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sabato 5 novembre 2016

Cesare Segre. Allora la finzione non punta verso mondi fantastici, ma deforma il nostro perché i suoi nessi e le sue misure, strappati ai loro ingannevoli equilibri, ci appaiano in una brutalità rivelatrice: invece di proporre mondi possibili, presenta il nostro come un mondo impossibile.

Allora la finzione non punta verso mondi fantastici, ma deforma il nostro perché i suoi nessi e le sue misure, strappati ai loro ingannevoli equilibri, ci appaiano in una brutalità rivelatrice: 
invece di proporre mondi possibili, presenta il nostro come un mondo impossibile.
Cesare Segre, Avviamento all'analisi del testo letterario, Einaudi 1999, pagina 228

giovedì 28 aprile 2016

Eraldo Affinati. L'uomo del futuro. Certi libri ti crescono dentro prima che tu li riconosca. All'inizio si presentano camuffati da emozioni destinate a perdersi, poi lentamente conquistano uno spazio stabile e aderiscono alla tua vita, finché non puoi fare a meno di prenderne atto.


Certi libri ti crescono dentro prima che tu li riconosca. All'inizio si presentano camuffati da emozioni destinate a perdersi, poi lentamente conquistano uno spazio stabile e aderiscono alla tua vita, finché non puoi fare a meno di prenderne atto. Allora è come se riempissi un foglio già pronto scrivendo sotto dettatura. Credo sia andata così anche con queste pagine su don Lorenzo Milani: dieci capitoli, composti in seconda persona, a partire dai luoghi più rappresentativi della sua esistenza, intervallati da altrettante risonanze recuperate dai miei diari di viaggio intorno al mondo. Eppure c'è stato un momento che, a posteriori, considero decisivo: il giorno in cui la presenza di don Milani mi sembrò talmente forte da risultare ineludibile.
Quell'anno, non essendo commissario agli esami di Stato, avevamo anticipato le vacanze estive. Eravamo partiti in macchina da Roma. Superata Firenze, uscimmo a Barberino del Mugello deviando verso Barbiana. Fu una scelta improvvisa ma, come spesso mi capita, allo stesso tempo lungamente premeditata.
Eraldo Affinati, L'uomo del futuro

domenica 10 gennaio 2016

Benedetto Vertecchi. La ricerca Ocse Stando allo studio di Valsecchi, l’uso di mezzi digitali comporterebbe “l’attenuazione, e talvolta la perdita, della capacità di coordinare il pensiero con l’attività necessaria per tracciare i segni”. Secondo il pedagogista “l’intervento nella scrittura digitale di correttori automatici riduce la consapevolezza ortografica. Il ricorso ossessivo alla funzione copia e incolla riduce la necessità di sviluppare una linea argomentativa”

Scuola: difficoltà a scrivere, apprendere e ricordare se si esagera con tablet e lavagne elettroniche? 
di Redazione Il Libraio | 07.01.2016

L'ultimo studio del pedagogista Benedetto Vertecchi evidenzia i rischi (anche per la memoria) di un uso massiccio a scuola di tablet e Lim (le lavagne interattive multimediali) - I particolari “Alfabeto a rischio”. Si intitola così, come racconta Repubblica, l’ultimo studio del pedagogista Benedetto Vertecchi (docente di pedagogia sperimentale all’università di Roma Tre), che evidenzia i rischi di un uso massiccio a scuola di tablet e Lim (le lavagne interattive multimediali). Due i principali problemi individuati: l’uso eccessivo delle tecnologie in classe determinerebbe “una caduta nella capacità di scrivere”, ma anche problemi nell’apprendimento; rischi sia per la capacità di tracciare i caratteri, sia per quella di “organizzarli correttamente in parole, da usare per organizzare il messaggio”, dunque. Tra le difficoltà individuate, pure quelle legate alla memoria.

La ricerca Ocse
Stando allo studio di Valsecchi, l’uso di mezzi digitali comporterebbe “l’attenuazione, e talvolta la perdita, della capacità di coordinare il pensiero con l’attività necessaria per tracciare i segni”. Secondo il pedagogista “l’intervento nella scrittura digitale di correttori automatici riduce la consapevolezza ortografica. Il ricorso ossessivo alla funzione copia e incolla riduce la necessità di sviluppare una linea argomentativa”.


http://www.illibraio.it/scuola-difficolta-scrivere-tablet-314413/





Aurora Acciari 
[...] Le tecnologie moderne sono una cosa buona, ma vanno sapute usare nei modi e nei tempi giusti. A causa del computer, oggi i ragazzi non sanno più fare una ricerca tramite libri, per colpa della calcolatrice non sanno le tabelline, non parliamo poi dello svolgimento dei temi, spesso copiatissimi da internet pure quelli! Si è anche perso il piacere di arrivare ad una soluzione o ad un pensiero un pò per volta, applicandosi, approfondendo...





Christa Pichler 
Non è una questione di credere o no, ci sono studi scientifici che dimostrano che l'uso eccessivo dei mezzi tecnologi porta a seri problemi per lo sviluppo dei bambini.. Consiglio di leggere "la demenza digitale" di pfizer






Patrizia Babici 
La capacità di scrivere,cioè di elaborare il pensiero, organizzarlo, di sviluppare il discorso, dipende da quanto il bambino è stimolato a parlare. Nel nostro sistema scolastico, l'allievo è quasi sempre costretto all'ascolto passivo. Le interrogazioni orali sono sparite quasi del tutto, sostituite da verifiche scritte. L'opinione dei bambini, l'osservazione critica, il parere personale, non vengono mai richiesti, con conseguente calo dell'interesse, da cui dipendono apprendimento e memoria, grave compromissione della capacità di costruire il pensiero, organizzarlo in modo sintetico e logico, elaborarlo in modo personale e, soprattutto, la capacità (cosa più difficile), ad esporlo. Lo scrivere è diretta conseguenza di queste abilità. Tablet e Lim c'entrano poco. Lasciateli parlare ed esprimere a voce, insegnate ad argomentare in modo costruttivo e ragionato. Abituateli a parlare davanti agli altri. Scrivere sarà un piacere. [...]
Assolutamente sì, se pensiamo poi quanto poco parlano anche a casa (genitori assenti, televisione, costretti al nido e poi scuola materna da subito), i bambini parlano e argomentano assai poco. Quante persone desiderano oggi frequentare i corsi per riuscire ad esporre e parlare in pubblico?




Albertina Mora 
ed è proprio per questo che la scuola deve mantenere alto il suo livello d'insegnamento, i bambini devono parlare, devono esprimersi, devono formare il loro pensiero , la scuola deve lottare contro questo sistema innovativo , personalmente lo trovo pericoloso, lasciate che i bambini continuino ad usare penna matite e colori, lasciate che i bambini si esprimino liberamente , i bambini sono esseri in formazione non uccidiamo la loro creatività




Condivido il pensiero di Vertecchi....troppa tecnologia sta distruggendo la comunicazione verbale ed interpersonale....con questo non voglio assolutamente dire che la tecnologia non possa essere uno strumento efficace di..
Ma è necessario un certo equilibrio....l'uno non deve andare a scapito dell'altro....forse tra qualche decennio ci renderemo conto di ciò e ci sarà sicuramente una inversione di tendenza....


Cristina Costa 
Si esalta tanto la tecnologia,la modernità, la nuova era: ma non ci rendiamo conto che questo sta rovinando adulti ragazzi e adesso lo stanno facendo anche con i bambini.senza PC tablet cellulari non siamo più capaci di stare senza: prima queste cose non esistevano e si viveva ugualmente. I ragazzi non studiano più e non si può dare la colpa ai genitori perchè sono loro i primi ad essere rapiti dalla modernità e lo insegnano involontariamente ai ragazzi e che quindi si faranno trasportare ad insegnarlo anche ai bambini. Siamo bombardati quotidianamente da cose nuove innovative, c'è una speculazione commerciale pazzesca dove con il lavaggio del cervello devi sempre stare al passo della modernità,devi sempre comprare per stare al passo di tutti perche e' diventata una gara fra le persone.









Sono d'accordissimo con Vertecchi....ormai sono 36 anni che insegno nella scuola primaria sempre italiano e ultimamente mi sono accorta di queste difficoltà che hanno gli alunni di prima....Riescono sempre meno ad impugnare correttamente le matite e il lapis e faticano molto con il corsivo......Mi ero posta il problema ma francamente non avevo trovato risposte soddisfacenti....Alla faccia di tutti questi strumenti multimediali ho continuato e continuo ad insegnare a leggere e scrivere con il metodo tradizionale e tanta fantasia e creatività. ...I miei alunni non sanno mai chi hanno davanti xché un giorno sono un folletto.....nell'altro una strega......e così via ...Non sentono affatto la mancanza del tablet o della LIM....perché ogni giorno è come entrare in una fiaba sempre diversa e da scoprire...insieme...Grazie Vertecchi per aver confermato che i miei dubbi erano veri....Adesso però bisognerebbe aprire gli occhi a quei docenti malati di tecnologica e che non fanno nulla senza PC sotto le mani....E che diamine....scusate lo sfogo....






Attenzione a non confondere i mezzi con i fini ... anche la lavagna tradizionale se usata solo per proporre copiati faceva danni enormi. L'investimento su degli strumenti di lavoro, di cui avremmo dovuto disporre 15/20 anni fa, e ancora non garantiti a tutt'oggi, rappresenta, a mio avviso, un'esagerazione rispetto ad un investimento professionale completo nella didattica pedagogica, che rischia di essere sostituita dalla preoccupazione tecnologica. Il vero problema è il ritardo. La formazione di chi aveva vent,'anni di meno era più semplice prima. Ora tutto è più complicato, e a tratti frustrante, per qualcuno che ha svolto sempre con onestà il proprio mestiere. Si dice però che non è mai troppo tardi per imparare...e allora andiamo! Senza paure! Si fa quel che si può! E il prof ha ragione se presi dalla preoccupazione ci si concentra solo sugli aspetti tecnologici, che, se non si ha dimestichezza, impongono spesso lunghi tempi di esecuzione ...e se va tutto bene!!!




Daniela Ricci 

La scrittura manuale ti dà il tempo di riflettere e di organizzare i pensieri, inoltre sviluppa la motricità fine. La tecnologia semplifica e sveltisce alcune operazioni. Conclusione: l'una cosa non sostituisce l'altra.



Analfabetismo di partenza
di Maurizio Tiriticco

In un recente saggio di Benedetto Vertecchi intitolato “Alfabeto a rischio”, in cui, tra l’altro, vengono presentati i risultati della ricerca “Nulla dies sine linea” condotta dal Laboratorio di Pedagogia Sperimentale dell’Università di Roma Tre con alunni di alcune scuole romane sulla composizione scritta (https://www.academia.edu/19900866/Alfabeto_a_rischio), leggiamo tra l’altro: “Alla maggioranza dei bambini e dei ragazzi s’inviano messaggi contraddittori. Il loro impegno dovrebbe essere teso ad acquisire una conoscenza alla quale corrisponde un credito sociale decrescente. I mezzi di comunicazione enfatizzano il successo conseguito rapidamente e portatore di facile ricchezza. I comportamenti consumisti sono avvolti da suggestioni tecnologiche che nascondono le conseguenze che dal loro uso derivano allo sviluppo dei profili culturali. La caduta più insidiosa è quella che riguarda la capacità di scrivere. E’ una caduta che investe sia la capacità di tracciare i caratteri, sia quella di organizzarli correttamente in parole, da usare per organizzare il messaggio. L’uso di mezzi digitali comporta l’attenuazione, e talvolta la perdita, della capacità di coordinare il pensiero con l’attività necessaria per tracciare i segni! L’intervento nella scrittura digitale di correttori automatici (o di dispositivi automatizzati per la composizione delle parole, come nei telefonini), riduce la consapevolezza ortografica. Il ricorso ossessivo alla funzione copia e incolla riduce la necessità di sviluppare una linea argomentativa”.

La strumentazione digitale, dunque, provocherebbe forme nuove e diverse di analfabetismo?
E la scuola, suo malgrado, sarebbe complice di questa pericolosa deriva?
Stante la situazione – che poi non interessa solo il nostro Paese e le nostre giovani generazioni – non so se non sia il caso di riflettere su queste nuove forme di analfabetismo. In effetti, la storia ci insegna che è analfabeta colui che non è in grado di leggere e scrivere, pur sapendo, ovviamente, parlare e ascoltare, anche se all’interno di un gruppo sociale ristretto e che ha scarsi scambi con altrettanti piccoli e/o grandi gruppi. Essere analfabeta, comunque, non è sempre sinonimo di ignoranza tout court. Va detto che ricercatori come il Morgan o il Lévi Strauss hanno fatto giustizia di quell’inveterato concetto di analfabeta come di un minus habens. Del resto, è notorio come lo stesso Carlo Magno fosse analfabeta, nel senso che non sapeva né leggere né scrivere. Eppure animava quella Scuola Palatina che ad Aquisgrana riuniva i migliori cervelli dell’impero. E non solo lui: forse un altro Magno, Alessandro, che pur aveva avuto come maestro Aristotele, non aveva alcun interesse di apprendere strumentalmente a leggere e a scrivere. E ciò perché la lettura e la scrittura venivano considerate come un semplice supporto strumentale, da affidare a “segretari esperti” – potremmo dire – al fine di conservare o di trasmettere informazioni. E so di un mio antenato latinista, che era “scrittore apostolico di maggior grazia” presso la corte pontificia, intento a tradurre in perfetto latino curiale le bolle pontificie, originariamente nate in chissà quale imperfetto italiano! Indubbiamente, a parte queste considerazioni, l’analfabeta oggi è colui che non sa e non può né leggere né scrivere”.

Va però considerato che il “piccolo gruppo” pur analfabeta di un tempo ha espresso pur sempre un suo linguaggio e una sua cultura. La cosiddetta cultura popolare, che poi qualche “colto” ha voluto scrivere e conservare perché altri la potessero conoscere, ha un suo valore, un suo stigma. Ciò che ci ha descritto un Carlo Salinari con la sua Storia popolare della letteratura italiana – a valle di qiell’idealismo crociano e gentiliano che per certi versi aveva ovattato la crescita culturale della nostra popolazione tutta – e ciò che ci ha rappresentato un Dario Fo con il suo Mistero Buffo, possono essere una larga testimonianza della dignità che spesso ha la cultura popolare, anche a fronte di quella prodotta da scrittori, poeti, filosofi, scienziati, che – com’è noto – è tutt’altra cosa in quanto segna le tappe dello svolgersi di quella ricerca che da sempre sostanzia lo sviluppo civile e sociale dell’umanità. Per non dire poi di tutto il patrimonio delle fiabe, strumento prezioso di trasmissione di valori e disvalori, e in larga misura per via orale: l’eroe e l’orco, la fata e la strega, il bene e il male, il bello e il brutto in pillole, se vogliamo. La ricerca di Valdimir Propp ci ha dimostrato come anche in ambienti analfabeti – sotto il profilo della incompetenza nella lettura/scrittura – potessero comunque essere veicolati valori che possiamo definire universali, costituzionali, potremmo dire oggi. Per non dire infine della preoccupazione di Platone che vedeva nelle scrittura – e nella lettura quindi – una sorta di congelamento del pensiero e della sua natura dialettica. Insomma, il solo parlare/ascoltare non è di per sé segno di ignoranza.

Abbiamo a monte un’ampia tradizione orale, che per secoli ha costituito il background comportamentale e “civico” di gruppi sociali piccoli e grandi in cui il non saper scrivere non costituiva quel limite che poi invece verrà fortemente denunciato in epoche successive profondamente diverse. Basti pensare a un Lutero, a un Gutemberg o a un Comenio, in lotta perché la trasmissione orale fosse implementata – e per certi versi corretta – da quella scritta, in quanto il leggere e scrivere veniva inteso come segno di una rinnovata libertà: dall’invadenza di un Chiesa che non si poneva alcun limite dall’inquisire e mandare al rogo gli eretici, o meglio coloro che, stando all’etimo greco della parola, operavano “altre scelte” in campo religioso, quindi anche morale e civile. Leggere e scrivere diventavano così una bandiera nuova, una lotta per la libertà di pensiero!

Ed è ovvio che l’affermazione della scrittura ha relegato nell’ignoranza – se si può dir così – quei gruppi sociali che ne erano esclusi. Ovviamente, si tratta solo di rapidi accenni, incompleti e che meriterebbero un’attenzione maggiore. Comunque, sono tutte considerazioni che ci portano a concludere che non è detto in assoluto che la strumentazione leggere/scrivere – per come l’abbiamo costruita fino ad oggi e trasmessa nelle scuole fin dal grado cosiddetto elementare – possa essere la garanzia in assoluto di un progressivo sviluppo culturale civile e sociale. Concordo con tutti coloro che temono un’attenuazione e una perdita di certe competenze logico/sintattiche indotte dalla scrittura digitale, ma è anche vero che la strumentazione digitale implementa la competenza scrittoria manuale: la sola cancellazione automatica, il taglia e cuci operati costantemente nel progredire del testo elimina le brutte copie e le belle copie di un tempo. Chi scrive ha la possibilità di autocorreggersi all’infinito, e il suo pensiero al termine dell’operazione è sempre formattato in bella copia!

L’uso di mezzi digitali comporta l’attenuazione, e talvolta la perdita, della capacità di coordinare il pensiero con l’attività necessaria per tracciare i segni?
Sinceramente, non so! Però, la domanda che dobbiamo porci è la seguente:
ciò che si sta verificando nella testa delle nuove generazioni a fronte della incapacità di scrivere con penna/carta e che provoca ricadute sulla capacità stessa di formulare pensieri, interpretare sensazioni ed emozioni, trasmettere dati, informazioni, conoscenze, è segno di quale fenomeno? Indica una caduta verticale e inarrestabile della competenza linguistica in senso lato? E, quindi, della competenza comunicativa e creativa? Oppure siamo alla vigilia di nuovi modi di comunicare, che non passano più attraverso l’interazione circolare e progressiva dita-mano-occhio-carta-cervello? O meglio, siamo forse costruendo senza avvedercene mezzi e modi nuovi di produrre pensiero, di comunicare e di produrre cultura? Se è vero che “il mezzo è il messaggio”, sarà anche vero che i nuovi mezzi possono indurre a produrre nuove forme di messaggi, nuovi contenuti e nuovi modi di produrre cultura.

Volendo essere ottimisti, potremmo anche pensare che non siamo di fronte a un analfabetismo di ritorno, come si suol dire – che poi è quello più preoccupante e che interessa la popolazione adulta di tutti i Paesi ad alto sviluppo, e in particolare il nostro (si vedano i dati riportati dall’ultima edizione della ricerca Education at glance) – ma di un analfabetismo che potremmo definire di partenza. Non so se a farmi esprimere questi pensieri sia il mio inguaribile ottimismo, oppure la mia profonda ignoranza in materia.

Comunque, mi sembrerebbe più corretto parlare non tanto di analfabetismo di ritorno ma di un analfabetismo di partenza, a cui forse si dischiudono orizzonti nuovi, di cui non abbiamo ancora perfetta conoscenza.

http://www.edscuola.eu/wordpress/?p=70956


Abitudini culturali degli italiani L’Italia divisa tra chi legge e chi no. L’ultima rilevazione dell’istituto statistico dice che il 18,5 per cento degli intervistati nell’ultimo anno non ha letto un libro, non ha fatto sport, non ha visitato un museo, né una mostra, un sito archeologico, non è andato a teatro, al cinema, a un concerto. Questo dato diventa il 28,2 per cento per il sud. Vorrei confrontare questa percentuale con quella citata da un libro di Giovanni Solimine uscito l’anno scorso, Senza sapere: l’89,7 per cento degli italiani guarda la televisione tutti i giorni, il 10 per cento non usa altri mezzi di comunicazione (fonte Censis). In nessun paese europeo c’è un numero così alto di teledipendenti.

L’Italia divisa tra chi legge e chi no

Christian Raimo, giornalista e scrittore 
Ci sono dei dati dell’Istat che finiscono regolarmente in posizione marginale, e sono quelli sulle abitudini culturali degli italiani. L’ultima rilevazione dell’istituto statistico dice che il 18,5 per cento degli intervistati nell’ultimo anno non ha letto un libro, non ha fatto sport, non ha visitato un museo, né una mostra, un sito archeologico, non è andato a teatro, al cinema, a un concerto. Questo dato diventa il 28,2 per cento per il sud.

Vorrei confrontare questa percentuale con quella citata da un libro di Giovanni Solimine uscito l’anno scorso, Senza sapere: l’89,7 per cento degli italiani guarda la televisione tutti i giorni, il 10 per cento non usa altri mezzi di comunicazione (fonte Censis). In nessun paese europeo c’è un numero così alto di teledipendenti.





Quella che evidentemente è la più grande disuguaglianza italiana non solo non è affrontata ma nemmeno riconosciuta, da questo come dai precedenti governi. C’è una parte della popolazione che legge e studia, ce n’è un’altra che guarda la televisione e basta. Questa seconda parte vive soprattutto al sud. Le inchieste di Save the children degli ultimi anni confermano ancora più crudelmente questo quadro: nell’ultimo anno il 48,4 per cento dei minorenni meridionali non ha letto neanche un libro, il 69,4 per cento non ha visitato un sito archeologico e il 55,2 per cento un museo, il 45,5 per cento non ha svolto alcuna attività sportiva. Spesso nemmeno la scuola al sud svolge un ruolo di contrasto alla depressione culturale delle famiglie.

Qual è il rapporto con gli altri paesi europei? 
Oggi solo il 41 per cento degli italiani legge almeno un libro all’anno, otto punti percentuali in meno rispetto a cinque anni fa. In Germania e nel Regno Unito la percentuale è quasi doppia, in Francia leggermente inferiore. Lo stesso rapporto 1 a 2 riguarda più o meno la spesa per la cultura e la quota del prodotto interno lordo.

Investire nell’educazione non è la stessa cosa che promuovere i consumi culturali

Ciò che è chiaro è che quest’emergenza non è stata intaccata dalle iniziative sporadiche proposte velleitariamente dal governo. E di questi fallimenti andrebbe tenuto conto. C’è stato un incremento sensibile o misurabile nella pratica della lettura grazie alle iniziative del Centro per il libro e la lettura (Cepell) dal 2008, data della sua istituzione? No. Bisognerebbe ripensare radicalmente quest’organismo, o altrimenti abolirlo? Sì. E lo stesso vale per molte altre iniziative, come per esempio quelle sull’educazione digitale nelle scuole. Ben finanziate, non monitorate, danno risultati spesso evanescenti.

Occorre cominciare a censire le abitudini e le pratiche più che i consumi culturali, diversamente, per esempio, da quello che fa l’istituto di statistica Nielsen per il Cepell. E in generale occorre capire che investire nell’educazione non è la stessa cosa che promuovere i consumi culturali.

I vari bonus di 500 euro per i consumi culturali destinati agli insegnanti e ai diciottenni che il governo Renzi ha stanziato e promesso cambieranno qualcosa nei dati terrificanti che abbiamo citato? È difficile saperlo, ma possiamo dubitarne, se si considera che con i 500 euro si possono acquistare computer, portatili o tablet; ed è quello che farà la maggioranza dei docenti e dei ragazzi.

Molto diverso sarebbe pensare progetti strutturali: sull’educazione alla lettura – per esempio – oltre a Solimine, vanno citati i lavori di Giusi Marchetta, Antonella Agnoli, Luisa Capelli, Sergio Dogliani. Potremmo cominciare a studiare le loro ricerche e a prendere spunto dalle loro esperienze se vogliamo sperare di ricevere una bella sorpresa all’opposto l’anno prossimo quando leggeremo i dati Istat e Nielsen sulla lettura e i consumi culturali.

http://www.internazionale.it/opinione/christian-raimo/2016/01/09/italia-lettura-dati-istat

sabato 14 marzo 2015

Malala. “Il potere dell’educazione li spaventa (riferito ai talebani). Hanno paura delle donne. Il potere della voce delle donne li spaventa. Questo è il motivo per cui hanno ucciso 14 studenti innocenti nel recente attentato a Quetta. Ed è per questo che uccidono le insegnanti donne. Questo è il motivo per cui ogni giorno fanno saltare le scuole: perché hanno paura del cambiamento e dell’uguaglianza che porteremmo nella nostra società. Ricordo che c’era un ragazzo della nostra scuola a cui un giornalista chiese: “Perché i talebani sono contro l’educazione dei ragazzi?”. Lui rispose molto semplicemente: indicò il suo libro e disse: “I talebani non sanno cosa c’è scritto in questo libro”.


Discorso di Malala Yousafzai all’assemblea dell’ONU dei giovani, a New York, il 12 luglio 2013: 

"Un bambino, un maestro, una penna e un libro possono cambiare il mondo" [...]


“Il potere dell’educazione li spaventa (riferito ai talebani). 
Hanno paura delle donne. Il potere della voce delle donne li spaventa. 
Questo è il motivo per cui hanno ucciso 14 studenti innocenti nel recente attentato a Quetta. 
Ed è per questo che uccidono le insegnanti donne. 
Questo è il motivo per cui ogni giorno fanno saltare le scuole: 
perché hanno paura del cambiamento e dell’uguaglianza che porteremmo nella nostra società. Ricordo che c’era un ragazzo della nostra scuola a cui un giornalista chiese: 
“Perché i talebani sono contro l’educazione dei ragazzi?”. 
Lui rispose molto semplicemente: indicò il suo libro e disse: 
“I talebani non sanno cosa c’è scritto in questo libro”.
(tratto dal discorso di Malala Yousafzai all'assemblea dell'ONU dei giovani, New York, 12 luglio 2013).


MALALA ALL'ONU: "PACE E SCUOLE"
13/07/2013  Ripubblichiamo il testo integrale del discorso di Malala all'Onu, un appello ai Governi del mondo per le donne e i bambini.

Malala all'Onu: "Pace e scuole"
Pubblichiamo il testo integrale del discorso all'Onu di Malala Yousafzai, la ragazza afghana di 16 anni che i talebani avevano cercato di uccidere.

"Onorevole Segretario Generale dell'ONU Ban Ki-moon, spettabile presidente dell'Assemblea Generale Vuk Jeremic, onorevole inviato speciale delle Nazioni Unite per l'istruzione globale Gordon Brown, rispettati anziani rispettati e miei cari fratelli e sorelle: Assalamu alaikum (la pace sia con voi, n.d.T).

Oggi è un onore per me tornare a parlare dopo un lungo periodo di tempo. Essere qui con persone così illustri è un grande momento nella mia vita ed è un onore per me che oggi sto indossando uno scialle della defunta Benazir Bhutto. Non so da dove cominciare il mio discorso. Non so cosa la gente si aspetti che dica, ma prima di tutto voglio ringraziare a Dio per il quale siamo tutti uguali e ringraziare tutti coloro che hanno pregato per una mio veloce guarigione e una nuova vita. Non riesco a credere quanto amore le persone mi hanno dimostrato. Ho ricevuto migliaia di cartoline di auguri e regali da tutto il mondo. Grazie a tutti. Grazie ai bambini le cui parole innocenti mi hanno incoraggiato. Grazie ai miei anziani le cui preghiere mi hanno rafforzato. E grazie agli infermieri, ai medici e al personale degli ospedali in Pakistan e nel Regno Unito e il governo degli Emirati Arabi Uniti che mi hanno aiutato a stare meglio e a riprendere le forze.

Sono qui per dare tutto il mio appoggio al segretario generale dell'ONU Ban Ki-moon nella sua Iniziativa Globale "Prima l'istruzione" e al lavoro dell'inviato speciale delle Nazioni Unite per l'Educazione Globale Gordon Brown. Li ringrazio per la leadership che continuano a esercitare. Essi continuano a stimolare tutti noi all'azione. Cari fratelli e sorelle, ricordiamo una cosa: il Malala Day non è il mio giorno. Oggi è il giorno di ogni donna, ogni ragazzo e ogni ragazza che hanno alzato la voce per i loro diritti.

Ci sono centinaia di attivisti per i diritti umani e operatori sociali che non solo parlano per i loro diritti, ma che lottano per raggiungere un obiettivo di pace, educazione e uguaglianza. Migliaia di persone sono state uccise dai terroristi e milioni sono stati feriti. Io sono solo uno di loro. Così eccomi qui, una ragazza come tante. Io non parlo per me stesso, ma per dare una voce a coloro che meritano di essere ascoltati. Coloro che hanno lottato per i loro diritti. Per il loro diritto a vivere in pace. Per il loro diritto a essere trattati con dignità. Per il loro diritto alle pari opportunità. Per il loro diritto all'istruzione.

Cari amici, il 9 ottobre 2012, i talebani mi hanno sparato sul lato sinistro della fronte. Hanno sparato ai miei amici, anche. Pensavano che i proiettili ci avrebbero messi a tacere, ma hanno fallito. Anzi, dal silenzio sono spuntate migliaia di voci. I terroristi pensavano di cambiare i miei obiettivi e fermare le mie ambizioni. Ma nulla è cambiato nella mia vita, tranne questo: debolezza, paura e disperazione sono morte; forza, energia e coraggio sono nati. Io sono la stessa Malala. Le mie ambizioni sono le stesse. Le mie speranze sono le stesse. E i miei sogni sono gli stessi. 

Cari fratelli e sorelle, io non sono contro nessuno. Né sono qui a parlare in termini di vendetta personale contro i talebani o qualsiasi altro gruppo terroristico. Sono qui a parlare per il diritto all'istruzione per tutti i bambini. Voglio un'istruzione per i figli e le figlie dei talebani e di tutti i terroristi e gli estremisti. Non odio nemmeno il talebano che mi ha sparato.

Anche se avessi una pistola in mano e lui fosse in piedi di fronte a me, non gli sparerei. Questa è il sentimento di compassione che ho imparato da Maometto, il profeta della misericordia, da Gesù Cristo e Buddha. Questa è la spinta al cambiamento che ho ereditato da Martin Luther King, Nelson Mandela e Mohammed Ali Jinnah. Questa è la filosofia della non violenza che ho imparato da Gandhi, Bacha Khan e Madre Teresa. E questo è il perdono che ho imparato da mio padre e da mia madre. Questo è ciò che la mia anima mi dice: stai in pace e ama tutti.

Cari fratelli e sorelle, ci rendiamo conto dell'importanza della luce quando vediamo le tenebre. Ci rendiamo conto dell'importanza della nostra voce quando ci mettono a tacere. Allo stesso modo, quando eravamo in Swat, nel Nord del Pakistan, abbiamo capito l'importanza delle penne e dei libri quando abbiamo visto le armi. Il saggio proverbio "La penna è più potente della spada" dice la verità. Gli estremisti hanno paura dei libri e delle penne. Il potere dell'educazione li spaventa. Hanno paura delle donne. Il potere della voce delle donne li spaventa. Questo è il motivo per cui hanno ucciso 14 studenti innocenti nel recente attentato a Quetta. Ed è per questo uccidono le insegnanti donne. Questo è il motivo per cui ogni giorno fanno saltare le scuole: perché hanno paura del cambiamento e dell'uguaglianza che porteremo nella nostra società. Ricordo che c'era un ragazzo della nostra scuola a cui un giornalista chiese: "Perché i talebani sono contro l'educazione dei ragazzi?". Lui rispose molto semplicemente: indicò il suo libro e disse: "I talebani non sanno che cosa c'è scritto in questo libro".

Loro pensano che Dio sia un piccolo esseruccio conservatore che punterebbe la pistola alla testa delle persone solo per il fatto che vanno a scuola. Questi terroristi sfruttano il nome dell'islam per i propri interessi. Il Pakistan è un Paese democratico, amante della pace. I Pashtun vogliono educazione per i loro figli e figlie. L'Islam è una religione di pace, umanità e fratellanza. Che dice: è un preciso dovere quello di dare un'educazione a ogni bambino. La pace è necessaria per l'istruzione. In molte parti del mondo, in particolare il Pakistan e l'Afghanistan, il terrorismo, la guerra e i conflitti impediscono ai bambini di andare a scuola. Siamo veramente stanchi di queste guerre. Donne e bambini soffrono in molti modi in molte parti del mondo.

In India, bambini innocenti e poveri sono vittime del lavoro minorile. Molte scuole sono state distrutte in Nigeria. La gente in Afghanistan è colpita dall'estremismo. Le ragazze devono lavorare in casa e sono costrette a sposarsi in età precoce. La povertà, l'ignoranza, l'ingiustizia, il razzismo e la privazione dei diritti fondamentali sono i principali problemi che uomini e donne devono affrontare.

Oggi, mi concentro sui diritti delle donne e sull'istruzione delle ragazze, perché sono quelle che soffrono di più. C'è stato un tempo in cui le donne hanno chiesto agli uomini a difendere i loro diritti. Ma questa volta lo faremo da sole. Non sto dicendo che gli uomini devono smetterla di parlare dei diritti delle donne, ma il mio obiettivo è che le donne diventino indipendenti e capaci di combattere per se stesse. Quindi, cari fratelli e sorelle, ora è il momento di alzare la voce. Oggi invitiamo i leader mondiali a cambiare le loro politiche a favore della pace e della prosperità. Chiediamo ai leader mondiali che i loro accordi servano a proteggere i diritti delle donne e dei bambini. Accordi che vadano contro i diritti delle donne sono inaccettabile.

Facciamo appello a tutti i governi affinché garantiscano un'istruzione gratuita e obbligatoria in tutto il mondo per ogni bambino. Facciamo appello a tutti i governi affinché combattano il terrorismo e la violenza. Affinché proteggano i bambini dalla brutalità e dal dolore. Invitiamo le nazioni sviluppate a favorire l'espansione delle opportunità di istruzione per le ragazze nel mondo in via di sviluppo. Facciamo appello a tutte le comunità affinché siano tolleranti, affinché rifiutino i pregiudizi basati sulle casta, la fede, la setta, il colore, e garantiscano invece libertà e uguaglianza per le donne in modo che esse possano fiorire. Noi non possiamo avere successo se la metà del genere umano è tenuta indietro. Esortiamo le nostre sorelle di tutto il mondo a essere coraggiose, a sentire la forza che hanno dentro e a esprimere il loro pieno potenziale.

Cari fratelli e sorelle, vogliamo scuole e istruzione per il futuro luminoso di ogni bambino. Continueremo il nostro viaggio verso la nostra destinazione di pace e di educazione. Nessuno ci può fermare. Alzeremo la voce per i nostri diritti e la nostra voce porterà al cambiamento. Noi crediamo nella forza delle nostre parole. Le nostre parole possono cambiare il mondo, perché siamo tutti insieme, uniti per la causa dell'istruzione. E se vogliamo raggiungere il nostro obiettivo, cerchiamo di armarci con l'arma della conoscenza e di farci scudo con l'unità e la solidarietà.

Cari fratelli e sorelle, non dobbiamo dimenticare che milioni di persone soffrono la povertà e l'ingiustizia e l'ignoranza. Non dobbiamo dimenticare che milioni di bambini sono fuori dalle loro scuole. Non dobbiamo dimenticare che i nostri fratelli e sorelle sono in attesa di un luminoso futuro di pace.

Cerchiamo quindi di condurre una gloriosa lotta contro l'analfabetismo, la povertà e il terrorismo, dobbiamo imbracciare i libri e le penne, sono le armi più potenti. Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo. L'istruzione è l'unica soluzione. L'istruzione è la prima cosa. Grazie".
(traduzione di Fulvio Scaglione)



Pubblicato il 17 lug 2013
Malala Yousafzai, studentessa, blogger e attivista Pakistana, 
in questo video del 12 luglio 2013, giorno del suo sedicesimo compleanno, parla alle Nazioni Unite dopo essere sopravvissuta ad un attentato Il 9 ottobre 2012, in cui è stata gravemente ferita alla testa e al collo da uomini armati saliti a bordo del pullman scolastico su cui lei tornava a casa da scuola.

https://youtu.be/gksAyQPPD5E
video malala



venerdì 29 agosto 2014

Alvin Toffler. Gli analfabeti del XXI secolo non saranno quelli che non sanno leggere e scrivere, ma quelli che non saranno in grado di imparare, disimparare e reimparare.

Gli analfabeti del XXI secolo non saranno quelli che non sanno leggere e scrivere, ma quelli che non saranno in grado di imparare, disimparare e reimparare.
Alvin Toffler

Rongorongo è la scrittura antica dell’Isola di Pasqua. Decifrata solo in parte, la scrittura (detta bustrofedica) non ha una direzione fissa ma procede in un senso fino al margine dell’area di scrittura e quindi prosegue nel senso inverso.


Manoscritto Voynich
Risalente al XVI secolo, il manoscritto Voynich presenta circa duecento pagine scritte in un linguaggio incomprensibile anche ai più esperti crittografi. Secondo studi recenti, tuttavia, potrebbe trattarsi di una truffa ai danni dell’imperatore Rodolfo II, grande collezionista di testi esoterici.
Come quella orale, anche la comunicazione scritta ha solitamente un obiettivo minimo: quello di risultare comprensibile. A questa logica, tuttavia, sfuggono nella storia una serie di libri - dai cifrari ai testi religiosi, magici o filosofici - composti in lingue morte e sepolte da millenni o scritti espressamente per rendere la vita difficile o addirittura impossibile allo sventurato lettore.

Manoscritto Voynich



Liber Linteus
Il Liber Linteus (noto anche come Liber Agramensis o Mummia di Zagabria) è il più lungo testo etrusco giunto fino a noi, nonché l’unico libro esistente in lino.

Liber Linteus

Cifrario Beale
Il cifrario Beale è uno dei grandi enigmi crittografici irrisolti della storia. Si tratta di tre messaggi le cui stringhe numerate celerebbero la mappa di un tesoro nascosto in Virginia. Attualmente è stato decifrato solo il secondo messaggio, che ha la propria chiave di lettura nella Dichiarazione d’Indipendenza Americana.

Cifrario Beale



Rongorongo
Rongorongo è la scrittura antica dell’Isola di Pasqua. Decifrata solo in parte, la scrittura (detta bustrofedica) non ha una direzione fissa ma procede in un senso fino al margine dell’area di scrittura e quindi prosegue nel senso inverso.

Rongorongo

Codice Rohonc
Il Codice Rohonc è stato rinvenuto in Ungheria ed è composto da 448 pagine di testo redatte in una lingua misteriosa risultante dall’unione di un insieme di lingue.

Codice Rohonc


Kryptos
Opera dell’artista statunitense Jim Sanborn, Kryptos è una scultura posta nel 1990 nel quartier generale della CIA a Langley in Virginia. Vista la... "location" dell`opera, appare del tutto coerente che il testo contenuto nella scultura non sia stato ancora decifrato...
Kryptos


Libro di Soyga
Risalente al XVI secolo, il libro di Soyga (o Aldaraia) è composto da tavole a tema religioso, alchemico e cabalistico. Scomparso dopo la morte nel 1608 del suo proprietario, lo studioso elisabettiano John Dee, il libro è stato ritrovato nel 1994.

Libro di Soyga

Il Libro Rosso
Il Libro Rosso di Carl G. Jung, padre della psicologia analitica, è uno dei testi più segreti del XX secolo. Conservato in un caveau per oltre venti anni dagli eredi di Jung, il libro è una sperimentazione sia artistica che psicanalitica piena di virtuosismi calligrafici e immagini fantastiche.

Il Libro Rosso


Codex Seraphinianus
Scritto e illustrato da Luigi Serafini tra il 1976 e il 1978 e pubblicato nel 1981, il Codex Seraphinianus è una sorta di enciclopedia fantastica composta in una scrittura indecifrabile, priva di significato e non riferibile ad alcuna lingua esistente o immaginaria.
Codex Seraphinianus


http://ht.ly/zNwgk


lunedì 25 agosto 2014

Fante. La confraternita del Chianti. Sì, me ne andai. Lo feci ancora prima di compiere vent'anni. Furono gli scrittori a portarmi via. London, Dreiser, Sherwood Anderson, Thomas Wolfe, Hemingway, Fitzgerald, Silone, Hamsun, Steinbeck. In trappola, barricato contro il buio e la solitudine della valle, me ne stavo lì coi libri della biblioteca pubblica impilati sul tavolo da cucina, ad ascoltare il richiamo delle voci dei libri, con la brama di altre città

Ask the Dust era un foruncolo che faceva male.
Doveva essere fatto sanguinare e pulito.
John Fante, 1971



Introduzione
di Alessandro Baricco
"Chiedi alla polvere è un romanzo costruito su tre storie. 
Prima: un ventenne sogna di diventare uno scrittore e in effetti lo diventa. 
Seconda: un ventenne cattolico cerca di vivere nonostante il fatto di essere cattolico. 
Terza: un ventenne ítaloamericano si innamora di una ragazza ispanoamericana e cerca di sposarla.
Il tutto a bagno nella California.
Immaginate di fondere le tre storie facendo convergere i tre ventenni (lo scrittore, il cattolico, l'italoamericano innamorato) in un unico ventenne e otterrete Arturo Bandini. Fatelo muovere e otterrete Chiedi alla polvere. Ammesso, naturalmente, che abbiate un talento bestiale.
Non so se lo fece consapevolmente, ma di fatto John Fante scelse per quelle tre storie un andamento sorprendentemente geometrico: la storia dello scrittore finisce bene, la storia del cattolico non finisce, resta bloccata su se stessa, e la storia dell'innamorato finisce male. Per cui il libro cresce seguendo l'armonico strabismo di un personaggio che vince pareggia e perde simultaneamente. Se il lettore avrà, ciò nondimeno, la percezione di un libro profondamente doloroso e addolorato, è per il modo con cui Fante, più o meno consapevolmente, distribuì le tre storie nel tessuto del libro. Chiedi alla polvere inizia raccontando le prime due (dove Bandini vince e pareggia): e lì il libro cresce nella luce gradevole di un'umanità fragile ma allegramente indistruttibile. Poi appare Camilla, e il libro viene risucchiato nella sua vertigine di sconfitta. Negli ultimi capitoli, i successi del Bandini scrittore e le paludi immobili del suo cattolicume, accompagnano l'inabissamento di Camilla come scenari sempre più lontani e inessenziali. Con metamorfosi da insetto, il libro esce dal bozzolo di un allegro diario giovanile per volare il volo di una adulta disfatta senza rimedio.
Vedi cosa può fare una cameriera messicana..

La storia del ventenne che sogna di diventare uno scrittore è molto lineare, semplice e corredata di lieto fine. A chi sia imbarcato in simili ambizioni, essa regala, nondimeno, alcune utili lezioni. La prima riguarda il rapporto tra scrivere e denaro. Bandini scrive per fare denaro: non per esprimersi, non per fare qualcosa di bello, forse neppure per dimostrare qualcosa a qualcuno. Scrive perché ha fame e vuole mangiare, perché è solo e vuole donne ricche e profumate, perché intorno a sé vede Los Angeles e vuole possederla. Molto pragmatico e molto americano. [...]

"Eppure, anche in quel momento, era come stessi scrivendo, come se stessi registrando tutto sulla carta. Davanti agli occhi avevo il foglio dattiloscritto, mentre fluttuavo, sbattuto dalle onde, senza riuscire a raggiungere la costa, sicuro che non ne sarei uscito vivo".



La seconda storia, quella del ventenne cattolico che cerca di vivere nonostante il fatto di essere cattolico, è forse la storia che avrebbe potuto far diventare Chiedi alla polvere qualcosa di più di una riuscita commedia tragica. Purtroppo l'arrivo di Camilla e la forza della conseguente storia d'amore si portano via il libro, e la riflessione sulle tare di una giovane mente cattolica rimane un enunciato senza grandi sviluppi. Sarebbe stato bello vederla andare fino in fondo. Già l'enunciato, comunque, vale la pena. Quello che ha Bandini, di inesorabilmente cattolico, è l'istinto a interpretare la vita come una sequenza di colpa e castigo, destinata a ripetersi all'infinito. Quello che ha Bandini, di inesorabilmente cattolico, è l'odio per un simile modo di vedere le cose, e un'incapacità assoluta a sottrarvisi. [...] il complesso di colpa arriva istantaneo, a volte ancor prima di commettere il peccato, rendendo incapaci di commetterlo. Nel dodicesimo capitolo Bandini finisce a letto con una donna sbagliata, una donna fragile a cui non può che fare del male. La usa, insomma. Al mattino si alza dal letto, esce, e la terra si mette a tremare: terremoto a Los Angeles. «Ero stato io. Era mia la colpa». Non credo che a un buddista verrebbe in mente. Neanche a un protestante. A un cattolico sì. «Sei stato tu, Arturo, e questa è la collera di Dio».

Quel che aveva capito Fante è che una simile incapacità di peccare non può che esiliare dalla vita.
E lo scrisse mirabilmente nel personaggio di Bandini fino a metà del libro: facendone un tipo umano con una ossessiva domanda stampata in testa: cosa ci faccio io qui? Ovunque vada, Bandini vorrebbe andarsene. «Ora che ero qui, sapevo che non sarei dovuto venire». Si può dire che la scrittura sia l'unico posto in cui si senta legittimato a dimorare. Il resto del mondo è un posto sbagliato. [...]

Poi arriva Camilla, e in qualche modo, Bandini riassume e semplifica tutta la sua incapacità di vivere nella sua incapacità di amarla. In un certo senso smette di lottare. Camilla è il posto sbagliato in cui decide di restare, senza farsi più domande, esule cronico, vada come deve andare, come un automa fino in fondo. Ma non è una storia vissuta.  [...]

«Mi parve di essere diventato di legno, senza più sentimenti, se non il panico e la sensazione che lei fosse troppo bella per me, anzi, più bella e salda di me. Mi rese estraneo a me stesso».  [...]

Nel 1980 Bukowski andò a trovare John Fante al Motion Picture Hospital, una clinica per gente del mondo dello spettacolo. Praticamente Bukowski è l'uomo che ha riscoperto Fante, portandolo via dalle secche dell'oblio collettivo, e facendone un autore cult all'inizio degli anni Ottanta. Andava matto per Chiedi alla polvere. Quel giorno andò a trovare Fante e gli chiese «Ehi, John, che fine ha poi fatto la femmina di Chiedi alla polvere?» Fante era ormai messo male, più di là che di qua. «Quella puttana, -rispose. - Alla fine era lesbica».

La battuta dell'arrosto.
C'è Bandini che per l'ennesima volta se ne sta a tribolare in quegli amplessi con Camilla in cui non riesce a fare niente, e si sente morire. «Sentii le sue mani che mi cercavano, e le mie che cercavano invece di scoraggiarle, imprigionandole in una mossa impaurita». E lì che Camilla lo bacia. «Fu come se avesse appoggiato le labbra su un pezzo di arrosto freddo».
Chandler gliel'avrebbe invidiata. [...]


Nel Prologo, inoltre, Fante dichiara esplicitamente alcuni suoi modelli, a partire dall'amatissimo Knut Hamsun di Fame (1890), riecheggiato fin dal titolo. [...]

La storia della riscoperta di Fante, e soprattutto di Chiedi alla polvere, è ormai nota ai fan di tutto il mondo, e quasi leggendaria. Incuriosito da un riassunto contenuto in un saggio dell'amico Carey McWilliams, fu Robert Towne, lo sceneggiatore di Chinatown di Roman Polanski, a procurarsi il libro all'inizio degli anni Settanta e a scriverne con entusiasmo a Fante. Una parte della sceneggiatura che Towne ha ricavato da Chiedi alla polvere è anche stata tradotta in italiano (Prologo a «Chiedi alla polvere», Marcos y Marcos, Milano 2001), però dopo più di trent'anni, il progetto di film non è stato ancora realizzato. Ma Fante, da molto tempo, aveva un grandissimo ammiratore, Charles Bukowsky, che aveva trovato in biblioteca, nel dopoguerra, una copia di Chiedi alla polvere e ne era rimasto folgorato.

Sempre più popolare in America (ma soprattutto in Germania e in Italia) verso la fine degli anni Settanta, Bukowsky, per bocca del suo alter-ego Hank Chinaski (il suo Arturo Bandini!) parla di Fante («un uomo veramente coraggioso») in Donne, romanzo pubblicato nel 1978. Si capisce bene che Bukowsky, impegnato nella ricerca di uno stile narrativo in prima persona con forti componenti autobiografiche, sia rimasto folgorato dall'incontro casuale, in biblioteca, con i libri di Bandini: così come Fante aveva trovato a sua volta nei romanzi di Knut Hamsun un incoraggiamento e un modello umano e letterario. Incuriosito dalla menzione di quel nome assolutamente sconosciuto, l'editor della Black Sparrow Press, che aveva pubblicato Donne, chiese notizie a Bukowski, che si offrì di scrivere la prefazione alla ristampa di Chiedi alla polvere, uscita per Black Sparrow nel gennaio del 1980 (anche la City Light di Ferlinghetti era a quel tempo interessata a una ristampa). Nella prefazione, Bukowsky rievocava con toni appassionati il primo incontro con Chiedi alla polvere.

"Ero giovane, saltavo i pasti, mi ubriacavo e mi sforzavo di diventare uno scrittore. Le mie letture andavo a farle nella biblioteca di Los Angeles, nel centro della città, ma niente di quello che leggevo aveva alcun rapporto con me, con le strade o con la gente chele percorreva [...] poi. un giorno, presi un volume e capii subito di essere arrivato in porto [...] Ecco finalmente uno scrittore che non aveva paura delle emozioni. Ironia e dolore erano intrecciati tra loro con straordinaria semplicità. Quando cominciai a leggere quel libro mi parve che mi fosse capitato un miracolo, grande e inatteso."
Bukowsky

John Fante: la vita, i libri"

Chiedi alla polvere
Introduzione di Alessandro Baricco




Marie riappare sporadicamente nell'epistolario di Fante, ad esempio nel 1940, quando scrive a un certo Keith Baker che
la storia d'amore in Ask the Dust è quasi vera nel senso che una volta sono stato infatuato della ragazza del romanzo e lei, secondo me, è affascinante e interessante nella vita reale quanto ho cercato di farla apparire nel libro. Oggi è a Spring Street a Los Angeles, lavora nello stesso bar che ho descritto nel romanzo, essendoci tornata dal manicomio, dal deserto, e punta verso il nord» (Lettere, p.246).




"Chiedi alla polvere" (Fante)
Arturo Bandini è un giovane scrittore che si trasferisce a Los Angeles cercando spunti per scrivere il romanzo del secolo che lo renderà immortale. Quello che troverà in realtà è la miseria, è il sopravvivere mangiando solo arance per giorni e giorni, è vivere in un alberguccio con strani vicini di stanza, finché nella sua vita non apparirà Camilla e da quel momento in poi tutto sarà diverso.
Lo stile di Fante è semplice, lineare, a volte ironico, a volte tragico e costellato di piccoli picchi poetici che rendono il libro qualcosa di indimenticabile. Il personaggio di Bandini è uno di quelli con cui entri subito in sintonia: contorto, complicato, generoso ma umano in tutti i suoi pregi e i suoi difetti. Un romanzo che sembrano tanti romanzi insieme e che alla fine, con il suo epilogo così incisivo, ti farà commuovere fino alle lacrime.
‎Erica Braconi‎ a Leggo i classici di letteratura, di Walter Ruffini



"....Si, Fante ha avuto una grande influenza su di me. Non molto tempo dopo averlo scoperto, mi misi a vivere con una donna. Beveva come una spugna, anche più di me, e assieme facevamo delle litigate feroci, durante le quali le gridavo: "Non chiamarmi figlio di puttana! Io sono Bandini, Arturo Bandini!". Fante era il mio dio e io sapevo che gli déi vanno lasciati in pace, non si andava a bussare alla loro porta. E tuttavia mi piaceva immaginare la casa dove era vissuto, in Angel's Flight, e illudermi che ci abitasse ancora. Ci passavo davanti quasi ogni giorno e mi chiedevo: è questa la finestra da cui è uscita Camilla? E' quella la porta dell'albergo ? Quella la hall? Non l' ho mai saputo. Ho riletto Ask the Dust quest'anno, trentanove anni dopo la prima volta, e ho dovuto riconoscere che ha resistito al tempo, come tutte le altre opere di Fante. Questa, però, resta la mia preferita perché è con essa che ho scoperto la magia. Fante ha scritto altri libri oltre Dago Red e Wait until Spring, Bandini, e i loro titoli sono Full of Life e The Brotherhood of the Grape. Attualmente sta lavorando al suo nuovo romanzo, A Dream of Bunker Hill. Per una serie di circostanze, quest'anno l'ho finalmente conosciuto. Ma la storia di John Fante non è tutta qui. E' la storia di un uomo fortunato e sfortunato in ugual misura, di un uomo di raro coraggio naturale. Un giorno qualcuno la racconterà, ma ho la sensazione che lui non voglia che lo faccia qui. Dirò solo che, nel suo caso, linguaggio e personalità coincidono: entrambi sono forti, buoni e caldi. E ora basta. Il libro è vostro".
Tratto dalla vecchia introduzione che Charles Bukowski fece a Chiedi alla polvere di John Fante.


«Parlo come un pazzo? E sia, ridatemi la pazzia e quei giorni, datemi un romanzo bizzarro su un uomo e sulla sua compassione per il genere umano, su quella gran persona che era Bandini, protagonista di magnifiche uscite di scena, e sulla sua compassione per tutto quanto, per l’assurda città attorno a me, che ha allevato il mio genio, e lassù in cima ad Angel’s Flight, in cima a duecento gradini fino a Bunker Hill nel cuore della città, gradini consacrati, Signore, Bandini li ha percorsi fino all’immortalità!»
John Fante, Chiedi alla polvere.


Così l'ho intitolato Chiedi alla polvere, perché in quelle strade c'è la polvere dell'Est e del Middle West, ed è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo perso e senza speranza alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere. E c'è una ragazza ingannata dall'idea che felici fossero quelli che si affannavano, e voleva essere dei loro.
John Fante, Chiedi alla polvere. (dalla prefazione)

Forse le cose stanno esattamente così: quelli che vale la pena di amare veramente sono quelli che ti rendono estraneo a te stesso. Quelli che riescono a estirparti dal tuo habitat e dal tuo viaggio e ti trapiantano in un altro ecosistema, riuscendo a tenerti in vita in quella giungla che non conosci e dove certamente moriresti se non fosse che loro sono lì e ti insegnano i passi, i gesti e le parole: e tu, contro ogni previsione, sei in grado di ripeterli.
John Fante, Chiedi alla polvere. (dalla prefazione)






John Fante, Incipit di Chiedi alla Polvere.
Una sera me ne stavo a sedere sul letto della mia stanza d'albergo, a Bunker Hill, nel cuore di Los Angeles. Era un momento importante della mia vita; dovevo prendere una decisione nei confronti dell'Albergo. O pagavo o me ne andavo: così diceva il biglietto che la padrona mi aveva infilato sotto la porta. Era un bel problema, degno della massima attenzione. Lo risolsi spegnendo la luce e andandomene al letto.
Al mattino mi svegliai, decisi che avevo bisogno di un po' di esercizio fisico e cominciai subito. Feci parecchie flessioni, poi mi lavai i denti. Sentii in bocca il sapore del sangue, vidi che lo spazzolino era colorato di rosa, mi ricordai cosa diceva la pubblicità, e decisi di uscire a prendermi un caffè.
Andai al solito ristorante, mi sedetti su uno sgabello davanti al bancone e ordinai un caffè. Il sapore era più o meno quello ma, nel complesso, la bevanda non valeva quello che costava. Mentre ero lì seduto, mi fumai un paio di sigarette, lessi i cartelloni che riportavano i risultati delle partite dell'American League, evitando con cura quelli della National League, e notai con soddisfazione che Joe DiMaggio teneva ancora alto l'onore degli italiani, perché era in testa alla classifica dei battitori.
John Fante, Incipit di Chiedi alla Polvere.




- Ha un lavoro? - mi chiese.
- Faccio lo scrittore, - le risposi. - Guardi un po' qui.
Aprii la valigia ed estrassi una copia della rivista. - L'ho scritto io, - le dissi.
Ero un entusiasta, a quei tempi. - Gliene regalo una copia, - le dissi. - Aspetti che gliela firmo.
Presi una stilografica dal banco, ma era senza inchiostro e dovetti intingerla. Mi passai la lingua sulle labbra, pensando a qualcosa di carino da scrivere. - Come si chiama? - le chiesi. Melo disse a malincuore. - Sono la signora Hargraves. Perché? - Ma era un onore quello che le facevo e non avevo tempo di rispondere alle sue domande, così scrissi in cima alla prima pagina: «A una donna di fascino ineffabile, con gli occhi azzurri e il sorriso generoso, l'autore. Arturo Bandini».
Mi rivolse un sorriso che parve ferirle la faccia, riaprendo vecchie incrinature che le segnarono la carne arida attorno alla bocca e sulle guance. - Non tollero i racconti sui cani, - mi disse, imboscando la rivista. Mi guardò da un punto ancora più in alto, al di sopra degli occhiali. - Giovanotto, - mi disse. - È messicano, per caso?
Mi indicai e mi misi a ridere.
- Messicano, io? - scossi il capo. - Sono americano, signora Hargraves. E quello non è un racconto sui cani. Parla di un uomo e non è niente male. Non c'è nemmeno un cane, lì dentro.
- Non ospitiamo messicani in questo albergo, - insistè.
- Non sono messicano. Il titolo l'ho tratto da una favola. E il cagnolino rise a vedere un simile spasso,
- E nemmeno ebrei, - concluse.
John Fante, Chiedi alla polvere.



Il mondo non era che un mito, un aereo trasparente, su cui tutto era in transito; anche noi, Bandini, Hackmuth, Camilla e Vera, eravamo qui solo di passaggio per finire poi chissà dove. Non eravamo vivi, noi, ci limitavamo a sfiorare la vita senza mai afferrarla. E poi saremmo morti, tutti sarebbero morti e anche tu, Arturo, avresti fatto la fine degli altri.
John Fante, Chiedi alla polvere.

«Camilla Lopez se n'è andata, il deserto l'ha inghiottita. Può essere che qualcuno l'abbia tirata su e l'abbia portata in Messico. Può darsi che sia tornata a Los Angeles e sia morta in una stanza polverosa. Quello che so io è che è sparita, che il cane è sparito, e nulla ne è rimasto a parte la sua storia che vi voglio raccontare».
John Fante, Chiedi alla polvere.


«Per tutta la notte abbiamo bevuto e pianto, e da sbronzo sono riuscito a dirti quello che mi si agitava nel cuore, tutte le parole dolci e le similitudini ingegnose, tanto eri troppo intenta a soffrire per quell’altro per sentire quello che ti dicevo, ma lo sentivo io, e Arturo Bandini era particolarmente in forma quella sera, perché si rivolgeva al suo grande amore, al suo vero grande amore, che non eravate né tu né Vera Rivken. Era semplicemente il suo grande amore.»
John Fante, Chiedi alla polvere.


«Giorni di magra, carichi di determinazione, perché proprio di questo si trattava, determinazione: Arturo Bandini, seduto davanti alla sua macchina da scrivere per due giorni consecutivi, deciso a farcela. Ma non funzionò. Fu l’attacco di testardaggine più lungo e violento di tutta la sua vita, ma non ne uscì neanche un rigo, solo due parole ripetute per tutta la pagina, su e giù, sempre le stesse: la palma, la palma, la palma, una lotta all’ultimo sangue tra me e la palma, e la palma vinse: eccola là che ondeggia nell’aria azzurrina, che scricchiola piano nell’aria azzurra. Vinse dopo due giorni di lotta e io scavalcai il davanzale e mi sedetti ai suoi piedi.»
John Fante, Chiedi alla polvere.


«Dovevo riuscire a tutti i costi a tenere la testa fuori dall’acqua, ma mi sentivo risucchiare sotto dalle onde che si ritraevano. E così questa era la fine, la fine di Camilla e di Arturo Bandini; eppure, anche in quel momento, era come se stessi scrivendo, come se stessi registrando tutto sulla carta. Davanti agli occhi avevo il foglio dattiloscritto, mentre fluttuavo, sbattuto dalle onde, senza riuscire a raggiungere la costa, sicuro che non ne sarei uscito vivo
John Fante, Chiedi alla polvere.


«Il telegramma diceva: romanzo accettato. Invio contratto oggi stesso. Firmato: Hackmuth. Tutto qui. Il foglietto mi sfuggì di mano, ma io non mi chinai a raccoglierlo. Poi mi sedetti per terra e cominciai a baciarlo. Strisciai sotto il letto e rimasi lì sdraiato. Non avevo più bisogno del sole, né della terra o del cielo. A questo punto potevo anche morire. Non mi sarebbe successo mai più niente. La mia vita era giunta al compimento.»
John Fante, Chiedi alla polvere.




Guardai le facce della gente attorno a me, e sentii che la mia era uguale alle altre.
Facce senza sangue, facce tirate, preoccupate, smarrite.
Facce sbiadite come fiori strappati alla radice e ficcati in un vaso.
John Fante, Chiedi alla polvere




Il passato è un lusso da proprietari. Ed io dove potrei conservare il mio?
Non ci si può più mettere il passato in tasca; bisogna avere una casa per sistemarvelo.
Io non possiedo che il mio corpo; un uomo completamente solo, col suo corpo soltanto,
non può fermare i ricordi, gli passano attraverso.
John Fante,  Chiedi alla polvere



La mia parte migliore si destò e tutto quello a cui aspiravo negli oscuri recessi del mio essere affiorò in quel momento alla coscienza. Davanti a me c'era la muta tranquillità della natura, indifferente alla grande città; oltre queste strade, attorno a queste strade, c'era il deserto che attendeva che la città morisse per ricoprirla di nuovo con la sua sabbia senza tempo. Fui sopraffatto dalla consapevolezza del patetico destino dell'uomo, del terribile significato della sua presenza. Il deserto era lì come un bianco animale paziente, in attesa che gli uomini morissero e le civiltà vacillassero come fiammelle, prima di spegnersi del tutto. Intuii allora il coraggio dell'umanità e fui contento di farne parte. Il male del mondo non era più tale, ma diventava ai miei occhi un mezzo indispensabile per tenere lontano il deserto.
John Fante  "Chiedi alla polvere"



Decido di entrarci, per ragioni sentimentali, non per altro.
Non ho mai letto Lenin, ma l’ho sentito citare: la religione è l’oppio dei popoli.
Quanto a me, sono ateo: ho letto L’Anticristo e la considero un’opera fondamentale.
Credo nel cambiamento dei valori, Signore.
La Chiesa deve sparire; è il ricettacolo degli stolti, delle canaglie e delle mezze cartucce.
Tirai il portale, che diede un lieve gemito. Sopra l’altare sfrigolava il lume perenne, rosso come il sangue, illuminando di un riflesso cremisi la quiete di quasi duemila anni. Mi ricordava la morte, ma anche gli strilli dei neonati che venivano battezzati. Mi inginocchiai, solo per abitudine, poi mi sedetti. Tornai a inginocchiarmi, perché il legno duro sotto le ginocchia serviva a distrarmi dalla calma terribile che mi circondava. Pregai; certo, pregai. Per ragioni sentimentali. Dio Onnipotente, mi dispiace di essere diventato ateo, ma hai mai letto Nietzsche? Ah, che libro! Dio Onnipotente, voglio essere onesto. Ti farò una proposta. Fai di me un grande scrittore e io tornerò alla Chiesa. A proposito, Signore, devo chiederti un altro favore: fa' in modo che mia madre sia felice. Del vecchio non mi interessa; lui ha il suo vino e la sua salute, ma mia madre si tormenta sempre. Amen.
John Fante, Chiedi alla polvere



Ho vomitato sui loro giornali, ho letto i lori libri, studiato le loro abitudini, mangiato il loro cibo, desiderato le loro donne, ammirato la loro arte. Ma sono povero, il mio nome termina con una vocale dolce e loro odiano me, mio padre e il padre di mio padre. Avrebbero voluto succhiarmi il sangue e abbattermi come un animale, ma ora sono vecchi e stanno morendo sotto il sole e nella polvere calda delle strade, mentre io sono giovane e pieno di speranze e di amore per il mio paese e i miei tempi.»
John Fante, Chiedi alla polvere



[...] lettera alla madre scritta da Fante nel gennaio del 1936 [...]:
Ho detto "noi" in riferimento a me e alla mia ragazza, Marie. Te l'ho già nominata in altre lettere che ti ho scritto. Senza di lei non so proprio cosa avrei fatto quando sono stato malato. Si è occupata di me in tutto e per tutto, ha cucinato e fatto le pulizie in casa. Inoltre è una cuoca davvero straordinaria. Costretto a una dieta vegetariana come sono, il cibo diventa piuttosto monotono. Ma Marie sa come fare [...] Sono assolutamente al verde, ma Marie pensa anche a quello. Fa la modella per gli artisti, e il suo lavoro consiste nel posare per i pittori. La pagano due dollari l'ora, e anche se al giorno lavora dalle due alle quattro ore, è abbastanza per garantirci la sopravvivenza. Immagino che dovrei vergognarmi di permettere che una donna vada a lavorare e mi mantenga, invece non mi vergogno affatto. Anzi, direi che mi piace [...] Inoltre a Marie piace lavorare per me. Le donne sono esseri strani. Se ti amano, fanno qualsiasi cosa per te. Sfortunatamente non sono innamorato di lei e prima o poi la lascerò, ma non posso farci nulla. Un sentimento cosi sembra freddo e cattivo, e forse anche tu pensi che sia un atteggiamento insensibile nei confronti di una donna che mi ama. Ma come sai, l'amore è una forza strana. Non ci si può fare niente. Colpisce alcuni e non tocca altri. E fino a ora non mi ha toccato
John Fante, Lettere, pp. 155-56.


la storia d'amore in Ask the Dust è quasi vera nel senso che una volta sono stato infatuato della ragazza del romanzo e lei, secondo me, è affascinante e interessante nella vita reale quanto ho cercato di farla apparire nel libro. Oggi è a Spring Street a Los Angeles, lavora nello stesso bar che ho descritto nel romanzo, essendoci tornata dal manicomio, dal deserto, e punta verso il nord»
(Lettere, p.246).


Così tutti i vecchi che incontro per la strada sono mio padre.
Ogni vecchio mi fa stringere lo stomaco, sento una pietà incontrollata che mi lascia perso.
Voglio prendere quei vecchioni fra le mie braccia e dargli delle pacche sulle spalle e dirgli di smetterla di scherzare, che sono soltanto ragazzini, che il mondo ha ancora terrore di loro. Allo stesso tempo vorrei che ognuno di loro morisse, perché mi sembra che solo pochi uomini si sappiano impadronire della sottile arte di invecchiare.
John Fante, da una lettera a Henry Louis Menken, direttore del "The American Mercury" - 06/01/1934



Poi accadde. Una sera, mentre la pioggia batteva sul tetto spiovente della cucina, un grande spirito scivolò per sempre nella mia vita. Reggevo il suo libro tra le mani e tremavo mentre mi parlava dell'uomo e del mondo, d'amore e di saggezza, di delitto e di castigo, e capii che non sarei mai più stato lo stesso.
Il suo nome era Fedor Michailovic Dostoevskij. Ne sapeva più lui di padri e figli di qualsiasi uomo al mondo, e così di fratelli e sorelle, di preti e mascalzoni, di colpa e di innocenza.
Dostoevskij mi cambiò. "L'idiota", "I demoni", "I fratelli Karamazov", "Il giocatore". Mi rivoltò come un guanto. Capii che potevo respirare, potevo vedere orizzonti invisibili. L'odio per mio padre si sciolse. Amavo mio padre, povero disgraziato sofferente e perseguitato. Amavo anche mia madre, e tutta la mia famiglia.
Era tempo di diventare uomo, di lasciare San Elmo e andarmene nel mondo.Volevo pensare e sentirmi come Dostoevskij. Volevo scrivere.
John Fante, La confraternita dell'uva

 Come Paolo, che ebbe il suo momento di verità prima di Damasco, così Henry Molise aveva avuto il suo frammento d'estasi venticinque anni prima nella biblioteca civica di San Elmo. Mi fermai su un lato del grazioso edificio, salii i gradini di arenaria rossa che mio padre aveva costruito con le sue proprie mani, entrai nel foyer e percorsi a grandi passi un corridoio di scaffali fino a quel punto familiare in un angolo vicino alla finestra, vicino al temperamatite sotto il ritratto di Mark Twain, ed estrassi la copia rilegata in pelle de "I fratelli Karamazov". La tenni tra le mani, sfogliai le pagine, la tenni stretta tra le braccia: la mia vita, la mia gioia, il mio sublime Dostoevskij.
Magari l'avevo tradito nei fatti, mai nella devozione.
Il mio amato papà se nìera andato ma Fedor Michailovic sarebbe rimasto con me fino alla fine dei giorni.
John Fante, La confraternita dell'uva


Sì, me ne andai. Lo feci ancora prima di compiere vent'anni.
Furono gli scrittori a portarmi via. London, Dreiser, Sherwood Anderson, Thomas Wolfe, Hemingway, Fitzgerald, Silone, Hamsun, Steinbeck. In trappola, barricato contro il buio e la solitudine della valle, me ne stavo lì coi libri della biblioteca pubblica impilati sul tavolo da cucina, ad ascoltare il richiamo delle voci dei libri, con la brama di altre città
John Fante, La confraternita del Chianti




Mi alzai, pieno di vergogna e di nausea, e poi presi posto sulla panca, singhiozzando. Avevo un mio talento per i pianti. Mi aveva procurato svariati riconoscimenti nel corso della vita, e anche qualche fastidio. Quando le tue debolezze sono la tua forza, che fai? piangi. Dal momento che il pianto semina sconcerto, la gente non sa come prenderla; sono lì che magari si aspettano un'esplosione di violenza e d'un tratto tutto svanisce in una pozza di lacrime. Piansi alla prima comunione. Le mie lacrime ebbero ragione di Harriet e così alla fine lei mi sposò. Senza lacrime non avrei mai potuto sedurre una donna; con le lacrime non mi andò mai buca. Era una cosa che devastava il cuore delle donne alle quali non andavo a genio e che, in seguito, avrebbero voluto uccidermi perché le avevo fatte soccombere. Piangevo persino mentre scrivevo cose melanconiche. E più invecchiavo, più piangevo.
John Fante, La confraternita del Chianti



Guarderò mio padre al di sopra dell'orlo del mio bicchiere di vino. Vedrò me stesso. Proverò un'altra volta quel brivido di crudeltà e di slealtà che mi assale quando lo guardo. Osserverò le sue mani, e avvertirò in me una ripulsa e una disdetta, perché mio padre possiede ancora il seme di una grandezza, ma io so - lo so sempre troppo tardi - che è come se la slealtà e la crudeltà che covano in me l'avessero soffocato. Mio padre si accorgerà di tutto questo: i suoi occhi me lo riveleranno, e così a lui non potrò tenere nascosto il medesimo sentimento nei miei, e non saremo abbastanza forti da continuare a fissarci, da lasciare che quei due sguardi collidano, da uccidere quel che sta nascosto negli sguardi di ciascuno di noi.
Un'altra sensazione si farà strada attraverso il tavolo, e non sapremo che fare, perché entrambi l'aborriamo: sarà vergogna. La percepiremo, ci farà male, ma non avremo mani né per scacciarla, né per lusingarla. Distoglieremo lo sguardo, ci accontenteremo di qualche povera occhiata. E io so che sarà sempre così, e pure mio padre. Mio padre continuerà a riempirmi il bicchiere, e insieme berremo; sempre sentiremo quel legame come un abisso dal quale non possiamo scappare.
John Fante,  "Casa, Dolce Casa"





E John Fante ha reso il rapporto con il padre, oltre che freudiano...l' ha reso arte



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