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venerdì 7 ottobre 2016

Alessitimia. Eugenio Borgna, Gli italiani sono, in pratica, analfabeti. È un analfabetismo emozionale, che ci impedisce di capire gli altri.

Gli italiani sono, in pratica, analfabeti. È un analfabetismo emozionale, che ci impedisce di capire gli altri.
Eugenio Borgna, nato il 22 luglio 1930




si chiama "alessitimia" e purtroppo colpisce sempre di più i giovani in età scolare...




Perché l'anestesia dei sentimenti è un rischio della nostra civiltà
MASSIMO RECALCATI
OGGI la psicopatologia rubrica sotto la diagnosi di alessitimia la profonda difficoltà a riconoscere e a nominare i propri stati emotivi. Si tratta di un congelamento affettivo della vita umana. La sua diffusione più recente sembra indicarci che questa sindrome intercetta un disagio specifico della nostra Civiltà. Il nostro tempo non è più quello dei grandi folli, della rivolta eroica della follia, del suo elogio anche ideologico che ha sedotto molti intellettuali – da Erasmo da Rotterdam a Deleuze - , ma quello di un conformismo sospinto che tende a spegnere il desiderio del soggetto in un grigio uniformismo.
Un grande psicoanalista come Winnicott, già negli anni 50-60 del secolo scorso, ebbe il grande merito clinico, insieme ad Helene Deutsch, di aprire le ricerche della psicoanalisi ad una forma psicopatologica che non aveva più a che fare con la rottura drastica dei rapporti del soggetto con la realtà che si riscontra, per esempio, nei quadri psicotici. Se nel soggetto delirante l'inconscio esplode a cielo aperto travolgendo la realtà, in queste nuove forme di sofferenza è il soggetto che perde contatto con il proprio inconscio, dunque con la propria vita emotiva. Il risultato è una vita che si smarrisce in superficie perché non è più in grado di entrare in contatto con il proprio desiderio. Winnicott ha descritto queste personalità con il termine di "falso sé". Si tratta di soggetti che indossano una maschera sociale per scongiurare il rischio del proprio crollo e che, in questo modo, perdono la capacità di «vivere creativamente » e di «sentirsi reali». È quello che più recentemente Bollas teorizza come «personalità normotica»: individui che pur essendo profondamente infelici si rifugiano dietro una vita apparentemente normale. Questi quadri non sono affatto lontani dall'attuale alessitimia. Essi rafforzano l'idea che il mito del nostro tempo sia quello dell'adattamento collettivo al principio di prestazione che, come tale, esclude di per sé la vita emotiva, il sogno, l'immaginazione, lo slancio, tendenzialmente sempre in perdita secca, del desiderio. Avvertire la spinta del desiderio ci espone fatalmente al rischio dello smarrimento. Meglio allora diventare una macchina efficiente priva di emozioni. Dietro questa apparentemente nuova etichetta clinica non dovremmo allora leggere una tendenza che investe anche la vita collettiva? Il dominio del principio di prestazione sembra non conoscere più argini; la normalizzazione della vita stritola il pensiero critico e le possibilità del nostro futuro. La caduta delle emozioni e del loro riconoscimento non sono affatto estranee a questo dominio. Esiste forse una dimensione generalizzata dell'alessitimia che coinvolge la vita attuale della Polis? La psicoanalisi insegna che il dolore che non conosce lacrime - che non trova possibilità di simbolizzarsi - , tende a ritornare direttamente nel reale. Per esempio in una lesione di origine psicosomatica.
Ma quale sarebbe lo statuto di questo ritorno nella nostra vita collettiva? Ne suggeriva un esempio drammatico Miche Serra in una sua recente Amaca : l'orrore per la barbara uccisione di Khaled Assad non ha trovato alcuna eco significativa in Occidente. Il terrore del crollo ci ha anestetizzato, resi alessitimici? E quale ritorno nel reale questa assenza di simbolizzazione potrà provocare?

©RIPRODUZIONE RISERVATA
Archivio > la Repubblica.it > 24 08 2015




Incapaci d’amare: l’alessitimia
by Enrico Maria Secci 


Ci sono persone incapaci di distinguere le proprie emozioni, di riconoscerle e di comunicarle, persone che sembrano vivere in un limbo psicologico caratterizzato da apatia, da rigidità, da inibizione, da isolamento sociale e da disturbi psicosomatici come emicrania, disfunzioni dell’apparato digerente e/o respiratorio, sintomi dermatologici, problemi a livello degli organi genitali e altro. 
Gli abitanti di questa nebulosa impenetrabile appaiono generalmente ben adattati al contesto sociale, ma si muovono nella propria e nell’altrui esistenza come ombre sbiadite a causa dell’incapacità emozionale che li opprime.

L’alessitimia. 
Gli psichiatri John Nemiah e Peter Sifneos negli anni ’70 hanno individuato per primi un tratto della personalità che descrive e aggrega, sotto il termine alessitimia (o alexitimia) almeno tre peculiarità:
-    un deficit della consapevolezza di se stessi, psichica e corporea;
-    l’alterazione delle funzioni empatiche e interpersonali della comunicazione;
-    la sofferenza fisica data da corteo di disturbi psicosomatici.

Alessitimia, dal greco “a-” mancanza, “lexis” parola e “thymos” emozione, significa letteralmente «non avere le parole per le emozioni». Infatti, chi soffre di alessitimia esprime in modo vago e limitato le proprie emozioni, ha un vocabolario emotivo povero e stereotipato con tendenza alla ripetizione di espressioni, mostra una certa rigidità nella postura e nell’espressività facciale e, benché conduca un’esistenza solitamente ben adattata, ha pochi relazioni sociali significative. Ciò accade perché l’alessitimia consiste allo stesso tempo nella carenza dell’auto-percezione emozionale e nella speculare difficoltà a identificare e interpretare correttamente le manifestazioni affettive degli altri.

Una metafora cromatica. 
È difficile rappresentare il mondo interno dell’alessitimia. 
Si pensi alle diverse emozioni come i colori di una tavolozza. 
Una personalità non alessitimica può riconoscere il blu della calma, il verde della fiducia, il rosa della tenerezza, il giallo della contententezza e distinguerli con sufficiente accuratezza dal nero della tristezza, dal grigio dell’inquietudine e dal rosso dell’amore. 
Invece, una personalità alessitimica può essere raffigurata come una tavolozza dove tutti i colori sono stati mischiati alla rinfusa e si addensano in un unico grumo di marrone, grigio e petrolio.
Chi presenta un elevato grado di alessitimia non riesce dunque a colorare il proprio mondo perché ogni emozione, di qualunque colore sia, finisce neutralizzata sulla metaforica tavolozza caotica della sua mente.

L’alessitima e la dipendenza affettiva. 
ll disorientamento prodotto dal tratto alessitimico della personalità è tale da produrre stati di profonda infelicità, indecifrabili per chi ne soffre, che possono portare a esplosioni emotive incontrollate e comportamenti imprevedibili. Alcune persone alessitimiche reagisco all’appiattimento emotivo che le avviluppa attraverso la ricerca di esperienze che possano  temporaneamente perturbare l’iceberg della loro coscienza, come l’utilizzo e l’abuso di alcol e droghe, la guida spericolata, gli sport estremi o pratiche sessuali compulsive e promiscue. È stata evidenziata una correlazione tra il tratto alessitimico e molti disturbi: la depressione, l’ansia, il panico, la dipendenza da sostanze e le dipendenza senza droghe, da sesso, da chat e da gioco, sino alla dipendenza affettiva.

Tra dipendenza ed evitamento. 
La vita di relazione della persona alessitimica si svolge tra evitamento e dipendenza senza soluzione di continuità. Nella fatica di snodare il groviglio insondabile delle emozioni, l’alessitimico può sviluppare una stile interpersonale rigidamente conformista e affrontare l’amore con piglio recitativo, inconsapevole dell’autentico valore dei sentimenti e delle parole. Così, può dire “Ti amo” e “Ti odio” indifferentemente, senza comprendere il significato e le conseguenze di queste espressioni; può sommariamente sembrare partecipe alla relazione, salvo poi rifiutarla senza riuscire a spigare i motivi della sua condotta, spesso nascosti nelle intense reazioni psicosomatiche che si manifestano nel rapporto con l’altro.

Le cause e la terapia dell’alessitimia. 
Un elemento centrale del tratto alessitimico della personalità consiste nello spostamento delle emozioni sul corpo in forma di sintomi, talvolta acuti e senza apparente. Ciò fa sì che gli eventi o le persone che suscitano un emozione si ritraducono in disturbi somatici che ostacolano l’esperienza affettiva, o la complicano sino a renderla impossibile.

L’alessitimia sembra riguardare il 10% della popolazione e avere radici molteplici: basi temperamentali o genetiche, condizionamento culturale, educazione severa e intransigente nell’infanzia, traumi nei primi anni di vita dati dalla trascuratezza o dall’abuso fisico e/o psicologico da parte di adulti significativi.
[...]
Enrico Maria Secci, Blog Therapy




 “Date parole al dolore: il dolore che non parla
bisbiglia al cuore sovraccarico e gli ordina di spezzarsi”
“Give sorrow words: the grief that does not speak
whispers the o’erfraught heart and bids it to break”
Machbeth, atto IV, scena III.

In questi due versi Shakespeare è riuscito a condensare il concetto di alessitimia e le sue conseguenze sulla salute: è chiaramente presente l’importanza di “mettere in parole il dolore” e degli effetti che può avere su un cuore “sovraccarico” se questo non avviene.
Nel verbo “whispers” (bisbiglia)  c’è tutto l’aspetto silenzioso e non eclatante del fenomeno, che si rivela in modo drammatico all’esterno soltanto quando è troppo tardi.
Dott. Riccardo Cicchetti
Studio di Psicologia


Cos’è l’alessitimia?
L’alessitimia (o alexitimia) è la difficoltà a riconoscere e ad esprimere emozioni e sentimenti.
Nella sua etimologia di derivazione greca, “a-lessi-timia” significa letteralmente mancanza di parole per le emozioni.

Le emozioni hanno un’importanza fondamentale nella vita psichica di ognuno di noi.
La loro corretta espressione è alla base della nostra salute.
Eppure esistono persone che presentano difficoltà in quella che dovrebbe essere una normale capacità dell’essere umano.


Da dove nasce?

Tra le cause principali, va considerata la relazione con i genitori durante l’infanzia, da cui dipende lo sviluppo psicoaffettivo di ogni individuo.

Diversi studi hanno dimostrato che i bambini separati dai genitori, anche solo per brevi periodi, tendono ad ammalarsi più facilmente e presentano difficoltà a regolare le proprie emozioni.

Oltre alla separazione, anche un attaccamento troppo forte, che si manifesta come un rapporto di tipo simbiotico soprattutto con la madre, può essere considerato un possibile antecedente  dell’alessitimia.

Nelle prime fasi di vita il rapporto con le figure di accudimento è fondamentale per sperimentare un’adeguata relazione affettiva e permettere al bambino di sviluppare le proprie abilità cognitive e la capacità di autoregolazione emotiva.

Comunicare adeguatamente emozioni e stati d’animo altro non è che l’esito di un corretto processo di crescita.
Ma cosa accade quando questo processo incontra degli ostacoli?


Come si riconosce?

I bambini alessitimici presentano le prime difficoltà soprattutto a scuola.
E’ possibile riconoscere una situazione di rischio quando siamo in presenza di tali segnali:

- espressione dell’emozione attraverso l’azione diretta;
- comunicazione verbale non connessa con lo stato d’animo;
- difficoltà di apprendimento sociale (difficoltà a rendersi conto del punto di vista dell’altro);
- incapacità di separarsi emotivamente dalla madre.

Nell’adulto le difficoltà possono assumere forme diverse.
Vi propongo alcune situazioni tra le più diffuse:


Psicologo: “Come si sente in questo momento?”
Cliente: “Mi tremano le gambe”
Psicologo: “E cosa prova?”
Cliente “Non lo so. Che significa quando tremano le gambe?”

-
Psicologo: “Come si vede tra 10 anni?”
Cliente: “Non mi sono mai posto questa domanda.”
Psicologo: “E se le chiedessi di farlo adesso?”
Cliente: “Non riesco ad immaginare niente.”

-
Psicologo: “Come si è sentita quando le si è rotta l‘automobile?”
Cliente: “Ho proprio bisogno della macchina per accompagnare mia figlia a scuola”

-
Psicologo: “Com’è andata questa settimana? Ha discusso ancora con la sua compagna?”
Cliente: “Non molto bene, ho avuto i soliti giramenti di testa”


Negli esempi riportati appare chiaro come, oltre alla difficoltà di riconoscere ed esprimere le emozioni, si può verificare la tendenza a confonderle con le sensazioni corporee o a ricercare delle risposte che poco o niente hanno a che fare con il proprio “mondo interno”.
I processi di immaginazione sono deboli e la fantasia è scarsa; raramente ci si entusiasma o si mostra interesse per qualcosa.
Possono verificarsi esplosioni di collera o di pianto, senza tuttavia riconoscerne il motivo.
I sogni non vengono ricordati quasi mai e sono prevalentemente incubi.
La comunicazione è povera di sfumature, si tende a dare delle risposte normalizzanti (del tipo “va tutto bene”) e ogni comportamento sembra seguire una sorta di “manuale d’istruzioni”.
Nei casi più gravi, sono presenti difficoltà a riconoscere le emozioni dalle espressioni facciali.


Conseguenze
Una comunicazione poco efficace è l’aspetto più determinante nell’insorgenza di conflitti all’interno delle famiglie, nei luoghi di lavoro e nelle relazioni sociali.

La difficoltà nel mostrare interesse per qualcosa tende ad indurre nell’interlocutore una sensazione di noia e/o di rifiuto.

Se pensiamo all’ambito di coppia, l’assenza di un chiaro e libero scambio emotivo è il “sintomo” più evidente. La mancanza di condivisione si tramuta presto in assenza di progettualità.
L’alessitimico tenderà a farsi carico, in silenzio, di tutti i problemi esterni alla coppia e non riuscirà a percepire i conflitti interni, né a cogliere alcun tipo di segnale emotivo.


Psicologo: “Come va la vita di coppia?”
Signor A: “Bene. Ho sempre lavorato e a casa non faccio mai mancare nulla”
Psicologo: “Mi riferivo alla vita affettiva. Andate d’accordo? Litigate?”
Signor A: “Va tutto bene. Mia moglie mi legge come un libro aperto.”

Il partner, a sua volta, percepirà il silenzio e l’assenza di espressioni emotive come mancanza di interesse, e tenderà ad interpretare autonomamente i pensieri e le intenzioni alla base del comportamento dell’altro,  attribuendogli stati d’animo spesso lontani dalla realtà.

Signora B: “Mio marito non mostra mai interesse per quello che faccio. A volte sembra che faccia le cose per forza. Credo che, se gli importasse veramente di me, reagirebbe in modo diverso”

Sul piano sociale e lavorativo, una persona alessitimica andrà incontro a difficoltà di inserimento e non riuscirà a creare una rete di relazioni efficace basate sullo scambio paritario.
Raramente coglierà i segnali provenienti dal gruppo e svilupperà una tendenza alla passività e all’adempimento.


Cosa fare?
Generalmente chi è alessitimico non si rende conto di esserlo finché non sviluppa un disagio più grave, come uno stato depressivo, o finché qualcun altro (il più delle volte il partner) non lo invita a contattare uno psicologo.

Una volta presa coscienza della propria situazione, subentra la paura di non poter “guarire”.

In realtà l’alessitimia non è un fenomeno del tipo “tutto o nulla”, come se si trattasse di un’incapacità assoluta a provare e ad esprimere emozioni. Come abbiamo visto, si tratta piuttosto di un deficit in un normale processo di crescita e apprendimento che inizia fin da bambini.

La competenza emotiva, come tutte le abilità umane, può essere recuperata, allenata e migliorata. Vediamo insieme come.



La cosa migliore da fare è mantenere un saldo contatto con le proprie emozioni.
A tal proposito, propongo 7 efficaci strategie:

1. Non vergognarsi di piangere o ridere.
Il riso e il pianto sono le forme più primitive e dirette di espressione emotiva; hanno inoltre il potere di allentare la tensione nervosa e producono un effetto analgesico sull’organismo.

2. Prestare attenzione a ciò che si ha intorno, viverlo a pieno e valorizzarlo.
La vita non è fatta solo di priorità: concedersi la possibilità di fermarsi a godere di un dettaglio non è affatto un “lusso che non possiamo permetterci”, soprattutto se lo condividiamo con qualcuno.

3. Esercitare la fantasia.“Se lo puoi sognare, lo puoi realizzare”. (W. Disney)
Bisogni, progetti e desideri sono la linfa vitale della nostra esistenza. Non bisogna mai smettere di immaginare il proprio futuro, di vedersi proiettati in avanti, di chiedersi cosa si vorrebbe realizzare nella vita.

4. Prestare attenzione ai propri sogni e cercare di ricordarli.
I sogni sono l’accesso diretto al nostro inconscio e una preziosa fonte di informazioni su noi stessi, tuttavia il loro ricordo tende a svanire molto presto appena dopo il risveglio.
Può essere una buona abitudine quella di scriverli mentre sono ancora “freschi”.

5. Confrontarsi con una o più persone fidate, soprattutto sulle proprie debolezze.
“L’uomo è un animale sociale”. (Aristotele)
Non si può pensare di tenere tutto dentro sé stessi senza correre il rischio di esplodere.
L’amicizia, così come il rapporto di coppia, si basa anche sul sostegno reciproco e sulla capacità di lasciarsi andare e “contenersi” a vicenda.

6. Tenere un diario.
Scrivere è un ottimo esercizio riabilitativo, che stimola le funzioni cognitive e “costringe” a riorganizzare pensieri ed emozioni; inoltre, rileggendo le pagine del passato, ci si potrebbe sorprendere dei progressi fatti nel tempo.

7. Chiedere aiuto.
A fronte dei rischi a cui si può andare incontro, un colloquio con uno psicologo rappresenta la soluzione più efficace.
Ad oggi c’è ancora una forte resistenza a riconoscere di aver bisogno di aiuto e la figura dello psicologo è associata alla “malattia mentale”. In realtà si potrebbe risparmiare molto in termini di sofferenza anche con una semplice e corretta informazione.
Ognuno di noi possiede delle innate abilità personali, basta solo “sbloccarle” e imparare a gestirle.

Dottor Riccardo Cicchetti

Articolo pubblicato su L'AquilaOggi
http://www.studioclinico.it/2014/04/7-strategie-contro-lalessitimia.html




SE VIVERE SENZA EMOZIONI È ANCHE UNA MALATTIA
La psicopatologia rubrica sotto la diagnosi di alessitimia la profonda difficoltà a riconoscere i propri stati emotivi. Si tratta di un congelamento affettivo della vita umana. La sua diffusione sembra indicarci che la sindrome intercetta un disagio della nostra civiltà.
Di Silvia Bencivelli

«Da bambino disegnavo solo oggetti inanimati: case, piante, macchine, robot, astronavi, mappe. Le poche persone che facevo erano stilizzate. E soprattutto erano in bianco e nero». "D" racconta così la sua vita di bambino: una vita in cui c'erano i pennarelli, ma mancavano i colori. Poi è cresciuto e ha scelto di laurearsi in fisica: «Era lo studio rassicurante della natura e delle cose astratte». Ma durante l'università ha conosciuto la ragazza che sarebbe diventata sua moglie e le cose hanno cominciato a cambiare. «Quello che lei aveva iniziato a tirarmi fuori è esploso con la nascita della nostra bambina. Come potevo essere padre senza capire emozioni e sentimenti?». Di fronte a un figlio, la fisica e lo studio non erano più sufficienti: «Serviva altro. Così ho cominciato ad affrontare il più terribile dei miei mostri».
Il problema di "D" era quello che la psicologia definisce alessitimia, cioè la mancanza di parole per descrivere le emozioni. Cioè "D", come tutti gli esseri umani coscienti, le emozioni le sentiva, ma non sapeva riconoscerle e descriverle né a se stesso né agli altri. Non sapeva dire «sono felice », «sono triste», «sono arrabbiato nero». Non sapeva mostrarlo né parlarne. E dei pennarelli colorati aveva una timorosa diffidenza. Ma l'altra cosa che non sapeva, era di non essere l'unico a vivere così.

L'alessitimia è stata descritta per la prima volta nel 1972 dallo psicologo Peter Emanuel Sifneos dell'allora Beth Israel Hospital di Boston (oggi Beth Israel Deaconess Medical Center). Nato nel 1920 sull'isola di Lesbo, Sifneos aveva studiato ad Atene e a Parigi e si era rifugiato negli Stati Uniti al momento dell'occupazione nazista della Francia. Nel corso della sua lunga carriera si era accorto che molti pazienti con disturbi psicosomatici (soprattutto intestinali e cardiovascolari) avevano difficoltà a esprimere le proprie esperienze emotive. Da allora l'alessitimia è stata via via sempre più riconosciuta come tratto della personalità e, oggi, anno dopo anno crescono le ricerche sul cervello tese a capire dove e come nasca il problema.

Perché non sapere usare i pennarelli colorati è un problema.
Anche se, come tratto della personalità, non è una malattia di per sé e non fa star male di per sé, può esistere in concomitanza con alcune condizioni psichiatriche, ma non soltanto, e crea disturbi sociali, familiari e fisici. «L'alessitimia si definisce sulla base di tre fattori: — spiega David Vagni, ricercatore del Cnr e vicepresidente dell'associazione Spazio Asperger onlus, oggi al laboratorio di Neuropsicologia cognitiva dell'università Ludwig Maximilian di Monaco di Baviera — c'è la difficoltà nell'identificare i sentimenti e nel distinguerli dagli eventi fisici, c'è la difficoltà nel descrivere i propri sentimenti agli altri. E infine i processi immaginativi sono ridotti, cioè il pensiero è orientato più verso l'esterno che verso di sé».

Secondo studi recenti, tutto questo può essere detto chiaramente di una persona su dieci, mentre gli altri nove si posizionano lungo un continuum sfumato. Tra i più riconosciuti si trovano le persone con disturbi dello spettro autistico: l'85 per cento di chi ha una diagnosi di Asperger è alessitimico e il 50 per cento lo è in modo grave. Poi ci sono le persone con anoressia (63 per cento), bulimia (56 per cento), depressione (50 per cento), attacchi di panico (34 per cento). Molte persone che abusano di sostanze stupefacenti (50 per cento). Tante personalità borderline, narcisistiche, sociopatiche. C'è chi ha subito traumi emotivi o abusi. Chi è stato vittima di un trauma cranico grave. E perfino chi, all'apparenza normalissimo, è cresciuto in ambienti soffocanti lo sviluppo di un sano linguaggio emotivo.

Per questo nel 2001 lo psicologo americano Ronald Levant avanzò l'ipotesi di una «alessitimia normativa maschile », cioè tipica degli uomini educati secondo un'idea rigida e antica dei ruoli sessuali, e col tarlo tutto maschile per il quale mettere in mostra le proprie emozioni non sta bene.

Perché, al di là dei fattori genetici (che probabilmente rappresentano un terzo del problema) e di crescita, una buona metà della storia dipende dall'ambiente: «E ovviamente tutte queste ragioni sono intrecciate tra loro, quasi sempre», precisa Vagni.

I bambini come "D" hanno bisogno di essere guidati a imparare che cosa sono le emozioni:
«In primo luogo devono vederle nelle espressioni degli altri e riconoscerle su di sé, associandole alle giuste modificazioni fisiche (rossore, brividi, tensione, aumento del battito cardiaco…). E poi devono avere accanto qualcuno che utilizzi in maniera appropriata le parole per descriverle».
Questo può avvenire spontaneamente in condizioni favorevoli, o con diversi gradi di difficoltà.

Ma per i bambini autistici presenta un ostacolo in più:
«Spesso le emozioni di un bambino autistico sono opposte a quelle degli altri (si spaventano durante una festa in cui tutti sono allegri, per esempio). Perciò possono sentir usare la parola "felicità" e vedere intorno facce effettivamente felici, mentre loro sono preda del terrore».

Che cosa succede nel cervello di un alessitimico stiamo cominciando a capirlo ora.
«Si è visto che spesso c'è una minore reattività, o una minore connessione, nelle regioni associate alle emozioni, cioè delle aree limbiche e della corteccia prefrontale. Mentre nelle reazioni emotive primitive, come la risposta al dolore, si può avere un'alterazione dell'attività di zone capaci di amplificare le sensazioni fisiche», spiega ancora Vagni.

E forse è anche qui il legame coi disturbi psicosomatici, evidenziato con sempre maggiore sicurezza da Sifneos in poi. «È stata anche riconosciuta una ridotta comunicazione tra i due emisferi, forse alla base della difficoltà di trasformare in parole (prodotte dall'emisfero sinistro) le emozioni (elaborate dall'emisfero destro)».

La ricerca è ancora all'inizio. Ma aver riconosciuto il problema, e sapere che esistono possibilità di intervento, può cambiare la vita di molti: «Dare un nome alle emozioni significa portarle sotto al controllo del linguaggio, ed esplicitarle significa costruire un'interazione sociale sana basata sulla capacità, tutta umana, di mettersi nei panni dell'altro, capirlo, e regolarci di conseguenza quando vogliamo avere a che fare con lui», conclude David Vagni.

E "D", che fine ha fatto? Oggi di bambini ne ha due e con loro ha imparato a usare i pennarelli colorati. Dopo la laurea in Fisica ne ha presa una in psicologia. Oggi si occupa proprio di alessitimia, e ha appena finito di parlare di sé.

Fonte: La Repubblica del 24 agosto 2015
http://www.accademiametafisica.org/it/formazione/corso-spiritualita-multidimensionale/metodi-e-tecniche-del-benessere/arteterapia-tecniche-varie/37-altri-insegnamenti/682-se-vivere-senza-emozioni-e-anche-una-malattia



Ivano Paolo Todde:
Ciao Marisa, penso si tratti di una questione terminologica, siamo nell'epoca che tende a categorizzare e spesso diagnosticare mali - malesseri che prima erano considerati alla stregua di sbalzi d'umore passeggeri, in questo caso, se si arriva a considerarla patologia, evidentemente qualcosa di più grave e serio si sta verificando, probabilmente una situazione di burn out, "al limite" per cui si è in grado ancora di intervenire, mentre in altre situazioni come quelle da te citate, magari può essere troppo tardi... sei fortunata ad avere intorno tante persone che non hanno di queste problematiche emotive, io stesso penso di non avere coscienza sui miei stati interiori e cerco sempre di indagare e conoscere meglio me stesso  



prendo coscienza, e conoscenza, di questo problema, con un certo interesse ma debbo dire, fortunatamente, che non ho esperienza di nessuno che io abbia conosciuto, o frequentato, né vecchio né giovane, che possa minimamente far capo a questa tipologia. Dai commenti che leggo deve trattarsi di qualcosa di molto diffuso, se ciascuno ne ha esperienza e può parlarne con preoccupazione... molte descrizioni mi sembrano attagliarsi ad altre, simili, o sovrapponibili, sintomatologie della psiche: bipolarismo, sociopatia, depressione, ma non essendo una psichiatra, né una psicanalista o almeno una psicologa, non posso stabilire cosa sconfini, o delimiti, cosa e chi ne sia affetto...con moltissime parole esprimo la mia ignoranza, un pallido interesse, ma anche una grande preoccupazione, se davvero questa Alessitimia è così diffusa, specie tra i giovani!!
[...] specie nella seconda parte si arriva a dire proprio ciò che dicevo, che si tratti di attitudini molto prossime o sovrapponibili. Con gli autistici ho lavorato, non erano molti, 5 se non ricordo male, di cui due ragazzi e 3 ragazze, tra l'adolescenza e l'età adulta, ma sostanzialmente bimbi imprigionati in un corpo a loro estraneo, difficile da gestire e con difficoltà concreta a comunicare, ma non senza sentimenti, tutt'altro. È stato un periodo di due mesi con incontri pomeridiani di musica, ritmo e movimento, in uno spazio molto bello: come una casa nel verde, ma con tutte le pareti di vetro (la Serra del Parco della Musica di Roma). Non voglio dire che in quelle ore si giungesse a una comunicazione più profonda di quella con i genitori, tuttavia l'impatto emotivo era molto forte, molto forte per ciascuno di loro (anche per noi, eravamo 3 donne diverse in età e background). Debbo dire che la parte meno convincente della situazione restavano, per me, proprio i genitori (non so immaginare, certamente, come potrei essere io in una simile condizione): erano come dei 'professionisti' per me, professionisti dei propri figli, qualcuno che ha appreso a dosare le proprie energie, a incanalarle in una maniera pragmatica e funzionale, mentre alcuni completamente attoniti, direi quasi ancora sotto shock, impreparati a vivere il quotidiano rapporto fisico ed emotivo con i propri figli. Non ricordo se ciascuno dei ragazzi avesse fratelli o sorelle (avrò la documentazione da qualche parte), ma mi sembra di no. Questo era già un indice di una condizione di prigionia nella condizione, di paura non dichiarata, più che di 'dedizione'. Ecco, ciò che intendo dire è che sono d'accordo con te sul fatto che 'categorizzare' sia ormai considerato 'metà dell'opera', una quasi soluzione del problema. Personalmente credo che un approccio forse meno metodico e strutturato, ma partecipe e umanamente rilevante, presente, sia molto più produttivo che etichettare, consolatoriamente, o in modo pacatamente medico, in sostanza, però, un poco il corrispettivo del 'linimento'-finto-ma-placebo della confessione, in ambito religioso, un 'rimettere in carrreggiata', anche se di fatto nulla è davvero cambiato nella persona che però trova il tempo di rilassarsi tra un dolore e un altro, tra un far male e l'altro, a sé stesso o agli altri.
Vedi, il fatto di 'categorizzare' è un po' come voler dire al genitore: 'sì, lei al momento vede un problema ma, creda, in realtà è un work in progress: in tutto il mondo ci stiamo lavorando!' Questa cosa non cambia minimamente la situazione. Già si è genitori senza praticamente alcuna preparazione se non l'esempio ricevuto o osservato, letto, figurarsi quando un bimbo appaia 'anaffettivo' verso la propria madre già in età neonatale, è un meccanismo alla 'sempre di più' che si mette in moto, perché nulla è più potente e si trasmette perfettissimamente, come le sensazioni, le emozioni, che una madre provi per il propio figlia/o e viceversa. Si instaura un linguaggio fisico del non detto che può diventare una prigione d'acciaio senza aver mai usato una parola cattiva o fatto uno strillo. C'è anche da dire che, spesso, i problemi si sovrappongono, per cui puoi avere diverse caratteristiche sommate: lieve forma di down, con turbe a carattere intellettivo e autismo, oppure bimbi ciechi con altre problematiche, magari dell'udito (e dunque, spesso, della parola) che vengono classificati come autistici o che si richiudono completamente in un mondo in cui il contatto umano diviene anche sgradito e la somma crea una situazione esplosiva.
Da ragazza, durante l'università, leggevo libri di diverso argomento, registrandoli, per le lezioni della scuola per ciechi, così come ho fatto 'babysitteraggio' ad un ragazzo-uomo down (io avevo 20 anni e lui ne aveva 42). La mia breve esperienza debbo dire che mi ha portato a scoprire il lato meno bello, la realtà quotidiana nelle case di queste persone e, come dicevo, per un bel caso di tenerezza e sviluppo, ce ne sono fin troppi che vivono in un incubo. Il rapporto fisico genitori figli non è sempre idilliaco, ma mentre una situazione 'difficile' con figli senza problemi, si risolve in un tempo breve, queste sono situazioni esplosive. Ricordo come i ragazzi non volessero andarsene alla fine del pomeriggio, lo stare insieme ad altri con problemi, ma nuovi per loro, e con persone che facevano cose diverse dal quotidiano, creava 'gruppo'. Debbo dirti che è stata un'esperienza che nessuna di noi tre avrebbe voluto mai più ripetere e sai perché? non si può avere contatto, fisico, tenere una mano, allontanare un braccio perché non faccia male a qualcuno, pulire il mocciolo che sta per colare sulle mani di un ragazzo, o carezzare i capelli di una ragazza bella ma senza espressione, senza restarne coinvolti per sempre. I ragazzi uscivano continuando a fare il passo di 'danza' che gli avevamo insegnato, accompagnandolo con il suono/ritmo che ciascuno aveva scelto e cercavano di farlo fare (o mostrarlo) ai genitori che, invece, volevano parlare dei 'progressi' fatti dai loro figli, o allontanarsi al più presto perché avevano messo pochi soldi nel parcometro, quante volte ho fatto la strada insieme ripetendoglieli accanto perché non si sentissero inascoltati-separati... caro Ivano, potrei vivere tante vite, sai, ma non è vero, perché rimarrei troppo legata a ciascuna per potermene andare.



sull'autismo e sull'incomunicabilitá della sofferenza di chi deve" gestire" quotidianamente la frustrazione che ne deriva, il dolore del non vedersi "riconosciuti affettivamente" dai propri figli, conosco una vicenda tragica, accaduta alcuni anni fa. Mio figlio aveva alle elementari una compagna di classe affetta da Sindrome di Rett. Parlavo ogni tanto con sua madre, che soffriva tantissimo per l' "anormalità" della figlia, ossessionata dal desiderio di trovarle una terapia che mostrasse agli altri, alla scuola, alla famiglia, ai conoscenti, la "normalità nascosta" della figlia. Voleva tirarla fuori a tutti i costi dal suo essere, la portava ostinatamente in giro da un neuropsichiatra all'altro, cercando una soluzione forse più alla propria sofferenza, che non a quella della figlia. E probabilmente non ha trovato nessuno che comprendesse o arrivasse a comunicare con lei, perché dopo vari tentativi di togliersi la vita, di dopo qualche ricovero in Tso infine, si è gettata giu dal palazzo dove viveva con la madre. L'ultima volta che le ho parlato mi ha raccontato del suo dispiacere, e della sua ultima battaglia contro le istituzioni, perché le avevano tolto il sostegno degli operatori sanitari a domicilio, per questioni di reddito. Ma ancora aveva fiducia di poter trovare una cura per la sua bella bambina.




Il termine alessitimia di derivazione greca significa “mancanza di parole per le emozioni". Un aspetto fondamentale da sottolineare è il discostarsi del concetto di alessitimia da un modello di inibizione. Infatti il soggetto alessitimico non inibisce o nega le emozioni, bensì non riesce ad esprimere.

Taylor, Bagby e Parker (1997) lavorando sui risultati di lunghe ricerche empiriche, hanno considerato l’alessitimia un disturbo dell’elaborazione degli affetti che interferisce con i processi di auto-regolazione e riorganizzazione dell’organismo.

Il costrutto dell’ alessitimia è considerato uno dei possibili fattori di rischio per vari disturbi somatici e psichiatrici che hanno a che fare con problemi di regolazione affettiva. La modalità attuale di intendere la psicosomatica considera l’alessitimia non più come un fattore di causalità lineare ma come un fattore di rischio che interagisce con altri ( genetici, comportamentali, altri fattori psicologici ecc.) Caratteristiche dell’alissitimia si presentano in molte problematiche in cui un’emozione non regolata, non elaborata, si esprime in un agito. L’incapacità di modulare le emozioni per mezzo dell’elaborazione cognitiva potrebbe spiegare la tendenza dei soggetti alessitimici a liberarsi da tensioni causate da stati emotivi non piacevoli mediante comportamenti compulsivi quali: l’abbuffarsi di cibo, l’abuso di sostanze, il comportamento sessuale perverso. Infatti un livello preconcettuale di organizzazione emotiva cioè la carenza di elementi emozionali elaborati, può dare origine a vari disturbi della regolazione affettiva.

Attualmente il costrutto dell’alessitimia si compone delle seguenti caratteristiche (Taylor et al, 1990):

  • difficoltà a discriminare una emozione dall’altra e gli stati somatici dalle emozioni;
  • difficoltà a comunicare ad altri le proprie emozioni;
  • presenza di processi immaginativi coartati, con scarsezza di vita fantasmatica;
  • presenza di uno stile cognitivo legato allo stimolo, orientato all’esterno (il pensiero operazionale della scuola di Marty et al. , 1963). 
In relazione alla regolazione interpersonale delle emozioni è necessario tener presente che il soggetto alessitimico, è incapace di utilizzare i rapporti interpersonali non riuscendo a “decodificare” e apprendere il significato delle espressioni verbali e non verbali alla base degli scambi comunicativi. Ekman (1993) evidenzia il ruolo delle espressioni facciali di emozioni come fonte di retroazione affettiva verso il soggetto e allo stesso tempo di comunicazione con gli altri. I soggetti alessitimici mostrano una ridotta capacità empatica: non riescono ad utilizzare come segnali le proprie emozioni, così non possono utilizzare quelle degli altri.

Interessante è il concetto dell’intelligenza emotiva (Goleman, 1995) quale costrutto in relazione con l’autoregolazione affettiva. I soggetti con scarsa intelligenza emotiva hanno ridotte capacità di conoscenza delle proprie esperienze emotive, non riescono ad essere empatici, cioè incapaci di immedesimarsi in un’altra persona. La mancanza di empatia non consente di capire dal punto di vista emotivo che cosa vuol dire l’altro. I soggetti alessitimici, la cui capacità di simbolizzazione è limitata sono incapaci di sviluppare interessi e stati affettivi positivi.

Riguardo al deficit dell’aspetto cognitivo-esperenziale dei sistemi di risposta emotiva, il soggetto alessitimico manifesta uno stile di pensiero operatorio nel descrivere in modo dettagliato i propri sintomi e gli eventi esterni, senza fare alcun riferimento alle proprie esperienze interne.

La scarsità dell’immaginazione non dà ai soggetti alessitimici la possibilità di modulare l’ansia e le altre emozioni mediante la fantasia, i sogni e il gioco. Nel gioco, ad esempio, i bambini imparano a collegare tra loro i sentimenti, i pensieri e le loro attività. L’attività ludica è una risorsa utile affinché il bambino possa sperimentare affetti positivi di interesse e gioia. Gli individui che hanno un’immaginazione ristretta e non sviluppano alcun interesse, e a cui mancano anche delle relazioni sociali di supporto, rischiano di affidarsi a dei metodi di regolazione affettiva meno efficaci. I soggetti generalmente sviluppano interessi che ricoprono l’importante funzione di generare affetti positivi e si impegnano in attività che hanno una funzione di conforto.

Molti teorici sottolineano la grande importanza delle relazioni oggettuali precoci, nello sviluppo emotivo. La capacità di regolare le emozioni si apprende nell’infanzia. Il primo sviluppo affettivo costituisce la base delle relazioni affettive dell’età adulta. Winnicott ha visto la relazione tra il bambino e una madre empaticamente sintonizzata come la base fondamentale da cui iniziare il graduale sviluppo dell’immaginazione e delle capacità creative del bambino. In Winnicott troviamo il concetto di oggetto transizionale come fase intermedia tra la regolazione fornita dall’esterno e quella interiorizzata per raggiungere la rappresentazione simbolica della madre. La capacità immaginativa del bambino si sviluppa fino a riuscire a formare un’immagine della madre in sua assenza. Questa capacità gioca un ruolo determinante nello sviluppo della personalità e nell’autoregolazione degli affetti nel corso di tutta la vita, per l’acquisizione delle varie competenze sociali, per la creatività e per le risorse mentali.

L’attenzione clinica per le dinamiche affettive è stata rafforzata da varie ricerche, dalla teoria del Sé, delle relazioni oggettuali e dalla teoria dell’attaccamento. Il lavoro dei ricercatori sui bambini ci ha aiutato a riconoscere che le esperienze emotive che avvengono tra il bambino e le figure di accudimento sono fondamentali per l’identificazione, l’espressione e quindi la regolazione degli stati emotivi. Nei primi anni di sviluppo è cruciale imparare a distinguere e denominare le proprie emozioni. La capacità di rappresentare verbalmente le proprie esperienze e di riflettere su queste consente al soggetto di cominciare a tollerare le tensioni provocate dai propri bisogni, e a utilizzare i propri affetti come segnali. Un normale sviluppo affettivo non può avvenire quando i genitori non riescono a leggere gli indizi affettivi del bambino. Infatti,la sintonizzazione dei genitori con i segnali emotivi del loro bambino e la loro capacità di trasformare le emozioni primitive creano le basi per apprendere la capacità di autoregolazione affettiva. Quindi l’attenzione va posta sulla storia personale, dando importanza alle relazioni infantili disfunzionali nella formazione di disturbi nella sfera emotiva. La privazione di un rapporto continuo, caldo e affettuoso con la madre o un’altra figura genitoriale mette quindi la persona a rischio di problemi psichiatrici. Studi molto recenti hanno mostrato un rapporto dell’alessitimia con il concetto di attaccamento.

All’interno di un attaccamento sicuro, è stato ipotizzato, che la comunicazione affettiva possa portare a risultati positivi nella costruzione di emozioni “regolate”. In un attaccamento insicuro, al contrario vi è difficoltà nell’elaborazione delle emozioni e si possono sviluppare diverse carenze nell’integrare i processi cognitivi con l’affettività. Per l’apprendimento di uno stile di attaccamento sicuro, base di ogni relazione positiva nel corso della vita è fondamentale l’esperienza di condivisione degli affetti e la disponibilità emotiva del caregiver. Ricerche sugli stili di attaccamento nell’infanzia hanno confermato che la sensibilità del caregiver principale agli stati emotivi del bambino è un fattore determinante del modo in cui da piccoli impariamo a regolare gli affetti disturbanti e ad entrare in relazione con gli altri.

L’alessitimia è stata associata a uno stile di attaccamento insicuro, evitante, caratterizzato da un bisogno talvolta ossessivo di attenzioni e cure.

Secondo i teorici dell’attaccamento, bisogna aspettarsi che le rappresentazioni difettose del sé e dell’oggetto costruite dai soggetti alessitimici nel corso dell’infanzia, così anche i loro deficit di regolazione affettiva, abbiano una grossa influenza sul tipo di relazioni interpersonali che essi stabiliscono nella vita adulta.

Se nella nostra storia personale siamo stati amati, saremo a nostra volta capaci di amare e raggiungere una regolazione affettiva autonoma. Se invece abbiamo vissuto esperienze difficili di separazione ed abbandono, avremo difficoltà a instaurare relazioni mature con gli altri nella vita adulta. Le persone che sono andate incontro a traumi, abusi o a esperienze emotive particolarmente negative presentano in modo più probabile dei disturbi emotivi.

I progressi nella comprensione delle difficoltà nella sfera affettiva, le osservazioni cliniche fatte ai pazienti alessitimici, hanno messo in evidenza la necessità di una ristrutturazione cognitivo-affettiva della personalità di questi soggetti. Il soggetto alessitimico va visto come una persona dotata di emozioni primitive, terrifiche, nei confronti delle quali ha sviluppato molte difese. Il trattamento dei disturbi della regolazione affettiva richiede spesso un’integrazione degli approcci farmacologico e psicoterapeutico.

Un trattamento integrato è in accordo con l’idea che l’eziologia e la patogenesi dei disturbi della regolazione degli affetti coinvolgono interazioni complesse tra fattori psicosociali e neurobiologici.Il compito del terapeuta è quello di aiutare i pazienti alessitimici ad esprimere, riconoscere e gestire le proprie emozioni tenendo conto delle carenze del soggetto alessitimico soprattutto nella dimensione cognitivo/esperenziale ed interpersonale.

A questo scopo si è trovato utile combinare gli interventi psicoterapeutici con tecniche comportamentali, quali il training di rilassamento, il training autogeno e il biofeedback,tutte tecniche che si concentrano direttamente sulle sensazioni corporee e aumentano allo stesso tempo la consapevolezza da parte del paziente della relazione di queste sensazioni con gli eventi ambientali. L’approccio terapeutico che va utilizzato per i pazienti alessitimici si propone di elevare le emozioni da un livello di esperienza strettamente legata alla percezione a un livello di rappresentazione concettuale in cui le emozioni possono essere oggetto di riflessione. Importante è aiutare il paziente a tradurre i propri sentimenti in parole e poterli utilizzare come segnali. All’interno del rapporto terapeutico va sviluppato la consapevolezza del proprio deficit nel modo di elaborare ed esperire le emozioni. L’aumento della capacità di autoregolare le emozioni previene il verificarsi di stati di prolungata attivazione emotiva che potrebbero condurre a malattie somatiche. Ai pazienti va insegnato che le emozioni non vanno scaricate per mezzo dell’azione immediata, ma sono aspetti dell’esperienza che trasmettono informazioni importanti per affrontare più efficacemente gli eventi stressanti. Il paziente alessitimico deve apprendere la capacità di identificare, distinguere i propri sentimenti per poi tradurli in parole. Infatti un compito essenziale in un trattamento di pazienti alessitimici, è aiutare questi soggetti a convertire in rappresentazioni e parole i conflitti e le emozioni che si esprimono soltanto attraverso il linguaggio del corpo. Un livello preconcettuale è un segnale di disorganizzazione emotiva che si può trasformare nell’adolescenza e in età adulta in forme di attività basate sulla pura e semplice sensorialità quale il bere troppo, l’abbuffarsi di cibo, l’abuso di sostanze, ecc. Per quanto riguarda, ad esempio, i disturbi da uso di sostanze, è stato rilevato, sulla base di osservazioni cliniche, che esiste una debolezza psicostrutturale negli individui predisposti a dipendenza da uso di sostanze. A tale riguardo, Kohut (1977) ritiene che la persona diventa dipendente per riempire il vuoto strutturale del Sé. Altri autori hanno sottolineato che l’incapacità di esperire il proprio mondo affettivo e la mancanza di empatia con gli affetti altrui dell’individuo possono costituire grossi rischi per l’equilibrio psicofisico dell’individuo. Pertanto vanno ricercate strategie che possano aiutare a trovare soluzioni efficaci per prevenire molti disturbi psichiatrici associati a disregolazione emotiva. Una strategia utile a favorire il proprio benessere psicofisico dovrebbe proporsi tramite un programma di educazione razionale- emotiva, il raggiungimento della consapevolezza delle proprie reazioni emotive e della relazione esistente tra pensieri e stati d’animo.   [...]



Bibliografia

Bateson G. (1972), Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano

Bowlby, J. (1969), Attaccamento e perdita,1, L’attaccamento alla madre, trad. it. Boringhieri, Torino, 1972.

Ekman,P. (1993). Facial expression and emotion. American Psychologist, 48, 384-92.

Goldberg S., MacKay-Soroka S.,Rochester M. (1999), “Affect, attachment and maternal responsiveness”, Infant Behav. DEvel., 17,335-339.

Goleman, D. (1995). Emotional intelligence. New York : Bantam. Tr it. Intelligenza emotive, Milano, Rizzoli,1997.

Grotstein J. S. (1997), Alexithymia: the exception that proves the rule of the unusual significance of affects, in Taylor G. J., Bagby R.M., Parker J. D. A., Disorder of affect regulation, Cambridge Universities Press, 11-18

Marty P., De M’uzan M., David C. (1963), L’indagine psicosomatica , trad.. it. Boringhieri, Torino,1971

Taylor G.J., Bagby R. M., Parker J. D. A. (1997), Disorders of affect regulation: alexithymia in medical and psychiatric illness, Cambridge University Press, Cambridge, trad. It. Disturbi della regolazione affettiva. Giovanni Fioriti, Roma, 2000.

Taylor G. J., Bagby R. M., Ryan D. P., Parker J. D. A. (1990), Validation of the alexitymia construct : a measurement- based approach”, Canadian Journal of Psychiatry,35,290-297.

Tomassoni, M., Solano, L, (2003) Una base più sicura. Angeli Milano.

Winnicott, D. W.(1951) Oggetti transizionali e fenomeni transizionali. Tr. It. In: Gioco e realtà. Armando, Roma 1974.

Winnicott , D. W. (1951) Oggetti transizionali e fenomeni transizionali. Tr. It. In : Gioco e realtà. Armando, Roma 1974.



http://www.psicoterapia.it/rubriche/approfondimenti/template.asp?cod=12966







Alessitimia: il costrutto e la sua misurazione
Il costrutto di alexitimia (A lexi timeos che significa non esprimere gli affetti), è stato elaborato da John Nemiah e Peter Sifneos (Boston, Usa) nel 1970

di Lucio Martina (spec. in medicina del lavoro)*, Fabrizio Floreani (psicologo, psicoterapeuta)**, Mario Passon (statistico)***

Il costrutto di alexitimia (A lexi timeos che significa non esprimere gli affetti), è stato elaborato da John Nemiah e Peter Sifneos (Boston, Usa) negli anni ’70 (1972) ed esprime la situazione e condizione, comune a molti pazienti psicosomatici che vedremo più avanti classificati in alcune categorie, di non riuscire ad esprimere verbalmente gli affetti alle persone che conosciamo e con cui ci relazioniamo (1, 6, 7, 8).

Le caratteristiche fondamentali di tali pazienti sono 5, che qui di seguito elenchiamo (1):

1) Difficoltà di identificare e descrivere le emozioni;

2) Difficoltà di distinguere tra stati affettivi soggettivi e le componenti somatiche dell’attivazione emotiva;

3) Povertà dei processi immaginativi o pensiero operatorio (Operatory Thinking);
Questa caratteristica è già stata descritta da Marty de M’uzan e David dell’Ecole Psychosomatic di Parigi nel 1966 e descrive dei soggetti con elevata operatività psicomotoria, presente soprattutto nel mondo del lavoro, che fanno fatica ad avere una attività logico immaginativa e relazionale soddisfacente, per cui si richiedono degli interventi di psicologia del lavoro (2), interventi sullo stress (3) e sulla patologia psicosomatica.

4) Stile cognitivo orientato verso la realtà esterna;
Questa caratteristica di estroversione porta i soggetti a concentrarsi sulla realtà fattuale. Sifneos li descrive anche come computer viventi completamente privi di emozione (1).

5) Conformismo sociale;
I soggetti alessitimici manifestano una stretta aderenza alle regole sociali di adattamento e non evidenziano capacità di sintonizzarsi con le emozioni altrui.

Una ulteriore ricerca sui soggetti alessitimici descrive come essi facciamo fatica a passare dalle emozioni (emotions), che sono la componente biologica dell’affetto, con espressività autonomica, ai sentimenti (feelings), che sono la componente psicologica dell’affetto a tendono a convertire internamente l’energia psichica con produzione di patologia d’organo specifica in aree di vulnerabilità dello psiche/soma associata alla presenza di fattori di rischio psicosociali. (1, 4, 5). E’ possibile distinguere tra emozioni e sentimenti, nel senso che le emozioni sono eventi fisici e i sentimenti sono esperienze mentali. Entrambi compongono l’affetto (14). L’alessitimia riguarda i sentimenti, cioè esperienze affettive mentali.

Esiste una relazione stretta tra alessitimia e mentalizzazione, nel senso che l’alessitimia è una mancata affettività mentalizzata e pertanto si può esprimere anche con sintomi somatici (13). Esistono poi degli studi genetici che confermano la presenza di due polimorfismi genetici correlati alla dopamina, di un fattore neurotrofico (Brain Derived Neurotrophic Factor) e dell’allele A1 (Gene ANKK1) nella correlazione con livelli più elevati di alessitimia (13). Studi di Brain Imaging rilevano alterazioni della corteccia cingolata anteriore e della corteccia prefrontale ventromediale durante l’attivazione emotiva e i compiti di immaginazione relativi ad esperienze traumatiche. Due studi rilevavano un incremento dell’attivazione della corteccia cingolata anteriore mentre i soggetti con elevata alessitimia guardavano immagini che inducevano stati emotivi (13).

L’alessitimia non è un fenomeno categoriale che risponde alla legge del tutto o nulla, ma un costrutto dimensionale che è distribuito normalmente nella popolazione generale (13).

L’alessitimia può essere definita anche come affettività negativa (AN) e correla con lo stress lavoro correlato, ad es.valutato su 121 soggetti in struttura sanitaria, con le sue misure soggettive, ad es. sul conflitto interpersonale al lavoro (CI) e con le sue misure biologiche quali l’IL 1 Beta aumentata (15).

Un’altra componente importante dei soggetti alessitimici è la disregolazione affettiva che si traduce in comportamenti e stili di attaccamento patologici e disforici (6).

Da un punto di vista neurobiologico e neurofisiologico è stato osservato che questi soggetti hanno un deficit di connessioni neurobiologiche e neurofisiologiche limbico corticali (6) per cui abbiamo una assenza di mentalizzazione dell’emozione e della sua trasformazione in sentimenti e un cortocircuito dello psichico o mentale nel somatico.

Questa caratteristica è ben descritta nel volume alessitimia (6), dove si parla anche di disregolazione affettiva e comportamentale dei soggetti e di casi clinici che la dimostrano. Strettamente collegata all’alessitimia è la teoria del codice multiplo di W.Bucci (11), dove i soggetti presentano un adattamento passivo alla realtà, senza dimostrare particolari emozioni e sentimenti, e sviluppando una nevrosi da adattamento e disturbi psicosomatici classici e una sindrome psicosociale.

E’ possibile una diagnosi psicosomatica dell’alessitimia anche usando dei test quali la Tas-20 (Toronto Alexithimia Scale), di Taylor, Bagby e Parker del 1992 con cutoff score che vanno da <50 alessitimia negativa a <50 P <60 Alessitimia intermedia a >61 Alessitimia positiva (6).

In un recente studio statistico clinico effettuato mediante Test Tas 20 su 134 controlli ed infermieri di Udine i risultati ottenuti sono i seguenti:

Alessitimia negativa: 80.59% (108/134).

Alessitimia indeterminata: 9.70% (13/134).

Alessitimia positiva:9.70% (13/134).

Pertanto nei soggetti esaminati la maggioranza assoluta dei casi comunica correttamente i propri affetti e sentimenti e non sono alessitimici, mentre un 19.40 % può presentare, in parte, questa caratteristica.

Tuttavia non vi sono differenze significative tra casi e controlli valutati con Test Chi Quadro, che dà un punteggio di 0.4727, quindi vicino allo zero.

Un ulteriore test per la valutazione dell’Alessitimia è la Toronto Structured Interview for Alexithymia di Bagby e Taylor, che si compone di 24 item suddivisi in 4 scale:

1) Difficoltà ad identificare i sentimenti

2) Difficoltà nel descrivere i sentimenti

3) Pensiero orientato all’esterno

4) Fantasia e altri Processi immaginativi

che indagano le caratteristiche principali dell’Alessitimia (13).

Pertanto l’alessitimia viene descritta dai suddetti autori (6), come disturbo della regolazione affettiva e dissociazione mentale con automatizzazione.

La alexitimia è o meglio diviene, se non trattata, una sindrome psicosomatica o psicosociale (7, 8, 13). E pertanto produce tutta una serie di patologie organo specifiche che portano il clinico e l’internista a curarla.

Il test Tas 20 è molto efficace nel rilevare il disturbo e nel predisporre il terapeuta ad una idonea psicoterapia mirata alla condizione in atto.

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Note sugli autori di questo articolo:

(*) Spec. in medicina del lavoro, Socio SIMP/SIMLII, Venezia, luciomartina84@gmail.com

(**) Psicologo/Psicoterapeuta, SIMP, Udine, fabriziofloreani@libero.it

(***) Statistico, Trieste.

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Bibliografia ragionata e Siti Internet:

1) Porcelli P. Medicina Psicosomatica e psicologia clinica. Cortina, 2009. p.431.

2) www.psyjob.it – psicologia del lavoro online

3) Falco, Girardi, Sarto, Marcuzzo, Vianello, Magosso, Dal Corso, Bartolucci, De Carlo. Una nuova scala di misura degli effetti psicofisici dello stress lavoro correlato in una prospettiva di integrazione di metodi. Med.Lavoro, 2012, 103, 288-308.

4) Winnicot D. Dalla pediatria alla psicoanalisi. Martinelli Ed, Firenze, 1967.

5) Pruneti CA. Stress,disturbi dell’Integrazione mente corpo e loro valutazione, ETS Ed, Pisa, 1997.

6) Caretti V, La Barbera D. Alessitimia. Astrolabio Ed, Roma, 2005.

7) Loverso, Bozzelli, Gianfortuna, Giovannini, Rosselli M. L’alexitimia è una sindrome psicosomatica?Relazione tra alexitimia e psicopatologia. Ed.Benedettine, 1998.

8) Atti dei Congressi Simp, Firenze, 1993, Vol.2 Ed Fisioray, Trieste, 1995, Vol.2. Ed.Latessa Catania, Parma, 1997. Ed.Benedettine, Vol.1.

9) www.simpitalia.com

10) www.psychomedia.it

11) Bucci W. Sintomi e simboli: La somatizzazione secondo la teoria del codice multiplo. New York, Psychomedia, 2000.

12) Ammaniti M, Gallese V. La nascita della intersoggettività. Cortina Ed, 2014.

13) Taylor G, Bagby M, Caretti V, Schimmenti A. La valutazione dell’alessitimia con la TSIA. Cortina Ed, 2014.

14) Freud S. Progetto di una psicologia, 1895, Boringhieri, Torino.

15) De Carlo N, Girardi D, Falco A, Bartolucci GB. Un’indagine di valutazione del rischio stress lavoro correlato mediante l’integrazione di misure soggettive e biologiche. Esperienza a Padova. Comunicazione al 77° Congresso Simlii, Bologna, 16.10.2014.

16) Rossi L, Teodori A, Morosini P. L’alexitimia in un campione di donne afferenti ad un centro di screening senologico. Medicina Psicosomatica, 39, 3-18, 1994. SEU, Roma.

17) Simonelli C, Eleuteri S. Alessitimia e sessualità. Psicologia contemporanea, Gen-Feb 2011, N°223, Giunti, Firenze.


http://www.psyjob.it/alessitimia.htm


giovedì 6 ottobre 2016

Anatomia del Narcisismo di Mauro Scardovelli

Anatomia del Narcisismo  di Mauro Scardovelli


Abilità e disabilità
Durante un convegno di musicoterapia, si discuteva sul concetto di abilità e disabilità. 
Diverse erano le opinioni espresse, e non sembrava possibile giungere ad una visione comune. 
La discussione finì grazie ad un intervento risolutivo di Carlo Sini: 

“Per me la differenza tra abiltà e disabilità è molto chiara: 
abile è colui che sa essere felice, disabile chi non sa esserlo”.

Centro del bersaglio, tutti si trovarono d’accordo. 
Sini, da acuto filosofo, aveva colto l’essenza, ciò che sta a cuore a tutti. 
Una verità incontrovertibile, che pur essendo sotto gli occhi di ogni essere umano, ha bisogno di essere svelata, perché coperta da miti e false credenze. 
Il mito dell’economia oggi ci fa credere che abile è solo chi è ottimo imprenditore di se stesso, e inabile chi non sa competere per farsi valere. La depressione, oggi, a differenza di un tempo, nasce proprio da qui: il non sentirsi mai all’altezza. 
Il mito della salute mentale ci fa credere che è abile chi non soffre mai di angoscia o depressione, mentre in realtà è abile e felice chi riconosce i propri momenti di tristezza e paura, che accomunano ogni essere umano sano, e li sa superare, per il bene suo e del prossimo.


Rispettare 
Rispettare, riconoscere, sono parole chiave che collegano la ricerca filosofica a quella psicologica. Rispettare, stessa radice di spettatore e spettacolo, significa guardare due volte, non accontentarsi del primo sguardo. 

Filosofia. 
La filosofia nasce come ricerca e rispetto della verità, attraverso uno sguardo che sa scendere in profondità, senza lasciarsi ingannare dalle apparenze. 
Verità, aletheia in greco (lethes = nascosto), signfica svelare ciò che è coperto. 

Psicologia. 
L’amore a prima vista può essere cieco e infantile, passeggero e inaffidabile, perché affidato alla proiezione dei propri desideri. L’amore vero è quello a seconda vista: le proiezioni si ritirano e siamo in grado di cogliere l’essenza, la vera natura della persona che amiamo.
L’amore vero, piuttosto raro, unisce sicurezza e passione che si rinnova. L’amore a prima vista viene spesso dall’ego, ed è soggetto alle variazioni di circostanze e di umori, cioè delle subpersonalità che si alternano al governo. Quello a seconda vista viene dall’anima, ed è eterno, perché non mette in relazione solo due corpi e due sistemi di desideri, ma due essenze.


Riconoscere
Riconoscere significa conoscere due volte. 
Per Platone, la conoscenza vera è reminiscenza, è memoria, cioè conoscere per la seconda volta ciò che già sapevamo, diventandone consapevoli.  
Naturalmente, affinché tale affermazione abbia un senso condivisibile, occorre riferirla alle poche conoscenze essenziali (le foglie nelle mani del Buddha), e non alle infinite conoscenze marginali (le foglie della foresta), che nella filosofia medievale erano considerate oggetto di curiositas, e nel buddismo di pigrizia. E quali sono le conoscenze essenziali? Quelle che ci rendono abili, cioè capaci di essere felici.

Sofferenza e felicità
Ma essere felici, in un mondo ove la sofferenza dilaga ovunque, è un comportamento etico? 
E’ giusto essere felici, è onesto, è buono? 
Non è forse mancanza di sensibilità, empatia, solidarietà per chi vive nella sofferenza?
Il bambino, di fronte alla sofferenza dei genitori, ne viene invaso, contagiato. 
Dal momento che dipende dai genitori per sopravvivere, farebbe qualunque cosa pur di continuare ad appartenere alla sua famiglia. Così può decidere di essere infelice per essere solidale, o di diventare infelice al posto dei genitori, pensando in tal modo di liberarli dal loro fardello.
E’ facile capire che questo è amore immaturo, cieco, infantile.
Ma noi, adulti, siamo liberi da questo tipo di amore che unisce le persone nel condividere e diffondere la sofferenza nevrotica o non necessaria? 


La propensione alla felicità come dovere etico
Umberto Galimberti, in un recente libro (Miti del nostro tempo) sostiene che essere felici è un dovere etico. Il ragionamento che sviluppa è semplice. Tradotto nelle parole di Thich Nath Hanh, chi è felice rende il mondo migliore, perché sparge intorno a sé semi di felicità. Chi è infelice, in modo nevrotico, lo rende peggiore, perché sparge semi di infelicità. Non solo, ma scarica sul suo prossimo un fardello che ha costruito con le sue mani, senza prendersi la responsabilità di disfarlo.

Conoscere se stessi
Come rispettare, riconoscere è conoscere una seconda volta, uno sguardo che sa scendere in profondità, al di sotto delle apparenze e sa cogliere la verità. Uno sguardo che vede, senza proiettare, perché guarda due volte. Senza rispetto, senza riconoscimento, non ci può essere felicità. Diventa chi sei (per essere felice), afferma Nietzsche. E per diventare chi sono, devo conoscermi, cioè riconoscermi, rispettarmi, vedermi in profondità. Solo questo può liberarmi dalla sofferenza nevrotica, o autocostruita. 
Ma posso fare tutto questo da solo? No. Come essere umano, a differenza degli animali, ho bisogno che altri mi facciano da specchio: imparo a vedere di me ciò che altri significativi hanno visto di me. Posso riconoscere e rispettare la mia essenza nella misura in cui è stata vista e rispettata.
Se questo non è accaduto nell’infanzia, non è mai troppo tardi. Ma ho sempre bisogno di qualcuno che svolga questa essenziale funzione. E se non è sottomano, è mio compito, un compito etico, cercarlo, per liberarmi da una sofferenza che, altrimenti, continuo a infliggere non solo a me, ma alle persone che mi circondano.


Conoscere la propria anima
E quale è la mia essenza, la mia anima? 
Seguendo Galimberti e il pensiero greco, la mia essenza è la mia qualità interiore, le mie predisposizioni, i miei talenti. Se sviluppo e metto a frutto i miei talenti, sarò felice. Ma è sufficiente? 
Se sono portato per la musica, e faccio il musicista, sono felice? Non è detto. 
Non è detto perché la mia anima non è solo la mia qualità interiore, ma è il flusso profondo dei miei sentimenti. Io non sono una monade isolata, ma una rete di relazioni in continuo movimento in cui io occupo una posizione che è solo mia. 

E che cosa sono i sentimenti?                                                                                                          Sono reazioni fisiologiche (emozioni: moto verso l’esterno) divenute consapevoli, che mi informano sulla qualità delle mie relazioni: con me stesso, con gli altri, con il mondo.
Il flusso dei miei sentimenti mi rende davvero unico. Il flusso dei sentimenti è il cuore della mia anima, perché ciò che provo, momento per momento, indica lo stato delle relazioni alle quali partecipo e che definiscono il mio essere nel mondo. Io mi sento riconosciuto e amato solo da chi sa comprendere e rispettare ciò che provo. Senza questa attitudine reciproca, la danza dell’amore non è possibile.


Il cuore dell’anima
Il flusso dei sentimenti autentici è il cuore dell’anima. 
Perché il cuore? Perché l’anima è la scintilla divina, la parte più evoluta che ci distingue come specie. L’anima ci unisce; la personalità ci divide. L’anima è un centro di amore; la personalità un centro di potere. Definizione di essere umano: disperato tentativo di un’anima di far evolvere una personalità. Funzione dell’anima è quella farci evolvere verso stati più elevati di consapevolezza, superando via via le visioni parziali e frammentate, rendendoci integri, cioè interi, e connessi a ciò che c’è. L’anima è il ponte che ci riconnette al tutto. Gli antichi greci erano ben consapevoli che l’anima individuale non può essere separata dall’anima collettiva. I sentimenti, quelli veri e autentici, sono i fondamentali strumenti dell’anima: è attraverso i sentimenti che l’anima ci aiuta a raddrizzare la rotta quando la stiamo perdendo, cioè quando ci stiamo separando, isolando, ritirando.
Il dramma umano, la distruzione del pianeta e delle comunità alla quale oggi assistiamo impotenti, trova qui la sua origine: nel vizio dell’occidente di separare e dividere per conoscere, controllare e dominare, anziché contemplare la natura e armonizzarci ad essa. Separare e controllare fino a perdere il contatto con la nostra anima e con la terra che ci ospita, rendendoci estranei a noi stessi e agli altri, rendendoci individui isolati e impauriti. Quindi sempre pronti a difenderci, attaccando e aggredendo chi percepiamo come estraneo o nemico. Non solo gli altri, ma persino il cibo con cui ci nutriamo può diventare oggetto delle nostre fobie.

Ma come abbiamo potuto ridurci così? 
Come siamo giunti a tradire in modo così profondo la nostra vera natura, che è sociale e relazionale? Una natura che ci porterebbe ad integrarci con l’ambiente anziché distruggerlo per dominarlo?
C’è una peculiarità della nostra specie che rende possibile questo esito drammatico. 
Gli animali sono guidati dagli istinti. Noi no. Noi dobbiamo imparare come comportarci, dobbiamo imparare a conoscerci. E per conoscere il flusso dei sentimenti, cuore della nostra anima, abbiamo bisogno che altri li abbiano visti, rispettati, nominati. E’ attraverso le loro parole, le parole con cui li nominano, che impariamo a distinguerli e riconoscerli, come figure sullo sfondo indifferenziato delle sensazioni. E possono aiutarci in questo passaggio solo persone che a loro volta sono state viste, i cui sentimenti siano stati riconosciuti e nominati. Persone che, in tal modo, hanno imparato a vedere, riconoscere, contattare il cuore della loro anima. Persone che sono diventate se stesse, autentiche, capaci di essere felici, cioè abili. In armonia con ciò che li circonda.


Sentimenti dell’anima
Ma tutti i sentimenti che proviamo vengono dalla nostra anima? 
No, la maggior parte di essi proviene dal nostro Ego. 
I sentimenti primari, come strumenti dell’anima, sono due: amore e gioia. 
L’amore è il sentimento che, attraverso i comportamenti che ispira, ci induce a soddisfare il bisogno di unità e armonia. La gioia è il sentimento che indica la nostra armonica partecipazione all’unità, e il nostro contributo al bene comune.
Per l’anima la maggior fonte di felicità è donare, non prendere. 
Quando siamo nell’anima, più diamo, più riceviamo, perché non ci sentiamo separati. 

E la rabbia, la tristezza, la paura, sono estranei all’anima? 
No, certamente. E come si fa a distinguerli dai sentimenti che chiamiamo nello stesso modo, ma provengono dall’Ego? E’ semplice. La rabbia, la tristezza, la paura che vengono dall’anima durano molto poco. Sono solo segnali che ci inducono a ripristinare l’equilibrio violato, la rottura del senso di unità, tutelarci da un pericolo effettivo. 

La rabbia ci informa che qualcuno, o una parte di noi, sta violando un nostro bisogno in modo grave. La tristezza ci avvisa che dobbiamo lasciar andare qualche attaccamento. 
La paura ci avverte che c’è un pericolo reale attuale.

In ogni caso, il sentimento di fondo rimane sempre l’amore, il desiderio di unità e armonia, come nota fondamentale che accompagna la colonna sonora della nostra vita. Ed è sulla base di questo sentimento che possiamo attivare un comportamento idoneo a ripristinare l’equilibrio violato. La strategia che seguiamo, ispirata dall’anima attraverso i relativi sentimenti, è quindi funzionale a risolvere il pericolo, a lasciar andare l’attaccamento o a soddisfare il bisogno specifico violato, per ripristinare la nostra armonica partecipazione all’unità. 
La vita, attraverso le sue difficoltà, ci allena a praticare forme d’amore sempre più elevate, come quella di amare le persone che ci sono inizialmente indifferenti o addirittura nemiche. E amare significa cercare il loro bene insieme al nostro: i sentimenti dell’anima promuovono sempre il bene comune.


Sentimenti dell’Ego
I sentimenti dell’Ego hanno tutt’altra natura.
L’Ego, a differenza dell’anima, nasce dall’esperienza di non essere amati, visti, riconosciuti. Nasce dall’esperienza di abbandono, rifiuto, esclusione, ingiustizia, umiliazione.
Nasce dalla separatività, e alimenta ulteriore separatività. Mentre l’anima vive nell’amore, l’Ego vive nella paura: paura dell’altro e del mondo. Reagisce alla paura cercando il controllo e il potere. 
L’Ego non crede nell’amore, nel senso di unità, nel bene comune. L’Ego crede nel suo bene esclusivo, indifferente o in contrasto con il bene degli altri. L’Ego vive nel conflitto, e cerca nel potere e nel dominio i mezzi per superare la paura di fondo, che origina dalla separazione. L’Ego non pratica la danza dell’amore, ma della competizione e della lotta. Quando si sente in pericolo, l’Ego reagisce con rabbia o tristezza, mischiate a paura e rancore. Questi sentimenti durano nel tempo e diventano una nota del carattere. Essi mirano a soddisfare il bisogno di controllo e potere, cioè non un bisogno primario, come l’amore, ma secondario. Le strategie e i comportamenti che mette in atto per soddisfare il bisogno secondario, compensativo del bisogno primario, non possono che essere disfunzionali. Più l’Ego ricerca il potere, più si allontana dall’amore e dall’anima.

La persona nell’Ego è prigioniera di se stessa, perché le mosse che compie per uscire dalla prigione la ingabbiano sempre di più. Cercando il potere, rinuncia all’amore. Dandosi ragione, rinuncia alla felicità. 
Quando l’Ego dice di amare, non di vero amore si tratta, ma di amore possesso. Coniuge, figli, parenti, amici, sono “amati” in quanto visti dall’ego come suoi prolungamenti, oggetti in cui si identifica (MIA moglie, i MIEI figli, i MIEI amici), che può controllare, sui quali può contare per soddisfare i suoi bisogni, come può contare sulle sue gambe o sulle sue braccia. La sua benevolenza dura finché queste persone non si sottraggono al suo desiderio di possesso e controllo. Allora questo tentativo, riuscito o meno, è visto dall’Ego come tradimento. A quel punto, il falso amore mostra il suo vero volto: diventa rabbia, gelosia, paura di perdere l’altro. Sentimenti così diffusi da apparire del tutto normali, perché è normale essere abitati dall’Ego ed essere guidati dalla sua politica.


Il cuore dell’Ego
Il cuore dell’Ego è il narcisismo: il proprio io diventa misura di ogni cosa, il centro del mondo, attorno a cui tutto il resto ruota. Gli altri diventano oggetti da manipolare e sfruttare per soddisfare i propri bisogni e desideri. Sentendosi nel giusto, dandosi ragione perché non c’é empatia, né compassione. Gli altri, come persone libere e autonome, non esistono proprio.
Il narcisismo ci rende ottusi e spietati. Pigri, perché altri devono fare al nostro posto. Grandiosi, perché gli altri devono riconoscere che siamo speciali, superiori, assolti dalle regole di convivenza e dalle incombenze comuni. 
Sforzo e impegno sono parole che il narcisista detesta. Lui è diverso, le cose gli sono dovute. Segue sempre la via di minore resistenza: gratificazione immediata, piaceri facili, piaceri orali, senza fatica. Pigrizia, disordine, mancanza di disciplina sono le sue pratiche comuni. 


Esternalizzazione
Che altri ne paghino le conseguenze, è per lui del tutto irrilevante. I loro sentimenti non hanno importanza, generano solo fastidio, e possono essere tranquillamente calpestati.
Dare un feedback o richiamare un narcisista ai suoi compiti, è come accendere un fiammifero vicino ad un secchio di benzina: la sua rabbia divampa in modo esplosivo. La rabbia narcisistica è incontenibile, perché trova il suo alimento non nella situazione attuale, ma nelle umiliazioni ricevute in passato, alle quali il narcisista ha detto: MAI PIU’. E’ un fatto di sopravvivenza: l’organizzazione narcisistica si è formata per salvare il paese dall’annientamento, dalla distruzione dell’identità, sotto il fuoco incrociato delle umiliazioni e delle squalifiche dei propri sentimenti. 
La legge dell’informatica: garbage in, garbage out, è valida anche per la psiche. Esce quello che è stato messo dentro, con qualche variante e adattamento. Il narcisista riproduce la medesima danza che è stata praticata con lui. Restituisce agli altri le esternalizzazioni ricevute, sentendosi in diritto di farlo: gli altri non sono migliori di me.


Giudizio o compassione
Ogni cosa può essere vista dall’anima o dall’Ego. Se osserviamo la configurazione narcisistica a partire dall’Ego, la giudichiamo e proviamo solo rabbia e disprezzo. In tal modo pratichiamo lo stesso tipo di danza che condanniamo in questa configurazione. Il narcisista alimenta la sua rabbia giudicando gli altri, dei quali teme il giudizio. Quando noi pratichiamo il giudizio nei confronti del narcisista, ci comportiamo da narcisisti, e contribuiamo ad alimentare la prolificazione di questo virus nel mondo.
Se osserviamo il narcisismo dall’anima, proviamo compassione, in quanto ne cogliamo la profonda sofferenza e impotenza. Impotenza ad amare, coperta dal bisogno di primeggiare ed essere speciale. E dietro la rabbia e la sofferenza, vediamo l’intento positivo: salvare il proprio paese dall’annientamento. 


Superare il narcisismo è il compito evolutivo più difficile
Ma perché è così difficile liberarsi dal narcisismo? E’ difficile perché l’io-governo della persona sa di avere un debito nei confronti di questa organizzazione, perché colludendo con essa ne ha tratto vantaggio. L’io-governo non è quindi pulito. E’ la sua precedente malafede ad indebolire ogni sua iniziativa evolutiva, in quanto rimane sotto ricatto dell’organizzazione narcisistica. Gli USA hanno armato i mujahidin contro l’URSS nella guerra contro l’Afganistan. In seguito i mujahidin si sono rivoltati contro l’america nel momento in cui voleva togliere loro il potere. L’io-governo sa che non può facilmente spuntarla con l’organizzazione narcisistica che lui stesso ha alimentato ed armato. Finché si allea e si indentifica con essa, si sente forte. Quando inizia a richiamarla per ridurre o eliminare il suo impatto sulla sua politica, gli si rivolta contro, con tutta l’aggressività che prima proiettava all’esterno.


Confrontare il narcisismo
In terapia e nella formazione, confrontare il narcisismo è un compito molto delicato. Va fatto con tatto e intelligenza, aspettando il momento in cui l’intervento puà essere riconosciuto e accolto dal cliente. Ma non si tratta di tecnica o tattica. In terapia, come nella vita, più che il comportamento conta il modo di essere. Si può confrontare il narcisismo altrui nella misura in cui si è imparato a vedere e confrontare il proprio. Quindi, nella misura in cui si sono sviluppate sufficiente umiltà, dedizione alla verità e responsabilità. Ovvero nella misura in cui si pone fine alla manipolazione e all’esercizio subdolo del potere dominio o racket. 


Manipolazione
La manipolazione è esercizio di falsità sufficientemente coperta da non essere riconosciuta. Quanto più la persona narcisista è intelligente, tanto più sa manipolare gli altri in modo subdolo o nascosto. Le forme rozze di narcisismo sono facilmente riconoscibili, e quindi meno pericolose. Quelle più raffinate sono le più insidiose e difficili da snidare e rivelare. 
La prepotenza, la durezza, l’egoismo, sono facili da comprendere, almeno da chi non è troppo coinvolto nella relazione. La seduzione, l’enfasi di attenzioni, l’esaltazione, sono meno evidenti perché, ad una mente distratta, possono apparire benevole. Esse fanno leva proprio sul narcisismo di chi ne diviene oggetto. La persona ammirata, esaltata e sedotta, può credere così di ricevere amore, senza rendersi conto che l’amore in questione ha uno scopo che con l’amore non ha nulla a che fare: quello di irretirla, di attrarla nel mondo del seduttore, finendo così per coinvolgerla intensamente in una relazione che non è evolutiva, ma regressiva. Una relazione che è al servizio dell’Ego, non dell’anima. L’Ego del seduttore ne trae il vantaggio di essere ammirato ed esaltato a sua volta. Quello della persona sedotta, ne trae il vantaggio di ottenere il riconoscimento che ha sempre cercato. Ma si tratta di un falso riconoscimento: non un riconoscimento dell’anima e delle qualità interiori, ma un riconoscimento dell’Ego, che non indebolisce, ma rinforza il narcisismo.
Terapeuti e formatori che non hanno lavorato a sufficienza sul loro narcisismo, cadono facilmente in questa trappola: ingannando se stessi, ingannano gli altri. A tempi brevi, i risultati possono apparire eclatanti, perché il narcisismo del cliente, esaltato anziché confrontato, si allea con quello del terapeuta. Ma i risultati hanno le gambe corte, perché nascono da un idillio e un’idealizzazione reciproca. Che, vista in profondità, è una forma di sfruttamento che ognuna delle due configurazioni narcisistiche attua sull’altra. Ottenendo come risultato quello di rinforzarsi.
La psicoanalisi, la prima forma di terapia diffusa in occidente, è stata attenta a queste dinamiche. Ha perciò creato un setting rigoroso, e una formazione assai rigorosa degli psicoanalisti. Il trattamento si è rivelato spesso lungo e dispendioso. E, per ragioni che qui non posso trattare, spesso poco efficace rispetto alle risorse impiegate.

Oggi la psicoanalisi ha perso terreno.
E forse è un bene, perché aveva un carattere elitario, non democratico.
Si sono così sviluppate altre forme di terapia, che promettono, e spesso mantengono, tempi e costi assai inferiori. E questo è probabilmente un bene. Non è però un bene l’eccesso opposto in cui talvolta o spesso si rischia di cadere: sottovalutare l’impegno che il cambiamento richiede, e promettere soluzioni veloci e risolutive. Sotto questa pressione culturale, alcuni terapeuti e formatori si inventano ogni giorno nuove tecniche, nuove modalità di intervento, nuovi modi di approcciare il problema del cambiamento, presentati come l’invenzione risolutiva, quella che ci permetterà di ottenere ciò che vogliamo da noi stessi e dal mondo in modo rapido, immediato, indolore, e definitivo. 
La corsa alla novità, alla tecnica ultimo grido, spesso non fa che coprire l’intento narcisistico che accomuna clienti e terapeuti. E il successo di questo mercato, basato sull’effimero, non è che la prova di come questo modo di avvicinarsi al problema della sofferenza umana sia perfettamente in linea con il carattere sociale, narcisistico, che in occidente ha raggiunto il suo culmine. 
Su questa linea, ben si comprende l’affermazione di Thomas Merton: “Quando ho successo, mi chiedo in che cosa ho sbagliato”. Per chi decide di non fliltare più con il proprio e altrui narcisismo, il monito di Merton può essere di grande insegnamento. Il successo dell’Ego è insuccesso dell’anima.


Vittime e perdenti non sono immuni dal narcisismo
Chi si sente vittima dell’altrui prepotenza, di solito non è meno narcisista del prevaricatore di turno. Non lo è perché giudica, si sente nel giusto, accusa e pretende dall’altro il cambiamento che non sa ottenere al suo interno. La vittima quindi manipola a sua volta la realtà, e lo fa sentendosi buona, e cercando di alleare altri nella propria propaganda. Se viene confrontata, non ascolta, non riflette, ma reagisce con indignazione. Attaccata alla sua immagine di brava persona, è permalosa e reattiva. E’ convinta di avere ragione. Non vede la propria responsabilità e, appena può, esternalizza i costi della sua cattiva politica su parenti e amici. Come ogni narcisista, rifiuta selettivamente i feedback che non confermano la sua visione. E’ orgogliosa, non umile, non radicata alla terra e alla realtà. 
Il fatto di subire, di non avere successo, la fa credere di essere oggetto di ingiustizia. Il monito di Merton viene da lei interpretato in modo da darsi ragione: vedi, non ho successo, continuo a essere prevaricata, proprio perché mi comporto bene.
   



L’organizzazione narcisistica è presente in ogni persona, perché ogni bambino ha incontrato l’abuso di potere, o direttamente nei suoi confronti, attraverso rifiuti e umiliazioni, o praticato intorno a sé e ampiamente premiato come esempio da seguire. Una società narcisista genera figli narcisisti. Ciò che varia nelle persone è solo la dimensione e l’intensità del fenomeno.  
Nella società dell’immagine e dei consumi, la danza narcisista si è rafforzata e diffusa in modo esponenziale. Sentimenti, qualità interiori, reali capacità, non hanno alcuna rilevanza. Ciò che conta è l’aspetto esteriore, l’esibizione di forza e intelligenza opportunista, il possesso di denaro e di beni. Dio è morto, e con lui i principi che il suo simbolo ispirava. L’amore verso il prossimo, come valore, si è convertito in distanza e ricerca di potere. 
Ma perché il narcisista ricerca il potere? Perché è fragile, perché ha i piedi di argilla. Accanto all’immagine grandiosa che esibisce all’esterno, convive l’immagine da cui egli cerca disperatamente di fuggire: quella di essere una nullità, senza alcun valore. Il narcisista teme il giudizio e teme la critica, anche costruttiva, perché lo richiama alla realtà. Ma la realtà, per lui, dietro la maschera grandiosa, è il vuoto, la nullità dei sentimenti, l’insignificanza. Il narcisista ha paura di rivelarsi, perché nel suo profondo si sente inaccettabile. Se l’immagine negativa sale alla superficie, egli si sente perduto. Riaffiora il dolore e il senso di umiliazione: si sente debole, esposto, impaurito. 
Il narcisista disprezza i sentimenti degli altri perché disprezza i suoi stessi sentimenti, quelli autentici, quei sentimenti che lo portano a ricontattare il dolore e la depressione originaria. Da quei sentimenti si è distaccato, scegliendo la via schizoide dell’alienazione e la loro copertura attraverso la rabbia. 
Se guardiamo la superficie, del narcisista vediamo l’arroganza e la prepotenza verso gli altri. Se guardiamo in profondità, attraverso gli occhi dell’anima, vediamo che egli pratica la danza della prepotenza in primo luogo nei confronti di se stesso, nei confronti delle proprie parti tenere e dei suoi sentimenti più intimi. Il cuore della sua anima, il flusso dei sentimenti profondi, è impedito e imprigionato. Carceriere di se stesso, è diventato captivus, cattivo. Separandosi, alienandosi da sé, ha tradito la propria anima. Abbandonato il sinballein, la scintilla divina, la coscienza ubuntica, la fiducia nel tutto, si è affidato al diaballein, al diavolo, al grande mentitore interno.
Chi del narcisista vede solo la superficie, lo giudica sentendosi nel giusto. In tal modo, non ascoltando la sua anima, alimenta il proprio e l’altrui narcisismo. 



Interludio: divina consapevolezza e corpo di dolore
Divina è la consapevolezza dell’unità di tutte le cose. Divina è la coscienza che ama tutti gli esseri, perché conosce in profondità la loro vera natura di interessere, di partecipazione al tutto. Essa è chiamata con nomi diversi nelle differenti tradizioni: ubuntu, coscienza cristica, adwaita, pachamama, ecc. 
La fisica moderna, partendo dallo studio della materia, è giunta ad una visione analoga: definisce l’universo “quantum field”, campo nel quale ogni particella, ogni atomo è connesso a tutti gli altri. 
Che cosa è l’anima? L’anima è la scintilla divina al nostro interno, la parte di coscienza più evoluta, che riconosce la natura ubuntica della realtà. La visione dell’anima è la visione più ampia a cui possiamo attingere rimanendo esseri umani incarnati. L’anima individuale è il ponte che ci connette all’anima del gruppo, della comunità, della collettività, dell’umanità, della terra, ai quali apparteniamo, in cerchi concentrici sempre più allargati, fino a comprendere tutto l’universo. 
Per l’anima non esiste il bene personale esclusivo, non esiste il mio bene separato dal tuo. Esiste il nostro bene, il bene comune, il bene di tutti. Così come non esiste il mio o il tuo male, ma il nostro male.
Ma per comprendere quale è il bene di tutti (una coppia, una famiglia, un gruppo, una comunità ecc.) occorre una grande intelligenza, una grande mente, che sa riconoscere i diversi punti di vista, i diversi bisogni, i differenti valori (parziali), le differenti storie.
Come la forza di gravità ci tira continuamente in basso, così l’anima è continuamente la lavoro per portarci verso l’alto, verso il cielo, verso una visione via via più ampia e comprensiva. 
La natura dell’universo è relazionale. La nostra natura è relazionale. Non esistiamo come esseri separati, ma come fascio di relazioni. L’essenza delle relazioni è la comunicazione, che va dal reciproco influenzamento a livello fisico (tra particelle, atomi, molecole, oggetti), all’influenzamento reciproco a livello emotivo e mentale, che si verifica tra esseri umani. 
L’anima è la parte di noi che lavora per allargare la nostra visione e per interconnetterci a livelli sempre più profondi con ciò che c’è, in primo luogo con le altre persone. Maggiore interconnessione significa maggiore comunicazione, ascolto, empatia reciproca, compassione, amore. E maggiore gioia e felicità.
I sentimenti, come strumenti dell’anima, ci aiutano a comprendere, momento per momento, se stiamo andando in avanti o indietro nel nostro cammino evolutuvo. Quale cammino evolutivo? Quello che ci aspetta quando abbiamo raggiunto lo stato di coscienza ordinario, dell’uomo capace di socializzare ed essere produttivo. A differenza degli animali, la nostra evoluzione non termina con l’adattamento ambientale e sociale. A noi, come specie, è richiesto un passaggio ulteriore: quello di divinizzarci, cioè di compiere il cammino che hanno percorso prima di noi altri grandi esseri, come Buddha, Gesù, Krisnha, e, in tempi recenti, Gandhi, Martin Luther King, Nelson Mandela. 
L’amore, nelle sue differenti qualità, come la compassione, l’empatia, la bontà, e la gioia, indicano che stiamo realizzando il progetto della nostra anima. 
I sentimenti negativi, che ci fanno star male, come la rabbia, la tristezza, la paura, indicano che ci stiamo allontanando dal progetto. Se hanno breve durata, sono di grande utilità, perché è grazie a loro che possiamo raddrizzare la rotta. Se durano nel tempo, se diventano abitudini, indicano che ci siamo molto allontanati dal progetto dell’anima, e che se non ritorniamo sulla via, non solo soffriamo adesso, ma ci aspetta in futuro una sofferenza maggiore. 

Un gruppo di messicani indigeni stava accompagnando un team di scienziati in cima ad una montagna, aiutandoli nel trasporto dei materiali. Ad un certo punto i messicani si fermarono per mezz’ora, senza apparente ragione. Alla sera uno degli scienziati chiese ad un messicano il perché di quella sosta. “Eravamo andati troppo in fretta durante la giornata. Avevamo lasciato indietro la nostra anima”.

Noi occidentali, abbiamo perso le categorie per ragionare in questo modo. Un modo condiviso dalle culture che, prima di noi e a differenza di noi, hanno privilegiato l’armonia all’efficienza. Culture e civiltà che per lunghi secoli abbiamo considerato arretrate, sottosviluppate, primitive. E che abbiamo sentito il dovere di educare e portare sulla retta via, persuandendole con la forza delle armi o con la seduzione del denaro.


Più seguiamo il progetto dell’anima, più la nostra visione si fa ampia e comprensiva, più grande diventa la nostra capacità di amare e provare gioia. I sentimenti sono espressioni del corpo, che traduce i sentimenti in biochimica. C’è quindi una chimica dell’amore e della gioia, così come s’è una chimica del rancore e della rabbia. A livello chimico, il nostro corpo non è diverso dagli animali. Valgono le stesse leggi. Un corpo che si abitua a produrre endorfine, serotonina, ossitocina, è diverso da un corpo che si abitua a produrre prevalentemente adrenalina o corticosteroidi. Il primo vive in stato di risorsa, il secondo in stato di difesa. Per il primo il mondo è un luogo di possibilità e opportunità; per il secondo un luogo di pericoli. Anche la configurazione cerebrale è diversa. Nel primo è attivo in prevalenza il lobo frontale sinistro; nel secondo il destro.

Ma, così come finiamo per dipendere da droghe che assumiamo dall’esterno, lo stesso avviene per le sostanze che produciamo all’interno. Chi si abitua a produrre droghe negative, che costituiscono la base biochimica dei suoi stati depressivi, ansiosi, melanconici, finisce per dipenderne. Al punto che, per assumerne altre dosi, va a cercare nella vita proprio quelle situazioni che lo aiutano a produrle. Così Joe Dispenza, in termini scientifici, spiega il fenomeno che Eckhart Tolle, a livello psicologico e spirituale, chiama “corpo di dolore”. E’ una buona risposta alla domanda: perché perseguiamo con tanta determinazione il nostro male?
Rimane l’altra domanda: perché non siamo altrettanto assidui nel cercare il nostro bene? Le ragioni sono molte. Ne indico alcune:

- nell’universo fisico vige il secondo principio della termodinamica:
l’entropia, cioè la tendenza a passare da stati di ordine a quelli di disordine.
La vita fa apparentemente eccezione: essa procede verso livelli di ordine e complessità sempre maggiori. In realtà lo fa localmente, a scapito di forme d’ordine meno complesse. Tutto intorno alla vita, il disordine cresce, e il secondo principio della termodinamica rimane valido. La vita è un processo continuamente in bilico tra se medesima e la morte. Senza morte non ci può essere vita. Noi stessi possiamo essere vivi solo perché milioni di cellule muoiono ogni minuto, e fanno da nutrimento ad altre cellule. Morire, come distruggere, è molto più facile che vivere e costruire. Vivere è una strada in salita. Morire e distruggere è una strada in discesa. Non occorre un atto di volontà per cadere da una montagna. Più saliamo verso l’alto, più è sufficiente un attimo di distrazione.

- dal momento che è più facile e comodo compiere il male, è più facile e comodo assecondare l’Ego che non l’anima. L’Ego 
ci seduce con la promessa di gratificazioni immediate e di piaceri facili.
L’anima ci chiede di rinunciare a quel tipo di piaceri, e alla sofferenza che sempre ne consegue, in vista di una gioia e una felicità incomparabilmente più grandi. Ma il progetto dell’anima, a differenza di quello dell’Ego, richiede maggiore capacità di visione e maggiore forza di volontà. 
- date queste premesse, è molto più comune che tra gli esseri umani si diffonda la politica dell’Ego rispetto a quella dell’anima. Secondo Eckhart Tolle, l’Ego collettivo che l’umanità ha prodotto oggi è l’organismo più pericoloso e distruttivo che sia mai comparso sulla terra.
- noi non siamo monadi isolate. Viviamo sempre in connessione con la società alla quale apparteniamo. La morale media è espressione tipica della politica dell’Ego. Assecondando questa politica, ci adattiamo e apparteniamo. Come animali sociali, per appartenere, per non sentirci esclusi, siamo pronti a pagare qualsiasi prezzo. Spesso il prezzo, per chi segue la politica dell’anima, è quello di una progressiva solitudine, della perdita di amici, compensata, quando si è molto fortunati, dall’amicizia con un gruppo molto ristretto di compagni di percorso. Ma questo non toglie il senso di estraneità rispetto all’andamento prevalente nelle nostre società. 
- reagire ad un tradimento con un altro tradimento, è più facile che rispondere con il perdono. Solo Dio è in grado di perdonare, dice Panikkar, cioè la parte divina che è in noi. E’ più facile reagire al karma famigliare negativo con comportamenti egoici che lo appesantiscono, piuttosto che rispondere con comportamenti che vengono dall’anima, che sono in grado di scioglierlo.
- la politica dell’anima richiede conoscenza e consapevolezza. Quella dell’Ego si nutre di ignoranza. L’ignoranza non richiede alcuno sforzo per essere mantenuta e diffusa. La conoscenza sì. 
- mentre la solidarietà richiede veglia e impegno, Dioniso, il dio dei desideri, agisce anche durante il sonno (Luigi Zoia, La morte del prossimo). Allevare scarafaggi è più facile che educare bambini.

Invito chi legge a riflettere, e a scoprire altre ragioni da aggiungere all’elenco.


Cura del narcisismo: premessa
Il narcisismo è la malattia dell’occidente. Nasce dall’idea di essere separati dagli altri, dalla natura, dall’universo. Semplificando molto, l’uomo occidentale si sente come una fragile imbarcazione in balia delle intemperie. L’uomo orientale si sente come l’acqua che compone un’onda nell’oceano. L’onda, come tutti i fenomeni, ha un inizio e una fine: prima o poi si infrangerà sulla riva. Ma l’acqua di cui è costituita permane. Per l’uomo orientale, la morte è quasi una festa, è il ritorno al tutto, all’origine prima del fenomeno. Per l’uomo occidentale, che pone la sua identità sul fenomeno, anziché sul tutto, la morte è una tragedia.
Quando gli illuministi vennero a conoscenza del pensiero orientale, e del concetto di sé universale, si resero conto di aver finalmente sotto gli occhi la soluzione al problema filosofico che l’occidente non può risolvere (tragicamente analizzato da Freud): l’eterno conflitto tra individuo e gruppo, tra individuo e collettività. Se si parte dall’idea hobbesiana, tuttora prevalente nella nostra cultura, di homo homini lupus, solo un’autorità molto forte può tenere a bada gli appetiti dei singoli e rendere possibile una convivenza civile. La teoria di Locke, del contratto sociale, è solo un poco più ottimista sulla natura umana: non c’è bisogno della paura di un’autorità dispotica per tenere insieme le persone. Basta un atto di intelligenza: conviene a tutti accordarsi per non essere sempre in lotta gli uni con gli altri. Si aprono così le porte a legittimare la democrazia come migliore forma di governo. Ma la democrazia non elimina le competizioni, le rende solo meno cruente o più coperte. Favorisce il compromesso, il contenimento dell’odio e della violenza, non l’amore tra le persone. 
L’uomo occidentale ha inventato il monoteismo, nella forma di un Dio da temere, prima ancora che da amare. Un Dio perfettissimo, nei cui confronti sentirsi sempre indegni, meritevoli di punizione e castigo. E’ Dio onnipotente, cui devono inchinarsi anche i sovrani, a garantire il valore della giustizia, almeno nell’altro mondo, quello che ci aspetta dopo la morte. Senza la presenza di Dio, e del timore che incute, il liberale John Locke crede che una società pacifica non possa esistere.
Il pensiero di Agostino ha abitato per più di un millennio il nostro inconscio collettivo: noi siamo fatti di legno storto; il nostro corpo, la nostra natura umana ci porta a peccare; disprezziamo il corpo, disprezziamo il mondo, e saremo degni dell’amore di Dio. 
E prima di Agostino, è Platone a metterci in guardia nei confronti del corpo: i sensi ci ingannano. Non è a partire dai sensi che possiamo raggiungere una conoscenza vera. Solo l’anima può conoscere, perché procede per numeri e concetti. 
La separatività, la frammentazione, la scissione – corpo/anima, soggetto/oggetto, pensiero/emozione, io/corpo, io/altri, io/mondo, spirito/materia, io/Dio – è il vizio, il peccato d’origine dell’occidente, la sua incapacità ad esprimere una visione che non sia duale, oppositiva, conflittuale.
La separatività ha toccato il suo culmine con Cartesio, e con la nascita della scienza moderna. L’unica conoscenza valida, per Cartesio, è quella more geometrico, che procede per idee chiare e distinte, e prende la fisica come paradigma di riferimento. Il corpo e le sue sensazioni non possono produrre alcuna conoscenza valida. Il corpo stesso va studiato come un qualunque oggetto fisico: peso, dimensione, misura. Il resto è solo illusione. La principessa di Svezia, allieva di Cartesio, gli scrisse una lettera in cui diceva che, nonostante i suoi insegnamenti, continuava a percepire il corpo, le sensazioni e le emozioni come un fatto reale. Cartesio le rispose che, nonostante il suo rango, Sua Altezza continuava a ragionare come un individuo del popolo.   
La spiritualità del corpo, la spiritualità della materia, la visione olistica, non duale, è una conquista recente in occidente. Vito Mancuso, teologo laico, sostiene che questa svolta è avvenuta nel novecento, e cita cinque grandi personalità che l’hanno promossa e favorita: Pavel Florenskj, Dietrich Bonhofer, Simon Weil, Etty Illesum, Tehilard de Chardin. 
Ma è una svolta appena all’inizio: l’edificio della scienza, che, dopo la morte di Dio, è diventata la religione universale, non l’ha ancora registrata, se non a livello assolutamente marginale. 
La nostra medicina è ancora una medicina del corpo. L’anima, i sentimenti, rimangono fuori dallo sguardo dell’assoluta maggioranza dei medici e dalla totalità degli ospedali. Chi entra in una clinica, diventa un numero, un caso, da analizzare e studiare secondo i protocolli della scienza medica. La sua personalità, il suo modo di sentire e percepire il mondo, non interessano agli operatori della sanità.
Dell’anima si dovrebbe occupare un’altra categoria di professionisti, gli psicologi, che però non hanno la competenza e non sono autorizzati a occuparsi anche del corpo. Se poi tra i sentimenti del paziente emergono sentimenti religiosi, è chiaro che il compito dello psicologo finisce, ed inizia quello dei professionisti della spiritualità. La psicologia non è interessata a questo aspetto dell’animo umano.
Né medici, né psicologi sono poi competenti, per formazione, ad interrogarsi sulle questioni di fondo, che ogni essere umano senziente, consapevolmente o no, si pone, dalle quali dipende il significato che diamo alla nostra vita. Domande che sono da sempre oggetto della filosofia.   
Quindi, non solo abbiamo frammentato l’essere umano in corpo e anima, emozione e pensiero, ma abbiamo frammentato anche la conoscenza, in discipline separate, spesso incapaci di dialogare. E chiamiamo questo “progresso scientifico”. Un progresso che, per sua natura, mancando di visione olistica, non può risolvere i problemi che esso stesso crea, per la sua incapacità strutturale a percepirli tra loro interrelati e connessi. 
Le tecnoscienze ci offrono un progresso materiale senza precedenti, ma per una parte minoritaria della popolazione mondiale, a scapito della distruzione delle culture e tradizioni diverse, della biodiversità e dell’ambiente, cioè dei fattori dai quali dipende la nostra sopravvivenza. Se guardiamo in profondità, ci accorgiamo che questo inconveniente non è un incidente di percorso, una sfortuna, un piccolo scarto da un cammino evolutivo chiaro ed evidente, che si può correggere con una lieve variazione di rotta. No, la distruzione dell’ambiente, così come la guerra, è una componente strutturale del nostro modo di pensare per compartimenti stagni. 

Il narcisista non si preoccupa degli altri, ed è pronto a utilizzarli e sfruttarli, perché si percepisce altro da loro. C’è un compartimento stagno che li divide: un compartimento può allagarsi e l’altro rimanere asciutto. Così io posso esternalizzare i costi del mio vivere su altre persone. Loro si appesantiscono, io mi alleggerisco. L’occidente, l’economia occidentale, è cresciuta esternalizzando i suoi costi: sui più poveri, sui paesi del c.d. terzo mondo, sull’ambiente. L’economia occidentale è intrisa di narcisismo, cioè di esercizio di potere e di sfruttamento.
Oggi l’inconscio è l’economia, dice Hillman. E il nucleo dell’economia, la sua filosofia di fondo, è il narcisismo.

Tanti auguri agli eserciti di psicologi, assistenti sociali, insegnanti, genitori, preti, che devono per professione o per scelta, occuparsi, oltre che del proprio, del narcisismo delle nuove generazioni, che nuove non sono affatto, ma riproducono il vizio dell’occidente nelle forme più manifeste e vistose.
L’economia occidentale ha bisogno di un esercito di narcisisti, che, dimentichi dei propri simili, si occupino solo di soddisfare i propri desideri, che la pubblicità si incarica di alimentare, a beneficio dell’industria, e a discapito delle risorse vitali del pianeta. Un esercito di studenti a vita, di precari senza garanzie e di altri schiavi salariati, troppo occupati per poter ancora pensare, o convinti che questo sia l’unico modo possibile di condurre l’esistenza. 
Narcisismo e ricerca del potere sono due aspetti dello stesso fenomeno. Ma non è narcisista solo chi detiene il potere. Lo è altrettanto chi vi aspira senza riuscirci, lamentandosi del proprio insuccesso. 
Non importa in che ruolo si partecipa a questa danza, se in posizione attiva o passiva. In entrambi i casi si rinuncia alla danza dell’amore. Nella ricerca del piacere facile, a scapito degli altri, il narcisista rinuncia all’amore e alla felicità che ne deriva.   

Due modi di stare al mondo
Al tramonto, su una spiaggia isolata, arriva un gruppo di persone. 
Accendono un falò, cucinano, ridono, fanno chiasso, mangiano, bevono. 
A tarda notte, si allontanano lasciando sulla sabbia bottiglie, piatti di carta, avanzi di cibo. 
All’alba, sulla stessa riva, giunge un altro gruppo di persone: si siedono in silenzio a contemplare la bellezza del luogo. Fanno colazione e prima di andarsene, raccolgono i rifiuti loro e quelli di coloro che li hanno preceduti. Senza battere ciglio. Dopo il loro passaggio, la spiaggia è tornata pulita.
Due modi di stare al mondo: inquinare, sporcare, abbruttire; ripulire, riportare ordine e bellezza. Pensare solo a sé; occuparsi del bene comune. Prendere il più possibile, indifferenti agli altri e alla natura; provare piacere nel donare, condividere, prendersi cura.
Il primo modo, narcisistico, diffuso in ogni parte insieme all’economia “di mercato”, – in realtà di guerra e rapina –, sta distruggendo il pianeta. Il secondo modo, in armonia con l’ambiente e con l’animo umano, sta cercando disperatamente di salvarlo.
In gioco non c’è solo la nostra sopravvivenza materiale, ma prima ancora la nostra spiritualità e salute mentale. 

Il narcisismo collettivo ha creato un campo di coscienza dismorfico.
Le forze del campo tendono a dividere e separare ogni cosa, generando intensi conflitti ovunque: tra stati, collettività, economie, filosofie, religioni, culture, appartenenze, identità. Le stesse forze agiscono all’interno delle singole persone, che sono sempre più preda all’insoddisfazione, all’ansia, alla depressione, alla paura.
Mia madre, insegnante di lettere, tornava a casa da scuola tranquilla e riposata.
E così le sue colleghe, con alcune eccezioni dovute al loro difficile carattere.
Oggi fare l’insegnante è diventato uno dei mestieri più difficili e stressanti.
Le scuole sono diventate dei campi di battaglia.
Qualche decennio fa, un medico di famiglia aveva tempo per conoscere e visitare i suoi pazienti. 
Oggi è un tecnico che in pochi minuti deve stilare una ricetta. E se lavora in ospedale, buona parte del suo lavoro consiste nel compilare moduli e schede.

La burocrazia, il potere impersonale, stanno dilagando ovunque.
Avanzano le macchine e le procedure; arretrano le persone e l’umanità.
Non ci sono più botteghe, ricche di odori e di storia vissuta, ma centri commerciali asettici e uguali ovunque. Più si riduce il contatto tra esseri umani, più aumenta la dipendenza da farmaci, droghe, alcolici, televisione, beni di consumo.

Per sopravvivere alla struttura narcisistica, schizoide e ossessiva imperante, stiamo adottando proprio quei comportamenti individuali e collettivi che la stanno sempre più alimentando. Sentendoci separati e scissi, non cerchiamo la soluzione nell’avvicinarci e cercare più contatto, ma nell’anestetizzarci e isolarci sempre più. Anche quando siamo in compagnia, in realtà siamo isolati dentro, perché, da buoni narcisisti, abbiamo perso la naturale capacità di amare. Senza accorgercene, ci autoescludiamo attraverso il moltiplicarsi dei nostri impegni e delle cose pratiche da fare. Le nostre conversazioni, sono piene di lamentele, con cui cerchiamo di esternalizzare il nostro dolore, o sono superficiali e banali. In ogni caso abbiamo bisogno di un sottofondo, che chiamiamo musica o televisione, per riempire il vuoto che sentiamo dentro.

Con la morte del prossimo, sono morti anche i nostri sentimenti più autentici, che ci porterebbero ad unirci, a donare, a cercare il bene comune. Siamo in una crisi molto grave, che, essendo planetaria, non ha precedenti nella storia. Nel cercare la soluzione possiamo affidarci a economisti, politici, sociologi, filosofi, psicologi, intellettuali in grado di elaborare acute analisi e interpretazioni.

Ma le loro parole non sanno più toccare il cuore.
C’è però un luogo della nostra vita in cui non possiamo più mentire, un luogo dove arriviamo a cogliere la verità: è quando ci ammaliamo gravemente o ci avviciniamo alla morte. E’ in quei momenti in cui comprendiamo davvero ciò di cui abbiamo bisogno. Fortunatamente, possiamo arrivare alla stessa comprensione in un altro luogo della nostra vita, anche quando siamo più giovani e in piena forma. Il luogo in cui ci accade di innamorarci, cioè di aprire davvero il nostro cuore. Ci possiamo innamorare di una donna o di un uomo, ma anche di una poesia, di una musica, di una montagna, di un animale. Possiamo innamorarci di un amico, di un maestro, di una filosofia.

Ma occorre saper distinguere: c’è un falso innamoramento, narcisistico, che non ci fa uscire da noi stessi: concentrati solo sull’oggetto del nostro amore, ci rende gelosi e possessivi, ancora di più chiusi verso gli altri e il mondo. E c’è un vero innamoramento, che collegandoci all’anima altrui ci fa riscoprire la nostra. Trascendendo chi credevamo di essere fino a quel momento, ci fa scoprire davvero chi siamo in profondità.

In ogni luogo e tempo, i mistici hanno seguito la via suprema dell’innamoramento:
l’amore verso Dio, cioè verso la consapevolezza dell’unità di tutte le cose.
E’ a questa consapevolezza che la nostra anima aspira, e contro la quale il nostro narcisismo cospira. 
Salvo eccezioni, a questa via ci si avvicina per gradi, così come per gradi e con pazienza, possiamo liberarci dal tiranno narcisista e camaleontico che abita in ciascuno di noi. Difficile da riconoscere perché sempre ben mascherato da amico e consigliere, il miglior alleato su cui poter contare per volere il nostro bene.

L’idea di democrazia e di bene comune è nata nelle polis dell’antica grecia. 
Ma allora l’anima individuale non era neppure pensabile staccata e separata dall’anima collettiva. Gli architetti non utilizzavano la loro capacità per abbellire le case private, ma per erigere edifici pubblici, godibili da tutti. La poesia era considerata la forma di arte più elevata, perché nessuno poteva possederla. Come le stelle e l’aria, apparteneva a tutti.  
Aristotele sosteneva che la democrazia era inscindibile da una equa distribuzione dei beni.

Il narcisismo collettivo, che ispira il pensiero economico di oggi, ci vuol far credere che la ricerca del profitto e la grande disparità di ricchezze siano i migliori strumenti per diffondere il benessere sulla terra. Se siamo onesti, questo ci aiuta a comprendere che il narcisismo, individuale e collettivo, utilizza sempre gli stessi mezzi: la rottura del senso di unità, la divisione tra le persone, la falsa propaganda e la paura. Sono gli stessi mezzi di cui si serve ogni forma di potere dominio: finanziario, economico, militare, politico.


Il narcisismo è subdolo
E’ molto difficile liberarsi dal narcisismo, perché abita in ciascuno di noi e viene continuamente alimentato dal narcisismo collettivo. E’ molto difficile liberarsene perché è difficile riconoscerne fino in fondo la sua vera natura violenta e distruttiva.

Hitler, Mussolini e Stalin hanno creato i regimi più oppressivi del secolo scorso.
Ma hanno governato con l’appoggio dell’assoluta maggioranza della popolazione.
Sono stati visti non come oppressori, ma come eroi e salvatori.
Al funerale di Stalin hanno sfilato in lacrime milioni di persone.
Alcune o molte tra queste avevano certamente visto i loro famigliari arrestati dalla polizia politica, condannati ai lavori forzati nei gulag e alla morte per sfinimento. Il regime era riuscito, con la sua propaganda, a far credere, persino ai loro parenti, che erano nemici del popolo, e che andavano puniti o giustiziati. Un ragazzo di tredici anni denunciò il padre contadino per aver nascosto un sacco di grano, come scorta per sopravvivere all’inverno. Il padre fu condannato a morte. Il ragazzo fu proclamato eroe nazionale.

La paura ottunde la facoltà di discernere.
Il potere dominio utilizza la propaganda per generare paura negli oppressi e ottenere così il loro sostegno.  Come avviene nel mondo esterno, così avviene nel mondo interiore. Più siamo scollegati, più siamo impauriti, meno siamo capaci di comprendere le forze che si muovono al nostro interno, alle quali affidiamo la direzione della nostra vita. 
Il narcisismo è una di queste forze, una delle configurazioni più comuni che possono assumere i nostri processi mentali. Quanto più, per inconsapevolezza, alimentiamo questa configurazione, tanto più ci identifichiamo in essa, più essa ci possiede e ci domina. Con gli usuali mezzi dei regimi autoritari: la scissione e contrapposizione, la propaganda, la paura. 
Il narcisismo va capito bene: non è un piccolo difetto di carattere, abbastanza normale, di cui non vale la pena preoccuparsi. NON E’ COSI’. Il narcisismo è il seme da cui deriva ogni male nel mondo, dalle guerre, allo sfruttamento degli oppressi, alla violenza su donne e bambini. Tutto, ma proprio tutto questo orrore, nasce da lì, da un modo di pensare, di configurare la nostra mente e il nostro cervello.
Una cultura intrisa di narcisismo tenderà a spegnere ogni tentativo di sviluppare questa consapevolezza. Non perché sia inutile o secondaria. Al contrario: proprio perché è centrale, perché colpisce nel segno, nel cuore di tutta l’impalcatura.

Avere ragione o essere felici
Durante un intensivo di formazione, tre donne si abbracciano commosse:
le loro anime convibrano insieme. Il loro cuore si è aperto al senso di unità.
I loro visi esprimono gioia, l’estasi che deriva dall’essere uscite dal comune isolamento. 
Il fidanzato di una di esse non comprende che cosa accade, e viene ferito dal loro comportamento.
Alla sera, rivolgendosi alla sua compagna, le dice: “Ho visto la gioia che provavi con loro.
Non sarai mai in grado di provarla con me. Tu hai un problema con il tuo femminile”.

Queste parole feriscono la donna: non si sente compresa, vista, riconosciuta.
Non ha dubbi sul fatto che il suo fidanzato abbia interpretato in modo scorretto ciò che è successo.
Sa di aver ragione, e sa che lui ha distorto la realtà. Ma pur sapendo di aver ragione, non riesce a rimanere tranquilla, serena, in pace. Ha bisogno di convincere subito il compagno che ha sbagliato, che ha mal interpretato. Non si dà il tempo di ascoltare e comprendere i reali bisogni e sentimenti che hanno generato la sua spiacevole uscita. Semplicemente la giudica ingiusta e offensiva. Ha bisogno di sentirsi dare ragione. Cerca così di spiegare il vero significato dell’accaduto, ma lo fa in preda al risentimento e alla fretta di voler convincere. Sotto il pressing della sua richiesta, l’altro diffida e si chiude ancora di più. Allora lei ne trae la prova che tra loro c’è grande distanza e impossibilità di comunicare. Entra in uno stato di profonda sofferenza, che dura alcuni giorni, e ne attribuisce la causa al compagno.

Per uscire dalla sofferenza, la donna ha bisogno di aiuto.
Ha bisogno di comprendere che la sua reazione è simmetrica a quella del partner, che appartiene allo stesso tipo di danza. Lui non ha visto e riconosciuto i reali bisogni e sentimenti di lei, e senza comprendere ha etichettato e giudicato. Lei ha reagito nell’identico modo. Entrambi convinti di aver ragione, sono rimasti attaccati alle loro posizioni, e alla sofferenza che ne deriva.

Due strutture narcisistiche si sono scontrate e ferite perché mosse dallo stesso bisogno carenziale: ottenere ragione. Nessuno dei due è disponibile a porsi dal punto di vista dell’altro, perché troppo forte è il loro riferimento interno, la loro chiusura cognitiva. Ammettere i propri errori significherebbe riaprire la vecchia ferita, rientrare nell’antico dolore di essere esposti all’umiliazione, al disconoscimento dei propri sentimenti e della propria identità. A questa sofferenza il narcisista ha detto: mai più. Da allora ha chiuso il cuore, ha cercato il potere e ha combattuto per farsi valere e ottenere ragione. Aprirsi alle ragioni dell’altro e alle ragioni del cuore, per il narcisista non significa un atto di intelligenza, ma un atto di resa di fronte alla prepotenza e all’ingiustizia.

Se il narcisista ha successo nel mondo esterno, se acquisisce una posizione di potere, se può comandare e manipolare gli altri, è molto difficile che si metta in discussione, perché i costi della sua insana politica li pagano soprattutto i dipendenti e i famigliari.
La sua anima soffre, ma lui si è staccato dall’anima e non gli dà ascolto.

Solo quando cade in depressione, quando si accorge che si fa il vuoto intorno a lui, comprende che qualcosa non va e che deve cambiare. Ma, arroccato nei suoi punti di vista, la resistenza al cambiamento è sempre fortissima. Ciò che all’inizio vuole non è cambiare sé, ma acquisire nuovi strumenti per controllare e dominare il prossimo. Occorre del tempo perché si arrenda all’evidenza: lui non è il centro del mondo a cui gli altri devono inchinarsi. Non è speciale, non è superiore e neppure inferiore. E’ un essere umano, dotato di un’anima che aspira all’unità, a essere parte di intense relazioni ispirate dall’amore reciproco, anziché dominate e abruttite dalla ricerca del potere.

Appena inizia a comprendere, il narcisista non guarisce affatto, ma rischia di peggiorare.
Perché? Perché quando smette di prendersela con gli altri, la sua rabbia non scompare:
diventa rabbia contro di sé. Rabbia che alimenta la sua depressione e il suo senso di indegnità e nullità. L’ombra sale in superficie, ma non è redenta dalla luce e non viene trasformata finché egli non abbandona la sua ultima resistenza: il bisogno di giudicare. Prima giudicava gli altri, ora giudica sé. La danza è rimasta la stessa, la danza del potere e dell’oppressione. Per cambiare danza, per entrare nella danza dell’amore, il narcisista deve abbandonare il giudizio, che è alla base del suo rifiuto del mondo, della realtà così come è.  

http://www.mauroscardovelli.com/PNL/Consapevolezza_di_se/Anatomia_del_narcisismo.html

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