsteht eine Menge von Kampfstätten und Kampfgattungen, und die Gymnastik als Vorbildung dafür wird ein Hauptteil der Erziehung; mit irgendeiner Art von erwerbender Tätigkeit aber ist diese Lebensweise unverträglich; die Agone verlangen das ganze Dasein.
Zugleich nahm jedenfalls auch das Sklaventum zu. Aber das Entscheidende war diese Zunahme nicht; denn öfter genügten rechtlose, tributpflichtige, tatsächlich leibeigene Bauern, und in Sparta waltete die herrschende Kaste über lauter solchen. Und ferner war das eigene Tun des Bauern und Handwerkers, wenn er auch Sklaven kaufte, deshalb in der allgemeinen Anschauung nicht geachteter. Nur das wird zuzugeben sein, daß die Ausdehnung des Sklaventums die ohnehin herrschende Ansicht bestärkte. Die Anschauung dieses aristokratischen Zeitalters aber ist es, welche bis auf das späteste Griechentum wirkt und besonders auch noch in der Zeit des vollen demokratischen Staatslebens.
Vor allem ist das Spartiatentum absolut antibanausisch; dasjenige Ideal hellenischen Lebens, das von ihm verwirklicht wird, ist der diametrale Gegensatz alles Erwerbes jeglicher Gattung, nämlich die Ausstattung mit aller wünschbaren «Fülle der Muße», nach Plutarch einer der herrlichsten und glückseligsten Bescherungen, die es gibt. Hier ist das ganze Staatswesen auf das Dasein unterworfener Völker gegründet, welche arbeiten müssen, und man ist stolz darauf, daß kein Spartiate etwas anderes tut, als was für die Polis dienlich ist.ˮ
JACOB BURCKHARDT, “Griechische Kulturgeschichte” (herausgegeben von Jakob Oeri, Spemann, Berlin- Stuttgart 1898 – 1902) in Id., “Gesammelte Werke”, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, Darmstadt 1957, Band 8, Vierter Band, Neunter Abschnitt ʽDer hellenische Mensch in seiner zeitlichen Entwicklungʼ, III. ʽDer koloniale und agonale Menschʼ, S. 116 – 117.


“ Eitel sind alle unsere Konstruktionen von Anfang und Ursprung des Staates, und deshalb werden wir uns hier über diese Primordien nicht wie die Geschichtsphilosophen den Kopf zerbrechen. Nur so viel Licht, daß man sehe, was für ein Abgrund vor uns liegt, sollen die Fragen geben: Wie wird ein Volk zum Volk? und wie zum Staat? Welches sind die Geburtskrisen? Wo liegt die Grenze der politischen Entwicklung, von welcher an wir von einem Staat sprechen können?
Absurd ist die Kontrakthypothese für den zu errichtenden Staat, die bei Rousseau auch nur als ideale hypothetische Aushilfe gemeint ist, indem er nicht zeigen will, wie es gewesen sei, sondern, wie es nach ihm sein sollte. Noch kein Staat ist durch einen wahren, d. h. von allen Seiten freiwilligen Kontrakt (inter volentes) entstanden; denn Abtretungen und Ausgleichungen wie die zwischen zitternden Romanen und siegreichen Germanen sind keine echten Kontrakte. Darum wird auch künftig keiner so entstehen. Und wenn einer so entstände, so wäre es eine schwache Schöpfung, weil man beständig um die Grundlagen rechten könnte. Die Überlieferung, welche Volk und Staat nicht unterscheidet, bleibt gerne bei der Idee von der Abstammung stehen; das Volk kennt Namensheroen und zum Teil eponyme Archegeten als mystische Repräsentanten seiner Einheit, oder es hat eine dunkle Kunde bald von einer Urvielheit (die ägyptischen Nomen), bald von einer Ureinheit, die sich später getrennt habe (der Turm von Babel). Aber alle diese Kunde ist kurz und mythisch.
Was für Kunde geht etwa aus dem Nationalcharakter in betreff der Anfänge des Staates hervor? Jedenfalls nur eine sehr bedingte, da er nur in einer unbestimmbaren Quote aus ursprünglicher Anlage besteht, sonst aber aus aufsummierter Vergangenheit, als Konsequenz von Erlebnissen, also zum Teil erst durch die nachherigen Schicksale des Staates und Volkes entstanden ist.
Oft widerspricht sich die Physiognomie und das politische Schicksal eines Volkes total durch späte Verschiebung und Vergewaltigung.
Ferner kann der Staat zwar um so viel mächtiger sein, je homogener er einem ganzen Volkstum entspricht; aber er entspricht einem solchen nicht leicht, sondern einem tonangebenden Bestandteil, einer besonderen Gegend, einem besonderen Stamm, einer besonderen sozialen Schicht.
Oder hätte das Rechtsbedürfnis allein schon den Staat geschaffen? Ach, das hätte noch lange warten müssen! Etwa bis die Gewalt sich selber solange gereinigt hätte, daß sie zu ihrem eigenen Vorteil und um das Ihrige sicher zu genießen, auch andere aus der Verzweiflung zur Ruhe zu bringen für gut fände. Auch dieser einladenden optimistischen Ansicht, wonach die Gesellschaft das Prius und der Staat zu ihrem Schutze entstanden wäre, als ihre negative, abwehrende, verteidigende Seite, so daß er und das Strafrecht identischen Ursprung hätten, können wir also nicht beitreten. Die Menschen sind ganz anders.
Welches waren die frühesten Notformen des Staates? Wir möchten dies z. B. gerne für die Pfahlbauleute wissen.
[…] 
So ist denn nur zweierlei wahrscheinlich: a) Die Gewalt ist wohl immer das Prius. Um ihren Ursprung sind wir nie verlegen, weil sie durch die Ungleichheit der menschlichen Anlagen von selbst entsteht. Oft mag der Staat nichts weiter gewesen sein als ihre Systematisierung. Oder b) wir ahnen sonst einen höchst gewaltsamen Prozeß, zumal der Mischung. Ein Blitzstrahl schmilzt mehreres zu einem neuen Metall zusammen, etwa zwei Stärkere und ein Schwächeres oder umgekehrt. So dürfen sich zum Zweck einer Eroberung oder bei Anlaß einer solchen die drei Dorierphylen und die drei Gotenstämme zusammengetan haben. [Fußnote] Eine schreckliche Gewalt, an die sich das Vorhandene ansetzte, und die dann zur Kraft wurde, sind auch die Normannen in Unteritalien.
Von den furchtbaren Krisen bei der Entstehung des Staates, von dem, was er ursprünglich «gekostet hat», klingt noch etwas nach in dem enormen, absoluten Vorrecht, das man ihm von jeher gewährt hat.
Dies erscheint uns wie eine aprioristische Selbstverständlichkeit, während es wohl zum Teil verhüllte Überlieferung ist, wie dies noch von manchem gilt; denn viele Überlieferung geht unausgesprochen, durch die bloße Zeugung, von Geschlecht zu Geschlecht; wir können dergleichen nicht mehr ausscheiden.
Ist die Krisis eine Eroberung gewesen, so ist der frühste Inhalt des Staates, seine Haltung, seine Aufgabe, ja, sein Pathos, wesentlich die Knechtung der Unterworfenen.ˮ
JAKOB BURCKHARDT, “Weltgeschichtliche Betrachtungenˮ, herausgegeben von Jakob Oeri, Spermann, Berlin-Stuttgart 1905, II. ʻVon den drei Potenzenʼ, 1. ʻDer Staatʼ, S. 27 – 30.

mercoledì 12 marzo 2014

HölderlinFreddi ipocriti, non parlate degli Dei. Non siete voi intelligenti? Dunque non credete nel Dio del sole, in quello delle tempeste o del mare. La terra è una cosa morta: come dirle “Io ti ringrazio”? Rassicuratevi o Dei! Voi date la bellezza al canto anche se del vostro nome l’anima è fuggita e si è dispersa. Quando si richiede un grande nome si pensa a te, Natura madre.

« Essere uno con il tutto, questo è il vivere degli dei; questo è il cielo per l'uomo […] Essere uno con tutto ciò che vive! Con queste parole la virtù depone la sua austera corazza, lo spirito umano lo scettro e tutti i pensieri si disperdono innanzi all'immagine del mondo eternamente uno […] e la ferrea fatalità rinuncia al suo potere e la morte scompare dalla società delle creature e l'indissolubilità e l'eterna giovinezza rendono felice e bello il mondo […] un dio è l'uomo quando sogna, un mendicante quando pensa […] »
F. Hölderlin, Iperione


Freddi ipocriti, non parlate degli Dei. Non siete voi intelligenti? Dunque non credete nel Dio del sole, in quello delle tempeste o del mare. La terra è una cosa morta: come dirle “Io ti ringrazio”? Rassicuratevi o Dei! Voi date la bellezza al canto anche se del vostro nome l’anima è fuggita e si è dispersa. Quando si richiede un grande nome si pensa a te, Natura madre.
F. Hölderlin, I poeti ipocriti, in Le Liriche


Tu concedi allo Stato troppo potere: esso non può esigere quello che non riesce a ottenere con la forza. Ma con la forza non è possibile ottenere quello che offrono l’amore e lo spirito. 
Che lo Stato non osi toccare queste cose! Altrimenti si prenda la sua legge e la si metta alla gogna! 
Per il cielo! Non sa quale peccato commette, chi vuol fare dello Stato una scuola di costume. 
Ogni volta che l’uomo ha voluto fare dello Stato il suo cielo, lo ha reso invece il suo inferno. 
F. Hölderlin, Iperione






lunedì 24 febbraio 2014

Venezia praticava la separazione dei poteri, situazione che divenne più evidente il 31 luglio 1411 quando il Consiglio dei Dieci, dotato di pieni poteri in materia di sicurezza interna ed esterna, decise di escludere dalle riunioni del Senato tutti i nobili, i titolari di prelature o di benefici ecclesiastici e i loro familiari, padre, fratelli, zii, nipoti, specie quando venivano trattati argomenti che riguardavano “gli affari del papa, l’obbedienza dovuta al papa o la disobbedienza, ed ogni cosa che possa concernere lo stesso papa”.


La repubblica di Venezia, microcosmo delle divisioni religiose d’Europa, risultava sospetta a Roma per il suo spirito di tolleranza: essa, di fatto, si sarebbe mantenuta lontana dalle lotte e dalle persecuzioni religiose, nella logica di non voler fare atti che potessero nuocere al commercio.
In effetti la Serenissima avrebbe utilizzato per la sua ripresa commerciale proprio le minoranze religiose: i mercanti tedeschi protestanti per le sue relazioni con la Germania e i Paesi del Mare del Nord, gli ebrei e i greci per quelle verso l’Impero ottomano.

Venezia, città cattolica ma gelosa della propria autonomia nei confronti di Roma, non smise mai di voler regolare autonomamente i propri affari: non esitò infatti a contrastare l’autorità del Papa. 

Confinante con i territori pontifici che tagliavano in due la penisola, la città lagunare assunse il ruolo di difensore della libertà della penisola nel corso delle guerre che vedevano opposti il Papa, l’Imperatore, i re di Francia e di Spagna.

La Spagna cattolica risulterà vincitrice di questo scontro – nel 1559 con la Pace di Cateau Cambresis – e in tale contesto provvederà a rinforzare la propria presenza in Italia, in particolare a Milano al nord e a Napoli nel sud della penisola.

 Il papato aveva scelto l’alleanza con il re di Spagna e Venezia si trovò così rapidamente circondata dagli Spagnoli e dai suoi alleati, gli Asburgo e il papato. Nella pratica questa triplice alleanza risultava estremamente pericolosa per il commercio veneziano, sul mare così come sulla terraferma. 

In effetti gli spagnoli facevano risalire nell’Adriatico (il golfo di Venezia) le loro navi verso i porti di Trieste e di Fiume, porti degli Asburgo imperiali, e cercavano nel contempo di intaccare il monopolio della navigazione di cui godeva la Serenissima nel suo golfo, mentre sulla terraferma Leone X, vietando – a partire dal 15 giugno 1514 – al Duca di Ferrara di lasciar passare lungo il fiume Po il sale e le mercanzie dei Veneziani, toglieva alla Repubblica il suo monopolio, ovvero l’accesso ai mercati lombardi e francesi. Il Pontefice con questa decisione, si impegnava a difendere militarmente il ducato degli Este, nel caso che Venezia avesse cercato di riprendere, “manu militari“, il controllo della navigazione sul fiume.

Due patriarchi e una religione civica.
La Serenissima aveva saputo ritagliarsi una posizione di privilegio nella Cristianità occidentale. 

Essa faceva tradizionalmente risalire al V secolo la sua fondazione mentre la regione sarebbe stata anteriormente evangelizzata da San Marco, inviato ad Aquileia dall’apostolo Pietro. Il vescovo di Aquileia – che aveva assunto il titolo orientale di Patriarca nel 568 in occasione delle invasioni longobarde – aveva deciso di rifugiarsi a Grado nella laguna veneta; il dogato dei Veneziani aveva pertanto detenuto una sede patriarcale, per mezzo della quale esso avrebbe creato sei micro-vescovati insulari nella Laguna, fra i quali quello, urbano, di Castello, al fine di rinforzare l’autorità del suo patriarca (827), quando Aquileia avrebbe riassunto la propria sede originale.

In tal modo Venezia si era posta come rivale di Roma, in quanto di fronte alla città di San Pietro essa rappresentava la città dell’evangelista Marco. Roma, di fatto, aveva un vescovo mentre Venezia un Patriarca. [...]

Potere e debolezza della chiesa di Venezia.
I membri del clero non potevano sedere nel Gran Consiglio, l’organo sovrano del Comune. 
Venezia praticava la separazione dei poteri, situazione che divenne più evidente il 31 luglio 1411 quando il Consiglio dei Dieci, dotato di pieni poteri in materia di sicurezza interna ed esterna, decise di escludere dalle riunioni del Senato tutti i nobili, i titolari di prelature o di benefici ecclesiastici e i loro familiari, padre, fratelli, zii, nipoti, specie quando venivano trattati argomenti che riguardavano “gli affari del papa, l’obbedienza dovuta al papa o la disobbedienza, ed ogni cosa che possa concernere lo stesso papa”

Tutti quelli che “non sono attaccati a tali benefici” possono garantire che “il loro giudizio avrà sempre in vista la giustizia, il bene e l’onore della nostra Signoria e del nostro Stato”. Il fatto di detenere un ufficio ecclesiastico o di godere di una rendita proveniente da beni della Chiesa (beneficio) rischiava di nuocere all’imparzialità di giudizio, “allo scrupolo della coscienza e dell’intelligenza”, qualità necessarie alla classe dirigente nel momento in cui deve interessarsi dei rapporti con il Papato.

In effetti, la conquista della regione nord-orientale della penisola italiana che avrebbe costituito la base dello Stato di terraferma, aveva posto nelle mani dei Veneziani ben dodici diocesi, che godevano di grandi risorse: i vescovi di Padova (70.000 ducati d’oro), Brescia (2.500), Verona (3.000), Treviso (1.400), Bergamo (1.200), le rendite dei capitoli, delle parrocchie, di una sessantina di monasteri, importanti priorati, conventi di ordini mendicanti, conventi femminili, con le rendite di giurisdizioni territoriali, le rendite fondiarie, censi, affitti, prodotti di ammende. Questi benefici erano particolarmente concupiti dai nobili veneziani come fonte di nuove entrate così come dallo Stato che, a partire dal 1463, avrebbe messo in essere l’imposta diretta su tutte le entrate.

Nel frattempo il papa non rinunciava a imporre la propria autorità
nel febbraio 1510 papa Giulio II della Rovere, approfittando della vittoria militare della coalizione europea che aveva contribuito a creare (Lega di Cambrai), privò la Signoria del “diritto di nomina dei vescovi”, vale a dire del diritto di raccomandare al papa i nomi graditi

Le proteste di Venezia non ebbero successo ma nel 1552 papa Giulio III avrebbe concesso alla Serenissima la designazione di quattro candidati al patriarcato di Aquileia, fra i quali il papa avrebbe compiuto la sua scelta. Le grandi famiglie nobili Grimani, Corner, Pisani e Barbaro – che consideravano le sedi episcopali e patriarcali, i cappelli cardinalizi e le abbazie come parte del loro patrimonio – beneficiavano di importanti appoggi presso la corte di Roma. Queste famiglie cardinalizie si sarebbero allineate così sulle posizioni pontificie. Ma la volontà di indipendenza nei confronti di Roma e della Chiesa avrebbe continuato a dominare all’interno dei Consigli di governo, che – ad esempio in occasione della introduzione dei Tribunali dell’Inquisizione, creati a Roma nel 1542 sotto il nome di “Congregazione del Santo Uffizio per la Repressione delle Eresie” – avrebbero deciso la salvaguardia della sovranità della Repubblica attraverso gli atti dell’Inquisizione validi solo se adottati in presenza di magistrati laici, appositamente creati a tal fine (“i tre Saggi all’eresia”) con il compito di controllare la procedura e gli atti dei monaci.

Allo stesso modo, al Concilio di Trento (1545-1563), riunito per restaurare l’unità dei Cristiani d’Occidente e definire le vie della Riforma cattolica, i prelati veneziani sarebbero stati invitati dal Consiglio dei Dieci “a votare unanimemente contro i decreti che avrebbero potuto ledere la sovranità di Venezia”: in tal modo la Repubblica lagunare avrebbe adottato la stessa linea di condotta delle grandi monarchie (Francia e Spagna), gelose di preservare la loro autorità davanti alle pretese pontificie.

La ricchezza della chiesa, una questione politica.
Meno dell’1% della popolazione (il clero) possedeva ormai poco meno di un quarto delle proprietà dello Stato, ovvero una fortuna superiore ai trenta milioni di ducati in beni immobiliari ed entrate, che ammontavano a circa un milione e mezzo di ducati

Lo Stato, che voleva prelevare l’imposta diretta (decima) su queste ricchezze, vi sottometteva senza troppe difficoltà il basso clero, ma per i cardinali, prelati, monasteri, ordini mendicanti si trattava di un problema diverso, in quanto gli assoggettati a tale regime denunciavano una violenza che attentava alle libertà ecclesiastiche.

La ricchezza della Chiesa presentava un altro inconveniente in una città mercantile simultaneamente caratterizzata da una forte mobilità sociale e da un mercato fondiario e immobiliare particolarmente ridotto. In effetti durante tutto il Medioevo gli uffici notarili della città erano stati gestiti da preti-notai abili a orientare le ultime volontà dei testatori verso donazioni pie in favore di chiese e di monasteri che accumulavano beni in “mano morta”, in perpetuo. 

Venezia cercava, in ogni caso, di mobilitare per fini produttivi queste eredità che, nella pratica, “congelavano” terreni e immobili. Dal 1333 il Gran Consiglio aveva limitato a dieci anni qualsiasi trasmissione di beni a fini religiosi (pie cause), al di là dei quali essi sarebbero dovuti essere rimessi sul mercato per essere venduti. Nel 1536 una legge del Senato veneto riprende questo principio per impedire che “tutti i beni immobili di questa città non siano, attraverso legati e donazioni, accaparrati dai religiosi” e ordina la loro messa in vendita all’asta pubblica nel tempo massimo di due anni. Nel 1605 tale legge venne estesa a tutto lo Stato. I monasteri aggirarono tali disposizioni orientando i testatori verso donazioni in denaro, accumulando, in tal modo, un patrimonio finanziario considerevole, che acconsentiranno a prestare al tasso d’interesse del 4-5% annuo al patriziato urbano.


L’interdetto (1606-1607).
Nell’autunno del 1605 il Consiglio dei Dieci aveva fatto arrestare un canonico, e successivamente un abate, accusati di crimini di diritto comune (l’abate per rapimento a mano armata della sposa di un mercante), mentre la Chiesa richiedeva il rispetto dell’immunità e il papa Paolo V Borghese esigeva la consegna dei due sospetti, che sarebbero stati deferiti presso i tribunali ecclesiastici. Il pontefice accompagnava le sue richieste con minacce non tanto velate: scomunica del Senato della Repubblica e “interdetto” (divieto di qualsiasi attività liturgica) in tutto lo Stato in caso di mancata ottemperanza. Con questa minaccia il sovrano pontefice metteva in causa la sovranità della Repubblica, affermando il suo diritto a giudicare sul territorio veneto

In tale contesto il Consiglio dei Dieci condannò comunque a morte l’abate, mentre il Gran Consiglio, come replica al papa, elesse nel dicembre 1605 il doge Leonardo Donà e istituì l’ufficio del “Consulente religioso del governo” in teologia e diritto canonico, carica affidata a un “servita” (Ordine dei Servi di Maria ovvero i Serviti), frà Paolo Sarpi, brillante intellettuale e scienziato in matematica, fisica e medicina. 

Nell’aprile 1606 Paolo V scaglia le sue censure ma la Repubblica protesta solennemente contro questo “breve” ingiusto, senza valore e illegittimo. Il conflitto diventava ormai aperto e la Sede Apostolica vi avrebbe gettato tutta le sua autorità politica e spirituale, mentre Venezia, per mezzo dei suoi uomini di governo avrebbe resistito.

Frà Paolo Sarpi si limitò alla denuncia etico-politica: 
il papa si sbagliava ed era un dovere di ogni cristiano non prestargli obbedienza nel caso specifico. In conseguenza il governo veneziano aveva il dovere di costringere i religiosi dello Stato a proseguire nella loro attività liturgica; quelli che erano di opinione contraria (Cappuccini e Gesuiti) dovevano lasciare lo Stato e quelli che rimanevano sul territorio della Serenissima per predicare l’obbedienza al papa sarebbe stati perseguiti in giustizia

Il governo veneziano avrebbe scelto di celebrare con uno sfarzo particolare la festa del Corpus Domini, dove le confraternite, mobilitate in processione avrebbero assecondato la propaganda governativa, esibendo carri che mostravano “una chiesa decadente sostenuta dal Doge circondato dai santi Francesco e Domenico” o illustrando il tema “reddite quae sunt Caesaris Cesari et quae sunt Dei Deo” e, ancora più suggestivo, un giovane vestito da doge, in ginocchio davanti a San Marco benedicente. La Repubblica si sarebbe appoggiata anche sui vescovi della Terraferma, tutti derivati dal patriziato veneziano, e sul patriarca d’Aquileia, il cui capitolo aveva affermato “tenere in maggiore considerazione il Doge rispetto al Papa.”

Il re di Francia, Enrico IV di Borbone aveva proposto la sua mediazione per negoziare un compromesso, concluso il 21 aprile 1607: i decreti del Senato e del Gran Consiglio erano stati confermati, Venezia avrebbe mantenuto le sue leggi sulla proprietà ecclesiastica, la Compagnia di Gesù non sarebbe stata richiamata, ma Sarpi e il Doge Donà non avrebbero più ottenuto la restituzione del diritto di nominare i vescovi. Nel 1621, tirando le conclusioni del conflitto, il Segretario di Stato (ministro degli Esteri del papa) deplorava: “La giurisdizione ecclesiastica e il rispetto verso il papa e la sede apostolica, non senza pericoli per tutta la religione cattolica, hanno ricevuto delle gravi ferite, che, invece di un guadagno e di restaurazione, sono state il risultato di mediocri perdite”.

Il contenzioso non risultava completamente risolto, ma Venezia per il futuro si sarebbe astenuta di dare corso a nuovi conflitti poiché, come osservava uno dei suoi, “c’erano ormai troppi patrizi, che sotto la pressione di esigenze economiche, avevano dei legami troppo stretti con la Curia, troppi ‘papalini’, che raggiungono ormai la metà del Senato; per diminuire il loro numero occorrerebbe che lo Stato potesse offrire loro una alternativa alle possibilità offerte dalla Chiesa”.

La politica dei benefici non mancava di attrattiva per una nobiltà che doveva sistemare i suoi numerosi figli.

In occasione dell’interminabile Guerra di Candia (Creta; durata 25 anni) nel 1656, la Repubblica avrebbe soppresso qualche piccolo convento, mettendo in vendita i suoi beni per procurarsi un milione di ducati, inghiottiti dalla guerra turca. Venezia avrebbe poi chiesto a papa Alessandro VII la libera disponibilità di questi beni: questi acconsentirà a condizione del richiamo dei gesuiti nella Repubblica (il Senato avrebbe accettato tale condizione, assegnando alla Compagnia un vasto convento rimasto vacante). Agli inizi del XVIII secolo i Gesuiti, ormai consolidati nella Serenissima, inizieranno a rinnovare la loro sede: essi fanno abbattere la vecchia chiesa dei Crociferi e affidano, nel 1715, all’architetto svizzero Domenico Rossi il compito di ricostruirne una secondo le direttive aderenti alle disposizioni del Concilio di Trento. La chiesa dei Gesuiti verrà dedicata all’Assunzione della Vergine (Santa Maria Assunta), protettrice di Venezia già troneggiante in cima alla cupola della Salute insieme alle insegne del grande ammiraglio della flotta veneta.

Per saperne di più

Lane, Frederic, Storia di Venezia, Einaudi, Torino, 2015;
Del Torre, Giuseppe, Patrizi e Cardinali: Venezia e le istituzioni ecclesiastiche nella prima età moderna, Franco Angeli, Milano, 2010;
Frajese, Vittorio, Sarpi scettico. Stato e Chiesa a Venezia tra Cinque e Seicento, Il Mulino, Bologna, 2007;
Zorzi, Alvise,   La Repubblica del Leone. Storia di Venezia, Bompiani, 2001.






Nel XVII scoppia fra la Francia e Venezia una strana guerra: senza eserciti, ma con soldati; senza battaglie, ma con morti; senza generali, ma segnata dal contrapporsi di abili strategie.

Si tratta della "guerra degli #specchi".

Tutto comincia nel 1665, quando il governo di Luigi XIV invia delle spie a #Venezia per reclutare specialisti di dell'arte vetraria, provocando una furiosa reazione delle autorità della Serenissima.

Scopri tutto su #Storica 61 in questi giorni in edicola.


http://www.storiain.net/storia/venezia-e-roma-la-serenissima-contro-il-papato/




giovedì 9 gennaio 2014

Caponnetto. La mafia teme la scuola più della giustizia, l'istruzione toglie erba sotto i piedi della cultura mafiosa



La mafia teme la scuola più della giustizia, l'istruzione toglie erba sotto i piedi della cultura mafiosa.
A. Caponnetto




lo stato e quindi la mafia ne hanno interesse, dove c'e l'ignoranza c'è più possibilità di navigare nel marcio..



Più c'è sottocultura e più trova manovalanza!


sabato 22 settembre 2012

Vincenza Sacco. La storia ci dice che quando non si è pronti a mettere in campo anche la forza, nessuno tiene in conto le tue richieste



"La storia ci dice che quando non si è pronti a mettere in campo anche la forza, nessuno tiene in conto le tue richieste. Restando nella legalità definita a priori e non a caso come cosa buona per te, il tavolo delle trattative sembrano passatempi da caffè e non ci sei tu a quel tavolo, ma delegati a dirigere la trattativa e là tutto si risolve, ti piaccia o no. Quando invece sei pronto all'uso della forza da contrapporre alla forza, il problema è realmente un problema, perchè sfugge dalle mani di coloro che vorrebbero ridurre le istanze a gioco da tavolo......questa volta la mia Maledizione sarà la Catastrofe globale al taciuto....e per ogni ora, giorno trascorso, il tavolo, i dirigenti e le trattative diventino non passatempi da caffè ma terra che trema e panico di una morte annunciata! [...]"
Cit. Vincenza Sacco

lunedì 3 settembre 2012

Carlo Alberto Dalla Chiesa. Finché una tessera di partito conterà più dello Stato, non riusciremo mai a battere la mafia




Finché una tessera di partito conterà più dello Stato, non riusciremo mai a battere la mafia 
Carlo Alberto Dalla Chiesa





Onore ad un uomo dello Stato di cui lo Stato spesso si è dimenticato ......




‎"Dimenticato" è solo un eufemismo....è stato letteralmente tradito ed ucciso dal sistema mafiopolitico.





Credo sia tra i Martiri, toneranno a scompigliare le carte ai potenti.






Rapporti Stato-Mafia, il pentito Di Carlo: "Più che trattativa era un vero accordo".
Il pentito di mafia Franco Di Carlo racconta la sua versione su alcuni incontri tra lui e alcuni esponenti dello Stato.
"Non ho preso parte alle stragi e non le avrei condivise, ma ERO IN CARCERE E HO RICEVUTO VISITE DA ESPONENTI DI SERVIZI CHE MI HANNO PROPOSTO UN ACCORDO PER FERMARE FALCONE". Lo afferma il pentito Franco Di Carlo in un'intervista a Repubblica. "Accadde prima dell'attentato all'Addaura dell'89, venne a trovarmi un emissario di un ufficiale dei servizi che era stato il mio tramite con il generale Santovito per tanti anni. Con lui c'era il capo della Mobile Arnaldo La Barbera, quest'ultimo non si presentò, ma assistette. Non lo conoscevo, lo riconobbi in fotografia in seguito", racconta Di Carlo. "VENNERO A CHIEDERMI DI TROVARE UN MODO PER COSTRINGERE FALCONE AD ANDAR VIA DA PALERMO, A CAMBIARE MESTIERE. Mi spiego così l'attentato dell'Addaura. Cercai un contatto, CREDO CHE ABBIANO TROVATO UN'INTESA". "Cosa nostra non prende ordini da nessuno, ma LE STRAGI HANNO MESSO D'ACCORDO PIÙ SOGGETTI. FALCONE E BORSELLINO ERANO UN PERICOLO ANCHE PER CHI NELLO STATO TEMEVA LA PROPRIA FINE. L'idea di costituire Dia e Dna, di abbattere il segreto bancario, rappresentavano una MINACCIA PER CHI, POLITICI COMPRESI, AVEVA CONDOTTO UNA LOTTA DI FACCIATA, accordandosi sempre con noi", dichiara Di Carlo. In merito al processo sulla trattativa Stato-Mafia, "risponderò come sempre, ma È RIDUTTIVO CHIAMARLA TRATTATIVA: NON C'È STATO UN ACCORDO SOLTANTO SUL 41 BIS. COSA NOSTRA E POLITICA - SOTTOLINEA IL PENTITO - HANNO AVUTO UN DIALOGO CONTINUO, ERANO SOCI". Sulle intercettazioni di Riina, "era certo di essere ascoltato, voleva far sapere che lui è il capo di Cosa nostra e che lo stragismo non è finito: È ALLA RICERCA DI CHI CONTINUI LA SUA LINEA SUICIDA", dice Di Carlo. "Ma Cosa nostra oggi è stanca della sua megalomania".
Mercoledì 29 gennaio 2014

http://www.unionesarda.it/articolo/cronaca_italiana/2014/01/29/rapporti_stato_mafia_il_pentito_di_carlo_pi_che_trattativa_era_un_vero_accordo-5-351969.html


lunedì 16 gennaio 2012

Gaetano Salvemini. La realtà è che quando un clericale usa la parola libertà intende la libertà dei soli clericali (chiamata libertà della Chiesa) e non le libertà di tutti. Domandano le loro libertà a noi laicisti in nome dei principi nostri, e negano le libertà altrui in nome dei principi loro

«Il mondo sarebbe molto più pacifico, se fossimo tutti atei.» 
José Saramago, Premio Nobel per la Letteratura nel 1998.


Le religioni sono come le lucciole: per brillare hanno bisogno del buio.
Arthur Schopenhauer, Parerga e paralipomena, 1851 Dalla bacheca di Angelica Diamante.


La realtà è che quando un clericale usa la parola libertà intende la libertà dei soli clericali (chiamata libertà della Chiesa) e non le libertà di tutti. Domandano le loro libertà a noi laicisti in nome dei principi nostri, e negano le libertà altrui in nome dei principi loro
Gaetano Salvemini


La libertà significa il diritto di essere eretici, non conformisti di fronte alla cultura ufficiale e che la cultura, in quanto creatività sconvolge la tradizione ufficiale
Gaetano Salvemini

«Noi non possiamo essere imparziali. Possiamo essere soltanto intellettualmente onesti: cioè renderci conto delle nostre passioni, tenerci in guardia contro di esse e mettere in guardia i nostri lettori contro i pericoli della nostra parzialità. L’imparzialità è un sogno, la probità è un dovere.»
Gaetano Salvemini, storico, politico e antifascista italiano


Molte volte per spiegare, o peggio ancora per giustificare, gli spropositi e le porcherie fatte ieri e oggi dai politicanti italiani di ogni denominazione, si ripete che “gli italiani son fatti così” e la botte non può dare che il vino che ha.
Giolitti ai suoi tempi diceva che il popolo italiano era gobbo e – lui – non poteva fare a un gobbo altro che un abito da gobbo. E certo il popolo italiano era gobbo. Ma Giolitti invece di tentare quanto sarebbe stato possibile per farlo, non dico dritto come un fuso, ma un gobbo meno gobbo di quanto egli aveva trovato, lo rese più gobbo di quanto fosse prima. Poi venne Mussolini e disse che il popolo italiano era buono a nulla. Poi sono venuti molti – troppi – antifascisti e anch’essi dicono che il popolo italiano è fatto così. Dove tutti sono responsabili, nessuno è responsabile.
La verità è che dove tutti sono responsabili, ciascuno è responsabile per la parte che gli spetta, in proporzione della sua capacità a fare il bene o fare il male, e in proporzione del male che ha realmente fatto e non ha cercato di impedire. Un contadino sardo è anche lui responsabile per la sua quarantacinquemilionesima parte di quanto avviene oggi in Italia. Ma un Ministro che sta a Roma è infinitamente più responsabile che un contadino sardo, per quel che avviene col suo consenso, o per suo ordine, o con la sua complice passività.
Gli italiani furono responsabili per non aver mandato al diavolo il re col suo duce, sebbene, a dire il vero, sia difficile spiegare che cosa gli italiani avrebbero potuto fare, ridotti come erano a polvere incoerente e passiva da un’organizzazione di pretoriani armati e da una polizia onnipotente. Ma lui il re, che non correva nessun pericolo di essere bastonato o mandato al domicilio coatto e in galera, lui, il re che aveva ai suoi ordini un esercito, non ebbe dunque nessuna responsabilità nelle vigliaccherie e nelle perfidie per cui rimarrà immortale nella storia?
Sissignori, gli italiani presi uno per uno sono quello che sono. Ma grazie al cielo, non tutti sono allo stesso modo. Ve ne sono alcuni che…sono fatti diversamente.
Quanti siano stati partigiani in Italia fra il settembre 1943 e l’aprile 1945 nessuno saprà mai. Il comandante delle truppe angloamericane ammise che nei primi mesi del 1945 essi distrassero dal fronte di combattimento sei divisioni nazifasciste. Sei divisioni, anche calcolando diecimila uomini per divisione, fanno 60.000 uomini. Per tenere a bada 60.000 uomini bene armati, organizzati alla tedesca sotto una direzione centrale, quei partigiani scalcagnati, divisi in gruppi scombinati, senza rapide comunicazioni, e con un direzione centrale che funzionava come Dio voleva, devono essere stai almeno tre volte più numerosi delle divisioni nazifasciste. Dunque non corriamo pericolo di esagerare se mettiamo che nei primi mesi del 1945 vi erano nell’Italia del Nord non meno di 180.000 partigiani. Ma mettiamo fossero non più di 100.000. Dietro a quei 100.000 uomini di prima linea, c’erano le seconde e le terze linee, senza il cui favore la prima linea non avrebbe potuto tenere duro per mesi. Se calcoliamo tre persone (uomini e donne) di seconda e terza linea per ogni uomo di prima linea, siamo certi di non esagerare. Abbiamo dunque un totale di 100.000 più 300.000 uomini e donne: cifra tonda 400.000 italiani.
Non tutti sono stinchi di santo. D’accordo. Molti erano anch’essi fatti così. D’accordo. Facciamo una tara della metà. Facciamo una tara dei due terzi. Facciamo una tara dei tre quarti. Si potrebbe essere più pessimisti di così? Restano sempre 100.000 uomini e donne, in tutti i partiti e fuori di tutti i partiti, che erano fatti diversamente.
E quand’anche gli italiani che sono fatti diversamente, fossero non centomila, ma appena mille, cento, dieci, uno solo, quell’uomo solo – degno di rispetto e non carogna – dovrebbe tener duro e non mollare. E sarebbe dovere approvarlo, incoraggiarlo, sostenerlo e non dirgli: “Pensa alla salute, tira a campare, chi te lo fa fare, bada ai fatti tuoi, lascia correre: gli italiani son fatti così”.
Un uomo degno di rispetto è una ricchezza che non si deve buttare via. Chi sa? Quell’uomo solo potrebbe diventare, quando meno lui stesso se lo aspetta, centro d’attrazione e di cristallizzazione per molti altri.
Gaetano Salvemini – Gli italiani sono fatti così, 1947.


Il problema della scuola italiana? Genitori pelandroni
La lezione attualissima di Gaetano Salvemini in un libro di Gaetano Pecora dedicato ai principi della scuola laica: “Le famiglie mandano i figli a scuola , come li mandano a messa, come li lasciano andare al postribolo se si tratta di maschi, o a nozze se si tratta di donne”

Una lezione in una scuola italiana nei primi del Novecento




NICCOLÒ GAETANI, 12/10/2015
[...] Gaetano Salvemini, figura di spicco del partito socialista italiano dei primi del ‘900, fondatore del quotidiano “L’Unità” e autore di diverse opere sull’istruzione. Ripercorrendo il suo pensiero, brillantemente analizzato nel saggio “La scuola laica” di Gaetano Pecora (Pubblicato da Donzelli), ci si imbatte in questioni che in realtà sono attualissime. Altro che secolo scorso… 

I poteri del super-preside
L’articolo 9 della riforma, quello sulle competenze del dirigente scolastico, è stato senza dubbio il più contestato. D’ora in avanti sarà infatti il capo d’istituto a decidere su assunzioni e licenziamenti, valutazioni e premi in denaro per i docenti. E ai dirigenti toccherebbe, inoltre, la predisposizione del Piano triennale dell’offerta formativa. Sono “superpoteri” che potrebbero creare un clima di eccessiva competitività tra gli insegnanti, a discapito del ruolo educativo della scuola, e che farebbero gridare allo scandalo uno come Salvemini, contrario a ogni forma di centralizzazione del potere che potesse minare la libera concorrenza di idee. E se nei primi del ‘900 bastava un nulla perché l’insegnante eterodosso fosse punito dal patrono del luogo con trasferimento per ragioni di servizio, allo stesso modo oggi le tante facoltà attribuite ai presidi rischiano di “espropriare i docenti delle loro idee e di annullarli tutti in una sciatta e desolata uniformità”. Perché o è la scuola della concorrenza di idee opposte o non è, pensava Salvemini, prima di aggiungere: “Noi dobbiamo affermare l’indipendenza dell’insegnante nella scuola pubblica, da tutte le chiese e da tutti i partiti politici”.

Queste sue convinzioni, allo stesso tempo socialiste (nei fini di giustizia) e liberali (nel metodo), lo porterebbero ad avere nei confronti dei presidi la stessa avversione che al tempo provava per clericali e massoni. Come sottolinea Pecora, infatti, “Salvemini si era speso perché nessun docente smarrisse il centro della propria vita, quel centro che per ognuno è l’autonomia della coscienza morale… Per sciogliere gli insegnanti dal sistema di ricatti e intromissioni che appunto quella vita e quella coscienza morale piegavano all’arbitrio di altri”.

Scuola pubblica o scuola privata?
Fin dal 1907, anno in cui a Napoli si svolse il sesto congresso degli insegnanti delle scuole medie, Salvemini – un socialista sui generis, dicevamo, ma anche e soprattutto un educatore - non ebbe remore a individuare nella libera concorrenza il fondamento degli istituti laici. Concorrenza, quindi, anche con le paritarie: “Chi ha miglior filo, tesserà migliore tela. A questo punto, però, l’intellettuale pugliese precisa che “i poteri pubblici alle scuole private non devono concedere sussidi o protezioni di nessun genere”. Guai a riservare loro un trattamento privilegiato, come di fatto ha deciso di fare Renzi (e prima di lui, è bene ricordarlo, il governo di centro-sinistra, nel 2000, e il governo Berlusconi nel 2005) perché “sugli umori del mercato potrebbe nascere la muffa parassita del dumping”.

L’assunto da cui parte l’attuale governo è però diverso: con i dieci milioni di studenti della scuola statale e il milione e passa che frequentano la non statale, si può dire che il sistema di educazione pubblica nazionale poggi ormai su due gambe. Così si spiegano gli incentivi previsti dal nuovo disegno di legge: lo school bonus, finanziamenti che partner privati potranno devolvere agli istituti scolastici, e la detrazione fiscale (fino a 400 euro l’anno) per coloro che mandano i figli nelle scuole paritarie. Il 5 per mille è stato invece stralciato, per il pericolo che si potesse aggravare la sperequazione tra scuole ricche e povere della stessa città e di aree diverse del Paese. Un rischio, sostengono i critici, tutt’altro che scongiurato. I finanziamenti – e comunque la maggior parte di essi - verranno infatti indirizzati verso quegli istituti frequentati da figli di benestanti. Una pratica già molto diffusa nel nord Italia, dove privati, fondazioni e imprese da tempo aiutano le scuole. Questo processo punta deciso verso la “aziendalizzazione” della scuola pubblica, a favore dei dirigenti scolastici e dei loro sponsor territoriali. Funzionerà?
La risposta in questo caso Salvemini la fornisce in un editoriale apparso sull’Unità il 17 aprile 1914, nel quale, smessi i panni dell’erudito pacato e liberale, con ironia e un sarcasmo vagamente anticonformistico esprime la sua analisi sociale:

“… Il cattivo funzionamento di tutte le scuole non si deve attribuire tanto all’essere o non essere pubbliche o private, quanto all’indifferenza che tutte le famiglie, di qualunque partito o di nessun partito, hanno per la scuola. Le famiglie mandano i figli a scuola , come li mandano a messa, come li lasciano andare al postribolo se si tratta di maschi, o a nozze se si tratta di donne. Dove c’è scuola pubblica, mandano il figlio alla scuola pubblica; dove c’è la sola scuola privata, lo mandano alla scuola privata; dove c’è una scuola pubblica e una privata, lo mandano alla scuola privata dopo che è stato bocciato alla scuola pubblica, oppure preferiscono la scuola privata perché fornita di un convitto che consenta loro di sbarazzarsi del tutto del caro rampollo… L’Italia è un paese di pelandroni: clericali, anticlericali, conservatori, rivoluzionari, pubblici, privati, sono tutti eguali – questa è la verità; e questa è la spiegazione del cattivo funzionamento di tutte le scuole, e non solo delle scuole!”.

http://www.lastampa.it/2015/10/12/cultura/il-problema-della-scuola-italiana-genitori-pelandroni-coGyHWK1RrjaRXKzE6TGeN/pagina.html






 

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