Visualizzazione post con etichetta La Repubblica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta La Repubblica. Mostra tutti i post

lunedì 3 settembre 2012

James Hillman. Fuochi blu. La scritta "Cucina casalinga" potrà forse servire ad attirare clienti in trattoria, ma per molti il desco familiare é stato il luogo del trauma. Studi condotti su famiglie con problemi individuano nel pasto comune il più importante punto di concentrazione delle tensioni familiari. E' a tavola che tendono a scoppiare le liti su questioni di danaro, di politica o di morale.

"Invece la mia visione del mondo si fonda sull' "attaccamento": viviamo in una "Gemeinschaft", non siamo monadi. Coloro che scelgono l'altra via, la via del distacco, che se ne vadano sul Monte Athos o in Tibet, dove non c'é bisogno di essere coinvolti nelle miserie della vita quotidiana. L'attaccamento al mondo, la continuità con il mondo sono invece molto importanti e, secondo me, le discipline spirituali sono parte del dissesto del mondo. Lo abbandonano al suo inquinamento, ai suoi veleni, alla sua corruzione e se ne stanno al sicuro nelle loro posizioni, protette dalla loro filosofia difensiva."
James Hillman, Fuochi blu


James Hillman si mette a conversare con i mitografi della Grecia arcaica, con il presocratico Eraclito, con il magus rinascimentale Marsilio Ficino, con i filosofi moderni Karl Jasper e A. N. Withehead e, incessantemente, con Freud e Jung e, in questa comunità di sapienti scomparsi, scopre una continua e vitale re-visione della psicologia. Per questa ragione gli psicologi lo trovano più difficile che non i letterati, gli artisti o chi si occupa di teatro, cinema e danza; costoro possiedono l'orecchio metaforico e la sensibilità per la forma necessari ad intenderlo.
Thomas Moore in "Fuochi blu"


"Come mai stiamo diventando una nazione di analfabeti? Diamo la colpa alla televisione e al computer, ma essi non sono cause, bensì effetti di una condizione preesistente che li ha sollecitati. Televisione e computer sono arrivati per colmare un vuoto. Il leggere non dipende soltanto dal saper disporre in ordine le parole o le lettere all'interno delle parole. Il leggere dipende dalla capacità della psiche di entrare nell'immaginario".
James Hillman, Fuochi blu

Da un punto di vista archetipico ciò che conta non é tanto il fatto di sentirsi colpevoli, quanto, piuttosto, "verso chi" ci sentiamo colpevoli: a quale persona della psiche appartiene la mia afflizione, entro quale mito si colloca, e rivela forse un obbligo? Quali figure, e in quali complessi, avanzano in quel momento le loro rivendicazioni?
James Hillman, Fuochi blu


Si é anche al servizio di un'altra, invisibile, famiglia una sorta di forza archetipica. Col passare del tempo cresce dentro la nostra psiche il senso del suo potere, come se avvertissimo muoversi nella nostra carne la sua struttura ossificata, un potere che ci mantiene asserviti a schemi rinchiusi nei nostri atteggiamenti e abitudini più intimi. Da questa famiglia interiore non siamo mai liberi.
James Hillman, Fuochi blu


L'orizzonte della psiche, oggigiorno, si é contratto, si é ridotto al personale e la nuova psicologia dell'umanesimo incoraggia l'omuncolo presuntuoso in riva al grande oceano, che si rivolge a se stesso per domandarsi come si sente oggi e riempie il suo questionario, calcola il suo test della personalità. Egli ha abbandonato l'intelletto e ha interpretato l'immaginazione per potersi identificare tutto con le sue "esperienze viscerali" e i suoi "problemi emotivi"; la sua anima ha finito per assimilarsi ad essi.
James Hillman, Fuochi blu

Mentre ammettiamo che l'illuminazione, la segnaletica e la manutenzione stradali possano riguardare la vita della collettività e vadano finanziati con le tasse, opponiamo resistenza all'idea di pagare per essere trasportati lungo quelle medesime strade pubbliche. Il trasporto pubblico sembra violare la nostra identità di individui semoventi, al punto che, mentre per la "fantasia automobilistica", paghiamo senza protestare ogni sorta di imposta, siamo riluttanti a promuovere e spendere per il trasporto pubblico perché questo ci toglierebbe di mano il volante, la ruota del destino.
James Hillman, Fuochi blu


Gli psicopatici sono bravissimi nel valutare le situazioni e nell'accattivarsi il prossimo. Percepiscono, valutano, connettono, sfruttando tutte le occasioni.
Di qui il loro successo nel manipolare gli altri.
Dove lo psicopatico é molto meno versato é nell'immaginare l'altro al di fuori di una fantasia di utilità: nell'immaginare l'altro come autentica interiorità, con bisogni, intenzioni e sentimenti propri.
Una educazione che, in qualunque modo, trascuri l'immaginazione é una educazione alla psicopatia.
E' una educazione che dà come risultato una società sociopatica di sfruttamento dell'altro.
Impariamo come gestire gli altri e diventiamo una società di manipolatori.
James Hillman, Fuochi blu


La scritta "Cucina casalinga" potrà forse servire ad attirare clienti in trattoria, ma per molti il desco familiare é stato il luogo del trauma. Studi condotti su famiglie con problemi individuano nel pasto comune il più importante punto di concentrazione delle tensioni familiari. E' a tavola che tendono a scoppiare le liti su questioni di danaro, di politica o di morale.
James Hillman, Fuochi blu

Le grandi riunioni di famiglia, più che assomigliare a un raduno, sono in realtà uno spettacolo di una comicità irresistibile, che servono anche a far uscire allo scoperto le nostre personali bizzarrie. Anche noi, dopotutto, sembriamo, e siamo, piuttosto strani agli occhi dei parenti.
James Hillman, Fuochi blu


Ermes-Mercurio oggi è dovunque. Vola per l'etere, viaggia, telefona, è nei mercati, e gioca in borsa, va in banca, commercia, vende, acquista, e naviga in Rete. Seduto davanti al computer, te ne puoi stare nudo, mangiare pizza tutto il giorno, non lavarti mai, non spazzare per terra, non incontrare mai nessuno, e tutto questo continuando a essere connesso via Internet. Questa è Intossicazione Ermetica.
James Hillman



"Se il problema contiene un terzo elemento misterioso, irresistibile, affascinante, questo non può che essere un oggetto d'amore o un punto dove si nasconde l'amore stesso: proprio lì in quel problema. Ciò significa che i problemi sono, contro ogni apparenza, una cosa buona, o, si potrebbe dire, più che problemi sono emblemi, come gli emblemata rinascimentali...I problemi ci tengono in vita, forse per questo non se ne vanno mai. Che cosa sarebbe la vita senza di essi? Totalmente sedata e senza amore. Dentro ciascun problema è nascosto un amore segreto".
James Hillman


"Esse est percipi"
Noi siamo fenomeni offerti alla vista. Essere è in primo luogo essere visibili. Il lasciarsi passivamente vedere apre una possibilità di benedizione. Perciò noi cerchiamo amanti e mentori e amici, affinchè possiamo essere visti, ed essere benedetti.
James Hillman


«La parola “idea” trae, probabilmente, origine dalla parola greca eidos, che significa qualcosa visto come una forma, ma anche un modo di vedere, come un punto di vista, una prospettiva. Dunque le idee non sono soltanto delle cose che puoi prendere e ponderare; ti danno anche dei punti di vista, dei nuovi modi di vedere le cose. Le idee sono già operanti nelle nostre prospettive, nel modo in cui guardiamo le cose. Noi diamo per scontate le nostre idee consuete, e quindi non siamo noi ad avere le idee ma le idee hanno noi»
James Hillman, 1992/1998


"La moderna visione del mondo limita l’idea della soggettività alle persone umane. Essa poggia sull’idea cristiana della persona umana come vero centro focale del divino e sola portatrice d’anima. Un altro fondamento dell’idea moderna di persona è la psicologia di Descartes che immagina un universo suddiviso in soggetti viventi e oggetti morti, senza uno spazio per alcunché di intermedio, di ambiguo e di metaforico. L’uomo è in primo luogo un artefice di immagini e la nostra sostanza psichica è formata di (da) immagini; il nostro essere è un essere immaginale, un’esistenza nell’immaginazione. Siamo davvero fatti della sostanza di cui son fatti i sogni". 
James Hillman


".... considerare l’anima come un’intelligenza attiva, che conforma il destino di ciascuna persona e ne traccia la trama, è un’idea utile. I traduttori del greco antico rendono a volte con “trama” la parola mythos.
Le trame che ingarbugliano la nostra anima e fanno uscire allo scoperto il nostro carattere sono i grandi miti."
James Hillman, La forza del carattere


"La più gran conquista in assoluto è la padronanza della metafora. Si tratta di qualcosa che non può essere appresa dagli altri ed è anche un segno di genialità, giacché una buona metafora implica la percezione intuitiva delle somiglianze tra oggetti dissimili."
Aristotele
(citato in "Il cervello quantico" di Jeffrey Satinover)


In quel giardino io ero nella Psiche, mi accorgevo che tutto era psicologia intorno a me, tutto parlava psicologicamente. Il mondo è come un giardino in quanto si manifesta; è un mondo di cose come alberi, sentieri, ponti; è anche un mondo di intuizioni, di metafore, di insegnamenti - a disposizione di ogni anima che passa - dati con la facilità dei riflessi sul lago: il giardino rende più intellegibile e più bella l'interiorità dell'anima."
James Hillman


“Chi ho avuto come insegnante? Parigi o Dublino! Sono convinto, veramente, assolutamente, che ciascuno di noi sia plasmato dai luoghi, dalla cultura, dalle atmosfere, dall’Anima del Mondo in cui mangia e dorme, dalle conversazioni, dagli amori: tutti sono collocati, appartengono a un luogo. Parigi nel 1947-48, Dublino nel 1949-50. Grandi insegnanti. Quando ripenso a quel periodo dopo la guerra e a quelle città e a quelle persone sono portato a credere che sia stato allora che per la prima volta ho sentito i piaceri del pensiero. Nelle scuole e nelle università in cui ero stato prima, c’era apprendimento, ma non c’era molto piacere e non c’era neppure pensiero”.
James Hillman


“[…] quando tutte le anime si erano scelte la vita, secondo che era loro toccato,si presentavano a Lachesi. A ciascuno ella dava come compagno il genio (daimon) che quella si era assunto, perché le facesse da guardiano durante la vita e adempisse il destino da lei scelto. E il daimon guidava l'anima anzitutto da Cloto: sotto la sua mano e il volgere del suo fuso, il destino prescelto è ratificato. Dopo il contatto con Cloto, il daimon conduceva l'anima alla filatura di Atropo per rendere irreversibile la trama del suo destino. Di li', senza voltarsi, l'anima passava ai piedi del trono di Necessità”.
James Hillman



James Hillman, Il gioco della guerra
“ Forse il problema non è tanto il realismo pervasivo dei videogiochi o delle playstations; più importante è l’apprendimento di abilità che essi favoriscono. Quei giochi sono dei maestri migliorano la capacità di controllare più punti contemporaneamente, affinano la coordinazione dito-occhio, ampliano la coscienza periferica e altri aspetti dell’acuità visiva. E la prontezza di riflessi è una qualità indispensabile in combattimento, tanto più quando la guerra vera, sulle corazzate, sui bombardieri, con i lanciamissili o alla guida di carri armati, è condotta con strumenti analoghi. Mettere al bando le armi giocattolo, proibire i programmi violenti non renderà i ragazzi meno preparati per fare la guerra, fintanto che essi avranno accesso alla loro attrezzatura digitale. Lo smanettone fanatico, che passa tutto il tempo libero nella sua cameretta davanti al computer, la punta delle dita guizzante come la lingua di un serpente, si trova al centro addestramento reclute e, benché non scenda mai «in strada» o non abbia mai visto una ferita sanguinante, ha un enorme vantaggio sui ragazzini dei paesi disperati che si addestrano nella loro particolare marca di terrorismo tirando pietre o appostandosi dietro i muri con un bazooka sulle gracili spalle. La guerra vera è condotta virtualmente e la Pax americana sarà garantita da smanettoni diventati adulti.
Le menti portate alla censura non prestano attenzione alla strumentalizzazione; vedono solamente il «che cosa» e non il «come». Per esempio, la tesi di coloro che si schierano contro la violenza nei videogiochi e alla televisione dice che, presentando alle anime impressionabili dei bambini gli orrori della guerra come se fossero un gioco, uno spettacolo, li prepariamo alla guerra. La guerra viene in tal modo resa familiare, eccitante, interattiva e innocua. Perfino se il programma è proposto con l’intento esplicito di scoraggiare la violenza, ciò che vedi è la violenza ed è questa che passa, e che agirai. La violenza, dicono, genera violenza.
Forse è vero che la violenza genera violenza; quello che è certo è che la violenza innocua, in cui nessuno si fa del male, genera innocenza, che letteralmente significa «inoffensività».
Il maggior danno procurato dalle immagini televisive violente consiste nel fatto che esse contribuiscono alla violenza americana ‹indirettamente›, vale a dire mantenendo intatta la nostra endemica malattia nazionale: l’ignoranza del lato d’ombra della vita, anzi il rifiuto ossessivo di conoscerlo, l’innocenza come droga. (Ben diverso è il modo in cui prendono coscienza della violenza i bambini della Palestina, della Cambogia, della Bosnia, dell’Africa o anche del South Central a Los Angeles!). È perché incoraggia l’innocenza che la violenza televisiva contribuisce alla violenza americana. L’americano innocente è l’americano violento (il che è come ci percepiscono di solito le altre nazioni).”
JAMES HILLMAN (1926 – 2011), “Un terribile amore per la guerra”, trad. di Adriana Bottini, Adelphi, Milano 2005 (I ed.), 3. ‘La guerra è sublime’, pp. 162 – 164.


Opera: "Dio Architetto dell'Universo". 
Illustrazione tratta da una Bibbia Francese del XIII secolo
 raffigurante il creatore del mondo come un Architetto 
che con il compasso definisce il cerchio della terra.






http://vimeo.com/58783215

Errata Corrige : Non è chiaramente il neuroscienziato 
Gerard Edelman che parla bensì James Hillman:









sabato 3 marzo 2012

Platone. Il Mito di Er.

Dio secondo i filosofi.
Secondo molti filosofi, (tra cui Platone, Aristotele e Cartesio), l’universo è il prodotto di un disegno consapevole da parte di un esse re di intelligenza superiore: Dio. Vi sono però filosofi, tra cui Hume, contrari a questa tesi. Molti hanno pensato che l’argomento del disegno rappresentasse una vera e propria dimostrazione dell’esistenza di Dio: guardando tutto ciò che ci circonda non possiamo che constatare come tutte le parti che compongono l’universo cooperino armonicamente. Questo ordine si può spiegare solo considerandolo come il prodotto del volere di un essere supremo. Dio, quindi, deve necessariamente esistere in quanto creatore dell’universo. Questa, che ha le sembianze di una dimostrazione matematica, sarà oggetto di critiche e attacchi: come si può conciliare l’esistenza del male con l’esistenza di Dio? Se esiste un dio onnipotente, supremo e infinitamente buono perché permette l’esistenza del male sulla terra? Dio assume delle caratteristiche differenti a seconda dei filosofi presi in considerazione.


L'immortalità. L'INDIVIDUO, DUNQUE, È MORTALE O IMMORTALE? L'INDIVIDUO ARISTOTELICO, CHE È PUR QUELLO DEL PENSARE COMUNE, È MORTALE; e cioè la sua immortalità è la sua mortalità, perché LA SUA REALTÀ È NELLO SPIRITO IMMORTALE. Ma IMMORTALE È L'INDIVIDUO COME ATTO SPIRITUALE, che è l'individuo individuandosi. NELL'ATTO, COME PURO ATTO, DELLO SPIRITO, FUORI DEL QUALE NULLA C'È CHE NON SIA ASTRAZIONE, è dunque il regno dell'immortalità.
Giovanni Gentile



Aristotele, con Platone stabiliscono che l'essere (che è l'ente), cioè " il ciò che è", per permettere il divenire (verità, per loro, incontrovertibile), deve inevitabilmente passare da due nulla assoluti: 
prima che l'essente sia e e dopo che l'essente è stato.Oggi noi ragioniamo ancora così.




Tutto un "PARAUSTIELLO" infarcito di VUOTA DIALETTICA HEGELIANA per dire che L'INDIVIDUO, NELLA SUA PARTICOLARITÀ, NON È IMMORTALE MA LO È IL MONDO NELLA SUA TOTALITÀ CHE, ATTRAVERSO LA COSCIENZA DELL'UOMO, LO ESPRIME CON CONSAPEVOLEZZA. Hegel è il più grottesco esempio di come si possa costruire un intero sistema filosofico partendo da una ovvietà che, peraltro, essendo tale, non può essere foriera di sviluppi gnoseologici, portando in grembo, a priori, L'UNIVERSALITÀ DEL MONDO, quindi, il risultato finale!....E le tappe di questo percorso conoscitivo?!..... ....Ovvio!......l'esplicazione, in astratto, di queste tappe stesse, andando a ritroso su quel pensiero stesso!


Una critica interessante, Giuseppe. E si può essere d’accordo su un certo "APRIORISMO" DELL'IDEALISMO, come anche su un suo certo formalismo. Tuttavia, converrai con me che non è tanto un'ovvietà, dal momento che L'IMMORTALITÀ È STATA PER SECOLI CONCEPITA (e, in certi frangenti, lo è ancora) COME IL RIMANERE INTATTO DELL'INDIVIDUO EMPIRICO E DELLE SUE RELAZIONI PARTICOLARI AL DI LÀ DEL DIVENIRE. Tuttavia, questa è la posizione di Gentile: all'interno dell'idealismo italiano c'è anche chi la pensava in maniera opposta.
La dimostrazione su www.storiadellafilosofia.net/moderna/giovanni-gentile/l-immortalità


Il fuso ruotava sulle ginocchia di Ananké... Altre tre donne sedevano in cerchio a uguale distanza, ciascuna sul proprio trono: erano le Moire figlie di Ananké, Lachesi, Cloto e Atropo, vestite di bianco e col capo cinto di bende; sull'armonia delle Sirene Lachesi cantava il passato, Cloto il presente, Atropo il futuro. Cloto con la mano destra toccava a intervalli il cerchio esterno del fuso e lo aiutava a girare, e lo stesso faceva Atropo toccando con la sinistra i cerchi interni; Lachesi accompagnava entrambi i movimenti ora con l'una ora con l'altra mano. Appena giunte, le anime dovettero subito presentarsi a Lachesi. Per prima cosa un araldo le mise in fila, poi prese dalle ginocchia di Lachesi le sorti e i modelli di vita, salì su un'alta tribuna e disse: "Proclama della vergine Lachesi, figlia di Ananke! Anime effimere, ecco l'inizio di un altro ciclo di vita mortale, preludio di nuova morte. Non sarà un demone a scegliere voi, ma sarete voi a scegliere il vostro demone. Chi è stato sorteggiato per primo, per primo scelga la vita alla quale sarà necessariamente congiunto. La virtù non ha padrone, e ognuno ne avrà in misura maggiore o minore a seconda che la onori o la disprezzi. La responsabilità è di chi ha fatto la scelta; la divinità è incolpevole"
Platone, La Repubblica, libro X, il mito di Er



Er figlio di Armenio, di origine panfilica. Costui era morto in guerra e quando, al decimo giorno, si portarono via dal campo i cadaveri già decomposti, fu raccolto intatto e ricondotto a casa per essere sepolto; al dodicesimo giorno, quando si trovava già disteso sulla pira, ritornò in vita e raccontò quello che aveva visto laggiù. Disse che la sua anima, dopo essere uscita dal corpo, si mise in viaggio assieme a molte altre, finché giunsero a un luogo meraviglioso nel quale si aprivano due voragini contigue nel terreno e altre due, corrispondenti alle prime, in alto nel cielo. In mezzo ad esse stavano seduti dei giudici, i quali, dopo aver pronunciato la loro sentenza, ordinavano ai giusti di prendere la strada a destra che saliva verso il cielo, con un contrassegno della sentenza attaccato sul petto, agli ingiusti di prendere la strada a sinistra che scendeva verso il basso, anch’essi con un contrassegno sulla schiena dove erano indicate tutte le colpe che avevano commesso. Giunto il suo turno, i giudici dissero a Er che avrebbe dovuto riferire agli uomini ciò che accadeva laggiù e gli ordinarono di ascoltare e osservare ogni cosa di quel luogo. Così vide le anime che, dopo essere state giudicate, partivano verso una delle due voragini del cielo o della terra; dall’altra voragine della terra risalivano anime piene di lordura e di polvere, dall’altra posta nel cielo scendevano anime pure. Quelle che via via arrivavano sembravano reduci come da un lungo viaggio; liete di essere giunte a quel prato, vi si accampavano come in un’adunanza festiva. Le anime che si conoscevano si abbracciavano e quelle provenienti dalla terra chiedevano alle altre notizie del mondo celeste, e viceversa. Nello scambiarsi i racconti delle proprie vicende le une gemevano e piangevano, al ricordo di quante e quali sofferenze avevano patito e veduto durante il viaggio sottoterra (un viaggio di mille anni), mentre quelle provenienti dal cielo riferivano le visioni di beatitudine e di straordinaria bellezza che avevano contemplato. Ma per farne un resoconto minuzioso, Glaucone, ci vorrebbe troppo tempo; in ogni caso la sostanza, stando al racconto di Er, è la seguente: per ogni ingiustizia commessa e ogni persona offesa le anime avevano scontato una pena decupla; ciascuna pena era calcolata in cento anni, perché tale è la durata della vita umana, in modo che pagassero un fio dieci volte superiore alla colpa.

La Repubblica di Platone

Lo straordinario racconto di Er

[...] Platone: "Non sarà il dèmone a scegliere voi, ma voi il dèmone [...]. La virtù non ha padroni; quanto più ciascuno di voi la onora, tanto più ne avrà; quanto meno la onora, tanto meno ne avrà. La responsabilità, pertanto, è di chi sceglie. Il Dio non ne ha colpa". [...]
Socrate parla molto brevemente anche delle ricompense che il giusto ottiene in vita, ma spiega che solo dopo la morte si ottiene ciò che è più importante con un grande mito conclusivo: il racconto di Er.
Il mito di Er, come il racconto sul giudizio dei morti nel Gorgia, è posto al termine della Repubblica. Questa collocazione gli garantisce, di per sé, un grande risalto: un congedo mitico riesce efficacemente ad accompagnare il lettore fuori dal testo, nel mondo della prassi e della comunicazione orale, con qualcosa che può facilmente ricordare. Nello stesso tempo, questo racconto memorabile è anche un punto di partenza per una riflessione personale: è la conclusione, aperta, di un dialogo filosofico, che serve a ripensare criticamente, all’indietro, i temi già trattati. Il ripensamento richiede un coinvolgimento personale consapevole: un mito inserito in una struttura di ragionamenti è qualcosa di enigmatico, di inconcludente e di indecidibile, che chiama il lettore a far lavorare creativamente il proprio logos.
Socrate sottolinea il carattere quasi filosofico – e non poetico – del mito, quando, presentandolo, precisa che non si tratta di un apologo di Alcinoo (614b), cioè di una storia come quelle narrate da Odisseo, creazione omerica notoriamente mentitrice, al re dei Feaci. Qualcosa di simile Socrate aveva fatto anche a proposito del giudizio dei morti (Gorgia, 523a ss.), quando l’aveva introdotto come un logos con l’apparenza di un mythos.
Tuttavia, fra il racconto di Er e la narrazione del giudizio dei morti esiste una importante differenza, per quanto entrambi siano storie sui morti narrate da un morto: Er è uno che ritorna dall’oltretomba, in modo tale che la sua morte non è una semplice contrapposizione alla vita, ma la possibilità di una nuova vita, diversa e migliore. Socrate è morto, ma il suo pensiero non rivive in un’anti-città, come nel Gorgia, bensì qui e ora, se è possibile continuare a discutere e costruirci vite diverse e forse migliori.

Il percorso dell'oltretomba

Er è un soldato valoroso, proveniente dalla Panfilia (una regione mediterranea dell’Asia Minore), che, caduto in battaglia, dopo dieci giorni viene ritrovato intatto fra i cadaveri putrefatti. Dopo altri due giorni, messo sul rogo per essere cremato, ritorna in vita, con la memoria del mondo dell’aldilà, e narra qualcosa di simile ad una esperienza di pre-morte, mediata nelle forme della cultura greca.
Una volta uscita dal suo corpo – racconta Er – la sua anima si era messa in cammino con molte altre, finché non era giunta in un luogo divino. Qui c’erano due coppie di voragini contigue, una in cielo e l’altra in terra, e in mezzo sedevano i giudici delle anime. Questi, pronunciato il giudizio, ponevano al collo dei giusti e alle spalle degli ingiusti i segni della sentenza, e ordinavano ai primi di salire a destra e in alto e ai secondi di scendere a sinistra in basso. Quando Er si era presentato, i giudici gli avevano ingiunto di ascoltare e guardare tutto quello che succedeva, per poterlo raccontare (614b-c).
Dalla voragine celeste a sinistra e dalla voragine terrestre a destra uscivano altre anime, le une pure e le altre sporche e impolverate, reduci da un viaggio di mille anni in cielo o sottoterra. Il viaggio sotterraneo era un viaggio di espiazione, nel quale ogni ingiustizia commessa in vita veniva pagata con dolori dieci volte tanti quanti quelli provocati. Con una misura analoga le azioni giuste venivano compensate (614d-615c).
Tutti i castighi sono temporanei, tranne quelli riservati ai tiranni. Er racconta di aver udito un’anima chiedere a un’altra dove fosse il grande Ardieo, che mille anni fa era stato tiranno di una città della Pamfilia. Ardieo – le viene risposto – non è venuto e non tornerà mai più. Quando i tiranni, o qualche privato che si è macchiato di un delitto gravissimo, tentano di uscire dalla bocca della voragine, essa emette un muggito. A questo segnale, i tiranni vengono presi, scorticati e trascinati al Tartaro (615c-616b).

La scelta

Dopo sette giorni di permanenza in quel luogo, le anime furono fatte camminare per quattro giorni, finché non giunsero in vista di una luce simile all’arcobaleno, che teneva insieme tutta la circonferenza del cielo. Alle estremità è sospeso il fuso di Ananke, la divinità che rappresenta la necessità o il destino ineluttabile, per il quale girano tutte le sfere. Il fusaiolo, che è il contrappeso che mantiene a piombo il fuso, è formato da otto vasi concentrici, messi uno dentro l’altro, e ruotanti in direzioni opposte sull’asse del fuso. Su ogni cerchio sta una Sirena, che emette un’unica nota, e le diverse Sirene tutte insieme producono, ruotando, un’armonia. Gli otto fusaioli rappresentano gli otto cieli concentrici della cosmologia antica, nell’ordine pitagorico: stelle fisse, Saturno, Giove, Marte, Venere, Mercurio, Sole e Luna.
Il fuso gira sulle ginocchia di Ananke. Le tre Moirai, o, latinamente, Parche, siedono in cerchio su tre troni a uguale distanza. Le Moirai – le divinità della moira o destino – sono figlie di Ananke: Cloto, la filatrice, canta il presente, Lachesi, la distributrice, il passato, e Atropo, colei che non può essere dissuasa, l’avvenire (616b ss.)
Appena le anime giunsero in questo luogo, un araldo le mise in fila per presentarle a Lachesi. Quindi, prese dalle ginocchia della Moira delle sorti e dei modelli di vite (bion paradéigmata), annunciò:
Parole della vergine Lachesi, figlia di Ananke: anime, che vivete solo un giorno (ephémeroi) comincia per voi un altro periodo di generazione mortale, portatrice di morte (thanotephòron). Non vi otterrà in sorte un dàimon, ma sarete voi a scegliere il dàimon. E chi viene sorteggiato per primo scelga per primo una vita, cui sarà necessariamente congiunto. La virtù (areté) è senza padrone (adéspoton) e ciascuno ne avrà di più o di meno a seconda che la onori o la spregi. La responsabilità è di chi sceglie; il dio (theos) non è responsabile (617d).
Nella mitologia greca, il dàimon è la creatura divina che presiede alla sorte di ciascuno. Ma in questo racconto, quello che siamo – dichiara l’araldo – dipende essenzialmente dalle scelte che facciamo.
Viene sorteggiato l’ordine della scelta delle anime, e viene loro proposta una grandissima quantità di paradigmi di vita: vite di animali, di uomini, di donne, di tiranni, di successo o fallimentari, di persone oscure o insigni. Ma non c’è una taxis (disposizione, ordine) dell’anima, perché ognuna diventa necessariamente diversa a seconda che scelga l’una o l’altra vita. Saper scegliere una vita giusta e scartarne una ingiusta, commenta Socrate, è importante, per raggiungere la massima eudaimonìa (618e-619a). Anche per chi arriva per ultimo, essendo la rosa dei paradigmi di vita molto ampia, c’è la possibilità di condurre una vita non cattiva, se la scelta viene fatta con senno.
Er racconta anche alcune scelte fatte dalle anime: per esempio, la prima, che era venuta dal cielo, dopo aver praticato la virtù solo per abitudine e senza filosofia in una politeia ordinata, si precipita a scegliere la vita di un tiranno, per accorgersi subito dopo che contiene dolori e sciagure, e prendersela con la sorte. Le anime che venivano dalla terra, invece, facevano scelte più avvedute, perché avevano imparato dall’esperienza.
La selezione dei paradigmi di vita da parte delle anime è uno spettacolo insieme miserevole, ridicolo e meraviglioso. La maggioranza sceglie sulla base delle abitudini della vita precedente: Agamennone, per esempio, sceglie la vita di un’aquila, e Odisseo, stanco di avventure, la vita tranquilla di un privato (620a ss.).

Il congedo

Dopo la scelta, le anime si presentano a Lachesi, dalla quale ciascuna ottiene il dàimon che si è preso, perché gli sia custode e adempia quello che ha scelto. Questo guida l’anima da Cloto, a confermare sotto il giro del fuso il suo destino, e poi da Atropo a renderlo inalterabile, e quindi, dal trono di Ananke, verso la pianura del Lete, afosa e senza alberi. Alla fine della giornata le anime si accampano sulla riva del fiume Amelete (trascuratezza, incuria), la cui acqua non può essere contenuta da nessun vaso.
Tutti – tranne Er – vengono obbligati a bere quell’acqua, che fa dimenticare, e chi non è frenato dalla phrònesis ne beve di più. Poi le anime si addormentano e, a mezzanotte, con un terremoto, vengono lanciate nell’avventura del nascere. Er, che non ha bevuto l’acqua del Lete, si sveglia sulla pira funeraria, con la memoria del suo mito. Memoria che – conclude Socrate – anche noi potremo conservare, se attraverseremo bene il Lete e seguiremo la via ascendente della dikaiosyne (giustizia) e della phrònesis (discernimento), per trovarci bene in questo mondo e nell’altro millenario cammino (620d ss.).

Interpretazione del mito di Er

Contro l'"identità"

Il mito di Er, come il giudizio dei morti del Gorgia, narra innanzi tutto di un giudizio. Nel Gorgia, questo giudizio è dato una volta per tutte, sebbene soltanto i tiranni siano condannati a pene eterne. Qui, invece, la metempsicosi rende quasi tutte le sentenze temporanee: le anime, dopo mille anni di espiazione o di ricompensa nel mondo ultraterreno, ritornano a vivere e hanno la possibilità di saggiarsi indefinitamente. La posizione e il carattere del mito di Er ci permettono di rifarci ad esso per corroborare la tesi interpretativa secondo la quale, nella Repubblica, la physis di una creatura non è qualcosa di dato in anticipo e una volta per tutte, ma quel che si può osservare dopo averla messa alla prova. E il tempo della prova – racconta Er – dura indefinitamente. Platone, in altre parole, non crede che soggetti liberi possano essere legati ad una identità, cioè a un frammento di informazione che appartiene peculiarmente a un individuo o a un gruppo.
Come nel giudizio dei morti del Gorgia, solo ai tiranni e agli animi tirannici sono riservate punizioni definitive e irreversibili. Solo i tiranni, infatti, bloccano completamente la discussione e l’apprendimento con la loro violenza e la loro sete di potere. Essi, rifiutando di imparare e di confrontarsi con gli altri, sono gli unici che hanno una identità, cristallizzata in una pena eterna – una pena connessa alla monotonia della loro anima. Il principio supremo del reale è, per Platone, il bene come superiore potenzialità: il tiranno, con la sua rigidezza e la sua dipendenza dal potere in atto è il suo esatto opposto. La tirannide, per dirla alla maniera di Gentile, è atto puro, proprio perché esiste solo nella misura in cui il suo potere funziona e agisce. Per questo la punizione che si merita, in un mondo ove tutto il resto è potenziale e sempre in evoluzione, è definitiva. Chi non sa mettersi alla prova, è condannato alla ristrettezza e alla meschinità della propria identità. Il tiranno è un privatizzatore, che non sa nulla in comune con gli altri ed è dunque condannato a sapere soltanto di se stesso.
Le punizioni e le ricompense che vengono assegnate alle altre anime non sono definitive: questo testimonia il loro carattere educativo. La disposizione a imparare è ciò che distingue chi non è tiranno da chi lo è: questa disposizione è connessa ad una interpretazione dell’anima, il sensorio della conoscenza, come qualcosa di interpersonale, non legato a una identità storica individuale.

Er e Socrate

Un’altra differenza fra il racconto di Er e il giudizio dei morti del Gorgia è il fatto che, mentre il secondo viene narrato come un mito, che rielabora esplicitamente materiali omerici, il primo è riportato come il resoconto dell’esperienza di una singola persona, di quello che ha visto e ricorda. La storia della libertà non è una favola ripetuta dai poeti, ma la il resoconto di un protagonista che ha visto le vicende che narra.
Er, addirittura, è tornato dai morti per riferirci il suo racconto. Questo risveglio può essere interpretato in un più di un senso. Sul piano biografico, Platone, scrivendo i suoi dialoghi, fa letteralmente tornare Socrate dal regno dei morti, per farlo continuare a discutere con noi. Dal punto di vista letterario, un dialogo scritto, se riesce a stimolare il pensiero in prima persona del lettore, è metaforicamente un ritorno dal regno dei morti. Idee nate in un contesto temporalmente e spazialmente delimitato possono ritornare vive nel rapporto con chi legge, e addirittura dire qualcosa di nuovo e di creativo. In questo modo hanno, oltre alla prima, infinite vite successive. Socrate, per così dire, è vivo e parla con noi, o, meglio, leggendo i testi platonici, si fanno rivivere infiniti Socrati, in connessione con ciò che noi pensiamo per conto nostro. In questo modo, Socrate stesso, in quanto diventa uno stile di conoscenza diffuso e propagato al di là della sua individualità storica, diventa qualcosa di più di quello che è stato. La conoscenza non può che guadagnare dalla libertà e dalla diffusione al di là delle individualità e delle identità.

La memoria della libertà

La cosmologia del racconto di Er è arcaica, naturalistica e deterministica: il fuso della necessità è l’asse delle sfere celesti e fila, nello stesso tempo, i destini degli uomini. La necessità del cosmo e quella del mondo umano sembrano, arcaicamente, una sola. Ma Platone, anche qui, mette del vino nuovo in otri vecchi, nel senso che rielabora il materiale del mito per trasmettere, per il suo tramite, idee nuove ed inusitate.
Il dàimon è la creatura divina che presiede al destino di ciascuno. Nel racconto di Er, il dàimon non capita in sorte, ma è oggetto di una scelta 73 . La libertà di scelta rende la virtù “senza padrone, a differenza di quanto avveniva nella morale tradizionale, ove questa era appannaggio di una figura sociale ben determinata, l’àristos, o comunque di un gruppo estremamente ristretto.
La scelta, e dunque la libertà, è qualcosa di indipendente dalla nostra immagine corporea e sociale: sono offerti alla scelta paradigmi di vita di tutti i tipi, di uomini, donne e perfino animali. La metempsicosi, in Platone, è un elemento assieme liberatorio e responsabilizzante; il caso che determina l’ordine della scelta non è decisivo, perché i paradigmi di vita sono più numerosi delle anime.
Il fatto che questi paradigmi siano dei modelli offerti da Lachesi, la Moira che canta il passato, non incide sulla libertà di scelta. Scegliere, nella prospettiva platonica, significa prendere possesso criticamente del proprio passato per migliorare il presente.
La morte era tradizionalmente un compimento, che dava garanzia di fissità e definitività all’esistenza umana. Per questo si pensava che l’eudaimonìa fosse qualcosa di certo solo una volta terminata felicemente l’esistenza mortale. Nel racconto di Er, invece, la morte è un elemento di indeterminazione, che mette in dubbio la fissità delle immagini sociali del mondo dei vivi. Per la tradizione solo la morte poteva dirci chi era veramente padrone dell’eccellenza e aveva (avuto) un felice rapporto col mondo; 74 per Er, la morte ci dice che la virtù non ha padrone.
Le anime compiono scelte molto differenti fra loro: ciascuna si procaccia la felicità, nel senso moderno di soddisfazione personale, a modo proprio. Ma Socrate sottolinea che il problema capitale è la questione dello scegliere, piuttosto che quella dell’identità e del tipo di soddisfazioni a essa connesse.
La nostra eudaimonìa esiste non tanto perché un buon dàimon presieda al nostro destino, quanto perché noi stessi abbiamo scelto un buon dàimon. Elemento essenziale dell’eudaimonìa, dunque, non è più il dàimon, ma il carattere della nostra scelta. Non ci può essere eudaimonìa senza autonomia. Se lo scegliere è essenziale, la felicità non può essere ridotta a un modello, in base al quale coltivare le persone. Anche per questo, i paradigmi di vita offerti in opzione sono numerosi e differenti fra loro. La scelta fra le varie identità è trattata in modo scherzoso, a differenza dell’atto dello scegliere, che viene preso sul serio. Le teorie dell’identità, per le quali il senso della vita è essere donna, uomo, guerriero o animale, confondono la nobiltà della condizione – la libertà di scelta – con la meschinità del condizionato – il prendere partito per una categoria ed identificarsi con quella -.
Solo la trascuratezza ci fa dimenticare che noi, avendo scelto, siamo liberi, e che possiamo renderci migliori e diversi. La nostra libertà è “mitica”, nel senso che possiamo esserne consapevoli solo ricordando criticamente la nostra storia – come non possono fare i poeti, i quali sono condannati alla ripetizione e all’immersione acritica in un flusso non concettuale, incontenibile e indefinibile, proprio come l’acqua del fiume Amelete.
Se le nostre scelte sono importanti, e se sappiamo tenerlo a mente, ci risulterà chiaro che il mondo può essere migliore di quello che è. Siamo nel mondo di Ananke, ma cambiare è possibile, perché noi stessi possiamo trasformarci e migliorarci.
Il ritorno di Er dal regno dei morti è un’immagine forte dello spirito che ispira la metafisica di Platone: la realtà esiste solo nella misura in cui è viva e in tensione verso il meglio. Noi esistiamo in maniera piena solo se sappiamo fare le nostre scelte – se sappiamo, cioè, valorosamente morire e consapevolmente rinascere, senza dimenticare nulla, come nel racconto straordinario che mette fine alla Repubblica. La virtù, dipendendo da noi, non ha padrone: possiamo essere veramente virtuosi se riusciamo a trascendere la nostra identità, per ricordare le condizioni sovraindividuali della scelta – facendo parte di una comunità di conoscenza che supera il tempo e lo spazio. Se la virtù richiede la conoscenza, come memoria che supera l’individualità, 75 ne segue una conclusione che non può essere dimenticata: la conoscenza non ha né può avere padrone.

Bibliografia e URL rilevanti

Platone. La Repubblica 614b-621d.


[73] Nel 1917 Weber si richiama esplicitamente al racconto di Er, in un passo importante di Der Sinn der ‘Wertfreiheit’ der soziologischen und ökonomischen Wissenschaften (Gesammelte Aufsätze zur Wissenschaftlehre, Tübingen, Mohr, 1982, pp. 507-508; trad. it. di Pietro Rossi, in M. Weber, Il metodo delle scienze storico-sociali, Torino, Einaudi, 1981, pp. 332-33): la scienza empirica non può dare indicazioni immediate sui “valori”, perché valori e sfere di valore stanno fra loro in irrisolvibile antitesi. Per questo: «ogni importante azione singola, ed anzi la vita come un tutto – se essa non deve procedere da sé come un evento naturale, bensì essere condotta consapevolmente – rappresenta una concatenazione di ultime decisioni, mediante cui l’anima (come per Platone) sceglie il suo proprio destino – e cioè il senso del suo agire e del suo essere.» La scienza, afferma Weber nella conferenza del 1919 Wissenschaft als Beruf, insegna soltanto la chiarezza sul rapporto fra mezzi e fini. Non offre garanzie empiriche sui valori. Ma questa stessa chiarezza è detta essere una potenza etica. Una potenza che per lo scienziato di professione può essere scoperta e seguita come «il demone che tiene i fili della sua vita.» Chi sceglie un demone, secondo Weber e secondo Platone, fa una scelta libera, personale e determinante la sua esistenza futura. Ma per Weber questa scelta ha ad oggetto una «potenza etica»; per Platone, un semplice paradigma di vita personale. Per Weber, la chiarezza perseguita dalla scienza – e l’ethos della comunicazione scientifica ad essa connesso – è un demone la cui scelta non può avere una fondazione ultima; per Platone, la luce in fondo alla caverna, per quanto tocchi a noi voltarci e guardarla, deve brillare al di là delle nostre scelte, perché in generale sia possibile una scienza.
[75] Come nota T.A. Szlezàk, in un articolo nel quale dimostra che la prova dell’immortalità dell’anima del X libro della Repubblica concerne solo la parte razionale («Unsterblichkeit und Trichotomie der Seele im zehnten Buch der Politeia».Phronesis, XXI, 1976, pp. 31-58), le anime del racconto di Er sembrano quasi uomini, ma le loro scelte aneu philosophias - senza filosofia - sono sbagliate solo per difetto di conoscenza, se nelle esistenze precedenti non hanno fatto vita filosofica, e non per la presenza di interessi privatistici in ciò che è immortale e comune.

http://bfp.sp.unipi.it/dida/resp/ar01s50.html




Elenco blog personale