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L'uomo ha sempre barattato un po di felicità per un po di sicurezza
Sigmund Freud
Il prezzo del progresso della civiltà si paga con la riduzione della felicità
Sigmund Freud
Il principale compito della cultura,
la sua vera ragione d'essere,
è di difenderci contro la natura.
Sigmund Freud
Da tempi immemorabili l'umanità è soggetta al processo dell'incivilimento.
Dobbiamo a esso il meglio di ciò che siamo diventati e buona parte dei nostri mali.
Sigmund Freud
La civiltà è una cosa imposta a una maggioranza recalcitrante da una minoranza che ha saputo appropriarsi degli strumenti del potere e della coercizione.
Sigmund Freud
La massa è un gregge docile che non può vivere senza un padrone. È talmente assetata di obbedienza da sottomettersi istintivamente a chiunque se ne proclami padrone.
Sigmund Freud
“[...] le tre fonti da cui proviene la nostra sofferenza: la forza soverchiante della natura, la fragilità del nostro corpo e l’inadeguatezza delle istituzioni che regolano le reciproche relazioni degli uomini nella famiglia, nello Stato e nella società. Circa le prime due il nostro giudizio non può esitare a lungo; bisogna riconoscere queste fonti di sofferenza e sottometterci all’inevitabile. [...]
Circa la terza fonte di sofferenza, quella sociale, il nostro atteggiamento è diverso. Non vogliamo ammetterla, non riusciamo a comprendere perché le istituzioni che noi stessi abbiamo creato non debbano rappresentare invece una protezione e un beneficio per tutti.”
Sigmund Freud. Il disagio della civiltà (1929)
"La parte di verità che si preferisce negare è che l'uomo non è una creatura mansueta, bisognosa d'amore, capace al massimo di difendersi quando è attaccata; è vero invece che bisogna attribuire al suo corredo pulsionale anche una buona dose di aggressività. Ne segue che egli vede nel prossimo non soltanto un eventuale soccorritore e oggetto sessuale, ma anche un oggetto su cui può magari sfogare la propria aggressività, sfruttarne la forza lavorativa senza ricompensarlo, abusarne sessualmente senza il suo consenso, sostituirsi a lui nel possesso dei suoi beni, umiliarlo, farlo soffrire, torturarlo e uccidere. Homo homini lupus: chi ha il coraggio di contestare quest'affermazione dopo tutte le esperienze della vita e della storia? Questa crudele aggressività è di regola in attesa di una provoca, oppure si mette al servizio di qualche altro scopo, che si sarebbe potuto raggiungere anche con mezzi meno brutali. In circostanze che le sono propizie, quando le forze psichiche contrarie che solitamente la inibiscono cessano di funzionare, essa si manifesta anche spontaneamente e rivela nell'uomo una bestia selvaggia, alla quale è estraneo il rispetto della propria specie. [...] La civiltà domina dunque il pericoloso desiderio di aggressione dell'individuo, infiacchendolo, disarmandolo e facendolo sorvegliare da una istanza nel suo interno, come da una guarnigione nella città conquistata."
Sigmun Freud, Il disagio della civiltà, 1929 (in Opere, vol. 10, p. 599)
"Se per soddisfare una parte dei suoi componenti, una civiltà non può fare a meno di opprimerne un'altra, magari addirittura la maggioranza - il che avviene in tutte quelle contemporanee - è comprensibile che gli oppressi sviluppino un'intensa ostilità nei confronti della civiltà che essi rendono possibile grazie al proprio lavoro, ma dei cui beni sono troppo poco partecipi. Non ci si può aspettare che gli oppressi ne interiorizzino le interdizioni: anzi non sono nemmeno disposti a riconoscerle, tendono a distruggere la civiltà stessa, in taluni casi ad annullarne i presupposti. Superfluo aggiungere che una civiltà che lascia insoddisfatta una parte così numerosa dei suoi componenti, spingendola alla ribellione, non merita, e soprattutto non ha prospettiva, di durare a lungo."
Sigmund Freud
“Sono del tutto alieno dal dare una valutazione della civiltà umana. – scrive – Ho cercato di tenermi lontano dal pregiudizio entusiastico secondo cui la nostra civiltà sarebbe la cosa più preziosa che possediamo o che potremmo acquisire e che il suo cammino ci debba condurre ad altezze inimmaginabili di perfezione. ... La mia imparzialità è facilitata dal fatto che so ben poco di tutte queste cose. Ma questo soltanto, invece, so con sicurezza: che I GIUDIZI DI VALORE DEGLI UOMINI SONO GUIDATI ESCLUSIVAMENTE DAI LORO DESIDERI DI FELICITÀ E SONO QUINDI UN TENTATIVO DI ARGOMENTARE LE LORO ILLUSIONI. ... Mi manca il coraggio di erigermi a profeta di fronte ai miei simili e accetto il rimprovero di non saper recare loro nessuna consolazione: perché in fondo tutti chiedono ‘consolazione, i più fieri rivoluzionari non meno appassionatamente dei più virtuosi credenti”
Sigmun Freud, Il disagio della civiltà (1929)
La psicoanalisi deve rendersi conto che la vecchia situazione, nella quale la società è portatrice di divieti e l’inconscio di pulsioni sregolate, è oggigiorno invertita: è la società a essere edonista e sregolata, mentre è l’inconscio che regola
Slavoj Zizek
Caivano: in un pozzo il veleno che fa nascere i bambini deformi.
Sequestro choc in un campo pronto per la semina: rinvenuto il bicloro di metano.
Un incubo. Quel che si nasconde sottoterra nella provincia a nord di Napoli è un incubo. Ma all’incubo non c’è mai fine e il male a volte rivela davvero il suo lato peggiore. Stamattina gli agenti della Forestale, diretti dal generale Sergio Costa, non credevano ai loro occhi. perchè il pattofotoIn un pozzo di un campo di Caivano già pronto per la semina, in località Tre Ponti, anche conosciuta come Sanneveto, è stata trovata acqua contaminata con sostanze tossiche tra cui il bicloro di metano, anche detto cloruro di metilene, un solvente utilizzato per sgrassare e sverniciare macchinari industriali e che l’Iarc e l’Unione Europea classificano come sostanza potenzialmente cancerogena. C’è di più, però. Perché l’ultimo filone di ricerca scientifica, di nuova generazione e ancora non ufficiale, ha individuato nel bicloro di metano un veleno mutageno (cioè che provoca modifiche del codice genetico) e teratogeno. Quest’ultima è forse la proprietà di questa sostanza più agghiacciante: il veleno modifica il feto durante la gravidanza, provocando malattie gravissime.
“È LA PRIMA VOLTA CHE RITROVIAMO UNA SOSTANZA SIMILE – SPIEGA IL GENERALE SERGIO COSTA – IL BICLORO, SECONDO LEGGE, NON DOVREBBE PROPRIO ESSERE PRESENTE NELL’ACQUA, CIOÈ LA LEGGE NON CONSENTE LA PRESENZA NEANCHE DI UN NANOGRAMMO. QUI, INVECE, NE ABBIAMO TROVATI 71, VALE A DIRE UNA PERCENTUALE SUPERIORE DEL 710% RISPETTO A QUELLA CONSENTITA, CHE È ZERO”.
http://paralleloquarantuno.it/?p=5319 - venerdì 19 luglio 2013 - 04:07
Rifiuti in Campania e Terra dei fuochi: il più grande avvelenamento di massa in un Paese occidentale
La nazione che distrugge il proprio suolo distrugge se stessa
Franklin Delano Roosevelt
Nulla rimarrà,
Nulla nell'aire, nulla sotto la terra, nulla nelle acque.
Ogni cosa verrà sterminata.
da Appunti di Leonardo da Vinci
Homo Homini Lupus
... bellum omnium contra omnes
letteralmente "guerra di tutti contro tutti"
Thomas Hobbes, Il leviatano
Quando una nazione ricca installa una discarica di rifiuti chimici o nucleari in un paese povero sta saccheggiando il futuro di quell'agglomerato umano. Per quale ragione, se i rifiuti sono, come dicono, "inoffensivi", non hanno installato la discarica sul proprio territorio?
da Il mondo alla fine del mondo
Luis Sepúlveda
Quando il mondo classico sarà esaurito, quando saranno morti tutti i contadini e tutti gli artigiani, quando non ci saranno più le lucciole, le api, le farfalle, quando l’industria avrà reso inarrestabile il ciclo della produzione, allora la nostra storia sarà finita .
Pier Paolo Pasolini (1962)
L'uomo ha scoperto la bomba atomica, però nessun topo al mondo costruirebbe una trappola per topi.
Albert Einstein
La natura non conosce indecenze... L'uomo le ha inventate...!
Mark Twain
L'evoluzione umana. Un crescere della potenza della morte.
Franz Kafka
Non sempre quello che viene dopo è progresso
Alessandro Manzoni
L'essere civilizzato è quello che non sporca la Terra dove vive, ma la rispetta e la tiene pulita
Hernàn Huarache Mamani
In un angolo remoto dell’universo scintillante e diffuso attraverso infiniti sistemi solari c’era una volta un astro, su cui animali intelligenti scoprirono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante e più menzognero della storia del mondo: ma tutto durò soltanto un minuto. Dopo pochi respiri della natura, la stella si irrigidì e gli animali intelligenti dovettero morire. Quando tutto sarà finito, non sarà avvenuto nulla di notevole.
Nietzsche
Se uno uccide un uomo è un assassino;
ne uccide un milione, è un conquistatore;
li uccide tutti, è un dio...
Jean Rostand
Non sono un pessimista. Accorgersi del male dove esiste, a mio parere, è una forma di ottimismo
Roberto Rossellini
Che cos'è l'uomo? Il fatto che l'uomo sappia distinguere tra il bene e il male dimostra la sua superiorità intellettuale rispetto alle altre creature; ma il fatto che possa compiere azioni malvagie dimostra la sua inferiorità morale rispetto a tutte le altre creature che non sono in grado di compierle.
Mark Twain
L'uomo è la sola creatura che rifiuta di essere ciò che è.
Albert Camus
Bisogna adoperare i propri principi nelle grandi cose, nelle piccole basta la misericordia.
Albert Camus
E a forza di sterminare animali, s'era capito che anche sopprimere l'uomo non richiedeva un grande sforzo.
Erasmo Da Rotterdam
La terra è un'altra forma di inferno, e gli uomini sono i suoi demoni.
Lucifero - "Inferno" di Dante Videogame Dante's Inferno [Lucifero - Dantes Inferno an Animated Epic]
L'inferno è vuoto… tutti i diavoli stanno qui!”
Shakespeare
Senza memoria l'uomo non saprebbe nulla, e non saprebbe far nulla
Giacomo Leopardi. Zibaldone
Il nostro è un paese senza memoria e verità, ed io per questo cerco di non dimenticare
Leonardo Sciascia
È meglio essere feriti dalla verità che consolati da una menzogna
Khaled Hosseini
L'Italia è un paese malato di disinformazione e la disinformazione ha un potere criminale inimmaginabile dott. Luigi di Bella
La lotta contro il potere è la lotta della memoria contro la dimenticanza.
Milan Kundera
Per liquidare i popoli si comincia con il privarli della memoria. Si distruggono i loro libri, la loro cultura, la loro storia. E qualcun altro scrive loro altri libri, li fornisce di un'altra cultura, inventa per loro un'altra storia. Dopo di che il popolo incomincia lentamente a dimenticare quello che è stato. E il mondo attorno a lui lo dimentica ancora più in fretta
Milan Kundera
Alberi massacrati. Sorgono case. Facce, facce dappertutto. L'uomo si estende. L'uomo è il cancro della terra.
Émile M. Cioran
Disgustato dalle nazioni, mi volgo verso la Mongolia, dove dev’essere bello vivere, dove i cavalli sono più numerosi degli uomini, dove questi ultimi non l’hanno ancora spuntata.
Émile M. Cioran - Il funesto demiurgo
Il mio proposito è riferire ..., senza ostilità e parzialità, dal momento che non ne ho motivo.
Publio Cornelio Tacito (Annales, 1, 1)
Sic gorgiamus allos subjectatus nunc
con delizia banchettiamo di coloro che vorrebbero assoggettarci.
Morticia Addams
Anticamente vi erano tre sole malattie: il desiderio, la fame e la vecchiaia.
Dalla macellazione del bestiame altre novantotto ne seguirono.
Buddha - (Suttanipâta, 311)
Johan Huizinga. LA CULTURA SORGE
IN FORMA LUDICA, È DAPPRIMA GIOCATA.
“Parlando dell’ELEMENTO LUDICO DELLA
CULTURA, non intendiamo dire che fra le varie attività della vita culturale i
giochi occupino un posto importante, e neppure che la cultura provenga dal
gioco per un processo di evoluzione, di modo che ciò che in origine era gioco
sia passato più tardi in qualcosa che non sia più gioco e che possa portare il
nome di cultura. La concezione chiarita qui sotto è la seguente: LA CULTURA
SORGE IN FORMA LUDICA, LA CULTURA È DAPPRIMA GIOCATA. ANCHE QUELLE ATTIVITÀ CHE
SONO INDIRIZZATE ALLA SODDISFAZIONE DEI BISOGNI VITALI, COME PER ESEMPIO LA
CACCIA, NELLA SOCIETÀ ARCAICA ASSUMONO DI PREFERENZA LA FORMA LUDICA. Nei
giochi e con i giochi la vita sociale si riveste di forme soprabiologiche che
le conferiscono maggior valore. CON QUEI GIOCHI LA COLLETTIVITÀ ESPRIME LA SUA
INTERPRETAZIONE DELLA VITA E DEL MONDO. Dunque CIÒ NON SIGNIFICA CHE IL GIOCO
MUTA O SI CONVERTE IN CULTURA, MA PIUTTOSTO CHE LA CULTURA, NELLE SUE FASI
ORIGINARIE, PORTA IL CARATTERE DI UN GIOCO, VIENE RAPPRESENTATA INFORME E STATI
D'ANIMO LUDICI. In tale «dualità-unità» di cultura egioco, gioco è il fatto
primario, oggettivo, percettibile, determinato concretamente; mentre cultura
non è che la qualifica applicata dal nostro giudizio storico al dato caso. […]
Nel progresso di una cultura il
presupposto rapporto originario fra gioco e non gioco non resta invariato. In
generale, COL PROGREDIRE DELLA CULTURA, L'ELEMENTO LUDICO VIENE A TROVARSI IN
SECONDO PIANO. SPESSO LO TROVIAMO DISSOLTO PER GRAN PARTE NELL'AMBITO DEL SACRO;
SI È CRISTALLIZZATO IN SAGGEZZA E POESIA, NELLA VITA GIUDIZIARIA, NELLE FORME
DELLA VITA PUBBLICA. Allora di solito LA PROPRIETÀ LUDICA VIENE A ESSERE DEL
TUTTO CELATA NEI FENOMENI DELLA CULTURA. In qualunque momento però, anche nelle
forme di una cultura molto sviluppata, L’IMPULSO LUDICO PUÒ FARSI VALERE DI
NUOVO CON OGNI FORZA E TRASCINARE CON SÉ NELL’EBBREZZA DI UN GIOCO GIGANTESCO
TANTO L’INDIVIDUO QUANTO LE MASSE.”
JOHAN HUIZINGA (1872 – 1945),
“Homo ludens”, saggio introduttivo di Umberto Eco, trad. di Corinna von
Schendel, Einaudi, Torino 1973 (I ed. it. 1946), III. ‘Gioco e gara come funzioni creatrici di
cultura’, pp. 55 – 56.
“ Met het
spel-element der cultuur wordt hier niet bedoeld, dat onder de verschillende
activiteiten van cultuurleven de spelen een belangrijke plaats innemen, ook
niet dat cultuur door een proces van evolutie uit spel zou voortkomen, in dier
voege dat iets wat oorspronkelijk spel was, later zou overgaan in iets wat niet
meer spel was, en cultuur mag heeten. De voorstelling die in het hier volgende
wordt ontvouwd is deze: cultuur komt op in spelvorm, cultuur wordt aanvankelijk
gespeeld. Ook die activiteiten, welke rechtsstreeks op de bevrediging van
levensbehoeften ge-richt zijn, zooals bij voorbeeld de jacht, zoeken in de
archaïsche samenleving gaarne den spelvorm. Het ge-meenschapsleven ontvangt
zijn bekleeding met supra-biologische vormen, die het hoogere waarde verkenen,
in de gedaante van spelen. In die spelen drukt de gemeenschap haar
interpretatie van het leven en van de wereld uit. Dit is dus niet zoo te
verstaan, dat spel omslaat of zich omzet in cultuur, maar veeleer zoo, dat
cultuur in haar oorspronkelijke phasen het karakter van een spel draagt, in de
vormen en in de stemming van het spel wordt opge-voerd. In die twee-eenheid van
cultuur en spel is het spel het primaire, objectief waarneembare, concreet
bepaalde feit, terwijl cultuur slechts de qualificatie is, die ons histo-risch oordeel
aan het gegeven geval hecht. […]
In den
voortgang eener cultuur blijft de als oorspron-kelijk veronderstelde verhouding
van spel en niet-spel niet onveranderd. Het spel-element geraakt in het
algemeen bij het voortschrijden der cultuur op den achtergrond. Men vindt het
veelal voor een groot deel opgegaan in de sacrale sfeer, het heeft zich
gekristalliseerd in wijsheid en dichtkunst, in het rechtsleven, in de vormen
van het staatsleven. De spel-qualiteit is dan gewoonlijk in de
cultuur-verschijnselen geheel schuilgegaan. Te allen tijde evenwel kan de
spel-aandrift, ook in de vormen eener hoog ont-wikkelde cultuur, zich opnieuw
in volle kracht laten gelden, en zoowel den persoon als de massa's meesleepen
in den roes van een reusachtig spel.”
JOHAN
HUIZINGA, “Homo ludens”, Tjeenk Willink & Zoon, Haaelem 1938 (eerste
editie), III. ‛Spel en wedijver als cultuurscheppende functie’, ‛Cultuur als
spel, niet cultuur uit spel’ - ‛Allen samenspel vruchtbaar voor cultuur’, pp.
66 – 67.
Facciamo la nostra danza! Avanti! La danza!” […] Piggy e Ralph, sotto la minaccia del cielo, provarono anch'essi una gran voglia di far parte di quella società demente ma in qualche modo sicura, e furono lieti di toccare le schiene brune di quella siepe che si stringeva intorno al terrore e lo governava a suo modo. […] “Prendetelo!” Ammazzatelo! Scannatelo!” Il movimento diventò regolare mentre la cantilena perdeva il suo primo orgasmo artificiale e cominciava a essere scandita con un ritmo sempre uguale. […] “Prendetelo! Ammazzatelo! Scannatelo!” Ora dal terrore nasceva un altro desiderio, compatto, impellente, cieco. “Prendetelo! Ammazzatelo! Scannatelo!
Se ti ricordi,William Golding, quando ha scritto: "il Signore delle mosche"diceva che l'uomo produce il male come le api producono il miele". Quel libro mi ha aiutato a cancellare i dubbi che avevo sulla natura umana, sul controllo delle masse da parte dei leader, sui meccanismi che regolano le dittature. È un libero che fa pensare molto. La prima volta che l'ho letto ero molto giovane e mi ha spaventato.
Nel mezzo di un'evacuazione un aeroplano britannico si schianta in una remota regione dell'Oceano Pacifico. Ritrovatisi naufraghi su un'isola deserta situata nei pressi, il biondo Ralph in compagnia di un ragazzo occhialuto e sovrappeso (che subito ma a malincuore accetta d'assumere il nomignolo di "Piggy", cioè maialino) trovano una conchiglia marina che, suonata da Ralph come fosse un corno, diventa il primo richiamo in direzione degli altri sopravvissuti. Questo suono fa accorrere un gran numero di ragazzini dispersi, tra cui i gemelli Sam ed Eric, e il gruppo dei coristi, a capo del quale vi è Jack.
Dovuto in gran parte al fatto che Ralph appare capace di riunire i più piccoli e prendersene per quanto può la responsabilità, questi viene rapidamente eletto in qualità di "capo", anche se non riceve i voti dei membri del coro guidati dal fulvo Jack; ed ecco che il riflessivo e saggio Ralph indicherà subito come uno degli obiettivi primari quello che occorre mantenere sempre acceso un fuoco sulla montagna e proteggerlo, il cui segnale di fumo possa avvertire eventuali navi di passaggio della loro presenza sull'isola.
I ragazzi decidono inoltre che chi detiene la conchiglia deve avere il diritto di parola, di esprimere quindi la propria opinione alle adunate in assemblea, ottenendone in cambio il silenzio attento di tutti gli altri.
Fuoco sulla montagna.
Jack organizza il suo gruppo composto dai coristi per una prima battuta di caccia, cosicché diviene il responsabile per l'approvvigionamento di carne fresca; addentratisi all'interno si dirigono verso la montagna e, ad un certo punto, decidono di provare a vedere se riescono ad accendere un rogo.
Ai due 'leader' naturali s'aggiunge però poco dopo anche un tranquillo ragazzo dall'aria un po' sognante di nome Simon: mentre, anche se divenuto subito accompagnatore nonché consigliere di Ralph, Piggy viene di fatto relegato al ruolo di emarginato dai ragazzi più grandi e continua fonte di risa e scherno da parte di un po' tutti. Simon intanto, oltre a sovrintendere al progetto di costruzione di alloggi e rifugi, dimostra un istintivo bisogno di proteggere quelli più piccoli e indifesi, prendendosene cura.
Capanne sulla spiaggia
Comincia anche ad aleggiare poi tra i ragazzi la paura riguardante la presenza di una indefinibile "Bestia".
Alcuni fanno riferimento ad un presunto mostro che vivrebbe all'interno, un demone ignoto ancestrale che terrorizza i giovani; ciò si insinua sempre più nell'animo dei ragazzi fino a quando non renderà a tutti la vita sempre più terribile. La cosa in realtà, scopriranno tempo dopo, è causata invece da un evento del tutto reale, ovvero la caduta di un paracadutista sull'isola.
Ognuno dei ragazzi deve quindi iniziare ad adattarsi come meglio può alla nuova situazione venutasi a creare; si cominciano a costruire i rifugi e a raccogliere le prime provviste di cibo e acqua; questa parvenza di ordine però deteriora rapidamente e dopo un po' la maggior parte di loro inizia a non preoccuparsi più molto di queste fondamentali necessità quotidiane e trascorre invece la giornata tranquillamente a giocare e a mangiare frutti appena colti.
Il tempo passa e i ragazzi si abituano sempre più a quel modo di vivere fatto di giochi e divertimento, dimenticando spesso anche di tenere il fuoco acceso.
Facce dipinte e capelli lunghi
Jack, il quale ha iniziato implicitamente una lotta di potere con Ralph, con Roger e i più avventurosi, già abbastanza insofferenti della pacata, seria e tranquilla disciplina imposta con autorevolezza da Ralph, provano ad inoltrarsi verso l'interno; come segno di riconoscimento e distinzione, ma anche per mimetizzarsi nel mezzo del bosco, si dipingono le facce col nero del legno carbonizzato. Sommato ai capelli che già scendono un po' a tutti lunghi sulle spalle, la pittura li fa sembrare degli autentici selvaggi primitivi.
Ad un certo punto i suoi seguaci, lanciandosi in una caccia al cinghiale, abbandonano i posti che erano stati assegnati loro a guardia del focolare. Proprio in quel frangente ecco passare una nave nelle vicinanze dell'isola ma, senza il segnale di fumo, nessuno dell'equipaggio s'accorge dei naufraghi e l'imbarcazione prosegue ignara per la sua destinazione senza essere stata allertata.
Una bestia dal mare
Ben presto la coesione dei due gruppi (uno addetto al fuoco e alle abitazioni e l'altro addetto all'approvvigionamento di selvaggina) perde la sua ragion d'essere ed il ruolo di comandante in capo svolto fino ad allora da Ralph comincia a venir meno: si tralascia quindi la costruzione delle capanne e il tentativo di organizzazione di Ralph viene distrutto. Messa l'autorità di quest'ultimo in discussione, prende sempre più il suo posto al comando Jack col suo gruppo di cacciatori, abbandonatisi ormai alla vita selvaggia e alla superstizione più arcaica.
Fortemente irritato dalla piega che hanno preso gli eventi Ralph considera e medita sulla possibilità di lasciare la sua posizione di comando, ma viene convinto a non farlo da Piggy con il sostegno di Simon. Si fa infine strada nel cuore dei più che, forse, la terribile bestia possa essere un enorme mostro marino che durante la notte nuota verso la riva in cerca di cibo.
Una bestia dal cielo
Mentre Jack inizia a tramare con i suoi contro la leadership di Ralph, i gemelli "Sammeric", loro ora gli addetti al mantenimento del segnale di fumo, intravedono il cadavere di un pilota al buio ancora attaccato al suo paracadute, appeso ai rami d'un grande albero. Scambiando in un primo momento il corpo dell'uomo con la bestia che spaventa i più piccini, corrono a perdifiato ai rifugi che Ralph, con la collaborazione di Simon ha appena finito di far costruire, con l'intento d'avvertire tutti del pericolo.
Quest'avvenimento inaspettato sembra sollevare nuove tensioni tra Jack e Ralph: il cacciatore promette difatti da parte sua di partire immediatamente assieme ai suoi per andare ad uccidere la fantomatica 'Bestia'; anzi, pensa di portare il gruppo dall'altra parte dell'isola, e lì magari innalzarsi un fortino, da cui poter dominare con lo sguardo e controllare tutta la zona circostante.
Ombre e grandi alberi
I cacciatori sono lanciati sulle tracce di un branco di cinghiali selvatici e ne hanno preso uno, ne riescono oramai a seguire la pista con agilità, la direzione è chiara; preso da smania di protagonismo ad un certo punto Jack impone agli altri una prova di coraggio, addentrarsi cioè sempre più verso l'interno là ove si erge una montagna pietrosa - battezzata "Castle Rock" - la quale potrebbe anche esser il vero luogo di residenza, sostiene, della bestia misteriosa.
Ma solamente il suo già fanatico e un po' sadico alleato e sostenitore Roger sembra disposto a seguirlo ad occhi chiusi; Ralph, che non ha potuto sottrarsi dal dimostrare di non avere paura, va avanti per un po' tra le ombre dei grandi alberi assieme agli altri due, fino a che non li convince a desistere.
Un dono per le tenebre
Quest'ultimo fatto, sommato ai precedenti, rafforza ancor più l'intenzione di Jack di scalzare l'avversario dal posto di comando tramite una specie di 'insurrezione generale'; ma avendo ricevuto ancora una volta ben poco sostegno dalla comunità Jack, Roger ed un altro abbandonano i rifugi per formare una tribù autonoma separata.
Poco alla volta però riescono ad attrarre a sé nuove reclute sottraendole al gruppo principale, anche grazie ad un affascinante rituale in cui i loro membri, addentando carne di maiale, si dipingono il volto realizzando poi strane danze ed offrendo sacrifici in onore della bestia (o per cercare d'attirarla a sé). La testa di un maiale ucciso precedentemente da Jack, infilzata su un palo e attorniata dagli insetti, diventa il loro totem primario.
Una visione di morte[
Simon intanto (probabilmente affetto da epilessia), s'allontana da solo per riflettere fino a quando non incappa nella testa di maiale mozzata lasciata da Jack come offerta alla bestia; il ragazzo, vedendola brulicare di mosche, la immagina immediatamente come "Il Signore delle mosche" (epiteto fenicio del dio Belzebù) ed ha l'allucinazione che stia parlando con lui. Questa 'testa parlante' pare rivelargli allora ch'essi non sarebbero mai riusciti a fermarlo in quanto si trova già all'interno di tutti loro, avendo contagiato gli animi dei ragazzi.
Lungo la via del ritorno anche Simon individua il paracadutista morto scambiato per la bestia, ed è così il primo ed unico membro del gruppo a riconoscere finalmente la 'verità': il presunto mostro non è altro che un semplice cadavere umano il cui corpo privo di vita viene fatto muovere scompostamente dal vento. Il ragazzo spera di trovare il prima possibile Ralph per rivelargli la scoperta appena fatta; mentre febbricitante ritorna barcollando alla spiaggia trova invece la tribù di Jack nel bel mezzo di una festa tribale dei cacciatori.
Intenti a danzar mezzi nudi attorno al focolare circondati dalle tenebre, i ragazzi scambiano lo stesso Simon per la bestia, che viene così assassinato dalle lance scagliate dai compagni che paiono essere stati colti da un delirio frenetico.
La conchiglia e gli occhiali
Jack e la sua banda di selvaggi decidono che devono rubare gli occhiali a Piggy, unico mezzo che possa permettere di avviare un incendio all'interno dell'isola; compiono così un'incursinone al campo di Ralph riuscendo ad entrarne in possesso e tornano poi di corsa alla loro dimora a Castle Rock. Ralph, che ormai è stato abbandonato dalla maggior parte dei suoi iniziali sostenitori, si dirige in direzione del 'castello' per confrontarsi faccia faccia con Jack e cercare di recuperar gli occhiali di Piggy, senza i quali il ragazzino non riesce a vedere ad un palmo dal naso.
Il castello
Portando con sé l'ultimo simbolo d'autorità rimastogli, la conchiglia, accompagnato da Piggy e dai gemelli, Ralph arriva all'accampamento della tribù del rivale e chiede a Jack che gli venga immediatamente restituito quello che per il povero Piggy è un oggetto prezioso in quanto senza di essi non riesce a vedere nulla. Ma una parte della tribù li ha già accerchiati prendendoli alle spalle; i gemelli vengono fatti prigionieri mentre Roger, facendo precipitare un masso dal punto in cima al dirupo ove si trova in osservazione, uccide Piggy e manda in frantumi la conchiglia. Ralph riesce a stento a fuggire, mentre Sam ed Eric vengono torturati fino a quando non accettano anch'essi di unirsi alla tribù di Jack.
Il grido dei cacciatori
La mattina seguente Jack ordina ai suoi sottoposti, il branco, di cercare il nemico costituito ora solo da Ralph ma, non trovandolo, decide di dar fuoco all'intera isola per cercare di bloccarlo ed infine ucciderlo. La caccia all'uomo prosegue frenetica con le fiamme che avanzano sempre più e al ragazzo non resta che tuffarsi a capofitto in fuga nella foresta e correre verso la spiaggia, attendendo la morte. Qui però si imbatte fortunatamente in un ufficiale di marina la cui nave militare, essendo stata attratta dal fumo, si era fermata proprio in quel momento davanti all'isola.
Ralph piange disperato per le morti atroci capitate a Simon e Piggy e per la fine dell'innocenza che l'oscurità insita nella natura umana ha portato a tutti loro. Nel chiedere le prime informazioni sullo stato dei presenti - oramai son sopraggiunti anche gli altri - l'ufficiale chiede: "Non avrete mica ammazzato nessuno, spero". L'uomo però venuto a conoscenza dei due delitti rimarrà dapprima basito, ma poi commosso e imbarazzato dalle lacrime del gruppo, in cui è rimasto indelebile il ricordo della terribile avventura appena vissuta.
Cioran: "Sì, ho sempre letto Dostoevskij e credo che sia lo scrittore che amo di più.
Di tutti i suoi personaggi, di tutti i suoi eroi dei romanzi, quelli che amo di più sono Ivan Karamazov e Stavrogin. C’è una frase di Stavrogin che mi ha ossessionato per tutta la vita. “Quando crede… non crede…” non è di Stavrogin stesso. “Quando crede, non crede di credere. Quando non crede, non crede di non credere”. Mi sono veramente riconosciuto in questa frase. La ragione profonda per cui prediligo il mondo di Dostoevskij è quel miscuglio… di distruzione, quella passione della distruzione che sfocia in qualcos’altro. Non necessariamente nella fede. Preferisco naturalmente gli eroi negativi di Dostoevskij, ma negativi non è il termine esatto, è solo per semplificare."
Bussy: "Che sfociano in cosa?"
Cioran: "Che si distruggono, che si distruggono perché vanno troppo lontano. Trovo che Dostoevskij si è spinto realmente al limite, tutti i suoi personaggi oltrepassano un limite. Ogni essere ha una sorta di limite che non deve superare. Ebbene, i personaggi di Dostoevskij lo superano. [...] credo che se c’è qualcuno che comprendo intimamente è, diciamo, Stavrogin e Ivan Karamazov ed anche l’uomo del “sottosuolo”."
Bussy: "Vivere è questo?"
Cioran: "Vivere è distruggersi, non tanto per una carenza, ma per una sorta di pienezza pericolosa. In Dostoevskij non sono gli omuncoli, vero, che si distruggono, non sono i debolucci, gli anemici, sono individui che esplodono, che giungono al limite estremo di se stessi e oltrepassano quel limite."
Intervista di Christian Bussy, 1973
https://www.youtube.com/watch?v=LhR536ao_cg
Cioran - Intervista letteraria con Christian Bussy, 1973
Bussy: In generale avete il sentimento della responsabilità, in particolare della vostra responsabilità verso gli altri?
Cioran: Assolutamente no. Non l'ho mai avuto. E quando scrivo, per esempio, non penso mai che quanto scrivo potrebbe far del male a qualcuno.
Bussy: Si dice che Gide abbia causato la perdita di una generazione...
Cioran: No, per quanto mi riguarda un tale problema non esiste perché ad ogni modo non ho lettori, ho il vantaggi d'essere, nevvero, senza lettori, dunque non devo avere quel sentimento di responsabilità, ma ad ogni modo non l'avrei. Ritengo che si scriva per far del male, nel senso "superiore" del termine, per sconcertare, poiché io stesso, tutto quanto ho letto nella mia vita, l'ho letto per turbarmi. Uno scrittore che, in un modo o nell'altro, non vi martirizza, non mi interessa. Occorre che qualcuno vi faccia soffrire, altrimenti non vedo la necessità di leggerlo.
In fondo, su questa storia della responsabilità vi risponderei in modo molto concreto. E tuttavia qualche lettore ce l'ho per forza di cose, ebbene, questi individui sono per la maggior parte dei poveracci, delle persone pietose, degli sventurati e per la maggior parte sono nevrotici. Beh, leggere certe mie cose è stata per loro una sorta di liberazione. In realtà il problema della responsabilità con le implicazioni diciamo negative, non si è mai posto e non si porrà mai. Ovviamente, forse non avrei lo stesso sentimento se i miei libri circolassero normalmente, ma anche in quel caso, sa, ad ogni modo, essendo la vita quello che è, una cosa assolutamente terribile. Non vedo perché la si dovrebbe truccare, perché eludere il problema del male.
Intervista di Christian Bussy, 1973
http://youtu.be/LhR536ao_cg
Se ho capito bene, lei mi chiede perché non abbia scelto semplicemente il silenzio, invece di girargli attorno, e mi rimprovera di profondermi in lamenti quando farei meglio a tacere. Tanto per cominciare, non tutti hanno la fortuna di morire giovani. Il mio primo libro l'ho scritto in rumeno, a ventun anni, ripromettendomi per il futuro di non scrivere più niente. Poi ne ho scritto un altro, seguìto dallo stesso proposito. La commedia si è ripetuta per più di quarant'anni. Il motivo? Il motivo è che lo scrivere, per poco che valga, mi ha aiutato a passare da un anno all'altro, perché le ossessioni espresse si attenuano e in parte vengono superate. Sono certo che se non fossi stato un imbrattacarte mi sarei ucciso da un pezzo. Scrivere è un enorme sollievo. E pubblicare anche. Le sembrerà ridicolo, eppure è verissimo. Un libro è la tua vita, o una parte della tua vita che ti rende estraneo. Ci si libera contemporaneamente di tutto quello che si ama e soprattutto di tutto quello che si detesta. Le dirò di più: se non avessi scritto, sarei potuto diventare un assassino. L'espressione è una liberazione. Le consiglio di provare questo esercizio: quando odia qualcuno, quando le viene voglia di farlo fuori, prenda un pezzo di carta e scriva che X è un porco, un bandito, un farabutto, un mostro. Si renderà subito conto di odiarlo meno. E proprio quello che ho fatto io. Ho scritto per ingiuriare la vita e per ingiuriare me stesso. Il risultato? Mi sono sopportato meglio, e ho sopportato meglio la vita.
(E mentre mi appresto a uscire, Cioran insiste). Non dimentichi di dire che io sono soltanto un marginale, uno che scrive per svegliare. Lo riferisca: i miei libri aspirano a svegliare.
Emil Cioran, INTERVISTA CON FERNANDO SAVATER.
L’ultima intervista a Cioran (Abstract)
Poco prima di morire a Parigi, nel giugno del 1995, il filosofo rumeno Emile Michel Cioran lasciò questa intervista allo scrittore tedesco Heinz-Norbert Jocks.
INTERVISTA
Qual è stato il significato della sua vita in Romania, della sua infanzia?
Cioran: la Romania era un paradiso terrestre, isolato da tutto e circondato da schiavi.
Andavo a casa solo per mangiare e dormire, altrimenti passavo il tempo fuori, all’aria aperta, in maniera semplice. Metà del villaggio viveva sulle montagne, i Carpazi. Ho mantenuto l’amicizia con i pastori e li ho ammirati molto. Era un altro mondo, al di là della civiltà. Forse perché vivevano in un paese di nessuno, sempre di buon umore, come se ogni giorno fosse un giorno di festa. Secondo il loro punto di vista, l’inizio del genere umano non doveva essere stato così male.
Quando finì tutto?
Cioran: Nel 1920, a dieci anni, quando dovetti abbandonare il mio villaggio e andare a Hermannstadt [Sibiu], per frequentare la scuola elementare. Non potrò mai dimenticare quel dramma, la disperazione di quel giorno. Mi sono sentito morire. A quel tempo non c’erano auto, quindi ci diede un passaggio un contadino che prese me e mio padre a dorso del suo cavallo. Lo stile primitivo vissuto laggiù mi sembrava l’unico possibile. Ciò che conta è la preistoria, il momento antecedente la presa di coscienza, l’inizio della storia, la vita nell’inconscio. L’umanità deve andare avanti nell’essere ciò che è (risate), per la storia, solo un errore; per la coscienza, un peccato; e per l’essere umano, un’avventura senza pari.
Una riflessione religiosa?
Cioran: Io non sono un ateo, anche se non credo in Dio e non prego. Per me esiste una dimensione religiosa indefinibile, al di là di ogni fede. Il credente si identifica con Dio, che può comprendere, invece io mi sento distante da tutto questo. Mi muovo su una linea di confine. Condivido la grande idea del peccato originale dell’uomo, ma non nel modo in cui si pensa ufficialmente. La storia, come l’essere umano del resto, sono, che noi lo vogliamo o no, il prodotto di una catastrofe. L’idea della deviazione umana è indispensabile per la comprensione dello sviluppo della storia. Secondo questa idea, l’essere umano è colpevole, non in senso morale, ma per aver preso parte a questa avventura. Quando abbandonai il mio villaggio, non ero più un primitivo.
Prima di allora, ero appartenuto alla Creazione, come gli animali, assieme a quelli che ebbero un rapporto personale con me; ora mi son trovato fuori, distante.
Lei discorreva di santi, di “Creazione abortita “, e si è visto in difficoltà?
Cioran: Sì. Mia madre era il presidente della Chiesa Ortodossa di Hermannstadt e mio padre – un buon prete, e anche sincero, ma in alcun modo un uomo di profonda religiosità – in realtà avrebbe voluto fare l’avvocato. Fu molto triste quando lesse il libro Lacrime e Santi, alla fine del 1937, poco prima del mio trasferimento a Parigi. Quando inviai il manoscritto al mio editore rumeno, lui, mio padre, un mese dopo mi chiamò, per dirmi che non poteva stamparlo. Non l’aveva letto lui personalmente, ma uno dei suoi linotipisti; tuttavia mi disse che doveva il suo patrimonio a Dio, e che non avrebbe potuto pubblicare un libro del genere per nulla al mondo. In quel momento, nel pieno dei preparativi del viaggio in Francia, mi chiesi, disperato, cosa potevo fare. In quel frangente, incontrai un rumeno che aveva collaborato con la Rivoluzione russa e aveva conosciuto Lenin. Mi chiese cosa stesse succedendo, e così gli raccontai la storia e guarda caso lui possedeva una tipografia. Così, il mio libro fu pubblicato sprovvisto di un’etichetta editoriale, poco prima del mio trasferimento a Parigi. Pochi mesi dopo, ricevetti una lettera da mia madre, con la quale mi diceva della vergogna che il mio libro aveva provocato. Anche se lei non era una persona religiosa, si sentiva sotto forte pressione e mi pregò di rimuovere il libro dalla circolazione. Risposi che era l’unica opera religiosa scritta nei Balcani, perché era un balcanico confronto con Dio. Quasi tutti i miei amici ebbero una brutta reazione, soprattutto Mircea Eliade, che scrisse una dura critica, mentre una ragazza che conoscevo mi disse che era il libro più triste che avesse mai letto. È evidente che si trattava di una esperienza religiosa equivoca. Ero così immerso nella vita dei santi che, in verità, avrei dovuto pregare. Ma per questo mi mancava il dono necessario, anche se mi sentivo attratto dai grandi mistici. Tuttavia, la fede religiosa non è mai il risultato di una riflessione, ma qualcosa di molto più – troppo – complicato. La religiosità può essere stupida, ma ha radici molto profonde (risate).
Nel suo lavoro traspare un elogio della vita primitiva.
Cioran: In questo villaggio rumeno dove vivevo, avevamo un orto accanto al cimitero, e, per questo motivo, fin da piccolo divenni amico di un becchino di una cinquantina di anni.
Era un uomo che procedeva con gioia quando doveva scavare una tomba e giocare a calcio con i teschi. Mi sono sempre chiesto come poteva sentirsi giorno dopo giorno così felice. Io stesso, non ero come Amleto, non ero così sconvolto. In seguito, la nostra stretta amicizia subì un cambiamento e si trasformò in un problema. Mi sono chiesto perché abbiamo dovuto vivere tutto questo in vita. Per essere alla fine soltanto un cadavere? Queste impressioni rimasero come segni indelebili. Quell’uomo – che tutti i giorni si confrontava con la morte – si comportava come se non avesse mai visto un morto. Mi piaceva molto quell’uomo. Era sempre sorridente.
La morte è un tema a cui è stato fedele.
Cioran: Fin da subito. È una posizione a cui è legata un altro tipo di intensità. Ho convissuto con la morte, fin da molto giovane. Anche ora che ho più motivi per pensarci, non associo nessuna idea compulsiva alla morte. In gioventù, l’idea che avevo della morte era un’ossessione predominante, giorno e notte. Come un nucleo di realtà, aveva una presenza opprimente, molto distante da tutte le influenze letterarie. Tutto ruotava intorno ad essa, al di là del senso di ripugnanza e paura, seppur in modo patologico. Questo, naturalmente, fu anche il motivo per cui non ho dormito bene durante quei sette anni della mia giovinezza, e dei quali divenni esausto. In quel periodo scrissi “Al Culmine della Disperazione”. Questa insonnia persistente divenne il mio punto di vista sul mondo e il mio atteggiamento nei suoi confronti. Il momento peggiore di questa situazione lo vissi a Hermannstadt, quando vivevo con i miei. Vagai senza meta per la città, di notte. Mia madre piangeva disperata, ed io, che avevo appena compiuto 21 anni, ero sul punto di suicidarmi. Anche oggi io non so perché non lo abbia fatto. E’ possibile che abbia sedato la mia voglia di suicidio con la forza della scrittura. Non avevo la minima concreta idea di cosa fosse la mia vita.
Avete cambiato idea sulla morte?
Cioran: Non è possibile che uno cambi idea sulla morte. Il problema dell’esistenza costituisce un problema in sé. Al cospetto, tutto il resto perde importanza. Curiosamente, ci sono molte persone che non pensano alla morte, che non vogliono o non possono pensarci. Quelli che comprendono cosa significhi la morte sono la minoranza. Gli altri mancano di valori e anche i filosofi evitano il problema.
Ma uno filosofeggia sulla morte.
Cioran: Certo, la morte è un tema nella storia della filosofia (risate), ma non intima esperienza di vita. In Baudelaire c’è la morte, in Sartre non c’è. I filosofi hanno evitato la morte trasformandola in una questione, invece di viverla come qualcosa di esistente. Non lo considerano come qualcosa di assoluto, ma tra i poeti è diverso. Essi sentono il fenomeno profondamente, prefigurandola. Un poeta insensibile al tema della morte non è un grande poeta. Sembra esagerato, ma è così.
In una serie di saggi su alcuni amici, Lei ha scritto di Samuel Beckett.
Cosa le piace del suo lavoro?
Cioran: Il fatto di non aver bisogno di eroi, il fatto di aver creato un raro tipo umano e, con esso, aver mostrato un altro genere di umanità. Il suo lavoro, quindi, non è associato a un determinato periodo. È la singolare opera di un singolo individuo.
Non sarà l’essere entrambi affascinati dall’ozio che vi porta ad essere così vicini?
Cioran: L’esperienza della noia, non la noia volgare, per mancanza di compagnia, ma la noia assoluta, è molto importante. Quando qualcuno si sente abbandonato dai propri amici, quello è nulla. La noia vera esiste senza motivo, senza cause esterne. Con essa si ha la sensazione del tempo vuoto, qualcosa di simile alla vacuità, una cosa che conosco da sempre. Ricordo molto bene la prima volta, avevo cinque anni. Allora vivevo in Romania, con tutta la mia famiglia. Improvvisamente, ho avuto la chiara coscienza di ciò che era l’ossessione, la noia.
Erano circa le tre del pomeriggio, quando fui preso dalla sensazione del nulla, della carenza assoluta di sostanza. Fu come se, d’un tratto, tutto fosse scomparso, tutto fosse piombato nella nullità ed è stato l’inizio della mia riflessione filosofica. Questo stato intenso di solitudine mi colpì in modo così profondo che mi chiesi cosa realmente volesse dire. Non essendo in grado di difendermi, né di liberarmene attraverso la riflessione, sicuro che il presentimento sarebbe tornato altre volte, ne rimasi così sconcertato, da accettarlo come punto di orientamento.
Al culmine della noia si sperimenta il senso del Nulla, e, in questo senso, non si tratta di una situazione deprimente, dal momento che, per una persona non credente, rappresenta la possibilità di vivere l’assoluto, qualcosa come l’ultimo istante.
Cioran:
una vita intensa quanto densa di contraddizioni; una moltitudine di strati in viaggio ciascuno sull'altro, dentro l'altro. La scoperta di un mondo artefatto a soli 10 anni; la consapevolezza di un adulterio consumato tra uno stile di vita recondito e una realtà agli antipodi; la mistificazione di una religiosità senza nome, senza padri nè madri; infine il conflitto tra se stessi e tutto il resto, tutti coloro che hanno segnato nell'identità la propria appartenenza: una vita forse più complicata che complessa. Ma la religiosità non è mai stupida [...]. E' solo l'alfabeto che ciascuno di noi utilizza per leggere dentro al mistero. "Ho imparato ad amare la morte per non odiare la vita". Fu un concetto che partorii per caso, resa gravida da chissà quale accadimento. Non vidi mai chi e cosa generò questa consapevolezza dentro di me, ma cominciò a crescere finchè un giorno la diedi alla luce: rinacqui. Credo piuttosto che mi sorprese come un amante che, rifiutato volta dopo volta, aggiunse la mia vita alla propria fino a far sì che la compulsione fomentasse l'azione. E mi braccò così come chiunque sconvolto dall'ossessione può fare: senza permesso e con infinito possesso. Non so se fosse amore, ma se lo era, somigliava a una parte di me.
Emil Cioran. L’architetto delle caverne.
La teologia, la morale, la storia e l’esperienza di tutti i giorni INSEGNANO CHE, PER RAGGIUNGERE L’EQUILIBRIO, NON C’È UN’INFINITÀ DI SEGRETI – CE N’È UNO SOLO: ‘SOTTOMETTERSI’. <ACCETTATE UN GIOGO> ESSE CI RIPETONO <E SARETE FELICI; siate ‘qualche cosa’ e verrete liberati dalle vostre pene>. In effetti, tutto è ‘mestiere’ quaggiù: professionisti del tempo, funzionari del respiro, dignitari della speranza, UN ‘LAVORO’ CI ATTENDE ANCOR PRIMA DELLA NASCITA: le nostre carriere si preparano nel grembo delle nostre madri. MEMBRI DI UN UNIVERSO UFFICIALE, DOBBIAMO OCCUPARVI UN POSTO, IN VIRTÙ DI UN DESTINO RIGIDO, che non si allenta se non in favore dei folli; essi, almeno, non sono COSTRETTI AD AVERE UNA FEDE, AD ADERIRE A UNA ISTITUZIONE, A SOSTENERE UN’IDEA, A SEGUIRE UN’INIZIATIVA. Da quando la società si è costituita, coloro che hanno voluto sottrarvisi sono stati perseguitati o scherniti. VI SI PERDONA TUTTO, PURCHÉ ABBIATE UN MESTIERE, UNA QUALIFICA SOTTO IL VOSTRO NOME, UN SIGILLO SUL VOSTRO NULLA. Nessuno ha l’audacia di esclamare: <IO NON VOGLIO FARE NIENTE!> - si è più indulgenti con un assassino che non con uno spirito affrancato dagli atti. Moltiplicare le possibilità di sottomissione, RINUNCIARE ALLA PROPRIA LIBERTÀ, UCCIDERE IN SÉ IL VAGABONDO: COSÌ L’UOMO HA RAFFINATO LA PROPRIA SCHIAVITÙ e si infeudato ai fantasmi. Anche i suoi disprezzi e le sue ribellioni, non li ha coltivati se non per esserne dominato, schiavo com’è dei propri atteggiamenti, dei propri gesti e dei propri umori. Uscito dalle caverne, ne ha conservato la superstizione; era loro prigioniero, ne è divenuto l’architetto. Perpetua il suo stato primitivo con maggiore inventiva e sottigliezza; ma, in fondo, ingrandendo o rimpicciolendo la propria caricatura, egli si plagia sfrontatamente. Ciarlatano ‘a corto di trucchi’, le sue contorsioni e le sue smorfie incantano ancora…”
EMIL M. CIORAN (1911 - 1995), “Sommario di decomposizione” (“Précis de décomposition”, Gallimard, Paris 1949), trad. di Mario Andrea Rigoni e Tea Turolla con una nota di Mario Andrea Rigoni, Adelphi, Milano 1996, ‘L’architetto delle caverne’ (‘L'architecte des cavernes’), p. 195.
Parigi, 10 dicembre 1976, Caro amico,
in novembre, passando per Parigi, Lei mi aveva chiesto di collaborare a un volume in onore di Borges. La mia prima reazione è stata negativa; la seconda… anche. A che pro celebrarlo quando lo fanno perfino le università? La mala sorte di essere riconosciuto si è abbattuta su di lui. Meritava di meglio. Meritava di rimanere nell’ombra, nell’impercettibile, di restare tanto altrettanto inafferrabile e impopolare quanto la nuance. Lì, era a casa propria. La consacrazione è la peggior punizione – per uno scrittore in generale, e in modo particolare per uno scrittore del suo tipo. [..] Nè in Francia nè in Inghilterra vedo qualcuno che abbia una curiosità paragonabile a quella di Borges, una curiosità spinta fino alla mania, fino al vizio, dico proprio vizio, poichè, in fatto di arte e di riflessione, tutto ciò che non si trasforma in un fervore alquanto perverso è superficiale, dunque irreale. [..] Poichè vuole sapere ciò che mi piace di più in Borges, le risponderò senza esitare che è la sua scioltezza negli ambiti più vari, la sua capacità di parlare con eguale sottigliezza dell’Eterno Ritorno e del Tango. Per lui tutto si equivale, dal momento che è il centro di tutto. La curiosità universale è un segno di vitalità soltanto se reca il marchio assoluto di un io, di un io da cui tutto emana e a cui tutto ritorna: sovranità dell’arbitrario, inizio e fine che si possono interpretare secondo i criteri più capricciosi. Dov’è la realtà in tutto questo? L’Io – farsa suprema… Il gioco, in Borges, ricorda l’ironia romantica, l’esplorazione metafisica dell’illusione, il funambolismo dell’Illimitato. Friederich Schlegel, oggi, è addossato alla Patagonia…Ancora una volta, si può solo deplorare che un sorriso enciclopedico e una visione così raffinata suscitino un’approvazione generale, con tutto ciò che questo implica… Ma, dopo tutto, Borges potrebbe diventare il simbolo di un’umanità senza dogmi nè sistemi, e, se c’è un’utopia alla quale sottoscriverei volentieri, sarebbe quella in cui ciascuno si modellasse su di lui, su uno degli spiriti meno pesanti che mai vi siano stati, l’ultimo dei delicati…
E.M. Cioran, Lettera a Fernando Savater, in “Esercizi di ammirazione”, Adelphi, 1988
Tutta la nostra civiltà è stata costruita sull'osservazione della Natura. Essa è stata nostra maestra fin dall'inizio. E' così che abbiamo fondato la nostra religione. E' così che abbiamo strutturato il nostro modo di vita. Nello stesso modo, è sullo studio della natura che abbiamo organizzato il nostro 'governo'.Noi abbiamo vissuto sotto lo stesso regime immutato: il governo tradizionale realizzato dai nostri antenati. E' stata la nostra legge e noi abbiamo vissuto seguendo i suoi principi fino a quando.... Fu nel 1492 che le leggi dei nostri antenati cominciarono a cambiare. Un governo vecchio di centinaia di anni strutturava la nostra vita. Questa legge ben si confaceva a noi. Noi ne comprendevamo le regole. Storici, antropologi hanno scavato la terra del nostro paese per scoprire la storia dell’emisfero occidentale. Ma non hanno trovato prigioni. Non hanno trovato penitenziari. Non hanno trovato manicomi. Prima del 1492 noi vivevamo questa vita, una vita che per noi era molto preziosa. La religione era capita facilmente da tutti gli abitanti del nostro emisfero. Giunse il tempo in cui ci venne detto che la nostra religione non era giusta. Fummo allora costretti ad accettare la religione importata dai bianchi. Furono in molti quelli che si convertirono al cristianesimo e che così abbandonarono la religione degli antenati. Ancora oggi noi osserviamo la Natura e vediamo come essa alleva i suoi piccoli. Sappiamo trovare le anatre, sappiamo trovare le oche che tuttora vivono secondo leggi millenarie. Gli animali, infatti, continuano a seguire la legge che è stata data loro nella notte dei tempi. Le regole originarie della vita sono state date ad ogni creatura. Il Creato nel suo insieme continua a seguire le Regole della Vita. Gli alberi, i frutti non vengono mai meno a queste regole. Non commettono mai errori. Danno i loro frutti quando è stagione. Gli animali non sbagliano. Vivono sempre come quando vennero creati. Nel Creato, quali sono le regole di vita per l’uomo?Noi vediamo il Creato… la Vita, il cerchio, una dimensione che non ha né principio né fine.
Nota 28 luglio 2026, AOOGABMI 193041
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