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venerdì 17 ottobre 2014

Istituto Tavistock. Se si distrugge il senso di identità reale di una persona, la si potrà manipolare come un bambino. Attaccando l'identità sovrana di un membro di un gruppo, questa persona consegnerà la sua sovranità al gruppo e potrà essere influenzata a lottare per gli obiettivi predeterminati.


"Se si distrugge il senso di identità reale di una persona, la si potrà manipolare come un bambino. Attaccando l'identità sovrana di un membro di un gruppo, questa persona consegnerà la sua sovranità al gruppo e potrà essere influenzata a lottare per gli obiettivi predeterminati."
Daniel Estulin, L'Istituto Tavistock


"Il miglior ipnotizzatore è una scatola rettangolare collocata in un angolo della stanza, che dice alla gente in che cosa deve credere; può darsi che ancora non lo sappiate, ma ogni volta che accendete questa bambinaia con un solo occhio, si tenta di formare e plasmare la vostra mente. La televisione ha assunto il ruolo di genitore surrogato, si è trasformata in moralizzatore: ha iniziato a dire alla gente che cosa deve o non deve fare. Ha fornito il mezzo ideale per creare una cultura omogenea, una cultura di massa, tramite la quale è possibile manipolare e controllare le persone e portarle a pensare tutte alla stessa maniera. Sogniamo come in tv, parliamo come in tv, ci vestiamo e agiamo come in tv. La televisione provoca nella gente una sospensione del senso critico, perchè la combinazione di immagini e suoni la situa in uno stato onirico, che limita la capacità cognitiva. Ha un effetto dissociativo sulle capacità mentali e fa si che la gente sia meno in grado di pensare razionalmente. Gli spettatori, abituandosi a sei ore o più di tv al giorno, cedono la capacità di ragionare alle immagini e ai suoni che escono dal televisore. La televisione non si occupa della "verità", ma della creazione di una "realtà". L'obiettivo dei "lava-cervelli" è rendere ogni generazione più infantile, più animale, più amorale e quindi più facilmente controllabile. Il successo della pubblicità moderna, è il riflesso di una cultura che ha preferito l'illusione alla realtà."
Daniel Estulin, L'Istituto Tavistock



"Quante persone capiscono che la percezione della maggioranza, soprattutto sul terreno della politica, è una cosa non spontanea, bensì accortamente manipolata e imposta loro dagli "uomini dietro il sipario"? La maggioranza delle persone non lo sa e certamente ciò è anche una conseguenza del lavaggio dei cervelli. La maggioranza degli americani e degli europei si informa su ciò che succede nel mondo attraverso la televisione controllata dallo Stato, con l'idea erronea che i giornalisti abbiano la missione di servire il pubblico. In realtà i giornalisti non servono il pubblico; i giornalisti sono dei salariati che servono i proprietari dei mass-media, le cui azioni sono quotate a Wall Street. Tutti i notiziari del mondo occidentale seguono lo stesso modello linguistico: verbi semplici, molti nomi e ben poche frasi lunghe. Frasi brevi, vocabolario semplice; in altri termini: frasi a effetto. Non viene stimolato alcun pensiero creativo; si cerca non di impegnare la mente, ma di imprimere un'immagine nel cervello di una persona. Considerato come vengono date le notizie, possiamo dire di riuscire, almeno talvolta, a riflettere attentamente su qualcuna di esse? Evidentemente no. Al contrario, vediamo la parte informativa e ci limitiamo ad assorbire l'informazione nella forma in cui ci viene presentata."
Daniel Estulin, L'Istituto Tavistock



"Ritengo che il nostro inconscio personale, come l’inconscio collettivo, sia formato da un numero indefinito, perché sconosciuto, di complessi o personalità parziali. Questa idea spiega parecchie cose. Spiega per esempio il semplice fatto che un poeta abbia la capacità di drammatizzare e personificare i suoi contenuti psichici. Quando crea un personaggio sul palcoscenico, in una poesia, in un dramma o in un romanzo, crede che si tratti semplicemente di un prodotto della sua immaginazione, mentre, per qualche via misteriosa,quel personaggio si è creato da solo. Ogni romanziere o scrittore negherà che i suoi personaggi abbiano un significato psicologico, ma in realtà voi sapete bene che ce l’hanno.
Perciò, studiando i personaggi che crea, si può leggere nella mente di uno scrittore."
Carl Gustav Jung,  Terza Conferenza alla Tavistock Clinic di Londra


"Quando ho in analisi un individuo, devo stare estremamente attento a non travolgerlo con le mie convinzioni o con la mia personalità, poiché egli deve combattere la sua battaglia solitaria nella vita e deve poter aver fiducia nelle proprie armi, siano anche rozze e incomplete e nella sua meta, anche se fosse molto lontana dalla perfezione. Se gli dico “questo non va bene e bisognerebbe migliorare”, lo privo del suo coraggio. Deve arare il suo campo con un aratro che forse non è del tutto adeguato; il mio potrebbe essere migliore del suo, ma a che gli servirebbe? Lui non ha il mio aratro, ce l’ho io, e non può chiedermelo in prestito. Deve usare i propri utensili, per quanto incompleti, e deve lavorare con le capacità che ha ereditato, per quanto carenti".
C. G. Jung, Quarta conferenza alla Tavistock Clinic



"La pazzia è un concetto assai relativo. Se per esempio un negro si comporta in un certo modo allora diciamo “non è altro che un negro”; se invece un bianco si comporta allo stesso modo diciamo: “quell’uomo è pazzo” perché un bianco non può agire in quel modo … “Essere pazzi” è una figura sociale; noi usiamo restrizioni e definizioni sociali per determinare i disturbi mentali e psichici. Di un uomo si può dire ch’èstrano che agisce in modo diverso da quanto ci si aspetti e che ha idee singolari; se vivesse in una cittadina della Francia o della Svizzera forse si direbbe: “E’ un originale, uno dei più originali di questo piccolo paese”. Se invece mettete quest’uomo nel bel mezzo di Harley Street subito non si tratterà che di un povero pazzo … Ma tutte queste sono semplicemente delle considerazioni sociali. La stessa cosa si può osservare nei manicomi che crescono in modo mostruoso non perché le malattie mentali aumentino di numero in senso assoluto ma perché non siamo più in grado di tollerare individui anormali cosicchè sembra quasi che ci siano molti più pazzi di prima"
Carl Gustav Jung, brano tratto da Psicologia Analitica: le conferenze alla Clinica Tavistock






lunedì 25 agosto 2014

Luigi Zoja. La televisione, secondo Baudrillar, è misura di tutte le cose: di quelle che sono, in quanto le riproduce; di quelle che non sono, in quanto, rappresentandole, le fa esistere.

"La Terra ha circa 4,5 miliardi di anni. Se rappresentiamo questa sorta di eternità come un anno solare, i mammiferi vi compaiono solo a metà dicembre, un protouomo verso le 9 di sera del 31 dicembre, Homo sapiens una decina di minuti prima della mezzanotte, il sapiens sapiens (che ormai possiede i nostri tratti fisici) tre minuti prima del termine e la civiltà neolitica durante l'ultimo minuto. Socrate, Cristo e chiunque per noi sia antico si accalcano nell'ultima manciata di secondi."
Luigi Zoja, Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre, 2000, Bollati Boringhieri pag.27.


"Nell'ultima generazione l'umanità ha bruciato più risorse energetiche di quanto avesse fatto nell'insieme delle generazioni precedenti."
Luigi Zoja, Crescita e colpa - Psicologia e limiti dello sviluppo, 1993 ed. Anabasi pag.235.



La televisione, secondo Baudrillar, è misura di tutte le cose: di quelle che sono, in quanto le riproduce; di quelle che non sono, in quanto, rappresentandole, le fa esistere.
Luigi Zoja, "La morte del prossimo"

"(...) Omero - che fu il più profondo degli psicologi - dice che Zeus manda agli uomini sogni veri e sogni falsi. Intendo dire che non si debbono prendere alla lettera i sogni, gli archetipi, i miti. Dovremmo però essere coscienti della loro influenza su di noi. Prendere sul serio la loro potenza anche se sono irrazionali. Meglio, proprio perché sono irrazionali e sfuggono al nostro controllo, sarebbe bene conoscerli ".(...)"
Luigi Zoja




grazie Ivano, molto interessante e, come viene detto in altri commenti, suscita molte riflessioni sul nostro tempo. Mi è venuto in mente un bel libro di Luigi Zoja, analista junghiano, il cui titolo è "La morte del prossimo"; come si evince dallo stesso titolo parla dell'amore che, complice anche la tecnologia, coltiviamo per il "distante", il non-prossimo. Mi pare che ci sia qualche nesso.



Luigi Zoja, La morte del prossimo
Un libro da leggere e rileggere. Un’analisi profonda, intelligente, di uno psicoanalista che sa uscire dalla stanza della terapia (Zoja è stato presidente dell’Associazione Internazionale di Psicologia Analitica) per osservare il mondo con gli occhi allenati di chi sa, per arte e per mestiere, cogliere i movimenti profondi della psiche.

“La morte del prossimo” è un testo che fa riflettere, fa ripensare agli eventi politici, economici, sociali, che abbiamo vissuto negli ultimi decenni, attraverso una chiave di lettura che aiuta a scendere al di sotto della superficie, uscendo da stereotipi e luoghi comuni, per cogliere i nessi tra mente individuale e mente collettiva. 
Un testo dedicato a Umberto Galimberti, che proprio in questi giorni ha pubblicato “I miti del nostro tempo.

A entrambi gli autori esprimo un sentito ringraziamento. 
Entrambi lavorano per promuovere una consapevolezza risanante, in grado di coniugare mondo interno e mondo esterno.
Sono sicuro che questo libro, come è stato me, può essere di aiuto a molte persone.

Per millenni, un doppio comandamento ha retto la morale ebraico-cristiana: 
ama Dio e ama il prossimo tuo come te stesso.
Alla fine dell'Ottocento, Nietzsche ha annunciato: Dio è morto.
Passato anche il Novecento, non è tempo di dire quel che tutti vediamo? È morto anche il prossimo.

Abbiamo perso anche la seconda parte del comandamento perché sappiamo sempre meno di cosa parla. «Il tuo prossimo» è una cosa molto semplice: la persona che vedi, senti, puoi toccare. La parola ebraica rèa' nel Levitico, e quella greca plesios, nel Vangelo di Luca, vogliono dire proprio questo: l'altro che ti sta vicino. Sia la Bibbia che i Vangeli sinottici non indicano un prossimo astratto, ma il tuo prossimo: quello che ti sta vicino, su cui puoi posare la mano. Tommaso non crede che Gesù sia tornato:-vuole prima vederlo e toccarlo (Giovanni 20.25).

La vicinanza è sempre stata fondamentale. Per questo l'avvicinamento era protetto da riti quasi sacri: il passaggio dal «lei» al «tu», quello dalla stretta di mano all'abbraccio. Spesso gli immigrati ci fanno paura perché, parlando male la nostra lingua, danno subito del tu: sembrano invadenti, vengono troppo vicino.
Col XXI secolo la lontananza e i rapporti mediati dalla tecnica prendono il sopravvento: cosi la ricerca di intimità si riaffaccia in forme contorte. Il bisogno di vicinanza, represso, si traveste di sessualità, o di altri impulsi formalmente permessi.

Cristo non ha modificato il comandamento ebraico: ma ha legato Dio e il prossimo, rendendo assoluto anche l'amore per lui. L'Antico Testamento riguardava i fedeli di Yahweh, non gli altri popoli. La novità del cristianesimo, generosissima ma astratta, è trasformare in prossimo anche l'abitante più lontano della Terra. 

L'amore gli è comunque dovuto: ecco la radice antica di idee moderne come i diritti universali dell'uomo o l'affirmative action. Il Vangelo di Luca sa di non dire una cosa incomprensibile, quando traduce in greco (cioè snazionalizza) la verità ebraica: già da sette-ottocento anni, l'Odissea esprimeva qualcosa di simile (VI, 207-8). «Vengono tutti da Zeus - cioè, per i Greci, dal corrispondente di Dio Padre - gli ospiti e i poveri. E un dono, anche piccolo, è caro» aveva detto Nausicaa, antenata di Maria Maddalena per sensibilità e dolcezza. Nell'Odissea «dono» è dòsis. La radice indoeuropea do- significa dare ma anche prendere: indica sia l'universalità sia l'equilibrio del rapporto tra prossimi. Non è dunque un caso che, nelle lingue europee, «dose» significhi ancor oggi «giusta quantità».
Donando al prossimo, amando il prossimo, noi rendiamo il dovuto anche a Dio. L'uomo giusto porta ogni giorno offerte a Dio e al prossimo. Per millenni il mondo ebraico-cristiano si è retto su questi due pilastri. Questo mondo ha conquistato il resto del mondo con la forza delle sue armi e della sua economia: se il risultato non è stato un genocidio globale ma una globalizzazione, questo si deve anche alla forza - immensa e globale - del doppio comandamento.

Ma la società di oggi è laica. Alla fine dell'Ottocento, il grido sconvolgente di Nietzsche si è sparso sulla Terra: «Dio è morto». Anche chi non ama Nietzsche ha dovuto riconoscerlo come profeta: durante il Novecento, nel mondo ebraico-cristiano le persone religiose da maggioranza sono diventate minoranza. E, anche per questa minoranza, la fede è diventata soprattutto un fatto privato, come la scelta di una filosofia, di una convinzione politica, addirittura di un amore.

La società retta da due pilastri non ha avuto più equilibrio da quando uno è crollato. La morte di Dio ha svuotato il cielo. Ma niente resiste al risucchio del vuoto. Lo spazio celeste è stato riempito con l'assunzione dei miracoli della scienza e dell'economia fra le divinità, con l'elevazione alle stelle del desiderio personale. 

Troppo spesso si dimentica che desiderare significa proprio questo: smettere (de-) di affidarsi agli astri (sidera), farne a meno, sostituirsi al cielo.

Continuiamo ad aver bisogno di adorare qualcuno, ma il posto di Dio è preso dall'uomo e dalle sue opere. 

Insieme, sono elevate a modello e scopo per gli altri uomini. L'uomo ideale è trasfigurato, divinizzato. Di conseguenza, non è più un uomo vicino. Non è più una vista: è una visione. Ecco l'origine del culto delle persone famose, delle celebrities. Naturalmente le persone vicine continuano a esistere, ma la loro banale imperfezione le rende più estranee di un tempo.
Non è un caso se, alla fine dell'Ottocento, Freud inventa la psicoanalisi, che si diffonde prepotentemente nel secolo xx. L'isolamento avanza. Le persone più sensibili sono lacerate da una sofferenza cui si assegna il nome di nevrosi. Attraverso la psicoanalisi ricostruiranno un rapporto umano, non con un prossimo ma con un professionista. Il loro bisogno di vicinanza è così violento che crea un eccesso di intimità con lui: questo è chiamato transfert e considerato a sua volta nevrotico. Freud suggerisce tecniche per contenerlo. Fa stendere il paziente su un divano per allontanare il suo sguardo.
Col volgere del secolo xx in secolo xxi cede in modo irrimediabile anche il secondo pilastro del comandamento: l'uomo metropolitano si sente sempre più circondato da estranei. E dunque tempo di pensare al sequel di Nietzsche, e dirci apertamente che è scomparso anche il prossimo. I tempi seguenti alla «morte di Dio» sono stati a volte detti post-teologici o post-religiosi. Per quelli attuali non si è ancora trovato un nome. Una sgradita possibilità sarebbe «post-umano».
http://www.mauroscardovelli.com/EPC/Economia,_politica_e_cultura/Zoja.html



La morte del prossimo di Luigi Zoja.
"Prima scena. 
La cassiera del supermercato tiene lo sguardo fisso davanti a sé, poi lo abbassa verso la macchina con cui legge i codici a barre dei prodotti. Il cliente le allunga una banconota da 500 euro; la donna fa segno di no con la testa. Aspetta che il cliente le dia un taglio più piccolo. Intanto continua a guardare altrove. 

Seconda scena. 
Lo scompartimento del treno, un tempo una piccola stanza dentro il vagone, retaggio del tempo in cui le carrozze erano trainate da cavalli, è colmo di persone. Molti indossano le cuffie dell’iPod, altri sono chini sul computer oppure stanno telefonando al cellulare. 

Questi sono solo due esempi di quella che lo psicoanalista junghiano Luigi Zoja definisce nel suo nuovo libro La morte del prossimo (Einaudi), un evento che sembra segnare le società occidentali globalizzate. 

La parola greca che indica il «prossimo» è plesíos, letteralmente: «l’altro che ci sta vicino», ovvero la persona che senti, che vedi, che puoi toccare. Il doppio comandamento su cui si è retta per millenni la civiltà ebraico-cristiana, ama Dio e ama il prossimo come te stesso, è diventato difficile rispettare

Non solo perché, come ha sanzionato il XIX secolo, Dio è morto - l’annuncio nicciano è diventato regola pratica per milioni di persone nel corso dell’ultimo secolo -, ma anche perché l’ampliarsi delle dimensioni del mondo rende sempre più problematico sapere chi è davvero il nostro «prossimo». Se la capacità di immedesimarsi nell’altro è stata una delle poche certezze degli uomini occidentali, scrive Henning Ritter in Sventura lontana. Saggio sulla compassione (Adelphi), l’empatia appare ora al tramonto mentre proprio i nuovi mezzi tecnologici rendono sempre più stretto il mondo stesso, avvicinandoci le immagini della sofferenza, portandole ogni giorno nelle nostre case. Lo scrittore Witold Gombrowitz racconta in uno dei suoi diari di aver scorto un giorno su una spiaggia francese degli scarabei rovesciati all’insù, che il sole stava arrostendo, e di aver cercato di rimetterli nella giusta posizione: un insetto, poi un altro, e un altro ancora. Ma la spiaggia appare pullulante di animaletti, e Gombrowitz si rende conto dell’impossibilità a salvarli tutti. Che fare? Ritter ricorda un passo di Papà Goriot di Balzac in cui si narra un apologo: cosa faresti se potessi uccidere un mandarino in Cina con la sola forza della volontà, e diventare ricco? Il problema di stabilire un’etica della vicinanza, e insieme di un’etica della lontananza, è diventato decisivo. Secondo Zoja il circolo vizioso a cui assistiamo è quello del saldarsi dell’indifferenza per il vicino, effetto non secondario delle società di massa, e la scomparsa dei valori tradizionali, così che la morale dell’amore - fondamentale nel cristianesimo - diventa di fatto impossibile per mancanza d’oggetto. E tuttavia, con un curioso feed-back, accade che la prevalenza della lontananza e la mediazione della tecnica nei rapporti interpersonali - si pensi a Facebook e a Messenger - faccia rinascere un bisogno di intimità, ma in forme complicate, persino contorte e perverse. 
Il bisogno di vicinanza negli adolescenti, ma anche nei giovani adulti, spesso si traveste, dice Zoja, di sessualità, o di altri impulsi formalmente permessi. L’occhio, a cui era affidato il compito del contatto con il prossimo, è ora divenuto un produttore di distanza sia attraverso il «palco» - vero totem dello spettacolo come della politica - sia attraverso il monitor. Forse non è un caso che l’invidia sia divenuta uno dei motori della vita sociale, esibita e usata come un vero e proprio propellente nelle relazioni pubbliche e private. Come ricordava qualche giorno fa su queste pagine Antonio Scurati, la televisione è fondata proprio sull’invidia. Invidiare è la base stessa del glamour, come ha indicato John Berger in Questione di sguardi (il Saggiatore): «la felicità di essere invidiati è glamour. Essere invidiati è una forma solitaria di rassicurazione». La spettatrice-compratrice «deve invidiare se stessa per ciò che diventerà se compra il prodotto». Negli Stati Uniti, poi, la maggior parte di cause civili ha un solo destinatario: il vicino. Ai bambini si dà sempre meno il permesso di far visita o giocare con chi vive accanto a noi. La presenza umana appare ancora indispensabile, proprio perché ci sia un rito con trionfatori e perdenti; mentre ciò che non è più indispensabile è appunto il prossimo

Quanto di questo è attribuibile ai nuovi mezzi di comunicazione? 
Secondo Manuel Castells, il sociologo catalano, teorico dei media, il computer e i sistemi di comunicazione non isolano gli individui, ciascuno davanti al suo visore, ma al contrario accrescono la comunicazione, la cui forma prevalente è la democrazia orizzontale

Sarebbe invece la generazione più vecchia, estranea alle nuove tecnologie, cresciuta nella tradizionale cultura umanistica, a tradire un grave imbarazzo di fronte a tutto questo. Zoja appare più scettico, anche se concorda con un fatto con i blog, con la virtualità degli incontri in Internet, si è arrestata l’allontanamento dall’altro che ha caratterizzato il XX secolo. Il prossimo era diventato sempre più una notizia e sempre meno un sentimento, scrive, tuttavia noi soffriamo di una tragica privazione sensoriale del prossimo. Ciò che merita «la nostra compassione, e richiederebbe il nostro amore, è sempre più evidente, ma anche sempre più lontano e sempre più astratto». Da sempre la distanza è stata un ostacolo all’amore, il quale esige la prossimità che lo vivifica. Come si fa ad amare senza conoscere direttamente? L’amore virtuale è ancora amore?" 
(da Marco Belpoliti, Ignora il prossimo tuo, "La Stampa", 21/03/'09)

Pubblicato da Silvana a 9:59 AM  
 
Aldo Palladino
http://bibliogarlasco.blogspot.it/2009/03/la-morte-del-prossimo-di-luigi-zoja.html


Ama il prossimo tuo come te stesso è per noi cristiani
ben più che un comandamento; è il nostro
segno di riconoscimento. O almeno dovrebbe
esserlo. Quando si parla di prossimo ci sentiamo
chiamati sempre in causa, spesso crediamo di
saperne più degli altri e lo diciamo a gran voce.
Ma quante volte nelle poche occasioni che ci sono
concesse per fare un esame attento della nostra
vita, chiediamo, come quel dottore
della Legge nel Vangelo “chi è il mio
prossimo”? E se dovessimo scoprire
che dopo il Dio è morto di Nietzsche, il
Novecento ha ucciso anche il nostro
prossimo?
È proprio questa la domanda che ci
pone Luigi Zoja (psicoanalista di fama
internazionale) con il suo ultimo libro
“La morte del prossimo” (Einaudi
2009). Soltanto una domanda provocatoria?
No, una domanda che l’autore
ci invita a prendere molto sul serio,
perchè riguarda la nostra vita quotidiana
molto più di quanto immaginiamo.
Le 128 pagine del libro cominciano col ricordarci
quali novità l’era tecnologica ha portato nella nostra
vita. Mezzi di trasporto velocissimi, telecomunicazioni,
iPod, megalopoli e tanti altri compagni e scenari
di ogni nostro giorno. Chi scrive ha temuto di
trovarsi di fronte a uno delle decine dei saggi che
planando a mezz’aria tra psicoanalisi e sociologia
affollano le nostre librerie di critiche astratte e ormai
inflazionate sulle ombre della società moderna. Già i primi capitoli però fugano questo pregiudizio,
mantenendo sì un profilo socio-psicologico, ma
analizzando lucidamente e concretamente l’uccisione
della prossimità nella vita dell’uomo del
nostro tempo.
Nessuno può dirsi estraneo a tutto questo. Le centinaia
di persone incontrate ogni giorno sui bus, sui
treni o ai semafori; i compagni di banco nella Messa
domenicale, di cui ci accorgiamo
spesso solo allo scambio della pace.
Anche questi sono il nostro prossimo.
«Il tuo prossimo è una cosa
molto semplice: la persona che vedi,
che senti, puoi toccare».
Quante volte ci capita di sbuffare se
la mattina entriamo nel bus che ci
porta al lavoro e lo troviamo pieno?
Ci infastidisce e innervosisce il contatto
con gli altri, la scomodità, il
chiasso. Quante imprecazioni ci
vengono alla mente nel trovare una
lunga fila al semaforo e nello scoprirci
assediati da decine di automobilisti
infuriati come noi! Eppure esiste
forse per noi più prossimo che questi occasionali
compagni di viaggio? In fondo se dovessimo
adattare la parabola del buon samaritano al nostro
tempo non la collocheremmo forse in una delle
nostre autostrade o nel traffico delle nostre città?
L’autore però non condanna l’uomo del duemila per
questo. Non c’è nessuna malvagità in chi impreca
per il traffico! Ci invita solamente ad aprire gli occhi
su una società che ci promette sempre più prossimità con i lontani e ci allontana sempre più dai
nostri vicini, da coloro che possiamo toccare. Ma
possiamo chiamare “prossimo”, si chiede Zoja, chi
abita a migliaia di chilometri di distanza e che tuttavia
possiamo ascoltare e persino vedere con pochi
click e qualche secondo di attesa? Non è forse una
prossimità troppo comoda, dato che la possiamo
annullare con un solo gesto delle nostre dita? Che
fine ha fatto l’amore del prossimo capitato lì, sulla
nostra strada, “per caso”?
Le pagine del libro saltano continuamente dal presente
al passato, dalla analisi sociologica alla narrazione,
prendendo in prestito Sacre Scritture, storia e
filosofia. Attraverso di esse sono raccontate la solitudine,
la morte morale, l’emarginazione, là dove il
prossimo sbiadisce e muore insieme all’uomo.
L’autore ci conduce per mano a scoprire la continuità
tra le nostre piccole “uccisioni” dei nostri vicini e i
grandi mali della nostra società individualista.
Il Novecento, ci ricorda Zoja, è «stato il secolo dei
“con”». Alla disgregazione dei rapporti umani, specialmente
dopo la Seconda Guerra Mondiale, i cristiani
hanno risposto riscoprendo la comunità, nella
politica si è affermato il comunismo o altrimenti il
conservatorismo. Alla fine tuttavia ha trionfato solo
un “con”, quello del consumismo. Anche le grandi
rivoluzioni annunciate dai movimenti del ‘68 non
hanno lasciato di sè che prodotti commerciali:
musica, film, mode. La si condivida pienamente o
no, l’analisi ha il pregio di dimostrare come anche i
grandi programmi politici, sociali o religiosi volti a
rimettere al centro l’uomo hanno in gran parte fallito.
Le distanze nelle relazioni sono sempre più ampie e la morte del prossimo, sempre più reale.
Quali soluzioni allora? E’ possibile fermare tutto
questo, cercando di “riprenderci” il nostro prossimo?
Se vi sono soluzioni, bisogna scovarle fra le
righe. Ma il fine dell’autore non è dare risposte.
Luigi Zoja ha scritto un bel libro, agile e scorrevole,
che intende solamente invitarci a porci ogni giorno
la irrinunciabile domanda: chi è il mio prossimo?
recensioni di Andrea Iurato*

*Segretario Nazionale della Fuci
http://www.academia.edu/5408301/LUIGI_ZOJA_-_LA_MORTE_DEL_PROSSIMO


venerdì 14 giugno 2013

Jean Baudriallard. La grande questione filosofica era: "Perché c'è qualcosa piuttosto che nulla?". Oggi, la vera questione è: "Perché c'è niente piuttosto che qualcosa?". (.......) Fortunatamente, gli oggetti che ci appaiono sono già da sempre scomparsi. Fortunatamente, nulla ci appare in tempo reale, come le stelle nel cielo notturno. Se la velocità della luce fosse infinita, tutte le stelle si presenterebbero simultaneamente e la volta dl cielo sarebbe di una incandescenza insopportabile


La grande questione filosofica era: "Perché c'è qualcosa piuttosto che nulla?". Oggi, la vera questione è: "Perché c'è niente piuttosto che qualcosa?". (.......) Fortunatamente, gli oggetti che ci appaiono sono già da sempre scomparsi. Fortunatamente, nulla ci appare in tempo reale, come le stelle nel cielo notturno. Se la velocità della luce fosse infinita, tutte le stelle si presenterebbero simultaneamente e la volta dl cielo sarebbe di una incandescenza insopportabile. Fortunatamente, nulla accade in tempo reale, altrimenti saremmo sottomessi, nell'informazione, alla luce di tutti gli eventi e il presente sarebbe di una incandescenza insopportabile. Fortunatamente, viviamo in base a un'illusione vitale, a un'assenza, a un'irrealtà, a una non immediatezza delle cose. Fortunatamente, nulla è istantaneo né simultaneo né contemporaneo. Fortunatamente, nulla è presente né identico a se stesso. Fortunatamente, la realtà non ha luogo. Fortunatamente, il delitto non è mai perfetto.

lunedì 14 gennaio 2013

Mariangela Melato. Odio lo stile della tv che colora tutto rosa shocking: un mondo mostruoso, dove non ci sono rughe, difetti, un mondo senza verità



Odio lo stile della tv che colora tutto rosa shocking: un mondo mostruoso, dove non ci sono rughe, difetti, un mondo senza veritàSono convinta che gli applausi del pubblico allo spettacolo arrivano perché ha il dono della semplicità: sono io con i vestiti di casa, quasi non recito, io con il mio dolore che cerco di raccontare una cosa che mi ha colpito
Mariangela Melato, in una delle ultime interviste



giovedì 19 gennaio 2012

Bukowski. IL GRANDE DIO AVEVA TROPPI CANNONI, PER ME, ERA TROPPO GIUSTO E TROPPO POTENTE. Non volevo essere perdonato o accettato o trovato. VOLEVO QUALCOSA DI MENO, QUALCOSA CHE NON FOSSE TROPPO

Secoli di poesia e siamo sempre al punto di partenza
Charles Hank Bukowski

Quando Dio creò l’amore non ci ha aiutato molto, quando Dio creò i cani non ha aiutato molto i cani, quando Dio creò le piante fu una cosa nella norma, quando Dio creò l’odio ci ha dato una normale cosa utile, quando Dio creò Me creò Me, quando Dio creò la scimmia stava dormendo, quando creò la giraffa era ubriaco, quando creò i narcotici era su di giri e quando creò il suicidio era a terra. Quando creò te distesa a letto sapeva cosa stava facendo, era ubriaco e su di giri e creò le montagne e il mare e il fuoco allo stesso tempo. Ha fatto qualche errore, ma quando creò te distesa a letto fece tutto il Suo Sacro Universo.
Charles Bukowski


Tutti abbiamo sentito la vecchietta che diceva: 'È terribile quello che fanno i giovani a se stessi con la droga", ma poi tu guardi questa vecchietta; è senza occhi, senza bocca, senza culo, senza anima, senza cervello e senza calore umano e ti chiedi come abbiano fatto a ridurla così il tè coi pasticcini e la chiesa.
Charles Hank Bukowski



Duemila anni di cristianità e che abbiamo ottenuto? poliziotti che cercano di tener insieme una merda che va putrefazione, e che altro? guerre a non finire, bombardamenti, grassatori per le strade, rapine, gente accoltellata, tanti pazzi che ne hai perduto il conto, non ci fai più caso lasci che vadano in scorribanda per le strade, in divisa poliziotti, oppure no.
Charles Bukowski, Storie di ordinaria follia, 1972



SPESSO LO STATO DELLA CUCINA RIFLETTE LO STATO DELLA MENTE. Gli uomini confusi e insicuri, d'indole remissiva, sono dei PENSATORILe loro cucine sono come le loro menti, ingombre di rifiuti, stoviglie sporche, impurità, ma essi sono coscienti del loro stato mentale e ne vedono il lato umoristico. A volte, presi da uno slancio focoso, essi sfidano le eterne deità e si danno a metter ordine nel caos, cosa che a volte chiamano creazione; così pure a volte, mezzo sbronzi, si danno a pulire la cucina. Ma ben presto tutto torna nel disordine e loro a brancolare nelle tenebre, bisognosi di pillole e preghiere, di sesso, di fortuna e salvazioneL'UOMO CON LA CUCINA SEMPRE IN ORDINE È, INVECE, UN MANIACO. DIFFIDATENE. LO STATO DELLA SUA CUCINA E QUELLO DELLA SUA MENTE COINCIDONO: costui, così preciso e ordinato, si è in realtà lasciato condizionare dalla vita e la sua mania dell'ordine, dentro e fuori, è solo un avvilente compromesso, un complesso difensivo e consolatorio. Basta che l'ascolti per dieci minuti e capisci che lui, in vita sua, non dirà mai altro che cose insensate e noiose. È un uomo di cemento. Vi sono più uomini di cemento, al mondo, che altri. Sicché: se cerchi un uomo vivo, dà un'occhiata alla sua cucina, prima, e ti risparmierai un sacco di tempo.
Ora, la donna con la cucina sporca è un'altra questione: dal punto di vista maschile. Se non lavora altrove e non ha figli, LA PULIZIA O LA SPORCIZIA DELLA SUA CUCINA SONO QUASI SEMPRE (CON QUALCHE ECCEZIONE) IN PROPORZIONE DIRETTA ALL'AFFETTO CHE NUTRE PER TE. Alcune donne hanno teorie su come salvare il mondo ma non son buone a lavare una tazzina di caffè. Se glielo fai osservare ti rispondono: "lavare tazzine non è importante". Purtroppo, lo è. Specie per un uomo che ha lavorato otto ore filate, magari dieci, con lo straordinario, a una fresa o a un tornio. S'incomincia a salvare il mondo salvando un uomo alla volta. Tutto il resto è magniloquenza romantica o politica.
Charles Bukowski. Storie di ordinaria follia


“[…] Mica potevan limitarsi a dirmi che eran senza sigarette. No. Bisognava mi facessero capire che erano d’un’altra fede, loro. Il tabacco è pei borghesi. Loro andavano invece a Malibù, in qualche baracca, a fumare un po’ d’erba, con gente di presunta avanguardia. Tutti costoro mi fanno pensare, in certo senso, a quelle vecchiette che, all’angolo della via, vendono “La Torre di Guardia." Questi adepti della streppa, LSD, marijuana, eroina, hascish e compagnia bella, hanno la stessa mentalità dei Testimoni di Geova: o sei con noi, amico, o sennò sei fuori, uomo, sei morto, questo è il credo di tutti gli utenti della droga, sfido che vengano arrestati di continuo. Mica son buoni a drogarsi in silenzio, no, devono farlo sapere a tutti che loro fanno parte della consorteria. Inoltre, tendono a collegare la streppa con l’Arte, con il Sesso, con l’ambiente d’avanguardia e del dissenso. Il loro Acido Dio, Timothy Leary, gli dice: “lasciate tutto e seguitemi." poi lui prende in affitto un teatro e gli fa pagare 5 dollari a testa, per andarlo a sentire.” 
Charles Bukowski, Storie di ordinaria follia. Erezioni, eiaculazioni, esibizioni


“Tu credi nella guerra?" Mi domandò il dottore.
“No"
“Sei disposto a andare in guerra?"
“Sì"
(era un’idea pazzesca: mi vedevo saltar fuori di una trincea e andar all’assalto, avanti, finché m’ammazzavano.)
Lui non disse più niente per un pezzo e scriveva su un foglio di carta, poi alzò gli occhi:
“A proposito, Mercoledì abbiamo un party, per i medici e gli artisti, gli scrittori. Io ti posso invitare, vuoi venirci?"
“No"
"All right," disse, “non occorre che ci vai."
“Dove?"
“Alla guerra."
Lo guardai senza fiatare.
“Non credevi che l’avremmo capito, dì, eh?"
“No"
“Consegna questo foglio all’ufficio qui accanto."
Percorsi un corridoio. Il foglio era spillato alla mia cartella. Ne sollevai lembo. Riuscii a leggere "…cela una estrema sensibilità sotto una scorza di indifferenza…"
Che barzelletta, pensai. Perdio! Io, sensibile! Questa poi!
Dunque addio Moyamensing. E è così che io vinsi la guerra.”
Charles Bukowski, Storie di ordinaria follia

Che differenza c'è fra poesia e prosa?
La poesia dice troppo in pochissimo tempo,
la prosa dice poco e ci mette un bel pò.
Charles Bukowski, "Storie di ordinaria follia"


Qualsiasi cosa, del resto, è una perdita e spreco di tempo: tranne fottere di gusto o creare qualcosa di buono o guarire o correr dietro a una specie di fantasma-amore-felicità. Tanto tutti finiamo nel mondezzaio della sconfitta: chiamala morte, chiamala errore. Io non son bravo con le parole. Direi però, dato che tutti ci s'adatta alle circostanze, che certe cose accrescono la tua esperienza, anche se magari non si tratta di saggezza. È possibile peraltro che uno resti per tutta la vita nell'errore, vivendo in uno stato come d'intontimento o di paura. Ne avrete viste, di queste facce. Io ho visto la mia.
Charles Bukowski, "Storie di ordinaria follia" - "Altra storia di cavalli"



“Maledizione, ho pensato, maledizione maledizione maledizione maledizione. La Famiglia, Dio, la Patria, i Soldi. Il Senso di Colpa, e il Dovere. Cristo. Il Peccato. Maledizione, maledizione e maledetti i postumi di sbronza, a sudare sulla croce, con il culo che puzza, le budella che si torcono, il cervello oscurato, la lana in gola, il dolce sonno come unica possibilità, il dolce sonno come unica cura…”
Charles Bukowski, Shakespeare non l’ha mai fatto


Alcune persone vengono al mondo ricche ma tutte se ne vanno senza un soldo. 
Naturalmente per l’artista è diverso: si lascia dietro la sua scia di profumo che alcuni chiamano immortalità e, naturalmente, più è bravo nella sua arte più grande sarà il tanfo che si lascia alle spalle - nei colori, nei suoni, nella pagina stampata, nella pietra e in altre forme. Ma la colpa di questa immortalità è solo di chi vive - si aggrappano a questo tanfo, lo idolatrano. Non è colpa dell’artista. L’artista sa che non appartiene all’immortalità più di quanto è appartenuto alla vita - un lampo fugace, e questo basta: che il prossimo tenti la sorte.” 
Charles Bukowski, Shakespeare non l’ha mai fatto 


IL GRANDE DIO AVEVA TROPPI CANNONI, PER ME, ERA TROPPO GIUSTO E TROPPO POTENTE. Non volevo essere perdonato o accettato o trovato. VOLEVO QUALCOSA DI MENO, QUALCOSA CHE NON FOSSE TROPPO [...]
Charles Bukowski. "Shakespeare non l’ha mai fatto"


Siamo andati a visitare la cattedrale, mi ha abbastanza impressionato, era una costruzione architettonica fantastica, siamo entrati e stava piovendo un po' (fuori), e dentro puzzava un po' di piscia, e l'interno era più stupefacente dell'esterno, saliva e saliva e MI HA FATTO QUASI DESIDERARE DI POTER ACCETTARE IL DIO DEI CRISTIANI INVECE DEI MIEI 17 MINUSCOLI DEI PROTETTORI PERCHÉ UN GRANDE DIO MI AVREBBE AIUTATO A SUPERARE UN MUCCHIO DI PORCHERIE E DI TERRORE E DI DOLORE E DI ORRORE, sarebbe stato più facile e forse persino più ragionevole, mi avrebbe aiutato a capire qualcuna delle puttane con cui ho vissuto e qualcuna delle donne, i lavori monotoni e la mancanza di lavoro, le notti di rabbia e di fame, e suppongo che tutte le persone che sono entrate in quella cattedrale abbiano avuto dei pensieri, e che qualcuno di quei pensieri avrebbe potuto condurle a convertirsi, MA IO, HO PENSATO, SE MI FOSSI CONVERTITO, SE AVESSI CREDUTO, AVREI DOVUTO LASCIARE IL DIAVOLO LAGGIÙ, TUTTO SOLO TRA LE FIAMME, E NON SAREBBE STATO GENTILE DA PARTE MIA, perché negli avvenimenti sportivi quasi sempre faccio il tifo per i perdenti e in quelli spirituali sono colpito dalla stessa malattia, perché non sono un uomo che pensa, seguo ciò che sento, e i miei sentimenti stanno con gli handicappati, i torturati, i dannati e i perduti, non per simpatia ma per fratellanza, perché sono stato uno di loro, perduto, confuso, indecente, meschino, spaventato e codardo; ingiusto, e gentile solo a piccoli lampi e sebbene fossi fregato, sapessi che non serviva a niente, che non curava niente, lo rafforzava soltanto.
Charles Bukowski



Quelli là pensano che per avere un'anima devi essere per forza in croce e sanguinare.
Ti vogliono mezzo matto, che ti sbavi sul davanti della camicia.
Ne ho avuto abbastanza di croci, ne ho le tasche piene.
Se riesco a tenermi alla larga dalla croce,
ho ancora parecchie cose da dire. Troppe....
Charles Bukowski


Cominciai a sentire lo stomaco che andava su e giù.
Mi sentivo male, mi sentivo inutile, triste. Ero innamorato di lei. 
Charles Bukowski


Gli innamorati diventano spesso nervosi, pericolosi. 
Perdono il senso dell'umorismo. 
Diventano irritabili, psicotici e noiosi.
Ammazzano perfino la gente. 
Charles Bukowski


Questa vita è una puttana e probabilmente mi spezzerà il cuore, ma cazzo, sono innamorato.
Va così, rhum e pera, perché ci sono dei momenti forti che ti lasciano l’amaro in bocca, e altri talmente belli da farti dimenticare quel retrogusto sgradevole che ha la vita. […]
Charles Hank Bukowski


Quando Dio...
creò te distesa a letto
sapeva cosa stava facendo
era ubriaco e su di giri
e creò le montagne e il mare e il fuoco
allo stesso tempo
ha fatto qualche errore
ma quando creò te distesa a letto
fece tutto il Suo Sacro Universo
Charles Hank Bukowski



"Non aspettare la donna giusta. non esiste. ci sono donne che riescono a farti provare qualcosa di più col loro corpo e con la loro anima, ma sono esattamente le stesse che ti accoltelleranno proprio sotto gli occhi della folla."
Charles Bukowski, "Birra, fagioli, crackers e sigarette"


Non ho mai trovato un vero amico. Con le donne, ogni volta era una nuova speranza, ma quello succedeva i primi tempi. Lo capii subito, smisi di cercare la 'ragazza dei sogni'; me ne bastava una che non fosse un incubo  
Charles Bukowski


"Sembrava più bella che mai. Una bionda tiziano che scoppiava di vita; il naso un pò troppo berutto, un pò troppo grosso, ma una volta che ci avevi fatto l'abitudine, finivi per amare anche quello. Sentiva il cuore che ticchettava come una bomba ad orologeria in uno sgabuzzino vuoto, era come se qualcuno gli avesse scodellato via le budella e che solo il cuore si trovasse al solito posto, a gemer vuoto."
"Taccuino di un vecchio sporcaccione"
Charles Hank Bukowski


L'amore è una forma di pregiudizio. Si ama quello di cui si ha bisogno, quello che ci fa star bene, quello che ci fa comodo. Come fai a dire che ami una persona, quando al mondo ci sono migliaia di persone che potresti amare di più, se solo le incontrassi? Il fatto è che non le incontri.
Charles Bukowski, Musica per organi caldi, 1983




D'altra parte Eros era figlio di Poros (espediente) e di Penia (povertà)... che ci aspettiamo?



Un uomo deve provare tante donne per trovare l'unica, e se aveva fortuna lei sarebbe stata al suo fianco. Per un uomo sistemarsi con la prima o la seconda donna della vita è comportarsi da ignorante; non ha idea di che cosa sia una donna. Un uomo deve compiere il percorso fino in fondo, e ciò non significa solo andare a letto con le donne, scoparle una volta o due; vuole dire "vivere" con loro per... mesi e anni. Non biasimo gli uomini che hanno paura di una cosa simile, significa mettere l'anima a disposizione di tutte. Naturalmente alcuni uomini si sistemano con una donna, rinunciano, dicono ecco, è il meglio che posso fare. Ce ne sono moltissimi, in effetti la maggior parte delle persone vive sotto la bandiera della tregua: si rende conto che le cose non funzionano in modo proprio perfetto, ma non importa, accontentiamoci, dicono, non serve a niente percorrere di nuovo tutta la trafila, che cosa danno alla tv, stasera? Niente. Bene, guardiamola lo stesso. È meglio che guardarsi in faccia, è meglio che pensare a "quello". La tv tiene insieme più coppie male assortite di quanto non facciano i figli o la chiesa.
Charles Bukowski


Dato che ero nato uomo, impazzivo per tutte le donne, e più erano volgari meglio era. Eppure le donne - le donne che valevano qualcosa - mi spaventavano perché finivano col volere la mia anima, e io volevo tenere per me quello che ne restava. Di solito andavo matto per le prostitute, le donne da poco, perché erano dure e insopportabili e non chiedevano niente. E quando se ne andavano non perdevo niente. Eppure desideravo con tutto me stesso una donna dolce, buona, nonostante il prezzo tremendo che sapevo di dover pagare. In entrambi i casi ero perduto. Un uomo forte avrebbe lasciato perdere. Io non ero forte. E così continuavo a lottare con le donne, con l'idea stessa di donne.
Charles Bukowski, "Donne"



Le feci tener su le scarpe coi tacchi alti. Sono un freak. Il corpo al naturale non lo reggo, ho bisogno di farmi ingannare. Gli psichiatri hanno un termine specifico per questo, ed io ho un termine specifico per gli psichiatri.
Charles Bukowski, "Taccuino di un vecchio sporcaccione"




Attenti ai predicatori
attenti ai sapienti
attenti a quelli che leggono sempre libri
attenti a quelli che o detestano
la povertà o ne sono orgogliosi
attenti a quelli pronti a elogiare
poiché hanno bisogno di elogi in cambio
attenti a quelli veloci nel censurare
perché hanno paura di ciò che non sanno
attenti a quelli che cercano continuamente
la folla; da soli non sono nessuno

attenti agli uomini comuni alle donne comuni
attenti al loro amore il loro è un amore comune 
che mira alla mediocrità
ma c'è il genio nel loro odio
c'è abbastanza genio nel loro odio per ucciderti,
per uccidere chiunque
non volendo la solitudine
non concependo la solitudine
cercheranno di distruggere
tutto ciò che si differenzia da loro stessi
non sapendo creare l'arte
non capiranno l'arte
considereranno il loro fallimento come creatori
solo come un fallimento del mondo
non essendo in grado di amare pienamente
crederanno Il tuo Amore Incompleto
e poi odieranno te

e il loro odio sarà perfetto
come un diamante splendente
come un coltello
come una montagna
come una tigre
come cicuta
la loro arte più raffinata.
Charles Hank Bukowski







venerdì 6 gennaio 2012

Omicidi, crimini, povertà. Queste cose non mi spaventano. Quello che mi spaventa sono le celebrità sulle riviste, la televisione con cinquecento canali, il nome di un tizio sulle mie mutande, i farmaci per capelli, il viagra, poche calorie.



Omicidi, crimini, povertà. Queste cose non mi spaventano. Quello che mi spaventa sono le celebrità sulle riviste, la televisione con cinquecento canali, il nome di un tizio sulle mie mutande, i farmaci per capelli, il viagra, poche calorie.
Tyler -  Fight Club


domenica 4 dicembre 2011

Tom Waits. Sepolti sotto il peso delle informazioni.


"Siamo sepolti sotto il peso delle informazioni,
che vengono confuse con la conoscenza.
La quantità è scambiata con l' abbondanza
e la ricchezza con la felicità"

Tom Waits
...

*Immagine reperita nel web
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mercoledì 30 novembre 2011

A.Iurilli Duhamel. Immagini Sterili Senza Emozioni.


Siamo costantemente bombardati da immagini che sembrano stanchi cloni di se stesse. Forme e segni sterili, improbabili nel suscitare concatenamenti visionari e men che meno idonee a dar vita ad emozioni profonde, a parte, nel migliore dei casi, quel sentimentalismo a buon mercato che oramai sempre più è alla portata di tutti.

(1) A.Iurilli Duhamel
(1) A.Iurilli Duhamel

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