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mercoledì 5 luglio 2017

Seneca. De Tranquillitate Animi. [...] quanto a ciò di cui senti la mancanza, è qualcosa di grande, di eccelso, di vicino a dio, il non essere turbato. Questa stabilità dell’animo, sulla quale c’è quel volume egregio di Democrito, i Greci la chiamano "euthymìa", io la chiamo tranquillitas

TRANQUILLITAS
Seneca, proprio come un medico dell’anima, pone al centro della terapia la "tranquillitas". Rivolgendosi a Sereno dice:

quanto a ciò di cui senti la mancanza, è qualcosa di grande, di eccelso, di vicino a dio, il non essere turbato. Questa stabilità dell’animo, sulla quale c’è quel volume egregio di Democrito, i Greci la chiamano "euthymìa", io la chiamo tranquillitas”.

Essa non è la tranquillità dell’isolarsi dal mondo e dell’"inertia", piuttosto è il frutto di una autoeducazione modellata nel dinamismo del vivere quotidiano, quella forza d’animo caratteristica che fa affrontare le avversità della imprevedibile Provvidenza. Il saggio vive con questa disposizione psichica nel mezzo delle vicissitudini della vita sociale, negli inganni del lusso, nelle asperità, nelle ingiustizie, senza cadere negli estremi della depressione o dell’esaltazione. La "tranquillitas" è piena salute mentale, realizzazione di una personalità equilibrata, serena, sicura di sé. Non è una realizzazione banale, ma il frutto di un lavoro interiore impegnativo e talvolta duro che richiede razionale prudenza e la consapevole adesione etica alla "misura mediana", ossia l’evitare gli eccessi opposti della brama (piaceri estremi) e della rinuncia (mancanza totale di piaceri e di affetti). Si tratta di una meta ideale alla portata dell’essere comune e, che se realizzata, lo avvicina all’esperienza dello stato divino (deo vicinum).
(Cfr. Seneca, De Tranquillitate Animi, BUR, p. 73). 

Seneca, De tranquillitate animi. Esplorando l'animo mio avverto un senso di malessere quanto mai sgradevole, che mi rende lunatico e lagnoso: insomma non sono malato, ma non sto neppure bene. Io temo che con l'abitudine - la quale porta le cose a fossilizzarsi in una persistente stabilità - questo mio difetto possa mettere radici, giacché la continua dimestichezza con i nostri mali alla lunga ce li fa gustare ed amare come se fossero dei beni.

Esplorando l'animo mio avverto un senso di malessere quanto mai sgradevole, che mi rende lunatico e lagnoso: insomma non sono malato, ma non sto neppure bene.
Io temo che con l'abitudine - la quale porta le cose a fossilizzarsi in una persistente stabilità - questo mio difetto possa mettere radici, giacché la continua dimestichezza con i nostri mali alla lunga ce li fa gustare ed amare come se fossero dei beni.
Seneca, De tranquillitate animi



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