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domenica 10 gennaio 2016

Benedetto Vertecchi. La ricerca Ocse Stando allo studio di Valsecchi, l’uso di mezzi digitali comporterebbe “l’attenuazione, e talvolta la perdita, della capacità di coordinare il pensiero con l’attività necessaria per tracciare i segni”. Secondo il pedagogista “l’intervento nella scrittura digitale di correttori automatici riduce la consapevolezza ortografica. Il ricorso ossessivo alla funzione copia e incolla riduce la necessità di sviluppare una linea argomentativa”

Scuola: difficoltà a scrivere, apprendere e ricordare se si esagera con tablet e lavagne elettroniche? 
di Redazione Il Libraio | 07.01.2016

L'ultimo studio del pedagogista Benedetto Vertecchi evidenzia i rischi (anche per la memoria) di un uso massiccio a scuola di tablet e Lim (le lavagne interattive multimediali) - I particolari “Alfabeto a rischio”. Si intitola così, come racconta Repubblica, l’ultimo studio del pedagogista Benedetto Vertecchi (docente di pedagogia sperimentale all’università di Roma Tre), che evidenzia i rischi di un uso massiccio a scuola di tablet e Lim (le lavagne interattive multimediali). Due i principali problemi individuati: l’uso eccessivo delle tecnologie in classe determinerebbe “una caduta nella capacità di scrivere”, ma anche problemi nell’apprendimento; rischi sia per la capacità di tracciare i caratteri, sia per quella di “organizzarli correttamente in parole, da usare per organizzare il messaggio”, dunque. Tra le difficoltà individuate, pure quelle legate alla memoria.

La ricerca Ocse
Stando allo studio di Valsecchi, l’uso di mezzi digitali comporterebbe “l’attenuazione, e talvolta la perdita, della capacità di coordinare il pensiero con l’attività necessaria per tracciare i segni”. Secondo il pedagogista “l’intervento nella scrittura digitale di correttori automatici riduce la consapevolezza ortografica. Il ricorso ossessivo alla funzione copia e incolla riduce la necessità di sviluppare una linea argomentativa”.


http://www.illibraio.it/scuola-difficolta-scrivere-tablet-314413/





Aurora Acciari 
[...] Le tecnologie moderne sono una cosa buona, ma vanno sapute usare nei modi e nei tempi giusti. A causa del computer, oggi i ragazzi non sanno più fare una ricerca tramite libri, per colpa della calcolatrice non sanno le tabelline, non parliamo poi dello svolgimento dei temi, spesso copiatissimi da internet pure quelli! Si è anche perso il piacere di arrivare ad una soluzione o ad un pensiero un pò per volta, applicandosi, approfondendo...





Christa Pichler 
Non è una questione di credere o no, ci sono studi scientifici che dimostrano che l'uso eccessivo dei mezzi tecnologi porta a seri problemi per lo sviluppo dei bambini.. Consiglio di leggere "la demenza digitale" di pfizer






Patrizia Babici 
La capacità di scrivere,cioè di elaborare il pensiero, organizzarlo, di sviluppare il discorso, dipende da quanto il bambino è stimolato a parlare. Nel nostro sistema scolastico, l'allievo è quasi sempre costretto all'ascolto passivo. Le interrogazioni orali sono sparite quasi del tutto, sostituite da verifiche scritte. L'opinione dei bambini, l'osservazione critica, il parere personale, non vengono mai richiesti, con conseguente calo dell'interesse, da cui dipendono apprendimento e memoria, grave compromissione della capacità di costruire il pensiero, organizzarlo in modo sintetico e logico, elaborarlo in modo personale e, soprattutto, la capacità (cosa più difficile), ad esporlo. Lo scrivere è diretta conseguenza di queste abilità. Tablet e Lim c'entrano poco. Lasciateli parlare ed esprimere a voce, insegnate ad argomentare in modo costruttivo e ragionato. Abituateli a parlare davanti agli altri. Scrivere sarà un piacere. [...]
Assolutamente sì, se pensiamo poi quanto poco parlano anche a casa (genitori assenti, televisione, costretti al nido e poi scuola materna da subito), i bambini parlano e argomentano assai poco. Quante persone desiderano oggi frequentare i corsi per riuscire ad esporre e parlare in pubblico?




Albertina Mora 
ed è proprio per questo che la scuola deve mantenere alto il suo livello d'insegnamento, i bambini devono parlare, devono esprimersi, devono formare il loro pensiero , la scuola deve lottare contro questo sistema innovativo , personalmente lo trovo pericoloso, lasciate che i bambini continuino ad usare penna matite e colori, lasciate che i bambini si esprimino liberamente , i bambini sono esseri in formazione non uccidiamo la loro creatività




Condivido il pensiero di Vertecchi....troppa tecnologia sta distruggendo la comunicazione verbale ed interpersonale....con questo non voglio assolutamente dire che la tecnologia non possa essere uno strumento efficace di..
Ma è necessario un certo equilibrio....l'uno non deve andare a scapito dell'altro....forse tra qualche decennio ci renderemo conto di ciò e ci sarà sicuramente una inversione di tendenza....


Cristina Costa 
Si esalta tanto la tecnologia,la modernità, la nuova era: ma non ci rendiamo conto che questo sta rovinando adulti ragazzi e adesso lo stanno facendo anche con i bambini.senza PC tablet cellulari non siamo più capaci di stare senza: prima queste cose non esistevano e si viveva ugualmente. I ragazzi non studiano più e non si può dare la colpa ai genitori perchè sono loro i primi ad essere rapiti dalla modernità e lo insegnano involontariamente ai ragazzi e che quindi si faranno trasportare ad insegnarlo anche ai bambini. Siamo bombardati quotidianamente da cose nuove innovative, c'è una speculazione commerciale pazzesca dove con il lavaggio del cervello devi sempre stare al passo della modernità,devi sempre comprare per stare al passo di tutti perche e' diventata una gara fra le persone.









Sono d'accordissimo con Vertecchi....ormai sono 36 anni che insegno nella scuola primaria sempre italiano e ultimamente mi sono accorta di queste difficoltà che hanno gli alunni di prima....Riescono sempre meno ad impugnare correttamente le matite e il lapis e faticano molto con il corsivo......Mi ero posta il problema ma francamente non avevo trovato risposte soddisfacenti....Alla faccia di tutti questi strumenti multimediali ho continuato e continuo ad insegnare a leggere e scrivere con il metodo tradizionale e tanta fantasia e creatività. ...I miei alunni non sanno mai chi hanno davanti xché un giorno sono un folletto.....nell'altro una strega......e così via ...Non sentono affatto la mancanza del tablet o della LIM....perché ogni giorno è come entrare in una fiaba sempre diversa e da scoprire...insieme...Grazie Vertecchi per aver confermato che i miei dubbi erano veri....Adesso però bisognerebbe aprire gli occhi a quei docenti malati di tecnologica e che non fanno nulla senza PC sotto le mani....E che diamine....scusate lo sfogo....






Attenzione a non confondere i mezzi con i fini ... anche la lavagna tradizionale se usata solo per proporre copiati faceva danni enormi. L'investimento su degli strumenti di lavoro, di cui avremmo dovuto disporre 15/20 anni fa, e ancora non garantiti a tutt'oggi, rappresenta, a mio avviso, un'esagerazione rispetto ad un investimento professionale completo nella didattica pedagogica, che rischia di essere sostituita dalla preoccupazione tecnologica. Il vero problema è il ritardo. La formazione di chi aveva vent,'anni di meno era più semplice prima. Ora tutto è più complicato, e a tratti frustrante, per qualcuno che ha svolto sempre con onestà il proprio mestiere. Si dice però che non è mai troppo tardi per imparare...e allora andiamo! Senza paure! Si fa quel che si può! E il prof ha ragione se presi dalla preoccupazione ci si concentra solo sugli aspetti tecnologici, che, se non si ha dimestichezza, impongono spesso lunghi tempi di esecuzione ...e se va tutto bene!!!




Daniela Ricci 

La scrittura manuale ti dà il tempo di riflettere e di organizzare i pensieri, inoltre sviluppa la motricità fine. La tecnologia semplifica e sveltisce alcune operazioni. Conclusione: l'una cosa non sostituisce l'altra.



Analfabetismo di partenza
di Maurizio Tiriticco

In un recente saggio di Benedetto Vertecchi intitolato “Alfabeto a rischio”, in cui, tra l’altro, vengono presentati i risultati della ricerca “Nulla dies sine linea” condotta dal Laboratorio di Pedagogia Sperimentale dell’Università di Roma Tre con alunni di alcune scuole romane sulla composizione scritta (https://www.academia.edu/19900866/Alfabeto_a_rischio), leggiamo tra l’altro: “Alla maggioranza dei bambini e dei ragazzi s’inviano messaggi contraddittori. Il loro impegno dovrebbe essere teso ad acquisire una conoscenza alla quale corrisponde un credito sociale decrescente. I mezzi di comunicazione enfatizzano il successo conseguito rapidamente e portatore di facile ricchezza. I comportamenti consumisti sono avvolti da suggestioni tecnologiche che nascondono le conseguenze che dal loro uso derivano allo sviluppo dei profili culturali. La caduta più insidiosa è quella che riguarda la capacità di scrivere. E’ una caduta che investe sia la capacità di tracciare i caratteri, sia quella di organizzarli correttamente in parole, da usare per organizzare il messaggio. L’uso di mezzi digitali comporta l’attenuazione, e talvolta la perdita, della capacità di coordinare il pensiero con l’attività necessaria per tracciare i segni! L’intervento nella scrittura digitale di correttori automatici (o di dispositivi automatizzati per la composizione delle parole, come nei telefonini), riduce la consapevolezza ortografica. Il ricorso ossessivo alla funzione copia e incolla riduce la necessità di sviluppare una linea argomentativa”.

La strumentazione digitale, dunque, provocherebbe forme nuove e diverse di analfabetismo?
E la scuola, suo malgrado, sarebbe complice di questa pericolosa deriva?
Stante la situazione – che poi non interessa solo il nostro Paese e le nostre giovani generazioni – non so se non sia il caso di riflettere su queste nuove forme di analfabetismo. In effetti, la storia ci insegna che è analfabeta colui che non è in grado di leggere e scrivere, pur sapendo, ovviamente, parlare e ascoltare, anche se all’interno di un gruppo sociale ristretto e che ha scarsi scambi con altrettanti piccoli e/o grandi gruppi. Essere analfabeta, comunque, non è sempre sinonimo di ignoranza tout court. Va detto che ricercatori come il Morgan o il Lévi Strauss hanno fatto giustizia di quell’inveterato concetto di analfabeta come di un minus habens. Del resto, è notorio come lo stesso Carlo Magno fosse analfabeta, nel senso che non sapeva né leggere né scrivere. Eppure animava quella Scuola Palatina che ad Aquisgrana riuniva i migliori cervelli dell’impero. E non solo lui: forse un altro Magno, Alessandro, che pur aveva avuto come maestro Aristotele, non aveva alcun interesse di apprendere strumentalmente a leggere e a scrivere. E ciò perché la lettura e la scrittura venivano considerate come un semplice supporto strumentale, da affidare a “segretari esperti” – potremmo dire – al fine di conservare o di trasmettere informazioni. E so di un mio antenato latinista, che era “scrittore apostolico di maggior grazia” presso la corte pontificia, intento a tradurre in perfetto latino curiale le bolle pontificie, originariamente nate in chissà quale imperfetto italiano! Indubbiamente, a parte queste considerazioni, l’analfabeta oggi è colui che non sa e non può né leggere né scrivere”.

Va però considerato che il “piccolo gruppo” pur analfabeta di un tempo ha espresso pur sempre un suo linguaggio e una sua cultura. La cosiddetta cultura popolare, che poi qualche “colto” ha voluto scrivere e conservare perché altri la potessero conoscere, ha un suo valore, un suo stigma. Ciò che ci ha descritto un Carlo Salinari con la sua Storia popolare della letteratura italiana – a valle di qiell’idealismo crociano e gentiliano che per certi versi aveva ovattato la crescita culturale della nostra popolazione tutta – e ciò che ci ha rappresentato un Dario Fo con il suo Mistero Buffo, possono essere una larga testimonianza della dignità che spesso ha la cultura popolare, anche a fronte di quella prodotta da scrittori, poeti, filosofi, scienziati, che – com’è noto – è tutt’altra cosa in quanto segna le tappe dello svolgersi di quella ricerca che da sempre sostanzia lo sviluppo civile e sociale dell’umanità. Per non dire poi di tutto il patrimonio delle fiabe, strumento prezioso di trasmissione di valori e disvalori, e in larga misura per via orale: l’eroe e l’orco, la fata e la strega, il bene e il male, il bello e il brutto in pillole, se vogliamo. La ricerca di Valdimir Propp ci ha dimostrato come anche in ambienti analfabeti – sotto il profilo della incompetenza nella lettura/scrittura – potessero comunque essere veicolati valori che possiamo definire universali, costituzionali, potremmo dire oggi. Per non dire infine della preoccupazione di Platone che vedeva nelle scrittura – e nella lettura quindi – una sorta di congelamento del pensiero e della sua natura dialettica. Insomma, il solo parlare/ascoltare non è di per sé segno di ignoranza.

Abbiamo a monte un’ampia tradizione orale, che per secoli ha costituito il background comportamentale e “civico” di gruppi sociali piccoli e grandi in cui il non saper scrivere non costituiva quel limite che poi invece verrà fortemente denunciato in epoche successive profondamente diverse. Basti pensare a un Lutero, a un Gutemberg o a un Comenio, in lotta perché la trasmissione orale fosse implementata – e per certi versi corretta – da quella scritta, in quanto il leggere e scrivere veniva inteso come segno di una rinnovata libertà: dall’invadenza di un Chiesa che non si poneva alcun limite dall’inquisire e mandare al rogo gli eretici, o meglio coloro che, stando all’etimo greco della parola, operavano “altre scelte” in campo religioso, quindi anche morale e civile. Leggere e scrivere diventavano così una bandiera nuova, una lotta per la libertà di pensiero!

Ed è ovvio che l’affermazione della scrittura ha relegato nell’ignoranza – se si può dir così – quei gruppi sociali che ne erano esclusi. Ovviamente, si tratta solo di rapidi accenni, incompleti e che meriterebbero un’attenzione maggiore. Comunque, sono tutte considerazioni che ci portano a concludere che non è detto in assoluto che la strumentazione leggere/scrivere – per come l’abbiamo costruita fino ad oggi e trasmessa nelle scuole fin dal grado cosiddetto elementare – possa essere la garanzia in assoluto di un progressivo sviluppo culturale civile e sociale. Concordo con tutti coloro che temono un’attenuazione e una perdita di certe competenze logico/sintattiche indotte dalla scrittura digitale, ma è anche vero che la strumentazione digitale implementa la competenza scrittoria manuale: la sola cancellazione automatica, il taglia e cuci operati costantemente nel progredire del testo elimina le brutte copie e le belle copie di un tempo. Chi scrive ha la possibilità di autocorreggersi all’infinito, e il suo pensiero al termine dell’operazione è sempre formattato in bella copia!

L’uso di mezzi digitali comporta l’attenuazione, e talvolta la perdita, della capacità di coordinare il pensiero con l’attività necessaria per tracciare i segni?
Sinceramente, non so! Però, la domanda che dobbiamo porci è la seguente:
ciò che si sta verificando nella testa delle nuove generazioni a fronte della incapacità di scrivere con penna/carta e che provoca ricadute sulla capacità stessa di formulare pensieri, interpretare sensazioni ed emozioni, trasmettere dati, informazioni, conoscenze, è segno di quale fenomeno? Indica una caduta verticale e inarrestabile della competenza linguistica in senso lato? E, quindi, della competenza comunicativa e creativa? Oppure siamo alla vigilia di nuovi modi di comunicare, che non passano più attraverso l’interazione circolare e progressiva dita-mano-occhio-carta-cervello? O meglio, siamo forse costruendo senza avvedercene mezzi e modi nuovi di produrre pensiero, di comunicare e di produrre cultura? Se è vero che “il mezzo è il messaggio”, sarà anche vero che i nuovi mezzi possono indurre a produrre nuove forme di messaggi, nuovi contenuti e nuovi modi di produrre cultura.

Volendo essere ottimisti, potremmo anche pensare che non siamo di fronte a un analfabetismo di ritorno, come si suol dire – che poi è quello più preoccupante e che interessa la popolazione adulta di tutti i Paesi ad alto sviluppo, e in particolare il nostro (si vedano i dati riportati dall’ultima edizione della ricerca Education at glance) – ma di un analfabetismo che potremmo definire di partenza. Non so se a farmi esprimere questi pensieri sia il mio inguaribile ottimismo, oppure la mia profonda ignoranza in materia.

Comunque, mi sembrerebbe più corretto parlare non tanto di analfabetismo di ritorno ma di un analfabetismo di partenza, a cui forse si dischiudono orizzonti nuovi, di cui non abbiamo ancora perfetta conoscenza.

http://www.edscuola.eu/wordpress/?p=70956


mercoledì 22 gennaio 2014

Alberto Manzi. E' stato un insegnante, personaggio televisivo e scrittore italiano, noto principalmente per essere stato il conduttore della trasmissione televisiva Non è mai troppo tardi, messa in onda fra il 1959 ed il 1968. Fu scelto per presentare il programma Non è mai troppo tardi, concepito come strumento di ausilio nella lotta all'analfabetismo. Il programma, che lo rese famoso, riproduceva in televisione delle vere e proprie lezioni di scuola primaria, con metodologie didattiche innovative (Manzi al suo "provino" strappò il copione che gli era stato dato e improvvisò una lezione alla sua maniera), dinanzi a classi composte di adulti analfabeti o quasi.


“Ho due bambini, uno fa il dettato senza errori, cosa gli devo dare in base alla vostra valutazione decimale? Ovviamente gli devo dare dieci. Un altro bambino fa trenta errori: che voto gli devo dare? Sottozero? Normalmente gli si dà quattro. Dopo quindici giorni, il primo, che non aveva fatto errori, fa due errori; gli do otto che è sempre un bel voto, però lui è andato avanti o è andato indietro? Il secondo bambino, che aveva fatto trenta errori, la seconda volta ne fa 22, ma secondo quel criterio il suo voto rimane sotto zero. Ora, a quello che ha preso otto non posso dirgli “Guarda che sei andato male”, mentre al bambino che è passato da trenta a 22 gli devo dire “Bravo”, ma in realtà non glielo posso dire perché in base al voto, lui rimane cretino. Ma io sono sicuro che se gli dico “Bravo!”, la volta successiva di errori ne farà quindici”.
Alberto Manzi, insegnante, pedagogista.



E questo é il grande errore, fare confronto tra bambini con abilitá e intelligenza diverse.
Il docente deve vedere nel bambino il progresso verso se stesso, non verso gli altri.
Tutti vanno stimolati, ed il bambino che lui crede sia andato indietro, non é affatto vero, non siamo li stessi tutti i giorni. Il docente deve vedere il processo, non due casi isolati.


Prima lettera del maestro Manzi al Direttore Didattico
Classe IV SEZ. A – INS. Alberto Manzi
Anno scolastico 1974/75

Motivi per i quali l’insegnante non usa classificare gli alunni.
Classificare dando una votazione o un giudizio di merito comparativo, a livello di scuola dell’obbligo, nel pieno sviluppo evolutivo, nel primo impatto e nel successivo adeguamento e nelle ricerche di strutture per una vita associata “migliore”, significa voler dimenticare che la scuola è tale solo se insegna a pensare, solo se aiuta a immettersi con libertà nella società.
Classificare significa impedire un armonioso sviluppo intellettivo, rispettoso dei tempi di crescita individuali; significa impedire un apprendimento cosciente, che nasce, cioè, da un continuo osservare, ragionare, discutere sulle cose; ricerca, questa che non è mai priva di errori, di incompletezze. Ora se si classifica, l’errore l’incompletezza suscita “terrore”, per cui si tende ad evitare la causa del terrore copiando, imparando a memoria definizioni fatte da altri ecc.
Classificare, pertanto, significa obbligare ad accettare definizioni stabilite, pertanto impedire il ragionamento, rendere tutti simili al modello prefisso, significa educare alla menzogna e alla falsità.
Classificare significa ancora educare alla divisione classista (bravi, più bravi, meno bravi, ecc.), significa selezionare, distruggere la personalità.
Classificare significa, purtroppo, distruggere il senso della comunità, dove ogni individuo deve imparare a vivere dando il meglio di se stesso non per lucro (ed anche il voto è lucro) ma nell’interesse della comunità stessa e per il piacere personale che deriva dalla scoperta e dalla conoscenza.

Per tutti questi motivi non ho mai classificato nessun alunno e nessun lavoro degli alunni; né intendo classificare ora le capacità acquisite durante un anno di lavoro.
Se è obbligatoria la classificazione, delego la segreteria della scuola a dare lo stesso voto ad ogni alunno e per ogni materia.

Roma, 7 giugno 1975 Ins. Alberto Manzi


Il mitico Maestro Manzi, conduttore del programma TV “Non è mai troppo tardi”

Una maestra, dopo aver consegnato le schede di valutazione ai genitori, scrive queste riflessioni sul voto nella sua bacheca:

"Non sono stata capace di dire no. No ai voti. Alla separazione dei bambini in base a quello che riescono a fare. A chiudere i bambini in un numero. Ad insegnare loro una matematica dell’essere, secondo la quale più il voto è alto più un bambino vale.
Il voto corrompe. Il voto divide. Il voto classifica. Il voto separa. Il voto è il più subdolo disintegratore di una comunità. Il voto cancella le storie, il cammino, lo sforzo e l’impegno del fare insieme. Il voto è brutale, premia e punisce, esalta ed umilia. Il voto sbaglia, nel momento che sancisce, inciampa nel variabile umano. Il voto dimentica da dove si viene. Il voto non è il volto.
I voti fanno star male chi li mette e chi li riceve. Creano ansia, confronti, successi e fallimenti. I voti distruggono il piacere di scoprire e di imparare, ognuno con i propri tempi facendo quel che può. I voti disturbano la crescita, l’autostima e la considerazione degli altri. I voti mietono vittime e creano presunzioni.
I voti non si danno ai bambini. In particolare a quelli che non ce la fanno.
La maestra lo sa bene, perciò è colpevole. Per non aver fatto obiezione di coscienza."

Il "maestro" Manzi riportava nella scheda di valutazione di tutti gli studenti la stessa formula: 
"Ha fatto quel che può, quel che non può non fa".



Se la scuola è una scuola del “fare”, del costruire il proprio sapere attraverso esperienza, lo studiare diventa gioia di scoperta e nulla si trasforma in “pesantezza”, fastidio, noia.
Alberto Manzi

... Ricordatevi che mai nessuno potrà bloccarvi se voi non lo volete, nessuno potrà mai distruggervi, SE VOI NON LO VOLETE. Perciò avanti serenamente, allegramente, con quel macinino del vostro cervello SEMPRE in funzione; con l’affetto verso tutte le cose e gli animali e le genti che è già in voi e che deve sempre rimanere in voi; con onestà, onestà, onestà, e ancora onesta, perché questa è la cosa che manca oggi nel mondo e voi dovete ridarla; e intelligenza, e ancora intelligenza e sempre intelligenza, il che significa prepararsi, il che significa riuscire sempre a comprendere, il che significa riuscire ad amare, e… amore, amore.
Alberto Manzi


L'attenzione e la voglia d'imparare di un bambino va conquistata, non imposta con la paura di un brutto voto.
Alberto Manzi


Stralci della bellissima lettera che maestro Manzi consegnava ai suoi alunni l'ultimo giorno di scuola.
«Ora le nostre strade si dividono, io riprendo il mio viottolo, voi perseguite, la vostra strada...la vostra è piena e luminosa...Vorrei essere al vostro fianco. Ma voi sarete capaci di andare da soli...Ricordate che nessuno potrà mai distruggervi se voi non lo volete. Tenete il macinino del vostro cervello sempre in azione. Con onestà onestà e sempre onestà. Perché è questo che ora manca al mondo. E con intelligenza. Preparatevi e...dovete riuscire ad amare. E amore, amore, amore. Realizzate tutto ciò e io sarò sempre con voi. Ma se qualcuno o qualcosa vorrà distruggere vostra libertà, la vostra intelligenza, la vostra onestà io sono qui per lottare con voi, perché voi siete parte di me e io di voi».

https://youtu.be/P6m_8Sd_uAM






Agostino Degas:
l maestro Manzi, che contribuì ad alfabetizzare milioni di italiani con la sua trasmissione televisiva "Non è mai troppo tardi" fu una vittima illustre della burocrazia. Il tutto avvenne nel 1981, quando si rifiutò di redigere le appena introdotte "schede di valutazione", che la riforma della scuola aveva messo al posto della pagella; la filosofia che accompagna la motivazione del suo rifiuto si evince da queste sue parole: "non posso bollare un ragazzo con un giudizio, perché il ragazzo cambia, è in movimento; se il prossimo anno uno legge il giudizio che ho dato quest'anno, l'abbiamo bollato per i prossimi anni".
Questo suo rifiuto gli costò la sospensione dall'insegnamento e anche dello stipendio. L'anno seguente il Ministero della Pubblica Istruzione fece pressione su di lui per convincerlo a scrivere le attese valutazioni: Manzi tuttavia fece intendere di non avere cambiato opinione, mostrandosi al tempo stesso disponibile a redigere una valutazione riepilogativa. Ma il giudizio sarebbe stato uguale per tutti e apposto su carta tramite un timbro; il giudizio sarebbe stato: "Fa quel che può, quel che non può non fa". Il Ministero si mostrò contrario alla soluzione della valutazione timbrata e Manzi ribatté: "Non c'è problema, posso scriverlo anche a penna".


“Non è mai troppo tardi”: il maestro Manzi in 10 numeri.
Andrà in onda stasera su Rai1 la prima parte della fiction in due puntate “Non è mai troppo tardi”, dedicata all’omonimo programma condotto dal maestro Alberto Manzi dal 1960 al 1968. “Non è mai troppo tardi” ha svolto un ruolo fondamentale nel processo di alfabetizzazione degli italiani, segnando un momento cruciale non solo nella storia della tv, ma nella storia del nostro Paese.

Il maestro Alberto Manzi con la trasmissione televisiva "Non è mai troppo tardi" ha insegnato a leggere e a scrivere a molti italiani che non avevano la licenza elementare. Con grande intuito e capacita' didattica ha saputo utilizzare al meglio il mezzo televisivo. Attraverso lo schermo ha parlato alle persone con profonda umanità, insegnando l'amore per la lingua e per la cultura. A scuola è stato un maestro innovativo e rispettoso delle singole diversità, creativo e anticonformista. Il video è un estratto dell'intervista curata da Roberto Farnè, regia di Luigi Zanolio, prodotta dal Dipartimento di Scienze dell'educazione dell'Università di Bologna.

http://youtu.be/gKQ7GbworSw




"Fa quel che può quello che non può non fa..."
..... Questo è uno dei giudizi che il maestro Alberto Manzi scrisse sulla pagella di un allievo ..

Chi era Manzi:  il maestro rivoluzionario

Ecco 10 numeri per ricordare, svelare, comprendere meglio il fenomeno “Non è mai troppo tardi” e il suo protagonista, il maestro Manzi

2000 I punti d’ascolto che la Rai istituì nei bar, nelle Case della cultura, negli oratori, perché tutti potessero seguire le lezioni serali del maestro Manzi

19 L’ora di messa in onda del programma in tv, l’orario fu scelto per consentire anche ai lavoratori di “frequentare” le lezioni

1.400.000 Gli italiani che, secondo le stime ufficiali, hanno preso la licenza elementare grazie alle “lezioni elettroniche” del maestro Manzi

484 Le puntate di “Non è mai troppo tardi”andate in onda dal 1960 al 1968.

72 I Paesi che hanno adottato la formula del programma.

20 Le estati in cui Manzi si recò nella foresta amazzonica per insegnare a leggere e scrivere agli Indios, con l’appoggio locale di alcuni missionari salesiani.

32 Le lingue in cui fu tradotto “Orzowei”, il romanzo di maggior successo scritto da Alberto Manzi, portato in tv dalla Rai nel 1977.

1996 L’anno dell’ultima collaborazione del maestro con la tv, con il programma “Curiosità della lingua italiana”, 40 puntate per raccontare caratteristiche e curiosità della lingua italiana agli italiani all’estero e agli studiosi stranieri della nostra lingua.

8 Le volte che il maestro è finito sotto il Consiglio di disciplina nel corso della sua carriera. Il motivo? E’ all’ultimo punto…

0 I voti sulle pagelle messi dal maestro: Manzi li rifiutò per tutta la vita.


Alberto Manzi è stato un insegnante, personaggio televisivo e scrittore italiano, noto principalmente per essere stato il conduttore della trasmissione televisiva Non è mai troppo tardi, messa in onda fra il 1959 ed il 1968. 
Fu scelto per presentare il programma Non è mai troppo tardi, concepito come strumento di ausilio nella lotta all'analfabetismo. Il programma, che lo rese famoso, riproduceva in televisione delle vere e proprie lezioni di scuola primaria, con metodologie didattiche innovative (Manzi al suo "provino" strappò il copione che gli era stato dato e improvvisò una lezione alla sua maniera), dinanzi a classi composte di adulti analfabeti o quasi.

La trasmissione andò in onda per quasi un decennio e fu di grande interesse e di grande rilevanza sociale: si stima che quasi un milione e mezzo di persone abbiano conseguito la licenza elementare grazie a queste lezioni a distanza, svolte di fatto secondo un vero e proprio corso di scuola serale. Le trasmissioni avvenivano nel tardo pomeriggio, prima di cena; Manzi utilizzava un grosso blocco di carta montato su cavalletto sul quale scriveva, con l'ausilio di un carboncino, semplici parole o lettere, accompagnate da un accattivante disegnino di riferimento. Usava anche una lavagna luminosa, per quei tempi assai suggestiva.




ero un bambino "Non è mai troppo tardi" lo guardavo sempre con piacere, il maestro Manzi mi ispirava molta simpatia specie quando faceva dei disegnini per farsi capire meglio: E' stata una persona eccezionale




un insegnante proiettato nel futuro: carboncino e lavagna si trasformavano in veri mezzi multimediali




Una grande persona,che poi fu anche Sindaco di Pitigliano (Gr)




Lo seguivo con piacere e mi piaceva molto il suo metodo di disegnare con il carboncino o con i gessetti !!





sono pienamente d'accordo con te ,forse eravamo più ignoranti ma certamente, più buoni,più veri, più italiani. LUI e' l'Italia bella che non c'e' più




Un altro grande, indimenticabile, sembrava uscito da un libro di De Amicis, e fu l'espressione di un paese che si stava costruendo, Personaggio veramente bellissimo, poetico, che e' difficile definire senza diventare apparentemente retorici, ma invece lui non era retorica ma realtà
















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