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domenica 25 novembre 2012

Non vi accorgete più delle bellezze che avete intorno perché i vostri occhi non riescono più a vederle.Solo chi viene da lontano può ammirare l'incanto di questi luoghi che nulla hanno da invidiare ai posti da sogno sparsi per il mondo




E una giovane donna forestiera mi disse un giorno
<<Non vi accorgete più delle bellezze che avete intorno perché i vostri occhi non riescono più a vederle.Solo chi viene da lontano può ammirare l'incanto di questi luoghi che nulla hanno da invidiare ai posti da sogno sparsi per il mondo.>>

domenica 18 novembre 2012

Tereza Janku. All'ombra del suono. La casa era il museo "vivente" del suo, del loro passato. Durante i primi mesi cercai di capire, respirando quell'aria pesante, umida e antica, guardandomi intorno nella speranza di trovare qualcosa che potesse parlare un pò al posto suo. Ma quella casa era silenziosa, grigia e fin troppo distante da me. Ebbi la sensazione che anche a lui, quei muri spessi e pesanti dessero la stessa sensazione, nonostante tutti gli anni passati lì dentro




La casa era il museo "vivente" del suo, del loro passato. Durante i primi mesi cercai di capire, respirando quell'aria pesante, umida e antica, guardandomi intorno nella speranza di trovare qualcosa che potesse parlare un pò al posto suo. Ma quella casa era silenziosa, grigia e fin troppo distante da me. Ebbi la sensazione che anche a lui, quei muri spessi e pesanti dessero la stessa sensazione, nonostante tutti gli anni passati lì dentro.
Tereza Janku. All'ombra del suono





mercoledì 4 luglio 2012

Dino Buzzati. Il deserto dei Tartari. Gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangono sempre lontani; che se uno soffre il dolore è completamente suo

La «nera» di Dino Buzzati


Un frate di nome Celestino si era fatto eremita ed era andato a vivere nel cuore della metropoli dove massima è la solitudine dei cuori e più forte è la tentazione di Dio. [... ] Meravigliosa è la forza dei deserti d'Oriente fatti di pietre, di sabbia e di sole, dove anche l'uomo più gretto capisce la propria pochezza di fronte alla vastità del creato e agli abissi dell'eternità, ma ancora più potente è il deserto delle città fatto di moltitudini, di strepiti, di ruote d'asfalto, di luci elettriche, e di orologi che vanno tutti insieme e pronunciano tutti nello stesso istante la medesima condanna.
Dino Buzzati, L'umiltà



Le storie che si scriveranno, i quadri che dipingeranno, le musiche che si comporranno, le stolte pazze e incomprensibili cose che tu dici, saranno pur sempre la punta massima dell'uomo, la sua autentica bandiera [... ] quelle idiozie che tu dici saranno ancora la cosa che più ci distingue dalle bestie, non importa se supremamente inutili, forse anzi proprio per questo. Più ancora dell'atomica, dello sputinik, dei razzi intersiderali. E il giorno in cui quelle idiozie non si faranno più, gli uomini saranno diventati dei nudi miserabili vermi come ai tempi delle caverne.
Dino Buzzati, Il mago

Era stato l'uomo a cancellare quella residua macchia del mondo, l'uomo astuto e potente che dovunque stabilisce sapienti leggi per l'ordine, l'uomo incensurabile che si affatica per il progresso e non può ammettere in alcun modo la sopravvivenza dei draghi, sia pure nelle sperdute montagne. Era stato l'uomo ad uccidere e sarebbe stato stolto recriminare.
Dino Buzzati, L'uccisione del drago; p. 93



Nessuno li scorge, gli arrampicatori, quando sono sospesi sopra gli abissi, nello smisurato silenzio, impegnati in una lotta temeraria; quando, sorpresi dalla notte, si accovacciano intirizziti su un esile terrazzino, per aspettare che il sole ritorni e la lotta possa ricominciare.
Dino Buzzati, I fuorilegge della montagna. Cime, uomini, imprese

Così una pagina lentamente si volta, si distende dalla parte opposta, aggiungendosi alle altre già finite, per ora è solamente uno strato sottile, quelle che rimangono da leggere sono in confronto un mucchio inesauribile. Ma è pur sempre un'altra pagina consumata, signor tenente, una porzione di vita.
Dino Buzzati


E non nego che, sotto certi punti di vista, io, privatamente, possa essere anche considerato reazionario: in molte cose io sono attaccato alle vecchie cose, alla tradizione, piuttosto che alle cose del domani. Né sono uno che smania perché da domani mattina si scateni la rivoluzione per le strade, no, questo no.
 Da Lorenzo Viganò (a cura di), Album Buzzati, Mondadori, Milano, 2006, p. 362.


Forse tutto è così, crediamo che attorno a noi ci siano creature simili a noi e invece c’è il gelo, pietre che parlano una lingua straniera, stiamo per salutare l’amico, ma il braccio ricade inerte, il sorriso si spegne, perché ci accorgiamo di essere completamente soli.
Dino Buzzati



«Quello che si dovrebbe insegnare nelle scuole è quella che io chiamo "decenza" o"pulizia del carattere". Si dovrebbe imparare fin da piccoli a non vantarsi, a non voler comparire più di quanto non si sia in realtà, insomma a non essere cafoni. Questo è il maggior difetto degli Italiani. Basta che uno sappia guidare un'auto per sentirsi autorizzato a dire che corre la Millemiglia».
Dino Buzzati


Che ridere quando si viene a sapere che la vittima della sciagura automobilistica (troppo azzardato sorpasso) era ricchissima, aveva moglie e figli. A me fanno pena invece quelli che muoiono senza eredi di nessun genere. È terribile se non c'è nessuno che si rallegri della nostra morte, ma c'è solo gente che piange.
Dino Buzzati, Siamo spiacenti di



Per definire i delitti e i vizi più orrendi, si è adottato il marchio "contro Natura". E pensare che l'uomo fa di tutto per liberarsi dalla Natura. Vestiamo contro Natura, abitiamo contro Natura, viaggiamo contro Natura, dalla mattina alla sera facciamo il contrario di quello che Natura ci consiglierebbe. Proprio in questa autonomia è il nostro vanto, la prova della nostra superiorità sugli animali. E più il progresso cammina, questo distacco dalla Natura si accentua.
Anche nei rapporti fra uomo e donna, del resto, guai se andassimo contro Natura. Cosa c'è, per esempio, di più contro Natura che il matrimonio? Se desse retta alla Natura, l'uomo cambierebbe moglie a ogni stagione; e viceversa.
Dino Buzzati, Siamo spiacenti di


I semafori sono spesso dotati di una sensibilità arcana, affatto ignota a chi li fabbrica; e avvertono a distanza, nelle cateratte di macchine che convergono su di loro se c'è qualche caso interessante. L'automobilista ansioso, in ritardo, preoccupato di far presto è la vittima preferita.
Dino Buzzati


Oggi [invece], o amici, è una battaglia. La città è fatta di cemento e ferro, tutta a spigoli duri che si innalzano a picco e dicono: qui no, qui no. Di ferro bisogna essere anche noi, per viverci, e nell'interno del corpo non avere viscere tenere e calde, bensì blocchi di calcestruzzo, una pietra scabra del peso di un chilogrammo virgola due al posto del cosiddetto cuore, ridicolo strumento démodé.
Dino Buzzati, Il problema dei posteggi



Incipit: Il deserto dei Tartari - Dino Buzzati
Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione. Si fece svegliare ch’era ancora notte e vestì per la prima volta la divisa di tenente. Come ebbe finito, al lume di una lampada a petrolio si guardò nello specchio, ma senza trovare la letizia che aveva sperato. Nella casa c’era un grande silenzio, si udivano solo piccoli rumori da una stanza vicina; sua mamma stava alzandosi per salutarlo. Era quello il giorno atteso da anni, il principio della sua vera vita. Pensava alle giornate squallide all’Accademia militare, si ricordò delle amare sere di studio quando sentiva fuori nelle vie passare la gente libera e presumibilmente felice; delle sveglie invernali nei cameroni gelati, dove ristagnava l’incubo delle punizioni. Ricordò la pena di contare i giorni ad uno ad uno, che sembrava non finissero mai. Adesso era finalmente ufficiale, non aveva più da consumarsi sui libri né da tremare alla voce del sergente, eppure tutto questo era passato. Tutti quei giorni, che gli erano sembrati odiosi, si erano oramai consumati per sempre, formando mesi ed anni che non si sarebbero ripetuti mai. Sì, adesso egli era ufficiale, avrebbe avuto soldi, le belle donne lo avrebbero forse guardato, ma in fondo ‐ si accorse Giovanni Drogo ‐ il tempo migliore, la prima giovinezza, era probabilmente finito. Così Drogo fissava lo specchio, vedeva uno stentato sorriso sul proprio volto, che invano aveva cercato di amare. Che cosa senza senso: perché non riusciva a sorridere con la doverosa spensieratezza mentre salutava la madre? Perché non badava neppure alle sue ultime raccomandazioni e arrivava soltanto a percepire il suono di quella voce, così familiare ed umano? Perché girava per la camera con inconcludente nervosismo, senza riuscire a trovare l’orologio, il frustino, il berretto, che pure si trovavano al loro giusto posto? Non partiva certo per la guerra! Decine di tenenti come lui, i suoi vecchi compagni, lasciavano a quella stessa ora la casa paterna fra allegre risate, come se andassero a una festa. Perché non gli uscivano dalla bocca, per la madre, che frasi generiche vuote di senso invece che affettuose e tranquillanti parole? L’amarezza di lasciare per la prima volta la vecchia casa, dove era nato alle speranze, i timori che porta con sé ogni mutamento, la commozione di salutare la mamma, gli riempivano sì l’animo, ma su tutto ciò gravava un insistente pensiero, che non gli riusciva di identificare, come un vago presentimento di cose fatali, quasi egli stesse per cominciare un viaggio senza ritorno.



"Che vuole che le dica?" disse il maggiore. "Sono storie un po' complicate... Quassù è un po' come in esilio, bisogna pure trovare una specie di sfogo, bisogna ben sperare in qualche cosa. Ha cominciato uno a mettersi in mente, si sono messi a parlare dei Tartari, chissà chi è stato il primo..."
Dino Buzzati, Il deserto dei tartari


"Era venuto l'inverno e gli stranieri se n'erano andati. I bei stendardi della speranza, dai riflessi forse di sangue, erano lentamente calati e l'animo era di nuovo tranquillo; ma il cielo era rimasto vuoto, inutilmente l'occhio cercava ancora qualche cosa alle estreme frontiere dell'orizzonte."
Dino Buzzati, Il deserto dei tartari

Il tempo intanto correva, il suo battito silenzioso scandisce sempre più precipitoso la vita, non ci si può fermare neanche un attimo, neppure per un'occhiata indietro. "Ferma, ferma!" si vorrebbe gridare, ma si capisce ch'è inutile. Tutto quanto fugge via, gli uomini le stagioni, le nubi; e non serve aggrapparsi alle pietre, resistere in cima a qualche scoglio, le dita stanche si aprono, le braccia si afflosciano inerti, si è trascinati ancora nel fiume, che pare lento ma non si ferma mai. 
Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari


Tutto quanto fugge via, gli uomini, le stagioni, le nubi; e non serve aggrapparsi alle pietre, resistere in cima a qualche scoglio, le dita stanche si aprono, le braccia si afflosciano inerti, si è trascinati ancora nel fiume, che pare lento ma non si ferma mai.
Dino Buzzati. Il deserto dei Tartari


Sentiva un’ombra di opaca amarezza, come quando le gravi ore del destino ci passano vicine senza toccarci e il loro rombo si perde lontano mentre noi rimaniamo soli, fra gorghi di foglie secche, a rimpianger la terribile ma grande occasione perduta.

Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari


«Così una pagina lentamente si volta, si distende dalla parte opposta, aggiungendosi alle altre già finite, per ora è solamente uno strato sottile, quelle che rimangono da leggere sono in confronto un mucchio inesauribile. Ma è pur sempre un'altra pagina consumata, signor tenente, una porzione di vita».

Dino Buzzati, Il deserto dei tartari


A un certo punto, quasi istintivamente, ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato alle spalle nostre, chiudendo la via del ritorno.

Dino Buzzati, Il deserto dei tartari


Difficile è credere in una cosa quando si è soli, e non se ne può parlare con alcuno. Proprio in quel tempo Drogo si accorse come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangono sempre lontani; che se uno soffre il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l’amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita.
Dino Buzzati. Il deserto dei Tartari


La morte del tenente Angustina.
"Traendola via la portantina, egli stacco gli sguardi dall'amico e volse il capo dinanzi, in direzione del corteo, con una specie di curiosità divertita e diffidente. Così si allontanò nella notte, con nobiltà quasi inumana. Il magico corteo andò serpeggiando lentamente nel cielo, sempre più in alto, divenne una confusa scia, poi un minimo ciuffetto di nebbia, poi nulla."
Dino Buzzati, Il deserto dei tartari




Dalla portina, alle 9.30, una donna entra nella gabbia. Ha un paltò nero, un poco infagottato. Una sciarpa di lana giallo chiaro, gettata sulla spalla, le copre metà faccia. Tiene la testa china e si nasconde gli occhi con le mani, nere anch'esse per i guanti di filo. Pure i capelli, spartiti lateralmente con cura e raccolti sulla nuca, sono neri. Sembra una di quelle penitenti che si vedono inginocchiate nell'angolo più buio della chiesa dalle cinque del mattino. Invece è Rina Fort, la "belva.“
Dino Buzzati



Eppure, in quella svergognata e puntigliosa ragazzina una bellezza risplendeva ch'egli non riusciva a definire per cui era diversa da tutte le altre ragazze come lei, pronte a rispondere al telefono. Le altre, al paragone, erano morte. In lei, Laide, viveva meravigliosamente la città, dura, decisa, presuntuosa, sfacciata, orgogliosa, insolente. Nella degradazione degli animi e delle cose, fra suoni e luci equivoci, all'ombra tetra dei condomini, fra le muraglie di cemento e di gesso, nella frenetica desolazione, una specie di fiore.
Dino Buzzati

Dino Buzzati con la moglie Almerina Antoniazzi, di professione modella, sposata quasi in segreto l’8 dicembre 1966 nella chiesa milanese di San Gottardo in Corte: lei aveva 25 anni e lui 60.


«E’ stato un caso. Avevamo 35 anni di differenza, mi ha intenerito perché pensavo fosse gravemente malato. Era il 1962, il Corriere mi mandò a farmi fotografare davanti a una fontana dei giardini pubblici, quelli che oggi sono i Giardini Montanelli. La modella non si era presentata e così chiamarono me. E’ stata una folgorazione: camicia bianca e cravatta, l’ho riconosciuto subito. Dopo il lavoro mi ha invitato a colazione, mi ha chiesto il numero e il permesso di potermi telefonare. Gli ho detto sì. Ma non è nato subito l’amore. La magia credo sia accaduta a Torino, dopo qualche tempo (..) Ero arrivata di nascosto a Torino alla presentazione di "Un amore". Dino era mezzo disperato. Non guardava nessuno, così sono scappata in albergo senza salutarlo. Mi sono presentata al giornale a Milano il mattino dopo. E’ lì che mi ha confessato di non essere malato, solo innamorato e sconvolto dal rapporto con Laide, il personaggio del libro. Anche se "l’amore è una malattia", diceva sempre. Delusa, gli ho chiesto di non cercarmi più. Fino a quando il mio amico Gianni Santuccio, attore con cui collaboravo, mi ha pregato di telefonargli. Cercavamo una commedia da recitare. L’ho chiamato. Dopo un quarto d’ora me lo sono ritrovato sotto casa, e da lì non mi ha più mollata».
Almerina Antoniazzi su Dino Buzzati

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Almerina: "Mio marito Dino Buzzati"
La vedova dello scrittore compie 72 anni e racconta - in un'intervista appena pubblicata in un'antologia - l'incontro, la passione e la vita insieme. Nonostante i 35 anni di differenza. Che fanno la differenza?
di Nicoletta Pennati - 18 marzo 2013

Un “angelo salvatore” questo fu, per Dino Buzzati, la moglie Almerina.
Gli rese sereni gli ultimi anni di vita, lui che era abituato ad amori perennemente infelici, incapace di avere una relazione con una donna che non fosse un rapporto di sottomissione, gelosia e dolorosa incomprensione. Questo il pensiero di Mauro Gaffuri, giornalista del settimanale Oggi e autore dell'intervista alla vedova dello scrittore-giornalista contenuta nel libro-antologia presentato di recente: L'attesa e l'ignoto. L'opera multiforme di Dino Buzzati, curato da Mauro Germani e pubblicato da L'arcolaio, editore di Forlì (15 euro).

L'intervista, il pezzo forte del volume, è stata fatta in un appartamento al decimo piano della Casa della Fontana, in viale Vittorio Veneto 24, a Milano. Buzzati abitò per vent'anni, gli ultimi della sua vita, in questo enorme caseggiato bianco. Negli ultimi sei Dino vi convisse con la moglie Almerina, modella negli anni Cinquanta, sposata quasi in segreto l'8 dicembre 1966 nella chiesa milanese di San Gottardo in Corte: lei aveva 25 anni e lui 60. Dino e Almerina infatti si conobbero nel luglio 1960, restarono a lungo amici prima di celebrare il matrimonio.

Buzzati è morto nel 1972, a 66 anni, a causa di un tumore al pancreas.
Almerina Antoniazzi Buzzati, compie 72 anni questo mese.
«La nostra vita quotidiana era basata sulla spensieratezza, l'allegria, il piacere di stare insieme» confessa Almerina nel libro. Ma un'ombra avrebbe potuto rovinare la vita dei neo-sposi: la disperata passione, da poco spenta, di Dino per Silvana F., che ispirò il personaggio di Laide nel romanzo Un amore, rappresentata come una giovane ballerina della Scala che si prostituiva in una casa d'appuntamento clandestina. «Quando la loro relazione finì, capii che era come fosse rinato» continua Almerina. «Otto giorni prima della morte di Dino, invitai quella donna in ospedale. L'incontro fra loro due è avvenuto in mia assenza, io sono sparita. Poi ho chiesto a Dino se fosse contento di averla rivista. Lui mi rispose: 
“È come se fosse venuta la mia stiratrice”».
Almerina riassume così la loro felice relazione, nonostante i 35 anni di differenza tra loro:
«Lui era il mio amore, ma io non glielo dicevo, oppure glielo dicevo scherzando.
Vista l'esperienza precedente, non volevo che l'amore diventasse una malattia anche tra noi due».
http://www.iodonna.it/personaggi/interviste/2013/dino-buzzati-intervista-moglie-401330480528.shtml?refresh_ce-cp



Dino Buzzati, l’ultimo amore.
Il 28 gennaio 1972, alle ore 16.20 – lasciava questo mondo Dino Buzzati, autore fra i più famosi del Novecento. Aveva 65 anni. In un attico al decimo piano della Casa della Fontana, in viale Vittorio Veneto 24 a Milano, Buzzati abitò per dieci anni. Negli ultimi sei Dino convisse in questo appartamento con la moglie Almerina Antoniazzi, di professione modella, sposata quasi in segreto l’8 dicembre 1966 nella chiesa milanese di San Gottardo in Corte: lei aveva 25 anni e lui 60.
Dino e Almerina si conobbero nel luglio 1960, restarono a lungo amici per poi sposarsi nel 1966: dodici anni di conoscenza, sei anni di vita matrimoniale
Almerina, suo marito Dino morì che non aveva ancora compiuto i 66 anni.
Che cosa ricorda di quel periodo doloroso?«Aveva un tumore maligno al pancreas, come quello che portò alla tomba suo padre. Inesorabile. Gli stetti molto vicino quel 1971, l’anno che lo scoprì. Umberto Veronesi era presente la mattina dell’operazione alla clinica Madonnina, fu lui a dire al chirurgo, una volta aperto il corpo di Dino, di richiudere perché non c’era più niente da fare».

Su che cosa era basata la vostra quotidianità?
«Sulla spensieratezza, l’allegria, il piacere di stare insieme. La mattina lui si alzava prima delle sette, io ero sveglia perché non dormivo, la notte leggevo. La nostra cameriera fissa preparava la colazione mentre Dino era in bagno. Lui beveva il tè insieme con me, mangiucchiava qualche biscottino, poi raggiungeva la redazione del Corriere della Sera. Intanto io andavo a letto e dormivo fino quasi alle 14».

In che modo trascorrevate le vostre notti insonni?

«Dino stava alzato in mia compagnia almeno fino alle due di notte in salotto.
Se scriveva seduto sul divano, io ricamavo o leggevo.

Se dipingeva sul tavolone, si poteva anche chiacchierare.

Se era libero, fingevamo di giocare a golf, mimando le mosse.
Quando lui cominciava a dormire, io continuavo a leggere fino alla mattina».

Come vi siete incontrati?
«Lo incontrai la prima volta davanti alla fontana dei Giardini pubblici.
Ho ancora il ritaglio dell’articolo della Domenica del Corriere firmato Dino Buzzati:
c’è la fotografia di un ragazzo appena laureato accanto a me che avevo quasi vent’anni.
Mi chiamarono di corsa per sostituire la modella che doveva posare per la foto».

Lei ancora non sapeva che in quel periodo Dino era disperatamente innamorato di Laide, per usare il nome del personaggio del romanzo. Un amore ispirato a quella misteriosa donna…
«Intanto il nostro rapporto continuava solo come amici.
Ma nel 1963 era uscito proprio Un amore e io lo lessi».

Laide, la protagonista di quel romanzo, fa la ballerina della Scala e si prostituisce in un appartamento tenuto da una signora compiacente. Il personaggio è ispirato a una persona reale. Può dire chi era davvero?

«No, non posso farne il nome perché ha avuto una figlia che vive a Torino. Oggi quella donna è sepolta al cimitero Monumentale. Era una giovane ballerina alla Scala. Il padre della bambina, nata nel 1958 dalla loro relazione, era elettricista presso Achille Riboni, il titolare della Union Film, l’agenzia per cui lavoravo come modella».

Ma Dino era riuscito a cancellare quell’amore ossessivo?
«Quando la loro relazione finì, capii che era come fosse rinato.
Eravamo già sposati, ma lui era ancora assillato da una preoccupazione.
Lui temeva che fosse sua la figlia della ballerina della Scala.
Dino non desiderava avere bambini per non opprimerli con i suoi tormenti interiori.
Allora feci in modo che madre e figlia facessero un prelievo di sangue.
Così poi ho potuto comunicare a Dino, con suo gran sollievo, che quella bambina non era sua».

La storia d’amore con quella donna, però, era davvero archiviata?
«Non lo so bene. Ma otto giorni prima della morte di Dino, invitai quella donna in ospedale. L’incontro fra loro due è avvenuto in mia assenza, io sono sparita. Poi ho chiesto a Dino se fosse contento di averla rivista. Lui mi rispose: “È come se fosse venuta la mia stiratrice”».

Che tipo di rapporto era il vostro?
«Di ottima amicizia. Io gli ho voluto veramente bene. Adesso non mi chieda se ero innamorata, perché non lo so. Lui era il mio amore, ma io non glielo dicevo, oppure glielo dicevo scherzando. Vista l’esperienza precedente, non volevo che l’amore diventasse una malattia anche tra noi due».

Avete avuto un matrimonio religioso.
Ma il rapporto con Dio com’era in realtà per Dino? Si sentiva orfano di Dio?
«Non saprei. So che non frequentava la chiesa, come del resto io stessa.
Quando è venuto il prete in clinica, la mattina in cui se ne è andato, Dino ha rifiutato l’estrema unzione chiedendomi di mandarlo via. Ho pregato il sacerdote di uscire, ma lui insisteva per impartirgli il sacramento. Così, mi sono alzata e ho dato un colpo all’ampolla dell’olio benedetto, facendola cadere in corridoio, fuori dalla camera: mentre il prelato si chinava a raccoglierla, io ho sbarrato immediatamente la porta. Dino, però, rispettava molto il sentimento religioso degli altri.
Ed era molto affezionato alla giovane suor Beniamina, che accudiva malati nel suo reparto».

Lei, dopo la scomparsa di Dino, non si è più risposata?
«No. Ho avuto però una figlia, Zelda, che ora ha 33 anni, è nubile e vive a Cortina dove gestisce un negozio per animali. Dopo la morte di Dino ero proprio a terra. Mi ha aiutata Adriano, il fratello minore di Dino. Lui mi consigliava: se vuoi uscirne, devi fare un figlio. Meglio, una figlia».

E lei, Almerina, che cosa aveva deciso?
«Un giorno, a una festa qui a Milano, incontrai l’avvocato Guido Buffoni, allora non sposato.
Mi voleva a tutti i costi. Così gli dissi: va bene, ma voglio un figlio. E Guido diventò così il papà di Zelda. Con lui non ho avuto una relazione, ma siamo ancora amici.
Frequento sua moglie, vado anche a teatro con lei».

Almerina Buzzati, intervista tratta da La multiforme opera di Dino Buzzati  a cura di Mauro Germani
ph Dino Buzzati e sua moglie Almerina Antoniazzi in viaggio di nozze a Parigi, 1966.



SITTING ON THE DOCK OF THE BAY²·DOMENICA 16 OTTOBRE 2016

https://www.facebook.com/notes/sitting-on-the-dock-of-the-bay%C2%B2/dino-buzzati-lultimo-amore/1306242646054962/



lunedì 23 gennaio 2012

Mahatma Gandhi. "Perché le persone gridano quando sono arrabbiate?" "Gridano perché perdono la calma" rispose uno di loro. "Ma perché gridare se la persona sta al suo lato?" disse nuovamente il pensatore. "Bene, gridiamo perché desideriamo che l'altra persona ci ascolti" replicò un altro discepolo. E il maestro tornò a domandare: "Allora non è possibile parlargli a voce bassa?" Varie altre risposte furono date ma nessuna convinse il pensatore. Allora egli esclamò: "Voi sapete perché si grida contro un'altra persona quando si è arrabbiati? Il fatto è che quando due persone sono arrabbiate i loro cuori si allontanano molto. Per coprire questa distanza bisogna gridare per potersi ascoltare. Quanto più arrabbiati sono tanto più forte dovranno gridare per sentirsi l'uno con l'altro. D'altra parte, che succede quando due persone sono innamorate? Loro non gridano, parlano soavemente. E perché? Perché i loro cuori sono molto vicini. La distanza tra loro è piccola. A volte sono talmente vicini i loro cuori che neanche parlano, solamente sussurrano. E quando l'amore è più intenso non è necessario nemmeno sussurrare, basta guardarsi. I loro cuori si intendono. E' questo che accade quando due persone che si amano si avvicinano." Infine il pensatore concluse dicendo: "Quando voi discuterete non lasciate che i vostri cuori si allontanino, non dite parole che li possano distanziare di più, perché arriverà un giorno in cui la distanza sarà tanta che non incontreranno mai più la strada per tornare


Il rumore non può imporsi sul rumore. Il silenzio sì. 
Gandhi


E’ meglio avere un cuore senza parole...che parole senza cuore!
Mahatma Gandhi


Se urli tutti ti sentono...
se bisbigli ti sente solo chi ti sta vicino...
ma se stai in SILENZIO solo chi ti ama ti ascolta.
Gandhi


L'uomo impoverisce le cose molto più con le parole che con il silenzio.
Mahatma Gandhi


Quando voi discutete non lasciate che i vostri cuori si allontanino, non dite parole che li possano distanziare di più, perché arriverà un giorno in cui la distanza sarà tanta che non incontreranno mai più la strada per tornare.
Mahatma Gandhi



Pensiero di Gandhi...
- Perchè le persone gridano quando sono arrabbiate?-

...Un giorno, un pensatore indiano fece la seguente domanda ai suoi discepoli:

"Perché le persone gridano quando sono arrabbiate?"

"Gridano perché perdono la calma" rispose uno di loro.

"Ma perché gridare se la persona sta al suo lato?" disse nuovamente il pensatore.
"Bene, gridiamo perché desideriamo che l'altra persona ci ascolti" replicò un altro discepolo.
E il maestro tornò a domandare: "Allora non è possibile parlargli a voce bassa?"
Varie altre risposte furono date ma nessuna convinse il pensatore.
Allora egli esclamò: "Voi sapete perché si grida contro un'altra persona quando si è arrabbiati?
Il fatto è che quando due persone sono arrabbiate i loro cuori si allontanano molto. 
Per coprire questa distanza bisogna gridare per potersi ascoltare.
Quanto più arrabbiati sono tanto più forte dovranno gridare per sentirsi l'uno con l'altro.
D'altra parte, che succede quando due persone sono innamorate?
Loro non gridano, parlano soavemente. E perché?
Perché i loro cuori sono molto vicini. La distanza tra loro è piccola.
A volte sono talmente vicini i loro cuori che neanche parlano, solamente sussurrano.
E quando l'amore è più intenso non è necessario nemmeno sussurrare, basta guardarsi.
I loro cuori si intendono. E' questo che accade quando due persone che si amano si avvicinano."
Infine il pensatore concluse dicendo: "Quando voi discuterete non lasciate che i vostri cuori si allontanino, non dite parole che li possano distanziare di più, perché arriverà un giorno in cui la distanza sarà tanta che non incontreranno mai più la strada per tornare."
Mahatma Gandhi





lunedì 16 gennaio 2012

José Saramago. La solitudine non è vivere da soli, la solitudine è il non essere capaci di fare compagnia a qualcuno o a qualcosa che sta dentro di noi, la solitudine non è un albero in mezzo a una pianura dove ci sia solo lui, è la distanza tra la linfa profonda e la corteccia, tra la foglia e la radice


E’ così che muoiono le infanzie, quando i ritorni non sono più possibili perché i ponti tagliati inclinano verso l’instancabile acqua le travi sconnesse nello spazio estraneoNon c’è allora altro rimedio che quello del serpente: abbandonare la pelle nella quale non entriamo più, lasciarla a terra, tra i cespugli, e passare all’età successiva. La vita è breve, ma in essa entra più di quel che siamo in grado di vivere.
José Saramago, Di questo mondo e degli altri


E' questo il difetto delle parole. Stabiliamo che non c'è altro mezzo d'intenderci e di spiegarci, e finiamo con lo scoprire che restiamo a metà della spiegazione e così lontani dal comprenderci che sarebbe stato molto meglio lasciare agli occhi e al gesto il loro peso di silenzio. Forse anche il gesto è un di più. In fin de conti, non è altro che il disegno di una parola, il muoversi di una frase nello spazio. Ci restano gli occhi e il loro accesso privilegiato alle apparizioni.
José Saramago, Di questo mondo e degli altri


Perché le parole hanno cessato di comunicare. Ogni parola è detta perché non se ne oda un’altra. La parola, anche quando non afferma, si afferma. La parola non risponde, né domanda: accumula. La parola è l’erba fresca e verde che copre la superficie dello stagno. La parola è polvere negli occhi e occhi bucati. La parola non mostra. La parola dissimula.
Per questo urge mondare le parole perché la semina si muti in raccolto. Perché le parole siano strumento di morte - o di salvezza. Perché la parola valga solo ciò che vale il silenzio dell’atto.
C’è anche il silenzio. Il silenzio, per definizione, è ciò che non si ode. Il silenzio ascolta, esamina, osserva, pesa e analizza. Il silenzio è fecondo. Il silenzio è terra nera e fertile, l’humus dell’essere, la tacita melodia sotto la luce solare. Cadono su di esso le parole. Tutte le parole. Quelle buone e quelle cattive. Il grano e il loglio. Ma solo il grano dà il pane.
José Saramago, Di questo mondo e degli altri
Quante volte, per cambiare vita, abbiamo bisogno della vita intera, pensiamo lungamente, prendiamo la rincorsa e poi esitiamo, poi ricominciamo da capo, pensiamo e ripensiamo, ci spostiamo nei solchi del tempo con un movimento circolare, come quei mulinelli di vento che sui campi sollevano polvere, foglie secche, quisquilie, che per molto di più non gli bastano le forze, sarebbe meglio se vivessimo in un paese di tifoni.
Ma certe volte una parola basta.
José Saramago


Capita spesso che non facciamo le domande perché non saremmo ancora pronti per udire le risposte, o semplicemente perché ne avremmo paura.
José Saramago


Le risposte non vengono ogni qualvolta sono necessarie, come del resto succede spesse volte che il rimanere semplicemente ad aspettarle sia l'unica risposta possibile.  
Josè Saramago


Non si può mai sapere in anticipo di cosa siano capaci le persone, bisogna aspettare, dar tempo al tempo, è il tempo che comanda, il tempo è il compagno che sta giocando di fronte a noi, e ha in mano tutte le carte del mazzo, a noi ci tocca inventarci le briscole con la vita, la nostra.
Josè Saramago


Si dice che ogni persona è un’isola, e non è vero, ogni persona è un silenzio, questo sì, un silenzio, ciascuna con il proprio silenzio, ciascuna con il silenzio che è.
José Saramago


Quindicimila giorni secchi sono passati,
quindicimila occasioni che si sono perse,
quindicimila soli inutili che sono nati,
ore su ore contate..
In questo solenne ma grottesco gesto
di dare corda ad orologi inventati
per cercare, negli anni smemorati,
la pazienza di andar vivendo il resto.
José Saramago


Penso che per gli studenti sarebbe molto meglio partire dalla contemporaneità. Si rimane sempre indietro di un secolo, nella scuola si vive come dentro una specie di capsula senza collegamento con il tempo presente, mancano i nessi.
José Saramago


"La fine del ventesimo secolo ha visto scomparire il colonialismo, mentre si ricomponeva un nuovo impero coloniale. Nel territorio degli Stati Uniti non c'è nessuna base militare straniera, mentre ci sono basi militari statunitensi in tutto il mondo."
Josè Saramago


Mi hanno chiesto: lei è in favore della liberalizzazione delle droghe?
Ho risposto: prima cominciamo con la liberalizzazione del pane.
E’ soggetto a proibizionismo feroce in metà del mondo
Jose Saramago


...Tutta la vita ho passato in attesa di assistere a uno sciopero in una fabbrica di armamenti, ho atteso invano, perché un simile prodigio non è mai accaduto né accadrà.. E questa era la mia povera e unica speranza che l'umanità fosse ancora capace di cambiare strada, rotta, destino.
José Saramago, L'ultimo quaderno



Mi lascia indifferente il concetto di felicità, ritengo più importanti la serenità e l’armonia.
Il concetto di felicità presuppone che uno sia contentissimo, che se ne vada in giro ridendo, abbracciando tutti, dicendo sono felice, che meraviglia. È chiaro che anche un mal di denti gli toglierà la gioia e, quindi, la felicità. Penso che la serenità sia una cosa diversa. La serenità ha molto dell’accettazione, ma include anche un certo autoriconoscimento dei propri limiti. Vivere in armonia non significa non avere conflitti, ma poter convivere con gli stessi serenamente.
Josè Saramago


Le parole sono buone. Le parole sono cattive. Le parole offendono. Le parole chiedono scusa. Le parole bruciano. Le parole accarezzano. Le parole sono date, scambiate, offerte, vendute e inventate. Le parole sono assenti. Alcune parole ci succhiano, non ci mollano; sono come zecche: si annidano nei libri, nei giornali, nelle carte e nei cartelloni. Le parole consigliano, suggeriscono, insinuano, ordinano, impongono, segregano, eliminano. Sono melliflue o aspre. Il mondo gira sulle parole lubrificate con l’olio della pazienza. I cervelli sono pieni di parole che vivono in santa pace con le loro contrarie e nemiche. Per questo le persone fanno il contrario di quel che pensano, credendo di pensare quel che fanno.
Le parole hanno cessato di comunicare. Ogni parola è detta perchè non se ne oda un’altra. La parola,anche quando non afferma, si afferma. La parola non risponde nè domanda: accumula.
La parola è l’erba fresca e verde che copre la superficie dello stagno. La parola è polvere negli occhi e occhi bucati. La parola non mostra. La parola dissimula. Per questo urge mondare le parole perchè la semina si muti in raccolto. Perchè le parole siano strumento di morte o di salvezza. Perchè la parola valga ciò che vale il silenzio dell’atto.
C’è anche il silenzio. Il silenzio, per definizione, è ciò che non si ode.
Il silenzio ascolta, esamina, osserva, pesa e analizza. Il silenzio è fecondo. Il silenzio è terra nera e fertile, l’humus dell’essere, la tacita melodia sotto la luce solare. Cadono su di esso le parole. Tutte le parole. Quelle buone e quelle cattive. Il grano e il loglio. Ma solo il grano dà il pane.
José Saramago


Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. 
E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione.
Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto:
"Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero.
Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto,
vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte,
con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo,
la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati,
per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio.
Sempre. Il viaggiatore ritorna subito.
José Saramago, Viaggio in Portogallo.


«C'è chi passa la vita a leggere senza mai riuscire ad andare al di là della lettura, restano appiccicati alla pagina, non percepiscono che le parole sono soltanto delle pietre messe di traverso nella corrente di una fiume, sono lì solo per farci arrivare all'altra sponda, quella che conta è l'altra sponda».
José Saramago, “La caverna”


Chiamami quando ti va, quando ne hai voglia, ma non come chi si sente obbligato a farlo, questo non sarebbe bene né per te né per me, a volte mi metto ad immaginare quanto sarebbe meraviglioso se mi telefonassi solo perché sì, semplicemente come uno che ha avuto sete ed è andato a bere un bicchiere d’acqua, ma so già che sarebbe chiederti troppo, con me non dovrai fingere mai una sete che non senti."
 José Saramago, L’uomo duplicato


"La solitudine non è vivere da soli, la solitudine è il non essere capaci di fare compagnia a qualcuno o a qualcosa che sta dentro di noi, la solitudine non è un albero in mezzo a una pianura dove ci sia solo lui, è la distanza tra la linfa profonda e la cortecciatra la foglia e la radice"
José Saramago, L'anno della morte di Ricardo Reis


Si dice che il tempo non si ferma, che nulla ne trattiene l'incessante avanzata, lo si dice sempre con queste trite e ritrite parole, eppure non manca chi si spazientisca per la sua lentezza, ventiquattr'ore per fare un giorno, pensate, e quando si arriva alla fine si scopre che non è servito a niente, il giorno dopo è di nuovo così, sarebbe meglio che saltassimo le settimane inutili per vivere una sola ora piena, un folgorante minuto, se tanto può durare la folgore.
José Saramago, L'anno della morte di Ricardo Reis



Il mondo dimentica, te l'ho già detto, il mondo dimentica tutto. Credi che ti abbiano dimenticato.
Il mondo dimentica a tal punto da non accorgersi neanche della mancanza di ciò che ha dimenticato.
José Saramago, “L’anno della morte di Riccardo Reis”


Secondo me non siamo diventati ciechi,
secondo me lo siamo.
Ciechi che vedono.
Ciechi che,
pur vedendo,
non vedono.
José Saramago




Anche dentro il corpo la tenebra è profonda, e tuttavia il sangue arriva al cuore, il cervello è cieco e può vedere, è sordo e sente, non ha mani e afferra, l'uomo è chiaro, è il labirinto di se stesso
José Saramago


Le parole sono buone - Le parole sono cattive - Le parole offendono - Le parole chiedono scusa - Le parole bruciano - Le parole accarezzano - Le parole sono date, scambiate, offerte, vendute e inventate - Le parole sono assenti. Alcune parole ci succhiano, non ci mollano; sono come zecche: si annidano nei libri, nei giornali, nelle carte e nei cartelloni. Le parole consigliano, suggeriscono, insinuano, ordinano, impongono, segregano, eliminano. Sono melliflue o aspre. Il mondo gira sulle parole lubrificate con l’olio della pazienza. I cervelli sono pieni di parole che vivono in santa pace con le loro contrarie e nemiche. Per questo le persone fanno il contrario di quel che pensano, credendo di pensare quel che fanno.
José Saramago


«[…] Ecco come sono le parole, nascondono molto, si uniscono pian piano tra di loro, sembra non sappiano dove vogliono andare, e all’improvviso, per via di due o tre, o di quattro che all’improvviso escono, parole semplici, un pronome personale, un avverbio, un verbo, un aggettivo, ecco lì che ci ritroviamo la commozione che sale irresistibilmente alla superficie della pelle e degli occhi, che incrina la compostezza dei sentimenti, a volte sono i nervi a non riuscire a reggere, sopportano molto, sopportano tutto, come se indossassero un’armatura».
José Saramago, “Cecità”


Ho passato la vita a guardare negli occhi della gente, è l'unico luogo del corpo dove forse esiste ancora un'anima
José Saramago, “Cecità”



"Ma come, non sai che c'è il seguito di Cecità?" E no, mica lo sapevo...
Ed è stato così, un po' per caso, che son venuta a conoscenza di quest'altra geniale opera firmata Saramago. A quattro anni dall'epidemia di cecità bianca che colpì l'intera città, ritroviamo la moglie del medico, col cane delle lacrime e gli altri ciechi da lei guidati, coinvolti in un'altra surreale vicenda. Siamo, infatti, di fronte ad una nuova forma di cecità dilagante, metaforica questa volta: quasi tutti i cittadini hanno votato scheda bianca alle elezioni. Da questo paradossale episodio, scaturiscono riflessioni terribilmente lucide sulle folli macchinazioni del potere, sugli imbrogli assurdi di cui la politica è capace, sulle sopraffazioni che è pronta a mettere in atto pur di trovare a tutti i costi un colpevole.
Ironico e a tratti beffardo, questo "Saggio sulla lucidità" non fa altro che sbatterci sotto gli occhi una realtà tristemente nota e fin troppo attuale.
José Saramago, Saggio sulla lucidità







La lampada del corpo è l’occhio; se dunque l’occhio tuo è puro, tutto il tuo corpo sarà illuminato.
Ma se l’occhio tuo è viziato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso, se dunque la luce che è in te è tenebre, quanto grandi saranno quelle tenebre. (Vangelo di Matteo 6, 22-23)


“CECITÀ” ROMANZO DI JOSÉ SARAMAGO

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Due elementi fondamentali del romanzo di Saramago, vengono da lontano:

uno –letterario – è l’epidemia che, isolando dal resto del mondo, fa affiorare istinti primordiali.
L’altro – storico -è la la creazione di un ghetto da parte delle autorità.

In merito al tema dell’epidemia, il pensiero va subito a La peste” il romanzo di Albert Camus del 1947 ambientato nella città algerina di Orano - sotto la dominazione francese.

Come ne “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni, la peste avviene come per caso, nella grande disattenzione di tutti che sottovalutano i primi indizi mentre le autorità preposte addirittura si affannano a negarne la pericolosità (e qui la realtà storica supera la fantasia letteraria: il virus aviario H10N8 in Cina, Chernobil in Ucraina, Fukushima in Giappone…).

Il morbo proustiano/manzoniano diviene la normalità in un decadimento morale scandito da indifferenza e cinismo, rispetto alla tragedia che pure collettivamente si vive. 03

Come Manzoni, Camus guarda alla psicologia della diffusione della epidemia a livello di massa, ai meccanismi antropologici che essa scatena.

La peste non può  essere considerata castigo, né misericordia come fa dire Manzoni a padre Cristoforo, ma bensì è conseguenza dell’indifferenza.

Solo quando l'epidemia degenererà dalla forma bubbonica a quella polmonare, molto più contagiosa, da Parigi verrà ordinato di chiudere la città con un cordone sanitario e le scuole saranno convertite in lazzaretti.

Gli abitanti reagiranno in modi differenti.
Alcuni non rinunciando alla vita di ogni giorno:
i bar e i ristoranti resteranno aperti, mentre a teatro verrà riproposta di continuo la rappresentazione di un gruppo di attori rimasti bloccati nell’enclave.

Altri, invece, temendo il contagio si barricheranno in casa.

Il protagonista, Bernard Rieux, medico francese che narra i fatti come cronaca in terza persona, sarà tra i pochi che non si tirereranno indietro, prestando le cure agli appestati.

« J’ai compris alors que moi, du moins, je n’avais pas cessé d’être un pestiféré, pendant toutes ces longues années où pourtant, de toute mon âme, je croyais lutter justement contre la peste»
«Ho capito allora che io, almeno, non avevo finito di essere un appestato durante i lunghi anni in cui, tuttavia, con tutta la mia anima, credevo appunto di lottare contro la peste».


[...] Dal romanzo di Saramago è stato tratto il film “Blindness” di Fernando Meirelles e interpretato da Julianne Moore.

L'autore portoghese era restio a cedere i diritti cinematografici, temendo che - per via dei temi trattati – divenisse una sorta di Zombie-movie e pose precise condizioni, come ad esempio non specificare in quale Paese si svolgesse la vicenda.

Si optò su San Paolo in quanto per il pubblico statunitense ed europeo è una metropoli poco conosciuta.
Antesignano è il romanzo “The Day of the Triffids” (Il giorno dei trifidi), di John Wyndham del 1951 da cui venne tratto nel 1962 il film omonimo (uscito in Italia come “L'invasione dei mostri verdi”).

In esso il protagonista, temporaneamente bendato per un incidente agli occhi, si risveglia in un ospedale deserto, scoprendo che tutti coloro che hanno assistito allo spettacolo di una pioggia di meteore che ha illuminato il cielo di verde, sono diventati ciechi. Egli si ritroverà quindi a vagare per la città di Londra, silenziosa e brancolante, in mezzo a nuovi “gruppi etnici”: vedenti che forti della propria condizione di superiorità ricercano un personale tornaconto. Vedenti altruisti che cercano di salvare la vita ai ciechi procurando loro del cibo (salvo rendersi conto della impossibilità pratica nel lungo termine). Vedenti disposti a mantenere in vita solo donne fertili e capaci di procreare figli vedenti.E poi, con un ribaltamento dei ruoli: Ciechi che schiavizzano i vedenti per sopravvivere.

In questa situazione di caos e di impotenza dei poteri militari e civili, la disgregazione sociale si completa a causa di una nuova “peste”: i “Trifidi”. Nuova specie vegetale carnivora di origine artificiale che - grazie alla capacità di sfilarsi dal terreno e muoversi lentamente su tre steli – è in grado di colpire il malcapitato non vedente con un aculeo velenoso, aspettando quindi che la vittima cominci a decomporsi per nutrirsene.

Per quanto concerne l’altro tema:
la reazione prevaricatrice delle autorità ad una necessità di contenimento, essa ha – sempre - come facile soluzione la creazione di un ghetto. E’ utile ricordarne la definizione: ghetto è un'area nella quale persone considerate di un determinato retroterra etnico, o unite da una determinata cultura o religione, vivono in gruppo, in regime di reclusione più o meno stretto. Il termine nasce dal Ghetto di Venezia del XIV secolo, il quartiere della città in cui gli ebrei erano anticamente confinati ad abitare, e rinchiusi durante la notte. (NdA: il termine deriva dal veneziano geto, pronunziato ghèto dai locali ebrei Aschenaziti, ed indicare il getto, la gettata di metallo fuso di una fonderia di ferro). Qui ci limitiamo a ricordare che il nazismo ripristinò il sistema dei ghetti come contenitori di un forzoso processo di concentramento della popolazione ebraica, prima della “soluzione finale”.

Un ultimo esempio che porta il concetto della segregazione all’estremo, viene dal film del 1981 per la regia di John Carpenter “Escape from New York” (1997 – Fuga da New York) . 08

Qui, veniamo informati che l’intera isola di Manhattan a New York è divenuta un carcere di massima sicurezza e che…:

There are no guards inside the prison:
only prisoners and the worlds they have made.
Non vi sono guardie dentro il carcere.
Solo i prigionieri e i mondi che si sono creati.


http://www.wow-wordsoftheworld.it/numeri-precedenti/giugno-agosto-2014/13-cecita-romanzo-di-jose-saramago?showall=&start=1




CECITÀ di José Saramago © Einaudi - pag. 316
In un città qualunque, di una Nazione qualsiasi, in un tempo indefinito, (e per questo spazio e tempo divengono universali) all'improvviso, nel tran-tran quotidiano (tanto è vero che il primo ad essere colpito è un uomo fermo ad un semaforo), esplode un'epidemia di CECITÀ.
Una cecità contagiosa che si trasmette non si sa come.
Il Governo correrà immediatamente ai ripari e, pur ignorando in che modo si diffonde l'epidemia, isolerà i primi ciechi (che ben presto diverranno centinaia), in un ex manicomio, impedendo loro qualsiasi contatto con l'esterno.
Questa cecità non solo è più contagiosa e si diffonde più rapidamente di un'influenza, ma per di più è BIANCA.
"E' come essere immersi in un mare di latte ad occhi aperti", dirà uno dei ciechi.
Già…."uno dei ciechi" . Ma chi?
Cosa importa? Sono, (siamo !?!?!?) tutti ciechi. Non solo gli uomini, anche Dio
 (leggete e capirete cosa intendo).
I personaggi del romanzo, infatti, rimarranno sempre "anonimi": niente Bruno, Mario, Lucia, Carla... no, no! Saranno semplicemente il primo cieco, il medico, la ragazza con gli occhiali scuri, il bambino strabico, il vecchio con la benda nera….
Il lettore accompagnerà questi ed altri personaggi guidato dagli occhi della moglie del medico, l'unica misteriosamente scampata al "mal bianco". Ella, infatti, per stare accanto al marito, si unirà agli altri ciechi, nascondendo loro di non aver perso la vista.
Non intendo dirvi cosa accadrà all'interno dell'ex manicomio e poi fuori (perché i reclusi abbandoneranno quella specie di lager e scopriranno che TUTTO IL MONDO è divenuto cieco). Né se recupereranno la vista…
Dovrete avere l'amabilità di leggere il libro.
Vi basti sapere che sarà un autentico inferno.
I ciechi vivranno nell'orrore senza vederlo, gli passeranno accanto forse solo intuendolo.
A chi legge, invece, non andrà altrettanto liscia atteso che quell'orrore lo vedrà attraverso gli occhi della moglie del medico.
E, infatti, il lettore "vedrà" come si perde l'etica, il rispetto, la dignità e come nascono i soprusi e la violenza.
Non sono una campionessa nelle "somiglianze" ma ci trovo un po' dell'ansia, dell'attesa de "Il deserto dei Tartari" di Buzzati e un po' della violenta trasformazione-involuzione dei ragazzi de "Il signore delle mosche" di Golding.
"E' una vecchia abitudine dell'umanità, passare accanto ai morti e non vederli….Non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo…. Ciechi che, pur vedendo, non vedono…. Il mondo è pieno di ciechi vivi". Può sembrare, (ed è di certo), una metafora fin troppo banale e scontata.
Il classico "Non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere" . Ma è magnificamente resa, (e forse la grandezza di uno scrittore sta anche in questo: rendere grande una cosa semplice fino quasi alla banalità).
Tenendo presente che il titolo originale del libro è "Saggio sulla cecità" , probabilmente si capisce meglio l'intento di Saramago che, sono parole sue, dice: "Volevo raccontare le difficoltà che abbiamo a comportarci come esseri razionali, collocando un gruppo umano in una situazione di crisi assoluta. La privazione della vista è, in un certo senso, la privazione della ragione. Quello che racconto in questo libro, STA SUCCEDENDO IN QUALUNQUE PARTE DEL MONDO IN QUESTO MOMENTO".
Insomma : un vero e proprio incubo, angosciante ma bello e ben raccontato.
Due parole sulla punteggiatura: non esiste. Pochi paragrafi, solo punti e virgole e niente virgolette a "circoscrivere" il racconto diretto. In altri termini : tutto di fila, tutto di un fiato.
Proprio come si legge il romanzo.






CECITÀ di José Saramago
© Einaudi - pag. 316
Genere: drammatico
A cura di Chebarbachenoia (2006)




Cecità

«C'era un vecchio con una benda nera su un occhio, un ragazzino che sembrava strabico [...] una giovane dagli occhiali scuri, altre due persone senza alcun segno visibile, ma nessun cieco, i ciechi non vanno dall'oculista»

Cecità (titolo originale, in lingua portogheseEnsaio sobre a Cegueira, Saggio sulla cecità) è un romanzo dello scrittore e premio Nobel per la letteratura portoghese José Saramago, pubblicato nel 1995. In Italia, il titolo è stato tradotto eliminando parte di quello in lingua originale per esigenze editoriali; si è ritenuto infatti che Saggio sulla cecità avrebbe scoraggiato i lettori.
In un romanzo successivo di Saramago, Saggio sulla lucidità, si ritrovano personaggi presenti in Cecità. I fatti raccontati nei due romanzi sono legati, al punto che Saggio sulla lucidità può essere considerato come il "seguito" di Cecità.

In una città mai nominata, un automobilista fermo al semaforo si accorge di essere diventato improvvisamente cieco. La sua malattia, però, è peculiare: infatti egli vede tutto bianco. Tornato a casa con l'aiuto di un altro uomo (che ben presto si rivelerà un ladro) racconta l'accaduto a sua moglie. I due si recano da un medico specialista, dove trovano un vecchio con una benda nera su un occhio, un ragazzino che sembrava strabico, accompagnato da una donna e una ragazza dagli occhiali scuri.

Il medico, dopo aver esaminato l'uomo (che, nel seguito della storia, sarà chiamato il primo cieco), si accorge di non avere spiegazioni per quella improvvisa cecità. Ben presto, però, la cecità comincia a diffondersi. Il ladro di automobiliil medicola moglie del primo cieco, sono tutti colpiti dalla strana malattia. La moglie del medico sembra l'unica a non essere contagiata. L'epidemia si diffonde in tutta la città e il governo del paese decide, provvisoriamente, di rinchiudere i gruppi di ciechi in vari edifici, allo scopo di evitare il contagio. Ogni giorno le guardie avrebbero fornito il cibo agli internati.
« Fra i ciechi c'era una donna che dava l'impressione di trovarsi contemporaneamente dappertutto, aiutando a caricare, comportandosi come se guidasse gli uomini, cosa evidentemente impossibile per una cieca, e più di una volta, o per caso o di proposito, si girò verso l'ala dei contagiati »
Il medicola moglie del medico (l'unica dotata della vista), il primo cieco e sua moglie, la ragazza dagli occhiali scuriil ladro di automobili e il ragazzino strabico si ritrovano tutti nello stesso edificio, un ex manicomio. Inizialmente, la distribuzione degli alimenti avviene regolarmente, ma ben presto i ciechi si ritrovano abbandonati, perché la cecità si diffonde anche tra i soldati e i politici, fino a colpire tutto il paese (tranne la moglie del medico). All'interno del manicomio, inoltre, un gruppo di ciechi (i "ciechi malvagi") si impossessa di tutte le razioni di cibo provenienti dall'esterno per poter ricattare gli altri malati e ottenere potere e altri vantaggi, compresi rapporti sessuali con le donne. Proprio durante uno di questi stupri collettivi, la moglie del medico uccide il capo dei "ciechi malvagi". Nel tentativo di rendere inoffensivi questi ultimi, un'altra donna dà fuoco ad un mucchio di coperte nella loro camerata, ma il fuoco si diffonde e finisce per avvolgere tutto l'edificio. Molti ciechi muoiono, ma una parte di loro (tra questi, il gruppo della moglie del medico), riesce a uscire all'aria aperta.
All'esterno dell'ex manicomio, la moglie del medico vedrà i risultati dell'epidemia. Morti per le strade, la città in totale abbandono, gruppi di ciechi che occupano le case altrui e lottano l'uno contro l'altro per assicurarsi del cibo. Mentre il gruppo della moglie del medico cerca di organizzare la vita del gruppo, tutti i ciechi guariscono inspiegabilmente, senza alcuna ragione apparente, proprio come all'inizio della vicenda era sopraggiunta l'epidemia.

Stile e tematiche [modifica]

In questa opera, come in altre opere di Saramago, viene utilizzato uno stile che prevede l'assenza di nomi propri per i personaggi, identificati tramite espressioni impersonali (come la ragazza dagli occhiali scuriil vecchio con la benda e il ragazzino strabico, e così via). I dialoghi non sono introdotti dai due punti, né vengono utilizzate le virgolette. I dialoghi vedono le frasi dei vari partecipanti separate da una virgola, seguita da una parola che inizia con una lettera maiuscola.
« Il medico gli domandò, Non le era mai accaduto prima, voglio dire, la stessa cosa di adesso, o qualcosa di simile, Mai , dottore, io non porto neanche gli occhiali »
(Un esempio di come si svolgono i dialoghi nell'opera)
Il tema fondamentale del romanzo è quello dell'indifferenza, che esplode con il dilagare della cecità, ma che era già presente prima degli avvenimenti in questione.
« Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono »
(La moglie del medico)
Lo stesso scrittore, nel discorso fatto in seguito all'assegnazione del Premio Nobel, ha sottolineato come la società contemporanea sia cieca poiché si è perso il senso di solidarietà fra le persone.
Inoltre, il romanzo indaga a fondo la nostra società e le sue strutture di potere; essendo ambientato in un tempo e un luogo indefiniti, questa vicenda può riguardare chiunque. Durante la reclusione dei malati nel manicomio, infatti, essi si ritrovano in una situazione che ha fatto tabula rasa di tutte le condizioni sociali precedenti, lasciando loro la libertà di una organizzazione nuova e più equa, etica. Il pessimismo antropologico dell'autore, però, non fa sì che gli internati creino una società idillica, ma che attuino invece una regressione, che li porta a vivere in uno stato di natura hobbesiano in cui l'unica legge che conta è quella del più forte, e in cui viene messa in atto una guerra di tutti contro tutti per la sopravvivenza. L'unica organizzazione possibile risulta essere una dittatura di pochi che, tramite la violenza, tengono in scacco la maggior parte dei malati.
Nell'episodio del razionamento del cibo da parte dei ciechi malvagi si può inoltre notare la profonda riflessione dell'autore riguardo al problema della fame nel mondo: i ciechi malvagi infatti tengono gli altri internati in uno stato di fame perenne, accentrando nella loro camerata tutti i cibi che vengono portati dall'esterno e lasciando deperire quelli che per loro sono di troppo: la fame nella struttura non è dunque dovuta ad una mancanza reale di cibo, quanto piuttosto alla brutalità e all'egoismo di chi detiene il potere di distribuirlo.
Infine, fra i personaggi del romanzo non si sviluppa mai una vera solidarietà, che rimane circoscritta alle donne, le quali, in seguito al trauma collettivo dello stupro da parte dei ciechi malvagi, formano un nuovo noi, una comunità che assume una valenza salvifica nella figura della moglie del medico. Nonostante questo sia il personaggio più positivo della vicenda, però, anch'essa si macchia di alcuni crimini legati alla necessità della sopravvivenza, benché, nel suo caso, questi non siano rivolti solo alla sua persona ma al gruppo di cui ha deciso di farsi carico.

http://it.wikipedia.org/wiki/Cecit%C3%A0_(romanzo)





Duro? No. Sono fragile, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto.
José Saramago. Lucernario


Se questo è sovversivo, tutto è sovversivo, persino respirare
Io sento e penso proprio come respiro, con la stessa naturalezza, la stessa necessità. 
Se gli uomini si odieranno, non si potrà fare nulla. Saremo tutti vittime degli odi
Ci uccideremo tutti nelle guerre che non desideriamo e di cui non siamo responsabili. 
Ci agiteranno davanti agli occhi una bandiera, ci riempiranno le orecchie di parole. 
E per che cosa, in definitiva? Per creare la semente di una nuova guerra, per creare nuovi odi, per creare nuove bandiere e nuove parole. E' per questo che viviamo? Per fare figli e lanciarli nella fornace? Per costruire città e raderle al suolo? Per desiderare la pace e avere la guerra? 
E l'amore sarà la soluzione a tutto questo? - domandò Abel, sorridendo con una tristezza in cui c'era una punta di ironia. - Non lo so. E' l'unica cosa che ancora non si è sperimentata... 
José Saramago, Lucernario



Ho cominciato a vivere così per capriccio, ho continuato per convinzione e continuo per curiosità.|
«Ma perchè vive così? Scusi se sono indiscreto…» «Non è indiscreto. Vivo così perchè lo voglio. Vivo così perchè non voglio vivere in un altro modo. La vita come la intendono gli altri per me non ha valore. Non mi piace essere intrappolato e la vita è un polpo dai mille tentacoli. Uno solo basta per imprigionare un uomo. Quando mi sento imprigionato, io taglio il tentacolo. A volte fa male, ma non c’è altro modo. Capisce?» «Capisco benissimo. Ma questo non porta a niente di utile.» «L’utilità non mi preoccupa.» «Sicuramente avrà avuto dei dispiaceri…» «Ho fatto il possibile perchè non accadesse. Ma quando è accaduto, non ho esitato». «È duro!» «Duro? No. Sono fragile, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto». «Finchè un giorno… Io sono vecchio. Ho una certa esperienza…» «Anche io». «Ma la mia è l’esperienza di anni…» «E che cosa le dice?» «Che la vita ha molti tentacoli, come ha detto lei poco fa. E per quanti se ne taglino, ce n’è sempre uno che resta e che finisce per acchiapparla». «Ho cominciato a vivere così per capriccio, ho continuato per convinzione e continuo per curiosità». «Non capisco. «Ora capirà. Ho la sensazione che la vita sia lì, dietro una tenda, a farsi risate dei nostri sforzi per conoscerla. Io voglio conoscerla». Silvestre accennò un sorriso tenero, in cui c’era una punta di scoramento: «C’è tanto da fare al di qua della tenda, amico mio… Anche se vivesse mille anni e avesse le esperienze di tutti gli uomini, non riuscirebbe a conoscere la vita!»
José Saramago, da Lucernaio



“Lucernario”: il Saramago che mancava





Alla fine Abel, sempre in giro per stanze in subaffitto, dovrà trasferirsi nuovamente per evitare pettegolezzi su uno scandaluccio sessuale fra dirimpettai. Anche nella Bibbia il pastore Abele rappresenta il nomadismo che lo stanziale Caino deve eliminare per affermarsi. Qui i caini condòmini di Saramago, pur nelle loro grette miserie, già si rivelano capaci di una strana forma di coerenza, tale che anche Abel dovrà cercarsi un nuovo percorso etico, una terza via fra la sua rivolta solipsistica e l’universalismo umanitario del ciabattino. «Chi le prende, se non le ha date ancora, le darà un giorno», dice nelle ultime pagine.

Forse questo Abele, che vuol smetterla di prenderle o di stare a guardare mentre altri le prendono, sta già meditando di diventare suo fratello, il ribelle metafisico dell’ultimo romanzo di Saramago, scritto quasi sessant’anni dopo. «In my beginning is my end... In my end is my beginning», direbbe T. S. Eliot.







http://www.booksblog.it/post/8211/claraboia-romanzo-inedito-di-jose-saramago-pubblicato-in-ebook-e-poi-in-cartaceo





Il 16 novembre 1922 nasceva José Saramago.

Josè Saramago. IL POETA VISIONARIO ED ERETICO

Scomodo, eretico e dissidente in tutta la sua vita e nella sua intera produzione, il maestro di Azinhaga ha scolpito capolavori destinati a scuotere la coscienza individuale e collettiva per decenni.
DI PIER FRANCESCO MICCICHÈ - 16 FEBBRAIO 2015
L'Intellettuale Dissidente - Unico premio Nobel nella storia del Portogallo, José de Sousa Saramago nasce in una piccolissima frazione del comune di Golegã nel 1922, quattro anni prima del colpo di stato che avrebbe condotto il paese sotto il dispotismo fascista di Antonio Salazar. Sono anni difficili per la nazione ed in particolare per la famiglia dello scrittore che, costretto ad abbandonare gli studi tecnici, si dedica ad occupazioni precarie di ogni tipo (fabbro, meccanico, disegnatore) prima di divenire direttore di produzione nel campo dell’editoria. Saramago è convinto oppositore della dittatura, ed è costretto a subire la censura di Salazar prima come giornalista poi come autore, con il primo romanzo -presto ripudiato- Terra del peccato. Si iscrive poi clandestinamente al Partito Comunista, riuscendo ripetutamente ad evitare la cattura. Pubblica alcune raccolte di poesia, dedicandosi infine – a partire dalla Rivoluzione dei Garofani (1974)- interamente alla scrittura di romanzi e alla formazione di un nuovo stile magistrale destinato a segnare inevitabilmente la futura letteratura europea. Ma è solo negli anni novanta che giunge il riconoscimento internazionale per la sua opera, con capolavori quali CecitàIl vangelo secondo Gesù Cristo e Storia dell’assedio di Lisbona. Nel 1998 l’Accademia Reale delle scienze decide di consegnare il più alto riconoscimento per la letteratura proprio a Saramago “che con parabole sostenute da immaginazione, compassione e ironia ci permette ancora una volta di afferrare una realtà illusoria”, come recita la motivazione ufficiale.

Saramago è stato spesso accusato di antisemitismo per non aver esitato a paragonare gli orrori del massacro palestinese da parte degli israeliani a quelli di Auschwitz, oltre a essere stato al centro di significative polemiche con la chiesa cattolica per aver dichiarato manifestamente il suo ateismo in alcune delle opere più controverse (da alcuni espressamente definite blasfeme) quali Caino e Il vangelo secondo Gesù Cristo. All’esplicito rifiuto della possibile candidatura di quest’ultimo romanzo ad un importante premio letterario europeo, l’autore portoghese risponde con l’esilio volontario alle Canarie, dove morirà tempo dopo per un malore all’età di ottantasette anni. Ma le polemiche del genio eretico investirono anche casa nostra quando, dopo aver più volte criticato dal suo diario virtuale l’attività dell’allora presidente Silvio Berlusconi, l’Einaudi (allora di proprietà dello stesso imprenditore) decise di non pubblicare Il quaderno, raccolta degli scritti sul suo Blog. La totalità dei diritti editoriali dell’opera di Saramago passerà successivamente alla Feltrinelli.

Tecnicamente la sua produzione è caratterizzata da un uso assolutamente irrituale della punteggiatura, da frasi dalla lunghezza anticonvenzionale e dalla totale assenza di virgolette durante i dialoghi, separati tutt’al più da virgole. Ma è soprattutto nel contenuto e nella dipanazione del processo narrativo che Saramago mostra la sua geniale invenzione dissidente, allorché ci presenta i personaggi attraverso un’umanità denudata da qualsiasi finzione o ipocrisia letteraria, nelle grandi imprese come nei piccoli gesti, nell’Eden cristiano come nel misterioso e macroscopico “Centro” de La caverna, incarnazione metaforica e straordinaria di una globalizzazione che inghiotte gli individui e la loro humanitas. I romanzi del premio Nobel di Azinhaga offrono una prospettiva immanente di vicende e storie altrimenti narrate con asetticismo biografico o viceversa, attraverso una finzione e una spettacolarizzazione quasi cinematografica. È ciò che avviene, infatti, nell’unica interpretazione (se si trascura “Enemy” tratto da L’Uomo duplicato) su pellicola mai realizzata di una sua opera, Blindness (Cecità), espressamente lontana da quell’ironico ma compassionevole ritratto dell’umanità che rende invece il romanzo di riferimento un capolavoro. La filosofia di Saramago a tratti Hobbesiana, talvolta espressamente Platonica come ne La caverna) trova spesso origine in un evento o in una situazione inaspettati, e che per questo costringono a riadattare i propri parametri di valutazione e ad acquisire una coscienza disillusa, e purtuttavia leggera e quasi distante da quella stessa concretezza dei fatti in cui precedentemente si era stati calati.

Ed è proprio un apologia del pensiero l’ultimo messaggio lasciato sul suo blog, la mattina della morte. “Penso che la società di oggi abbia bisogno di filosofia. Filosofia come spazio, luogo, metodo di riflessione, che può anche non avere un obiettivo concreto, come la scienza, che avanza per raggiungere nuovi obiettivi. Ci manca riflessione, abbiamo bisogno del lavoro di pensare, e mi sembra che, senza idee, non andiamo da nessuna parte”.

http://www.lintellettualedissidente.it/homines/jose-saramago/





Il 16 novembre 1922 nasceva José Saramago.

Le religioni, tutte, senza eccezione, non serviranno mai per avvicinare e riconciliare gli uomini e, al contrario, sono state e continuano a essere causa di sofferenze inenarrabili, di stragi, di mostruose violenze fisiche e spirituali che costituiscono uno dei più tenebrosi capitoli della misera storia umana.
José Saramago


"Ratzinger è nulla più che un dettaglio. Un dettaglio di una istituzione mastodontica che pesa come un macigno sulla coscienza dell’uomo. Che Ratzinger abbia il coraggio di invocare Dio per rafforzare le sue mire di un neo-medievalismo universale, un Dio che non ha mai visto, con il quale non si è mai seduto a prendere un caffè, dimostra solamente l’assoluto cinismo intellettuale del personaggio. Mi sono sempre considerato un ateo tranquillo perché l’ateismo come militanza pubblica mi sembrava qualcosa di inutile, ma ora sto cambiando idea. Alle insolenze reazionarie della Chiesa Cattolica bisogna rispondere con l’insolenza dell’intelligenza viva, del buon senso, della parola responsabile. Non possiamo permettere che la verità venga offesa ogni giorno dai presunti rappresentati di Dio in terra ai quali in realtà interessa solo il potereAlla Chiesa nulla importa del destino delle anime, quello che ha sempre voluto è il controllo sui corpi. La ragione può essere una morale. Usiamola."
Josè Saramago


Ci sarebbe da essere grati se la Chiesa Cattolica Apostolica Romana smettesse di
 intromettersi in quello che non la riguarda, cioè, la vita civile e la vita privata delle persone.
José Saramago. L'ultimo quaderno, 2010


Dimentichiamo troppo spesso che gli uomini sono fatti di carne facilmente rassegnataÈ dall'infanzia che i maestri ci parlano di martiri, che diedero esempi di civiltà e di morale a loro spese, ma non ci dicono quanto doloroso fu il martirio, la tortura. Tutto rimane in astratto, filtrato come se guardassimo, a Roma, la scena attraverso spesse pareti di vetro che ammortizzano i suoni, e le immagini perdessero la violenza del gesto per opera, grazia e potere di rifrazione. E allora possiamo dirci tranquillamente l'un l'altro che Giordano Bruno fu bruciato. Se gridò, non lo sentiamo. E se non lo sentiamo, dove sta il dolore?
 José Saramago



Caino
José Saramago

Quando il signore, noto anche come dio, si accorse che ad adamo ed eva, perfetti in tutto ciò che presentavano alla vista, non usciva di bocca una parola né emettevano un sia pur semplice suono primario, dovette prendersela con se stesso, dato che non c'era nessun altro nel giardino dell'eden cui poter dare la responsabilità di quella mancanza gravissima, quando gli altri animali, tutti quanti prodotti, proprio come i due esseri umani, del sia-fatto divino, chi con muggiti e ruggiti, chi con grugniti, cinguettii, fischi e schiamazzi, godevano già di voce propria. In un accesso d'ira, sorprendente in chi avrebbe potuto risolvere tutto con un altro rapido fiat, corse dalla coppia e, uno dopo l'altro, senza riflessioni e senza mezze misure, gli cacciò in gola la lingua. Dagli scritti a cui sono stati via via, nel corso dei tempi, consegnati un po' a caso gli avvenimenti di queste epoche remote, vuoi di possibile certificazione canonica futura о frutto d'immaginazioni apocrife e irrimediabilmente eretiche, non si chiarifica il dubbio su che lingua sarà stata, se il muscolo flessibile e umido che si muove e rimuove nel cavo orale e a volte anche fuori, о la parola, detta anche idioma, di cui il signore si era deprecabilmente dimenticato e che ignoriamo quale fosse, dato che non ne è rimasta la minima traccia, neppure un semplice cuore inciso sulla corteccia di un albero con una legenda sentimentale, qualcosa sul tipo ti-amo, Eva. Siccome una cosa, teoricamente, non dovrebbe andare senza l'altra, è probabile che un secondo fine del violento spintone dato dal signore alle lingue mute dei suoi rampolli fosse di metterle in contatto con le interiorità più profonde dell'essere corporale, le cosiddette parti scomode dell'essere, perché in avvenire, ormai con qualche cognizione di causa, potessero parlare della loro oscura e labirintica confusione alla cui finestra, la bocca, già cominciavano a spuntare. Tutto può essere. Chiaramente, per uno scrupolo da buon artefice che andava unicamente a suo favore, oltre che compensare con la dovuta umiltà la precedente negligenza, il signore volle accertarsi che l'errore fosse stato corretto, e quindi domandò ad Adamo, Tu, come ti chiami, e l'uomo rispose, Sono adamo, tuo primogenito, signore. Il creatore, poi, si rivolse alla donna, E tu, come ti chiami tu, Sono eva, signore, la prima dama, rispose lei superfluamente, dato che altre non ce n'erano. Il signore si ritenne soddisfatto, si congedò con un paterno Arrivederci, e riprese la sua vita. Allora, per la prima volta, adamo disse a eva, Andiamo a letto.
Set, il terzogenito della famiglia, verrà al mondo solo centotrent'anni dopo, non perché la gravidanza materna richiedesse tanto tempo per ultimare la fabbricazione di un nuovo discendente, ma perché le gonadi del padre e della madre, i testicoli e l'utero rispettivamente, avevano tardato più di un secolo a maturare e a sviluppare sufficiente potenza generativa. C'è da dire ai precipitosi che il fiat ci fu una volta e mai più, che un uomo e una donna non sono mica delle macchine automatiche, gli ormoni sono una cosa piuttosto complicata, non si producono così da un giorno all'altro, non si trovano in farmacia né al supermercato, bisogna dare tempo al tempo. Prima di set erano venuti al mondo, a breve intervallo di tempo fra l'uno e l'altro, dapprima caino e poi abele. Quello cui non si può non fare immediatamente cenno è la profonda noia che erano stati tanti anni senza vicini, senza distrazioni, senza un bambino lì a gattonare tra la cucina e il salotto, senz'altre visite al di fuori di quelle del signore, e anche queste rarissime e brevi, intervallate da lunghi periodi di assenza, dieci, quindici, venti, cinquant'anni, immaginiamo che poco ci sarà mancato che i solitari occupanti del paradiso terrestre si vedessero come dei poveri orfanelli abbandonati nella foresta dell'universo, ancorché non sarebbero stati in grado di spiegare cosa fosse questa storia di orfani e abbandoni. E pur vero che, un giorno sì, un giorno no, e anche quel giorno no con altissima frequenza sì, adamo diceva a eva, Andiamo a letto, ma la routine coniugale, aggravata, nel loro caso, da nessuna varietà nelle posizioni per mancanza di esperienza, già allora si dimostrò altrettanto di un'invasione di tarli lì a rodere le travature della casa. All'esterno, salvo un po' di polverina che fuoriesce qua e là da minuscoli orifizi, l'attentato si coglie a stento, ma all'interno la processione è ben altra, non ci vorrà molto che venga giù tutto ciò che era parso tanto solido. In situazioni del genere, c'è chi sostiene che la nascita di un figlio può avere effetti rivitalizzanti, se non della libido, che è opera di chimiche assai più complesse che imparare a cambiare un pannolino, almeno dei sentimenti, il che, bisogna riconoscerlo, già non è poco. Quanto al signore e alle sue visite sporadiche, la prima fu per vedere se adamo ed eva avevano avuto problemi nell'installazione domestica, la seconda per sapere se avevano tratto qualche beneficio dall'esperienza della vita campestre e la terza per avvisare che tanto presto non si aspettava di tornare, giacché aveva da far la ronda negli altri paradisi esistenti nello spazio celeste. In effetti, sarebbe riapparso solo molto più tardi, in una data di cui non è rimasta traccia, per scacciare la sventurata coppia dal giardino dell'eden per il nefando crimine di aver mangiato del frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male. Questo episodio, che diede origine alla prima definizione di un peccato originale fino ad allora ignorato, non è mai stato ben spiegato. In primo luogo, persino l'intelligenza più rudimentale non avrebbe alcuna difficoltà a com [...]
José Saramago

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