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mercoledì 5 ottobre 2016

Dostoevskij. Delitto e castigo. Alterità - Raskolnikov e la nullificazione dell'altro. si tratta di un ragazzo “buono”: non è una di quelle anime sfigurate e disgregate dalla dissoluzione ed ormai perdute irrimediabilmente, tipo Stavrogin o Versilov. Rodion è invece un dilaniato, un Ivan Karamazov più sano, meno colto, ancora salvabile; certamente corroso e fagocitato dai suoi pensieri superomistici, ma non ancora sdoppiato: non ha infatti “scimmia”, non ha Smerdjakov, né le conversazioni allucinatorie con il diavolo (l'ultimo stadio della rovina e del crollo spirituale in Dostoevskij, che raggiungono solo Ivan e Nikolaj Stavogin); al massimo un suo sosia terrificante può forse essere costituito da Svidrigajlov.

‎Così egli si torturava e s'irritava con queste domande, provandone perfino una certa voluttà.
Del resto tutte queste non erano domande nuove, improvvise, ma bensì antiche dolenti croniche.
Già da un pezzo esse avevan cominciato a tormentarlo e gli avevan straziato il cuore.
Da moltissimo tempo era germogliata in lui l'angoscia che adesso provava, era cresciuta, s'era accumulata e negli ultimi tempi era maturata, concentrandosi e prendendo la forma di un orrendo, selvaggio e fantastico problema che torturava il suo cuore e la sua mente esigendo ineluttabilmente una soluzione. E ora la lettera della madre lo aveva colpito come un fulmine.
Era chiaro che ora bisognava non crucciarsi, non soffrire passivamente, meditando soltanto sull'insolubilità del problema, ma fare assolutamente qualcosa, e subito, al più presto. 
A qualunque costo bisognava decidersi, a qualsiasi cosa oppure ...
Oppure rinunciare alla vita addirittura! - esclamò a un tratto nella sua esaltazione, - accettare docilmente il destino così com'è, una volta per sempre, e soffocare in se stesso tutto, rinunciare a ogni diritto di agire, di vivere e di amare!
"Lo capite, lo capite, egregio signore, che cosa vuol dire non sapere più dove andare
- gli venne ad un tratto in mente la domanda fattagli il giorno prima da Marmeladov ;
- bisogna pure che ogni uomo possa andar da qualcuno .... "
Fëdor Dostoevskij, Delitto e Castigo


Questo mi fa pensare alla più bella frase di Dostoevskij.
- Che frase è?
- Ti ricordi, in Delitto e Castigo, quando Dunya, la sorella di Raskolnikov, viene convinta con le lusinghe a entrare nell'appartamento di Svidrigailov? Lui si chiude dentro insieme a lei, mette la chiave in saccoccia e poi, come un serpente, si prepara a sedurla, se necessario con la forza. Ma con suo stupore, proprio quando l'ha messa con le spalle al muro, questa bella e beneducata Dunya estrae dalla borsetta una pistola e gliela punta al cuore. La più grande battuta di Dostoevskij arriva quando Svidrigailov vede l'arma.
- Dimmi.
Questo, - disse Svidrigailov, - cambia tutto.
Philip Roth, operazione Shylock




"All'inizio di un luglio straordinariamente caldo, verso sera, un giovane scese per strada dallo stanzino che aveva preso in affitto in vicolo S., e lentamente, come indeciso, si diresse verso il ponte K. Sulle scale riuscì a evitare l'incontro con la padrona di casa. Il suo stanzino era situato proprio sotto il tetto di un'alta casa a cinque piani, e ricordava più un armadio che un alloggio vero e proprio.
La padrona dell'appartamento, invece, dalla quale egli aveva preso in affitto quello stambugio, vitto e servizi compresi, viveva al piano inferiore, in un appartamento separato, e ogni volta che egli scendeva in strada gli toccava immancabilmente di passare accanto alla cucina della padrona, che quasi sempre teneva la porta spalancata sulle scale. E ogni volta, passandole accanto, il giovane provava una sensazione dolorosa e vile, della quale si vergognava e che lo portava a storcere il viso in una smorfia. Doveva dei soldi alla padrona, e temeva d'incontrarla."
[Incipit di 'Delitto e castigo' di Fëdor Dostoevskij, nato il 30 ottobre 1821 (secondo il calendario giuliano all'epoca in vigore in Russia)]



«Eccoli gli uomini: vanno avanti e indietro per la strada: ognuno è un mascalzone e un delinquente per natura, un idiota. Ma se sapessero che io sono un omicida e ora cercassi di evitare la prigione, si infiammerebbero tutti di nobile sdegno».
Fëdor Dostoevskij, Delitto e Castigo


«Cupo, triste, arrogante e fiero; negli ultimi tempi e forse anche prima, facilmente impressionabile ed ipocondriaco. In fondo generoso e buono. Non ama esprimere le sue sensazioni. Terribilmente chiuso. Tutto lo annoia; rimane lungamente disteso senza nulla fare; non si interessa a nulla di ciò che interessa gli altri. ha un’alta opinione di sé stesso, ed apparentemente non senza ragione... »
Fëdor Dostoevskij, Delitto e Castigo


Han pianto un poco, poi si sono abituati.
A tutto si abitua quel vigliacco ch'è l'uomo
Fëdor Dostoevskij, Delitto e Castigo



Dove mai ho letto che un condannato a morte, un'ora prima di morire, diceva o pensava che, se gli fosse toccato vivere in qualche luogo altissimo, su uno scoglio, e su uno spiazzo cosí stretto da poterci posare soltanto i due piedi, – avendo intorno a sé dei precipizi, l'oceano, la tenebra eterna, un'eterna solitudine e una eterna tempesta –, e rimanersene cosí, in un metro quadrato di spazio, tutta la vita, un migliaio d'anni, l'eternità –, anche allora avrebbe preferito vivere che morir subito? Pur di vivere, vivere, vivere! Vivere in qualunque modo, ma vivere!... Quale verità! Dio, che verità! È un vigliacco l'uomo!... Ed è un vigliacco chi per questo lo chiama vigliacco.
Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo



«Pensava a lei. Si ricordò di come l’aveva sempre tormentata e di come le aveva straziato il cuore; si ricordò del suo povero, smunto visino, ma quei ricordi ormai non lo facevano quasi più soffrire: sapeva con quale immenso amore avrebbe riscattato adesso tutte le sofferenze di lei».
Fëdor Dostoevskij, “Delitto e castigo”


«Li aveva risuscitati l'amore, il cuore dell'uno racchiudeva infinite fonti di vita per l'altro.
Si prefissero di aspettare e di aver pazienza. Restavan loro ancora sette anni di attesa; e nel frattempo quanto intollerabile dolore e quanta felicità sconfinata! Ma egli era risuscitato, e lo sapeva, lo sentiva pienamente con tutto il suo essere rinnovato, e lei, lei non viveva che della vita di lui!».
Fëdor Dostoevskij, “Delitto e castigo” (Epilogo, II; 1993, p. 653)



Ti dichiaro che voi tutti, fino all'ultimo, siete dei parolai e dei fanfaroni! Appena vi viene un doloruccio, ve lo covate come fa la gallina coll'uovo! Perfino in questo plagiate gli autori stranieri. Non c'è in voi nemmeno un briciolo di vita indipendente! Siete fatti di spermaceti e invece di sangue avete del latte annacquato! Io non credo a nessuno di voi! Il vostro primo pensiero, in tutte le circostanze, è quello di rassomigliare il meno possibile ad un uomo.
Fëdor Michajlovič Dostoevskij, Delitto e castigo


Non c'è al mondo nulla di più difficile della franchezza e nulla di più facile dell'adulazione. Se nella franchezza anche solo una centesima parte suona falso, subito ne nasce una dissonanza, e poi uno scandalo. Se nell'adulazione invece è anche tutto falso fino all'ultima nota, anche allora essa è gradevole si ascolta non senza piacere; sarà un piacere grossolano ma pur sempre un piacere. E per quanto grossolana sia la lusinga, almeno metà di essa sembra assolutamente verità
Fedor Dostoevskij, Delitto e castigo


Era un membro di quella innumerevole e svariata legione di menti piatte, di aborti informi, di stravaganti, che non hanno completato nessuna specie di studi, che s’affrettano ad accodarsi all’idea più alla moda, per involgarirla, per farne immediatamente la caricatura di tutti gli ideali a cui essi si son talvolta dedicati con sincerissimo slancio.
Fëdor Dostoevskij, Delitto e Castigo

Ti dichiaro che voi tutti, fino all'ultimo, siete dei parolai e dei fanfaroni! Appena vi viene un doloruccio, ve lo covate come fa la gallina coll'uovo! Perfino in questo plagiate gli autori stranieri. Non c'è in voi nemmeno un briciolo di vita indipendente! Siete fatti di spermaceti e invece di sangue avete del latte annacquato! Io non credo a nessuno di voi! Il vostro primo pensiero, in tutte le circostanze, è quello di rassomigliare il meno possibile ad un uomo.
Fëdor Michajlovič Dostoevskij, 11 novembre 1821 - 9 febbraio 1881 - Delitto e castigo



La sofferenza e il dolore sono sempre obbligatori per una coscienza ampia e per un cuore profondo. Ho l’impressione che le persone autenticamente grandi debbano provare al mondo una grande tristezza.
Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo


Incontriamo a volte persone che non conosciamo affatto, ma che destano in noi subito, fin dal primo sguardo e, per così dire, di colpo, un grande interessamento, sebbene non si sia scambiata ancora una sola parola.
Fedor Michailovic Dostoevskij, Delitto e castigo


Secondo me, se per un insieme di circostanze le scoperte di Keplero o di Newton non avessero potuto esser rese note agli uomini se non mediante il sacrificio della vita di una, dieci, cento o più persone, che a tali scoperte si fossero opposte o che, comunque, fossero state di ostacolo sul loro cammino, ebbene, essi avrebbero avuto il diritto, e perfino il dovere... di eliminare queste dieci o cento persone, per far conoscere le loro scoperte a tutta l’umanità. Da ciò, tuttavia, non deriva che Newton avesse il diritto di uccidere chiunque gli fosse saltato in mente di uccidere, a destra e a sinistra, o di rubare ogni giorno al mercato. Più avanti nel mio articolo, a quel che ricordo, io formulo l’idea che tutti... be’, diciamo, se non altro i legislatori e i fondatori della società umana, a partire dai più antichi sino ai vari Licurgo, Solone, Maometto, Napoleone e via discorrendo, tutti sino all'ultimo siano stati dei delinquenti, già per il semplice fatto che ponendo una nuova legge, per ciò stesso infrangevano la legge antica, venerata dalla società e trasmessa dai padri; inoltre, certamente non si arrestarono nemmeno dinanzi al sangue, quando il sangue (talora del tutto innocente, e valorosamente versato in difesa della legge antica) poté essere loro d’aiuto. Vale anzi la pena di osservare che la maggior parte di questi benefattori e fondatori della società umano furono dei terribili spargitori di sangue. Insomma, io dimostro che tutti gli uomini, e non solamente i grandi, ma anche quelli che escono sia pur di poco dalla comune carreggiata, che sono cioè, in qualche misura, capaci di dire qualcosa di nuovo, devono immancabilmente, per la loro stesso natura, essere (più o meno, s’intende) dei criminaliAltrimenti sarebbe loro difficile uscire dalla carreggiata, nella quale non possono acconsentire a rimanere non solo a causa della loro natura, ma anche, secondo me, per senso del dovere. In una parola, vedete da voi che sin qui non c’è davvero nulla di particolarmente nuovo. Tutte cose già stampate e lette infinite volte.
Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo ( I )


Quanto poi alla mia divisione degli uomini in ordinari e straordinari, devo ammettere che è un pò arbitraria: ma non è che io insista su una delimitazione precisa. Mi limito a credere nella mia idea fondamentale; cioè appunto che gli uomini, per legge di natura, generalmente si dividono in due categorie: una inferiore che è quella degli uomini ordinari, cioè, per così dire, materiali che serve unicamente a procreare altri individui simili, e un’altra che è quella degli uomini veri e propri, i quali, cioè, hanno il dono o il talento di dire, in seno al loro ambiente, una parola nuova. Esistono, si capisce, infinite sfumature, ma i tratti caratteristici delle due categorie sono abbastanza netti: la prima categoria, vale a dire il ‘materiale’, è composta in linea di massima da persone per loro natura conservatrici e per bene, che vivono nell'obbedienza e amano obbedire. Secondo me, costoro hanno anche il dovere di essere obbedienti, perché questo è il loro compito e non v’è in esso assolutamente nulla di umiliante per loro. Quelli della seconda categoria, invece, violano tutti la legge, sono dei distruttori, o per lo meno sono portati ad esserlo, a seconda delle loro attitudini. I delitti di questi uomini, naturalmente, sono relativi e assai disparati: per lo più essi chiedono, con le formule più svariate, la distruzione del presente in nome di qualcosa di meglio. Ma se a uno di loro occorre, per realizzare la sua idea, passare anche sopra un cadavere, sopra il sangue, secondo me egli, nel suo intimo, in coscienza, può permettersi di farlo: ciò, notate bene, a seconda anche dell’idea e della sua importanza. Ed è soltanto in questo senso che nel mio articolo io parlo di un loro diritto a delinquere. (Se ben ricordate, eravamo partiti da una questione giuridica). Del resto, non è il caso di allarmarsi troppo: quasi mai la massa riconosce loro questo diritto, ma dal più al meno li fa giustiziare e impiccare, e con ciò assolve in modo perfettamente giusto la propria missione conservatrice. Senonché, poi, nelle generazioni seguenti questa stessa massa colloca i giustiziati sul piedistallo e, dal più al meno, si inchina davanti a loro. La prima categoria è signora del presente, la seconda dell’avvenireI primi conservano il mondo e lo moltiplicano numericamente, i secondi fanno avanzare il mondo e lo guidano verso la meta. Sia gli uni sia gli altri hanno uguale diritto ad esistere. Per farla breve, per me tutti hanno pari diritto... e vive la guerre éternelle – fino alla Nuova Gerusalemme, s’intende!
Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo (II)


Avete inventato una teoria e ora vi vergognate perché è fallita, perché il risultato non è per nulla originale! Il risultato è schifoso, lo devo ammettere, tuttavia voi non siete irrimediabilmente un malfattore....vi considero uno che anche a strappargli le budella se ne sta lì a guardare i suoi carnefici, col sorriso sulle labbra, ma solo se trova una fede, se trova Dio...su, trovatela e vivrete...anche la sofferenza è una buona cosa, si capisce....abbandonatevi alla vita, senza ragionare, non preoccupatevi, vi porterà certamente sulla riva e vi rimetterà in piedi....abbiate cuore e un po’ meno paura. Si tratta ormai di giustizia. Quindi fate ciò che la giustizia esige. Lo so, lo so che non ci credete, ma, parola mia, la vita vi porterà in salvo. E finirà per piacervi, dopo.”
Fedor Dostoevskij, Delitto e castigo, Porfirij Petrovic con Raskolnikov


«Si dice: “Tu sei malato, dunque quel che t’appare non è che l’effetto del delirio".
Ma in quest’asserzione non c’è una logica rigorosa. Ammetto che i fantasmi appaiano soltanto ai malati; se alla gente sana non appaiono, non si può provare che essi non esistono per se stessi
«Non esistono!», insisté Raskòlnikov, irritato.
«No? Credete che non esistano?», seguitò Svidrigàjlov, dopo averlo guardato a lungo. «E se invece si ragionasse così: “I fantasmi sono, in un certo modo, dei frammenti, dei pezzi di altri mondi, un elemento di essi. L’uomo sano, s’intende, non ha nessuna ragione di vederli, dato che l’uomo sano è innanzitutto un uomo terreno, e quindi deve vivere unicamente la vita di quaggiù, affinché in lui ci sia ordine e armonia. Ma appena esso s’ammala, appena è sconvolto il normale ordine terreno del suo organismo, comincia a manifestarsi la possibilità di un altro mondo, e, quanto più la malattia è grave, tanto più frequenti sono i contatti con l'al di là, di modo che, quando la morte del corpo sarà completa, l'anima vi andrà direttamente". Da un pezzo sto meditando su questo mistero. Se credete nella vita futura, dovete credere anche a questo ragionamento.»
«Io non credo nella vita futura», disse Raskòlnikov.
Svidrigàjlov, seduto su una seggiola, era chiuso nei suoi pensieri. «E se laggiù non vi fossero che ragni, o qualcosa di simile?» disse ad un tratto.
«Quest'uomo è pazzo!», pensò Raskòlnikov.
«Noi ci rappresentiamo sempre l'eternità come un'idea che non possiamo comprendere, come una cosa immensa, immensa. Ma perché dovrebbe essere immensa? E se lassù non ci fosse altro che una stanzetta, simile ad una rustica stanza da bagno affumicata, e in tutti gli angoli ci fossero tanti ragni? Se l'eternità non fosse altro che questo! Io, sapete, a volte me la figuro così!»
«Ed è possibile, è mai possibile che non ve ne facciate un'idea più confortante e più giusta!», gridò Raskòlnikov con un senso di malessere.
«Più giusta? Chi sa? Può anche darsi che questa concezione sia giusta, e, sapete, io l'avrei fatta così di proposito!»
Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo




Aveva sognato, durante la malattia, che tutto il mondo era condannato a rimanere vittima di una pestilenza terribile, mai sentita e mai vista, che dal fondo dell'Asia avanzava verso l'Europa... Tutti dovevano perire, all'infuori di pochissimi eletti. Erano comparse certe trichine sconosciute, esseri microscopici che si infiltravano nel corpo umano. Ma questi esseri erano spiriti, dotati di intelligenza e di volontà. Gli uomini che li lasciavano penetrare nel loro corpo, diventavano subito indemoniati e pazzi. Mai, mai, però, gli uomini si erano ritenuti così intelligenti e così sicuri della verità, come si ritenevano quegli appestati. Mai avevano ritenuto più sicuri i loro giudizi, le loro deduzioni scientifiche, le loro convinzioni e credenze morali. Interi villaggi, intere città e popolazioni si infettavano e facevano pazzie. Tutti erano in agitazione, non si capivano più fra loro, ognuno pensava di essere il solo a possedere la verità e si tormentava, guardando gli altri, si batteva il petto, piangeva e si torceva le mani. Non sapevano chi e come giudicare, non riuscivano a mettersi d'accordo nel giudicare il male e il bene. Non sapevano chi condannare e chi assolvere. Gli uomini si uccidevano fra loro in una specie di furore insensato. Si preparavano a marciare gli uni contro gli altri con intere armate, ma queste armate, quando erano già in marcia, a un tratto cominciavano a dilaniarsi per conto loro, le file si scompaginavano, i combattenti si scagliavano l'uno contro l'altro, si infilzavano, si sgozzavano, si mordevano e si divoravano fra loro. Nelle città si sonava a martello tutto il giorno: tutti erano chiamati a raccolta, ma chi li chiamasse e perché, nessuno lo sapeva, e tutti erano in agitazione. Avevano abbandonato i mestieri più comuni, perché ognuno proponeva le proprie idee, le sue innovazioni, e non riuscivano mai a mettersi d'accordo; l'agricoltura era ferma. Qua e là gente si radunava a crocchi, si mettevano d'accordo su qualche cosa, giuravano di non separarsi più; ma subito cominciavano a fare una cosa completamente diversa da quella che loro stessi avevano proposto un momento prima, ricominciavano a incolparsi l'uno con l'altro, si azzuffavano e si scannavano. Cominciarono a scoppiare molti incendi, cominciò la carestia. Tutto e tutti perivano. La pestilenza aumentava e avanzava sempre più. In tutto il mondo potevano salvarsi solo pochi uomini, i puri e gli eletti che erano predestinati a iniziare una nuova razza umana e una vita nuova, a rinnovare, purificare la terra, ma nessuno aveva mai veduto questi uomini, nessuno aveva mai udito la loro voce e la loro parola.
Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo







Alterità  - Rodion Romanovic Raskolnikov e la nullificazione dell'altro. [...]

Rodion Romanovic Raskolnikov, il protagonista di “Delitto e Castigo”, è un simbolo della nullificazione dell'altro e dei suoi drammatici risultati: la linea principale del romanzo (cronologicamente il primo grande romanzo di Dostoevskij) riguarda proprio l'angosciosa ed enigmatica questione della privazione del senso e della strumentalizzazione.

[...] per ora mi limito a dire che si tratta di un ragazzo “buono”: non è una di quelle anime sfigurate e disgregate dalla dissoluzione ed ormai perdute irrimediabilmente, tipo Stavrogin o Versilov. Rodion è invece un dilaniato, un Ivan Karamazov più sano, meno colto, ancora salvabile; certamente corroso e fagocitato dai suoi pensieri superomistici, ma non ancora sdoppiato: non ha infatti “scimmia”, non ha Smerdjakov, né le conversazioni allucinatorie con il diavolo (l'ultimo stadio della rovina e del crollo spirituale in Dostoevskij, che raggiungono solo Ivan e Nikolaj Stavogin); al massimo un suo sosia terrificante può forse essere costituito da Svidrigajlov.
  
"Posso essere un Napoleone?", si chiede il giovane studente attanagliato dalla miseria nelle sue notti insonni, affamato, in una stanzetta claustrofobica.

Posso io ridurre l'altro a nulla, fosse anche l'altro più infimo - una vecchia odiosa e crudele vedova, usuraia, parassita sociale dannoso -, nullificarlo e strumentalizzarlo a mio piacimento?

Dostoevskij risponde di no!
Il volo ergo possum è infatti l'aberrazione ribaltante del superomismo che inevitabilmente trasfigura il volto umano della persona che lo vive. E' l'incubo collettivo della nostra società contemporanea (Dostoevskij molto spesso è profetico).

Nullificando l'altro da sé, si nullifica sé stessi
non contano le ragioni utilitaristiche, non conta il fatto che sopprimendo la vecchia si possano inverare i più magnifici sogni di progresso sociale umanitario e di solidarismo. Anche questo paradisiaco ideale, apparentemente splendido e giusto, impallidisce d'innanzi all'automostrificazione fatale di chi perpetra la riduzione dell'altro da sé. 

Pensieri apocalittici sciolti: forse vale la pena quindi di domandarsi se riducendo sistematicamente l'altro da noi che è l'animale, non commettiamo anche un Delitto esistenziale verso noi stessi... forse possiamo chiederci se il Castigo non sia in re ipsa... nel vuoto che si sta facendo largo nelle nostre personalità e nello sterile nichilismo che ci divora.
Chiara de Lucia 

http://www.chiaradelucia.it/gli-analfabeti/alterita-2-rodion-romanovic-raskolnikov-e-la-nullificazione-dell-altro-xii.html


Delitto e Castigo di F. Dostoevskij
A Pietroburgo in una estate molto calda, Rodion Romanovic Raskolnikov, studente di 23 anni povero e pigro negli studi che abbandona, compie un gesto efferato, inconsueto e solo in parte impulsivo che rappresenta il motore narrativo di tutto il romanzo.
Rodion è convinto che la giustizia dell'atto compiuto e le ragioni etiche gli permetteranno di sopportare le conseguenze di cio' che ha fatto.
Ma cosi non avviene.
I muri delle sue convinzioni si sgretolano e il protagonista diventa vittima di se stesso e somatizza in tutte le forme possibili il suo senso di colpa.
Giorno dopo giorno si rende conto di quanto il rimorso, la colpa lo logori e quindi da avvio a quella profonda analisi esistenziale dove il lettore diventa egli stesso partecipe e protagonista.
Si tratta di un Esistenzialismo Cristiano personificato in Sonia, una ragazza piena di fede e amore per Dio che consentirà  a Raskolnikov di trovare alla fine una sua "pace".
‎Maria Laura Labriola‎, Leggo i classici di letteratura


Delitto e castigo
Posted by Alessandra in Narrativa Straniera
Al pensiero di scrivere qualcosa su questo grande classico della letteratura mondiale mi tremano un po’ le mani. La sensazione che provo è come quella di girare attorno ad una boccia di cristallo senza saper bene in quale punto fermarmi per osservarla meglio, tanto ricco e complesso è il contenuto che mi traspare dai suoi riflessi. Tutta la gamma dei nostri difetti umani è infatti racchiusa nelle pagine di questo poderoso romanzo, inclusi gli autoinganni, i rimorsi e i sensi di colpa con cui siamo soliti complicarci l’esistenza. Non per niente Dostoevskij è stato definito più volte un abile scrutatore dell’animo umano, un esploratore ante litteram di quel famoso sottosuolo (l’inconscio) che poi la psicoanalisi freudiana, a distanza di pochi anni dalla sua morte, ha saputo descrivere così bene al mondo. [...]
Avendo letto a ruota, subito dopo il romanzo, il bellissimo saggio elaborato da Pietro Citati incluso nel libro Il male assoluto (Adelphi edizioni, 2013), che vi consiglio caldamente di leggere, ho deciso di integrare ogni tanto nella mia analisi il pensiero illuminato di questo grande studioso. Citati ha centrato così bene i motivi biografici e psicologici che stanno alla base di quest’opera dostoevskiana, che per rendergli veramente onore dovrei fare una recensione della sua recensione. [...]
Prima di entrare nel vivo del romanzo, forse conviene fermarsi un attimo a riflettere sul titolo dello stesso. Eh sì, perché quello originario sarebbe Il delitto e la pena”, non “Delitto e castigo, e tale differenza non è da poco visto che il primo titolo contiene già in sé il significato essenziale dell’opera. Perché in queste pagine, più che di castigo, si parla proprio del tormento continuo e pressoché infinito che vive il protagonista dentro di sé dopo aver commesso un terribile omicidio. Attenzione: ho scritto “tormento”, non rimorso. Ed è questa la parte più agghiacciante del romanzo, quella che probabilmente ha fatto presa sull’inconscio collettivo di milioni di persone decretandone un successo di portata mondiale.

In sostanza Dostoevskij è riuscito, con grande anticipo sulle speculazioni freudiane e junghiane, a scendere nelle zone più oscure e nascoste della coscienza dell’uomo, quelle dove albergano demoni, mostri ed ogni altro tipo di creature metaforiche rappresentative del male. Nel leggere il romanzo, più che dall’evento criminoso si rimane infatti colpiti da tutto ciò che lo motiva e lo accompagna. E fin dall’inizio l’autore ci introduce con grande perizia nella mente tormentata del protagonista, dove delle argomentazioni di stampo idealistico stanno lottando per prendere il sopravvento, cercando nel frattempo di mettere a tacere incertezze e scrupoli. Il terreno per la coltura di queste idee è abbastanza fertile, visto che Rodiòn Romànovič Raskòlnikov è un ex studente solitario, orgoglioso e introverso, insoddisfatto della propria vita e del mondo che lo circonda. Da tempo cerca di campare, di tirare avanti nella miseria in cui si trova, senza peraltro trovare la forza di cercarsi un lavoro, di cambiare in modo attivo la propria vita. Si sforza ogni tanto di interagire con gli altri, in particolare con familiari e amici, ma in realtà è distante da tutti e da tutto, come se abitasse su un altro pianeta. Spesso prova un senso di disgusto per la gente, le persone, l’umanità intera, che si manifesta con sorrisetti sarcastici e maligni, con atteggiamenti irritati e indisponenti. Si sente vuoto, arido, incapace di provare amore. Solo un sentimento sporadico di pietà per le creature “vittime” del mondo sembra ogni tanto risvegliarlo da tanta freddezza, ma come velocemente arriva altrettanto velocemente sparisce, facendolo affondare ancora di più nel pantano dell’insofferenza. Raskòlnikov trascina avanti in questo modo le sue giornate, fino a quando inizia ad avvertire dentro di sé un bisogno disperato e inappellabile di credere in qualcosa, di coltivare nella mente un’idea ardita, in modo da potersi affrancare dall’insopportabile stato di catatonia in cui è caduto. Ed ecco che comincia a farsi spazio nei suoi pensieri l’idea di compiere un delitto, che affonda le sue radici nella convinzione filosofica, ogni giorno sempre più forte e tenace, che al mondo esistano due categorie di uomini, quelli ordinari e quelli straordinari, dove i secondi hanno il diritto di autorizzare la propria coscienza a scavalcare la Legge, a compiere dei misfatti. Perché tutti gli uomini che sono riusciti a distinguersi nel corso della Storia – riflette Rodiòn – che sono arrivati a conquistare delle posizioni di grande prestigio e potere, come ad esempio Napoleone, hanno anche commesso dei massacri orrendi, hanno sacrificato migliaia di vite umane. E a questi assassini, una volta morti, gli hanno addirittura tributato degli onori, gli hanno eretto dei monumenti.



Raskòlnikov arriva quindi a convincersi che la sua impresa sarà proprio di questo tipo, ossia poggerà su tali motivazioni idealistiche, fino a quando il destino gli darà l’occasione di agire, di entrare in azione. E l’occasione si presenta ben presto nelle sembianze di una vecchia usuraia, uno dei tanti pidocchi che inquinano la società con la loro dannosa presenza. Ma sempre lo stesso destino gli pone di fronte un imprevisto nel giorno scelto per l’assassinio, facendogli trovare nell’appartamento della vecchiaccia anche la sorella della stessa. L’ex-studente si trova così costretto a compiere un duplice delitto, ma da quel momento ogni cosa precipita perché il suo cuore non riesce a trovare più pace. Quando guarda dentro di sé vede infatti solo i cocci di un sogno infranto: invece di un’azione napoleonica, atroce e grandiosa, si rende conto di aver commesso un crimine sordido e meschino. E quindi prende consapevolezza di essere lui stesso un pidocchio, ancora più immondo e schifoso della vecchia che ha ucciso. Nel suo cuore scende così un gelo profondo che lo isola ancora di più dagli altri, dal resto del mondo. Febbri ricorrenti, deliri onirici e un’insostenibile spossatezza lo stressano fino allo sfinimento, e a nulla serve l’affetto dell’amico Razumichin, che rappresenta la sua controparte onesta e sensata, o quello di Sonja, la giovinetta dal cuore pietoso e immenso, costretta a prostituirsi per aiutare la numerosa famiglia indigente. E sarà proprio Sonja la prima ad accogliere la sua confessione dell’assassinio, indicandogli da subito la via dell’unico e possibile riscatto. Sonja è la sola che lo può salvare, perché con tutto quello che ha patito è diventata agli occhi di Rodja il simbolo delle vittime del mondo, e oltretutto gli ricorda anche la figura della mite e innocente sorella dell’usuraia, che forse più di ogni altra cosa continua a pesargli sulla coscienza.

Ma quello di Raskòlnikov non è vero rimorso. L’unico rimpianto che sente è quello di aver fallito la prova, di aver ceduto alla debolezza, di non essere stato all’altezza di un vero Napoleone. Anche se si dispera, anche se ha il timore di essere scoperto e mente in continuazione, anche se delira e perde quasi la ragione, non prova comunque rimorso dentro di sé. Quando alla fine si costituisce alle autorità è solo perché è diventato conscio del proprio fallimento: se avesse davvero creduto a quella teoria, all’idea che lo aveva inizialmente spinto ad uccidere, non avrebbe poi sofferto così tanto e non si sarebbe comportato in modo da destare sospetti. Alla sua confessione finale contribuisce anche la spinta amorevole di Sonja, che con la sua presenza misericordiosa gli appare come un ultimo appiglio per non affondare completamente nel baratro. Rodiòn vive un fugace istante di pentimento solo quando si inginocchia, piangendo, per baciare la terra, ma una redenzione vera e propria non c’è. E questo, spiega Citati, è l’unico finale possibile, perché nel romanzo non c’è segno della presenza divina o della provvidenza. Nessuno protegge i miserandi, gli infelici e gli afflitti, nessuno cerca di fare qualcosa per alleviarne le sofferenze. Il mondo di Dostoevskij è vuoto, cupo, misero, dolorante, senza alcuna speranza. Il lieto fine viene assicurato, in minima parte e in modo paradossale, dal malvagio Svidrigajlov, che compie inaspettatamente un’azione buona. Quasi a compensare, seguendo il percorso opposto, la caduta rovinosa di Raskòlnikov nel male più assoluto. Mentre la fede sostenuta da Sonja, che è l’unica a crederci fino in fondo, appare come un puntino luminoso e lontano, raggiungibile solo attraverso delle enormi sofferenze.
Non c’è quindi speranza di riscatto in Raskòlnikov, ma solo la consapevolezza della propria debolezza e quindi la convinzione, alla fine, di non dover meritare la libertà. Una consapevolezza suggerita anche dall’immagine della steppa deserta e sconfinata di un freddo mattino siberiano, che però con la sua luminosità sembra annunciare la possibilità di una rinascita, di una nuova vita. La quale, grazie al finale che rimane aperto, si intuisce possibile sebbene ancora lontana.

Straordinarie le pagine in cui Raskòlnikov, ancor prima della confessione definitiva, viene interrogato a più riprese dal giudice Porfirij Petrovič, perché sono stracolme di un’ambiguità deliziosa. Qui Dostoevskij si è proprio divertito, visto che sembra di assistere alla messinscena di una commedia tragicomica. All’inizio la figura di questo giudice ci viene dipinta in modo buffo, quasi grottesco: un ometto tondo come una palla che rimbalza da un lato all’altro della stanza, che parla e parla in continuazione saltando da un argomento all’altro, spesso strizzando gli occhi e ammiccando o lasciandosi andare a delle sonore risate… Ma poi, procedendo nella lettura, ci rendiamo conto che Petrovič non è per nulla un buffone e che sotto tale maschera cela già delle convinzioni molto gravi e penose sul conto di Raskòlnikov. Semplicemente attende, come il gatto col topo, il momento propizio per farlo uscire allo scoperto. Tra i due si instaura una vera e propria partita a scacchi, dove le mosse difensive di uno si sforzano di mantenere un freddo controllo di fronte ai sospetti sempre più assodati e palesi dell’altro. E’ un vero e proprio balletto danzante, godibilissimo a leggersi, che procede fino alla sfinimento e che riserva delle sorprese anche nell’ultimo istante. I ruoli dei due personaggi ad un certo punto infatti si ribalteranno, spingendo Raskòlnikov a prendere una decisione definitiva.


Ma non sono solo i protagonisti principali a colpire l’immaginario del lettore. Ci sono dei personaggi di contorno descritti in modo talmente spettacolare che non possono fare a meno di imprimersi nella memoria. Come ad esempio il ritratto caricaturale di Katerina Ivànovna, la moglie tisica dell’ubriacone Marmeladov, che si lamenta continuamente della sua vita ingrata torcendosi le mani dalla disperazione. E che nonostante la miseria in cui versa con la sua famiglia, cerca spesso di darsi un tono decoroso davanti alla gente, magari vantandosi di aver ballato da giovane davanti al governatore o distribuendo elogi eccessivi a chi le appare degno di rispettabilità. Ma il senso del grottesco di Dostoevskij raggiunge il culmine quando ci descrive il comportamento di questa donna durante il pranzo funebre del marito, dove prima si butta in una serie di monologhi vantandosi di questo e di quello e poi inizia a sbeffeggiare la sua padrona di casa fino a litigarci. Tremenda anche la scena dove l’autore ce la mostra in giro per le strade di Pietroburgo, mentre costringe i figlioletti piagnucolanti e tremanti a cantare e recitare davanti ai passanti per muoverli a pietà e carità, sempre pronta a batterli se non fanno quello che lei ordina… Una messa in scena del vittimismo talmente ridicola e pittoresca, oltre che dolorosa e straziante, che alla fine non si sa bene se ridacchiare o provare sgomento. Provate a leggere queste pagine, poi mi direte l’impressione che vi hanno fatto.

Altrettanto scenografico il ritratto mefistofelico di Svidrigajlov, che fin dalla sua prima comparsa ci appare come il non plus ultra della turpitudine umana. Grande peccatore, reo di colpe gravissime, non può comunque fare a meno di affascinare per quel suo modo di fare scaltro e disinvolto, per l’intelligenza penetrante e arguta, per l’eloquenza sinuosa e intrigante. Con lui l’immoralità sembra quasi un pregio, la volgarità trova uno stile, la corruzione dell’animo appare quasi un vizio attraente, anche se in realtà tutto questo nasconde una perdizione ben più grave e totale che non offre scampo. “Se Raskol’nikov fa il male per un partito preso ideologico, Svidrigajlov lo fa per sadismo”, spiega Citati, perché “egli vive nella terra ghiacciata del Male Assoluto: ne è un abitatore consueto, un signore, un principe; e il male riempie fino all’orlo la sua forma interiore.” Ed è straordinaria la capacità di Dostoevskij di introdurci in queste zone così oscure e inquietanti, che poi in fondo sono anche le nostre, quelle dell’umanità intera, anche se con gradi e tonalità diverse. Il fatto paradossale è che questo contorto personaggio è anche l’unico che compie, come già anticipato, un atto buono. Lasciandoci in questo modo storditi e perplessi, ancora più attratti dalla sua complessa personalità. Ma perché lo fa? Certamente non per bontà, visto che è un sentimento di cui non sospetta neppure l’esistenza, e neppure per un pentimento improvviso, per un’insolita presa di coscienza. Forse lo fa – spiega di nuovo Citati – perché nemmeno il male, in fondo, riesce a soddisfarlo; “né il libertinaggio, né il gioco, né la trivialità quotidiana, né i più atroci delitti possono colmare il suo animo. Dietro i gesti gratuiti, dietro le parole eleganti e volgari, egli è un uomo totalmente e disperatamente vuoto, che cerca invano degli stimoli per sentirsi vivo.” E non trovandoli, questi stimoli, né quando si rivolta nel sudiciume più totale né quando tenta di affacciarsi al primo spiraglio di luce, l’unica soluzione che alla fine gli resta è quella dell’annientamento definitivo.

Che altro dire di quest’opera meravigliosa? Se non l’avete ancora letta, leggetela.
Non importa se ne conoscete già la trama per sentito dire o perché avete appena letto la mia analisi, visto che le emozioni sono in ogni caso garantite. E poi merita anche per il fatto che, pur calandosi nel buio dell’animo umano, l’autore non si pone l’obiettivo di fare appello alla morale comune, di formulare dei giudizi o di tracciare la via giusta. Perché le cose, nel modo in cui ce le presenta ed espone, alla fine si giudicano da sé, o meglio spetta a noi lettori farcene un’opinione, un’idea personale. Dostoevskij preferisce limitarsi, come un astuto e invisibile burattinaio, a muovere solo i fili dei personaggi sulla scena: li fa esultare, soffrire e scontrare fra loro, li fa prevaricare sugli altri o subire delle angherie, ma non prende mai partito per uno o l’altro. A lui interessa farci vedere com’è fatto l’Uomo in generale – ossia “come siamo fatti” – con tutto il relativo corredo di qualità, difetti e contraddizioni. Nella loro globalità, chi in un modo o nell’altro, tutti i suoi personaggi infatti ci rappresentano, non solo per il fatto che passano con facilità dall’esaltazione all’abbattimento, dalla sicurezza alla paura, dalla fede al dubbio, ma anche perché a volte nascondono sotto un’apparenza bonaria delle mostruosità, e altre volte invece celano dietro una condotta intrigante degli sprazzi di impensabile bontà. Perché questa, in fondo, è la reale natura dell’animo umano, sempre impegnata in una lotta perenne tra tendenze opposte e diverse, sempre arrabattata su quel confine così sottile che divide il bianco dal nero, il positivo dal negativo, la luce dal buio. Ed è veramente un attimo, ne converrete anche voi, scivolare da una parte all’altra.

Nota: nell’edizione esaminata la traduzione è di Alfredo Polledro e la prefazione è di Natalia Ginzburg. Le foto inserite nell’articolo sono state tratte dal film “Crime et châtiment” (titolo originale: Prestuplenie i nakazanie), di Lev Kulidzhanov (1969).



francescofeola ha detto:
6 luglio 2015 alle 10:23
Sulla morale…
Ho letto ‘Delitto e castigo’ diversi anni fa, ma ricordo ancora distintamente la fortissima identificazione emotiva che si instaurò tra me e il giovane studente universitario Raskol’nikov.
Grazie alla straordinaria capacità di Dostoevskij nel descrivere il travaglio interiore (nel quale certo consiste il vero ‘castigo’) del suo protagonista dopo il ‘delitto’ (per riuscirci altrettanto bene o devi aver ucciso o devi essere Dostoevskij!) ho potuto provare sulla mia pelle cosa si prova a uccidere, per di più a sangue freddo e per di più una vittima così inerme e vulnerabile, così sola. Ho vissuto gli stessi struggenti sensi di colpa di Rodja, lo stesso orribile travaglio interiore mi attanagliava l’animo nei momenti che subito seguivano la lettura, appena chiudevo il libro e tornavo alla mia quotidianità. E, in un certo senso, ho provato anche il bisogno di espiare questa colpa, di purificarmi per un delitto che non avevo commesso, ma che in qualche modo avevo vissuto attraverso il mio avatar di carta.
Ecco: credo che proprio in questo risieda l’insegnamento morale di un’opera letteraria il cui protagonista non è certo un santo, anzi – come in questo caso – è un brutale assassino. Ma che è pur sempre, suo malgrado, un essere umano.



gabrilu

Il mondo (anche quello dei lettori) è vario. 
Delitto e Castigo è il mio romanzo di D. preferito, seguito a ruota da “I demoni”. 
(Su I Karamazov e L’Idiota preferisco non pronunciarmi).
D&C: letto due volte (forse tre?), ad anni di distanza, prima o poi lo rileggerò.
Mi è sempre piaciuto perché ha una struttura interna di un equilibrio perfetto a differenza, mi permetto sommessamente di dire, di altre opere di D., magari anche più apprezzate.
In D&C non c’è niente di superfluo, tutto quello che è scritto ha proprio da esserci (e non sempre, con D., le cose vanno in questo modo…).
E poi la storia mi piace perché Raskolnikov è un essere umano, anche troppo umano, perché la partita con Porfirij Petrovič è assolutamente strepitosa. Perché in questo romanzo effettivamente e per fortuna di misticismo c’è ben poco 🙂, perché la descrizione della Pietroburgo estiva non solo è formidabile, ma è anche assolutamente funzionale alla storia di Raskolnikov… Insomma, per me D&C è un romanzo perfetto [...]. 
Io ho sempre pensato [...] non solo che D. aveva un grandissimo talento teatrale, ma che sarebbe stato un grandissimo autore di teatro. Anche di teatro lirico: certe sequenze dei suoi grandi romanzi sembrano aspettare solo la musica del melodramma.
Ha preferito la narrativa, e dunque io mi devo accontentare di godermi le “scene madri” teatrali che, comunque, in tutti i suoi romanzi per fortuna non mancano mai.


Alessandra

[...] la sfida tra Raskolnikov e Porfirij Petrovič, giocata su una tensione psicologica che non ha eguali, o alla platealità di certe sceneggiate, che in effetti sarebbero perfette per dei melodrammi teatrali. 




Nessuno

Ciao Alessandra, ti consiglio di leggere il saggio di Pasolini, oltre a quello di Citati; potresti trovare ulteriori spunti di riflessione, in particolare sul rapporto duale che vi è tra la madre di Raskol’nikov e l’usuraia. A mio giudizio si tratta del motore silenzioso dell’intero romanzo che, non a caso, si apre con la morte della strozzina e si chiude con la morte della madre. La cosa che amo di più di Fëdor è proprio la sua capacità di nascondersi tra le pagine e, a volte, di comunicare emozioni e pensieri non solo con quello che scrive, ma anche e soprattutto con quello che non scrive. Una qualità rarissima che impreziosisce i suoi libri e che fa sì che essi chiedano di essere riletti ogni volta che lo sguardo si posa su di essi.




Alessandra
Allora, se non ho capito male, Pasolini tendeva ad interpretare l’intera vicenda alla luce del complesso edipico freudiano: proverò a cercare il suo saggio in rete, sperando sia reperibile





Renza
Non ho dimenticato- come dice francescofeola- l’ orrore sulla pelle dei delitti.
Anch’io considero questo romanzo compatto e compiuto, ma non saprei scegliere tra questo e i Karamazov, fluviale e terribile, che non lascia scampo e che richiama sempre. Diversamente da Dragoval, non ho apprezzato ” L’ idiota” , la cui struttura mi è parsa divagante e a volte oziosa. In ogni caso, davanto al Nostro alzo le mani…





Alessandra
Il fatto è che esistono per nostra fortuna degli scrittori straordinari, che al di là della trama, che in se stessa può essere anche banale, sono in grado di risucchiarti nell’essenza stessa dell’opera narrativa, quasi da farti provare le stesse emozioni dei protagonisti. E per me Dostoevskij è proprio uno di questi.  [...] Di Citati intendo leggere altro e di più, e ti dirò che avevo già adocchiato La colomba pugnalata, prima però attendo l’ispirazione per iniziare la Recherche. Che per ora, ahimè, non arriva.









lunedì 26 settembre 2016

Il suicidio come fenomeno sociale. Continuità culturale come fattore protettivo contro i suicidi. La classifica dei paesi del mondo. Girando sul web ho trovato un po’ di link a questo mio articolo preceduti da affermazioni del tipo: “Il freddo e la mancanza di luce provocano un boom di suicidi nei paesi del Nord”. Mi fa piacere che l’articolo venga condiviso, ma ci tengo a precisare per coloro che non hanno il tempo di leggerlo che non è vero che la Norvegia ha un boom di suicidi e che in generale non ci sono prove che i suicidi siano causati da freddo o mancanza di luce. La tesi che l’articolo porta avanti è che mutamenti sociali repentini sono probabilmente causa di incrementi nel tasso di suicidi osservati in numerosi stati.

Suicidi: la classifica dei paesi del mondo.
Preambolo – 13/01/2014: Girando sul web ho trovato un po’ di link a questo mio articolo preceduti da affermazioni del tipo: “Il freddo e la mancanza di luce provocano un boom di suicidi nei paesi del Nord”. Mi fa piacere che l’articolo venga condiviso, ma ci tengo a precisare per coloro che non hanno il tempo di leggerlo che non è vero che la Norvegia ha un boom di suicidi e che in generale non ci sono prove che i suicidi siano causati da freddo o mancanza di luce.
La tesi che l’articolo porta avanti è che mutamenti sociali repentini sono probabilmente causa di incrementi nel tasso di suicidi osservati in numerosi stati.

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Ho deciso di scaricarmi i dati sul tasso di suicidi nel mondo per rispondere ad un’osservazione che è quasi un’ossessione da quando mi sono trasferita in Norvegia: “Ah, quello sarà pure un paradiso, ma alla fine lì si ammazzano molto più che in Italia”. Quasi sempre seguita da: “Certo, poveracci, lì è sempre buio”. Ma sarà vero? Al di la’ della banale osservazione che non è sempre buio (anzi, adesso il buio è quasi scomparso), comunque mi interessava dare un’occhiata alla classifica delle nazioni per tasso di suicidi, provando a capire anche il perché in certi stati il tasso è molto più elevato che in altri ...

I dati.
I dati sul tasso nazionale di suicidi vengono raccolti dal WHO, che semplicemente riporta ciò che gli stati stessi gli comunicano. Dunque è possibile qualunque tipo di distorsione dovuta alla non accuratezza del dato riportato, specialmente in termini di sottostima (il suicidio potrebbe non essere dichiarato dalle famiglie allo stato, o non essere riportato dallo stato al WHO, per ragioni culturali, amministrative, religiose, politiche o di qualunque altra natura). In ogni caso, ci troviamo in uno di quei casi in cui non è possibile fare di meglio, dunque dobbiamo accontentarci.

L’Italia e la Norvegia.
E’ vero che il tasso di suicidi in Norvegia è superiore a quello italiano: 11,9 suicidi ogni 100.000 abitanti in Norvegia contro 6,3 in Italia (65esima nella graduatoria mondiale). Non è vero, però, che la Norvegia abbia un tasso così straordinariamente alto, e meno che meno che sia prima in Europa: nella graduatoria mondiale è 37esima, ed in Europa è superata da ben 20 nazioni, in ordine: Lituania (2 in classifica), Slovenia (8), Ungheria (9), Ucraina (12), Russia (13), Croazia (14), Lettonia (15), Moldova (16), Serbia (17), Belgio (18), Finlandia (19), Polonia (23), Estonia (25), Francia (26), Bosnia ed Herzegovina (28), Austria (30), Repubblica Ceca (31), Bulgaria (33), Romania (34) e Svezia (36).

Il podio.
Il primo premio per tasso di suicidi spetta alla Groenlandia, con un tasso incredibilmente alto: ben 108 persone su 100.000, valore che distacca parecchio il secondo posto, della Corea del Sud, con circa 31.7 persone su 100.000. In terza posizione la già citata Lituania, con un tasso di 31.6 abitanti su centomila.


Il freddo e la luce.
Diciamo una volta per tutte che le spiegazioni dovute alla mancanza di luce o al freddo sono un po' troppo semplicistiche per spiegare un fenomeno complesso come il tasso di suicidi. E' vero che le zone vicine al circolo polare artico sembrano toccate in maniera particolare da questo tipo di fenomeno, e i tassi elevati della Groenlandia e (soprattutto nel passato) dei paesi scandinavi, e il tasso altrettanto elevato della popolazione degli Inut, in terra canadese, soprattutto se comparato al tasso di suicidi generale del Canada, hanno suscitato un interessante serie di studi. Tuttavia le connessioni con il freddo sembrano insignificanti, dal momento che per tutti questi paesi i tassi di suicidio ad inizio del secolo erano prossimi a zero, e la temperatura è sempre stata molto rigida. Per quanto riguarda la luce, addirittura, è stato osservato in Groenlandia un incremento di suicidi durante l’estate, la cui giustificazione potrebbe essere l’insonnia causata dal sole notturno (quale causa prossima, mentre la causa remota andrebbe cercata altrove).

L’industrializzazione e i regimi. 
Una variabile che sembra invece ricorrente per molti popoli colpiti da un incremento nel tasso di suicidi è la presenza di un repentino cambiamento sociale che ha scardinato i meccanismi della cultura tradizionale. Osservando gli incrementi nella storia del tasso di suicidi, i primati nel tempo sono toccati a paesi che hanno subito bruschi cambi di regime politico (ad esempio la zona dell’ex-Urss), o a popoli con tradizioni secolari a cui l’industrializzazione ha imposto un radicale cambiamento di stile di vita (come le popolazioni oltre il circolo). In molte di queste zone all’incremento del tasso di suicidi si è aggiunto un alto tasso di consumo di alcool e di stati depressivi.

Il suicidio come fenomeno sociale.
L’anomia. Una teoria interessante sul fenomeno dei suicidi è stata elaborata dal sociologo Emile Durkheim, ed è riproposta nel libro Suicide in Asia, cause and prevention, in cui tra l’altro gli autori Park e Lester analizzano in profondità i dati relativi alla Corea del Sud. Secondo Durkheim i cambiamenti repentini nelle società possono comportare un declino della morale comune, che invece solitamente funge da collante sociale: l’individuo si ritrova in una condizione in cui le proprie norme e i propri valori non sono più rilevanti, ma un nuovo set di norme sociali non è ancora definito. Il legame tra presente, passato e futuro è difficile da individuare, le nuove condizioni sono difficili da controllare e si può sviluppare un forte senso di anomia (mancanza di norme comuni) e di isolamento sociale, soprattutto nella classe adulta e anziana; chi ne è colpito può commettere una grande varietà di azioni distruttive, tra cui il suicidio. Park e Lester presentano molti dati a conferma della validità della teoria della anomia: Yip e Tan (1998) mostrano come il tasso di suicidi in Hong Kong e Singapore nel boom economico degli anni 80 si sia quasi quintuplicato per la classe anziana. Clayer e Czechowicz (1991) mostrano come il tasso di suicidi presso gli Aborigeni sia passato da 10.1 su centomila a 105.3, ma che lo stesso fenomeno non si èverificato per chi ha mantenuto gli stili di vita tradizionali. Risultati analoghi sono mostrati da Chandler anche per i Nativi Americani (il suo ultimo studio ha l’esplicito titolo: “Continuità culturale come fattore protettivo contro i suicidi”).

Il sesso e l’età del suicidio.
In tutti gli stati osservati il tasso di suicidio maschile è estremamente più elevato di quello femminile; genericamente, i maschi si suicidano circa 5 volte di più delle femmine. Per quanto riguarda l’età, nella maggioranza delle nazioni il tasso di suicidi cresce al crescere dell’età, e colpisce soprattutto la classe adulta e anziana. Non è così, invece, in Groenlandia (così come in Finlandia circa 15 anni fa), dove l’emergenza è il suicidio giovanile e adolescenziale; si stima che circa un groenlandese su cinque abbia tentato il suicidio, e il problema si è trasformato recentemente in una vera e propria emergenza sociale, per altro a forte rischio emulazione. Per quanto riguarda i mezzi, stando agli studi nazionali, la Groenlandia spicca per impiccagioni e colpi d’arma da fuoco, mentre la Corea per avvelenamenti e impiccagioni.

Ancora Italia e Norvegia.
Riporta l’Istat che il tasso di suicidi in Italia è uno dei più bassi dei paesi Ocse, e si è persino ridotto negli ultimi 15 anni. La propensione al suicidio è circa tre volte maggiore nella popolazione di sesso maschile che femminile; è maggiore al Nord e minore al Sud, è maggiore per persone con titoli di studio più bassi e cresce al crescere della classe d’età. Per quanto riguarda la Norvegia, il tasso di suicidi ha raggiunto un picco nel 1988, ma da allora ha subito un progressivo decremento. Se qualche incontentabile vuole saperne di più, uno studio di Anders Barstad analizza la connessione tra fenomeni sociali e tasso di suicidi in Norvegia dal 1948 ad oggi. E con questo spero di aver sedato qualunque curiosità sui suicidi in Norvegia.

I dati sui suicidi.
Questo è uno dei casi in cui Wikipedia svolge una funzione d’oro. I dati sui suicidi nei paesi del mondo sono forniti dal WHO, sulla base dei più recenti dati forniti dalle nazioni, con ultimo aggiornamento nel 2011. Tuttavia la pagina inglese di Wikipedia sulla lista di paesi per tasso di suicidi riporta alcuni aggiornamenti con fonte documentata, spesso legata a statistiche ufficiali dei paesi stessi, la cui comunicazione al WHO non è ancora avvenuta. Nei casi dunque in cui le statistiche ufficiali fornivano risultati più aggiornati, ho approfittato del lavoro di documentazione svolto da Wikipedia per correggere le stime.
Fonte: datalamppost.altervista.org


Oms: “Nel mondo, un suicidio ogni 40 secondi. Tragedie evitabili”. 
Quaranta secondi. E’ questo il tempo che scorre tra un suicidio e l’altro, nel mondo.
A darne notizia è l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che nelle scorse ore ha diffuso un rapporto, relativo al 2012, basato su 172 Paesi. La media dei suicidi è terrificante, soprattutto a fronte delle possibilità di evitarli. “Ogni suicidio è una tragedia”, ha dichiarato il direttore generale dell’Oms, Margaret Chan, secondo cui “più di 800.000 persone muoiano per suicidio ogni anno e che per ogni morte in precedenza c’erano stati diversi tentativi.

Il paese con il più alto tasso di suicidi è, secondo l’Oms, la Guyana (44,2 ogni 100,000 abitanti), seguita dalla Corea del nord e del sud (38,5 e 28,9), e da Sri Lanka (28,8), Lituania (28,2), Suriname (27,8), Mozambico (27,4), Nepal e Tanzania (24,9), Burundi (23,1), India (21,1) e Sud Sudan (19,8). Seguono Russia e Uganda (19,5), Ungheria (19,1), Giappone (18,5) e Bielorussia (18,3). In Italia, invece, si uccidono sei personeogni 100.000 abitanti.

Contrariamente a questo si potrebbe credere, i Paesi con reddito più alto presentano una media di suicidi più alta: il 90% dei casi, inoltre, è causato dalla depressione. Più bassi i rischi nei paesi più poveri, che però, essendo più popolosi, rappresentano i tre quarti del totale.

Secondo il report, inoltre, i metodi maggiormente preferiti sono l’avvelenamento con pesticidi e l’impiccagione. Nelle aree urbane dell’Asia, però, è molto diffuso il lancio dai grattacieli. Ora, a fronte di tali dati, l’Oms si è posta l’obiettivo di ridurre i suicidi del 10% entro il 2020.

Pubblicato da Catherine 

martedì 21 aprile 2015

Hikikomori 引きこもり letteralmente “stare in disparte, isolarsi.


Si chiama “hikikomori”. E’ considerato il più grande pericolo psico-sociale per la nostra specie.
Il primo campanello d’allarme ufficiale è suonato una decina di anni fa, nel 2006.
Anche se ne parlavano già alla fine degli anni’80.

E’ accaduto in Giappone, il paese al mondo che più di ogni altra nazione sul pianeta, segue le problematiche sociali della propria popolazioni con grande cura e attenzione e interviene sempre preventivamente.
Così la loro cultura e tradizione.

Le cifre parlano chiaro: in Giappone la disoccupazione è intorno all’1%, i poveri sono lo 0,3% della popolazione, gli indigenti lo 0,7%. Non hanno spese militari, hanno il più grande disavanzo pubblico del pianeta (equivalente a circa -235%) e sono la seconda potenza economica della Terra come produzione di ricchezza, pari al quintuplo di quella italiana;  il più alto tasso di longevità (87 anni per le femmine e 82 per i maschi) il più basso tasso di natalità -record che condivide con l’Italia- e il più alto tasso di suicidi, circa 3.500 all’anno.

Uno studio dell’istituto di sociologia dell’università di Tokyo, finanziato dalla fondazione studi sociali dell’imperatore, nel 2006 evidenziò e coniò il neologismo che oggi terrorizza il Giappone: “hikikomori”.
E’ una parola che agli italiani non dice nulla, ma molto presto, purtroppo, diventerà un termine familiare
Non soltanto è finito su wikipedia, ma una richiesta ufficiale del Giappone è arrivata prima all’Onu e poi come domanda formale all’Oms, perchè venga rubricata sotto la voce “potenziale piaga sociale che può annicchilire intere nazioni”.

Ecco come wikipedia declina il termine:
Hikikomori (引きこもり? letteralmente “stare in disparte, isolarsi”,[1] dalle parole hiku “tirare” e komoru “ritirarsi”[2]) è un termine giapponese usato per riferirsi a coloro che hanno scelto di ritirarsi dalla vita sociale, spesso cercando livelli estremi di isolamento e confinamento. Tali scelte sono causate da fattori personali e sociali di varia natura. Tra questi, la particolarità del contesto familiare in Giappone, caratterizzato dalla mancanza di una figura paterna e da un’eccessiva protettività materna, la grande pressione della società giapponese verso autorealizzazione e successo personale, cui l’individuo viene sottoposto fin dall’adolescenza. Il termine hikikomori si riferisce sia al fenomeno sociale in generale, sia a coloro che appartengono a questo gruppo sociale.

Il percorso terapeutico, che può durare da pochi mesi a diversi anni, consiste nel trattare la condizione come un disturbo mentale (con sedute di psicoterapia e assunzione di psicofarmaci) oppure come problema di socializzazione, stabilendo un contatto con i soggetti colpiti e cercando di migliorarne la capacità di interagire. Il fenomeno, già presente in Giappone dalla seconda metà degli anni ottanta, ha incominciato a diffondersi negli anni duemila anche negli Stati Uniti e in Europa

Dal 2009, in seguito all’uso massiccio di facebook e al dominio della comunicazione virtuale via web al posto di quella umana carnale nella vita reale, il fenomeno ha iniziato ad assumere chiari segnali di patologia sociale. In Giappone, il hikikomori, è aumentato dal 2009 al 2014 del 356%. E’ aumentato anche in Europa. Non esistono ancora dati ufficiali per quanto riguarda l’Italia, forse nessuno se ne occupa. Purtroppo, siamo in uno spaventoso ritardo culturale, sociale, imprenditoriale. Questo tipo di studi dovrebbe far parte al primo posto nella annuale legge di stabilità sotto la voce “ricerca e innovazione” come misura preventiva.

Secondo me, bisognerebbe cominciare a parlarne e ad alzare il livello dell’attenzione, prima che sia troppo tardi

Lo fa da tempo il più famoso romanziere giapponese, Murakami.
I suoi racconti, infatti, al di là dei paesaggi socio-onirici che lui crea, hanno tutti in comune un aspetto caratteristico: i giovani protagonisti, sia maschi che femmine, sono sempre soli, vivono da soli, se possono non escono di casa.
Sono, per l’appunto, vittime inconsapevoli del hikikomori.

Una decina di giorni fa, la giornalista Lidia Baratta, ha pubblicato sul quotidiano on-line linkiesta, un reportage proprio su questo tema, visto che in questi giorni sia l’Onu che l’Oms che l’Unicef se ne sta occupando con enorme preoccupazione
Ecco il suo pezzo e il link di riferimento:http://www.linkiesta.it/hikikomori-italia

Controllare il profilo Facebook in piena notte, rinunciare a un aperitivo per restare a chattare. Anche Internet, come l’alcol o la droga, può creare dipendenza. Le uscite fuori casa diminuiscono fino a sparire, le ore davanti a uno schermo aumentano. In Giappone, dove ne hanno contati più di un milione, gli adolescenti ritirati sociali che sostituiscono i rapporti diretti con quelli mediati da Internet si chiamano “hikikomori”. Da noi dati certi non ne esistono. Le ultime rilevazioni parlano di 240mila under 16, ma gli esperti dicono che anche in Italia gli autoreclusi dipendenti dalla Rete sono in continuo aumento.

La finestra di una chat è molto più sicura e controllabile di un bar in centro all’ora dell’aperitivo. Puoi decidere quando aprirla, selezionare cosa mostrare di te ed essere brillante al momento giusto, senza essere colto impreparato. La casa diventa un bunker dove creare il proprio spazio protetto. E il computer connesso è l’unica porta verso il mondo esterno per comunicare senza esporsi troppo.

«Stiamo registrando una crescita delle persone che si rivolgono a noi», spiega Valentina Di Liberto, sociologa e presidente dellaCooperativa Hikikomori di Milano. «Soprattutto perché c’è una maggiore consapevolezza delle dipendenze da Internet, in particolar modo da parte degli insegnanti».

L’autoreclusione parte dalla scuola, vissuta spesso come un allontanamento forzato dal mondo del Web. Suonata la campanella, non c’è altra attività che il ritiro in camera davanti a uno schermo. «Prima ci si ritira dalla scuola, poi dalla scena sociale», spiega Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta presidente della cooperativa sociale Minotauro, specializzata nei disturbi adolescenziali. Anche qui, negli ultimi anni, le cure di adolescenti ritirati sociali e dipendenti dalla Rete sono in continuo aumento. «Di solito l’abbandono scolastico avviene nel biennio delle superiori, ma negli ultimi tempi viene anticipato anche alle medie», precisa Lancini. Si comincia con mal di pancia e mal di testa, per poi scoprire che sono solo sintomi fisici per sfuggire da un ambiente scolastico vissuto come un incubo. E in Italia il tasso di abbandono scolastico è ben sopra la media europea: tra il 2011 e il 2014, 167mila ragazzi hanno rinunciato al diploma.

Ritiro sociale e dipendenza da Internet sono spesso interconnessi e si sostengono reciprocamente. Dove sorge la dipendenza, aumenta il ritiro sociale. Dove c’è il ritiro sociale, aumenta l’uso della Rete come valvola di sfogo. Anche se, come Lancini precisa nel suo libro Adolescenti Navigati, «non tutti i ritirati sociali riescono ad accedere alle esperienze offerte dalla rete».

Un campanello d’allarme è il restare connessi in Rete durante la notte. 
«Questi ragazzi», spiega Valentina Di Liberto, «spesso invertono il ritmo circadiano, restando svegli la notte e dormendo il giorno, cominciando via via a evitare le relazioni reali, lo sport o altre attività all’aperto». Reclusi nelle loro stanze, frequentano il resto della casa quando tutti dormono. Per procurarsi del cibo, o solo delle sigarette. Poi tornano nell’incubatrice virtuale, dove tutto è più semplice e confortevole. «Non c’è un confronto diretto, non c’è un impatto emotivo né i giudizi, spesso spietati, dei compagni di classe», spiega Di Liberto. Tutto in Rete sembra sotto controllo. «Ci si può scollegare quando si vuole, decidere con chi connettersi, gestire la comunicazione. C’è una forte sensazione di controlloche non c’è invece nella vita reale».

Le modalità di dipendenza dalla Rete sono diverse, in realtà. C’è chi mantiene le relazioni solo online, chi usa i videogiochi senza alcun contatto, chi naviga solitario alla ricerca di informazioni. Qualcuno degli hikikomori, raccontano gli esperti, arriva a rispondere solo se viene chiamato con il nickname che usa in Rete e non con il vero nome. C’è chi si rinchiude per mesi, chi per anni.
Tamaki Saito è stato il primo psicoterapeuta a studiare il disturbo di Hikikomori, evidenziando anche alcune analogie tra i ragazzi giapponesi e i cosiddetti “mammoni italiani”. «Una delle caratteristiche degli hikikomori è lo stretto rapporto con una madre iperprotettiva», spiega Valentina Di Liberto. L’iperprotezione può rendere il figlio narcisista e fragile allo stesso tempo. Se la realtà non coincide con la sua idea di perfezione, c’è il rischio del rifiuto e del ritiro.
Spesso si parte da una sensazione di vergogna e inadeguatezza per il proprio corpo, che porta anche a creare identità diverse da se stessi in Rete. «Su Internet si diventa aggressivi o trasgressivi, al contrario di quello che si è nella realtà», racconta Valentina Di Liberto, «incanalando le emozioni represse che non si usano nella vita reale. Si costruiscono personaggi che hanno anche connotati fisici diversi da quelli della realtà».Ragazzi tanto silenziosi nel mondo reale, quanto disinibiti in quello virtuale. Come Lucia, 13 anni, che viene scoperta dalla nonna davanti al suo portatile mentre fotografa e posta in Rete l’unica parte secondo lei accettabile del suo corpo. O come Stefano, pacato e timido dal vivo, che diventa violento quando entra nel personaggio di un videogioco.
Ma se la Rete «diventa la difesa che la mente sceglie di utilizzare», spiega Lancini nel suo libro, «significa innanzitutto che l’adolescente sta cercando di non cedere a un dolore che, per qualità e intensità potrebbe risultare inaccessibile». E in questo caso, rispetto a chi si aliena anche dalla Rete, Internet è un’àncora di salvezza. La Rete non è la causa del ritiro dalla realtà, ma un tentativo estremo di restare agganciati al mondo esterno, dice Lancini. Non a caso, c’è chi, navigatore solitario senza contatti, comincia a guarire proprio aprendo un profilo su Facebook.«I rischi più grandi da cui si salva un ragazzo immerso nella Rete e ritirato socialmente possono essere dunque il suicidio e il break down psicotico, ovvero la perdita della speranza di riuscire a costruirsi un’identità e un ruolo sociale presentabili al mondo esterno».
E spesso proprio dalla Rete comincia la cura per i ritirati sociali. Che per definizione non vogliono incontrare nessuno, tantomeno uno psicologo stipendiato dai genitori. Non esiste un approccio univoco. Alla cooperativa Hikikomori di Milano si fanno sedute di psicoterapia individuale o di gruppo, e il Comune ha finanziato fino a giugno anche un laboratorio di consulenza gratuita per otto adolescenti con dipendenze da internet e dai videogiochi che include la consulenza ai genitori. Anche la cooperativa Minotauro ha un consultorio gratuito per chi non può permettersi sedute di psicoterapia per i propri figli adolescenti in crisi. Le dipendenze da Internet, spiega Lancini, non vengono trattate con un approccio di disintossicazione, sottraendo smartphone, router e pc. Si parte spesso dai genitori, per arrivare ai figli anche dopo molti mesi. E il primo contatto, anche con lo psicologo, molto spesso avviene in chat.
Ma Lidia Baratta non è la prima a parlarne.
Il primo articolo sull’argomento (è considerato il primo in Europa) è stato scritto da una giovane truccatrice italiana che se ne è andata a vivere a Londra dove lavora come make up artist. Si chiama Rosita Baiamonte e il suo pezzo risale al 1 Marzo del 2013, ben venticinque mesi fa, apparso sul suo sito/blog che si chiama “abattoir”.
Lo trovo un pezzo interessante. Un esempio sullo stato di salute del nostro paese, sempre ghettizzato e distratto, a parlare solo e soltanto di danaro e di partiti politici. La Baiamonte, allora, ci aveva provato con più articoli, ma vista la totale indifferenza del pubblico, ha poi lasciato perdere. Rimane il suo accredito, che io le riconosco, per essere stata la prima curiosa ad affrontare l’argomento in lingua italiana.
Ecco il suo articolo di allora con relativo link
http://www.abattoir.it/2012/03/01/hikikomori-mi-dissolvo-2/


Hikikomori: mi dissolvo
Pubblicato il 1 marzo 2012 da Rosita Baiamonte
Il sol levante è portatore di novità, di tecnologie avanzate, di una quantità di suggestioni figlie di una cultura diametralmente opposta a quella occidentale; in particolare, il Giappone è una terra affascinante e per certi versi incomprensibile a noi poveri occidentali.
Ad esempio, è notizia recente quella di una donna giapponese invalida che ha rifiutato di farsi pagare una pensione d’invalidità dallo stato. Strano, assurdo, incredibile.
Sì, per noi che viviamo in un mondo popolato da falsi invalidi con pensioni d’oro, è un bel po’ strano.
Tuttavia, il Giappone è sempre fonte d’ispirazione, sia nel bene che ne male.
Nasce in Giappone il fenomeno Hikikomori, che è a tutti gli effetti una sindrome che colpisce soprattutto gli adolescenti, un fenomeno che, fino a qualche anno fa, sembrava non aver colpito l’Italia, ma che invece negli ultimi anni pare essere sbarcato anche da noi, quasi fosse una moda. 
L’hikikomori è un ragazzo che a un certo punto della sua esistenza decide di isolarsi dal mondo e dalla realtà che lo circonda, si chiude in camera e lì passa le sue giornate. La camera diventa il luogo fisico, dove egli conduce la sua vita, luogo che a poco a poco si ammassa di oggetti, di resti di cibo, di sporcizia, di polvere, quasi come se gli oggetti diventassero essi stessi hikikomori e non potessero più uscire da quel luogo, così come chi li possiede. Oggetti che, in qualche modo, lo riportano in quella realtà che egli vive e osserva solo attraverso un computer.
Egli vive di notte, di giorno oscura le finestre, odia la luce. La notte si rifugia nei social network, nei forum, dove incontra altri hikkikomori come lui, creando quasi una rete. Un po’ come accadeva qualche anno fa (ma forse accade ancora), con le adepte di Ana, la dea dell’anoressia, fenomeno quanto mai preoccupante che vedeva coinvolte centinaia di ragazze che, da un giorno all’altro, avevano messo su una rete di blog dove si scambiavano consigli su come dimagrire in fretta e su come essere sempre fedeli ad Ana (e guai a sgarrare!).
 Alienante.
L’ikikomori trasferisce nello spazio angusto della sua camera tutta la forza e l’onnipotenza che non riesce ad avere fuori da lì, nella vita vera, quasi come se vivesse dentro un videogioco dove egli è l’eroe, e in quello spazio l’hikkikomori crea, inventa, scrive, produce.
In Giappone il fenomeno è in fortissima espansione; si contano già più di un milione di casi.
Uscire dall’isolamento è difficile se non impossibile, curare dei soggetti in hikikomori è un’ardua impresa, perché rifiutano di lasciare il loro habitat e nessuno riesce a raggiungerli. Inoltre, aspetto da non trascurare è la non volontà di tornare a un’esistenza normale, perché la loro è una scelta, è un’auto esclusione dalla vita.
L’hikkikomori smette di avere bisogni pratici, non si cura di sé, del suo aspetto fisico, il suo unico bisogno è quello di espandersi mentalmente attraverso la rete, attraverso la scrittura, la pittura, la creatività.
La cosa realmente preoccupante di questo fenomeno è che l’hikkikomori finisce con l’appassire, perché si nega al sole, alla luce, ai rapporti sociali, e piano piano, deperisce e muore.
Sì, l’hikikomori è un alienato, non per natura, ma per scelta, sebbene esistano delle cause scatenanti che portano il soggetto a voler fuggire dalla realtà; ad esempio, soggetti che per natura molto timidi o che sono costantemente oggetto di scherno da parte dei coetanei sviluppano una forma di repulsione e di rifiuto verso quella società che, di fatto, ride di lui.
Tuttavia, non bisogna relegare il fenomeno a semplice apatia o forma acuta di timidezza. È qualcosa di più, è come un morbo che pian piano si espande a macchia d’olio e che sta coinvolgendo sempre più paesi, compresa l’Italia, anche se in forme diverse.
Secondo alcuni psicoterapeuti, come la Dott. Carla Ricci, autrice del libro: “Hikikomori: adolescenti, volontà di reclusioni”, il fenomeno in Italia ha preso una piega diversa e presenta dei lati meno feroci, ad esempio l’isolamento non è quasi mai totale: gli hikikomori italiani, a differenza dei giapponesi, accettano di consumare i pasti coi genitori, e di vedere, di tanto in tanto, un amico con cui passare delle ore. Questo è dovuto anche a una differente organizzazione della società e della famiglia rispetto al Giappone, dove il fenomeno è visto dalla società come un’onta e qualcosa da nascondere, per cui le famiglie non se ne preoccupano e preferiscono, anzi, agevolare l’esclusione dell’adolescente nel tentativo di nasconderlo al mondo.
Tuttavia il fenomeno italiano, pur essendo ancora marginale, desta già preoccupazione; sempre più genitori lamentano nei loro figli una sorta di apatia e di disinteresse verso tutto, per cui sempre più spesso gli adolescenti vengono affidati alle cure di psicoterapeuti e questo, in qualche modo, fa da argine a una degenerazione della patologia.
Quanti di noi non hanno attorno amici che passano la maggior parte della loro vita davanti a un pc? Che se gli chiedi: ehi, usciamo a farci una pizza? Ti rispondono: no, devo ultimare il livello, di non so quale diavolo di gioco di ruolo! Ce ne preoccupiamo? Avvertiamo che anche noi spesso ci lasciamo andare a momenti di tremenda apatia, che ci risucchia le energie e ci spegne?
Ho idea che questo fenomeno sia lontano dall’arrestarsi, magari non sfocerà mai nelle forme di totale reclusione, ma sicuramente le nuove generazioni si stanno sempre più alienando, e sempre più spesso si rifugiano in un mondo a parte, dove si sentono eroi, insuperabili, onnipotenti, anche se in realtà, sono fragili e indifesi.

E voi che ne pensate? Credete sia la solita moda esportata dal Giappone o è qualcosa che accomuna tutti gli adolescenti del mondo a prescindere dal paese? E credete che la tecnologia abbia esacerbato il fenomeno?


  1. Mi spiego il tutto andando all’A-B.C.
    L’uomo ha saputo distruggere la vita quotidiana rendendola troppo comoda, facile e superficiale per un verso, con una organizzazione sempre più ferruginosa e complicata dall’altro verso.
    I giovani, e non solo loro, provano un naturale e comprensibile rifiuto di tutto ciò.
    Mi vien persino da pensare che l’invasione brutalmente medioevale, apparentemente lenta, ma inesorabilmente sempre più veloce, quella che viene dal sud, forse porterà un inesorabile scossone che cambierà drasticamente in meglio questa nostra orrida decadenza.
    Almeno, lo spero.
  2. Brutta razza gli psicologi, riescono a risolvere i “disagi” della psiche senza il ricorso agli psicofarmaci? Le nuove tecnologie avanzano, e un parte sempre maggiore dei processi decisionali, viene svolta da macchine, lo studio delle connessioni neurali é ormai in fase avanzata, con tanto di applicazioni reali. E tutto questo mentre gli psicologi sono ancora li a chiedersi: che cos‘é la realta? secondo me si rendono conto che piú la tecnologia progredisce, e piú il loro impianto teorico, si avvicina all’obsolescenza; rigurado al fenomeno spiegato nel post, beh che dire, in italia c’é una naturale tendenza a sfruttare ogni anomalia della societa, per farsi finanziare il “progetto”, per quel che mi riguarda finira cosí anche stavolta, con tutte le storture del caso; ma del resto, si cerca sempre di curare chi si isola dalla società, mai peró ho sentito di cure rivolte a coloro che invece isolano ed emarginano, sicuri del loro giudizio, mai ho sentito di programmi per curare una società tirannica, … a me tutto questo suona come la solita logica del forte coi deboli, e deboli coi forti. Ma se proprio si vuol metterla in termini di j’accuse, non é che magari l’hikikomori,piú che una piaga, sia un sintomo, di una piaga ben piú grave, ovvero l’imbarbarimento della societá, diventata cosí esclusiva, da condannarsi all’estinzione? Magari l’adolescente mite, ha “assaggiato” la società, ha tratto il suo giudizio, e ha preso una decisione, l’unica ingrado di garantirgli l’integrità, di qualunque genere esa sia? Sinceramente non credo alla buonafede di questi “assistenzialisti”, la magior parte ragionano in termini economici, per loro un milione di reclusi sono meno consumi, meno pil, … meno soldi che girano. Questo é quello che penso. Per chi ha da obbiettare, dico semplicemente che forse il dna umano non é fatto per grandi agglomerati di individui come le metropoli, tutti i segni di controllo sociale, di violenza e degenerazione fanno pensare all’essere umano, come una specie adatta a vivere in piccole comunità, più o meno separate, oltre una certa soglia, scatta il “programma” di sterminio, … vabbé magari sono stato un po’ drastico.
    • beh in effetti l’essere “….. umano non é fatto per grandi agglomerati di individui come le metropoli, ” è inutile voler cancellare col cervello un’evoluzione di millenni scritta e inserita a fuoco nei nostri geni, non a caso si sente la necessità di far parte di un GRUPPO, o CLUB o SOCIETA’ SPORTIVA ecc…. proprio perche quella esterna è troppo grande e in gestibile a livello personale, cerchiamo il gruppo stretto esattamente come tutti gli altri esseri viventi sul pianeta terra, ma ” oltre una certa soglia, scatta il “programma” di sterminio, … ” vorrei aggiungere che detto programma scatta xke da circa 80anni non c’è piu stata una selezione drastica nella popolazione….
      prima ogni 30/40anni scattava una guerra che riportava al via la società, o una pestilenza che sterminava e riportava al punto di partenza la società…….adesso, in mancanza di cavalli trottano gli asini, chissa che il famoso scossone con conseguente riduzione di persone (leggi malattie e modi di vita cui non siamo piu abituati) non ce lo tirino dal sud del mondo…..
    • Da ciò che scrive pare lei non abbia molto chiari i vari compiti e le varie competenze dello psicologo. Per inciso esistono diverse aree psicologiche che operano e ricercano in contesti scientifici anche molto distanti tra loro.
      Lo studio delle funzioni neurali è compiuto da psicologi con laurea in Neuroscienze, mentre l’uso dei farmaci è interdetto agli psicologi e permesso agli psichiatri e medici di base.
      Forse lei usa come fonte un’immaginario comune piuttosto diffuso (purtroppo, aggiungerei) che identifica una fantomatica figura di psicologo non meglio identificato (psicanalista ? cognitivista ? comportamentalista ? neuroscenziato ? psicologo del lavoro ? psicologo sociale ?) che si occupa di temi più vicini alla filosofia che non alla medicina.
      Ciò non toglie che purtroppo molti psicologi usino l’ingenuità e la poca cultura scientifica nel nostro paese per speculare sui loro pazienti (ma anche i fantomatici counselor operano in questo modo, non si preoccupi).
      Cordialmente,
      Un tirocinante in psicologia
    • Rispetto alla seconda parte del tuo post mi trovi d’accordo. Si pensa a curare il sintomo e non la radice del problema. Ecco perché, però, sono in disaccordo con la prima parte, che, a mio avviso, rinnega tutto ciò che lei ha scritto poco dopo.
      Gli psicologi curano i problemi interni della persona senza psicofarmaci proprio perché quest’ultimi svolgono la funzione che ha anche la società moderna: arginare il sintomo per un periodo limitato senza entrare nel cuore del problema.
      La cura fondata sulla parola e quindi sulle tecniche fondate su di essa, mirano a scavare nell’individuo fino al nocciolo della sua impostazione psichica per far sì che le risorse di cui dispone emergano da sole. Chi si domanda cos’è la realtà è la filosofia, non la psicologia. Temo che lei abbia preso una cantonata dicendo ciò che ha detto. Si informi meglio.
    • Ottimo cambio di prospettiva che mette a fuoco il vero problema sociale, che tende ad interessarsi solo delle vittime, anziché occuparsi di intervenire sui carnefici. Questo commento mi piace molto.
    • Quindi secondo te la societa’, la cultura, le relezioni, la famiglia, il gruppo dei pari, ecc.. Sono tutti elementi che non devono essere presi in considerazione per spiegare il fenomeno? La psicologia si occupa anche di questo.
    • Che ti aspettavi da una società che nel 2015 crede ancora in un Dio inventato da chi credeva ancora che la terra fosse piatta, invece che credere ed adorare come se fosse un Dio o una Dea l’amore in tutte le sue forme?
  3. Viviamo in un’ europa che produce con scienza e coscienza disoccupazione, in Italia quella giovanile é al 40%, e ci preoccupiamo perché i nostri giovani disoccupati si isolano nella rete? E cosa dovrebbero fare? Andare al bar? Giocare a bocce? Alla socializzazione finalizzata ad ammazzare il tempo é preferibile l’isolamento in rete. Almeno ci si informa e si capisce qual’é la vera causa del problema.
    • Non si parla qui di socializzazione “finalizzata ad ammazzare il tempo” ma di scambio umano finalizzato alla ricerca creativa di quei tipi di incontri da cui nascono idee, suggestioni, progetti collettivi, aziende, ecc. Per non parlare del fatto che si mettono in gioco le proprie esistenze e ci si confronta. L’isolamento aumenta la paura, la disaffezione al rapporto umano e ingigantisce aggressività e ferocia perchè il web amplifica l’emotività: quando si sta in rete è come se si parlasse con delle persone indossando uno scafandro. Nell’incontro umano, invece, c’è lo sguardo, il tatto, il suono, il proprio sesto senso che ci spinge a provare piacere o dispiacere per l’interlocutore e ci spinge a scendere in campo. L’essere umano non è isolato. Non lo è mai stato. Altrimenti non avrebbe inventato le comunità. Isolandoci ci disumanizziamo.
      • Infatti ha inventato le comunità e non il suo esatto contrario ossia le megalopoli, che sono proprio esse che disumanizzano.
        L’uomo si crea la sua cerchia di amicizie, si relaziona con essi in una dimensione umana, non in mezzo a milioni di individui ove la solitudine e ancor più peggiore e tangibile che in cima ad una montagna.
        La massa distrugge l’umanità delle persone, e la ricerca di se stessi la si pratica con l’introspezione non al centro di una città di milioni di persone.
        Questo è l’effetto delle società moderne, caotiche, abnormi rispetto al peso che i singoli individui possono supportare.
        I migliori pensieri, le migliori forme di intelligenza si concretizzano quando si è da soli, in piena solitudine confrontandosi con se stessi, non con gli altri.
        Le migliori menti lo confermano.
        Essere umani non è proprio una bella cosa, la storia ci ricorda cosa sono stati capaci di fare le masse quando condividono le loro coscienze, noi abbiamo piuttosto bisogno di ritrovare noi stessi dentro noi stessi, liberando le nostre potenzialità affinché i nostri simili possano anch’essi beneficiarne, non passare le giornate a relazionarci sterilmente per poi giungere alle stesse conclusione che autonomamente con la riflessione potremmo raggiungere ascoltando noi stessi.
        Noi nasciamo soli, viviamo soli in mezzo agli altri e moriamo soli, il fatto che altri individui siano presenti temporalmente con noi e solo una casualità che ne migliora e ne peggiora la nostra essenza, anzi se troppi sono, oltre a creare problemi di convivenza, mettono in seria difficoltà la natura.
        Bisogna tornare alle origini, quando l’incontro con altri umani non della propria comunità era un evento raro e come tale molto apprezzato, tenuto in conto e quasi sacralizzato.
        Questa è l’umanità, questo è relazionarsi, questa è la vera essenza dell’uomo e, questo fu all’origine.
        • Sono d’accordo con lei sul fatto che la massificazione sia disumanizzante, così come concordo sull’indiscutibile fascino creativo della solitudine, base di ogni pensiero, progetto,azione. Poi, c’è la socialità che non è la notte estrema in discoteca o la violenza negli stadi, ma la ricerca di altri umani con i quali confrontarsi: quella è assolutamente necessaria.
  4. Effettivamente si tratta di un problema serio. La realtà virtuale sta prendendo, specialmente nelle ultime generazioni, piano piano il posto della realtà fisica, al punto che ci sono degli studi, sulle conseguenze fisiche di questo atteggiamento, che registrano dei cambiamenti strutturali nei comportamenti degli adolescenti, specie riguardo la sfera sessuale. Si osserva infatti una significativa diminuzione del desiderio sessuale, o meglio della sua estensione fisica, mentre sono aumentati in maniera esponenziale i casi di impotenza in età giovanile.
    Nonostante gli incredibili raggiungimenti tecnologici degli ultimi anni, sembrerebbe davvero che la qualità della vita, quindi il livello di felicità, sia sceso invece che aumentare. In realtà il livello della felicità non si potrebbe quantificare, ma l’aumento delle “fughe dalla realtà” sembrerebbe comunque essere un buon indicatore.
    Sarebbe interessante conoscere le statistiche del numero dei suicidi prima e dopo l’avvento dell’informatica come fenomeno sociale, cioè prima e dopo il fatidico 1995, l’anno in cui venne reso disponibile il sistema operativo windows.
    La tecnologia, per sua natura, non fornisce risposte esistenziali, ma crea solo delle comodità, cioè risponde a delle esigenze indipendentemente che siano vere o false, giustificabili o meno.
    Mi spiego meglio. La tecnologia mi può fornire le conoscenze per costruire un ponte, che mi porti ad attraversare un fiume, ma non può dirmi per quale motivo ho l’esigenza di attraversare il fiume. Non può dirmi cosa ci vado a fare dall’altra parte, può solo offrirmi la soddisfazione di un desiderio.
    Quindi, dal momento in cui abbiamo un forte desiderio di fuggire dalla realtà, la tecnologia mi può aiutare, creando sistemi virtuali sempre più sofisticati. Ma se ci chiediamo perché vogliamo così tanto separarci dalla nostra fisicità, perché essa ci risulta così dolorosa, allora la tecnologia non può aiutarci e dovremmo rivolgerci a strumenti di indagine interiore differenti, e di cui si stanno perdendo le capacità.
    • Sostiene Democrito: “………dovremmo rivolgerci a strumenti di indagine interiore differenti, e di cui si stanno perdendo le capacità”.
      Il punto è proprio questo: la strategia messa in atto dalle neo-oligarchie del privilegio consiste nell’educare (si fa per dire) la massa a non elaborare, non interiorizzare, non aprire un franco dialogo interiore sviluppando la passione per la sostanza. Vogliono, fortemente vogliono, che poco a poco, uno per uno, finiamo per perdere la capacità di saper leggere gli strumenti interiori. La perdità della socialità umana di valore è il primo tassello.
  5. Questa patologia riportante il termine Hikikomori si può equiparare a quello Nerd, ” termine della lingua inglese con cui viene definito chi ha una certa predisposizione per la tecnologia ed è al contempo tendenzialmente solitario e con una più o meno ridotta propensione alla socializzazione “. Anche se alcuni aspetti dell’ individuo Nerd possano essere interessanti, il pericolo è proprio nella tendenza ad isolarsi dal resto del mondo. L’ Hikikomori è una forma molto più grave rispetto al Nerd. http://it.wikipedia.org/wiki/Nerd
  6. Basta dare la colpa ai giochi di ruolo che se fatto con coscienza sprona alla socialita’. Il problema e’ che la societa’ e’ in pezzi, il malcontento delle persone e’ tale che si riflette in comportamenti indisponenti, maleducati e volti a scavalcare il prossimo persino nell’uscita con gli amici. Nel lavoro si impara ad andare avanti chi fa le scarpe al piu’ debole. In una societa’ indifferente, le persone si avvicinano solo a chi offre di se’ l’immagine del potente con modi arroganti e se certe persone decidono di allontanarsene e’ perche e’ indecente trasformarsi in animali prepotenti per vivere. Argomenti di chiacchiere? Lamentele. Il mondo fa schifo, lavoro in ambienti cattivi ed irrespirabili, il capo stronzo, la cronaca di telegiornale, divorzi, famiglia malata. Se poi queste persone decidono di ritirarsi e’ sciocco pure sorprendersi. Si e’ cosi’ immersi nel male perche ‘la vita va cosi’ di dover apparire con chissa’ quale ‘serieta’ di vivere’ che non ci si rende conto che non ci si sta vicino perche si emana un’energia distruttiva che ti deprime ancora di piu’.
    • Appunto. E’ esattamente così, per questo se ne se parla. E’ il risultato di una società malata. Ma dipende da tutti noi, attraverso il nostro comportamento quotidiano, contribuire a fermare il contagio
      • Il contagio? Il problema e` che si pensa a curare i sintomi, non le cause. Da curare sarebbero quelli che non si sono ancora isolati da questa societa` malata, e che contribuiscono quindi a renderla tale, a partire da quelli, apparentemente, piu` integrati e di successo, che a ben vedere sono quelli che, appunto, dirigono e plasmano i comportamenti delle masse.
  7. Se dobbiamo poi accendere la TV e scoprire anche come la maggior parte non sa manco chi vota o regala il voto perche simpatizza con il furbo di turno dopo che c’e chi si fa il sedere inutilmente… non so cosa si pretenda. Non tutti accettano a testa bassa queste prepotenze. Se si fosse piu’ consapevoli e responsabili anziché questo culto del “mors tua vita mea” avere più educazione civile, non esisterebbero gli hikikomori. Le persone vogliono positivita’, energia, felicita’ sostegno, dateglielo e non avrete piu’ isolati o drogati. E facciamo basta ad ignorare il vero problema.
  8. Che ammasso di banalità, in particolare : ’hikkikomori smette di avere bisogni pratici, non si cura di sé, del suo aspetto fisico, il suo unico bisogno è quello di espandersi mentalmente attraverso la rete, attraverso la scrittura, la pittura, la creatività. … Vi rendete conto che questo, oltre ad essere sempre accaduto, ha portato alla creazione di innumerevoli capolavori da parte di poeti, musicisti, pittori ecc. Introversi e isolati socialmente…uno scrittore dovrebbe come minimo rispettare i vari Calvino, Kafka e Mozart
  9. Non capisco perché questa ossessione nello stigmatizzare chi preferisce magari studiare ed informarsi online presso siti attendibili ed ebook intelligenti piuttosto che perdere tempo in attività che non amano. Per me è di gran lunga preferibile chi con consapevolezza sceglie di tagliare frequentazioni inutili e spendere la propria vita imparando, anziché dare adito a giornate o serate completamente inutili giusto per far finta di socializzare. Le amicizie, se si trovano persone con cui vale la pena stare, si trovano comunque. Ma spingere a tutti i costi chi preferisce altre attività a dover legare per forza, è vano e un vero e proprio abuso. Perché dobbiamo configurare persone che magari vogliono semplicemente arricchirsi interiormente nel dominio della malattia?
    • Appunto. Lei scrive “…..giornate o serate completamente inutili giusto per far finta di socializzare”. Il problema (anzi, la soluzione) consiste nel costruire dei “luoghi salubri” nei quali NON si fa finta di socializzarsi, dei punti di aggregazione umana dove la giornata o la serata non è “inutile” ma è esistenzialmente utilissima. L’idea che Roberta evoca “…perdere tempo in attività che non amano” è costruita su una interpretazione totalitaria della vita, come se la socialità fosse un obbligo, o una imposizione dall’alto o una richiesta da parte di qualche partito, movimento o associazione. E’ una necessità umana. Per quanto riguarda lo studio, poi, non è mai esistito nessun pensatore, artista, scienziato (se non nelle favole hollywoodiane deteriori) che abbia mai prodotto o combinato qualcosa da solo: c’è sempre stato un gruppo, un club, un sodalizio, una squadra compatta di persone che condividono un’ambizione comune, un interesse collettivo, una passione condivisibile. Questo concetto di neo-solitudine che con il mio post ho inteso denunciare altro non è che l’ennesima eredità della interpretazione neo-liberista aristocratica che ci vuole, oltre che tassati, cinici e silenti, ciascuno a casa propria cullandosi nell’indifferenza verso il mondo e i propri simili, ad alimentare il proprio solipsismo, narcisismo, individualismo: la ricetta base della ferocia.
    • Perchè i malati di cui si parla nell’articolo non sono “persone che magari vogliono semplicemente arricchirsi interiormente”, ma persone (e soprattutto adolescenti, che quindi stanno ancora sviluppando la loro immagine di sè e non possono essere pienamente consapevoli) che hanno perso qualunque interesse nel contatto umano, che passano 24 ore su 24 senza parlare con nessuno se non scrivendo, e che spesso non imparano nulla ma scatenano la loro tempesta emozionale attraverso scambi e giochi virtuali.
      L’uomo è un animale sociale: non vuol dire che deve per forza passare le sue giornate a divertirsi in compagnia, ma semplicemente che ha bisogno dell’altro per costruirsi e vivere. Il neonato senza la mamma (o la persona che risponde ai suoi bisogni) non sopravvive.
  10. Hikikomori è la risposta alla deriva nichilista presa dalle società moderne. Il conoscere piuttosto che “essere a conoscenza”, l’introspezione piuttosto che la prostituzione (fisica e mentale) e l’ascesi piuttosto che l’abbrutimento
    https://www.youtube.com/watch?v=1sAPKr_qr6s
  11. Ho una domanda e spero di ricevere una risposta perché è un tema che mi interessa molto. Nell’articolo si individua l’uso di internet come causa principale dell’isolamento.
    Ma se l’uso di internet fosse solo una conseguenza? L’autoisolamento non potrebbe essere una scelta individuale che non dipende dall’uso dei social network? Tra l’altro i social network e l’autoisolamento sono in contraddizione. Ci si può isolare fisicamente rimanendo a casa, ma se si instaurano tante relazioni su internet, pur fittizie, e se si è attivi su Facebook allora vuol dire che sostanzialmente non ci si vuole isolare.
    Per cui la mia domanda è: l’autoisolamento non potrebbe essere una semplice necessità legittima, e il considerarlo un pericolo non potrebbe essere un accanimento terapeutico controproducente?
    • Le comunico la mia opinione: l’internet non è la causa principale dell’isolamento, non lo è affatto. Il web è “la finta medicina”, ovvero: è l’illusione che viene regalata, perchè si fa credere che viene offerta una possibilità creativa per sottrarsi e superare la solitudine sociale e il solipsismo, dato che facebook socializza e quindi spinge a immergersi nella virtualità finendo per convincere se stessi che si sta vivendo una dimensione reale anche emotiva, il che non è vero. Quindi, l’internet non è responsabile. Diciamo che si è presentato come “il guaritore della solitudine degli esseri umani”, quindi non è la causa, ma è un abile produttore di falso che spaccia per cura qualcosa che invece trasforma un problema -magari anche minimo- in una patologia tossica. Le persone diventano dipendenti dalla rete e sono portate a pensare che si stanno socializzando, il che non è vero. L’emotività, l’inconscio, le autentiche pulsioni interiori di ciascuno di noi, però, un giorno presentano il conto perchè la carica istintuale, emotiva, affettiva dell’essere umano non la inganni, non la circuisci, non la freghi: “vuole la robba vera”. Se uno sente di aver bisogno di un vero amico sincero, per i motivi X, se ne frega se ha 5000 amici su facebook o 1. Sta cercando il senso della fratellanza umana autentica che soltanto il contatto diretto in carne e ossa con un amico vero ti può dare. La stessa cosa vale per il sesso. Per l’amore. E per tutto il resto. Una volta che si fa passare la falsificazione delle emozioni, diventa un trucco da baraccone convincere gli esseri umani di qualunque cosa. L’internet è innocente: è l’uso che se ne fa che altera i codici. Alfredo Nobel era un ingegnere civile. Inventò la dinamite perchè per anni studiò le possibilità per risolvere problemi tecnici legati alle necessità di perforare montagne e costruire infrastrutture. Una ambizione nobile. Lui non è responsabile del fatto che i suoi simili l’hanno usato per farci delle armi e massacrare innocenti.
  12. Sono un hikikomori da più di tre anni.
    Trovo questo articolo molto buono anche se mi trovo in disaccordo rispetto certi punti che lei riporta da altri articoli.
    Ad esempio dire che gli hikikomori sono i “mammoni di italia” è abbastanza offensivo nei confronti dell’intelligenza di chi vive quella situazione (putroppo tale termine si trova anche in wikipedia).
    Va specificato, come nel caso delle depressioni, che chi vive tale situazione ha un reale problema a non ha una innata pigrizia o poca voglia di fare che lo portano a stare sotto la gonnella della mamma o ad evitare le responsabilità. Molto spesso l’hikikomori parte con una depressione ma se ne vergogna perchè la società ancora accetta poco e non comprende la depressione come una malattia ma come una debolezza e la vergogna della sua condizione lo porta ad isolarsi dal resto del mondo creando un luogo sicuro e protetto.
    Si stima che la depressione nel 2020 sarà la prima causa di morte, è una piaga sociale sempre più grossa e l’hikikomori non è altro che uno delle tante manifestazioni e meccanismi di difesa che accompagnano la depressione.
    Posso riportare il mio caso ma anche il caso di altri hikikomori.
    Oppure basta cercare su youtube un video in inglese che spiega cosa i depressi vorrebbero dire alle persone intorno a loro per vedere gente da tutto il mondo che esprime nei commenti la propria frustrazione verso il doversi nascondere per l’ignoranza che ancora oggi c’è verso questo argomento (“What People With Depression Want You To Know”, non è un video accademico ma fatto da un sito piuttosto popolare e per questo si puo comprendere meglio la dimensione globale e condivisa di quello che dico).
    Conosco anche moltissime persone che fingono di avere una malattia fisica grave perchè sanno che in quel caso la gente comprenderà e accetterà il loro malessere.
    Internet e i videogiochi e tutto il resto non sono il problema in se. La tecnologia esiste e fare i tecnoapocalittici, come spesso ho sentito in giro, è cosa inutile. Ma manca una struttura sociale che non dico fornisca, ma dia per lo meno spazio nella ricerca di valori in cui credere. Io e la mia generazione (e credo anche non solo la mia generazione) ci sentiamo persi in un mare iconografico, soggetti a stimoli e implusi che spesso sono agli antipodi l’uno con l’altro, senza una linea guida. Non è troppa libertà di scelta e di possibilità come potrebbe sembrare ad un occhio poco attento. E’ la mancanza di un obiettivo interiore, di accordare il ritmo interno con la pressione e velocità esterna.
    Non credo che sistemi di valori si possano costruire dall’oggi al domani e dubito fortemente in un cambiamento dal puto in cui ci troviamo.
    Il singolo individuo deve lavorare più che altro sul concetto di adattamento. Il nostro ambiente sta cambiando troppo velocemente rispetto alla nostra capacità di evoluzione come specie. Credo che quello che qualche utente qui scrive nei commenti rispetto alle epidemie e catastrofi, si stia in realtà già verificando ed è questo silente ma sempre più consistente gap tra gli individui che si schermano e si adattano e quelli che invece soccombono. Non è propriamente un sistema darwiniano ma per alcuni aspetti è similare.
    Dal mio punto di vista l’hikikomori non è una moda passeggera. Forse il nome, la definizione lo è. Ma appunto questo gap tra adattamento e non, sarà sempre più consistente attraverso varie manifestazioni perlopiù mentali e di conseguenza fisiche.
    Quanto alla terapia sono felice che qualcuno si occupi della cosa anche in Italia perchè la terapia psicologica è molto utile ma poichè è un fenomeno relativamente nuovo è difficile trovare persone preparate o anche solo che siano disposte ad una terapia a domicilio.
    Per quanto riguarda i farmaci sinceramente li considero invasivi e aatti solo in caso di situazioni non gestibili con la terapia psicologica.
    • Sono assolutamente d’accordo, la scelta è tra l’adattarsi a situazioni negative, brutte, irrispettose, disumane, e cercare una strada alternativa, provare a conoscere qualcuno che non sia così, è inutile stare con persone che ti fanno sentire solo, che tu ci sia o meno, non fa differenza, allora tanto vale cerco una soluzione a questa situazione, quella da curare è la società non le persone intelligenti che cercano di isolarsi da questo obrobrio che ci circonda. L’articolo è molto interessante ed illuminante e mi rispecchia parecchio, ma le persone stanno crollando in un buco nero costruito dalla società dove non esistono più emozioni, dove siamo tutti uguali, a partire dalla scuola siamo trattati come dei robot, per natura non siamo tutti uguali, ognuno ha bisogno del proprio tempo per crescere, di essere trattato in un certo modo, non si conosce più il significato di rispetto nè delle regole nè nei confronti degli altri soprattutto, e allora chi è più sensibile e forse più intelligente, cerca di trovare delle “isole felici” per affrontare la vita con gioia e con un sorriso, invece di sprofondare nell’oblio verso il quale stiamo andando.
      Occorre una modifica negli insegnamenti, sin da quando si nasce e passando per una scuola che dev’essere rinnovata, è indietro di secoli rispetto al mondo che ci circonda, vengono insegnate cose che non ti aiuteranno a vivere, ed oramai forse nemmeno a trovare un posto di lavoro… ma si stanno perdendo anche valori come rispetto ed amore. Incominciamo ad insegnare nuovamente i modi di fare, ma attraverso un coinvolgimento emotivo degli alunni, perchè senza le emozioni tutto diventa noioso, diventa brutto, diventa una mancanza di rispetto verso l’essere uomo di ognuno di noi.
      Purtroppo persone capaci di fare questo sono davvero poche, e l’evoluzione delle persone stesse è molto indietro rispetto alle problematiche che stanno nascendo nelle nuove generazioni, differenze abissali che stanno creando questi disagi.
      Io sto cercando una soluzione alternativa, adoro passare il mio tempo con le persone, non ho problemi a relazionarmi con nessuno, ma non amo la freddezza nè il materialismo che è insito in questo nostro mondo.
      Stefano
      21 anni
    • Che dire, centri perfettamente il punto. Aggiungerei che ad essere prevalentemente interessati a questo tipo di fenomeni sono individui particolarmente “sensibili”, la cui esistenza è caratterizzata da un cardinale, ineluttabile vissuto d’incomprensione e di non adeguatezza alla vita. La complessità delle esperienze viene vissuta sempre attraverso un filtro dispersivo, una sorta di “prisma di rifrazione” che impedisce di centralizzare gli stimoli in una storia, consegnando l’individuo – spesso giovane, spesso ancora “in formazione” – a un’inevitabile frammentazione della propria personalità in un mare di vissuti male assemblati.
      è come se a un certo punto la realtà – “subita” in totale passività – si riducesse a un bombardamento di stimoli violenti e totalizzanti rispetto a un ritmo interno sempre più alienato, perdendo la possibilità di una sincronizzazione fra “interiorità” ed “esteriorità”, vissute non più come due poli di una relazione psicodinamica, ma come due entità metafisiche a sè stanti, due domini rigidamente incomunicabili.
      La causa di questo sfacelo, a mio modo di vedere, è da imputarsi alla serie ormai lunghissima di concause che dalla prima rivoluzione industriale indirizzano gli schemi comportamentali in maniera sempre più violenta verso una società dell’avidità. Chiaro che, in un contesto di attrito sociale in funzione di una “lotta per il successo”, dove la competitività è il parametro fondamentale per selezionare la validità di un’idea, di un comportamento, persino di una persona nella sua complessità, la “medicina-internet”, basata sul mero appagamento di impulsi, offre la via di fuga più semplice nell’isolamento progressivo, a fronte di un destino di – quasi certamente fallimentare – sanguinosa lotta per il “successo”, che altro non è se non una deriva narcisistica sempre meno elaborata, in un contesto sociale che fa dell’apparenza e della mitologia dell’io le proprie architravi fondanti.
  13. AO ragà ma che scherzamo? qual’è il problema? La gente fa schifo meglio uno schermo ;)
  14. Partendo dal presupposto che chi da del “lei” su internet è ormai troppo vecchio per permettersi di dire ancora la sua opinione sul mondo reale…per me questo articolo è in parte vero, ma anche in parte molto molto molto allarmista.
    Il problema è che si tende a paragonare lo stile di vita attuale con quello di una 20ina di anni fa senza tenere in conto che il mondo nel frattempo è cambiato, che la tecnologia è cambiata.
    Se 20-30 anni fa l’unico modo per conoscere persone era uscire, ora è possibile farlo tramite chat. Mentre 20-30 anni fa si poteva solo giocare all’aria aperta oggi l’eSport sta diventando sempre più una realtà affermata (in Korea i videogiocatori sono pagati…).
    Alla luce di ciò perchè dare per scontato che è meglio conoscere una persona in un bar piuttosto che su facebook? Perchè chi fa la partita a calcetto è considerato sano e chi gioca a uno sparatutto online è considerato strano?
    Se 20-30 anni fa un timido era condannato a restare in disparte, a chiudersi in casa a piangere ora può finalmente essere se stesso seppur dietro a un PC: cosa c’è di male?
    • Caro Pasquale, qual’è il mondo reale?
      Partendo dal presupposto che chi da del “lei” su internet è ormai troppo vecchio per permettersi di dire ancora la sua opinione sul mondo reale…
      Mi aspetto delle scuse per Sergio e sono stupita che Tu così giovane, non conosci la netiquette?
      Tutti noi (in assenza di patologie), vediamo quello che vogliamo vedere, sentire, provare, questo è dato dai nostri schemi mentali e ognuno ha il proprio unico, che si modifica in base alle esperienze.
      Linguaggio ed emozioni viaggiano a braccetto, il linguaggio genera azioni.
      Prestare attenzione al nostro dialogo interno, vuol dire che ci stiamo occupando di noi, dei nostri bisogni, che soddisfaremo oppure no. Usare un linguaggio corretto il più preciso possibile, ci dà le indicazioni di come muoverci. L’isolarsi fisicamente dagli altri non è dell’uomo in quanto animale che vive in gruppo.
      E’l’uso inadeguato o improprio dei mezzi, che provoca le dipendenze come ad es. quella sopra citata. Relazionarsi col mondo virtuale per giorni ininterrottamente come il fenomeno hikikomori, può realmente portare a gravissime conseguenze.
      Ai ragazzi che hanno commentato questo articolo dico che i valori possiamo stabilirli noi – ognuno ha i propri – ne conseguono degli obiettivi più o meno difficili da raggiungere, l’indispensabile è averne sempre qualcuno. Evitate di lasciarvi inondare da notizie, modi di dire o fare da massificazione per uniformare tutti, togliendo la capacità di obiettività. Sforzatevi di relazionarvi fisicamente con altri, c’è sempre qualcuno che ha bisogno di noi e viceversa, basta scovarlo. Non è detto che i conoscenti che abbiamo intorno, siano le persone adatte a noi, così com’è vero che sulla terra ci sono 7 miliardi di persone potenzialmente pronti a diventare nostri nuovi amici reali.
      Confrontarsi, per scoprire di non essere diversi ma simili. Essere propositivi anziché sempre polemici, dare il vostro contributo magari anche a CHI ha scritto proprio qui sopra, sarebbe un utile gesto intelligente di UTILIZZO DI WEB.
      • Qual è si scrive senza l’apostrofo… Chi usa il lei su internet non è un vecchio: è solo una persona educata.
        Chi si ritiene “libero pensatore” non obbedisce ai luoghi comuni e non incrementa, con la sua voce, il belato del pecorismo di massa. Cara Tamara, o Tamara cara che a zero spara, lei è nata vecchia e nella sua sicumera si specchia…
  15. Salve, l’articolo è interessante ma ci sono diverse imprecisioni. Non parlo del fenomeno in sé, ma del contesto della società giapponese che conosco un po’, sia in maniera diretta che indiretta.
    I dati economici e di disoccupazione di cui si parla nell’articolo sono superati da anni, quelli sono praticamente i dati pre-crisi. Il Giappone ha perso il suo status di super-potenza economica a favore della Cina, e ormai fenomeni come disoccupazione e povertà sono, purtroppo, bene conosciuti anche lì, sebbene non ai nostri livelli.
    L’articolo quindi fa pensare che abbia preso una parte scritta una decina di anni fa e riaggiornato nella seconda parte ai dati sociologici attuali; il che però è fuorviante, laddove si parla di un aumento del fenomeno hikikomori del 356% dal 2009 al 2014 (che sono gli anni della crisi).
    Anche la descrizione del quadro familiare giapponese è, nella sua estrema sintesi, piuttosto distorta. In termini generali di casi clinici può essere vero, ma siamo sullo stesso piano dello definire tutti gli italiani “mammoni”; attenzione però, quando si generalizza così su una cultura lontana dalla nostra, oltre a generalizzare, si fa cattiva informazione.
    • Signorina Alice, non so chi lei sia, ma da come si presenta offre l’impressione di una persona esperta in geo-politica asiatica, con l’aggiunta della presuntuosa opinione per cui lei è in grado di stabilire quale sia la buona e la cattiva informazione. Le rispondo quindi sul merito: uno dei più grandi falsi ideologici (ma c’è un motivo per cui è stato costruito) degli ultimi tre anni -ma è un fatto solo italiano- consiste nell’aver ingigantito a dismisura la potenza economica cinese addirittura presentandola come “nazione guida” nel panorama economico planetario, con gli Usa il Canada e la Gran Bretagna in totale defaillance e il Giappone in preda a una crisi sistemica che lo ha impoverito. Il che è falso. Non soltanto la Cina non è la prima potenza, ma non è neppure la seconda, bensì la terza, dopo il Giappone che ha un pil intorno agli 8.500 miliardi annui con la Cina che è riuscita ad arrivare agli 8.400. Gli Usa hanno un pil intorno ai 16.500 miliardi e una flessibilità economica incomparabile al sistema produttivo cinese. Quando lei scrive “….anche la descrizione del quadro familiare giapponese è, nella sua estrema sintesi, piuttosto distorta” penso che si riferisca al post di qualcun altro. Non ho neppure menzionato l’argomento e non ho accennato affatto alla famiglia giapponese. Secondo me ha sbagliato post. la disoccupazione in Giappone, per l’appunto è da loro considerata “preoccupante” -essendo quasi all’1% (davvero beati loro) dato che nel 2003 era lo 0% ed erano costretti a fare campagne pubblicitarie per convincere laotiani, vietnamiti e cambogiani ad andare a lavorare lì. Il Giappone è un sistema in cui hanno trovato la quadratura del cerchio: sono conservatori in politica e progressisti in economia. E’ l’unica nazione al mondo che applica rigorosamente una politica economica keynesiana di investimenti a debito dello Stato perchè il senso della comunità e l’idea della collettività è radicata nella società ed è molto forte. La pensiamo diversamente perchè io e lei parliamo di realtà diverse, forse conosciamo dei giapponi totalmente diversi. Non capisco, inoltre, che cosa c’entrino i mammoni. L’articolo che ho scritto affrontava un problema socio-psicologico basato sul fatto che il termine hikikomori è stato incorporato dall’Accademia della Crusca come “neologismo” nella lingua italiana a tutti gli effetti perchè in Italia il problema oggettivamente esiste ed è legato “anche” al gigantesco problema dei poveri economici che in Italia ha raggiunto il record negativo in Europa. Ma non se ne parla. Questo è il pericolo da noi, a differenza del Giappone dove i problemi sociali vengono affrontati dalla loro classe dirigente. Il motivo per cui questo mio post ha destato tante reazioni, commenti e un vivace dibattito, è perchè è andato a toccare un problema che le persone sentono vivo, reale e attuale già da molto tempo.
  16. cosa diavolo c’entrano i giochi di ruolo? e inoltre, non hanno livelli. i giochi di ruolo propriamente detti sono socializzanti, si giocano cioè in gruppo. cavolo, veramente, a parte che prima di scrivere su un argomento si presume che se ne sappia qualcosa, ma qualora questo non sia, un minimo di informazioni prima di passare a scrivere, vanno raccolte. un minimo di ricerca va fatta!
    • Anche io non ho affatto capito che cosa c’entrino i giochi di ruolo, il solo fatto di menzionarli è fuorviante. Sono d’accordo con lei: i giochi di ruolo sono la base della socializzazione. I hikikomori certamente non li praticano e non ne vogliono sapere nulla, anzi li detestano. Loro, infatti, sono cristallizzati e l’ultima cosa che vogliono è uscire fuori dal guscio protettivo che si sono costruiti, mentre il gioco di ruolo viaggia sulla sponda opposta perchè -è la regola base- spinge i partecipanti a uscire dal proprio guscio.
  17. Quello di cui hanno veramente bisogno tutti gli esseri umani è il rispetto. Quello che ci viene tolto dal momento che nasciamo, prima dai genitori, poi dagli insegnanti e in seguito, dalle religioni e dai governi.
    Non esiste niente nell’umano per qui valga veramente la pena di vivere e ci consenta di essere veramente felici, sicuri, responsabili e rispettosi a nostra volta degli altri e di tutto quello che esiste e si manifesta. Le culture che hanno formato le nostre mentalità, sono antisociali, obsolete. Gli unici sistemi sociali che funzionano nel nostro pianeta, sono quelli degli insetti e degli animali in genere. Sistemi sociali questi, per la cui costituzione non sono stati necessari, ne le culture, ne le religioni e tanto meno i governi o le regole precostituite da rispettare. Ogni essere vivente, compreso l’uomo hanno già impresso nei loro animi il senso etico della coesistenza e per poterlo manifestare, devono essere solo rispettati. Siamo delle anime ideali immortali, generate da cause ideali, viviamo immersi nelle idealità delle creazioni e non ce ne siamo mai accorti………….
    Renzo De Santis
  18. Mi permetto solo di segnalare questi studi, pubblicati in italiano, di Carla Ricci, laureata in Antropologia presso l’Università d Bologna e dottore di ricerca all’ Università di Tokio dove al momento lavora, che da anni sta seguendo il tema di Hikikomori:
    C. Ricci, Hikikomori : adolescenti in volontaria reclusione, Milano, Franco Angeli, 2008
    C. Ricci, Hikikomori : narrazioni da una porta chiusa, Roma, Aracne, 2009


http://www.libero-pensiero.net/si-chiama-hikikomori-e-considerato-il-piu-grande-pericolo-psico-sociale-per-la-nostra-specie/

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