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lunedì 28 aprile 2014

Karl Marx & Friedrich Engels, dal Manifesto del Partito Comunista.

"La borghesia ha posto come unica libertà quella di un commercio privo di scrupoli.
In una parola, in luogo dello sfruttamento velato da illusioni religiose e politiche, ha introdotto lo sfruttamento aperto, spudorato, diretto e arido"
Karl Marx & F. Engels, da Il Manifesto del Partito Comunista



"La storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi. Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in breve, oppressori e oppressi, furono continuamente in reciproco contrasto, e condussero una lotta ininterrotta, ora latente ora aperta; lotta che ogni volta è finita o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la comune rovina delle classi in lotta. Nelle epoche passate della storia troviamo quasi dappertutto una completa articolazione della società in differenti ordini, una molteplice graduazione delle posizioni sociali. In Roma antica abbiamo patrizi, cavalieri, plebei, schiavi; nel Medioevo signori feudali, vassalli, membri delle corporazioni, garzoni, servi della gleba, e, per di più, anche particolari graduazioni in quasi ognuna di queste classi [...] La società civile moderna, sorta dal tramonto della società feudale, non ha eliminato gli antagonismi fra le classi. Essa ha soltanto sostituito alle antiche, nuove classi, nuove condizioni di oppressione, nuove forme di lotta."
Karl Marx e Friedrich Engels, da Il Manifesto del Partito Comunista




IL CAPITALISMO GENERA NATURALMENTE LE CRISI E QUINDI IL PROLETARIATO (MARX-ENGELS)

"Con quale mezzo la borghesia supera le crisi? Da un lato, con la distruzione coatta di una massa di forze produttive; dall'altro, con la conquista di nuovi mercati e con lo sfruttamento più intenso dei vecchi. Dunque, con quali mezzi? Mediante la preparazione di crisi più generali e più violente e la diminuzione dei mezzi per prevenire le crisi stesse.

A questo momento le armi che son servite alla borghesia per atterrare il feudalesimo si rivolgono contro la borghesia stessa.
Ma la borghesia non ha soltanto fabbricato le armi che la porteranno alla morte; ha anche generato gli uomini che impugneranno quelle armi: gli operai moderni, i proletari.

Nella stessa proporzione in cui si sviluppa la borghesia, cioè il capitale, si sviluppa il proletariato, la classe degli operai moderni, che vivono solo fintantoché trovano lavoro, e che trovano lavoro solo fintantoché il loro lavoro aumenta il capitale. Questi operai, che sono costretti a vendersi al minuto, sono una merce come ogni altro articolo commerciale, e sono quindi esposti, come le altre merci, a tutte le alterne vicende della concorrenza, a tutte le oscillazioni del mercato. [...]

Quelli che fino a questo momento erano i piccoli ordini medi, cioè i piccoli industriali, i piccoli commercianti e coloro che vivevano di piccole rendite, gli artigiani e i contadini, tutte queste classi precipitano nel proletariato, in parte per il fatto che il loro piccolo capitale non è sufficiente per l'esercizio della grande industria e soccombe nella concorrenza con i capitalisti più forti, in parte per il fatto che la loro abilità viene svalutata da nuovi sistemi di produzione. Così il proletariato si recluta in tutte le classi della popolazione.

Il proletariato passa attraverso vari gradi di sviluppo. La sua lotta contro la borghesia comincia con la sua esistenza.
Da principio singoli operai, poi gli operai di una fabbrica, poi gli operai di una branca di lavoro in un dato luogo lottano contro il singolo borghese che li sfrutta direttamente. [...]

La crescente concorrenza dei borghesi fra di loro e le crisi commerciali che ne derivano rendono sempre più oscillante il salario degli operai; l'incessante e sempre più rapido sviluppo del perfezionamento delle macchine rende sempre più incerto il complesso della loro esistenza; le collisioni fra il singolo operaio e il singolo borghese assumono sempre più il carattere di collisioni di due classi. Gli operai cominciano col formare coalizioni contro i borghesi, e si riuniscono per difendere il loro salario. Fondano perfino associazioni permanenti per approvvigionarsi in vista di quegli eventuali sollevamenti. Qua e là la lotta prorompe in sommosse.

Ogni tanto vincono gli operai; ma solo transitoriamente. Il vero e proprio risultato delle lotte non è il successo immediato, ma il fatto che l'unione degli operai si estende sempre più."

Karl Marx & Friedrich Engels, dal Manifesto del Partito Comunista


CHE COS'È IL MATERIALISMO DIALETTICO, LA FILOSOFIA ALLA BASE DEL MARXISMO (MARX, ENGELS, STALIN)

"Il materialismo dialettico è la concezione del mondo del partito marxista-leninista. 
Si chiama materialismo dialettico perché il suo modo di considerare i fenomeni della natura, il suo metodo per investigare e per conoscere i fenomeni della natura è dialettico, mentre la sua interpretazione, la sua concezione di questi fenomeni, la sua teoria, è materialistica
Il materialismo storico estende i principi del materialismo dialettico allo studio della vita sociale, li applica ai fenomeni della vita sociale, allo studio della società, allo studio della storia della società."
(Iosif Stalin, Materialismo dialettico e materialismo storico in "Questioni del leninismo", settembre 1938)


"Il materialismo filosofico marxista parte dal principio che il mondo e le sue leggi sono perfettamente conoscibili, che la nostra conoscenza delle leggi della natura, verificata dall'esperienza, dalla pratica, è una conoscenza valida, che ha il valore di una verità oggettiva."
Josif Stalin, dal Breve corso di storia del Partito Comunista (Bolscevico) dell'URSS, 1938


Sebbene sia stato esplicitato maggiormente nei testi di Engels, e sebbene alcuni ritengano che Marx non fosse molto interessato all'opera di sistematizzazione della sua dottrina filosofica realizzata dall'amico, in genere si ritiene che il materialismo dialettico fece la sua comparsa con la rivalutazione critica da parte di Karl Marx del metodo dialettico o evolutivo di Hegel che questi applicava all'analisi dell’Uomo, della sua storia e delle sue opereMarx capovolse il metodo di Hegel che a suo giudizio "poggiava sulla testa" (cioè sullo Spirito, visto come entità fondante la dialettica storica) "riportandolo sui piedi" (cioè basando la sua filosofia sulla supremazia della materia, di cui i fenomeni spirituali o mentali nel cervello umano sono un prodotto).

Fondamentalmente, ciò che Marx trattenne dell'idealismo hegeliano applicandolo tuttavia al mondo reale (in opposizione al mondo delle idee) fu:

-Il rifiuto sia della metafisica idealista (in particolare di tipo religioso) sia dell'empirismo, a favore di un metodo rivolto alla generalizzazione teorica basata sul metodo scientifico: scopo della scienza è scoprire quelle che nel gergo hegeliano sono le "leggi di movimento" dei sistemi che studia, basate sulle forze fondamentali che ne determinano l'evoluzione, rifiutando idee preconcette imposte sui fenomeni ma senza fermarsi neppure ad una mera descrizione statica della loro apparenza superficiale.

-Una visione olistica per cui ogni cosa è una parte connessa del complesso che è l’Universo ed è sottoposta, in quanto comunque materia organizzata in forme storicamente determinate, alle medesime leggi fondamentali. Marx rifiuta dunque ogni forma di dualismo.

-Il riconoscimento del mutare incessante della realtà, per Hegel frutto del dipanarsi teleologico della dialettica dello Spirito, per Marx al contrario frutto del risolversi e del continuo ricrearsi della contraddizione all'interno degli oggetti materiali, in un'evoluzione che non ha una direzione data dall'esterno ed è intervallata da balzi qualitativi (che nella storia umana sono le rivoluzioni).

Dalla visione materialista tradizionale, ormai già suffragata dalle scoperte dei naturalisti (specialmente Charles Darwin) Marx assume l'idea che la natura non-vivente precedette le forme viventi della natura, che come animali capaci di pensiero astratto e coscienti di sé gli esseri umani si sono evoluti da animali senza questa capacità, e che la mente e la coscienza non possono esistere separatamente da un corpo vivente.

Conseguenza fondamentale della filosofia marxiana è il nuovo ruolo del filosofo materialista-dialettico. 
Come il mondo secondo Marx non è basato sull'Idea ma sulla materia, così scopo del filosofo non è più solo "interpretare il mondo", ma "mutarlo": questo è quanto dichiara programmaticamente al termine delle fondamentali Tesi su Feuerbach (1845), sintetico manifesto che, differenziando il pensiero marxiano dalla principale corrente della sinistra hegeliana, fonda teoricamente il nuovo indirizzo filosofico. Come il mondo secondo Marx non è statico ma evolve dialetticamente seguendo le sue contraddizioni interne, così la filosofia di tipo nuovo deve schierarsi nello scontro tra forze antagoniste (tra le classi sociali) che dilania la società e porsi l'obiettivo della soluzione per via rivoluzionaria della contraddittorietà del reale, da cui non ci si può liberare per via contemplativa — se non finendo, come Hegel, per giustificare la presunta "razionalità" dell'ordine di cose esistente.

Testi fondamentali del materialismo dialettico sono l'Anti-Dühring (1878), che molti considerano un vero e proprio compendio del Capitale, e l'incompleto Dialettica della natura (1883) di Friedrich Engels. 
In essi Engels esplicita la sua concezione filosofica in modo particolarmente chiaro indicandola come "dialettica materialista". La dialettica marxiana secondo lui si applica anche alla natura e poggia su tre leggi:

1) La legge della conversione della quantità in qualità (e viceversa): in natura le variazioni qualitative possono essere ottenute dal sommarsi graduale di variazioni quantitative che culmina con un salto (inerentemente non-graduale) di qualità; la nuova qualità è considerata altrettanto reale di quella originaria e non è più ad essa riconducibile. Più in generale, ogni differenza qualitativa è collegata ad una differenza quantitativa e viceversa: non esistono le categorie metafisiche "quantità" e "qualità" bensì esse costituiscono due poli di un'unità dialettica.

2) La legge della compenetrazione degli opposti (ossia dell'unità e del conflitto degli opposti) garantisce l'unità ed al tempo stesso il mutamento incessante della natura: tutte le esistenze essendo costituite di elementi e forze in opposizione hanno il carattere di una unità in divenire; l'unità è considerata temporanea, mentre il processo di mutamento è continuo. Le categorie hanno contorni sfumati ma non per questo è illusoria o meno intensa la loro contrapposizione e la dinamica evolutiva che ne deriva.

3) la legge della negazione della negazione: ogni sintesi è a sua volta la tesi di una nuova antitesi che darà luogo ad una nuova sintesi che risolve le contraddizioni precedenti e genera le sue proprie contraddizioni.

Queste leggi per Engels, determinano un divenire, sia naturale che storico, necessario ed essenzialmente progressivo, che ha tuttavia caratteristiche rivoluzionarie, con svolte brusche e violente, e non quelle di una pacifica evoluzione gradualistica.


fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Materialismo_dialettico

sabato 22 febbraio 2014

Jeff Sparrow. Tutto quello che ci faceva paura del comunismo – che avremmo perso le nostre case e i nostri risparmi, che ci avrebbero costretto a lavorare tutto il tempo per un salario scarso e che non avremmo avuto alcuna voce contro il sistema – è diventato realtà grazie al capitalismo.



Tutto quello che ci faceva paura del comunismo – che avremmo perso le nostre case e i nostri risparmi, che ci avrebbero costretto a lavorare tutto il tempo per un salario scarso e che non avremmo avuto alcuna voce contro il sistema – è diventato realtà grazie al capitalismo.
Jeff Sparrow 1959, scrittore, editore, attivista australiano



so cosa vorrei che significasse la parola comunismo: 
una società dove ogni individuo mette ciò che può e prende ciò di cui ha necessità, dove tutti hanno senza possedere, dove il merito e la capacità individuale danno in più senza togliere a nessuno......



sabato 20 luglio 2013

Lenin. Per abbattere i padroni, prima bisogna eliminare i loro servi, cioè quella massa di gente senza idee e senza principi

"Erano le otto e quaranta quando una tempesta d’applausi annunciò l’ingresso del presidium, con Lenin, il grande Lenin. Piccolo e tarchiato, con una grossa testa calva direttamente attaccata alle spalle, gli occhi piccoli, il naso camuso, la bocca larga e generosa e il mento pesante. Era completamente rasato ma la sua famosa barba stava ricominciando a crescere. Indossava degli abiti consunti, i calzoni erano troppo lunghi. Nient’affatto adatto per essere l’idolo della folla, fu amato e venerato come pochi capi nella storia lo sono stati. Uno strano capo popolare, capo per le sue sole doti intellettuali. Incolore, privo di umorismo, intransigente e distaccato, senza idiosincrasie pittoresche – ma dotato della capacità di spiegare idee profonde in termini semplici, di analizzare le situazioni concrete. Il tutto combinato con l’acutezza e con una grandissima audacia intellettuale."
da John Reed, "I 10 giorni che sconvolsero il mondo"



"L'imperialismo tende a costituire tra i lavoratori categorie privilegiate e a staccarle dalla grande massa dei proletari. [...] Marx ed Engels seguirono per decenni, sistematicamente, la connessione dell'opportunismo in seno al movimento operaio con le peculiarità imperialiste del capitalismo inglese. Per esempio Engels scriveva a Marx il 7 ottobre 1858:
"... l'effettivo, progressivo imborghesimento del proletariato inglese, di modo che questa nazione, che è la più borghese di tutte, sembra voglia portare le cose al punto da avere un'aristocrazia borghese e un proletariato accanto alla borghesia. In una nazione che sfrutta il mondo intero, ciò è in certo qual modo spiegabile"."
Vladimir Lenin, da "L'Imperialismo, fase suprema del Capitalismo"


Per abbattere i padroni, prima bisogna eliminare i loro servi, cioè quella massa di gente senza idee e senza principi
Vladimir Lenin

"Uno schiavo che non ha coscienza di essere schiavo e che non fa nulla per liberarsi, è veramente uno schiavo. Ma uno schiavo che ha coscienza di essere schiavo e che lotta per liberarsi già non è più schiavo, ma uomo libero."
Vladimir Lenin

Se incontri uno schiavo felice della sua condizione di schiavo, non perdere tempo a liberarlo! Passerebbe il resto della vita alla ricerca di un altro padrone.
Vladimir Lenin

"Nessuno è colpevole di essere nato schiavo. Ma lo schiavo al quale non solo sono estranee le aspirazioni alla libertà, ma che giustifica e dipinge a colori rosei la sua schiavitù, un tale schiavo è un lacchè e un bruto che desta un senso legittimo di sdegno, di disgusto e ripugnanza."
Vladimir Lenin, Sull'orgoglio nazionale dei Grandi Russi, 12 Dicembre 1914


Lo stato non funziona come avremmo desiderato. La macchina non ubbidisce.
Un uomo è al volante e crede di guidarla, ma la macchina non va nella direzione voluta.
Si muove secondo il desiderio di un'altra forza.
Vladimir Lenin

Se è necessario unirsi fate accordi allo scopo di raggiungere i fini pratici del movimento, ma non fate commercio dei princípi e non fate "concessioni" teoriche.
Vladimir Lenin


"150 o 250 anni fa, i capi più avanzati di tale rivoluzione (di tali rivoluzioni, se si vuoi parlare di ogni forma nazionale di un unico tipo generale) hanno promesso ai popoli di liberare l'umanità dai privilegi medioevali, dall'ineguaglianza della donna, dai vantaggi concessi dallo Stato a questa o a quella religione (o all'«idea religiosa», alla «religiosità» in generale), dall'ineguaglianza delle nazioni. Hanno promesso, ma non hanno mantenuto. Non hanno potuto mantenere perché sono stati ostacolati dal «rispetto» per la «sacra proprietà privata». Nella nostra rivoluzione proletaria questo maledetto «rispetto» per questo medioevo tre volte maledetto e per questa «sacra proprietà privata» non c'è stato."
Vladimir Lenin, discorso per il quarto anniversario della rivoluzione d'ottobre, 1921


La cultura è nulla senza impegno e lotta.
Alla teoria deve seguire la prassi.
Vladimir Lenin

"La matematica può esplorare la quarta dimensione e il mondo di ciò che è possibile, ma lo zar può essere rovesciato solo nella terza dimensione."
Vladimir Lenin


"La religione è una delle forme dell'oppressione spirituale che grava dappertutto sulle masse popolari, schiacciate dal continuo lavoro per gli altri, dal bisogno e dall'isolamento. La debolezza delle classi sfruttate nella lotta contro gli sfruttatori genera inevitabilmente la credenza in una vita migliore nell'oltretomba, allo stesso modo che la debolezza del selvaggio nella lotta contro la natura genera la credenza negli dei, nei diavoli, nei miracoli, ecc. La religione predica l'umiltà e la rassegnazione nella vita terrena a coloro che trascorrono tutta l'esistenza nel lavoro e nella miseria, consolandoli con la speranza di una ricompensa celeste. Invece, a coloro che vivono del lavoro altrui la religione insegna la carità in questo mondo, offrendo così una facile giustificazione alla loro esistenza di sfruttatori e vendendo loro a buon mercato i biglietti d'ingresso nel regno della beatitudine celeste. La religione è l'oppio del popolo. La religione è una specie di acquavite spirituale, nella quale gli schiavi del capitale annegano la loro personalità umana e le loro rivendicazioni di una vita in qualche misura degna di uomini."
Vladimir Lenin, Novaia Gizn, n. 28, 3 dicembre 1905



LA DEMOCRAZIA CAPITALISTICA È SOLO PER UNA MINORANZA (LENIN)
"La società capitalistica, considerata nelle sue condizioni di sviluppo piú favorevoli, ci offre nella repubblica democratica una democrazia piú o meno completa. Ma questa democrazia è sempre compressa nel ristretto quadro dello sfruttamento capitalistico, e rimane sempre, in fondo, una democrazia per la minoranza, per le sole classi possidenti, per i soli ricchi.

La libertà, nella società capitalistica, rimane sempre, approssimativamente quella che fu nelle repubbliche dell'antica Grecia: la libertà per i proprietari di schiavi. Gli odierni schiavi salariati, in forza dello sfruttamento capitalistico, sono talmente soffocati dal bisogno e dalla miseria, che «hanno ben altro pel capo che la democrazia», «che la politica», sicché, nel corso ordinano e pacifico degli avvenimenti, la maggioranza della popolazione si trova tagliata fuori dalla vita politica e sociale.

Democrazia per un'infima minoranza, democrazia per i ricchi: è questa la democrazia della società capitalistica. Se osserviamo piú da vicino il meccanismo della democrazia capitalistica, dovunque e sempre - sia nei «minuti», nei pretesi minuti particolari della legislazione elettorale (durata di domicilio, esclusione delle donne, ecc.), sia nel funzionamento delle istituzioni rappresentative, sia negli ostacoli che di fatto si frappongono al diritto di riunione (gli edifici pubblici non sono per i «poveri»!), sia nell'organizzazione puramente capitalistica della stampa quotidiana, ecc. vedremo restrizioni su restrizioni al democratismo.

Queste restrizioni, eliminazioni, esclusioni, intralci per i poveri, sembrano minuti, soprattutto a coloro che non hanno mai conosciuto il bisogno e non hanno mai avvicinato le classi oppresse né la vita delle masse che le costituiscono (e sono i nove decimi, se non i novantanove centesimi dei pubblicisti e degli uomini politici borghesi), ma, sommate, queste restrizioni escludono i poveri dalla politica e dalla partecipazione attiva alla democrazia. Marx afferrò perfettamente questo tratto essenziale della democrazia capitalistica, quando, nella sua analisi della esperienza della Comune, disse: agli oppressi è permesso di decidere, una volta ogni qualche anno, quale fra i rappresentanti della classe dominante li rappresenterà e li opprimerà in Parlamento!"
Vladimir Lenin, da "Stato e Rivoluzione"




LA CRITICA AGLI INTELLETTUALI DI LENIN
"Bisogna quindi che gli intellettuali ci ripetano un pò meno ciò che sappiamo già e ci diano un pò più di ciò che ignoriamo ancora, di ciò che la nostra vita di fabbrica e la nostra esperienza "economica" non ci permettono mai di imparare: le cognizioni politiche. Queste cognizioni, voi intellettuali, potete acquistarle e dovete trasmetterle cento e mille volte più generosamente di quanto abbiate fatto finora. Dovete trasmettercele non solo con ragionamenti, opuscoli, articoli (che sono spesso — perdonate la nostra franchezza — alquanto noiosi), ma anche con denunce vivaci di ciò che fanno, proprio in questo momento, il nostro governo e le nostre classi dominanti in tutti i campi della vita. Assolvete con un pò più di entusiasmo questo compito che è il vostro, e parlate un pò meno di "elevare l'attività delle masse operaie". Attività ne diamo molto più di quanto non pensiate e sappiamo difendere con la lotta aperta nelle piazze anche le rivendicazioni che non offrono alcun "risultato tangibile". E non sta a voi "elevare" la nostra attività, perché voi stessi non siete abbastanza attivi. Non prosternatevi tanto dinanzi alla spontaneità e pensate un pò di più, o signori, ad elevare la vostra attività!»"
Vladimir Lenin, dal "Che Fare?"


LA LIBERA CONCORRENZA CONDUCE ALLA CONCENTRAZIONE DELLA PRODUZIONE E AL MONOPOLIO (LENIN)
Scritto nel 1916, "L'imperialismo: fase suprema del capitalismo" è uno splendido esempio di come si debba praticare un'analisi marxista della propria società. Oltre che opera fondamentale per ogni marxista che voglia capire come attualizzare il metodo marxista al proprio periodo, Lenin offre alcune considerazioni che mostrano la loro piena validità tutt'ora. Leggete questo testo e guardate l'immagine che esemplifica alcuni processi di monopolio in atto oggi. Illuminante vero? A conferma che forse il capitalismo sotto cui viviamo non è così diverso da quello imperialista studiato da Lenin:

"Uno dei tratti più caratteristici del capitalismo è costituito dall'immenso incremento dell'industria e dal rapidissimo processo di concentrazione della produzione in imprese sempre più ampie. Gli ultimi censimenti industriali offrono ragguagli completi e esatti su tale processo. [...] risulta che la concentrazione, a un certo punto della sua evoluzione, porta, per così dire, automaticamente alla soglia del monopolio. Infatti riesce facile a poche decine di imprese gigantesche di concludere reciproci accordi, mentre, d'altro lato, sono appunto le grandi dimensioni delle rispettive aziende che rendono difficile la concorrenza e suscitano, esse stesse, la tendenza al monopolio. Questa trasformazione della concorrenza nel monopolio rappresenta uno dei fenomeni più importanti - forse anzi il più importante nella economia del capitalismo moderno. [...]

Non in tutti i rami industriali esistono grandi aziende, e inoltre una delle più importanti caratteristiche del capitalismo giunto al suo massimo grado di sviluppo è costituita dalla cosiddetta combinazione, cioè dall'unione in un'unica impresa di diversi rami industriali, sia che si tratti di fasi successive della lavorazione delle materie prime (per esempio, estrazione della ghisa dal minerale di ferro, produzione dell'acciaio ed eventualmente fabbricazione di prodotti diversi in acciaio), sia che si tratti di rami industriali ausiliari l'uno rispetto all'altro (per esempio, la lavorazione di cascami e di sottoprodotti, la fabbricazione di materiali da imballaggio, ecc.). [...]

Allorché Marx, mezzo secolo fa, scriveva il Capitale, la grande maggioranza degli economisti considerava la libertà di commercio una "legge naturale". La scienza ufficiale ha tentato di seppellire con la congiura del silenzio l'opera di Marx, che, mediante l'analisi teorica e storica del capitalismo, ha dimostrato come la libera concorrenza determini la concentrazione della produzione, e come questa, a sua volta, a un certo grado di sviluppo, conduca al monopolio. Oggi il monopolio è una realtà. Gli economisti scrivono montagne di libri per descrivere le diverse manifestazioni del monopolio e nondimeno proclamano in coro che il "marxismo è confutato". Ma i fatti sono ostinati -dicono gli inglesi- e con essi, volere o no, si debbono fare i conti. I fatti provano che le differenze tra i singoli paesi capitalistici, per esempio in rapporto al protezionismo e alla libertà degli scambi, determinano soltanto differenze non essenziali nelle forme del monopolio, o nel momento in cui appare, ma il sorgere dei monopoli, per effetto del processo di concentrazione, è, in linea generale, legge universale e fondamentale dell'odierno stadio di sviluppo del capitalismo."
Vladimir Lenin, da "L'imperialismo: fase suprema del capitalismo", cap. 1:
"La concentrazione della produzione e i monopoli", 1916


LENIN. OBIETTIVI E MODALITÀ DELLE ALLEANZE SOCIALI E POLITICHE
Il capitalismo non sarebbe capitalismo, se il proletariato puro non fosse circondato da una folla straordinariamente variopinta di tipi intermedi tra il proletariato e il semiproletariato (colui che si procura di che vivere solo a metà, mediante la vendita della propria forza lavoro), tra il semiproletariato e il piccolo contadino (e il piccolo artigiano, l'artiere, il piccolo padrone in generale), tra il piccolo contadino e il contadino medio, ecc.; e se, in seno al proletariato stesso, non vi fossero delle suddivisioni in strati più o meno sviluppati, delle suddivisioni per regioni, per mestiere, talvolta per religioni e così di seguito.
E da tutto ciò deriva la necessità, assoluta e incondizionata per l'avanguardia del proletariato, per la parte cosciente di esso e per il partito comunista, di destreggiarsi, di stringere accordi e compromessi con i diversi gruppi di proletari, con i diversi partiti di operai e di piccoli produttori. Tutto sta nel saper impiegare questa tattica allo scopo di elevare, e non di abbassare il livello generale della coscienza proletaria, dello spirito rivoluzionario del proletariato, della sua capacità di lottare e di vincere.
Vladimir Lenin. L'estremismo malattia infantile del comunismo


IL GRANDE ERRORE DI SOSTITUIRE I DIRIGENTI INCAPACI CON LA "FOLLA" (LENIN)
"mancano di senso politico, perché, invece di voler sostituire i cattivi dirigenti con buoni dirigenti, l'autore vuole sostituirli in generale con la «folla». Questo è un tentativo di farci fare macchina indietro nel campo organizzativo [...].
Per maggior chiarezza comincerò con un esempio. Ecco i tedeschi. Non negherete, spero, che la loro organizzazione abbraccia la folla, che tutto viene dalla folla, che il movimento operaio ha imparato in Germania a camminare da solo. Ciò nonostante, quanto sono apprezzati da quella folla di parecchi milioni di uomini i suoi «dieci» capi politici provati! Come si stringe attorno ad essi!
Quante volte i socialisti non si sono sentiti irridere in parlamento dai deputati avversari: «Bei democratici! Con voi il movimento della classe operaia non esiste che a parole: in realtà è sempre lo stesso gruppo di capi che fa tutto. Ogni anno, da decine di anni, sempre lo stesso Bebel, sempre lo stesso Liebknecht! I vostri delegati, che si dicono eletti dagli operai, sono più inamovibili dei funzionari nominati dall'imperatore!». Ma i tedeschi hanno accolto con sprezzante ironia quei tentativi demagogia di contrapporre la «folla» ai «capi», di risvegliare nella prima gli istinti cattivi e vanitosi e di togliere al movimento la solidità e la stabilità minando la fiducia della massa in una «decina di teste forti».
Essi sono politicamente abbastanza educati, hanno sufficiente esperienza politica per comprendere che senza una «decina» di abili capi (e gli uomini abili non sorgono a centinaia), provati, professionalmente preparati ed istruiti da una lunga esperienza, che siano d'accordo fra loro, nessuna classe della società contemporanea può condurre fermamente la sua lotta. [...] Orbene, proprio quando tutta la crisi della socialdemocrazia russa si spiega con il fatto che le masse, entrate spontaneamente in movimento, non hanno dirigenti abbastanza preparati, sviluppati ed esperti, ecco i nostri sapientoni venirci a dire con tono sentenzioso: «È un male che il movimento non sorga dal basso!»."
Vladimir Lenin, dal "Che Fare?"


LO STATO È LA VIOLENZA SOCIALE ORGANIZZATA, E NOI CE NE SERVIREMO PER COSTRUIRE IL SOCIALISMO (LENIN)
Il marxismo ha in comune con l'anarchismo l'avversione verso il concetto di "Stato", giudicato la sovrastruttura giuridica attraverso cui la borghesia e più in generale le classi dominanti esercitano il proprio potere sul proletariato e le classi oppresse.
D'altronde, come ricorda lo stesso Lenin, "lo Stato potrà estinguersi completamente quando la società avrà realizzato il principio: «Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni», cioè quando gli uomini si saranno talmente abituati a osservare le regole fondamentali della convivenza sociale e il lavoro sarà diventato talmente produttivo ch'essi lavoreranno volontariamente secondo le loro capacità". Lo stato potrà insomma estinguersi quando, anche dopo che le classi dominate ne abbiano preso il controllo politico, siano in grado di passare dal socialismo al comunismo.
Per fare ciò è però necessario innanzitutto lo sviluppo intensivo delle forze di produzione, obiettivo strategico fondamentale per il quale può tornare utile anche la borghesia e il capitalismo. Sempre da Lenin:
"Il progresso delle forze produttive è il nostro compito fondamentale ed improrogabile. [...] Cediamo gli stabilimenti che non ci sono strettamente indispensabili ad appaltatori privati, compresi i capitalisti privati e gli investitori stranieri".
Questo d'altronde era il motivo per cui ad inizio anni '20 Lenin aveva improntato l'indirizzo della NEP (Nuova Politica Economica), che tante similitudini presenta con il percorso intrapreso dalla Cina dalla fine degli anni '70 (e se la NEP fu abbandonata in URSS dal PCUS fu per la necessità di industrializzare più rapidamente, con inevitabili risvolti traumatici, il Paese per prepararlo ai venti di guerra imminenti). Si utilizza lo stato per sviluppare le forze di produzione e se necessario per sottomettere la classe borghese, come aveva insegnato bene Engels:
"Finchè il proletariato ha ancora bisogno dello Stato, ne ha bisogno non nell'interesse della libertà ma nell'interesse dell'assoggettamento dei suoi avversari, e, quando diventa possibile parlare di libertà, allora lo Stato come tale cessa di esistere".
Insomma secondo Lenin "il potere statale, l'organizzazione centralizzata della forza, l'organizzazione della violenza, sono necessari al proletariato sia per reprimere la resistenza degli sfruttatori, sia per dirigere l'immensa massa della popolazione - contadini, piccola borghesia, semiproletariato - nell'opera di avviamento dell'economia socialista". Naturalmente uno stato di questo tipo presenta peculiarità particolari. Per sua natura "lo Stato è la violenza sociale organizzata", e tutto il marxismo è cosciente di ciò. Lo stato che occorre per necessità mantenere non è però lo stato borghese: "lo stato di questo periodo (dittatura del proletariato) deve essere uno stato democratico in modo nuovo per i proletari e i non abbienti in generale, e dittatoriale in modo nuovo contro la borghesia".
E sicuramente lo Stato borghese “non può essere sostituito dallo Stato proletario (dittatura del proletariato) per via di estinzione; può esserlo unicamente, come regola generale, per mezzo della rivoluzione violenta”.
Questi gli insegnamenti di Lenin, che tutt'oggi troppi anarcoidi, populisti, sinistrati, disconoscono o ignorano, bollando l'URSS come un totalitarismo e non capendo invece che tale stato socialista, costruito e rafforzato durante l'epoca staliniana, pur con contraddizioni e problematiche ben presenti alla sua stessa dirigenza, ha costituito nel XX° secolo il principale baluardo del progresso contro la barbarie capitalista e i suoi terroristici stati borghesi. Il resto è chiacchiericcio utopistico e menzognero utile per sognatori e idealisti privi del benchè minimo contatto con la realtà.






Lenin disse pure che bastava dare ai contadini un pezzo di terra e su sarebbero dimenticati immediatamente della rivoluzione!


LENIN. ORGANIZZATORE E CAPO. Lenin, organizzatore e capo del Partito comunista della Russia. Vi sono due gruppi di marxisti. Entrambi lavorano sotto la bandiera del marxismo e si considerano “VERI “ MARXISTI. Eppure sono ben lungi dall'essere identici. Anzi, un abisso li separa, poiché i loro metodi di lavoro sono diametralmente opposti.
IL PRIMO GRUPPO SI LIMITA DI SOLITO AL RICONOSCIMENTO ESTERIORE DEL MARXISMO, ALLA SUA SOLENNE PROCLAMAZIONE. Non sapendo o non volendo penetrare la sostanza del marxismo, non sapendo o non volendo applicarlo nella pratica, esso TRASFORMA LE TESI VIVE E RIVOLUZIONARIE DEL MARXISMO IN FORMULE MORTE CHE NON DICONO NULLA. ESSO NON BASA LA SUA ATTIVITÀ SULL'ESPERIENZA, SUGLI INSEGNAMENTI DEL LAVORO PRATICO, MA SULLE CITAZIONI PRESE DA MARX. Attinge indicazioni e direttive non dall'analisi della realtà vivente, ma dalle analogie e dai paralleli storici. LA DISCORDANZA TRA LE PAROLE E GLI ATTI: ECCO LA PRINCIPALE MALATTIA DI QUESTO GRUPPO. Di qui, le delusioni e la perpetua insoddisfazione verso il destino che continuamente e regolarmente lo tradisce, si beffa di lui. IL NOME DI QUESTO GRUPPO È MENSCEVISMO (IN RUSSIA), OPPORTUNISMO (IN EUROPA). Al Congresso di Londra il compagno Tyszko (Jogiches) ha dato una definizione abbastanza precisa di questo gruppo, dicendo che ESSO NON PARTE DEL PUNTO DI VISTA DEL MARXISMO MA CI RIPOSA SOPRA.
Il secondo gruppo, al contrario, TRASFERISCE IL CENTRO DI GRAVITÀ DELLA QUESTIONE DAL RICONOSCIMENTO ESTERIORE DEL MARXISMO ALLA SUA ATTUAZIONE, ALLA SUA APPLICAZIONE PRATICA. L'INDICAZIONE, IN CONFORMITÀ CON LA SITUAZIONE, DELLE VIE E DEI MEZZI PER L'ATTUAZIONE DEL MARXISMO, LA MODIFICAZIONE DI QUESTE VIE E DI QUESTI MEZZI QUANDO LA SITUAZIONE CAMBIA: ECCO I PUNTI A CUI SOPRATTUTTO QUESTO GRUPPO RIVOLGE LO SUA ATTENZIONE. ESSO TRAE DIRETTIVE E INSEGNAMENTI NON DALLE ANALOGIE E DAI PARALLELI STORICI, MA DALLO STUDIO DELLE CIRCOSTANZE. NELLA SUA ATTIVITÀ NON SI BASA SULLE CITAZIONI E SULLE SENTENZE, MA SULL'ESPERIENZA PRATICA; CONTROLLA OGNUNO DEI SUOI PASSI CON L'ESPERIENZA; TRAE INSEGNAMENTI DAI PROPRI ERRORI E INSEGNA AGLI ALTRI L'EDIFICAZIONE DI UNA NUOVA VITA. Questo precisamente spiega perché NELL'ATTIVITÀ DI QUESTO GRUPPO LA PAROLA NON DISCORDA DALL'AZIONE e la dottrina di Marx conserva interamente la sua viva forza rivoluzionaria. A questo gruppo si addicono pienamente le parole di Marx secondo le quali I MARXISTI NON POSSONO LIMITARSI A SPIEGARE IL MONDO, MA DEBBONO PROCEDERE OLTRE, AL FINE DI TRASFORMARLO. Il nome di questo gruppo è bolscevismo, comunismo. Organizzatore e capo di questo gruppo è V. I. Lenin,

Biblioteca digitale Mels.  Resistenze.org pp. 344 - 345



mercoledì 28 novembre 2012

Alex Zanotelli. Voti ogni volta che fai la spesa

Un organizzazione idiota tende a 'produrre' e premiare individui idioti i quali a loro volta, cercheranno di riprodurre l'organizzazione idiota che li ha generati e premiati
Mao Tse Tung

La gente crea dei gruppi per poter praticare la stupidità di gruppo.
Kodo Sawaki (1880 - 1965) Maestro ZEN giapponese

"L'insegnante è la persona alla quale un genitore affida la cosa più preziosa che possiede suo figlio: il cervello. Glielo affida perché lo trasformi in un oggetto pensante. Ma l'insegnante è anche la persona alla quale lo Stato affida la sua cosa più preziosa: la collettività dei cervelli, perché diventino il paese di domani.
Piero Angela, "A cosa serve la politica?"

Poche cose sono immutabili come l'attaccamento dei gruppi politici alle idee che hanno loro permesso di raggiungere il potere
John Kenneth Galbraith 

La democrazia è una forma di religione. È l’adorazione degli sciacalli da parte dei somari…
Henry Louis Mencken (1880-1956) 

Abbiamo il miglior Congresso che il denaro possa comprare
Will Rogers (1879 – 1935), comico USA 

Dovrebbe esserci un giorno - anche uno solo - di caccia aperta ai senatori.
Will Rogers - (1879 – 1935), comico USA 

Se il voto cambiasse qualcosa, lo renderebbero illegale
Anonimo 

Voti ogni volta che fai la spesa
Alex Zanotelli 

Il miglior affare per i ricchi è la guerra fra poveri
Eduardo Pérsico

L'unione del gregge costringe il leone a coricarsi affamato
Proverbio africano

Non c'è nemico più crudele per gli elefanti selvatici dell'elefante addomesticato
Bertolt Brecht, Sulla "Vita di Galileo"

Gli schiavi felici sono i nemici più agguerriti della libertà
Marie von Ebner Eschenbach

L'autorità in un'organizzazione esiste solo nella misura in cui le persone che operano in essa sono disposte ad accettarla.
Chester Barnard

La maggior parte dei sudditi crede di essere tale perché il Re è il Re, non si rende conto che in realtà è il re che è Re perché essi sono sudditi
Karl Marx

P.S: sono sudditi perché si credono sudditi essendo stati educati per esserlo...

Nessuno può farti sentire inferiore senza il tuo consenso
Kenneth Blanchard

Gli uomini non sono prigionieri del destino, ma prigionieri delle loro menti
Franklin Delano Roosevelt

L’arma più potente nelle mani dell’oppressore è la mente dell’oppresso
Steve Biko, rivoluzionario sudafricano

Tu sei uno schiavo Neo! Come tutti gli altri sei nato in catene, sei nato in una prigione che non ha sbarre, che non ha mura, che non ha odore, una prigione per la tua mente!
Morpheus - in "The Matrix"

Non c'è peggior schiavitù di quella che si ignora
Ignazio Silone

Per l'imperialismo è più importante dominarci culturalmente che militarmente. 
La dominazione culturale è la più flessibile, la più efficace, la meno costosa. 

Il nostro compito consiste nel decolonizzare la nostra mentalità
Thomas Sankara

Ogni sfruttamento è basato sulla collaborazione, volontaria o forzata, dello sfruttato. Per quanto ci possa ripugnare ammetterlo, rimane il fatto che non vi sarebbe sfruttamento se la gente rifiutasse di ubbidire allo sfruttatore. Ma ecco intervenire l'interesse e noi abbracciamo le catene che ci legano.
Mohandas Gandhi

Lo sfruttamento del povero può essere eliminato, non facendo scomparire i pochi milionari, ma facendo scomparire l'ignoranza del povero e insegnandogli a non collaborare con coloro che lo sfruttano. 
Questo convertirà anche gli sfruttatori.
Mohandas Gandhi, Haryan, 28 luglio 1940

Per riuscire a vedere faccia a faccia lo Spirito della verità, universale e onnipresente, bisogna riuscire ad amare la più modesta creatura quanto noi stessi. E un uomo che nutre questa aspirazione non può esimersi dal partecipare a nessun aspetto della vita, ecco perché la mia adorazione per la Verità mi ha portato ad interessarmi anche di politica; posso affermare senza la minima esitazione, sebbene con molta umiltà, che coloro che sostengono che la religione non c’entra con la politica, ignorano cosa sia la politica
Gandhi 

Gli uomini ammucchiano gli errori di tutta la loro vita e creano un mostro che chiamano destino
John Oliver Hobbes

mercoledì 22 giugno 2011

Erich Fromm - Paura della Libertà

La domanda fondamentale è infatti: qual è lo scopo della vita?
Diventare più umani o produrre di più?
Erich Fromm

L’uomo è l’unico essere vivente per il quale la propria esistenza rappresenta un problema da risolvere
Erich Fromm

Il compito principale nella vita di un uomo è di dare alla luce se stesso!!!!
Erich Fromm, L'arte di amare



La nostra è una società composta da individui notoriamente infelici:
isolati, ansiosi, in preda a stati depressivi e a impulsi distruttivi, incapaci di indipendenza, in una parola esseri umani ben lieti di poter ammazzare il tempo che con tanto accanimento cercano di risparmiare.
Erich Fromm


È un dato di fatto che la maggior parte degli uomini siano oggi impiegati o simili di livello più o meno alto, che fanno ciò che qualcuno dice loro di fare o che è imposto dalle regole, evitando di provare sentimenti, perché i sentimenti disturberebbero il funzionamento armonico della macchina.
Il tratto distintivo di ogni società industriale è il suo corretto funzionamento, giacché ogni intoppo, ogni frizione nel meccanismo della macchina è uno spreco di denaro.
Così gli uomini devono esercitarsi a provare quante meno emozioni sia possibile, perché le emozioni costano denaro.
Erich Fromm, L'arte di vivere


L'egoismo è una forma di avidità. 
Come ogni forma di avidità, è insaziabile,
per cui non c'è mai una vera soddisfazione.
Erich Fromm, Fuga dalla libertà, 1941


L'avidità è un pozzo senza fondo, che esaurisce la persona nello sforzo incessante di soddisfare il bisogno senza mai raggiungere la soddisfazione.
Erich Fromm


Siamo opulenti, ma ignoriamo le gioie della vita.
Siamo più ricchi, ma meno liberi.
Consumiamo di più, ma siamo più vuoti.
Abbiamo più armi atomiche, ma siamo più indifesi.
Abbiamo più istruzione, ma minor giudizio critico e minori certezze.
Abbiamo più religione, ma diventiamo sempre più materialisti.
Erich Fromm

L’uomo moderno pensa di perdere qualcosa del tempo quando non fa le cose in fretta.
Però non sa che farsene del tempo che guadagna, tranne ammazzarlo.
Erich Fromm


"Dalla nascita alla morte, dal lunedì alla domenica, da mattina a sera, tutte le attività sono organizzate e prestabilite. Come potrebbe un uomo prigioniero nella ragnatela della routine ricordarsi che è un uomo, un individuo ben distinto, uno al quale è concessa un'unica occasione di vivere, con speranze e delusioni, dolori e timori, col desiderio di amare e il terrore della solitudine e del nulla? "
Erich Fromm


Gli idoli dell’uomo moderno avido, alienato sono la produzione, il consumo, la tecnologia, lo sfruttamento della natura. Quanto più ricchi sono i suoi idoli, tanto più l’uomo si impoverisce. Invece della gioia egli va in cerca di piacere e di eccitamento; invece di crescere cerca possesso e potere; invece di essere, egli persegue avere e sfruttamento; invece di ciò che è vivo sceglie ciò che è morto.
Erich Fromm

L'uomo moderno, se osasse esprimere la sua concezione del paradiso, descriverebbe qualcosa di molto simile ai più ricchi supermercati del mondo, pieno di novità e gadget, e se stesso con tanti soldi per comprare quella roba.
Erich Fromm


"Il pericolo del passato era che gli uomini fossero schiavi. 
Il pericolo del futuro è che diventino robot"
Erich Fromm


Il modo di produzione del sistema capitalistico ha trasformato l’uomo in una creatura ansiosa e alienata
Erich Fromm


La società fabbrica tipi umani così come fabbrica tipi di scarpe e di vestiti o di automobili:
merci di cui esiste una domanda. E già da bambino l'uomo impara quale sia il tipo più richiesto.
Erich Fromm


L'uomo diventa un semplice ingranaggio dell'immensa macchina economica



Erich Fromm

Nel capitalismo l'attività economica, il successo, i guadagni materiali diventano fini in se stessi. Diventa destino dell'uomo contribuire allo sviluppo del sistema economico, accumulare il capitale non per la propria felicità o salvezza, ma come fine in sé


Per quanto meno infami dei meri sadiciburocrati sono più pericolosi perché in loro non c'è neppure un conflitto tra coscienza e dovere
Erich Fromm


"Alla fine questa civiltà può produrre soltanto un uomo massificato, incapace di scegliere, incapace di agire in modo spontaneo e indipendente: al meglio un uomo paziente, docile, disciplinato ad un lavoro monotono a livelli quasi patetici, ma sempre più irresponsabile a mano a mano che le sua scelte diventano sempre più limitate"
Erich Fromm


"Tutti seguono schemi prestabiliti, con una velocità prestabilita, in modo predisposto.
Perfino le reazioni sono prescritte: allegria, tolleranza, amabilità, ambizione e capacità di andare d'accordo con tutti senza attrito. Il divertimento è organizzato nello stesso modo, sebbene non con lo stesso sistema; i libri sono selezioni da biblioteche, i film dagli impresari, e gli slogans pubblicitari coniati da loro; il resto è pure uniforme; la gita domenicale in automobile, i programmi televisivi, le riunioni e i ricevimenti ufficiali. Dalla nascita alla morte, dal lunedì alla domenica, da mattina a sera, tutte le attività sono organizzate e prestabilite. Come potrebbe un uomo prigioniero nella ragnatela della routine ricordarsi che è un uomo, un individuo ben distinto, uno al quale è concessa un'unica occasione di vivere, con speranze e delusioni, dolori e timori, col desiderio di amare e il terrore della solitudine e del nulla?"
Erich Fromm


In nome del progresso, l’uomo sta trasformando il mondo in un luogo fetido e velenoso (e questa è “tutt’altro che” un’immagine simbolica). Sta inquinando l’aria, l’acqua, il suolo, gli animali… e se stesso, al punto che è legittimo domandarsi se, fra un centinaio d’anni, sarà ancora possibile vivere sulla terra.
Erich Fromm (1900 – 1980)



Il TEMPO E' DENARO...
Nella società industriale, il tempo domina sovrano.
L'attuale modo di produzione esige che ogni azione sia esattamente calcolata nel tempo, che non soltanto la catena di montaggio senza fine ma, sia pure con minore immediatezza, anche gran parte delle altre nostre attività siano governate dal tempo. Come se non bastasse, il tempo non è soltanto tale: il tempo è denaro. La macchina va usata al massimo delle sue prestazioni; ne consegue che la macchina impone il proprio ritmo al lavoratore. Tramite la macchina, il tempo è divenuto il nostro sovrano, e soltanto nelle ore libere abbiamo, ma solo in apparenza, una certa scelta. Infatti, di regola organizziamo il nostro tempo libero esattamente come organizziamo il nostro lavoro, oppure ci ribelliamo alla tirannia del tempo dandoci all'assoluta pigrizia. Non facendo null'altro che disobbedire alle esigenze del tempo, abbiamo l'illusione di essere liberi, mentre in realtà siamo soltanto in libertà condizionata dalla nostra prigione temporale.
Erich Fromm 1976




La depressione non equivale al dolore; il vero depresso ringrazierebbe il cielo se riuscisse a provare dolore. La depressione è l’incapacità di provare emozioni. La depressione è la sensazione di essere morti mentre il corpo è ancora in vita. Non equivale affatto alla pena e al dolore, con i quali anzi non ha niente in comune. Il depresso è incapace di provare gioia, così come è incapace di provare dolore. La depressione è l’assenza di ogni tipo di emozione, è un senso di morte che per il depresso è assolutamente insostenibile. È proprio l’incapacità a provare emozioni che rende la depressione così pesante da sopportare.
Erich Fromm




la depressione è spesso endogena, senza cause scatenanti specifiche, che si evolve lungo percorsi inconsci e spesso molto lunghi e asintomatici, e questo la rende particolarmente difficile da individuare proattivamente e superare. Lo stato depressivo, invece, che segue un evento particolarmente doloroso è di solito più facile da elaborare perchè  c'è una causa reale e quindi si può ripartire da un punto definito. Questa componente della causa reale aiuta anche a non far ricadere il senso di colpa sulla persona che, altrimenti, senza cognizione di causa, interiorizza l'esperienza attribuendola alla sua inadeguatezza o indegnità. E da qui la depressione clinica fa presto ad insediarsi.



La psicoanalisi, nel tentativo di fondare la psicologia come scienza naturale, commise l'errore di separarla dai problemi della filosofia e dell'etica
Erich Fromm. Dalla parte dell'uomo



"La conoscenza ha inizio con la consapevolezza del carattere ingannevole delle percezioni forniteci dal nostro buon senso comune, in altre parole, dalla constatazione che la nostra immagine della realtà fisica non corrisponde a ciò che è "davvero reale", senza contare che molti di noi sono come sospesi tra veglia e sonno, inconsapevoli che gran parte di ciò che ritengono vero e di per sè evidente non è che illusione frutto dell'influenza suggestiva dell'universo sociale in cui si vive. La conoscenza, pertanto, ha inizio con la demolizione delle illusioni, con la delusione. Conoscere significa penetrare sotto la superficie, allo scopo di giungere alle radici, e pertanto alle cause; conoscere significa "vedere" la realtà senza paludamenti. Conoscere non significa essere in possesso della verità, bensì andare sotto lo strato esterno e tentare, criticamente e attivamente, di avvicinarsi sempre più alla verità."
Erich Fromm



Dunque l'uomo sì differenzia dagli animali perché é assassino; è l'unico che uccida e torturi membri della propria specie senza motivo, né biologico né economico, traendone soddisfazione.
Erich Fromm. Anatomia della distruttività umana


La razionalizzazione non è uno strumento per penetrare la realtà, ma un tentativo a posteriori di armonizzare i propri desideri con la realtà esistente.
Erich Fromm




Gli uomini moderni vivono sotto l'illusione di sapere quello che vogliono, 
mentre effettivamente vogliono quello che suppongono di volere.
Erich Fromm


Non pensare a ciò che può portarti l’avvenire, ma sforzati di essere interiormente calmo e sereno, poiché non da come si forma il tuo destino, ma dal modo in cui ti comporti dinanzi a esso dipende la felicità della tua vita.
Erich Fromm


L’incertezza e le difficoltà sono la condizione perfetta per incitare l’uomo a scoprire le proprie possibilità e a innescare il cambiamento
Erich Fromm


L'incapacità di agire spontaneamente, di esprimere liberamente quel che si sente e si pensa, e la conseguente necessità di presentare uno pseudo io agli altri e a se stessi, sono la radice del sentimento di inferiorità e di debolezza.
Erich Fromm


Non si vuole dire che l'educazione debba portare inevitabilmente alla soppressione della spontaneità, dato che il vero fine dell'educazione, è di promuovere l'indipendenza interiore e l'individualità del bambino, il suo sviluppo e la sua integrità. Nella nostra civiltà, tuttavia, l'educazione troppo spesso produce l'eliminazione della spontaneità.
Erich Fromm


L'UOMO CREDE DI VOLERE LA LIBERTÀ. IN REALTÀ NE HA UNA GRANDE PAURA. PERCHÉ? PERCHÉ LA LIBERTÀ LO OBBLIGA A PRENDERE DELLE DECISIONI, E LE DECISIONI COMPORTANO RISCHI. [..] Se invece si sottomette a un'autorità, allora può sperare che l'autorità gli dica quello che è giusto fare, e ciò vale tanto più se c'è un'unica autorità – come è spesso il caso – che decide per tutta la società cosa è utile e cosa invece è nocivo.
Erich Fromm


Vivere significa nascere ad ogni istante.
La morte subentra quando il processo della nascita cessa.
Erich Fromm



Il rapporto tra madre e figlio è paradossale e, per un senso, tragico.
Richiede il più intenso amore da parte della madre, e tuttavia questo stesso amore deve aiutare il figlio a staccarsi dalla madre e a diventare indipendente.
Erich Fromm, Psicoanalisi della società contemporanea, 1955


Sposandosi, molte persone non fanno che passare dalla madre alla moglie
il coniuge o un'altra figura materna o autoritaria vengono scelti solo in quanto sostituiti. In politica le cose non vanno diversamente: 
si creano strutture di dipendenza per cui le persone hanno bisogno di grandi personaggi.
Al massimo cambiano le dipendenze.
Ma ciò che sarebbe necessario, ossia essere indipendenti, non avviene mai.
Erich Fromm, 'l'arte di ascoltare'

Il malinteso più comune è quello che dare significhi cedere qualcosa, essere privati, sacrificare. La gente arida sente il dare come un impoverimento. Per la persona attiva, invece, dare ha un senso completamente diverso: nello stesso dare, io provo la mia forza, la mia ricchezza, il mio potere. Dare dà più gioia che ricevere, non perchè è privazione, ma perchè in quell'atto mi sento vivo.
L'amore è soprattutto dare. Nel dare non posso fare a meno di portare qualcosa alla vita dell'altra persona e chi la riceve si riflette in essa e non si può evitare di ricevere ciò che le viene dato di ritorno. Ciò significa che l'amore è una forza che produce amore.
Erich Fromm


L’amore è un potere attivo dell’uomo; un potere che annulla le pareti che lo separano dai suoi simili, che gli fa superare il senso d’isolamento e di separazione, e tuttavia gli permette di essere sé stesso e di conservare la propria integrità. Sembra un paradosso, ma nell’amore due esseri diventano uno, e tuttavia restano due.
Erich Fromm, L’arte di amare


L’amore maturo è una unione che mantiene intera la propria identità:
il vero amore fa sì che due esseri diventino “uno” rimanendo “due”.
Spesso non è così. Infatti si creano situazioni di “simbiosi” (cioè in cui uno vive dell’altro) che ingenerano o situazioni di “dominio” o di “sudditanza”, in cui quello che appare “forte” ha bisogno del “debole” per darsi una identità e viceversa (in termine tecnico si indicano come simbiosi sadiche e masochiste).
Invece l’amore non vive dell’altro (cioè lo “succhio” per nutrimene) bensì vive per l’altro: si dona all’altro. In altre parole non è un’esperienza “passiva” ma un’esperienza “attiva”.
L’amore perciò si può definire come una attività interiore dell’uomo, cioè che “produce” e non è “prodotta”. L’amore è perciò libero e “realizza” la relazione. Questo la differenzia dalle passioni in cui la persona è “vittima” di una pressione esterna che la causa (“prodotta” appunto) che invece “consuma” la relazione.
Quindi l’amore maturo si può definire anche come: orientamento della persona verso il mondo dove l’uomo non “consuma” ma “realizza” dei rapporti.
Erich Fromm


L’amore non è soltanto una relazione con una particolare persona:
è un’attitudine, un orientamento di carattere che determina i rapporti di una persona col mondo, non verso un “oggetto” d’amore. Se una persona ama solo un’altra persona ed è indifferente nei confronti dei suoi simili, il suo non è amore, ma un attaccamento simbiotico, o un egoismo portato all’eccesso. Eppure la maggior parte della gente crede che l’amore sia costituito dall’oggetto, non dalla facoltà di amare. Infatti essi credono perfino che sia prova della loro intensità del loro amore il fatto di non amare nessuno tranne la persona “amata”. Poichè non si vede che l’amore è un’attività, un potere dell’anima, si ritiene che basti trovare l’oggetto necessario e che, dopo ciò, "tutto vada da sè”. Questa teoria può essere paragonata a quella dell’uomo che vuole dipingere ma che, anziché imparare l’arte sostiene che deve solo aspettare l’oggetto adatto, e che dipingerà meravigliosamente non appena lo avrà trovato. Se io amassi veramente una persona, io amerei il mondo, amerei la vita. Se posso dire ad un altro ”Ti amo”, devo essere in grado di dire "Amo tutti in te, amo il mondo attraverso di te, amo in te anche me stesso".
Erich Fromm

L'amore è un potere attivo dell'uomo; un potere che annulla le pareti che lo separano dai suoi simili, che gli fa superare il senso d'isolamento e di separazione, e tuttavia gli permette di essere sé stesso e di conservare la propria integrità.
Erich Fromm

Per amare, bisogna imparare prima a pazientare, a sapere stare da soli, ad accettare l’altro e rispettarlo; importante poi è avere fiducia in se stessi perché in fondo è nel rapporto con il proprio se'che si sviluppa il rapporto con il prossimo.
Erich Fromm

Chi ama davvero ama il mondo intero,
non soltanto un individuo in particolare.
Erich Fromm

Chi ama davvero, ama anche se stesso. 
Chi ama solamente gli altri ha qualcosa che non va.
Erich Fromm




Secondo il saggio, il Cielo è l'uomo e la Terra donna
la Terra nutre ciò che il Cielo lascia cadere.
Quando in Terra manca di calore, il Cielo lo manda; 
quando essa ha perso la sua freschezza, il Cielo la ristora. 
Il Cielo la circonda come un marito la moglie; 
e la Terra, solerte come moglie, 
genera e nutre ciò che ha prodotto.
Erich Fromm, L'arte di Amare

L'amore infantile segue il principio: amo perché sono amato.
L'amore maturo segue il principio: sono amato perché amo.
L'amore immaturo dice: Ti amo perché ho bisogno di te.
Erich Fromm




ERICH FROMM E LA TEORIA CRITICA ANTICAPITALISTA CHE SFOCIA NELLA DOMANDA: AVERE O ESSERE?

"La domanda fondamentale è infatti: qual è lo scopo della vita? 
Diventare più umani o produrre di più?"
(da "Il coraggio di essere")

"Il modo di produzione del sistema capitalistico ha trasformato l'uomo in una creatura ansiosa e alienata."
(da L'arte di vivere")

"Mah... dunque... mio padre era commerciante, ma contro la sua volontà. Si vergognava di essere un commerciante. Anch'io, da bambino, quando avevo dieci, dodici anni, me ne vergognavo. Se qualcuno mi diceva "sono un commerciante" avevo pietà di lui; mi dicevo "ma come si può ammettere che lo scopo della sua vita sia quello di guadagnare del denaro?". [...] Evidentemente sono cresciuto nel mondo moderno, ma non mi sono mai sentito a mio agio: il mio vero mondo è il mondo precapitalistico, del quale il mio bisnonno e quell'aneddoto sono un esempio. In fondo, mi sento così ancora oggi; mi sento straniero in un mondo il cui scopo è guadagnare il più possibile. Per me questo è piuttosto una perversione."
(da "Il coraggio di essere")


Il vivere bene non rappresenta ormai più da un pezzo la soddisfazione semplicemente di un’esigenza di carattere etico o religioso: per la prima volta nella storia, “la sopravvivenza fisica della specie umana dipende dalla radicale trasformazione del cuore umano”. D’altro canto, una trasformazione del cuore umano è possibile solo a patto che si verifichino mutamenti economici e sociali di drastica entità, tali da offrire al cuore umano l’occasione per mutare e il coraggio e l’ampiezza di prospettive necessari per farlo”.
Erich Fromm, Avere o essere?


"Marx affermava che il lusso è un vizio esattamente come la povertà e che dovremmo proporci come meta quella di "essere" molto, non già di "avere" molto. [...] La differenza tra essere e avere non è essenzialmente quella tra Oriente e Occidente, ma piuttosto tra una società imperniata sulle persone e una società imperniata sulle cose. L'atteggiamento dell'avere è caratteristico della società industriale occidentale, in cui la sete di denaro, fama e potere, è divenuta la tematica dominante della vita. [...] 
Per riassumere: consumare è una forma dell'avere, forse quella di maggior momento per l'odierna società industriale opulenta. Il consumo ha caratteristiche ambivalenti: placa l'ansia, perché ciò che uno ha non può essergli ripreso; ma impone anche che il consumatore consumi sempre di più, dal momento che il consumo precedente ben presto perde il proprio carattere gratificante. I consumatori moderni possono etichettare se stessi con questa formula: io sono = ciò che ho e ciò che consumo."
Erich Fromm, Avere o essere?








Erich Fromm (1900 – 1980), psicoanalista e sociologo tedesco, insieme a Adorno, Horkheimer e Marcuse diventa uno dei maggiori esponenti della Scuola di Francoforte, che nei primi anni del secondo dopoguerra si afferma nella cultura tedesca. La nuova corrente di pensiero, fortemente influenzata dal marxismo, si ispira a diverse matrici culturali: la dialettica e la fenomenologia hegeliana, il nichilismo di Nietzsche e di Heidegger, la psicoanalisi di Freud. La Scuola con il marxismo ha un rapporto tormentato e complesso per motivi sia teorici che pratici poiché respinge il concetto cardine del marxismo del progresso sociale che conduce al consumismo e alla tecnocrazia.

Di orientamento socialista e materialista, la Scuola ha elaborato le sue teorie e svolto le sue indagini alla luce delle categorie di totalità e dialettica: la ricerca sociale non si dissolve in indagini specializzate e settoriali; la società va indagata come un tutto nelle relazioni che legano gli ambiti economici con quelli culturali e psicologici. La teoria critica si prefigge di far emergere le contraddizioni fondamentali della società capitalistica e punta ad uno sviluppo che conduca ad una società senza sfruttamento. Siffatta teoria è critica in quanto da essa emergono le contraddizioni della moderna società industrializzata e in particolar modo della società capitalistica. Per maggior precisione il teorico critico "è quel teorico la cui unica preoccupazione consiste in uno sviluppo che conduca ad una società senza sfruttamento".

Nella società dominata dal denaro e dal consumo, l'uomo concepisce se stesso come una cosa in vendita. Nella società capitalista il consumo diventa fine a se stesso, fa nascere nuovi bisogni e costringe all'acquisto di nuove cose, si perde di vista l'uso delle cose e l'uomo è schiavo del possesso. Si può uscire dall'alienazione solo costituendo un tipo di società organizzata secondo il " socialismo comunitario " con la partecipazione di tutti i lavoratori alla gestione del mondo del lavoro. Il socialismo comunitario prospettato da Fromm è vicino alle posizioni dei socialisti utopistici ed è influenzato dal sindacalismo e dal socialismo corporativista. In "Avere o Essere" Fromm propone all'uomo contemporaneo la scelta netta tra due categorie, due progetti di uomo: o quello dell'avere, dominante nella società capitalistica dei consumi, o quello dell'essere, della realizzazione dei bisogni più profondi dell'uomo. L'analisi di Fromm individua due modi di determinarsi dell'esistenza dell'uomo nella società:

-avere, modello tipico della società industrializzata, costruita sulla proprietà privata e sul profitto che porta all'identificazione dell'esistenza umana con la categoria dell'avere, del possesso. Io sono le cose che possiedo, se non possiedo nulla la mia esistenza viene negata. In tale condizione l'uomo possiede le cose ma è vera anche la situazione inversa e cioè le cose possiedono l'uomo. L'identità personale, l'equilibrio mentale si fonda sull' avere le cose.

-essere è l'altro modo di concepire l'esistenza dell'uomo ed ha come presupposto la libertà e l'autonomia che finalizza gli sforzi alla crescita e all'arricchimento della propria interiorità. L'uomo che si riconosce nel modello esistenziale dell'essere non è più alienato, è protagonista della propria vita e stabilisce rapporti di pace e di solidarietà con gli altri.

fonti: http://www.filosofico.net/erichfromm.htm, http://it.wikiquote.org/wiki/Erich_Fromm



"Erich Fromm, il maggiore rappresentante della psicologia post-freudiana, offre in questo video, registrato nella sua abitazione di Muralto dieci giorni prima la sua scomparsa, una testimonianza viva dell’intera sua esistenza. Ricordi, abitudini, riflessioni teoriche si intrecciano in questa intervista, in un ritratto che miscela sfera pubblica e privata.
Fromm parla della sua infanzia, dell’educazione ricevuta in famiglia, degli anni di insegnamento alla Scuola di Francoforte accanto a Horkheimer, Adorno e Marcuse; ricorda i due traumi che hanno segnato la sua vita: il suicidio di una ragazza che amava e il conflitto bellico; offre alcune indicazioni sulla tecnica psicanalitica; accenna ai cardini del suo pensiero umanistico: la differenza fra essere e avere, fra amore totale e amore genitale, fra religiosità e religione. A suggello dell’intervista, che rende conto della vocazione pluralistica e sincretica di Fromm (che fu filosofo, sociologo, psicanalista, …) si pone la confessione: “mi sento sempre più come uno straniero in un mondo la cui preoccupazione unica è il guadagno”.
Pubblicato da Faber - Fonte: Link - martedì 19 aprile 2011
Commenti:
"scopo della società contemporanea non è l'uomo, ma il profitto...
...(oggi) il profitto costituisce il metro del comportamento razionale e giusto"....."la domanda fondamentale è infatti: qual'è lo scopo della vita? diventare più umani o produrre di più?"
"essere vuol dire esser vivo, interessato, vedere le cose, vedere l'uomo, ascoltare l'uomo, immedesimarsi nel prossimo, sentire sè stessi, rendere la vita interessante, fare della vita qualcosa di bello e non di noioso".
scritto da: alessandr0dindo


Erich Fromm nasce a Francoforte nel 1900. 
Figlio di un ricco commerciante, fu allevato in una atmosfera israelita ma più tardi egli respinse le sue convinzioni religiose.
Studiò psicoanalisi a Monaco e si formò nell’Istituto di psicoanalisi di Berlino. 
Cominciò a praticare la psicoanalisi nel 1925 e divenne presto famoso. 
La sua prima tesi sulla funzione delle religioni, fu pubblicata in Imago, una rivista edita da Freud.
Nel 1934, per opposizione al nazismo, lasciò la Germania per stabilirsi permanentemente negli Stati Uniti dove tenne lezioni in varie università americane e messicane. Muore a Locarno nel 1980.
Viene considerato come uno dei maggiori rappresentanti della psicologia post-freudiana.
Mentre Freud  insegnava che l’uomo è fondamentalmente antisociale e deve essere addomesticato dalla società, Fromm credeva che una spiegazione più comprensiva del comportamento umano può essere trovata nella storia.
L’ uomo secondo Fromm era originalmente protetto dalla solitudine e dal dubbio poiché egli viveva in uno stato di unità cosmica con i suoi compagni e con l’universo. 
Quest’unione con la natura scomparve nel Medioevo.
Ne suo libro “Psicanalisi e religione” pubblicato nel 1950 Fromm discuteva il bisogno dell’uomo di una struttura di orientamento con cui egli poteva superare la sua alienazione e stabilire relazioni con gli altri.
Questo bisogno può essere soddisfatto da una ideologia, da una religione, o persino da una nevrosi mentale.
Fromm confrontò questo bisogno di psicoanalisi che egli chiamava cura dell’anima con le religioni che accentuano il potere e la forza dell’individuo.

LA CURA DELL’ANIMA PER FROMM
La cura dell’ anima è quella di mettere un uomo in contatto col suo subcosciente aiutandolo così ad essere libero di stabilire relazioni d’amore.
Il metodo normale per superare l’isolamento è stabilire spontaneamente relazioni col mondo attraverso l’amore e lavorare senza sacrificare l’indipendenza e l’integrità del processo.
Nel suo lavoro di analista Fromm scoprì una grande varietà di altri meccanismi d’evasione – masochismo, sadismo, distruttività, conformismo, alternativi all’amore.
Essi producono una riduzione dell’alienazione dell’ansia ma solo al caro prezzo della rinuncia della propria individualità.
Fromm usa la parola amore per descrivere un atteggiamento generale piuttosto che un’emozione diretta ad una particolare persona.


I 5 TIPI DI AMORE
Nel suo libro “L’arte di amare” parla di 5 tipi di amore… questi:

Amore fraterno,
Amore tra genitori e figli,
Amore erotico,
Amore per sé stessi,
Amore per Dio.

Egli sottolineò che tutte queste forme di amore hanno elementi comuni e devono essere basati sul senso di responsabilità, rispetto e conoscenza.
Per ogni individuo l’amore è il modo normale di superare il senso di isolamento e, come desiderio di unione con gli altri, assume una forma specificamente biologica tra l’uomo e la donna.
Fromm afferma che è errato interpretare l’amore come una reciproca soddisfazione sessuale poiché una completa felicità sessuale si raggiunge soltanto quando c’è l’amore.
La concentrazione sulla tecnica sessuale come se questa rappresentasse la via alla felicità è, egli afferma, una delle molti ragioni per cui l’amore vero è diventato così raro nella moderna società capitalistica.
Fromm crede che l’amore sia l’unica e soddisfacente risposta al problema dell’esistenza umana.
Egli accentua però il fatto che l’amore non può essere insegnato ma dev’essere acquisito tramite uno sforzo continuo, disciplina, concentrazione e pazienza, tutte cose che sono difficili per la pressione continua della vita moderna.
Il più importante contributo di Fromm alla psicologia sta nella sua accentuazione della dignità e del valore dell’individuo.
A differenza degli psicologi del comportamento egli non riduce l’uomo ad un comune denominatore di istinti.
Nel suo trattamento del sesso egli lo considera molto meno importante dell’amore nel senso più lato del termine.
Tony Kospan
https://tonykospan21.wordpress.com/2015/05/09/i-5-tipi-di-amore-per-e-fromm-la-famosa-ed-analitica-riflessione-sullamore-da-parte-del-filosofo-tedesco/







Estratto dell'intervista ad opera della tv svizzera ad Erich Fromm (1900-1980), 10 giorni prima della sua morte.
Per vedere tutta l'intervista:  http://www.rsi.ch/mondivicini/welcome.cfm?idg=0&ids=0&idc=6851
Estratto da Intervista a cura di: Ivano Paolo Todde:
"l NAZISMO e l'esperienza della SOCIETÀ INDUSTRIALE AMERICANA costituirono due momenti determinanti della sua vita. Continuò infatti le sue ricerche su INDIVIDUO e SOCIETÀ, orientandole da allora sopratutto sul RAPPORTO TRA L'UOMO E L'AUTORITÀ, sul SIGNIFICATO DELLA VITA NELLA SOCIETÀ INDUSTRIALE.

- Professor Fromm, perchè, come lei ha detto, L'UOMO HA PAURA DELLA LIBERTA?
Ho cercato di spiegarlo in un libro, “FUGA DALLA LIBERTÀ”: l'uomo CREDE DI VOLERE LA LIBERTA', IN REALTA' NE HA UNA GRANDE PAURA.
- Perchè?
Perchè la libertà LO OBBLIGA A PRENDERE DECISIONI e LE DECISIONI COMPORTANO RISCHI. E, poi, quali sono i CRITERI su cui può basare le sue decisioni? L'UOMO È ABITUATO A CHE GLI SI DICA COSA DEVE PENSARE, anche se gli si dice che deve essere veramente convinto di ciò che pensa. Ma l'uomo sa che questo È UN TRUCCO, PERCHÈ CI SI ASPETTANO DA LUI COSE BEN DETERMINATE, ciò DIPENDE DALLA SITUAZIONE SOCIALE, DEVE CIOÈ PENSARE A CIÒ CHE È PIÙ UTILE AL FUNZIONAMENTO DELLA SOCIETÀ ESISTENTE, NON DEVE PENSARE CIÒ CHE PUÒ ESSERE DANNOSO o che crea troppe frizioni; certo, deve poter fare un po di CRITICA, affinchè non pensi che non abbia critiche da fare, ma ciò deve essere limitato, in modo che non sia sabbia negli ingranaggi.
- Per questo LEI SOSTIENE CHE L'UOMO VUOLE SOTTOMETTERSI ALL'AUTORITÀ? SI, PERCHÈ HA PAURA DELLA LIBERTÀ, perchè DEVE DECIDERE LUI STESSO, E CIÒ COMPORTA DEI RISCHI, PUÒ DANNEGGIARSI, perchè deve ASSUMERSI TUTTA LA RESPONSABILITÀ, SE INVECE SI SOTTOMMETTE AD UNA AUTORITÀ, ALLORA PUÒ SPERARE CHE L'AUTORITÀ GLI DICA CIÒ CHE È GIUSTO FARE, e ciò vale tanto più se c'è UN'UNICA AUTORITÀ, come spesso è il caso, CHE DECIDE PER TUTTA LA SOCIETÀ CIO' CHE E' UTILE E CIÒ CHE È NOCIVO.
- Le DIFFICOLTÀ CHE INCONTRA L'UOMO NEL REALIZZARSI dipendono SOLO DA LUI o anche dalla SOCIETÀ?
La società non lo vuole, SCOPO DELLA SOCIETÀ D'OGGI NON È DI REALIZZARE L'UOMO, SCOPO DELLA SOCIETÀ È IL PROFITTO DEL CAPITALE INVESTITO e, se si vuole aggiungere, anche il raggiungimento di condizioni più favorevoli all'uomo o, semmai, meno sfavorevoli, ma SCOPO DELLA SOCIETA' CONTEMPORANEA NON E' L'UOMO, è invece IL PROFITTO, non inteso come avidità, ma nel senso della MASSIMA ECONOMICITA' DEL SISTEMA; il profitto non è come una volta, sopratutto l'espressione di uomini avidi, che cioè vogliono guadagnare il più possibile, ma ve ne sono molti anche oggi; la cosa più importante è che IL PROFITTO COSTITUISCE IL METRO DEL COMPORTAMENTO RAZIONALE E GIUSTO. Il manager che ha ottenuto un profitto, DIMOSTRA CON CIÒ DI AVER LAVORATO RAZIONALMENTE e TANTO PIÙ ALTO È IL PROFITTO, TANTO MIGLIORE, TANTO PIÙ GIUSTO, TANTO PIÙ RAZIONALE È STATA LA SUA ATTIVITÀ. Ciò mi fa pensare anche a una RAZIONALITÀ BUROCRATICA, una CARATTERISTICA DELLA NOSTRA ORGANIZZAZIONE SOCIALE; È UNO DEI MALI PIÙ GRAVI PER LA VITA DELL'UOMO. IL FENOMENO BUROCRATICO SIGNIFICA INFATTI CHE UNA CLASSE PROFESSIONALE BEN PRECISA SI ASSUME IL COMPITO DI AMMINISTRARE E REGOLARE I PENSIERI DEGLI ALTRI. PER FINIRE I BUROCRATI DIVENTANO I VERI POTENTI, I DIRIGENTI DELLA SOCIETA'. Ma cosa li leggittima? Quali capacità hanno, se non ottusità? SE NON L'INCAPACITÀ DI ESSERE VIVI, SE NON LA TENDENZA A INCASELLARE, SE NON A VOLER FARE SEMPRE LE STESSE COSE, HANNO PAURA DEL NUOVO, del fresco, dell'avventura, di tutto ciò che rende la vita interessante. Quali sono allora secondo lei i valori fondamentali che dovrebbero guidarci?
Ma proporrei di leggere la BIBBIA, forse MARX, forse Tommaso d'Aquino, ma CERTAMENTE NON I LIBRI CHE SPIEGANO COME SI OTTIENE IL MASSIMO PROFITTO; LA DOMANDA FONDAMENTALE È, INFATTI: QUAL E' LO SCOPO DELLA VITA? DIVENTARE PIU' UMANI O PRODURRE DI PIU'? Questa è già la distinzione più importante di Marx fra CAPITALE e LAVORO. LAVORO E' LA VITA, l'attività viva dell'uomo, CAPITALE è ciò che si è accumulato nel passato; l'opposizione tra LAVORO e CAPITALE non è in definitiva per MARX, come si intende comunemente, il problema dell'interesse di classe, MA L'OPPOSIZIONE TRA LA VITA E LE COSE, CHI DEVE DETERMINARE LA VITA? IL CAPITALE, LE COSE, CIO' CHE E' MORTO, accumulato, oppure il LAVORO, ciò che è VIVO, UMANO?
E' anche l'opposizione tra l'AVERE e l'ESSERE.
E' esattamente la stessa cosa: l'AVERE è il LAVORO ACCUMULATO, L'ESSERE È L'ATTIVITÀ UMANA. Certo non una attività semplicemente tale, come portare delle pietre da un posto all'altro, questa non è l'attività umana.
COSA VUOL DIRE ESSERE? ESSERE VIVO, INTERESSATO, VEDERE LE COSE, VEDERE L'UOMO, ASCOLTARE L'UOMO. IMMEDESIMARSI NEL PROSSIMO. SENTIRE SE STESSI, RENDERE LA VITA INTERESSANTE, FARE DELLA VITA QUALCOSA DI BELLO E NON DI NOIOSO"



Dipendenza affettiva..malattia.





è più facile amare gli altri che se stessi...appunto per questo si fa meno fatica, forse quasi come un accomodarsi su di un fiore piuttosto che annaffiarlo... forse



no è troppo dura...inferiorità no...forse timore..insicurezza


‎.. qual'è la causa e quale l'effetto ..? è anche vero che il sentimento di inferiorità e di debolezza porta a nascondersi ed indossare una maschera ...


L’Arte di amare di Erich Fromm
“Ogni essere umano avverte dentro di sé in modo istintivo e insopprimibile l’assoluta necessità dell’amore. Eppure, in molti casi, si ignora il vero significato di questo complesso e totalizzante aspetto della vita. Per lo più l’amore viene scambiato con il bisogno di essere amati. In questo modo un atto creativo dinamico e stimolante si trasforma in un tentativo egoistico di piacere. Ma il vero amore, sostiene Erich Fromm, è un sentimento molto più profondo che richiede sforzo e saggezza, umiltà e coraggio. E, soprattutto, è qualcosa che si può imparare. “

“Solitudine e bisogno esistenziale di unione nell’ Arte di amare di Erich Fromm,“ in: P. L. Eletti (Ed.), Incontro con Erich Fromm. Atti del Simposio Internazionale su Erich Fromm


Di Eda Ciampini Gazzarrini:
Il tema esplicito del libro di Fromm, l’Arte di Amare“, è l’interrogativo sulla possibilità di amare nella civiltà contemporanea, incentrata sul profitto e sullo scambio di mercato. Tuttavia argomenti centrali dell’opera appaiono la solitudine umana e quell’insopprimibile anelito di unione“ che troverà acquietamento nell’amore.
È il bisogno di unione“, di un incontro risolutore tra gli uomini quello che Fromm percepisce nella società americana e in quelle a sviluppo tecnologico, dietro l’apparente stato di benessere. Sarà questo stesso bisogno, preannunciante di per sé la possibilità di amare, a generare nell’uomo insoddisfazione per le pseudosoluzioni adottate.
Ci ha colpito di questo libro la presenza di nostalgia di un bene perduto“, dietro il quale è il mistero, di cui Fromm, insieme a noi, cerca il nome. Fromm chiama questa nostalgia desiderio di ritorno al Paradiso Terrestre“ dove l’uomo può vivere senza consapevolezza di sé, dove non si sono ancora sviluppate le dicotomie esistenziali.
Paradiso come condizione perduta di armonia, con la natura e con se stesso.
Ma è stato fatto divieto ad Adamo ed Eva di rimanere, dopo che si sono cibati del frutto dell’albero del bene e del male. Non avrebbe potuto essere altrimenti. Con la nuova dimensione della consapevolezza Adamo ed Eva si mettono fuori dal regno dell’indistinto, dell’istinto, della natura e si sentono soli e colpevoli.
I cherubini con la spada di fuoco sono a testimoniare la colpa commessa e l’impossibilità di un ritorno.
Con questo dramma, dirà Fromm, inizia, per la razza umana, il destino di uomo.
Parimenti, con la separazione dalla madre iniziano per il bambino il destino di individuo e la ricerca di un nuovo incontro.
Anche il bambino alla nascita viene sbalzato da una situazione chiara come l’istinto in una incerta, ma il senso di solitudine del neonato è annullato dalla presenza fisica della madre dal suo contatto, dall’odore della sua pelle. Fromm dirà che più il bambino, nella crescita, si libera dai vincoli primitivi, più intenso resta in lui il bisogno di nuove vie“ per ripristinare l’unione”.
L’autore batte l’accento sull’isolamento e sul vuoto che il bambino prova quando si rende conto della separazione dalla madre.
Il senso di solitudine è, per Fromm, l’origine di ogni ansia che, se intollerabile, porta a cancellare il senso di separazione e con esso il mondo esterno. L’individuo si chiude in un isolamento che è follia. Per il nostro autore l’umanità, di qualsiasi civiltà, si è trovata di fronte alla soluzione dell’eterno problema di come superare la solitudine e raggiungere l’unione“. Questo è l’interrogativo che si è posto l’uomo delle caverne così come l’uomo di oggi.
È un problema, continuerà a dire Fromm, che nasce dalla condizione dell’esistenza umana, di fronte al quale la storia delle religioni e della filosofia sono tentativi di soluzione.
È convinzione di Fromm che anche la società capitalistica risponda a suo modo, a salvaguardia dei privilegi, al bisogno dell’uomo di superare la solitudine, ammannendo il „conformismo“, la “routine di lavoro e del piacere” e”idoli” privi di qualità umane.
E l’uomo è solo più di sempre.
Fromm ci avverte che la maggior parte della gente non si rende conto di cosa nasconda il conformismo: "Come potrebbe un uomo prigioniero della ragnatela della routine ricordarsi che è un uomo, un individuo ben distinto, uno al quale è concessa una unica occasione di vivere, con speranze e delusioni e dolori e timori, col desiderio di amare e il terrore della solitudine e del nulla?"
Fromm tocca uno dei più scottanti temi attuali e denuncia che i movimenti socio-politici e le vertiginose scoperte tecnologiche sono sempre più al servizio di una società retta da una costrittiva economia competitiva.
È esplicito in Fromm che per l’uomo di oggi il problema della solitudine e di una ricerca di „integrazione“ senza perdita della propria individualità sia altrettanto importante quanto lo studio della sessualità ai tempi di Freud. La stessa spinta sessuale, per Fromm, è causata solo parzialmente dal bisogno di sopprimere una tensione mentre la necessità principale è data dall’istanza di „unione“ con l’altro polo sessuale.
Nel processo della separazione che fa parte della crescita, che è anche euforia e gioia, Fromm richiama la nostra attenzione sullo stato di sofferenza che ne consegue e sulla paura del vuoto, dell’isolamento. L’uomo Fromm sembra molto preso da questa condizione umana di „separazione“ che non avviene una volta per tutte ma che si ripete, con rinnovato senso di perdita ad ogni cambiamento, sempre dolorosa.
Così si ritrova in lui, non acquietata, la nostalgia. di una felice unione perduta.
Fromm, sociologo, è preoccupato per le condizioni della società attuale, per il futuro dell’uomo che rischia la distruzione, anche perché la società conia strategie di mascheramento del disagio e l’uomo rimane „consapevolmente inconsapevole“.
Con questa ultima affermazione dell’ambiguità dell’individuo, Frómm pare minare la speranza di una risoluzione nella quale egli tuttavia crede.
Dei messaggi di Fromm, sembra essersi fatto araldo in questi ultimissimi tempi, il linguaggio dell’artista. I temi di Fromm hanno trovato espressione e particolare incisività attraverso la macchina da presa e le immagini che rendono più accessibili i significati. Michel del film del regista Ferreri „I love you“ ripropone il problema esistenziale di una propria individuazione e il fallimento di un ritiro dalle relazioni umane verso un oggetto meccanico che sostituisce l’incontro con l’altro.
Michel è l’uomo che Fromm in una opera più tarda chiamerà uomo monocerebrale preso dal meccanismo tecnologico a tale punto da stabilire fra lui e la macchina una specie di rapporto
simbiotico. Fromm troverà una sorprendente analogia fra questo tipo di uomo monocerebrale e gli schizofrenici.
Sempre attraverso lo strumento della macchina da presa ci arriva un altro messaggio. È la volta di Kaos dei registi Taviani. Kaos è il mondo prima dell’atto della creazione, nel quale tutte le forme erano indefinite. Il film si presta a significare un ritorno regressivo alla Grande Madre, la nostalgia di un „eterno presente“. Il protagonista, a maturità avanzata, torna nei luoghi dell’infanzia e ricorda la madre: „Ora che sei morta e non mi pensi più, io non sono vivo per te“. Possiamo cogliere in altri aspetti della cultura il segno del disagio ed anche modalità di copertura, strategie, che negano „il vuoto“. Stiamo pensando al "trompe d’oeil" (inganno dell’occhio) in architettura, a quel movimento che cerca di coprire con pitture di modelli architettonici del passato Rinascimento le pareti di vetro e cemento dell’edilizia moderna.
Aggiungiamo queste immagini ingannevoli, tratte dai nostri giorni, a quelle che Fromm mette a nudo nel suo libro sia relative alla vita dell’individuo che della società. Sembra non possano esserci altre soluzioni che follia, regressione, inganno e che la società debba andare verso la distruzione totale. Fromm indica la possibilità di superare la solitudine e di sfuggire il vuoto, nella capacità di amare dell’uomo e in una organizzazione sociale improntata dall’amore.
Scrive dell’amore come di un sentimento attivo, la cui caratteristica si sintetizza nel concetto del „dare“. “Dare”come la più alta forma di potenza per cui l’uomo prova la sua forza, la sua ricchezza, il suo potere. Il „principio“ dell’amore per Fromm è incompatibile con il „principio“ che anima la società capitalistica, basata sul profitto. Tuttavia egli ammette che il capitalismo, nella sua reale estrinsecazione, è complesso e in continua evoluzione, da dare adito ad una certa dose di anticonformismo e di giudizio critico.
Questa dialettica di Fromm ci porterebbe ad affrontare il problema della polarità e della integrazione nel suo pensiero.
La polarità sembra corrispondere più al Fromm sociologo per il compito che si è assegnato di togliere l’uomo dalla confusione, dalla ignoranza consapevole, con visioni chiare di vita. Anche quando illustra la crescita dell’individuo differenzierà nettamente l’amore, definendone le caratteristiche di premura, responsabilità, rispetto e conoscenza, degli stati di simbiosi, di narcisismo, di dipendenza. Egli sembra lasciare tra la condizione matura dell’amore e gli stati affettivi più elementari come un vuoto che disorienta.
Sara, una adolescente seguita in psicoterapia, al culmine della sua ambivalenza, esposta alla disperazione depressiva per l’oggetto buono sentito come perduto, chiede: "Nella dipendenza c’è amore?“ .
Cerchiamo con Sara, presi dalla conflittualità dei nostri sentimenti, una rassicurazione da Fromm.
E Fromm terapeuta abbandona la polarità e tocca il tema della sofferenza mentale con la sua affermazione carica di empatia:„Mentre si è coscientemente timorosi di non essere amati, il vero, sebbene inconscio timore è quello di riuscire ad amare“. Sara ci chiede di ricercare la presenza di amore là dove è fusione, narcisismo, dipendenza e colpa. Ci invita ad andare a ricercare più indietro le radici della capacità di amare.
E Fromm ci viene ancora incontro con il „principio dell’amore materno“ rappresentato dalla figura della madre, principio che è al di sopra delle prestazioni reali della mamma con il proprio bambino.
È un amore incondizionato che dice al figlio: „Non c’è peccato, né delitto che ti possa privare del mio amore, del desiderio che tu sia vivo e felice“.
L’amore incondizionato corrisponde ad uno dei più profondi aneliti di ogni essere umano, dirà Fromm.
Una nota studiosa dell’infanzia chiamerà questo anelito „Oggetto di bontà unica di cui il neonato sa inconsciamente“ ricorrendo in certo qual modo ad una eredità filogenetica.
Fromm è un uomo che ha fede nella capacità individuale di amore e la ritiene unica reale soluzione al problema della solitudine. Ha fede nella possibilità dell’amore come fenomeno sociale, e afferma che le forme maligne di aggressione e sadismo possono essere sostanzialmente ridotte se le condizioni socio-economiche si evolvono in modo da favorire lo sviluppo del potere creativo dell’uomo, come suo autentico obiettivo.


Bibliografia
S. Ferenczi, Thalassa, Roma, 1965, Astrolabio. Freud,
S., Tre saggi sulla sessualità, Milano, 1975, Boringhieri.
E. Fromm, L’Arte di Amare, Milano 1963 – „I Corvi“
dall’Oglio – Il Saggiatore
E. Fromm, Anatomia della distruttività umana, Milano,
1975, A. Mondadori.
E. Fromm, Avere o Essere?, Milano 1977, A. Mondadori.
M. Klein, Scritti,l92l-1958, Torino 1978, Boringhieri.

http://irenotta.wordpress.com/



Avere o essere? (To have or to be?)

Di Erich Fromm, Mondadori, 1977

"Essere o avere? Mentre Shakespeare si chiedeva se essere o non essereoggi la domanda che l’uomo può porsi è se avere, e da questo dipendere per la sua sicurezza, la sua stima, il suo prestigio ed il suo successo, oppure essere. In pieno accordo con lo psicanalista e filosofo Tedesco, sono certo che la modalità dell’essere è l’unica vera modalità dell’uomo intese come essere umano.
In questo interessantissimo testo Fromm passa in rassegna non solo la differenza teorica tra essere o avere, ma analizza cosa distingua le due modalità in svariati ambiti, dall’amore al potere, dalla conoscenza alla sicurezza. Tra le pagine di quest’opera si trova un seme importantissimo del pensiero critico: ragionare con la nostra mente è fondamentale per smascherare le trappole di vivere una vita nella modalità dell’avere.
Nonostante ciò oggi si vede proprio questo: una rincorsa ad avere sempre di più, e che si tratti di auto, case, denaro, titoli accademici, relazioni, conquista sessuali, prestigio o notorietà non ha importanza. Tra queste pagine risuona chiaro il nostro interesse a vivere secondo la modalità dell’essere. Un percorso di crescita personale non può nascere che da questo presupposto".



IL CONCETTO PIÙ IMPORTANTE DELLA PEDAGOGIA: 
LA PERSONA
Articolo tratto da una serie di lezioni a corsi di formazione tenute nell’ambito di“EFFERVESCIENZE EDUCATIVE Progetto di auto-mutua-formazione:

Stare o FareImpariamo a saper stare..

“È la CAPACITÀ, grandiosa nella sua semplicità e salutare di DIRE DI NO, la capacità di FERMARSI UN ATTIMO E DI CAPIRE CHE MOLTE DELLE COSE DESIDERATE SONO SUPERFLUI PER VIVERE FELICI”.
Carl Gustav Jung

Quanti di voi domandano COSA BISOGNA FARE OGGI CON I NOSTRI FIGLI? Troppa delinquenza,troppi bulli…….
IL CONSIGLIO È: STARE E NON FARE.
Sforzarsi di vivere esattamente come il nostro vicino “arrivato” significa andare contro i dettami sostanzialmente diversi della nostra intima personalità.
ALLE VOLTE, SERVE FERMARSI E ASCOLTARE, OSSERVARE, ESSERE E STARE PER FARSI SENTIRE.
Saper stare, dare la propria presenza… SI PENSA CHE SEMPRE E SOLO L’AGITO SIA IMPORTANTE per sentirsi perfetti, bravi educatori, ma non basta.
NEGLI ANNI ‘70 ERICH FROMM SOTTOLINEAVA L’IMPORTANZA DEI VALORI ESISTENZIALI DELL’INDIVIDUO IN CONTRAPPOSIZIONE ALL’EGOISMO E ALL’ACQUISIZIONE DEI BENI MATERIALI, COSÌ, L’UOMO SI RICONOSCE NEL MODELLO DELL’ESSERE. Quel essere modello, oggi, lo troviamo, e lo accostiamo ai MEDIA, a quei modelli da cui veniamo bombardati.
Ogni giorno vengono osservati, guardati, gustati, CI SI ACCOSTA A DELLE COSE IMMEDIATE, e questo diviene, forse, la cosa più facile da fare. Questi modelli rappresentano la contemporaneità dell’essere e dell’avere, tradotti nel fare e nello stare.
Il FARE, sin dai tempi più antichi della storia, si traduce nell’AZIONE. Un’azione che prima era intesa e agita solo per la sopravvivenza, ora, la ritroviamo nell’aggressività, nell’illegalità tradotti nella irrazionalità.
SAPER STARE VUOL DIRE ANCHE SOLAMENTE, ESSERE PRESENTI, SAPER ESSERE PRESENTI.
Lo stare richiede un GRANDE LAVORO PSICHICO PER COSTRUIRE UNA RELAZIONE, per esprimersi, per ascoltare ma, è molto più soddisfacente del fare, che comporta più fatica fisica. Bisogna imparare a stare. Saper fare l’insegnante, il genitore non vuol dire stare come insegnanti, ma stare sia a casa, che a scuola, che per strada,come autorità genitoriali,quell’autorità che come sappiamo manca oggi. STARE SIGNIFICA ANCHE STARE NELLA NEGATIVITÀ DEI NOSTRI FIGLI, senza agitarsi nel fare e per fare. CONTRAPPORSI ALLA LORO NEGATIVITÀ NON SERVE A NULLANON SERVE A NIENTE OGGI CONTRAPPORSI, FARE, BISOGNA CAPIRE,ASCOLTARE E POI DIALOGARE.. Non dobbiamo creare un figlio a seconda dei nostri ideali come nella favola di Pinocchio. IMPARIAMO A SCOPRIRE CHE PINOCCHIO NON DEVE DIVENTARE UN BAMBINO VERO, LO È GIÀ.



Erich Fromm -  23 marzo 1900Ariete  18 marzo 1980

Socialismo umanistico.

Erich Fromm
"Erich Pinchas Fromm nasce il 23 marzo 1900 a Francoforte sul Meno (Germania). La sua famiglia è di origini ebraiche (il padre è un ricco commerciante di vini israelita) e molta importanza avrà sulla sua formazione il rigido ambiente religioso in cui cresce. Erich Fromm consegue nel 1922 la laurea in filosofia ad Heidelberg; la sua tesi si intitola "Sulla funzione sociologica della legge ebraica nella Diaspora". Fromm in questo trattato propone una ricostruzione sociologica delle origini della diaspora, del rabbinismo, dei rapporti con il cristianesimo concentrando la sua analisi su alcuni momenti della storia religiosa che ritiene esemplari. Negli anni '70, sull'onda del successo delle sue pubblicazioni, anche la tesi verrà data alle stampe.
In seguito studia psicanalisi a Monaco svolgendo anche attività di psicanalista presso l'Istituto psicanalitico di Berlino e di Francoforte. Non si laurea in medicina, ma inizia a praticare la psicoanalisi nel 1925, divenendo presto famoso. Dal 1929 al 1932 è assistente nell'Università di Francoforte. Il 16 giugno 1926, si unisce in matrimonio con Frieda Fromm-Reichmann, da cui si separerà cinque anni più tardi (1931).
Al 1930 risale la prima tesi di Fromm sulla funzione delle religioni, la quale viene pubblicata su "Imago", una rivista edita da Sigmund Freud.
Invitato all'Istiituto di psicoanalisi di Chicago, Fromm visita gli Stati Uniti nel 1933. L'anno seguente per opposizione al nazismo, lascia la Germania per stabilirsi permanentemente negli Stati Unitidal 25 maggio 1940 diventerà cittadino americano. Erich Fromm tiene lezioni all'Università di Columbia dal 1934 al 1939, poi in altre università americane.  Il 24 luglio 1944 sposa Henny Gurland; la moglie si ammala nel 1948 e muore soltanto quattro anni dopo, il 4 giugno 1952. Non passano due anni che si unisce in matrimonio per la terza volta, il 18 dicembre 1953, con Annis Glove Freeman.
[...] All'inizio degli anni '60 pubblica due libri sul pensiero di Marx: "Il concetto di Uomo in Marx" e "Oltre le catene dell'illusione: il mio incontro con Marx e Freud".
Per alcuni anni Fromm è molto attivo politicamente. Iscritto al Partito Socialista Americano a metà degli anni '50, dà il suo contributo per contrastare il fenomeno del maccartismo di quegli anni. A questo periodo risale l'articolo "Potrà l'uomo prevalere? Un'indagine sui fatti e le finzioni della politica estera" (1961). Uno dei maggiori interessi politici di Fromm era rivolto al movimento pacifista internazionale, e nella lotta contro gli armamenti nucleari ed il coinvolgimento statunitense nella guerra in Vietnam.
Nel 1974 parte per la Svizzera, a Muralto: Erich Fromm muore a Locarno il 18 marzo 1980 cinque, pochi giorni prima di compiere ottanta anni.

Considerato UNO DEI MAGGIORI RAPPRESENTANTI DELLA PSICOLOGIA POST-FREUDIANA, LA POSIZIONE PROPOSITIVA DI ERICH FROMM È STATA DEFINITA "SOCIALISMO UMANISTICO" (O UMANESIMO NORMATIVO).
TRA LE CONCLUSIONI ETERODOSSE RISPETTO ALLA DOTTRINA FREUDIANA, SI EVIDENZIA IN FROMM LA TESI ESPRESSA E SOSTENUTA IN "PSICOANALISI DELLA SOCIETÀ CONTEMPORANEA", SECONDO LA QUALE UNA INTERA SOCIETÀ PUÒ ESSERE MALATA.

FREUD HA LUNGAMENTE CERCATO L'ORIGINE DEI TRAUMI CHE RENDONO LA VITA DELLE PERSONE UN CONTINUO RIPETERE EVENTI DOLOROSI IMMODIFICABILI. Inizialmente li riteneva accaduti durante la prima infanzia, mentre successivamente le sue riflessioni si rivolgono alla storia dell'umanità per rintracciare antichi avvenimenti traumatici. FROMM INVECE SOTTOLINEA IL RUOLO CHE L'AMBIENTE PUÒ GIOCARE ALL'INTERNO DELLO SVILUPPO DELLA MALATTIA PSICHICA INDIVIDUALE, QUINDI COME UNA SOCIETÀ MALATA POSSA CONDIZIONARE E PORTARE ALLA MALATTIA INDIVIDUI CHE NASCONO SANI.
Il culmine della filosofia politica e sociale di Fromm si trova nel suo "LA SOCIETÀ SANA", pubblicato nel 1955.


Erich Fromm. Ogni essere umano avverte dentro di sé in modo istintivo e insopprimibile l’assoluta necessità dell’amore. Eppure, in molti casi, si ignora il vero significato di questo complesso e totalizzante aspetto della vita. Per lo più l’amore viene scambiato con il bisogno di essere amati. In questo modo un atto creativo dinamico e stimolante si trasforma in un tentativo egoistico di piacere. Ma il vero amore, sostiene Erich Fromm, è un sentimento molto più profondo che richiede sforzo e saggezza, umiltà e coraggio. E, soprattutto, è qualcosa che si può imparare. “



Erich Fromm, il conformismo come "schizofrenia", la società malata


L'importante psicoanalista e sociologo francofortese Erich Fromm, definisce, nella prima parte di questo video, il conformismo come un processo che investe l'intera società, fino a creare una "mitologia" della normalità le cui conseguenze porterebbero all'alienazione e alla malattia. Nella seconda parte del filmato invece vengono tracciati i debiti collegamenti di questo discorso con le teorie di Marx, e la critica viene allargata alla stessa "struttura" portante della società capitalistica
Traduzione e sottotitoli by Lukkini!!


http://youtu.be/C7SAqbTF0IU


Erich Fromm nell'intervista: "Il coraggio di essere", dieci giorni prima della sua morte

http://youtu.be/79Zp_XG0wmE

Erich Fromm - Il coraggio di essere (intervista integrale)


http://youtu.be/D9jtFZgQap0

17:47- 18:40 Quale è stata, o è, la sua vocazione più profonda? Prima di tutto vorrei dire che non sono un filosofo nel senso di uno specialista, non sono un rabbi, nel senso di uno studioso ebraico, non ne ho l'erudizione. Posso in fondo dire che la mia vocazione più profonda è stata in fondo la combinazione di tutti questi fattori, anche se qui e là non ho conoscenze o competenze sufficienti

18:42-19.40 Quali sono stati i pensatori che più hanno contribuito alla sua formazione? E' un miscuglio un po' strano. Secondo un ordine di tempo, forse non proprio esatto direi dapprima i profeti, poi Marx ed in seguito Bachofen. Johann Jacob Bachofen, perfino sconosciuto nella sua patria, la Svizzera. E' stato secondo me uno dei più grandi pensatori, non solo svizzeri, dei tempi moderni.





ERICH FROMM E LA TEORIA CRITICA ANTICAPITALISTA CHE SFOCIA NELLA DOMANDA: AVERE O ESSERE?

"La domanda fondamentale è infatti: qual è lo scopo della vita? 
Diventare più umani o produrre di più?"
(da "Il coraggio di essere")

"Il modo di produzione del sistema capitalistico ha trasformato l'uomo in una creatura ansiosa e alienata."
(da L'arte di vivere")

"Mah... dunque... mio padre era commerciante, ma contro la sua volontà. Si vergognava di essere un commerciante. Anch'io, da bambino, quando avevo dieci, dodici anni, me ne vergognavo. Se qualcuno mi diceva "sono un commerciante" avevo pietà di lui; mi dicevo "ma come si può ammettere che lo scopo della sua vita sia quello di guadagnare del denaro?". [...] Evidentemente sono cresciuto nel mondo moderno, ma non mi sono mai sentito a mio agio: il mio vero mondo è il mondo precapitalistico, del quale il mio bisnonno e quell'aneddoto sono un esempio. In fondo, mi sento così ancora oggi; mi sento straniero in un mondo il cui scopo è guadagnare il più possibile. Per me questo è piuttosto una perversione."
(da "Il coraggio di essere")


"Marx affermava che il lusso è un vizio esattamente come la povertà e che dovremmo proporci come meta quella di "essere" molto, non già di "avere" molto. [...] La differenza tra essere e avere non è essenzialmente quella tra Oriente e Occidente, ma piuttosto tra una società imperniata sulle persone e una società imperniata sulle cose. L'atteggiamento dell'avere è caratteristico della società industriale occidentale, in cui la sete di denaro, fama e potere, è divenuta la tematica dominante della vita. [...] 
Per riassumere: consumare è una forma dell'avere, forse quella di maggior momento per l'odierna società industriale opulenta. Il consumo ha caratteristiche ambivalenti: placa l'ansia, perché ciò che uno ha non può essergli ripreso; ma impone anche che il consumatore consumi sempre di più, dal momento che il consumo precedente ben presto perde il proprio carattere gratificante. I consumatori moderni possono etichettare se stessi con questa formula: io sono = ciò che ho e ciò che consumo."
(da "Avere o essere?")


Erich Fromm (1900 – 1980), psicoanalista e sociologo tedesco, insieme a Adorno, Horkheimer e Marcuse diventa uno dei maggiori esponenti della Scuola di Francoforte, che nei primi anni del secondo dopoguerra si afferma nella cultura tedesca. La nuova corrente di pensiero, fortemente influenzata dal marxismo, si ispira a diverse matrici culturali: la dialettica e la fenomenologia hegeliana, il nichilismo di Nietzsche e di Heidegger, la psicoanalisi di Freud. La Scuola con il marxismo ha un rapporto tormentato e complesso per motivi sia teorici che pratici poiché respinge il concetto cardine del marxismo del progresso sociale che conduce al consumismo e alla tecnocrazia.
Di orientamento socialista e materialista, la Scuola ha elaborato le sue teorie e svolto le sue indagini alla luce delle categorie di totalità e dialettica: la ricerca sociale non si dissolve in indagini specializzate e settoriali; la società va indagata come un tutto nelle relazioni che legano gli ambiti economici con quelli culturali e psicologici. La teoria critica si prefigge di far emergere le contraddizioni fondamentali della società capitalistica e punta ad uno sviluppo che conduca ad una società senza sfruttamento. Siffatta teoria è critica in quanto da essa emergono le contraddizioni della moderna società industrializzata e in particolar modo della società capitalistica. Per maggior precisione il teorico critico "è quel teorico la cui unica preoccupazione consiste in uno sviluppo che conduca ad una società senza sfruttamento".
Nella società dominata dal denaro e dal consumo, l'uomo concepisce se stesso come una cosa in vendita. Nella società capitalista il consumo diventa fine a se stesso, fa nascere nuovi bisogni e costringe all'acquisto di nuove cose, si perde di vista l'uso delle cose e l'uomo è schiavo del possesso. Si può uscire dall'alienazione solo costituendo un tipo di società organizzata secondo il " socialismo comunitario " con la partecipazione di tutti i lavoratori alla gestione del mondo del lavoro. Il socialismo comunitario prospettato da Fromm è vicino alle posizioni dei socialisti utopistici ed è influenzato dal sindacalismo e dal socialismo corporativista. In "Avere o Essere" Fromm propone all'uomo contemporaneo la scelta netta tra due categorie, due progetti di uomo: o quello dell'avere, dominante nella società capitalistica dei consumi, o quello dell'essere, della realizzazione dei bisogni più profondi dell'uomo. L'analisi di Fromm individua due modi di determinarsi dell'esistenza dell'uomo nella società:
-avere, modello tipico della società industrializzata, costruita sulla proprietà privata e sul profitto che porta all'identificazione dell'esistenza umana con la categoria dell'avere, del possesso. Io sono le cose che possiedo, se non possiedo nulla la mia esistenza viene negata. In tale condizione l'uomo possiede le cose ma è vera anche la situazione inversa e cioè le cose possiedono l'uomo. L'identità personale, l'equilibrio mentale si fonda sull' avere le cose.
-essere è l'altro modo di concepire l'esistenza dell'uomo ed ha come presupposto la libertà e l'autonomia che finalizza gli sforzi alla crescita e all'arricchimento della propria interiorità. L'uomo che si riconosce nel modello esistenziale dell'essere non è più alienato, è protagonista della propria vita e stabilisce rapporti di pace e di solidarietà con gli altri.

fonti: http://www.filosofico.net/erichfromm.htm, http://it.wikiquote.org/wiki/Erich_Fromm

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