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mercoledì 26 agosto 2015

Zeus non faceva alcuna differenza tra divine e mortali e se qualcuna suscitava i suoi interessi, pur di conquistarla, non esitava a servirsi dei più abili stratagemmi e delle più strane metamorfosi. Per sedurre la sacerdotessa Io, ad esempio, si mutò in una nuvola soffice ed eterea.





Zeus e Io, mitologia greca
Zeus conduceva un’attività erotica extraconiugale tale da far infuriare Hera, sua moglie, provocando scompiglio e vendette sull’Olimpo.
Zeus non faceva alcuna differenza tra divine e mortali e se qualcuna suscitava i suoi interessi, pur di conquistarla, non esitava a servirsi dei più abili stratagemmi e delle più strane metamorfosi. 
Per sedurre la sacerdotessa Io, ad esempio, si mutò in una nuvola soffice ed eterea.
Io era la sacerdotessa d’un tempio vicino a Micene, sacro a Hera
La sacerdotessa Io era giovane e assai bella e quando Zeus la vide la prima volta subito se ne innamorò.
Hera, che ben conosceva il marito, ben presto si insospettì delle sue improvvise e ingiustificate assenze; volle vederci chiaro e scese sulla Terra. Zeus, vedendo arrivare Hera scura in viso, mutò la sacerdotessa Io in una giovenca, ma Hera non si lasciò ingannare e, fingendo ammirazione per l’animale, glielo chiese in dono. Zeus non rifiutò, ma solo per non farla insospettire ulteriormente.
Hera inviò subito la giovenca in un pascolo molto lontano. Il pascolo era custodito da Argo, soprannominato Tutt’occhi, perché aveva ben cento occhi sparsi in giro per tutto il corpo e anche quando dormiva cinquanta dei suoi cento occhi vegliavano a turno.
Zeus, volendo liberare la sacerdotessa Io dalla sua prigionia, ordinò ad Hermes di liberare la giovenca. Hermes assunse l’aspetto di un pastorello e, sedutosi vicino ad Argo, cominciò a suonare con il flauto una noiosissima nenia che, a poco a poco, riuscì ad addormentare tutti i cento occhi del custode. Dopo che Argo fu ben addormentato, Hermes con un colpo di spada gli troncò la testa. Io era liberata. Hera, però, dall’Olimpo aveva visto tutto e mandò alla sfortunata giovenca un tafano, perché la pungesse senza darle un attimo di tregua. La giovenca fuggì disperatamente, ma il tafano le volava dietro senza darle un solo attimo di pace. La sacerdotessa Io, ancora sotto le sembianze di giovenca, oltrepassò il Bosforo, che in greco significa appunto «Passaggio della Giovenca» e giunse in Fenicia, eppoi in Egitto. Qui finalmente Zeus riuscì a fermare Io e, liberatala dal tafano, le restituì l’aspetto di donna. Tuttavia due corte corna le rimasero sul capo, simili alle corna della Luna quando è al primo e all’ultimo quarto. Da Io nacque Epàfo, che fu poi re d’Egitto e costruì la capitale Menfi.



mi chiedevo da adolescente perché mai Zeus dovesse preferire alla potente e perfetta dea Hera la mortale e dunque imperfetta (quantunque bella) Io. La perfezione non è dunque ciò' che ti rende desiderabile al di sopra di tutto ? Elaborai più tardi una risposta: l' imperfezione - che è umana - era ciò che mancava ad Hera e che rendeva la mortale IO desiderabile agli occhi del Dio. L'imperfezione umana , questa incolmabile diversità , fa innamorare gli Dei , perché ci rende speciali. E di tale specialità dovrebbero andare fieri tutti i "diversi" del mondo.



lunedì 26 gennaio 2015

Teti era la più bella delle Nereidi, le ninfe dei mari, aveva il dono della metamorfosi che contribuiva ad aumentarne il fascino. L'amò profondamente Giove, che avrebbe voluto farla sua sposa e che la diede invece in moglie a un mortale, Peleo, re della Tessaglia, per il timore di essere spodestato dal figlio che sarebbe nato da lei, Achille, destinato, secondo una predizione oracolare, a breve vita ma al privilegio di superare in forza il proprio padre.


Teti era la più bella delle Nereidi, le ninfe dei mari, aveva il dono della metamorfosi che contribuiva ad aumentarne il fascino.
L'amò profondamente Giove, che avrebbe voluto farla sua sposa e che la diede invece in moglie a un mortale, Peleo, re della Tessaglia, per il timore di essere spodestato dal figlio che sarebbe nato da lei, Achille, destinato, secondo una predizione oracolare, a breve vita ma al privilegio di superare in forza il proprio padre.


Nozze di Teti e Peleo
Pisside attica a figure rosse.
470-460 a.C.
Parigi, Museo del Louvre.



sabato 3 maggio 2014

Joseph Campbell. Per me, la mitologia è una funzione della biologia...un prodotto dell'immaginazione del soma. Che dire dei nostri corpi? Che cosa ci stanno dicendo i nostri corpi? L'immaginazione umana e' radicata nelle energie del corpo. E gli organi del corpo sono i determinanti di queste energie e i conflitti tra i sistemi di impulso degli organi e la loro armonizzazione. Tutto questo e' la materia del mito



Per Jung e Hillman non è l'anima ad essere nel corpo, quanto il corpo ad essere nell'anima e nell'Anima mundi...e noi possiamo aggiungere citando Joseph Campbell: “Per me, la mitologia è una funzione della biologia...un prodotto dell'immaginazione del soma. Che dire dei nostri corpi? Che cosa ci stanno dicendo i nostri corpi? L'immaginazione umana è radicata nelle energie del corpo. E gli organi del corpo sono i determinanti di queste energie e i conflitti tra i sistemi di impulso degli organi e la loro armonizzazione. Tutto questo e' la materia del mito"....IL CORPO E' IL MITO VIVENTE....


giovedì 9 gennaio 2014

Tolkien. Sulle fiabe. La fantasia è una naturale attività umana, la quale certamente non distrugge e neppure reca offesa alla ragione, né smussa l'appetito per la verità scientifica, di cui non ottunde la percezione. Al contrario: più acuta e chiara è la ragione, e migliori fantasie produrrà

«Guardiamo gli alberi, e li chiamiamo "alberi", dopo di che probabilmente non pensiamo più alla parola. Chiamiamo una stella "stella", e non ci pensiamo più. Ma bisogna ricordare che queste parole, "albero", "stella", erano (nella loro forma originaria) nomi dati a questi oggetti da gente con un modo di vedere diverso dal nostro. Per noi un albero è, semplicemente, un organismo vegetale, e una stella semplicemente una palla di materia inanimata che si muove lungo una rotta matematica. Ma i primi uomini che parlarono di "alberi" e di "stelle" vedevano le cose in maniera del tutto differente. Per loro, il mondo era animato da esseri mitologici. Vedevano le stelle come sfere di argento vivo, che esplodevano in una fiammata in risposta alla musica eterna. Vedevano il cielo come una tenda ingioiellata, e la terra come il ventre dal quale tutti gli esseri viventi sono venuti al mondo. Per loro, tutta la creazione era intessuta di miti e popolata di elfi.» 
John Ronald Reuel Tolkien, citato in Paolo Gulisano, Tolkien. Il mito e la grazia, Ancora, 2007.


La fantasia è una naturale attività umana, la quale certamente non distrugge e neppure reca offesa alla ragione, né smussa l'appetito per la verità scientifica, di cui non ottunde la percezione. Al contrario: più acuta e chiara è la ragione, e migliori fantasie produrrà. 
John Ronald Reuel J.R.R. Tolkien. Sulle fiabe


John Ronald Reuel Tolkien (1892 – 1973) è stato uno scrittore, filologo, glottoteta e linguista britannico, spesso abbreviato in J. R. R. Tolkien. Importante studioso della lingua anglosassone, è l'autore de Il Signore degli Anelli e di altre celebri opere riconosciute come pietre miliari del genere fantasy, quali Lo Hobbit e Il Silmarillion.

**The Harbor at Herring Cut (sd) di Newell Convers Wyeth (22 ottobre 1882 - 19 ottobre 1945), noto come NC Wyeth, fu allievo del pittore Howard Pyle e divenne uno dei più grandi illustratori americani.
NC Wyeth era il padre di Andrew Newell Wyeth (1917-2009) pittore realista, uno dei più noti artisti della metà del 20 ° secolo negli Stati Uniti.
(*Stella)




lunedì 16 aprile 2012

Beowulf non è solo un poema, è un appello agli uomini di tutte le epoche a muoversi di fronte al caos e alla distruzione. Non siamo infatti ne mostri ne bestie, siamo potenzialmente qualsiasi cosa ma la natura stessa dell’uomo tende all’eroismo. E’ la paura a farci regredire e la paura è sempre stata il miglior alleato per i mostri.

L’enigma di Beowulf …
DI JARLHALFDAN

Cosa può esserci di enigmatico nel più famoso poema anglosassone? 
Scritto nella prima metà dell’VIII° secolo d.C. Il poema ci narra le gesta dell’eroe geata Beowulf. Dotato di coraggio e forza fuori dal comune il nostro eroe affronterà Grendel mostro aberrante che porta morte e distruzione nella Sala dell’Idromele del re danese Hrotgar. In seguito affronterà anche la madre del mostro,una terribile strega e arrivato ormai alla fine del suo percorso, ucciderà un drago ma lo scontro gli costerà la vita.

Beowulf è stato oggetto di miriadi di interpretazioni, più o meno azzeccate e più o meno richieste. Non parliamo poi di tutti i pessimi adattamenti cinematografici. L’enigma si presenta proprio in questo ambito. Qual’è il problema di rendere un tale poema per quello che è ? Qual’è il problema di mostrare al mondo “l’ultimo degli eroi” per quello che è e non per quello che si pensa possa piacere di più al pubblico? Da forse fastidio il fatto che, pur essendo ritenuta un’opera di fantasia (con fin troppi riferimenti storici) parli di gesta eroiche, di tradizioni molto più antiche di chi l’ha fatto arrivare a noi e soprattutto che parli del fatto che pur essendo uomini possiamo fare la differenza e che l’onore non è morto e sepolto come vorrebbe farci credere chi blatera di perdono e investe in fabbriche di armi. Ma il poema parla anche dei mostri e a tal proposito, citare J.R.R. Tolkien a riguardo è d’obbligo :

<<I mostri erano stati nemici degli dei, i capi degli uomini, e, nei confini del Tempo, i mostri avrebbero vinto. […] Perché i mostri, non spariscono anche se gli dei vanno e vengono>>.

Proprio cosi. I mostri, non spariscono. Ed i mostri, qualunque sia la loro forma, temono gli eroi. E qual’è l’unico modo efficace che i mostri hanno per distruggere gli eroi? Farli diventare mostri a loro volta. Questo è sempre stato il metodo più usato. Uccidere gli eroi li trasforma in leggenda e spinge altri a fare come loro. Dimostrare invece al mondo che non ci sono eroi e che in fondo (spesso neanche troppo in fondo) siamo tutti mostri è per loro la vittoria completa. Si dice che tutti abbiano un prezzo. E i mostri hanno sempre fatto leva anche su quello per assicurarsi il controllo sugli uomini.

Già, il controllo. Questa è l’ossessione dei mostri moderni
Controllare la rete, la stampa, le produzioni cinematografiche fin nei più minimi contenuti. 
Censurare questo e quello perché “vanno oltre” e potrebbero far svegliare qualcuno dal torpore. 
Ma l’ossessione è anche il punto debole dei mostri stessi. Per quanto possano essere scaltri, infidi e potenti, essi rimangono vittime delle loro ossessioni. Nel Poema Grendel (creatura non meglio identificata, alcuni lo associano ai troll delle leggende scandinave, altri lo definiscono “demone”, non prendo in considerazione la definizione del poema perché si tratta di una mistificazione creata dall’amanuense che scrisse il manoscritto originale) è ossessionato dalla volontà di distruggere e uccidere, forse scatenata dai festeggiamenti continui nella “Sala dell’idromele” di Hrotgar. La madre a sua volta è ossessionata dalla vendetta per il figlio. Il drago infine, incarnazione stessa del caos e delle “forze del male” ha come uni fine il bruciare villaggi, sterminare le persone inermi e poi tornarsene beatamente a dormire nel suo tumulo

Anche oggi abbiamo questo tipo di ossessioni, coltivate dai mostri moderni
Le cose non sono cambiate. Hanno mutato forma, si sono subdolamente attaccate alla spina dorsale dell’umanità facendosi passare per bisogni e necessità irrinunciabili, ingannandoci tutti . E gli eroi ? Dove sono finiti gli eroi ? Esistono ancora ? La risposta a tutto questo non è una sola. Si, gli eroi ci sono ancora. Ma si nascondono, agiscono nell’ombra o dietro un monitor. Non sono più spavaldi e risoluti.

Spesso mancano di autostima, e non si sentono per niente tali. Eppure lo sono. 
Il coraggio lo hanno ancora ma difettano nella motivazione, sono scarsi nei metodi e nelle strategie. Questo perché nessuno li aiuta realmente. Non basta una pacca sulla spalla, un “bravo continua cosi”. Serve un vero aiuto, un gruppo, una comunità che li sostenga. Perché l’eroe è tale se agisce per il bene comune. Oggi invece vengono sistematicamente isolati, dichiarati pazzi,”strani” “fuori di testa” e insultati in modi molto peggiori.

Altri vengono riconosciuti come “eroi”. 
Persone infime, corrotte e contorte, che sembrano uscite da un brutto incubo di Stephen King e che nemmeno H.P. Lovecraft riuscirebbe a collocare tra i gli orrori cosmici dei suoi miti. Proprio cosi, gli eroi diventano mostri ed i mostri eroi. Questo è il capolavoro assoluto del potere, questa la vera dannazione dell’umanità, il vero motivo del perché la gente oggi non capisce un cazzo.

Non è soltanto l’ignoranza ostentata, con orgoglio, il malcostume diffuso, la decadenza dei valori nella società o l’analfabetismo funzionale, che fanno si che la gente vaghi nel nulla, ma l’incapacità di distinguere gli eroi dai mostri, la totale mancanza di buonsenso e l’assenza di figure ispiratrici che ci porta a vedere tutto con il filtro della disperazione . In breve le persone hanno smarrito la strada per quella “scintilla divina” che può renderci tutti “eroi “.

Beowulf non è solo un poema, è un appello agli uomini di tutte le epoche a muoversi di fronte al caos e alla distruzione. Non siamo infatti ne mostri ne bestie, siamo potenzialmente qualsiasi cosa ma la natura stessa dell’uomo tende all’eroismo. E’ la paura a farci regredire e la paura è sempre stata il miglior alleato per i mostri.

https://jarlhalfdanpage.wordpress.com/2016/09/12/lenigma-di-beowulf-e-del-perche-la-gente-non-capisce-un-cazzo/

sabato 4 febbraio 2012

Iris: dea dell'arcobaleno e messaggera degli dei. Iris o Iride, la divina messaggera, era la figlia di Taumante, una divinità marina, e di Elettra, (lo zampillare dell'acqua) una ninfa oceanina, figlia del titano Oceano. Iris era una giovane dai piedi veloci come il vento e portava gli ordini celesti, in particolare quelli di Zeus e di Era, agli altri dèi od agli uomini. Scendeva sulla terra per portare i suoi messaggi camminando sull'arcobaleno, che segnava il suo percorso. La dea era, soprattutto, la messaggera di Era, come Ermes (Mercurio) era il messaggero di Zeus (Giove) e poteva andare anche in fondo al mare e nelle profondità del mondo sotterraneo. Benché sorella di quei mostri alati che erano le Arpie, creature con viso di donna e corpo d'uccello, Iride era rappresentata sotto le spoglie di una bella e giovane donna, fornita d'ali e vestita di abiti dai brillanti colori; la sua testa era circondata da un alone di luce che filava attraverso il cielo. In alcune tradizioni viene riportato che era la moglie di Zefiro.


Iris: dea dell'arcobaleno e messaggera degli dei

Iris o Iride, la divina messaggera, era la figlia di Taumante, una divinità marina, e di Elettra, (lo zampillare dell'acqua) una ninfa oceanina, figlia del titano Oceano.
Iris era una giovane dai piedi veloci come il vento e portava gli ordini celesti, in particolare quelli di Zeus e di Era, agli altri dèi od agli uomini. Scendeva sulla terra per portare i suoi messaggi camminando sull'arcobaleno, che segnava il suo percorso. La dea era, soprattutto, la messaggera di Era, come Ermes (Mercurio) era il messaggero di Zeus (Giove) e poteva andare anche in fondo al mare e nelle profondità del mondo sotterraneo. Benché sorella di quei mostri alati che erano le Arpie, creature con viso di donna e corpo d'uccello, Iride era rappresentata sotto le spoglie di una bella e giovane donna, fornita d'ali e vestita di abiti dai brillanti colori; la sua testa era circondata da un alone di luce che filava attraverso il cielo. In alcune tradizioni viene riportato che era la moglie di Zefiro.

Arcobaleno Iris pseudopumila

Iris (Iride) era rappresentata sotto forma di una giovane donna, con un'aureola dei colori dell'arcobaleno. I poeti sostenevano che l'arcobaleno era la traccia dei suoi piedi quando scendeva dall’Olimpo verso la terra per portare un messaggio.
A volte, il fenomeno celeste dell'arcobaleno si chiama ancora: sciarpa d'Iride.

L'iris è anche il fiore degli artisti e dei poeti. Nell'antichità, gli attribuivano proprietà misteriose come quelle di alleviare e calmare le rabbie; di curare la collera e l'isteria; di ridurre l'agonia della gente spinta al suicidio; di annullare gli effetti delle punture degli animali velenosi. In piccole dosi, la sua radice fresca è stimolante, espettorante e diuretica, in forti dosi essa produce sgombero dello stomaco e degli intestini.
L'osservazione di questo fiore splendido porterà rilassamento e benessere.  
Mentre nell’Odissea di Omero il nome della dea non appare, nel testo in greco dell'Iliade si possono contare quarantadue ricorrenze della parola Iride. Ecco le principali:
  • La dea Iride annuncia, sotto le sembianze di Polites, un figlio di Priamo e di Ecuba, l'arrivo degli assedianti di Troia (II, 786).
  • Sotto le sembianze di Laodice, la più bella delle figlie di Priamo, va a cercare Elena, causa della guerra, affinché veda, dalla cima delle mura della città assediata, la folla degli uomini venuta a ricercarla (III, 121).
  • Mentre si svolgono i combattimenti, Iride interviene per prestare assistenza alla dea Afrodite che si era, pericolosamente schierata a favore dei troiani (V, 353).
  • Si trova anche, inviata da Zeus, per frenare le dee Era ed Atena che vogliono aggiungersi agli umani per combattere a fianco dei greci (VIII, 398).
  • Appare rivolgersi al troiano Ettore per comunicargli i consigli di Zeus (XI, 185).
  • Quando il dio Poseidone interviene per influire nel combattimento differentemente dai voleri di Zeus, è Iride che viene a comandargli, in nome del re degli dei, di ritirarsi immediatamente (XV, 158).
  • Iride interviene anche, secondo i desideri di Zeus e di Era, per chiedere al greco Achille di prendere parte al combattimento dove il troiano Ettore sembra guadagnare una vittoria inevitabile (XVIII, 166).
  • Quindi, intercede per Achille presso gli dei del vento, Borea e Zefiro, affinché sia reso al guerriero Patroclo onore in un degno funerale (XXIII, 198).
  • Ma quando Achille rifiuta ogni onore funebre ad Ettore, inviando Iride, Zeus convoca Teti affinché faccia piegare la volontà di suo figlio (XXIV, 87);
  • Zeus invia Iride presso vecchio Priamo per dirgli di richiedere senza timore ad Achille la spoglia di suo figlio Ettore (XXIV, 144).

Era ed Iris, lekythos a figure rosse, circa 480 a.C.









Era ed Iris, lekythos a figure rosse, circa 480 a.C.

Iris, lekythos a figure rosse

Guerin Morpheus ed Iris - 1811 Guerin - Morpheus ed Iris - 1811

Abbiamo da ricordare anche Virgilio che scrive: “Iride rugiadosa con crocee penne, nel cielo traendo mille vari colori dal sole…”(Eneide, IV).
Ma torniamo alla nostra dea e notiamo che Iride si sedeva presso il trono di Era, pronta ad eseguire i suoi ordini. La leggenda dice che Iride purificava Era con profumi quando questa ritornava dagli inferi all'Olimpo. Era aveva per essa un grande affetto, poiché lei le portava soltanto buone notizie.


Iris - Frontone N Ovest Partenone - circa 447-433 a.C.

http://www.tanogabo.it/mitologia/greca/iris_iride.htm



lunedì 9 gennaio 2012

MITO DELLA NASCITA DEL MONDO (Il regno di Urano ed il regno di Crono)


Sfidando il lungo cammino del tempo sono giunte sino a noi storie, miti e leggende sulla nascita dell'universo. Gli antichi greci raccontano che all'inizio esisteva solo lo spazio cosmogonico vuoto e senza fine. Non esistevano le stelle. Non esisteva la terra. Non esisteva alcuna cosa del creato. ERA SOLO IL CAOS, senza forma, al di là del tempo e dello spazio.
All'improvviso dal Caos apparve Gea, la madre terra, principio di vita e madre degli uomini e della stirpe divina, prima realtà materiale della creazione. Dopo di lei apparvero Eros l'amore; il Tartaro luogo di punizione delle anime malvagie; l'Erebo la notte.
GEA GENERO' DA SOLA URANO il cielo (che feconda la terra con una pioggia benefica) con il quale si unì e dalla cui unione nacquero i dodici Titani, sei maschi (Oceano, Ceo, Crio, Iperione, Giapeto, Crono) e sei femmine (Tea, Rea, Temi, Teti, Febe, Mnemosine); i tre Ecatonchiri o Centimani, Briareo, Gia e Cotto mostri con cinquanta teste e cento braccia; i tre Ciclopi Bronte, Sterope ed Arge tutti con un solo occhio in mezzo alla fronte.
GEA GENERO' DA SOLA PONTO il mare con il quale si unì e dal quale ebbe Taumante che secondo alcuni fu padre delle Arpie; Forco, la personificazione del mare in tempesta; Ceto la personificazione delle insidie che si celano nel mare in tempesta ed Euribia personificazione della violenza tempestosa del mare .

In quel tempo Gea scelse Urano come sposo ed iniziò così il REGNO DI URANO, che assieme a Gea governavano il creato.
Urano, disgustato dall'aspetto mostruoso dei suoi figli, i Giganti, gli Ecatonchiri e i Ciclopi, e ossessionato dall'idea che potessero privarlo un giorno del dominio dell'universo, li fece sprofondare al centro della terra.
Gea, triste e irata per la sorte che il suo sposo aveva destinato ai figli, decise di reagire. Costruì, all'insaputa di Urano, una falce con del ferro estratto dalle sue viscere e radunati i suoi figli, chiese a tutti di ribellarsi al padre.

Particolare di Giorgio Vasari, La mutilazione di Urano da parte di Crono (XVI secolo), Palazzo Vecchio, Firenze (Italia)
Uno solo, il più giovane osò seguire il consiglio della madre, il titano Crono che armato dalla madre, si nascose nella Terra ed attese l'arrivo del padre. Era infatti abitudine di Urano, discendere la notte dal cielo per abbracciare la sua sposa nell'oscurità. Non appena Urano si presentò, Crono saltò fuori e con una mano immobilizzò il padre mentre con l'altra lo evirava con il falcetto.

Giorgio Vasari, La mutilazione di Urano da parte di Crono (XVI secolo), Palazzo Vecchio, Firenze (Italia)
Il sangue che sgorgava copioso dalla ferita fecondò Gea dalla quale nacquero le Erinni divinità infernali; le ninfe Meliadi (ninfe dei Frassini) protettrici delle greggi; i Giganti creature gigantesche dalla forza spaventosa, simbolo della forza bruta e della violenza sconvolgitrice della natura quali i terremoti e gli uragani. Dalla spuma delle onde creata dai genitali di Urano che cadevano nel mare, si generò Afrodite la dea dell'amore.
Urano, riuscì però a scappare lontano e da allora mai più si avvicinò alla terra, sua sposa.
Il governo della terra, sarebbe toccato al più anziano, Oceano (uno dei Titani), ma Crono, con l'inganno riuscì a impossessarsi del trono e a regnare sul creato.
Iniziò così il REGNO DI CRONO.
La prima cosa che fece Crono fu quella di liberare i suoi fratelli dalla prigionia alla quale il padre li aveva relegati ad eccezione dei Ciclopi e degli Ecatonchiri nei confronti dei quali nutriva seri dubbi sulla loro lealtà nei suoi confronti. Questo fu un grave errore da parte sua, errore che, negli anni a venire, gli sarebbe costato molto caro.
Per continuare l'opera della creazione Crono, scelse come sposta Rea (una dei Titani), sua sorella.

Crono rappresentanto
con una falce in mano,
Affresco pompeiano

Pieter Paul Rubens (1577 - 1640), Crono divora Poseidone, olio su tela, Museo del Prado, Madrid (Spagna)
Nel frattempo, la grande opera della creazione continuava e numerose divinità apparivano:
- le Graie e le Gorgoni;
- Thanatos la morte, Eris la discordia, Nemesi la vendetta, le Moire , il destino (tutti figli di Erebo, la notte);
- Elios il sole, Selene la luna, Eos il mattino (tutti figli del Titano Iperione);
- Iride l'arcobaleno ed altre ancora.
Con Rea, Crono ebbe numerosi figli tra cui tre maschi Poseidone, Ade, Zeus, e tre femmine, Era, Demetra, Estia.
Sotto il regno di Crono la terra conobbe l'età dell'oro ma la sua tranquillità fu minata da un triste vaticinio: gli fu infatti predetto che il suo regno avrebbe avuto fine per mano di uno dei suoi figli. Terrorizzato, per tentare di ingannare il destino iniziò a divorare i suoi figli non appena nascevano, tenendoli così prigionieri nelle sue viscere.

Rea, disperata, subito dopo la nascita del suo ultimogenito Zeus, si recò da Crono e anziché presentargli il figlio, gli consegnò un masso avvolto nelle fasce che Crono ingoiò senza sospettare nulla.
Nel frattempo il piccolo Zeus era stato portato in una caverna del monte Ida nell'isola di Creta e affidato alle cure delle ninfe Melissa (o Ida) e Adrastea e secondo alcuni storiografi fu allattato dalla capra Amaltea mentre secondo Ovidio (Fasti, V, 115 e segg.) Amaltea era il nome della ninfa Amaltea che possedeva una capra che aveva due capretti la quale costituiva l'orgoglio del suo popolo per le superbe corna ricurve all'indietro e per le mammelle ricche di latte, degne di allattare il grande Zeus.

Rea che consegna a Crono una pietra al posto di Zeus
Un giorno la capra si spezzò un corno urtando contro un albero perdendo metà della sua bellezza. Il corno fu raccolto da Amaltea che lo ricolmò di frutta ed erbe e lo donò a Zeus (1). Anche l'ape Panacride nutriva Zeus dandogli il miele ed un'aquila gli portava ogni giorno il nettare dell'immortalità. I suoi pianti erano coperti dai Cureti che battevano il ferro per impedire ad alcuno di sentire i suoi vagiti.

Zeus quando fu grande a sufficiente salì in cielo e con l'inganno fece bere a Crono una speciale bevande preparata da Metis che gli fece vomitare i figli che aveva divorato e dopo ciò dichiarò guerra al padre.
Ebbe così inizio una lunga guerra che durò dieci anni che vide da una parte Crono, al cui fianco si schierarono i Titani e dall'altra Zeus, al cui fianco c'erano tutti i suoi fratelli.
Entrambe le parti si battevano senza esclusione di colpi. La terra era devastata dai Titani che con la loro forza cambiavano i contorni della terra, distruggendo montagne scagliandole nell'Olimpo, il monte più alto della Grecia, dove Zeus ed i suoi fratelli avevano stabilito il proprio regno.


Ciclopi che lavorano nella fucina di Efesto - Rilievo antico
La guerra sarebbe andata avanti ancora per parecchio tempo se Gea non fosse intervenuta per consigliare a Zeus di liberare i Ciclopi e stringere un'alleanza con loro. I Ciclopi, per ripagare Zeus di avergli reso la libertà fabbricarono per lui le armi che sarebbero entrate nella leggenda e con le quali avrebbe retto il suo regno dalla cima dell'Olimpo: le folgori.
Zeus liberò anche gli Ecatonchiri, che con le loro cento braccia iniziarono a scagliare una quantità infinita di massi contro gli alleati di Crono che assieme alle folgori scagliate da Zeus, decretarono la vittoria finale.


Sulla sorte che Zeus fece fare al padre Crono ci sono diverse ipotesi. Secondo alcuni gli fu concesso di regnare nelle isole dei Beati, ai confini del mondo. Secondi altri, fu condotto a Tule e sprofondato in un magico sonno secondo altri ancora fu incatenato nelle più profonde viscere della terra.
Certa è invece la sorte che fu destinata ai Titani: furono incatenati nel Tartaro, e la loro custodia fu affidata agli Ecantonchiri.
Racconta Luciano nei Saturnali in un singolare dialogo tra Crono detronizzato e vecchio ed un suo sacerdote: " (…) Crono: Ti dirò. In prima essendo vecchio e perduto di podagra (e questo ha fatto creder al volgo che io ero incatenato) io non potevo bastare a contenere la gran malvagità che c'è ora: quel dover sempre correre su e giù, a brandire il fulmine, e folgorare gli spergiuri, i sacrileghi, i violenti, era una fatica grande e da giovane; onde con tutto il mio piacere la lasciai a Zeus. Ed ancora mi parve bene di dividere il mio regno tra i miei figlioli , ed io godermela zitto e quieto , senza aver rotto il capo da quelli che pregano e che spesso dimandano cose contrarie, senza dover mandare i tuoni, i lampi e talora i rovesci di grandine. E così da vecchio meno una vita tranquilla , fo buona cera, bevo del nettare più schietto, e mo un po' di conversazioncella con Giapeto e con altri dell'età mia; ed egli si ha il regno e le mille faccende. (…)"

Terminava così il regno di Crono, secondo sovrano della divina famiglia e aveva inizio quella di Zeus, terzo sovrano e suo figlio.  
Nascita mondo
Testa di Zeus detta di Otricoli, copia di originale greco (IV secolo a.C.), Musei Vaticani, Roma (Italia)

Zeus, dopo la sconfitta del padre Crono ed avere precipitato gli alleati del padre, i Titani, nel Tartaro, regnava sereno sulla stirpe divina e sugli uomini.

Scriveva Omero (Iliade, VIII, 3 e sgg.)

"Su l'alto Olimpo il folgorante Giove 

Tenea consiglio. Ei parla e riverenti 
stansi gli Eterni ad ascoltar: M'udite 
Tutti ed abbiate il mio voler palese;
E nessuno di voi, nè Dio nè Diva,
Di frangere s'ardisca il mio decreto;
Ma tutti insieme il secondate ...
... degli Dei son io
Il più possente ... "


In realtà però, una nuova minaccia si affacciava all'orizzonte che avrebbe portato Zeus ad intraprende re un'ennesima lotta contro un temibile nemico: Tifone.  

         Zeus contro Tifone
Gea che non sopportava l'idea che i suoi figli, i Titani, fossero stati imprigionati nel Tartaro da Zeus, si recò in Cilicia, da suo figlio Tifone (o Tifeo) padre di tutti i venti funesti e dei mostri più terribili(1) che aveva generato dopo essersi unita al Tartaro, al quale chiese aiuto per muovere guerra contro Zeus.
Tifone, la cui statura non aveva eguali sulla terra in quanto non c'era monte che lo eguagliava in altezza e con le sue cento teste che sputavano fuoco e reso ancora più orribile dall'ira che lo animava, salì sull'Olimpo per battersi contro gli dei. La sorpresa e lo spavento fu tale che gli stessi dei, dopo essersi trasformati in animali (Apollo in corvo, Artemide in gatta, Afrodite in pesce, Ermes in cigno, ecc.), scapparono nel lontano Egitto lasciando da solo Zeus ad affrontarlo.
Il combattimento fu lungo. Zeus dapprima iniziò a scagliare le sue folgori, poi, mano mano che Tifone si avvicinava, lo colpì ripetutamente con la falce. Il mostro sembrava vinto ma quando Zeus si avvicinò per scagliare il colpo mortale, fu afferrato dalle gambe di Tifone ed immobilizzato. Tifone fu rapido a strappargli la falce con la quale gli recise i tendini delle mani e dei piedi.
Zeus era vinto.
Tifone decise quindi di nascondere Zeus in Cilicia, rinchiudendolo in una grotta chiamata Korykos (il "Korykos antron", che vuol dire "sacco di pelle") mentre i suoi tendini, deposti in una sacca di pelle d'orso, li affidò alla custodia della dragonessa Delfine, metà fanciulla e metà serpente.
Il suo destino sarebbe stato segnato se Ermes, figlio di Zeus, ripresosi dallo spavento decise di reagire. Rubò la Immagine etnasacca a Delfine e trovata la grotta dove era stato imprigionato il padre, lo liberò e lo curò rendendolo nuovamente forte e potente.
Zeus, iniziò allora una nuova aspra e dura lotta contro Tifone, che riuscì a sconfiggere scagliandogli addosso l'isola di Sicilia (secondo altri l'isola di Ischia) e ad imprigionarlo sotto il monte Etna, dove ancora giace. Narra la leggenda che le eruzioni del vulcano altro non sarebbero che le fiamme scagliate da Tifone per la rabbia di essere stato vinto.
Narra Ovidio nella Metamorfosi (V. 346-358): "(...) la vasta isola della Trinacria si accumula su membra gigantesche, e preme, schiacciando con la sua mole Tifeo, che osò sperare una dimora celeste. Spesse, invero, egli si sforza e lotta per rialzarsi, ma la sua mano destra è tenuta ferma dall'Ausonio Peloro, la sinistra da te, o Pachino; i piedi sono schiacciati dal (Capo) Lilibeo, l'Etna gli grava sul capo. Giacendo qui sotto, il feroce Tifeo getta rena dalla bocca e vomita fiamme. Spesso si affatica per scuotersi di dosso il peso della terra, e per rovesciare con il suo corpo le città e le grandi montagne. Perciò trema la terra, e lo stesso re del mondo del silenzio teme che il suolo si apra e si squarci con larghe voragini."
Dopo questa ennesima lotta sostenuta da Zeus, seguì un nuovo periodo di tranquillità. Gli dei fecero ritorno all'Olimpo dove Zeus aveva stabilito la loro dimora.
Ma una nuova minaccia si profilava all'orizzonte perchè Gea continuava a tramare contro Zeus.  

  Zeus contro i Giganti
Gea, si era recata infatti a Pallade, dove avevano dimora i Giganti, suoi figli generati con Urano. Ad essi chiese aiuto per muovere guerra contro Zeus. I Giganti, accosentendo alla richiesta della madre, forti anche della profezia secondo la quale nessun immortale sarebbe stato in grado di batterli, guidati da Porfirione, il più forte tra loro e da Alcioneo, si recarono nell'Olimpo e iniziarono quella che gli storici chiamarono GIGANTOMACHIA.
La profezia della loro invincibilità nei confronti degli immortali era nota anche a Zeus, pertanto lo stesso decise di far partecipare alla lotta, oltre a tutti gli dei, anche il mortale Eracle (noto anche come Ercole), suo figlio, generato assieme ad Alcmena .
Gigantomachia rappresentata in un vaso attico
Scena della Gigantomachia, vaso attico a figure rosse, Istituto Archeologico germanico, Roma (Italia)
Gigantomachia in un vaso attico presso Istituto Archeologico germanico di Roma
Scena della Gigantomachia, vaso attico a figure rosse, Istituto Archeologico germanico, Roma (Italia)
      

Racconta Apollodoro (Biblioteca, I, 6): "Questi (Eracle) scagliò un dardo contro Alcioneo, ma il gigante non potendo morire nella terra dove era nato, fu da Atena tratto fuori di Pallade, e solo così potè essere ucciso. Porfirione mosse contro Eracle ed Era, ma Zeus lo fulminò ed Eracle lo uccise colpendolo con una saetta. Apollo colpì Efialte con una freccia all'occhio sinistro; Dionisio uccise col tirso Eurito; Ecate colpì con le fiaccole Clitio, mentre Efesto rovesciò su di lui masse metalliche incandescenti; Atena fece precipitare la Sicilia su Encelado che fuggiva; Poseidone scagliò su Polibote, che era riuscito a sfuggire a Coo, la parte dell'isola detta Nisiro, dopo averla spezzata con il tridente; Ermete, con l'elmo di Ade, uccise Ippolito; Artemide trafisse Grazione; le Moire uccisero Agrio e Toone; Zeus fulminò gli altri, ed Eracle colpì tutti con le frecce."

Rappresentazione di Doré sui Giganti
I Giganti, illustrazione di Gustave Doré (1832 -1883)
Alla fine i terribili Giganti furono vinti e gli antichi per spiegare la causa dei terremoti, immaginavano i Giganti sprofondati nelle viscere della terra, schiacciati da montagne e isole ed i loro tentativi di liberarsi sarebbero la causa dei terremoti.
Zeus, signore degli dei e dell'Universo, riprese così a regnare dall'alto dell'Olimpo, come ci narrano le leggende tramandate dai nostri antichi.


PAGINE 1- 2
Note

(1) I figli di Tifone furono La Sfinge, Orto, Leone, Nemeo, Cerbero, l'Idra di Lerna e Chimera.



  http://www.elicriso.it/it/mitologia_ambiente/nascita_mondo/        



L'Eremita - Cronos. 
La carta dell'Eremita è la lezione morale finale per il Matto nel suo viaggio archetipo nei Tarocchi Mitologici. E 'tempo per lui di imparare le lezioni del tempo, e di affrontare la propria mortalità. L'Eremita sorge a metà del cammino per la totalità del Sé, come indicato nella carta finale del Mondo. Nel mazzo dei Tarocchi Mitologici, la carta dell'Eremita è rappresentata da Cronos, un vecchio con la barba grigia, avvolto in vesti grigie con il volto seminascosto. Nella mano destra, egli porta una lampada che si illumina con una luce dorata che simboleggia l'intuizione e la guida che può venire dall'essere paziente, e nella mano sinistra tiene una falce che si presenta come la falce della luna, che simboleggia i cicli eterni del tempo. Un corvo appollaiato sulla sua spalla, come simbolo dello spirito del vecchio re che è morto, per far posto al nuovo ciclo. Dietro di lui, c'è una catena montuosa nebbiosa, fredda con un tetro, cielo grigio. 
Nella mitologia greca, il dio Cronos, il cui nome significa tempo, era l'ultimo nato dagli dei greci, Urano e Gea. Poiché Urano si vergognava della sua progenie, aveva imprigionato tutti i suoi figli contro le proteste di Gea. Gea pregò allora il suo figlio ultimogenito, Cronos, di usare la sua falce per castrare il padre, e quindi liberare i suoi fratelli, e diventare sovrano della terra. Sotto il suo lungo regno, l'opera della creazione è stata completata. Come dio del tempo, ha governato il passaggio ordinato delle stagioni, la nascita e la crescita seguita dalla morte, la gestazione e la rinascita. Ma, come il padre, Urano, Cronos ha avuto anche paura di essere detronizzato da suo figlio, come poi è accaduto, Zeus, il più giovane dei suoi figli, che nella mitologia dopo aver rovesciato suo padre, ha inaugurato il regno degli dei dell'Olimpo.




Il migliore è indubbiamente colui che sa decidere da solo, ma buono è anche colui che sa ascoltare chi gli dà buoni consigli. Chi invece non sa né decidere da solo né ascoltare i buoni consigli è proprio un uomo da nulla.
Esiodo

Aristotele stesso (Met., 1, 4; 984 b, 29) dice che Esiodo fu probabilmente il primo a cercare un principio delle cose quando disse: «primissimo fu il caos, poi fu la terra dall'ampio seno... e l'amore che eccelle fra gli dèi immortali» (Teog., 116 sgg.).


D’altro racconto, se tu vorrai, narrerò i sommi capi,
bene e in virtù di sapienza –tu ponilo dentro il tuo cuore–
come nascessero insieme gli dèi e le genti mortali.
Aurea prima una stirpe di uomini nati a morire
fecero i numi immortali che hanno le case d’Olimpo.
Vissero al tempo di Crono, allorché sul cielo regnava;
ebbero vita di dèi, e l’animo immune da angosce,
privi d’infelicità, di travagli; vile vecchiaia
non li opprimeva, ma sempre di piede e di mano immutati,
nell’allegria s’allietavano, ignari di tutti i malanni;
poi, come vinti dal sonno, morivano; v’era per loro
ogni bontà: dava frutto la terra nutrice di biade,
spontaneamente, in gran copia e senza negarsi; essi, paghi,
placidi, colmi di tutte delizie, abitavano i campi,
[ricchi di greggi com’erano e cari ai beati, agli dèi.]
Ma sin da quando la loro genia la coperse la terra,
spiriti son divenuti –volere di Zeus, di quel grande–,
saggi, abitanti terreni, guardiani alle genti mortali,
che stanno a guardia del giusto agire e degli atti nefandi,
cinti di nebbia s’aggirano e scorrono ovunque la terra,
dànno ricchezza: anche questo ottennero, premio regale.
Dopo di quella, seconda, assai meno nobile stirpe
fecero, argentea, i numi che hanno dimore in Olimpo,
impari all’aurea sia nell’aspetto sia nell’ingegno.
E per cent’anni ogni figlio accanto alla degna sua madre
era allevato e cresceva in casa, da stolto fanciullo.
Come ciascuno cresceva, giungeva nel fiore degli anni,
tutti vivevano un tempo effimero, avendo dolori,
ma per stoltezza: non seppero, infatti, evitare fra loro
malvagità tracotante, e non vollero essere servi
degli immortali, e officiare agli altari sacri ai beati,
come nell’uso è pur giusto fra gli uomini. Ed ecco che infine
li subissò, incollerito, Zeus Crònide, ché di tributi
non omaggiavano i numi beati che sono in Olimpo.
E sin da quando anche questa genia la coperse la terra,
sono chiamati mortali che stanno sotterra beati,
i successivi, e però l’onore s’accorda anche a loro.
E il padre Zeus, terza stirpe di uomini nati a morire,
bronzea progenie, del tutto diversa da quella d’argento,
trasse, dai frassini, truce e violenta, a cui solo gesta
d’Ares dolenti piacevano, e oltraggi; e non certo di pane
s’alimentavano, avevano un animo fiero, adamante,
gli infaticabili: grande vigore, invincibili mani
da quelle membra possenti crescevano, sopra le spalle.
Erano bronzee le loro armature e bronzee le case,
e lavoravano il bronzo, ed il nero ferro non c’era.
Di propria mano costoro si uccisero gli uni con gli altri,
sì che la sordida casa raggiunsero di Ade crudele,
privi di gloria; e benché tremendi, alla fine li prese
nera la morte e lasciarono il fulgido raggio del sole.
Poi, non appena anche questa genia la coperse la terra,
ecco che il Cronide Zeus, su terra nutrice di vite,
ne creò allora una quarta, più giusta e ben più valorosa,
stirpe divina d’eroi, di quelli che sono chiamati
i semidei, la progenie degli avi, su terra infinita.
Tutti costoro la guerra tremenda e l’orribile mischia,
o nella terra cadmea, a Tebe, settemplice porta,
li trucidò, da poi che per le greggi d’Edipo in lizza
vennero, o a bordo di navi, oltre il vasto abisso del mare,
quando li inviarono a Troia per Elena bella di chiome.
Tutti costoro, in quel tempo, il fine di morte li avvolse,
vita e costumi diversi dagli uomini il Crònide padre,
Zeus, diede loro e li pose all’estremità della terra:
là, presso gorghi-d’abisso, Oceano, nelle beate
isole, tutti han dimora, e animo immune da angosce,
quei fortunati, gli eroi, a cui dà tre volte in un anno
florido frutto di miele, la terra nutrice di biade
[dagli immortali lontano, e su loro è Crono a regnare.
Già, ché in persona lo sciolse il padre di uomini e dèi;
ora per sempre fra quelli ha l’ onore che gli si addice.
Zeus nuova stirpe creò di uomini nati a morire,
quanti tuttora son vivi su terra nutrice di vite].
Ah, se soltanto non fossi io vissuto in mezzo alla quinta
stirpe d’umani, se fossi già morto o di là da venire!
Già, poiché ormai la semenza è ferrea; gli uomini mai
cessano infelicità, fatica, e di giorno e di notte,
nel macerarsi, e gli dèi infliggono cure angosciose;
anche per loro, comunque, si mescola bene con male.
Zeus disfarà questo seme di uomini nati a morire
quando la prole avrà già, nel nascere, tempie canute.
Né sarà simile il padre ai suoi figli, o i figli ai parenti,
l’ospite non sarà caro all’ospite come in passato,
e non l’amico all’amico e non il fratello al fratello.
Né ai genitori, per poco che invecchino, onore faranno;
anche li rampogneranno con dure parole, gridando,
folli, né occhio di dèi cureranno più, né sostegno
ai genitori offriranno, allorché saranno invecchiati:
per legge il pugno; e le proprie città spianeranno l’un l’altro.
Né gratitudine avrà, chi giura sincero, né il giusto,
né l’uomo buono, a chi opera infamie, all’oltraggio in persona,
tributeranno ogni ossequio: nel pugno il diritto; il pudore
non sarà più: farà danno ad uomo più nobile il vile,
e spanderà voci oblique, per esse farà giuramento.
Lieto del male, parola d’infamia, aborrito d’aspetto,
Zelo s’accompagnerà con gli uomini tutti, infelici.
Ecco che allora in Olimpo, fuggendo la terra, ampia via,
e ravvolgendo fra bianchi mantelli le candide membra,
si partiranno dagli uomini, andranno alle stirpi immortali,
sia Pudicizia sia Nèmesi; e agli uomini lugubri pene
poi rimarranno, ai mortali, né più s’avrà scampo dal male.
Esiodo, Opere e Giorni







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