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giovedì 11 luglio 2019

Martin Heidegger.

Heidegger diceva che uno dei modi d’essere attraverso cui l’uomo esplica la sua natura e persegue l’obbiettivo di rispondere ai suoi interrogativi ontologici è prendersi cura.
Delle cose, di se stessi, ma soprattutto degli altri.
Una parafrasi esistenzialista della potenza dell’amore.
https://c-brescia.tumblr.com/post/185498814255/heidegger-diceva-che-uno-dei-modi-dessere




Per quanto frantumata possa apparire la vita quotidiana, nondimeno essa mantiene ancor sempre l’ente, anche se nell’ombra, in un’unità del “tutto”. Anche quando e proprio quando, non siamo particolarmente occupati dalle cose e da noi stessi, ci soprassale questo “tutto” , per esempio nella noia autentica. Essa è ancora lontana quando ad annoiarci è solo questo libro o quello spettacolo, quell’occupazione o quest’ozio, ma affiora quando “uno s’annoia”. La noia profonda che va e viene nella profondità dell’esserci come una nebbia silenziosa, accomuna tutte le cose, tutti gli uomini, e con loro noi stessi in una strana indifferenza. Questa noia rivela l’ente nella sua totalità.
Martin Heidegger, Che cos'è la metafisica, 1929


«Ci troviamo, per esempio, in una insulsa stazione di una sperduta ferrovia secondaria. Il primo treno arriverà tra quattro ore. La zona è priva di attrattive. E’ vero, abbiamo un libro nello zaino – dunque leggere? No. Oppure riflettere su una questione, su un problema? Non va. Leggiamo gli orari oppure studiamo l’elenco delle varie distanze di questa stazione da altri luoghi che non ci sono noti altrimenti. Guardiamo l’orologio – è appena passato un quarto d’ora. Allora usciamo fuori, sulla strada maestra. Camminiamo su e giù, tanto per fare qualcosa. Ma non serve a niente. Contiamo gli alberi lungo la strada, guardiamo nuovamente l’orologio: appena cinque minuti da quando l’abbiamo consultato. Stufi di andare su e giù, ci sediamo su una pietra, tracciamo ogni sorta di figure sulla sabbia, e ci sorprendiamo nuovamente a guardare l’orologio; è passata una mezz’ora; e così di seguito. Una situazione quotidiana, con le ben note, banali ma del tutto spontanee, forme di scaccia tempo».
Martin Heidegger, Concetti fondamentali della metafisica. Mondo-finitezza-solitudine, 1929.



«Siamo invitati da qualche parte per la sera. Non siamo obbligati ad andarvi. Ma siamo stati tesi e impegnati tutto il giorno,  e per la sera abbiamo del tempo libero. Così ci andiamo. C’è la solita cena con la solita conversazione a tavola, tutto è non soltanto molto buono, ma anche di buon gusto. Poi, come si dice, si sta insieme in allegria, si ascolta magari della musica, si chiacchiera, l’atmosfera è simpatica e divertente. E’ già ora di andare via. Le signore, non solo al momento dei saluti, ma anche a piano terra e per strada, quando ci si ritrova per proprio conto, assicurano che tutto è stato veramente molto piacevole, oppure che è stato incredibilmente incantevole. In effetti è così. Non si trova proprio nulla che in questa serata possa essere stato noioso, né la conversazione né la gente né i locali. Si ritorna dunque a casa pienamente soddisfatti. Si dà ancora una rapida occhiata al proprio lavoro, interrotto la sera, si fa un calcolo approssimativo e una rapida previsione per il giorno successivo,– ed ecco qui: questa sera mi sono proprio annoiato di questo invito. Ma come? Con tutta la buona volontà non riusciamo a trovare nulla che ci abbia annoiato. Eppure io mi sono annoiato. Ma di che cosa? Io mi sono annoiato; per caso, in qualche modo, ho annoiato me stesso? Sono stato io la causa della mia noia? Ci ricordiamo però in modo inequivocabile che non solo non c’era nulla di noioso, ma che io non mi sono neppure per un attimo occupato di me stesso, in una qualche estemporanea riflessione fra me e me, che abbia potuto far da presupposto alla noia. Al contrario ero completamente presente nella conversazione e in tutto il resto. Ma non diciamo neanche: mi sono annoiato di me, bensì della serata a cui sono stato invitato. O forse tutto questo dire a posteriori che mi sono veramente annoiato, è soltanto un inganno, che deriva da  una tardiva irritazione dovuta al fatto che ho sacrificato e perduto questa serata? No, è chiarissimo: ci siamo annoiati, anche se tutto è stato così piacevole. O forse è proprio di questa piacevolezza della serata che ci siamo annoiati?»
Martin Heidegger,  Concetti fondamentali della metafisica. Mondo-finitezza-solitudine, 1929.



Heidegger , Il linguaggio è la casa dell'essere. 
Per Heidegger il linguaggio è la casa dell’essere e nella sua dimora abita l’uomo. Il filosofo compie un’analisi critica della téchne e della conoscenza di tipo epistemico, che si fonda sulla logica e perde l’essere.

[...] nel pensiero l'essere viene al linguaggio.
Il linguaggio è la casa dell'essere. Nella sua dimora abita l'uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di questa dimora. Il loro vegliare è il portare a compimento la manifestatività dell'essere; essi, infatti, mediante il loro dire, la conducono al linguaggio e nel linguaggio la custodiscono. Il pensiero non si fa azione perché da esso scaturisca un effetto o una applicazione. Il pensiero agisce in quanto pensa. Questo agire è probabilmente il piú semplice e nello stesso tempo il piú alto, perché riguarda il riferimento dell'essere all'uomo. Ma ogni operare riposa nell'essere e mira all'ente. Il pensiero, invece, si lascia reclamare dall'essere per dire la verità dell'essere. Il pensiero porta a compimento questo lasciare. [...] Se vogliamo imparare a esperire nella sua purezza, e cioè nello stesso tempo a portare a compimento, la suddetta essenza del pensiero, dobbiamo liberarci dall'interpretazione tecnica del pensiero i cui inizi risalgono fino a Platone e ad Aristotele. In tale interpretazione, infatti, il pensiero è inteso come una téchne, come il procedimento del riflettere al servizio del fare e del produrre. Ma già qui il riflettere è visto in riferimento alla práxis e alla poíesis. Per questo il pensiero, se lo si prende per se stesso, non è “pratico”. La caratterizzazione del pensiero come theoría e la determinazione del conoscere come atteggiamento “teoretico” avvengono già all'interno dell'interpretazione “tecnica” del pensiero. Essa è un tentativo di reazione per salvare ancora un'autonomia del pensiero nei confronti dell'agire e del fare. Da allora la “filosofia” si trova nella costante necessità di giustificare la propria esistenza di fronte alle “scienze”. Essa pensa che ciò possa avvenire nel modo piú sicuro elevandosi a sua volta al rango di una scienza. Ma questo sforzo è l'abbandono dell'essenza del pensiero. La filosofia è perseguitata dal timore di perdere in considerazione e in valore se non è una scienza. Questo fatto è considerato una deficienza ed è assimilato alla non scientificità. Nell'interpretazione tecnica del pensiero, l'essere come elemento del pensiero, è abbandonato. La “logica” è la sanzione di questa interpretazione che prende l'avvio dalla sofistica e da Platone. Si giudica il pensiero con una misura a esso inadeguata. Questo modo di giudicare equivale al processo che tenta di valutare l'essenza e le facoltà del pesce in base alle sue capacità di vivere all'asciutto. Già da molto, anzi da troppo tempo, il pensiero si trova all'asciutto. Ora, si può chiamare “irrazionalismo” lo sforzo di portare di nuovo il pensiero nel suo elemento?
M. Heidegger, Lettera sull’umanesimo, Adelphi, Milano, 1987, pagg. 267-269


“La mia convinzione è che solo a partire dallo stesso luogo del mondo, nel quale è sorto il moderno mondo tecnico, possa prepararsi anche un rovesciamento, e che esso non può avere luogo tramite l’assunzione del buddismo zen o di altre esperienze orientali del mondo. Per cambiare modo di pensare è necessario l’aiuto della tradizione europea e di una sua riappropriazione. Il pensiero viene modificato solo da quel pensiero che ha la stessa provenienza e la stessa destinazione.” 
Martin Heidegger, Ormai solo un Dio ci può salvare, Edizioni Guanda, 1987, p. 136, 149.



«Gioisca!» - questo è diventato il mio saluto per lei.
E soltanto se lei gioisce potrà diventare la donna capace di donare gioia, e intorno alla quale tutto è gioia, sicurezza, rilassamento, ammirazione e gratitudine verso la vita.
Martin Heidegger ad Hannah Arendt, 10 novembre 1925


Heidegger era interessato alla libertà. In ciò sta il suo tentativo di superare la metafisica
In "che cos'è metafisica" Heidegger fa un bellissimo paragone. Afferma che se la metafisica sono le radici di un albero, il suo tentativo è quello di partire dal suolo in cui affondano le radici, e quindi dall'esserci, da colui che si pone la domanda sul senso dell'essere.
Da qui cambia radicalmente la prospettiva del discorso filosofico, che non vede più l'essere e la sua verità come un qualcosa da porre su un tavolo operatorio e vivisezionare in modo freddo.
Ogni discorso parte dall'esserci, dall'esserci in quando cura, dall'esserci in quanto gettato storicamente e in relazione con gli enti, enti che, partendo dall'esserci, altro non possono essere visti che come strumenti, rispetto ai quali spicca ciò che, appunto, va oltre gli enti.
Secondo me la critica alla differenza ontologica di Heidegger non tiene in sufficiente considerazione tutto ciò: è come se si volesse criticare Heidegger guardando insieme a lui il tavolo operatorio, non avvedendosi che Heidegger, quando intendeva la differenza ontologica, partiva da chi sul tavolo operatorio non è, ovvero da chi guarda.
Maurizio Gambett

sabato 8 luglio 2017

Edmund Husserl. Ai suoi occhi la scienza moderna produceva alla fine l'idea di un mondo in sé che, in quanto abitato da forme oggettive, si contrapponeva come mondo vero al mondo soggettivo dell'esperienza comune. Il sapere scientifico finiva così per contrapporsi al mondo dell'esperienza che sta alla base del vivere umano e che è detto «mondo della vita». Husserl tematizzò il «mondo della vita» (Lebenswelt) in modo esplicito. Interpretò quel concetto anzitutto come il mondo della doxa, ossia quel territorio ovvio e familiare basato su opinioni e convinzioni soggettive, antitetico alle oggettivazioni e alle idealizzazioni del sapere scientifico.

"Edmund Husserl.
La crisi delle scienze e i conflitti del pensiero.
Quando nel 1938 il filosofo Edmund Husserl morì aveva settantanove anni. 
Per il nazismo, allora in pieno rigoglio ideologico, Husserl era stato uno dei tanti professori ebrei da mettere a tacere. Gli avevano tolto l'insegnamento, lo avevano isolato, insultato, compatito. 
Gli avevano perfino vietato l'accesso alla biblioteca dell' Università. E Husserl, ancora in vita, si sentiva un uomo sgomento, disorientato, tradito. Il suo più promettente allievo, quel Martin Heidegger sul quale aveva riposto le più accese speranze, non solo aveva imboccato filosoficamente un'altra strada, ma si era mescolato con la marmaglia nazista, ne aveva caldeggiato lo spirito, appoggiato con entusiasmo i destini, condiviso, fino a un certo punto, la storia. 

Inaudito. Agli occhi di Husserl quella improvvisa virata era peggio di un colpo di pistola alla tempia. Era tutto quello che non si sarebbe aspettato da quel talento selvaggio che lo aveva già deluso, irritato, amareggiato con Essere e Tempo. 

Già perché il giovane Martin nel 1927 pubblicò nello Jahrbuch husserliano l'opera con la quale riduceva alla consistenza del semolino la fenomenologia del venerato maestro

Eppure, nel più perfetto stile gesuitico, Heidegger aveva dedicato Essere e Tempo ad Husserl. Ma più che un omaggio al grande filosofo quella dedica sembrava uno scherzo. Il maestro lesse le complicate pagine dell'allievo e le trovò scandalosamente intrise di tutto ciò che fino a quel momento aveva osteggiato

Come era potuto accadere una cosa del genere? 
La psicologia di Heidegger somigliava a quella di un sottomarino. 
Era composta di movimenti invisibili e silenziosi. 
L'impatto o l'emersione improvvisa avevano sempre qualcosa di sorprendente. 
Se Husserl era la montagna, Heidegger fu di volta in volta lo scalatore, lo sciatore, il picconatore. 
Era colui che usava la montagna e, potendo, ne rivendicava perfino il dominio. 

Otto anni dopo la comparsa di Essere e tempo, Husserl, uomo incline alla depressione e alla malinconia, fu invitato a tenere delle conferenze a Vienna e a Praga. Era il 1935. Fuori dalla Germania il suo nome era ancora venerato. Le sue Ricerche logiche, le sue Meditazioni cartesiane si erano imposte come esempi di rigore filosofico. Anche se non tutti si mostravano convinti che il metodo della riduzione fenomenologica fosse la strada giusta. 

Il maestro aveva immaginato che la filosofia avrebbe potuto ambire alla scienza vera solo imbrigliando tutto quello che il caotico mondo della vita produceva: le idee spesso contraddittorie, i valori contrastanti, i programmi confliggenti. 

Agli occhi di Husserl l'uomo - un'entità finita e mortale - era un impasto di contraddizioni, di velleità di passioni che poco o nulla avevano a che fare con l' idea di filosofia

Che fare, dunque? 
Egli propose di sospendere quel mondo, di metterlo tra parentesi
Più o meno ragionò così: facciamo finta che quella roba che accade sulla terra non sia mai accaduta, facciamo finta che tutto l'opinabile e il cangiante non esista e allora si comincerà a vedere la potenza dell'Io trascendentale. 

Ma si poteva sospendere il mondo della vita, compreso tutto quello che nel vecchio continente stava accadendo? Si poteva non tener conto dei terribili venti che si preparavano a soffiare? 

Circolava una brutta aria in giro per l' Europa. 
Le parole più ricorrenti erano: 
declino, crisi, tramonto. 
Paura e illibertà minacciavano i popoli

Oswald Spengler - ormai celebre più di un attore del cinema muto - aveva dato alle stampe tra il 1918 e il 1922 Tramonto dell'Occidente, che generò una copiosa letteratura sulla crisi spirituale e materiale del vecchio continente. 

Anche Husserl, il padre della fenomenologia, così assorto fino ad allora nelle sue microanalisi, incominciò a riflettere su ciò che stava accadendo. Il tema sarebbe stato al centro della sua ultima grande opera, rimasta incompiuta: La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale. Il primo abbozzo fu presentato in una serie di conferenze tenute nell'aprile e nel novembre del 1935 a Vienna e a Praga. Il testo pronunciato fu pubblicato l'anno successivo a Belgrado nella rivista Philosophia, ma solo nel 1954 si riuscì - grazie anche alle carte trafugate e salvate dalla Friburgo nazista da padre Leo Van Breda e messe al sicuro nell'archivio di Lovanio - a ricavare un' edizione esaustiva di quell'opera. 

Solo allora ci si rese conto che al vecchio Husserl era riuscito finalmente di rispondere in modo adeguato ad Essere e Tempo.

Quel testo lo aveva tormentato, indignato, infastidito. 
E lui, il maestro, era pur sempre la montagna che sovrastava l'allievo. 
La crisi delle scienze europee (di cui oggi esce una ristampa dal Saggiatore, pagg. 560, euro 15) impressionò i lettori e diede avvio a un grande revival della fenomenologia, che arrivò anche in Italia (tramite Enzo Paci), mescolandosi al marxismo e all' esistenzialismo. 

Husserl partiva da un' evidenza incontestabile: 
la scienza moderna ha raggiunto i suoi straordinari successi al prezzo di una perdita del suo significato per la vita

La sua razionalità ci ha messo in grado di esercitare un dominio vasto sulla terra, ma nulla ci dice sul senso di questo dominio, sulle sue conseguenze. E alla fine ci abbandona a noi stessi proprio in ciò che è decisivo per la nostra esistenza e il suo successo: le scelte di vita e i fini ultimi. 

Il moderno ideale dell'oggettività scientifica si raggiunse così al prezzo di ridurre alla sola teoria l'antico ideale della conoscenza, abbandonando la prassi alla volontà di potenza. 

Per tutta la vita Husserl aveva cercato di combattere il relativismo, di cui le verità scientifiche, erano a loro modo un'emanazione

Non si sentiva un dilettante, uno sprovveduto che si improvvisava critico della scienza. Oltre ad aver studiato psicologia con Brentano si era inoltrato - grazie al filosofo e matematico Bernard Bolzano - per i sentieri rarefatti della matematica. 

Il suo primo libro del 1891 - che Frege stroncò - era Filosofia dell'aritmetica, cui sarebbero seguite un decennio dopo le Ricerche logiche. 

Era un uomo affascinato dalla purezza intellettuale. 
Nulla doveva interporsi tra l' esame della ragione e l' essenzialità del mondo. Ma come provare a rifondare la filosofia come sapere universale, visti i fallimenti, le delusioni gli equivoci che il pensiero filosofico aveva in massima parte fin lì prodotto? 

Husserl immaginò che la sola strada percorribile fosse quella di "andare alle cose stesse": zu den Sachen selbst! aveva dichiarato agli inizi del suo programma fenomenologico. Ma che cosa significava questo muoversi verso le cose? Quali cose, quali oggetti, quali enti meritavano uno sguardo libero dal condizionamento scientista e dall'agguato relativista? 

Husserl pensò che alla filosofia occorresse una "fondazione originaria". 
Tanto più la sua forza sarebbe stata persuasiva quanto meno si fosse allontanata da quel fondamento che ogni pensiero che si ritenesse tale aspirava a realizzare. 

In molti avevano provato e in molti avevano fallito. 
Ma era lì, sulla soglia di quella porta stretta, tra il mondo della vita e il puro pensiero, che si giocava la partita e se voleva vincerla doveva evitare gli errori commessi dai suoi predecessori. Doveva evitare, per esempio, di lasciarsi incantare da un principio unico, un motore da cui tutto nasce e tutto si muove. 

Nella Crisi delle scienze europee Husserl considerò il moderno sistema delle scienze come il frutto di una serie di "fondazioni originarie", tra le quali fu decisiva quella rappresentata dalla matematizzazione della fisica iniziata da Galilei

Secondo Husserl si riprendeva così l'antico ideale greco di una scienza razionale dell'essere nella sua totalità, ma esso fu realizzato solo in misura parziale e unilaterale, perché la scienza moderna rimase prigioniera dell' oggettivismo e del naturalismo. 
E ciò ha finito per favorire la genesi opposta e contraria del soggettivismo e relativismo, producendo un conflitto irrisolvibile, che ha precipitato la filosofia come scienza in una crisi abissale. 

La reazione alla scienza e alle sue conseguenze sull'uomo non era certo una novità tra i filosofi. 
Ma Husserl posizionò la sua critica sul crinale della perdita del senso. Vide nella scienza moderna - nelle sue oggettivazioni e astratte idealità - un superamento del senso comune. Quel superamento alla fine era una più perdita che un arricchimento. Ai suoi occhi la scienza moderna produceva alla fine l'idea di un mondo in sé che, in quanto abitato da forme oggettive, si contrapponeva come mondo vero al mondo soggettivo dell'esperienza comune

Il sapere scientifico finiva così per contrapporsi al mondo dell'esperienza che sta alla base del vivere umano e che è detto «mondo della vita». Husserl tematizzò il «mondo della vita» (Lebenswelt) in modo esplicito. Interpretò quel concetto anzitutto come il mondo della doxa, ossia quel territorio ovvio e familiare basato su opinioni e convinzioni soggettive, antitetico alle oggettivazioni e alle idealizzazioni del sapere scientifico. 

Ma quel mondo era qualcosa di più di un coacervo di opinioni se indagato come esperienza originaria. Perciò liberandosi da quel mondo la scienza si impoverì, essa perse il suo significato per la vita, produsse appunto quella che Husserl considerò la «crisi delle scienze europee». 

Come uscire dalle devastazioni che la modernità aveva scatenato? 
Husserl - di cui ricorrono i 70 anni dalla morte - considerò imprescindibile dalla propria filosofia il mondo della vita quale orizzonte universale. Da lì occorreva ripartire per recuperare l' antico ideale - che era stato proprio della filosofia greca - di un sapere razionale in base al quale sarebbe stato possibile orientare la vita individuale, sociale, e politica dell' uomo secondo il principio di una autodeterminazione libera e razionale. 

Vasto programma. 
Sul quale Heidegger ironizzò in più di una occasione. Del resto non erano più fatti per intendersi. 
L'allievo non andò neppure al funerale del maestro, con la scusa di un malanno che lo aveva trattenuto a letto. E poi tolse la dedica su Essere a tempo. Restava un vago rispetto, una memoria fragile ed equivoca di quegli anni in cui la fenomenologia era la speranza disattesa che il muro tra interiorità ed esteriorità potesse di un tratto crollare."

Repubblica-ANTONIO GNOLI E FRANCO VOLPI-2 luglio 2008)Bell'articolo con due firme eccellenti, su Husserl!

https://www.facebook.com/groups/carljungitalia/permalink/10156271673632646/

giovedì 12 settembre 2013

Bayle. Come è ammissìbile che Dio abbia scelto, fra tutti gli altri sistemi, quello le cui conseguenze devono inevitabilmente determinare il dolore delle creature sensibili?

Come è ammissìbile che Dio abbia scelto, fra tutti gli altri sistemi, quello le cui conseguenze devono inevitabilmente determinare il dolore delle creature sensibili?
Pierre Bayle




È una domanda lecita, e ragionevolmente, le alternative ipotizzabili non si limitano a:
"dio non esiste" e "dio è malvagio".





Siamo abitati dal paradosso, da un dottor Jekyll e da un mister Hyde, che Jung ha tanto bene espresso con le sue parole, che mi risuonano sempre.."Solo il paradosso é capace di abbracciare , anche se soltanto approssimativamente, la pienezza della vita".Dobbiamo convivere con l'ombra che ci abita, tra apollineo e dionisiaco, il ricorso a Dio é solo un escamotage consolatorio proiettivo di un malessere a cui non possiamo e non sappiamo dare risposte...dobbiamo solo conviverci.
Sartre aveva descritto l'uomo così: "Increato, senza alcuna ragion d'essere, quest'essere é l'uomo o come dice Heidegger la realtà umana". Ma questa visione nihilista può essere riscattata, a mio avviso, riuscendo a fare della nostra vita la nostra passione.
(Enzo Paci, ma lo diceva anche Jung, nella sua autobiografia) durante il tempo concessoci di vivere, finché Atropo "colei che non può essere dissuasa ", non tagli quel filo sottile che ci lega alla vita.





E' ovvio che dietro la domanda c'è un grosso tentativo di scardinamento del concetto di dio.
Il Dizionario storico critico di Bayle ha influenzato la nascita dell'illuminismo.






Non dico che dio non esiste ma certamente non è quello che ci hanno propinato x millenni.





il dolore e il piacere sono gli elementi necessari affinché le creature sensibili imparino a muoversi nel mondo senza rischiare di perire prima del dovuto.





Può darsi che Dio abbia creato questo sistema di cose proprio per mettere alla prova le sue creature... anzi, più pene gli manda e maggiore sarebbe la considerazione e la ricompensa che POI a tale creatura spetterebbe... sempre ammesso che tale creatura non si sia fatta nel frattempo corrompere

venerdì 30 agosto 2013

Carlo Sini. Fenomenologia. E' il tentativo di tornare alle "cose stesse", mettendo tra parentesi le teorie sulle quali abbiamo edificato i nostri saperi. Si vuole fare ritorno all'essere del mondo così come questo si manifesta, in modo genuino e primario, riesaminando, riosservando e ridescrivendo i fenomeni originali. Secondo Husserl dobbiamo aderire alle cose, non nasconderle, servendoci della lingua che ricostruisca una ragione descrittiva. Questa teoria ha plasmato diversi metodi d'approccio scientifico. Ad essa si è ispirata la fenomenologia psichiatrica, dove il paziente viene descritto così com'è, nel suo apparire, e la terapia trova il proprio motore nei dati immediati dei suoi gesti e dei suoi atteggiamenti

Carlo Sini 
"Tra Hussler e Heidegger frattura che ha inciso sul Novecento"

Parla il professore che ha insegnato Filosofia Teoretica all'Università di Milano ed è un esperto riconosciuto dei due pensatori

La frattura tra Martin Heidegger e Edmund Husserl riflette una divaricazione d'interessi, o un tradimento del primo nei confronti del secondo, che ha inciso profondamente su certe crisi del pensiero nel Novecento. Autore di un'opera significativa come Essere e tempo (1927), Heidegger fu allievo di Husserl, fondatore della fenomenologia. Questo termine può suonare misterioso alle orecchie dei digiuni di filosofia.


Ma non c'è nulla di criptico nella storia della rottura che separò le sorti dei due filosofi: quel tradimento ha una portata la cui vastità tocca territori tutt'altro che specialistici, poiché è giunto a segnare con estrema concretezza lo sviluppo delle prospettive riguardanti il cambiamento del rapporto dell'uomo con la natura e il divorante espandersi della scienza e della tecnologia.



In questa serie di articoli sui traditori e le loro vittime, il contrasto tra Heidegger e Husserl, e l'onda lunga degli effetti che ne conseguirono sul pensiero del mondo manifestato dalla civiltà occidentale, ci vengono raccontati da uno dei massimi filosofi italiani, Carlo Sini, che ha insegnato per molti anni Filosofia Teoretica all'Università di Milano e che è un esperto riconosciuto dei due pensatori.



Perché Heidegger tradì il suo maestro Husserl?

"Sembra che a rompere i rapporti sia stato Husserl, sconcertato dall'adesione di Heidegger al nazismo. Vale comunque la pena di rammentare che Heidegger dedicò a Husserl Essere e tempo e glielo consegnò a Friburgo nel giorno del suo compleanno. Husserl, al momento, non lo aprì nemmeno. Lo fece tempo dopo, quand'era cresciuta la fama del suo allievo. E commentò che si trattava del suo stesso pensiero "ma senza fondamento". Lo considerò un tradimento della fenomenologia, che non fu mai abbandonata da Husser ".



Può spiegare il termine "fenomenologia"?

"E' il tentativo di tornare alle "cose stesse", mettendo tra parentesi le teorie sulle quali abbiamo edificato i nostri saperi. Si vuole fare ritorno all'essere del mondo così come questo si manifesta, in modo genuino e primario, riesaminando, riosservando e ridescrivendo i fenomeni originali. Secondo Husserl dobbiamo aderire alle cose, non nasconderle, servendoci della lingua che ricostruisca una ragione descrittiva. Questa teoria ha plasmato diversi metodi d'approccio scientifico. Ad essa si è ispirata la fenomenologia psichiatrica, dove il paziente viene descritto così com'è, nel suo apparire, e la terapia trova il proprio motore nei dati immediati dei suoi gesti e dei suoi atteggiamenti ".



Qual era la posizione di Heidegger?

"Si convinse che un programma filosofico, pur apprezzabile, che avesse a fondamento l'immediatezza delle cose stesse, fosse già fallito a partire da Platone. Quella filosofia nata per il dominio del logos uccideva se stessa. Da qui la sua critica alla metafisica. Il tentativo fu perciò di ritrovare una verità della realtà in qualcosa che preceda la filosofia, e trovò quel qualcosa nella poesia. Nel "pensiero poetante", come amava ripetere. Non a caso lavorò molto su Rilke".



In che modo Heidegger, in principio, aderì alla fenomenologia?

"Per molti versi vi restò ancorato fino all'ultimo. Negli anni Sessanta (Husserl era morto nel '38), Heidegger scrisse di considerarsi legato alla rivelazione fenomenologica, che doveva in gran parte a Husserl. Ma è grande il divario tra i due filosofi, a partire dalle rispettive formazioni. Heidegger proveniva da studi classici, mentre Husserl era un frutto delle scienze matematiche. I suoi riferimenti erano l'illuminismo e Cartesio: era un ebreo votato al culto della ragione

Heidegger invece prendeva le mosse da Aristotele, che arrivava a considerare un fenomenologo più profondo del suo maestro. In sostanza Heidegger è un romantico, e vede la modernità come un pericolo enorme che ha preteso di sostituirsi a Dio e d'impadronirsi della natura. Il suo è un pensiero genialmente reazionario".


Husserl, a sua volta, non ebbe forse un rapporto problematico con la modernità?

"Sì. Nella sua ultima opera rimasta incompiuta, La crisi delle scienze europee, Husserl evoca i rischi della specializzazione scientifica, che può far perdere il senso della ragione umana e portare l'Europa a divenire un fenomeno meramente antropologico, come la Cina o ciò che ha determinato la filosofia occidentale attraverso l'impresa della modernità, da Galileo a Cartesio, si mostra solo come volontà di potenza. Anche per Heidegger è necessario abbandonare la ragione devastatrice che rende la terra un deserto. Ma la divergenza dei due filosofi coincide con un'opposizione epocale. Per Husserl il nichilismo, cioè la caduta nella barbarie della scienza che ha perso l'unità del potere, diventa un impegno ulteriore per la ragione, da ricondurre ai suoi compiti veri, in quanto l'illuminismo ha promulgato una ragione incapace d'imporsi

Secondo Heidegger invece, lo svelamento di un essere enigmatico che si sottrae alla ragione occidentale rischia di gettarci nel "futuro della bomba atomica". L'uomo che si autoproclama signore della natura ha compiuto un sacrilegio nei confronti dell'essere, e ci sospinge verso la devastazione".


Heidegger è convinto che l'uomo, con un eccesso d'uso della scienza, abbia tradito il proprio ruolo nella vita?

"Esatto. E legge l'avvio di tale tradimento nella filosofia platonica. Si comincia a scambiare l'essere delle origini con una sorta di entificazione, riducendo la rivelazione degli esseri a cose che si possono manovrare, misurare, produrre. Husserl e Heidegger concordano nel sostenere che ridurre l'ente alla sua misura matematica, come fa Galileo, è insufficiente. Però l'uno vuol scavare sotto e andare all'indietro, mentre l'altro si propone di scavare avanti e andare oltre. 



Heidegger aveva intuito una cosa non chiara a Husserl, e cioè la natura tecnologica della vita moderna: aveva compreso che la tecnica non è un'applicazione della scienza, ma che quest'ultima è una conseguenza della tecnica, laddove Husserl era ancora della vecchia idea che prima si fa la teoria e poi si costruisce la pratica. Per Heidegger il porre l'uomo al centro della natura e farne il suo legislatore è la tragedia dell'Occidente, mentre per Husserl la filosofia equivale alla ragione, che in fin dei conti genera la democrazia. Le correnti nazionalistiche, infatti, tradiscono questo modo di pensare".



Non a caso Heidegger aderì al nazismo.

"Questa è stata una vergogna e una rovina per la filosofia. Un vero tradimento: uno dei più influenti filosofi del Novecento ha tradito l'essenza di libertà e umanità che la filosofia incarna. Husserl sosteneva che i filosofi sono i funzionari dell'umanità. Una visione democratico-illuministica intollerabile per Heidegger".



Ma Heidegger fu davvero nazista? Nella famosa intervista concessa alloSpiegel, "Ormai solo un Dio ci può salvare", prende le distanze dal nazismo.

"Era un seguace del nazismo della prim'ora, un simpatizzante delle camicie brune. Da figlio di contadini, scorse nel nazismo delle origini una rivolta popolare che tornava alle forze della natura contro quelle che considerava le due degenerazioni della democrazia occidentale, cioè l'illuminismo e il marxismo. Ma quando ci fu "la notte dei lunghi coltelli" capì la pericolosità dell'hitlerismo.



Resosi conto delle sue implicazioni, lo rinnegò e fu perseguitato per questo. L'anima nera di Heidegger fu la consorte Elfride, antiebraica e iscritta fin da giovane nei movimenti nazisti. E tanto per inseguire ancora il tema del tradimento, con una digressione in ambito privato, c'è da dire che Heidegger tradì molto sua moglie. Al di là della sua maschera di severa rispettabilità, il grande filosofo non solo visse una tormentata storia d'amore con la più illustre tra le sue allieve, Hanna Arendt, ma ebbe numerose relazioni clandestine".



La nozione di tradimento è frequentata dalla filosofia?

"Lo è nella forma nobilitata e un po' idealistica del motto Amicus Plato sed magis amica Veritas. Ovvero: inevitabile che il buon discepolo tradisca. Sono amico di Platone, ma la verità è più amica. Il discepolo fedele è un ripetitore, ma ogni cosa ripetuta muore. L'eccesso di fedeltà produce un'imbalsamazione delle idee".





domenica 2 settembre 2012

I Ponti di Madison County. Credo invece che siamo entrambi dentro un altro essere che abbiamo creato, e che si chiama ‘noi’. No, neppure: non siamo realmente dentro questo essere, lo siamo…

Facevo dei pensieri su di Lui che non riuscivo a controllare e Lui li seguiva tutti. Qualunque cosa provassi, qualunque cosa volessi, Lui mi seguiva, e in quel momento tutte le cose che avevo saputo di me stessa fino ad allora, sparirono! Mi comportavo come un’altra donna, eppure non ero mai stata così me stessa prima di allora.
I ponti di Madison County 


E tutte le considerazioni filosofiche non bastano a impedirmi di desiderarti, ogni giorno, ogni momento, con la testa piena dello spietato gemito del tempo, del tempo che non potrò mai vivere con te.
dal film I ponti di Madison County 


“Non voglio avere bisogno di te"
“Perché?“
“Perché non posso averti!”
 I ponti di Madison County


Io non posso fingere che questo mi basti perché così dev'essere. 
E non posso fingere di non provare quello che provo, perché domani sarà finita.
dal film “I ponti di Madison County"


Mi rendevo conto che l'amore non obbedisce alle nostre aspettative: è mistero puro e semplice.
Robert James Waller, I ponti di Madison County



...in quattro giorni mi regalò una vita intera, un universo, ricompose i frammenti del mio essere in un tutto. Non ho mai smesso di pensare a lui, anche se non lo ricordavo consciamente, lo sentivo vicino a me, c'era sempre 
Francesca Johnson (Meryl Streep), I ponti di Madison County



Non sono sicuro di averti dentro di me, né di essere dentro di te, e neppure di possederti replicò lui. E in ogni caso, non è al possesso che aspiro. Credo invece che siamo entrambi dentro un altro essere che abbiamo creato, e che si chiama 'noi'. No, neppure: non siamo realmente dentro questo essere, lo siamo…
Robert Kincaid (Clint Eastwood), I ponti di Madison County



Tu pensi che quanto è successo a noi succeda a tutti? Parlo di quello che proviamo l'uno per l'altra. Non siamo... non siamo più due persone separate. C'è gente che cerca una cosa simile per tutta la vita e non la trova, altri non sanno nemmeno che esiste...
Robert Kincaid (Clint Eastwood), I ponti di Madison County


Lei non può capire... Una donna quando si sposa ed ha dei figli ferma la sua vita per dedicarsi completamente alla famiglia, poi i figli crescono se ne vanno e tu ti trovi sola a cercare di ricominciare la tua vita ma non ne sei più capace, è passato troppo tempo!
Francesca Johnson (Meryl Streep), I ponti di Madison County


Noi siamo le nostre scelte.
Francesca Johnson (Meryl Streep), I ponti di Madison County


Voglio mantenerlo per sempre. Voglio amarti come ti amo ora per il resto della mia vita. Non capisci...lo perderemo se ce ne andiamo. Non posso far scomparire un'intera vita per iniziarne un'altra di nuova. Tutto quello che posso fare è cercare di mantenerle entrambe. Aiutami. Aiutami a non smettere di amarti.
Francesca Johnson (Meryl Streep), I ponti di Madison County



Francesca: Ah, ha saputo tutta la storia...
Robert: Già, il cassiere del supermercato è stato molto loquace!
Francesca: Sì, quello è il gazzettino ufficiale della contea!
Robert: Adesso so di più sull'affare Delerine che sul mio matrimonio! Se per lei è un problema venire stasera non deve sentirsi obbligata a farlo. Non sono bravo a capire le reazioni della gente io... Ecco, non vorrei metterla in una situazione compromettente.
Francesca: Sì, sì capisco, è molto gentile a preoccuparsi. Robert, io voglio venire. Ci vediamo al ponte come avevamo stabilito. E non si faccia scrupoli, io non ne ho.
Robert: Se vuoi che mi fermi, dimmelo ora.
Francesca: Nessuno te lo sta chiedendo.
Robert: Non voglio aver bisogno di te.
Francesca: Perché?
Robert: Perché non posso averti.
 I ponti di Madison County




Credo invece che siamo entrambi dentro un altro essere che abbiamo creato, e che si chiama ‘noiNo, neppure: non siamo realmente dentro questo essere, lo siamo…

I Ponti di Madison County




Una coppia non è un uomo più una donna: è una terza persona che formano insieme. 
Francoise Giroud

L'amore sano è quello che abbraccia una donna sola e intera, compreso il suo carattere e la sua intelligenza.
Italo Svevo




per completare la frase: L'amore sano è quello che abbraccia un uomo solo e intero, compreso il suo carattere e la sua intelligenza. Ecco ora è Yin e yang




Nel rapporto di coppia ciascuno dei due deve rimanere fermamente se stesso [...] Due rimangono due e creano insieme un loro UNO... [...] L'amore dei due contribuisce a formare una terza persona ideale, composta dalla parte migliore di ciascuno dei due partner. Quando invece uno dei due "annulla" l'altro, l'amore cessa di esistere
Cit. Agostino Degas 



Vanja Pegoiani ‎...e questo ci voleva....[I Ponti di Madison County]  il film + romantico e struggente che abbia mai visto....tipo love story...

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