Josè Saramago
Le parole sono buone. Le parole sono cattive. Le parole offendono. Le parole chiedono scusa. Le parole bruciano. Le parole accarezzano. Le parole sono date, scambiate, offerte, vendute e inventate. Le parole sono assenti. Alcune parole ci succhiano, non ci mollano; sono come zecche: si annidano nei libri, nei giornali, nelle carte e nei cartelloni. Le parole consigliano, suggeriscono, insinuano, ordinano, impongono, segregano, eliminano. Sono melliflue o aspre. Il mondo gira sulle parole lubrificate con l’olio della pazienza. I cervelli sono pieni di parole che vivono in santa pace con le loro contrarie e nemiche. Per questo le persone fanno il contrario di quel che pensano, credendo di pensare quel che fanno.
Le parole hanno cessato di comunicare. Ogni parola è detta perchè non se ne oda un’altra. La parola,anche quando non afferma, si afferma. La parola non risponde nè domanda: accumula.
La parola è l’erba fresca e verde che copre la superficie dello stagno. La parola è polvere negli occhi e occhi bucati. La parola non mostra. La parola dissimula. Per questo urge mondare le parole perchè la semina si muti in raccolto. Perchè le parole siano strumento di morte o di salvezza. Perchè la parola valga ciò che vale il silenzio dell’atto.
C’è anche il silenzio. Il silenzio, per definizione, è ciò che non si ode.
Il silenzio ascolta, esamina, osserva, pesa e analizza. Il silenzio è fecondo. Il silenzio è terra nera e fertile, l’humus dell’essere, la tacita melodia sotto la luce solare. Cadono su di esso le parole. Tutte le parole. Quelle buone e quelle cattive. Il grano e il loglio. Ma solo il grano dà il pane.
José Saramago
Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono.
E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione.
Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto:
"Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero.
Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto,
vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte,
con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo,
la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati,
per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio.
Sempre. Il viaggiatore ritorna subito.
José Saramago, Viaggio in Portogallo.
«C'è chi passa la vita a leggere senza mai riuscire ad andare al di là della lettura, restano appiccicati alla pagina, non percepiscono che le parole sono soltanto delle pietre messe di traverso nella corrente di una fiume, sono lì solo per farci arrivare all'altra sponda, quella che conta è l'altra sponda».
José Saramago, “La caverna”
Chiamami quando ti va, quando ne hai voglia, ma non come chi si sente obbligato a farlo, questo non sarebbe bene né per te né per me, a volte mi metto ad immaginare quanto sarebbe meraviglioso se mi telefonassi solo perché sì, semplicemente come uno che ha avuto sete ed è andato a bere un bicchiere d’acqua, ma so già che sarebbe chiederti troppo, con me non dovrai fingere mai una sete che non senti."
José Saramago, L’uomo duplicato
"La solitudine non è vivere da soli,
la solitudine è il non essere capaci di fare compagnia a qualcuno o a qualcosa che sta dentro di noi, la solitudine non è un albero in mezzo a una pianura dove ci sia solo lui,
è la distanza tra la linfa profonda e la corteccia,
tra la foglia e la radice"
José Saramago, L'anno della morte di Ricardo Reis
Si dice che il tempo non si ferma, che nulla ne trattiene l'incessante avanzata, lo si dice sempre con queste trite e ritrite parole, eppure non manca chi si spazientisca per la sua lentezza, ventiquattr'ore per fare un giorno, pensate, e quando si arriva alla fine si scopre che non è servito a niente, il giorno dopo è di nuovo così, sarebbe meglio che saltassimo le settimane inutili per vivere una sola ora piena, un folgorante minuto, se tanto può durare la folgore.
José Saramago, L'anno della morte di Ricardo Reis
Il mondo dimentica, te l'ho già detto,
il mondo dimentica tutto. Credi che ti abbiano dimenticato.
Il mondo dimentica a tal punto da non accorgersi neanche della mancanza di ciò che ha dimenticato.
José Saramago, “L’anno della morte di Riccardo Reis”
Secondo me non siamo diventati ciechi,
secondo me lo siamo.
Ciechi che vedono.
Ciechi che,
pur vedendo,
non vedono.
José Saramago
Anche dentro il corpo la tenebra è profonda, e tuttavia il sangue arriva al cuore, il cervello è cieco e può vedere, è sordo e sente, non ha mani e afferra, l'uomo è chiaro, è il labirinto di se stesso
José Saramago
Le parole sono buone - Le parole sono cattive - Le parole offendono - Le parole chiedono scusa - Le parole bruciano - Le parole accarezzano - Le parole sono date, scambiate, offerte, vendute e inventate - Le parole sono assenti. Alcune parole ci succhiano, non ci mollano; sono come zecche: si annidano nei libri, nei giornali, nelle carte e nei cartelloni. Le parole consigliano, suggeriscono, insinuano, ordinano, impongono, segregano, eliminano. Sono melliflue o aspre. Il mondo gira sulle parole lubrificate con l’olio della pazienza. I cervelli sono pieni di parole che vivono in santa pace con le loro contrarie e nemiche. Per questo le persone fanno il contrario di quel che pensano, credendo di pensare quel che fanno.
José Saramago
«[…] Ecco come sono le parole, nascondono molto, si uniscono pian piano tra di loro, sembra non sappiano dove vogliono andare, e all’improvviso, per via di due o tre, o di quattro che all’improvviso escono, parole semplici, un pronome personale, un avverbio, un verbo, un aggettivo, ecco lì che ci ritroviamo la commozione che sale irresistibilmente alla superficie della pelle e degli occhi, che incrina la compostezza dei sentimenti, a volte sono i nervi a non riuscire a reggere, sopportano molto, sopportano tutto, come se indossassero un’armatura».
José Saramago, “Cecità”
Ho passato la vita a guardare negli occhi della gente, è l'unico luogo del corpo dove forse esiste ancora un'anima
José Saramago, “Cecità”
"Ma come, non sai che c'è il seguito di Cecità?" E no, mica lo sapevo...
Ed è stato così, un po' per caso, che son venuta a conoscenza di quest'altra geniale opera firmata Saramago. A quattro anni dall'epidemia di cecità bianca che colpì l'intera città, ritroviamo la moglie del medico, col cane delle lacrime e gli altri ciechi da lei guidati, coinvolti in un'altra surreale vicenda. Siamo, infatti, di fronte ad una nuova forma di cecità dilagante, metaforica questa volta: quasi tutti i cittadini hanno votato scheda bianca alle elezioni. Da questo paradossale episodio, scaturiscono riflessioni terribilmente lucide sulle folli macchinazioni del potere, sugli imbrogli assurdi di cui la politica è capace, sulle sopraffazioni che è pronta a mettere in atto pur di trovare a tutti i costi un colpevole.
Ironico e a tratti beffardo, questo "Saggio sulla lucidità" non fa altro che sbatterci sotto gli occhi una realtà tristemente nota e fin troppo attuale.
José Saramago, Saggio sulla lucidità
La lampada del corpo è l’occhio; se dunque l’occhio tuo è puro, tutto il tuo corpo sarà illuminato.
Ma se l’occhio tuo è viziato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso, se dunque la luce che è in te è tenebre, quanto grandi saranno quelle tenebre. (Vangelo di Matteo 6, 22-23)
“CECITÀ” ROMANZO DI JOSÉ SARAMAGO
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Due elementi fondamentali del romanzo di Saramago, vengono da lontano:
uno –letterario – è l
’epidemia che, isolando dal resto del mondo, fa affiorare istinti primordiali.
L’altro – storico -è la la
creazione di un ghetto da parte delle autorità.
In merito al tema dell’epidemia, il pensiero va subito a
“La peste” il romanzo di Albert Camus del 1947 ambientato nella città algerina di Orano - sotto la dominazione francese.
Come ne “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni, la peste avviene come per caso, nella grande disattenzione di tutti che sottovalutano i primi indizi mentre le autorità preposte addirittura si affannano a negarne la pericolosità (e qui la realtà storica supera la fantasia letteraria: il virus aviario H10N8 in Cina, Chernobil in Ucraina, Fukushima in Giappone…).
Il morbo proustiano/manzoniano diviene la normalità in un decadimento morale scandito da indifferenza e cinismo, rispetto alla tragedia che pure collettivamente si vive.
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Come Manzoni, Camus guarda alla psicologia della diffusione della epidemia a livello di massa, ai meccanismi antropologici che essa scatena.
La peste non può essere considerata castigo, né misericordia come fa dire Manzoni a padre Cristoforo, ma bensì è conseguenza dell’indifferenza.
Solo quando l'epidemia degenererà dalla forma bubbonica a quella polmonare, molto più contagiosa, da Parigi verrà ordinato di chiudere la città con un cordone sanitario e le scuole saranno convertite in lazzaretti.
Gli abitanti reagiranno in modi differenti.
Alcuni non rinunciando alla vita di ogni giorno:
i bar e i ristoranti resteranno aperti, mentre a teatro verrà riproposta di continuo la rappresentazione di un gruppo di attori rimasti bloccati nell’enclave.
Altri, invece, temendo il contagio si barricheranno in casa.
Il protagonista, Bernard Rieux, medico francese che narra i fatti come cronaca in terza persona, sarà tra i pochi che non si tirereranno indietro, prestando le cure agli appestati.
« J’ai compris alors que moi, du moins, je n’avais pas cessé d’être un pestiféré, pendant toutes ces longues années où pourtant, de toute mon âme, je croyais lutter justement contre la peste»
«Ho capito allora che io, almeno, non avevo finito di essere un appestato durante i lunghi anni in cui, tuttavia, con tutta la mia anima, credevo appunto di lottare contro la peste».
[...] Dal romanzo di Saramago è stato tratto il film “
Blindness” di Fernando Meirelles e interpretato da Julianne Moore.
L'autore portoghese era restio a cedere i diritti cinematografici, temendo che - per via dei temi trattati – divenisse una sorta di Zombie-movie e pose precise condizioni, come ad esempio non specificare in quale Paese si svolgesse la vicenda.
Si optò su San Paolo in quanto per il pubblico statunitense ed europeo è una metropoli poco conosciuta.
Antesignano è il romanzo “
The Day of the Triffids” (Il giorno dei trifidi), di
John Wyndham del 1951 da cui venne tratto nel 1962 il film omonimo (uscito in Italia come “
L'invasione dei mostri verdi”).
In esso il protagonista, temporaneamente bendato per un incidente agli occhi, si risveglia in un ospedale deserto, scoprendo che tutti coloro che hanno assistito allo spettacolo di una pioggia di meteore che ha illuminato il cielo di verde, sono diventati ciechi. Egli si ritroverà quindi a vagare per la città di Londra, silenziosa e brancolante, in mezzo a nuovi “gruppi etnici”: vedenti che forti della propria condizione di superiorità ricercano un personale tornaconto. Vedenti altruisti che cercano di salvare la vita ai ciechi procurando loro del cibo (salvo rendersi conto della impossibilità pratica nel lungo termine). Vedenti disposti a mantenere in vita solo donne fertili e capaci di procreare figli vedenti.E poi, con un ribaltamento dei ruoli: Ciechi che schiavizzano i vedenti per sopravvivere.
In questa situazione di caos e di impotenza dei poteri militari e civili, la disgregazione sociale si completa a causa di una nuova “peste”: i “Trifidi”. Nuova specie vegetale carnivora di origine artificiale che - grazie alla capacità di sfilarsi dal terreno e muoversi lentamente su tre steli – è in grado di colpire il malcapitato non vedente con un aculeo velenoso, aspettando quindi che la vittima cominci a decomporsi per nutrirsene.
Per quanto concerne l’altro tema:
la reazione prevaricatrice delle autorità ad una necessità di contenimento, essa ha – sempre - come facile soluzione
la creazione di un ghetto. E’ utile ricordarne la definizione:
ghetto è un'area nella quale persone considerate di un determinato retroterra etnico, o unite da una determinata cultura o religione, vivono in gruppo, in regime di reclusione più o meno stretto. Il termine nasce dal Ghetto di Venezia del XIV secolo, il quartiere della città in cui gli ebrei erano anticamente confinati ad abitare, e rinchiusi durante la notte. (NdA: il termine deriva dal veneziano geto, pronunziato ghèto dai locali ebrei Aschenaziti, ed indicare il getto, la gettata di metallo fuso di una fonderia di ferro). Qui ci limitiamo a ricordare che il nazismo ripristinò il sistema dei ghetti come contenitori di un forzoso processo di concentramento della popolazione ebraica, prima della “soluzione finale”.
Un ultimo esempio che porta il concetto della segregazione all’estremo, viene dal film del 1981 per la regia di John Carpenter “
Escape from New York” (1997 – Fuga da New York) .
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Qui, veniamo informati che l’intera isola di Manhattan a New York è divenuta un carcere di massima sicurezza e che…:
There are no guards inside the prison:
only prisoners and the worlds they have made.
Non vi sono guardie dentro il carcere.
Solo i prigionieri e i mondi che si sono creati.
http://www.wow-wordsoftheworld.it/numeri-precedenti/giugno-agosto-2014/13-cecita-romanzo-di-jose-saramago?showall=&start=1
CECITÀ di José Saramago © Einaudi - pag. 316
In un città qualunque, di una Nazione qualsiasi, in un tempo indefinito, (e per questo spazio e tempo divengono universali) all'improvviso, nel tran-tran quotidiano (tanto è vero che il primo ad essere colpito è un uomo fermo ad un semaforo), esplode un'epidemia di CECITÀ.
Una cecità contagiosa che si trasmette non si sa come.
Il Governo correrà immediatamente ai ripari e, pur ignorando in che modo si diffonde l'epidemia, isolerà i primi ciechi (che ben presto diverranno centinaia), in un ex manicomio, impedendo loro qualsiasi contatto con l'esterno.
Questa cecità non solo è più contagiosa e si diffonde più rapidamente di un'influenza, ma per di più è BIANCA.
"E' come essere immersi in un mare di latte ad occhi aperti", dirà uno dei ciechi.
Già…."uno dei ciechi" . Ma chi?
Cosa importa? Sono, (siamo !?!?!?) tutti ciechi. Non solo gli uomini, anche Dio (leggete e capirete cosa intendo).
I personaggi del romanzo, infatti, rimarranno sempre "anonimi": niente Bruno, Mario, Lucia, Carla... no, no! Saranno semplicemente il primo cieco, il medico, la ragazza con gli occhiali scuri, il bambino strabico, il vecchio con la benda nera….
Il lettore accompagnerà questi ed altri personaggi guidato dagli occhi della moglie del medico, l'unica misteriosamente scampata al "mal bianco". Ella, infatti, per stare accanto al marito, si unirà agli altri ciechi, nascondendo loro di non aver perso la vista.
Non intendo dirvi cosa accadrà all'interno dell'ex manicomio e poi fuori (perché i reclusi abbandoneranno quella specie di lager e scopriranno che TUTTO IL MONDO è divenuto cieco). Né se recupereranno la vista…
Dovrete avere l'amabilità di leggere il libro.
Vi basti sapere che sarà un autentico inferno.
I ciechi vivranno nell'orrore senza vederlo, gli passeranno accanto forse solo intuendolo.
A chi legge, invece, non andrà altrettanto liscia atteso che quell'orrore lo vedrà attraverso gli occhi della moglie del medico.
E, infatti, il lettore "vedrà" come si perde l'etica, il rispetto, la dignità e come nascono i soprusi e la violenza.
Non sono una campionessa nelle "somiglianze" ma ci trovo un po' dell'ansia, dell'attesa de "Il deserto dei Tartari" di Buzzati e un po' della violenta trasformazione-involuzione dei ragazzi de "Il signore delle mosche" di Golding.
"E' una vecchia abitudine dell'umanità, passare accanto ai morti e non vederli….Non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo…. Ciechi che, pur vedendo, non vedono…. Il mondo è pieno di ciechi vivi". Può sembrare, (ed è di certo), una metafora fin troppo banale e scontata.
Il classico "Non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere" . Ma è magnificamente resa, (e forse la grandezza di uno scrittore sta anche in questo: rendere grande una cosa semplice fino quasi alla banalità).
Tenendo presente che il titolo originale del libro è "Saggio sulla cecità" , probabilmente si capisce meglio l'intento di Saramago che, sono parole sue, dice: "Volevo raccontare le difficoltà che abbiamo a comportarci come esseri razionali, collocando un gruppo umano in una situazione di crisi assoluta. La privazione della vista è, in un certo senso, la privazione della ragione. Quello che racconto in questo libro, STA SUCCEDENDO IN QUALUNQUE PARTE DEL MONDO IN QUESTO MOMENTO".
Insomma : un vero e proprio incubo, angosciante ma bello e ben raccontato.
Due parole sulla punteggiatura: non esiste. Pochi paragrafi, solo punti e virgole e niente virgolette a "circoscrivere" il racconto diretto. In altri termini : tutto di fila, tutto di un fiato.
Proprio come si legge il romanzo.
CECITÀ di José Saramago
© Einaudi - pag. 316
Genere: drammatico
A cura di Chebarbachenoia (2006)
Cecità
In una città mai nominata, un automobilista fermo al semaforo si accorge di essere diventato improvvisamente cieco. La sua malattia, però, è peculiare: infatti egli vede tutto bianco. Tornato a casa con l'aiuto di un altro uomo (che ben presto si rivelerà un ladro) racconta l'accaduto a sua moglie. I due si recano da un medico specialista, dove trovano un vecchio con una benda nera su un occhio, un ragazzino che sembrava strabico, accompagnato da una donna e una ragazza dagli occhiali scuri.
Stile e tematiche [modifica]
Duro? No. Sono fragile, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto.
José Saramago. Lucernario
Se questo è sovversivo, tutto è sovversivo, persino respirare.
Io sento e penso proprio come respiro, con la stessa naturalezza, la stessa necessità.
Se gli uomini si odieranno, non si potrà fare nulla. Saremo tutti vittime degli odi.
Ci uccideremo tutti nelle guerre che non desideriamo e di cui non siamo responsabili.
Ci agiteranno davanti agli occhi una bandiera, ci riempiranno le orecchie di parole.
E per che cosa, in definitiva? Per creare la semente di una nuova guerra, per creare nuovi odi, per creare nuove bandiere e nuove parole. E' per questo che viviamo? Per fare figli e lanciarli nella fornace? Per costruire città e raderle al suolo? Per desiderare la pace e avere la guerra?
- E l'amore sarà la soluzione a tutto questo? - domandò Abel, sorridendo con una tristezza in cui c'era una punta di ironia. - Non lo so. E' l'unica cosa che ancora non si è sperimentata...
José Saramago, Lucernario
Ho cominciato a vivere così per capriccio, ho continuato per convinzione e continuo per curiosità.|
«Ma perchè vive così? Scusi se sono indiscreto…» «Non è indiscreto. Vivo così perchè lo voglio. Vivo così perchè non voglio vivere in un altro modo. La vita come la intendono gli altri per me non ha valore. Non mi piace essere intrappolato e la vita è un polpo dai mille tentacoli. Uno solo basta per imprigionare un uomo. Quando mi sento imprigionato, io taglio il tentacolo. A volte fa male, ma non c’è altro modo. Capisce?» «Capisco benissimo. Ma questo non porta a niente di utile.» «L’utilità non mi preoccupa.» «Sicuramente avrà avuto dei dispiaceri…» «Ho fatto il possibile perchè non accadesse. Ma quando è accaduto, non ho esitato». «È duro!» «Duro? No. Sono fragile, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto». «Finchè un giorno… Io sono vecchio. Ho una certa esperienza…» «Anche io». «Ma la mia è l’esperienza di anni…» «E che cosa le dice?» «Che la vita ha molti tentacoli, come ha detto lei poco fa. E per quanti se ne taglino, ce n’è sempre uno che resta e che finisce per acchiapparla». «Ho cominciato a vivere così per capriccio, ho continuato per convinzione e continuo per curiosità». «Non capisco. «Ora capirà. Ho la sensazione che la vita sia lì, dietro una tenda, a farsi risate dei nostri sforzi per conoscerla. Io voglio conoscerla». Silvestre accennò un sorriso tenero, in cui c’era una punta di scoramento: «C’è tanto da fare al di qua della tenda, amico mio… Anche se vivesse mille anni e avesse le esperienze di tutti gli uomini, non riuscirebbe a conoscere la vita!»
José Saramago, da Lucernaio
“Lucernario”: il Saramago che mancava
Il 16 novembre 1922 nasceva José Saramago.
Josè Saramago. IL POETA VISIONARIO ED ERETICO
Scomodo, eretico e dissidente in tutta la sua vita e nella sua intera produzione, il maestro di Azinhaga ha scolpito capolavori destinati a scuotere la coscienza individuale e collettiva per decenni.
DI PIER FRANCESCO MICCICHÈ - 16 FEBBRAIO 2015
L'Intellettuale Dissidente - Unico premio Nobel nella storia del Portogallo, José de Sousa Saramago nasce in una piccolissima frazione del comune di Golegã nel 1922, quattro anni prima del colpo di stato che avrebbe condotto il paese sotto il dispotismo fascista di Antonio Salazar. Sono anni difficili per la nazione ed in particolare per la famiglia dello scrittore che, costretto ad abbandonare gli studi tecnici, si dedica ad occupazioni precarie di ogni tipo (fabbro, meccanico, disegnatore) prima di divenire direttore di produzione nel campo dell’editoria. Saramago è convinto oppositore della dittatura, ed è costretto a subire la censura di Salazar prima come giornalista poi come autore, con il primo romanzo -presto ripudiato- Terra del peccato. Si iscrive poi clandestinamente al Partito Comunista, riuscendo ripetutamente ad evitare la cattura. Pubblica alcune raccolte di poesia, dedicandosi infine – a partire dalla Rivoluzione dei Garofani (1974)- interamente alla scrittura di romanzi e alla formazione di un nuovo stile magistrale destinato a segnare inevitabilmente la futura letteratura europea. Ma è solo negli anni novanta che giunge il riconoscimento internazionale per la sua opera, con capolavori quali Cecità, Il vangelo secondo Gesù Cristo e Storia dell’assedio di Lisbona. Nel 1998 l’Accademia Reale delle scienze decide di consegnare il più alto riconoscimento per la letteratura proprio a Saramago “che con parabole sostenute da immaginazione, compassione e ironia ci permette ancora una volta di afferrare una realtà illusoria”, come recita la motivazione ufficiale.
Saramago è stato spesso accusato di antisemitismo per non aver esitato a paragonare gli orrori del massacro palestinese da parte degli israeliani a quelli di Auschwitz, oltre a essere stato al centro di significative polemiche con la chiesa cattolica per aver dichiarato manifestamente il suo ateismo in alcune delle opere più controverse (da alcuni espressamente definite blasfeme) quali Caino e Il vangelo secondo Gesù Cristo. All’esplicito rifiuto della possibile candidatura di quest’ultimo romanzo ad un importante premio letterario europeo, l’autore portoghese risponde con l’esilio volontario alle Canarie, dove morirà tempo dopo per un malore all’età di ottantasette anni. Ma le polemiche del genio eretico investirono anche casa nostra quando, dopo aver più volte criticato dal suo diario virtuale l’attività dell’allora presidente Silvio Berlusconi, l’Einaudi (allora di proprietà dello stesso imprenditore) decise di non pubblicare Il quaderno, raccolta degli scritti sul suo Blog. La totalità dei diritti editoriali dell’opera di Saramago passerà successivamente alla Feltrinelli.
Tecnicamente la sua produzione è caratterizzata da un uso assolutamente irrituale della punteggiatura, da frasi dalla lunghezza anticonvenzionale e dalla totale assenza di virgolette durante i dialoghi, separati tutt’al più da virgole. Ma è soprattutto nel contenuto e nella dipanazione del processo narrativo che Saramago mostra la sua geniale invenzione dissidente, allorché ci presenta i personaggi attraverso un’umanità denudata da qualsiasi finzione o ipocrisia letteraria, nelle grandi imprese come nei piccoli gesti, nell’Eden cristiano come nel misterioso e macroscopico “Centro” de La caverna, incarnazione metaforica e straordinaria di una globalizzazione che inghiotte gli individui e la loro humanitas. I romanzi del premio Nobel di Azinhaga offrono una prospettiva immanente di vicende e storie altrimenti narrate con asetticismo biografico o viceversa, attraverso una finzione e una spettacolarizzazione quasi cinematografica. È ciò che avviene, infatti, nell’unica interpretazione (se si trascura “Enemy” tratto da L’Uomo duplicato) su pellicola mai realizzata di una sua opera, Blindness (Cecità), espressamente lontana da quell’ironico ma compassionevole ritratto dell’umanità che rende invece il romanzo di riferimento un capolavoro. La filosofia di Saramago a tratti Hobbesiana, talvolta espressamente Platonica come ne La caverna) trova spesso origine in un evento o in una situazione inaspettati, e che per questo costringono a riadattare i propri parametri di valutazione e ad acquisire una coscienza disillusa, e purtuttavia leggera e quasi distante da quella stessa concretezza dei fatti in cui precedentemente si era stati calati.
Ed è proprio un apologia del pensiero l’ultimo messaggio lasciato sul suo blog, la mattina della morte. “Penso che la società di oggi abbia bisogno di filosofia. Filosofia come spazio, luogo, metodo di riflessione, che può anche non avere un obiettivo concreto, come la scienza, che avanza per raggiungere nuovi obiettivi. Ci manca riflessione, abbiamo bisogno del lavoro di pensare, e mi sembra che, senza idee, non andiamo da nessuna parte”.
http://www.lintellettualedissidente.it/homines/jose-saramago/