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lunedì 10 novembre 2014

Come è stato possibile Hitler? Abbiamo l’impressione di conoscere tutto di Hitler. Si conosce soprattutto la sua carriera dopo il suo arrivo al potere nel 1933. Ma tutto ciò che lo precede, e che è pertanto fondamentale se si vuol comprendere la complessità del personaggio e rispondere alla domanda: Come è stato possibile Hitler? Per Hitler niente era predestinato per diventare un giorno il Führer, il dittatore della Germania. È nelle trincee della guerra del 1914-1918 che l’artista mancato e solitario scopre la sua missione: salvare la Germania. Ma per la maggioranza dei tedeschi, Hitler non è che una persona istruita e irrilevante. La grande svolta, è la crisi economica del 1929. Per paura del caos, i tedeschi votano in massicciamente per lui. La dittatura nazista estende la sua ombra spietata sul paese. Hitler sostiene di volere la pace, ma prepara la guerra.


Come è stato possibile Hitler?


Abbiamo l’impressione di conoscere tutto di Hitler. Si conosce soprattutto la sua carriera dopo il suo arrivo al potere nel 1933. Ma tutto ciò che lo precede, e che è pertanto fondamentale se si vuol comprendere la complessità del personaggio e rispondere alla domanda: Come è stato possibile Hitler?
Per Hitler niente era predestinato per diventare un giorno il Führer, il dittatore della Germania. È nelle trincee della guerra del 1914-1918 che l’artista mancato e solitario scopre la sua missione: salvare la Germania. Ma per la maggioranza dei tedeschi, Hitler non è che una persona istruita e irrilevante.
La grande svolta, è la crisi economica del 1929. Per paura del caos, i tedeschi votano in massicciamente per lui. La dittatura nazista estende la sua ombra spietata sul paese. Hitler sostiene di volere la pace, ma prepara la guerra.

Hitler: la minaccia
Nel 1924 Hitler scrisse nel suo libro Mein Kampf: «Uno stato che rifiuta la contaminazione delle razze, un giorno comanderà il mondo». E ancora: «La prima guerra mondiale è stato il momento più invidiabile e il più sublime della mia vita».
Caporale, è decorato della “croce di ferro” che sempre porterà. Diventato nazionalista, partecipa alla prima guerra mondiale. Nel novembre 1918, ferito, viene portato a Berlino. Quando si riprende, viene a conoscenza dell’abdicazione dell’imperatore Guglielmo II, della fine della monarchia, della creazione della repubblica e della firma dell’armistizio.
Una sua ossessione: «L’aquila tedesca è stata pugnalata dagli ebrei». Scrisse nel Mein Kampf: «Se all’inizio e nel corso della guerra, si fossero mandati in una sola volta 15.000 di questi ebrei corruttori del popolo sotto i gas asfissianti, il sacrificio di milioni di uomini non sarebbe stato inutile».
Già nel 1916, le gerarchie militari ultranazionaliste avevano ordinato un censimento dei militari ebrei sospettati di non essere dei patrioti. L’antisemitismo è già diffuso; gli ebrei, sia quelli poveri nei ghetti sia quelli borghesi “assimilati” sono i capri espiatori di tutte le crisi. In Russia all’inizio del XX secolo gli ebrei furono vittime di massacri, i progrom. Molti si erano rifugiati in Germania.
Una grande domanda: Hitler era anche lui un ebreo? Uno dei segreti meglio tenuti nascosti dal suo regime fu quello di non poter provare il contrario. Hitler non conobbe uno dei suoi nonni. Suo padre era figlio di padre ignoto. La nonna aveva sposato un mugnaio chiamato Johan Hitler che aveva riconosciuto il bambino e gli aveva dato il suo nome. Una legge nazista stabiliva che per avere «la protezione del sangue» (legge imposta a tutti i tedeschi) occorreva dimostrare che i quattro nonni non erano ebrei. Così Hitler non ha mai potuto dimostrare di non essere ebreo
Adolf Hitler nacque il 20 aprile 1889 in una famiglia cattolica, in quello che era l’impero d’Austria, a Branan sull’Inn, un piccolo paese al confine con l’impero tedesco. Suo padre, vedovo, si era sposato con una cugina molto più giovane di lui: un matrimonio tra consanguinei, Klara Hitler Alois Hitler.
A otto anni, scolaro modello, Hitler serve la messa in un monastero. Ammira il senso della missione dei monaci. All’ingresso del monastero, sul frontone, vi era una strana croce che prefigura la croce uncinata che diventerà il simbolo nazista. Hitler ricorderà questo simbolo del monastero come il segno della sua predestinazione.
Questa croce uncinata, in India, è un millenario simbolo benefico del movimento perpetuo dell’umanità, trasformato dai nazisti in simbolo del popolo ariano, mito della razza pura di biondi dagli occhi azzurri ai quali Hitler aggiungerà l’elmetto e la mistica di una razza superiore: «Noi siamo determinati a far crescere una nuova razza».
Suo padre voleva che diventasse un funzionario. Nel 1908, diciannovene, alla morte della madre, parte per Vienna: sogna di entrare all’Accademia di Belle Arti. Grazie ad una sua piccola eredità può condurre vita d’artista e di bohemien. Vienna era allora un centro culturale d’Europa. Hitler scopre questo mondo di aristocratici e di borghesi cui si contrappongono le bandiere rosse dei socialisti. Scopre le molteplici comunità che popolano la capitale dell’impero, tra cui anche quella degli ebrei. Egli più tardi dirà: «Quelli mi sembrarono l’incarnazione della profanazione razziale». Si presenta al concorso di Belle Arti, ma viene respinto. Segue un periodo difficile: vive in un pensionato di uomini, copiando e vendendo cartoline per i turisti. I soldi gli servono per andare a teatro e ascoltare Wagner che lo manda in uno stato di trance. Hitler sogna di diventare uno di quegli eroi della leggenda tedesca. Una delle sue opere preferite è Rienzi, in cui un giovane guerriero riceve la missione di salvare il suo popolo.
Hitler ha venticinque anni quando il 2 agosto 1914 c’è la mobilitazione e la dichiarazione di guerra.
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Fugge dall’Austria per non fare il servizio militare e va in Germania, a Monaco, portato dall’ondata di follia nazionalista che trascina gli Europei.
Hitler è entusiasta della dichiarazione di guerra: ci sono delle immagini che lo ritraggono tra la folla; queste appariranno durante la campagna elettorale del 1932 e saranno diffuse più volte durante il nazismo, anche se gli avversari sosterranno che si tratti di un fotomontaggio.
Partecipa alla guerra. Dopo quattro anni torna a Monaco con il suo reggimento, in una Germania in piena rivoluzione. Hitler ha trent’anni. Inizia un periodo determinante per lui. Vuole rimanere nell’esercito che ormai garantisce l’ordine e la stabilità del nuovo regime del presidente socialista Friedrich Ebert. La giovane repubblica deve fronteggiare dei rivoluzionari marxisti, gli Spartachisti, che tentano di impadronirsi del potere, come i bolscevichi aveva fatto due anni prima.
L’esercito schiaccia la rivolta aiutato dai volontari nazionalisti, i Corpi franchi, vivaio del futuro partito nazista. Nell’esercito Hitler è zelante. Diventa un agente provocatore, informatore della polizia. Denuncia alcuni dei suoi camerati sospettati di essere dei rossi. Le sue convinzioni lo mettono in luce davanti a degli ufficiali che combattono le idee comuniste. Incaricano Hitler di una missione: rieducare politicamente i soldati e i prigionieri rimpatriati. I suoi superiori scrivono nel loro rapporto: «È un tribuno nato. Il suo fanatismo, il suo stile populista attirano l’attenzione e inducono a pensare come lui». Hitler disse: «Fu in quei momenti che capii che sapevo parlare». Apprenderà poi l’arte di mettersi in scena e di dominare il suo pubblico.
Nel 1919 denuncia l’onta del trattato di Versailles.
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Versailles, 29 giugno 1919: dopo i negoziati, i vincitori, la Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti imposero alla Germania delle condizioni di pace molto dure, come se fosse la sola responsabile dell’immensa carneficina. Il trattato di Versailles, firmato il 28 giugno 1919, condannava la Germania al pagamento di enormi indennizzi e di riparazioni che andranno a pesare sulla sua economia e saranno le cause principali della contestazione tedesca. La Germania perde il 13% del suo territorio e 1/10 della sua popolazione. L’Alsazia e la Lorena ritornano alla Francia e tutta la riva sinistra del Reno è smilitarizzata. La cosa peggiore è la separazione della Prussia orientale dal resto del Paese, per ricreare la Polonia del XVIII secolo e consentirle l’accesso al mare. Questo corridoio di Danzica sarà la causa scatenante della II guerra mondiale.
I tedeschi si sentono umiliati. Sottomarini, corazzate e aerei sono distrutti. L’esercito tedesco è ridotto a 100.000 uomini. Hitler è smobilitato. Partecipa alle manifestazioni della DAP, il partito dei lavoratori tedeschi, a cui si era iscritto, dal 1919, per ordine l’esercito tedesco, come un infiltrato.  Diventa un agitatore politico a tempo pieno.
Mentre la Baviera è governata dall’estrema destra, il potere a Berlino è nelle mani del centro- sinistra e porta il nome di Repubblica di Weimar, dal nome della città dove è stata votata la nuova Costituzione.
Hitler, diventato bavarese, fustiga i criminali di novembre, cioè coloro che hanno firmato l’armistizio e l’onta del trattato di Versailles. Le sue idee sono condivise dall’esercito e dagli ex combattenti che si riuniscono nei grandi caffè di Monaco, dove Hitler fa il suo ingresso, il 13 agosto 1920, con una conferenza dal titolo: «Perché noi siamo antisemiti?». Hitler, al di là del suo odio viscerale per gli ebrei, comprende che l’antisemitismo è il mezzo migliore per attrarre i nazionalisti.
Nel luglio del 1921 diventa il capo del suo gruppo di nazionalisti, che gli procurano un’auto, segno della sua importanza. Allora cambia il nome del partito: associa i due termini nazionale e socialismo per incrementare le adesioni e per dimostrare il suo anticapitalismo. Il DAP diventa il NSDAP, il partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi, che sarà abbreviato in “nazi”. In un locale di un caffè di Monaco, disegna il simbolo del partito. Scriverà nel Mein Kampf: «Dopo innumerevoli tentativi, scelsi una bandiera rossa per dimostrare la dimensione sociale del nostro movimento, con un cerchio bianco per simbolizzare il nazionalismo e la croce uncinata simbolo dell’ariano, eterno antisemita». Per proteggere le sue riunioni crea le SA, le Sezioni d’assalto, una piccola milizia a cui procura delle divise come quelle degli ex doganieri austroungarici.
Il suo radicalismo fa aumentare di dieci volte in un anno i suoi membri: da 2.000 a 20.000, grazie al sostegno di un gruppo razzista, la società di Thulé, dal nome di un leggendario regno nordico. I suoi membri finanziano un giornale con fondi di dubbia origine. “L’osservatore razziale”, è questo il nome del giornale, diventa l’organo del partito nazista; il suo direttore è Alfred Rosemberg, membro della società di Thulé, che si proclama il teorico dell’antisemitismo. Confuso e sovente delirante sarà uno dei grandi ispiratori della Shoah. Un altro ex membro della società di Thulé, allora studente, è Rudolph Hesse che diventerà segretario di Hitler e uno dei più servili e fanatici complici. A questi si unirà un eroe della Grande Guerra, Hermann Goering, uno dei più celebri piloti di aerei tedeschi. Diventerà il numero due del regime e uno degli istigatori dei campi di concentramento. 
L’11 gennaio 1923, per il rifiuto a pagare i danni di guerra imposti dal trattato di Versailles, i tedeschi assistono, come ipnotizzati, all’entrata sul loro territorio di soldati francesi e belgi che occupano la Ruhr, regione mineraria e siderurgica. Francesi e belgi esigono di essere pagati direttamente con il carbone. Il governo di Berlino ordina una resistenza passiva, uno sciopero dei ferrovieri e minatori, che i francesi intendono rimpiazzare. Non c’è più carbone per i tedeschi e la situazione diventa particolarmente tesa.
Il 10 marzo 1923, un ufficiale francese, il tenente Colpin, viene assassinato. La sua salma attraversa la città e gli ufficiali francesi schiaffeggiano i tedeschi che non si tolgono il cappello. Questo episodio e quello dei quindici operai della Krupp, uccisi dai francesi il 31 marzo, saranno utilizzati dalla propaganda nazista, come l’esecuzione di un sabotatore, diventato un martire per il giornale nazista. Soldati di origine africana dell’esercito francese sono implicati in stupri: Hitler farà sterilizzare i meticci nati da queste unioni poi si vendicherà crudelmente nel 1940.
Hitler denuncia la debolezza dello Stato che consente ai francesi di trattare la Germania come una colonia. I tedeschi patiscono il freddo e la fame: tentano di rubare del carbone ai francesi. La Repubblica di Weimar è costretta a importare del carbone e a pagare i suoi scioperanti. La banca centrale deve stampare banconote a getto continuo. Il marco si deprezza in modo esagerato. In questa situazione di inflazione e di disoccupazione, l’estrema destra bavarese si mobilita, con alla sua testa il generale Lundendorff. Grazie a questo generale Hitler è riuscito a riunire tutti gli ex combattenti e vuol tentare un colpo di Stato, un putsch. Marciare su Monaco, poi su Berlino. Hitler disse: «Le nostre genti sono sottomesse a tali pressioni economiche che, se non agiamo, passeranno con i comunisti». I nazisti si procurarono delle armi grazie alla complicità dei militari, ma l’esercito e la polizia rimasero fedeli al governo.
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 9 novembre 1923. A Monaco, per Hitler tutto è perso. Ma Lundendorff ha la stravagante illusione di riuscire a trascinare la popolazione: fa, perciò, avanzare le sue truppe verso gli sbarramenti della polizia. I due campi si fronteggiano con Hitler al centro con il suo impermeabile bianco: un fotomontaggio nazista destinato a costruire la leggenda del coraggio di Hitler. In realtà si proteggeva dietro la sua guardia del corpo che rimase ucciso da un colpo di fucile, perché la polizia sparò, ponendo fine al putsch. Dieci anni dopo, quando Hitler si sarà impadronito del potere, istituirà, ogni 9 novembre, una cerimonia funebre alla memoria dei quattordici militanti nazisti uccisi durante il putsch. I loro nomi sono scanditi e i giovani gridano: «Presente». Hitler ha fatto costruire a Monaco un mausoleo dove i tedeschi hanno l’obbligo di sfilare salutando con il braccio teso coloro che vengono definiti da Hitler «i martiri di novembre». Continuando l’esaltazione del mito del putsch, Hitler inventerà un’altra grande cerimonia nazista, la bandiera di sangue. Ogni anno al congresso di Norimberga, mette in contatto, con delle mimiche feroci, le reliquie sacre, la bandiera del putsch macchiata di sangue, con gli stendardi delle nuove unità del partito come per consacrarle. Queste celebrazioni, quasi mistiche, fanno parte della scienza nazista della menzogna. In realtà Hitler aveva preparato male il suo putsch. Si era rivelato impulsivo e ne aveva ignorato le conseguenze. Queste scenografie nascondono un fiasco che metterà fine all’avventura nazista: il putsch è fallito, Hitler arrestato e il partito nazionalsocialista messo fuori legge.
Un grande scrittore austriaco, Stefan Zweig, scrisse: «Così, nell’anno 1923, sparirono le croci uncinate, le truppe d’assalto e il nome di Hitler ritornò nell’oblio».
Tre mesi dopo l’arresto di Hitler, a Monaco si apre il processo sul putsch.
2 febbraio 1924: Hitler è accusato di alto tradimento e della morte di quattro poliziotti. È passibile della pena di morte. Lundendorff, che non è stato nemmeno incarcerato, arriva al processo su un’auto di lusso con i suoi avvocati. È subito rimesso in libertà per rispetto al suo «glorioso passato» e perché gode di appoggi influenti. Sarà assolto.
Hitler, che voleva suicidarsi, comprende che il tribunale non gli è ostile; ritrova i suoi talenti di oratore e si lancia in invettive contro il governo e contro gli ebrei. Questo processo diventa una tribuna insperata, davanti a dei giudici sempre più compiacenti e ad un pubblico sempre più numeroso. Il verdetto è logicamente meno pesante di quello che Hitler avrebbe potuto temere. È condannato a cinque anni di prigione e incarcerato in una cella relativamente confortevole, che dà sulla campagna. Le condizioni di detenzione sono simili a quelle di un hotel perché può ricevere in qualsiasi momento dei simpatizzanti nazisti.
hitler-prigione.jpgHitler può ricevere tutti i giornali che desidera e inizia persino la lettura di opere di Marx. Rudolf Hesse, condannato a quindici mesi per la sua partecipazione putsch, occupa la cella vicina.
Il ritorno di Hitler diventa una necessità per i partiti di destra. Dei complici, all’esterno, intraprendono una procedura per la liberazione anticipata. Hitler sa che uscirà presto e sente la necessità di manifestare la sua visione del mondo e i suoi principi politici. Detta il suo libro a Rudolf Hesse, che lo batte su una macchina per scrivere di un banchiere e su della carta di Winifred Wagner, la nuora del compositore adulato da Hitler, che è razzista come Wagner e ammira il suo grande amico Adolf. Il testo del libro, raffazzonato, è riscritto da alcuni giornalisti nazisti; Hitler lo vuole intitolare «quattro anni e mezzo di lotta contro la menzogna, la stupidità e la vigliaccheria». Questo titolo, troppo lungo, viene cambiato in Mein Kampf, La mia battaglia. Il libro, che i nazisti vogliono considerare come la nuova Bibbia, conferma la concezione del mondo di Hitler. Nel libro, scritto come le sacre scritture e rilegato come i grandi manoscritti del medioevo, Hitler delira sulla lotta della razza superiore, quella dell’ariano biondo germanico, sulla conquista dello spazio vitale, sullo sradicamento del comunismo o sull’annientamento della Francia, per non parlare degli ebrei, che per Hitler non appartengono alla specie umana. Molti sono coloro che giudicano il libro demenziale, ma, all’epoca, sarebbe stato opportuno leggerlo e prenderlo seriamente perché è all’origine di 50 milioni di morti.
Hitler esce da prigione il 20 dicembre 1924, liberato per buona condotta. Immagina di essere l’erede dei grandi fondatori della Germania come Bismarck. Disse: «Il mio soggiorno in prigione mi ha dato una fiducia, una convinzione e un ottimismo che niente poteva più distruggere.
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Il Mein Kampf è un fiasco. Venderà solamente ventimila copie del primo volume.
Hitler passa molto tempo in un villaggio della Baviera, dove affitta un piccolo chalet, a Berchtesgarden. Conosce una giovane e bella serva, Maria Reiter, di sedici anni, con la quale ha una relazione. Lei si vuole sposare ma lui rifiuta. Le propone di essere un’amante segreta, come ad altre donne, per non ostacolare la sua missione. Lei lo lascia. Scrive il secondo volume delMein Kampf, dedicato al suo progetto di espansione dello spazio vitale verso la Russia. Il libro conoscerà una media diffusione fino alla presa del potere nel 1933. Dopo, il Mein Kampf sarà quasi obbligatorio. Lo Stato lo offrirà ai giovani che si sposano. Non averlo nella biblioteca di casa può essere motivo di denuncia da parte di una collaboratrice familiare; Sarà distribuito dalle acciaierie Krupp agli operai più meritevoli. Il Mein Kampf si venderà in un modo o nell’altro in più di 80 milioni do copie e sarà tradotto in tutte le lingue. I diritti d’autore raggiungeranno cifre astronomiche e renderanno Hitler molto ricco.
Il 27 febbraio 1925, Hitler ritorna alla politica nella sala del caffè dove aveva lanciato il putsch, riaffermando di essere il capo dei nazisti. È allora che si verificherà un avvenimento che gli potrà essere utile. L’incarnazione della nuova democrazia tedesca, il primo presidente della repubblica di Weimar, il socialista Ebert muore, all’età di 57 anni, di un’appendicite malcurata. È un dolore sentito dai tedeschi perché il suo governo era riuscito a controllare l’inflazione e il paese si stava riprendendo. I tedeschi devono eleggere un nuovo presidente e vedono il ritorno delle croci uncinate per la campagna elettorale. L’interdizione del partito è stata tolta perché giudicato non più dannoso. Il candidato dell’estrema destra unita, che è ancora Ludendorff, ottiene appena l’1% dei voti. La sconfitta di Ludendorff, auspicata da Hitler per sbarazzarsi del suo rivale per il quale finge di battersi, rivela il suo fiuto politico. Hitler dice: «Gli abbiamo dato il colpo di grazia».
È l’altro grande capo del 1914-18, il maresciallo Von Hindenburg che viene eletto. Giovane ufficiale nel 1870, ha assistito alla proclamazione dell’impero tedesco a Versailles. Rassicura l’esercito, unisce i conservatori preoccupando la sinistra e l’Europa. Hitler rimane in secondo piano.
Il partito nazista si estende in tutto il paese, fino a contare circa 170.000 aderenti. Hitler ha fatto delle SA un vero esercito privato. Sono molto giovani, ma questi paramilitari sono dei bruti, dei fanatici, degli assassini. La loro nuova uniforme di color marrone li fa soprannominare le “camicie brune”, imitazione delle camicie nere della “marcia su Roma”, qualche anno prima. Un altro segno copiato da Mussolini è il saluto romano, il braccio teso accompagnato da un grido che per Hitler sarà: “Heil Hitler”, “Salute a Hitler”.
L’uniforme delle SA è stata disegnata e fabbricata da un’equipe di stilisti tedeschi, che disegneranno anche quelle nere delle SS e della gioventù hitleriana. I fondi sono frutto della generosità degli aderenti e dei simpatizzanti del fascismo, come il magnate della siderurgia Fritz Thyssen, le cui acciaierie sono pronte a forgiare nuovi cannoni, e uno dei più grandi costruttori di automobili, Henry Ford. L’antisemita Henry Ford, aiuta generosamente il partito nazista, donandogli tutti i guadagni delle vendite in Germania. In più Ford, a ogni compleanno di Hitler, gli fa un dono personale di 50.000 dollari, una bella somma per quell’epoca. Ford sarà il primo straniero decorato dai nazisti dell’Ordine della Grande Aquila tedesca.
1927: una grande riunione del partito per lanciare grandi operazioni di propaganda per galvanizzare l’esercito. Lo stendardo nazista proclama «Germania svegliati».
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Dal 1927 Hitler sceglie Norimberga quale bastione nazista e centro storico medievale, scenografia storica wagneriana che esalta i legami con i guerrieri germanici del medioevo. Hitler la definisce la sua capitale ideologica. Hitler vuole dimostrare la sottomissione del partito al Führer, al capo. Questo culto della personalità sarà ben curato dal fotografo ufficiale di Hitler, Heinrich Hoffman, che realizzerà una serie di foto per mostrare il lato umano del grande uomo e sedurre l’elettorale femminile, tale e quale se lo immaginano i nazisti. Nello studio del fotografo a Monaco, Hitler studia tutti i movimenti degli attori delle opere wagneriane per poi utilizzarle nei raduni nazisti. Hitler disse: «La massa delle donne è stupida. Ciò che la rende stabile è l’emozione e l’odio». L’odio è quello che seminano in tutta la Germania le SA, a cominciare nei quartieri ebrei delle grandi città. In questa società ancora pacifica, Stefan Zweig vede nascere la violenza. Egli scrisse: «Era il metodo fascista ma alla tedesca, esercitato con una precisione militare». Al suono di fischietto, le SA saltavano dai camion con la rapidità di un fulmine, colpivano con i manganelli e al suo di un altro fischietto balzavano sui camion e ripartivano com’erano venuti». Ma l’intimidazione e il terrore danno magri risultati.
Alle elezioni legislative del 1928 i nazisti non ottengono che il 2,6% dei voti, meno di un milione di voti; i comunisti tre volte di più; i centristi 4 milioni e i socialisti 10 milioni di voti.
Al Reichstag, la Camera dei deputati di Berlino, questi 2,6% di elettori tedeschi, soprattutto delle campagne, hanno consentito l’entrata di 12 deputati nazisti. Ciò fa impressione perché sono quasi tutti in uniforme delle SA. Tra loro, Herman Goering. Ferito al basso ventre durante il putsch, è ingrassato parecchio e ha una dipendenza alla morfina. Un’altra grande entrata: Joseph Goebbels, che corrisponde alla definizione di Nietzsche del secolo precedente: «Il fanatismo è la sola forma di volontà che può essere instillata ai deboli e ai timidi». Goebbels è lontano dall’essere un grande biondo ariano. È piccolo, zoppica e il suo piede lo fa soffrire dall’infanzia di un complesso d’inferiorità. Ma la sua intelligenza compensa questo handicap. È un rivoltoso contro la società, tentato dal marxismo prima del grande incontro della sua vita con Adolf Hitler. Tutto diventa luminoso per lui. Gli editori ebrei gli hanno impedito di diventare scrittore rifiutando i suoi manoscritti e questi sono i comunisti che seminano il caos. Egli dice: «Noi entriamo nel Reichstag come il lupo entra nell’ovile». Nessuno degli altri deputati, né il pubblico se ne rendono conto. Ciò che pensano, il giornale Frankfurter Zeitung lo scrisse allora: «Hitler non ha né pensiero né riflessione. È un folle pericoloso, ma se è arrivato là è perché ha avuto l’ideologia della guerra e l’ha interpretata in modo primitivo come se si fosse all’epoca delle invasioni barbariche, alla caduta dell’impero romano». La Germania non si preoccupa. Ci vorrà una grande catastrofe perché Hitler avesse un minimo avvenire. Lo storico Ian Kershaw scrisse: «Senza la Grande Depressione, senza la crisi del 1929, senza la disintegrazione dei partiti liberali e conservatori, Hitler sarebbe rimasto un visionario ai margini della vita politica». Ma Hitler non abbandonerà niente. «Noi continueremo la nostra battaglia».

Il Führer
 Quando Hitler sarà il dittatore della Germania, applicherà quello che ha scritto nel Mein Kampf: «Una razza più forte spazzerà via le razze deboli perché la corsa finale verso la vita li annienterà per lasciare il posto ai forti».
Come ha fatto Hitler a impadronirsi del potere e a diventare Führer? 
Norimberga 1929
Al congresso del partito nazista comincia quello che il drammaturgo Bertold Brecht chiama “la resistibile ascesa” di Adolf Hitler.
Una nuova crisi economica partita dagli Stati Uniti d’America devasta il mondo e soprattutto la Germania.
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Ottobre 1929.
Le fabbriche chiudono una dietro l’altra e il numero dei disoccupati raggiunge i sei milioni. Disperati, molti si volgono ai nazisti e verso i comunisti, che anche loro hanno le proprie truppe paramilitari in divisa.
Comunisti e nazisti si scontreranno in tutte le elezioni che seguono. Hitler provoca i disordini e pretende di essere il solo a poterlo fermare. Questo vero ricatto si rivela efficace.
Hitler riunisce i commercianti e i piccoli proprietari denunciando “la peste rossa”, i marxisti egalitari che spaventano i contadini. Il risultato è incredibile.
Settembre 1930: cento deputati nazisti sono eletti al Parlamento, il Reichstag.
Hitler è a capo della seconda formazione politica del paese, dopo i socialisti. Ciò non preoccupa i dirigenti che disprezzano Hitler. Stefan Zweig: «Per loro il potere è sempre stato riservato ai baroni, ai principi e a chi ha una cultura universitaria. Niente ha tanto accecato gli intellettuali tedeschi che l’orgoglio della cultura». Hitler invece continua la sua ascesa.
Ottobre 1931. In un anno Hitler s’impone alla estrema destra tedesca. Le federazioni degli ex combattenti, che hanno 500.000 aderenti, si dovranno sottomettere. 
Dietro questa postura dominatrice, Hitler nasconde un terribile segreto. Uno scandalo da cui non è riuscito a rimettersi. Delle voci circolano. Vive un dramma personale. Una passione per la sua nipote, Geli Ranbal, di ventitré anni. Egli l’ha amata in un modo irrazionale, possessivo. Lei si toglie la vita. Viveva con lui nel suo appartamento di Monaco. Aveva confidato a un amico: «Mio zio è un mostro. Nessuno immagina quello che esige da me». Aveva voluto lasciarlo. È morta.
Una campagna di stampa si scatena contro di lui, accusandolo di deviazioni sessuali e di aver fatto uccider Gali. Hitler, molto depresso, minaccia a sua volta di suicidarsi. Il suo entourage si preoccupa e decide di reagire. Il suo fotografo, Heinrich Hoffman, gli aveva presentato una segretaria. Rassomiglia a Geli. Si chiama Eva Braun. Ha diciannove anni. È già disinvolta. Farà l’affare. È sedotta dalla popolarità del capo del partito nazista. Hitler la fa diventare la sua amante segreta. Si proclama celibe, sposato alla Germania, per sedurre l’elettorato femminile.
Le donne in Germania hanno già il diritto di voto grazie al movimento femminista.
Eva Braun è una sportiva, sogna di diventare attrice a Hollywood. Dopo il suo incontro, Hitler ritrova il suo fiuto di animale politico. Nel 1932, quando si annuncia la fine del mandato del presidente della repubblica Hindenburg, Hitler si candida alla sua successione. Dieci anni dopo il suo tentativo di putsch e la prigione, Hitler potrebbe diventare presidente della Germania. I tedeschi scoprono dei manifesti impressionanti. Il capo della propaganda nazista, Goebbels, inventa una campagna elettorale ultramoderna con un aereo: la prima in Europa. Il più grande aereo commerciale è messo a disposizione dal direttore della compagnia aerea Lufthansa che non rifiuta questa possibilità di farsi pubblicità. Hitler con un casco di cuoio fa un giro di cento città della Germania dove può misurare la sua popolarità. Il suo pilota, Hans Baur, testimonia: «Abbiamo volato con tutte le condizioni di tempo; nessuna riunione è stata annullata. Le persone hanno incominciato a perdere la loro paura per l’aereo». E termina: «Hitler ha contribuito allo sviluppo del traffico aereo». Goebbels inventa lo slogan: «Il Führer sopra la Germania».
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Crea il mito di Hitler, salvatore supremo, con il suo sorvolare accuratamente filmato e proiettato in tutto il paese. Ma Goebbels non è così tranquillo. La campagna elettorale costa caro e gli industriali non si fidano ancora delle violenze di Hitler. I nazisti devono far pagare l’equivalente di un euro a chi vuole vedere Hitler. Questi non rifiutano. Al contrario. Uno spettatore, Von Spaum, racconta questa esperienza: «Improvvisamente ho sentito gli occhi di Hitler su di me e ne sono rimasto colpito per tutta la vita».
4 aprile 1932
Una settimana prima delle elezioni presidenziali Hitler raduna centomila berlinesi, stanchi dei partiti tradizionali che si dimostrano incapaci di far fronte alla crisi. Tra la folla Jutta Rüdiger, vent’anni: «La disoccupazione ci aveva fatto sprofondare in uno stato terribile. Si pensava che solamente Hitler ci avrebbe fatto uscire da questa miseria. Nessuno parla delle decine di migliaia di persone che ogni anno si tolgono la vita con il gas perché stanno male».
Grazie al suo discorso pseudo sociale, Hitler è un serio candidato alla presidenza. Allora la stampa si scatena. A destra, Hitler è presentato come il prototipo dell’avventuriero politico. A sinistra gli insulti sono più personali. Hitler viene definito effeminato, truffatore semi pazzo, ciarlatano vanitoso, falso duro dal frustino di pelle di rinoceronte.
Il presidente uscente, il maresciallo Hindenburg, reazionario e monarchico, ha tuttavia il sostegno della sinistra.
Il 10 aprile 1932, il verdetto: Hitler non sarà presidente. Tredici milioni di tedeschi hanno votato per lui, un terzo dell’elettorato. È una cifra enorme ma non è sufficiente. Hindenburg, rieletto grazie ai voti dei socialisti, tuttavia non vuole più dipendere da loro. Ciò causa nuove elezioni.
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E Hitler continua la sua “resistibile ascesa”. Riparte la campagna elettorale. Pronuncia cinque discorsi al giorno. Il suo entourage è sbalordito. È drogato dalla tribuna e dalla violenza. «I nostri avversari dicono che noi siamo, ed io in particolare, intolleranti e odiosi. E ci rimproverano di rifiutare la cooperazione con altri partiti. E bene, questi signori hanno ragione, noi siamo intolleranti. Il mi sono prefissato un obiettivo: sopprimere tutti i partiti».
Per Hitler il primo partito da sconfiggere è quello comunista. Le SA sono incaricate di questo compito. Sono quattrocentomila che si autofinanziano pagando le loro uniformi e il loro equipaggiamento. Uno di loro, Wolf Teubert, lavora in una pasticceria di Amburgo. Può velocemente raggiungere la sua coorte motorizzata. Dice: «Io non penso che a rischiare la mia vita per la Germania. L’umiliazione di Versailles ha fatto di me un appassionato difensore di Hitler». Egli ha la solidarietà, il cameratismo e la fierezza di avere un’uniforme. «Noi che eravamo troppo giovani per combattere nella Grande Guerra, noi approfittiamo dell’esperienza degli anziani». Goebbels ha fatto di loro un idolo. Un piccolo mascalzone berlinese, Horst Wessel, era stato promosso capo della Squadre d’Assalto: ucciso dai comunisti un anno prima, è diventato il martire del nazismo. Ai suoi funerali grandiosi, il capo della propaganda Goebbels, ha paragonato il suo sacrificio a quello di Cristo. Ha fatto filmare il suo funerale per mostrare che il nazismo è una devozione come il cristianesimo. Poi ha fatto diffondere una musica, ispirata come a un poema delle SA, per farla diventare l’inno del partito, il “Horst Wessel Lied”. Il canto “Horst Wessel” è il credo della violenza. «Presto la bandiera di Hitler sventolerà in tutte le strade; Presto la schiavitù non ci sarà più. I nostri camerati uccisi dal Fronte Rosso marciano ancora con noi».
Il Fronte Rosso erano le milizie comuniste, che si distinguevano perché indossavano un berretto da operaio e la casacca alla russa. Anche i loro militanti avevano un canto di battaglia: «Sinistra, sinistra, sinistra, suoniamo i tamburi, diamo un colpo potente al nemico, mettiamo la dinamite sotto il sedere della borghesia, minacciamo i fascisti che avanzano all’orizzonte. Proletari armatevi. Fronte Rosso, Fronte Rosso».
Luglio 1932: l’estate di sangue della campagna elettorale.
Le SA con la complicità della polizia affrontano i comunisti in veri combattimenti per le strade. I comunisti hanno 100 morti e 1000 feriti. Molti tedeschi, sfiniti per l’impotenza dello Stato, approvano le violenze naziste. In base ai risultati delle elezioni, 230 sono i deputati nazisti. Hitler è ormai il capo del primo partito politico del paese. Per la prima volta il potere è alla sua portata. Rapidamente, però l’euforia lascia il posto alla delusione: il presidente Hindenburg rifiuta di nominarlo cancelliere, capo del governo. Hindenburg dice a Hitler: «Davanti a Dio, alla mia coscienza e alla patria non posso dare il potere a un partito così intollerante come il vostro». Hindenburg gli propone di entrare in un governo ma Hitler, che non si considera come un politico ordinario alla ricerca di un posto ministeriale, vuole tutto il potere per fondare uno Stato totalitario.
In qualche settimana, Goebbels, a capo dell’enorme numero di parlamentari nazisti, riuscì a paralizzare il gioco democratico: nessuna maggioranza si poté formare. Goebbels annuncia: «Occorre sciogliere quest’assemblea che non rispecchia più la volontà del nostro popolo».
Si tengono nuove elezioni: le terze in un anno. Avranno luogo nel mese di novembre. Hitler pensa di approfittarne ancora: «Ho avuto la forza e la tenacia di trasformare le migliaia di aderenti degli inizi in quattordici milioni di elettori, ora ne otterrò venti milioni e poi trenta».
Novembre 1932: i risultati sono molto deludenti. Circondato dalla sua guardia personale, Hitler rimugina sulla sua sconfitta: ha perso due milioni di elettori e quaranta deputati.
Goebbels legge con amarezza la stampa mondiale. Il Daily Herald di Londra scrive: «L’hitlerismo, come forza politica, è morto». Il quotidiano francese Le Populaire, diretto da un grande nome del socialismo, Léon Blum, titola «La fine di Hitler». No, tre mesi dopo, Hindenburg, nell’impossibilità di formare una maggioranza, finisce per designare Hitler cancelliere.
Uno studente berlinese Sebastian Haffner scrive: «Apprendo la notizia, sono agghiacciato dal terrore. Sento l’odore del sangue e del fango. Percepisco un pericolo, come una grossa zampa sporca di un predatore che mette i suoi artigli sul mio volto».
Per arrivare là, il lupo diventa un agnello. Hitler ha rassicurato Hindenburg domandando solo due ministeri per i nazisti: gli Interni per un poliziotto di Monaco, Wilhelm Ftick, e Hermann Goering per controllare la polizia, due posti chiave.
30 gennaio 1933. Nomina, ai posti più importanti, un conservatore, Franz Von Papen, che è già stato cancelliere e l’uomo forte della estrema destra, Alfred Hugenberg, ministro dell’economia e dell’agricoltura, un temperamento autoritario e aggressivo. Hitler chiama il suo gabinetto “Governo di unione nazionale” perché non abbia l’aria di un governo nazista, ma di una coalizione nazionalista. Von Papen si sbaglia dicendo a Hugenberg: «Hitler è un nostro uomo». L’altro risponde: «Noi lo inquadreremo».
La sera stessa del 30 gennaio 1933, Goebbels organizza a Berlino, come in tutte le grandi città, una fiaccolata che vuole grandiosa, con i caschi d’acciaio, le SS, e soprattutto le SA. Goebbels dichiara che sono un milione a sfilare. Ma l’addetto militare inglese li stima in meno di 15.000 che Goebbels fa girare intorno per quattro ore. Passano sotto le finestre di Hindenburg, 85 anni, che crede di ritornare ai tempi di Verdun nel 1916 e dice al suo aiutante di campo: «I nostri uomini sfilano bene. Hanno fatto molti prigionieri». Hitler, alla Cancelleria, riceve degli omaggi deliranti. Un insegnante di Berlino, Luise Solmiz, dice: «Era un’ubriacatura senza vino – e aggiunge – ho sentito delle grida “Morte agli ebrei” e “Il sangue degli ebrei sgorgherà sotto i coltelli”».
Il 10 febbraio 1933 al Palazzo dello Sport di Berlino, Hitler pronuncia il suo primo discorso da Cancelliere. Qual è il piano di Hitler: il potere assoluto, ma a tappe. Al Parlamento siedono ancora 200 deputati socialisti e comunisti. La prima decisione di Hitler è di sciogliere l’assemblea e indire nuove elezioni. Nel suo discorso radiodiffuso chiama tutti gli elettori a votare per lui, anche quelli di sinistra: «Sono convinto che verrà l’ora per quei milioni di persone che ci maledicono, di entrare nei nostri ranghi e di salvare quello che noi abbiamo ottenuto con tanta fatica, questo nuovo Reich tedesco, quello della grandezza, dell’onore e della forza». Tuttavia, anche con questo discorso conciliante, Hitler continua ad agire di nascosto. Ma Goebbels precisa, tornando ai fondamentali per l’elettorato nazista di base: l’antisemitismo e la violenza: «Se i giornali ebrei credono di poterci spaventare con delle minacce larvate, attenzione a loro. La nostra pazienza ha dei limiti; un giorno si chiuderà il becco a questi sporchi mentitori ebrei. I membri del partito e delle SA possono stare tranquilli. La fine del terrore rosso è più vicino di quanto immaginate».
Due settimane dopo, a Berlino, durante la notte il grande edificio del Reichstag, il Parlamento tedesco, brucia. Di questo simbolo della democrazia tedesca non resta più niente.
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10 febbraio 1933: l’inchiesta condotta dalla polizia agli ordini di Goering, incrimina un comunista olandese Marinus Van der Lubbe, 24 anni, sospettato per un passato da piromane. Rapidamente dichiarato colpevole, sarà decapitato. A chi porta profitto il crimine? Ai nazisti. Hitler e Goering agitano lo spettro del complotto dei Rossi; Goering fa arrestare 4000 comunisti e i loro capi. Ma il partito comunista non è ancora messo fuori legge. Hitler vuol dare un’apparenza di legalità per le elezioni legislative che devono dar fiducia al suo potere. I tedeschi, benché stanchi delle campagne elettorali e dei disordini, vanno a votare in tutto il paese. Le SA si impegnano, come dicono i nazisti, a prevenire tutti gli attentati dei comunisti e a proteggere la popolazione. Le SA sono più di un milione, armati; per il loro statuto, sono come degli ausiliari della polizia. In tutta la Germania, si posizionano davanti alle sedi dei partiti di sinistra e dei sindacati. Vogliono ancora seminare la violenza mente Hitler mostra di gestire responsabilmente il voto elettorale, per continuare ad assicurare un Hindenburg affaticato. Goering, con fare minaccioso, seduto sulla sua poltrona gotica e impugnando il suo pugnale, dà la sua versione menzoniera dei risultati elettorali: «Il 5 marzo 1933 significa un’immensa vittoria per un uomo e per un movimento. Il vincitore è Adolf Hitler e il movimento è il nazionalsocialismo. E i due non sono che un tutt’uno con il popolo e il Reich!».
Hitler e la sua coalizione, in realtà, raggiungono appena la maggioranza. Nonostante la sua propaganda e le intimidazioni della SA, Hitler non è riuscito a impedire ai comunisti di ottenere il 12% dei voti. Allora Hitler getta la maschera ed entra nell’illegalità con la complicità del suo governo. Fa arrestare i deputati comunisti e li manda nei campi di concentramento di Oranienburg, vicino a Berlino, e di Dachau, che sono allestiti dai nazisti. Sono i primi dei sedici campi aperti nel solo anno 1933. Il numero dei detenuti politici passa a 100.000 nel primo mese del regime. Lo studente comunista Klaus Bastian racconta: «Le guardie li frustano, li immergono nell’acqua gelida, li minacciano di morte, di giorno e di notte». I nazisti sostengono, al contrario, che questi parlamentari, questi funzionari e questi sindacalisti vengono rieducati. L’ombra malefica della dittatura si estende su tutta la Germania. Essendo stato bruciato il Reichstag, Hitler riunisce il Parlamento all’Opéra Royal, circondato dalle SA, per chiedere i pieni poteri.
20 marzo 1933. Nel Parlamento non ci sono più deputati comunisti; i 94 socialisti ancora presenti avranno il coraggio di votare contro Hitler. Saranno anche loro arrestati, imprigionati o costretti all’esilio. 441 deputati, dall’estrema destra al centro cattolico, ascoltano uno scaltro discorso di Hitler destinato a imbrogliare. Promette tutto, come sempre, la fine della disoccupazione, la salvezza dei contadini, il rispetto dei diritti e soprattutto la pace. L’assemblea si suicida votando i pieni poteri a Hitler per quattro anni. Il presidente Hindenburg non potrà più opporsi alle decisioni del Cancelliere. Sotto gli evviva, la democrazia in Germania muore.
Che Hitler, un uomo che ha consolidato il suo potere con l’antisemitismo, possa dirigere uno dei paesi più industrializzati del mondo è sentito come una minaccia universale.
New York. Nel mondo intero le manifestazioni contro Hitler denunciano la sua barbarie, il suo oscurantismo e proclamano che «il giudaismo sopravviverà all’hitlerismo». Tutti gridano al boicottaggio mondiale dei prodotti tedeschi. Hitler, per dissuaderli, ordina una giornata di boicottaggio dei negozi ebrei in Germania. È l’inizio della persecuzione. Edwin Landau, proprietario di un grande supermercato della Prussia orientale, prima di emigrare con tutta la sua famiglia in Palestina, scrive: «In poco tempo è avvenuta in me una trasformazione. Questo paese e questo popolo che avevo amato e stimato fino ad ora sono diventati miei nemici. Non ero più tedesco e non dovevo più esserlo. Mi vergognavo di essere appartenuto a questo popolo, della fiducia che avevo accordato a tante persone che si rivelavano essere miei nemici».
L’antisemitismo ha contagiato le università. Il nazismo ha istigato gli animi contro la cultura moderna e ha imposto un’ideologia settaria e intollerante che spinge gli studenti a bruciare essi stessi dei libri. Con l’aiuto degli studenti, inquadrati dalle SA, in tutta la Germania vengono raccolte dalle biblioteche, dalle librerie e presso gli editori, tutte le opere che corrispondono a quello che Hitler ha definito di «spirito antitedesco». Sulla lista nera nazista vi sono i libri di Karl Marx, Sigmund Freud, Stefan Zweig, e più di trecento autori, soprattutto ebrei. 12.000 titoli sono condannati: centinaia di migliaia di libri devono essere bruciati. E le SA preparano il rogo. A Berlino, in piazza dell’Opéra, Goebbels pronuncia il discorso radiodiffuso che apre la “messa nera” di questo incendio di libri di stampo medioevale: «Cari studenti e studentesse di Germania, l’epoca dell’intellettualismo ebreo è passata. L’essere tedesco del futuro non sarà più un essere da libro ma un essere di volontà».
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10 maggio 1933. Una giovane berlinese, Dorothea Gunther, che assiste al rogo dei libri e al rituale nazista, testimonia: «Le SA e gli studenti gridavano il titolo del libro e il nome dell’autore e urlando “che era ebreo, pacifista, femminista o semplicemente moderno”, pronunciavano la sentenza “noi ti consegniamo al fuoco”. Sono rimasta ammutolita e offesa perché quegli studenti avevano letto e discusso molte di quelle opere che andavano in fumo».
Léon Blum scrisse: «In Germania, sarebbe stato necessario che i comunisti e i socialisti lottassero insieme». Ma i socialisti non avevano voluto. Per i comunisti, Mosca impartiva gli ordini: «Niente alleanze con i socialisti, i socialisti traditori». Le consegne suicide di Stalin hanno aiutato Hitler.
Hitler soppresse i sindacati e il 21 luglio 1933 mise fuori legge il partito socialista.
«SA e SS, Heil. Una grande epoca si apre davanti a noi – pronuncia in un discorso Hitler – La Germania finalmente si è svegliata. Noi abbiamo conquistato il potere. Ora dobbiamo conquistare il popolo tedesco».
Estate 1933. Il popolo tedesco può andare in vacanza. Il partito nazista è ormai il partito unico. I suoi slogan antisemiti non interessano troppo la gente. La sorte dei loro compatrioti di origine ebrea li interessa poco. Sono appena 500.000 mila, meno dell’1% della popolazione. La metà di questi ebrei tedeschi riuscirà a emigrare.
Gerda Blachmann testimonia: «Abbiamo potuto imbarcarci a condizione di lasciare tutti i nostri beni». Gli ebrei più poveri resteranno bloccati in Germania. Saranno deportati nei ghetti dell’Est e poi sterminati nei lager. Gli oppositori del regime fuggiranno come e dove potranno: soprattutto in Francia, dove saranno ripresi in seguito alla guerra e riconsegnati ai nazisti. Molti di loro che non partiranno per tempo e che vorranno resistere, saranno catturati e uccisi nei lager.
La grande maggioranza dei tedeschi si adatta alla dittatura. Alcuni cominceranno ad alzare ogni mattina la bandiera nazista a croci uncinate, diventata l’emblema ufficiale della Germania. Gli altri, una volta messo il bavaglio alla stampa, non potranno che leggere i giornali nazisti. Le bambine impareranno il saluto nazista, i bambini entreranno nella “gioventù hitleriana”, che svilupperà molto bene in loro l’aggressività. A scuola l’insegnante farà imparare ai ragazzi a maneggiare le armi. Nell’insegnamento della matematica, utilizzerà degli esempi del tipo: «Quanto costa in un anno allo Stato un alunno? Un handicappato 1.800 marchi, un alunno medio 320 marchi e un alunno brillante solo 125 marchi». Conclusione: la società non può sopravvivere se non quando i suoi cittadini sono geneticamente sani.
La figlia maggiore di ogni famiglia entrerà nella BDM, la Lega delle giovani tedesche e diventerà una brava sposa che avrà molti piccoli soldati, che si faranno uccidere a dieci anni negli ultimi combattimenti a Berlino, alla fine della seconda guerra mondiale. Ma i tedeschi non lo sapevano ancora in questa estate del 1933. Hitler non è interamente il capo supremo: deve ancora anestetizzare il popolo tedesco con la propaganda.
30 agosto 1933: primo congresso del partito nazista dopo la conquista del potere. Tra i partecipanti Rudolph Hesse, uno dei redattori della legge antiebraica, Goebbels che ha reso grande il Ministero della propaganda, Herman Goering, che ha fatto rinascere l’aviazione tedesca, Ernst Röhm, il capo dell’orda di fanatici che sono le SA. Röhm, che aveva partecipato al putsch del 1923 sarà accusato di tradimento. Le SA sono ormai due milioni, una forza che fa concorrenza all’esercito. Hitler, per avere il sostegno dei militari, deve metterli in riga ed elimina Röhm. Tutto inizia nell’estate del 1934 quando Hitler si reca a Venezia per incontrare Mussolini: è il 16 giugno 1934. Hitler è impressionato dal suo grande modello. Cerca l’accordo con Mussolini per il suo progetto di annessione dell’Austria. Mussolini rifiuta: non vuole la presenza tedesca alle sue frontiere. Mussolini disse: «Questo tipo mi sembra un monaco chiacchierone». Mussolini gli mostra la sua flotta, mentre Hitler non ha una marina. Hitler torna a Berlino mortificato. Comprende che fino a quando non avrà ricostituito la sua forza militare non potrà fare niente.
Hitler si reca alle manovre dell’esercito tedesco, piccolo in seguito al trattato di Versailles, ridotto a 100.000 uomini ma molto addestrato. Hitler sa che per fare una guerra occorrono dei generali, degli ammiragli, degli strateghi degli specialisti competenti. Ha promesso all’esercito di non rispettare il trattato di Versailles, di ridargli i suoi effettivi e il suo armamento. Ma i generali vogliono di più: vogliono la testa di Röhm e delle SA, più importanti per il loro numero dell’esercito. Röhm viene criticato per la sua mania di grandezza: fa ombra a Hitler. Goebbels disse: «È un bolscevico camuffato». Sono complici da più di quindici anni ma Hitler ha deciso di eliminare Röhm accusandolo di preparare un colpo di Stato. Hitler designa i boia: Himmler, capo delle SS, Heydrich, capo della Gestapo, Sepp Dietrich, un ex garzone macellaio divenuto capo della guardia di protezione del Führer. Tra il 30 giugno e il 2 luglio 1934, quella che Hitler chiamerà «la notte dei lunghi coltelli», le SS uccidono Röhm e 85 possibili oppositori o testimoni ingombranti del passato di Hitler. Dopo la fine di Röhm, le SA perdono tutta la loro influenza e sono ridotte a servizio d’ordine. L’esercito è soddisfatto, come gli industriali che temevano quando sentivano Röhm dire: «La rivoluzione nazionale socialista non è ancora terminata». Sepp Dietrich è promosso generale delle SS. Quando la regista Leni Riefensthal gira “Il Trionfo della Volontà” sul congresso del partito nazista del 1934, solo le uniformi nere delle SS sfilano. Ormai in alto nella piramide del potere Hitler è solo.
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Un mese dopo “la notte dei lunghi coltelli” l’ultimo presidente della repubblica, il maresciallo Hindenburg, muore all’età di 87 anni. La democrazia è morta e sepolta da lungo tempo. La dittatura continua la sua marcia implacabile. Hitler diventa il capo delle Forze armate. Il suo potere è totale. E tutti i soldati giurano fedeltà «al Führer nostro capo e del popolo tedesco, Adolf Hitler».
Luglio 1935. Hitler si reca al festival di Bayreuth per ascoltare Wagner, il suo musicista preferito. La nuora del compositore, Winifred Wagner, che l’ha sostenuto fin dal suo così difficile debutto, lo riceve ora come capo della Germania. Hitler può valutare il cammino percorso; ha realizzato il sogno assurdo della sua gioventù: diventare Rienzi, il suo eroe wagneriano preferito che si sacrifica per il suo popolo in adorazione davanti a lui. S’imbarca come Sigfrido, sul mare del Nord verso le sue chimere, accompagnato da coloro che l’hanno creato e che non possono più domare, colui che è diventato il golem, la creatura della Bibbia fatta di argilla e che accecherà gli umani con la sua potenza infernale.
Hitler si appropria dei successi della repubblica di Weimar, come le famose autostrade, che diventeranno le vetrine del regime nazista.
Germania sinagoga distrutta
Hitler si batte per promulgare le leggi razziali di Norimberga. Brucerà le sinagoghe nei grandi pogrom della “Notte dei cristalli”, preludio della “soluzione finale”. Si prepara a violare il trattato di Versailles rioccupando le zone smilitarizzate del 1919. Quando Francia e Inghilterra non reagiranno, la loro debolezza porterà Mussolini a riavvicinarsi a Hitler, lasciandolo annettere l’Austria per compiere la sua “missione”, riunire la Germania e i popoli che parlano il tedesco. Interverrà nella insanguinata guerra di Spagna, lanciando i suoi bombardieri, uccidendo la popolazione di Guernica e assicurando la vittoria ai fascisti di Franco sui repubblicani della Spagna.
Sogna il suo grande esercito, come quello di Napoleone. Marcerà verso Mosca, proclamando sempre che vuole la pace. «Noi vogliamo essere un solo e unico Reich, e voi dovete prepararvi. Noi vogliamo che il popolo diventi ubbidiente, e siete voi che dovete trascinarlo. Noi vogliamo che questo popolo diventi pacifico ma anche coraggioso, e siete voi che dovete essere pacifici!».
La Germania, trascinata dai discorsi e dalle manifestazioni grandiose, perderà i contatti con la realtà.
Quando la Germania sarà pronta, Hitler, feroce ed ostinato, la trascinerà, e il mondo intero con lei, in una lunga notte popolata di fantasmi di cinquanta milioni di morti.

Bibliografia:
Apocalypse Hitler Dvd

http://anpi-lissone.over-blog.com/article-come-e-stato-possibile-hitler-101300280.html#


giovedì 12 giugno 2014

Di Chiara. Uno scenario drammatico e insieme potente troviamo nella Repubblica di Weimar, la sua storia febbrile e inquieta, che tra il 1918 e il 1933 porta la Germania al nazismo e alla distruzione (( ... )). Di fronte alle difficoltà gravi e reali della crisi in cui il paese è precipitato dopo la guerra si assiste a un progressivo attacco dirompente diretto dal gruppo contro se stesso e contro i propri uomini, idee e cultura: i tedeschi si sentono mortificati, incapaci e inetti, da una parte, ma insieme destinati alla gloria, potenti ed efficienti. Ritengono che tra di loro vi siano traditori e nemici, da una parte, e uomini integri e potenti dall'altra. Affidano al meccanismo della scissione-e-idealizzazione la soluzione dei propri problemi.


"Uno scenario drammatico e insieme potente troviamo nella Repubblica di Weimar, la sua storia febbrile e inquieta, che tra il 1918 e il 1933 porta la Germania al nazismo e alla distruzione (( ... )). Di fronte alle difficoltà gravi e reali della crisi in cui il paese è precipitato dopo la guerra si assiste a un progressivo attacco dirompente diretto dal gruppo contro se stesso e contro i propri uomini, idee e cultura: i tedeschi si sentono mortificati, incapaci e inetti, da una parte, ma insieme destinati alla gloria, potenti ed efficienti. Ritengono che tra di loro vi siano traditori e nemici, da una parte, e uomini integri e potenti dall'altra. Affidano al meccanismo della scissione-e-idealizzazione la soluzione dei propri problemi."
Giuseppe Di Chiara, Sindromi psicosociali - La psicoanalisi e le patologie sociali. 1999 Cortina pag.80.




venerdì 14 marzo 2014

Pierre Levy. Se senti le tue emozioni negative completamente e onestamente, non le farai vivere agli altri. Avrai infranto, almeno per quanto ti riguarda, la fatale catena della trasmissione della sofferenza, ed è il più grande favore che tu possa fare al mondo

Rifiutiamo di essere asserviti a qualsiasi automatismo
Pierre Lévy

Se senti le tue emozioni negative completamente e onestamente, non le farai vivere agli altri. Avrai infranto, almeno per quanto ti riguarda, la fatale catena della trasmissione della sofferenza, ed è il più grande favore che tu possa fare al mondo
Pierre Levy

"Osserva, in te e attorno a te, a che punto i pensieri, le parole e gli atti sono pregni di avidità, di aggressività, di orgoglio, di invidia e di illusione.
[...] Il male separa l'anima dalla sua sorgente, la isola, la divide contro se stessa e la oppone alle altre anime. Il male è questa separazione.
[...] In alcuni gruppi di esseri umani, quasi tutte le relazioni sono strumentali: essere manipolati, manipolare, «far agire» l'altro, ottenere qualcosa da lui. Non si comunica, non ci si esprime. Tutto ciò che si dice ha un fine. L'affare del secolo consiste nel prendere potere o nel dominare, da un lato, mentre si è dominati dall'altro. In questi ambienti patologici i rapporti tra le persone somigliano a interazioni tra ingranaggi, cinghie di trasmissione, alberi a camme, in una grande macchina di cui ognuno tenta di prendere il controllo. La metafora popolare parla di un «nido di serpi». Partecipare a queste società di morti-viventi soffoca l'anima.
[...] Il narcisismo e la civetteria, l'accusa e il senso di colpa, il potere e la paura, il «bisogno di amore» e l'insensibilità, la collera e l'odio... Il nostro ego ha come alleati naturali gli ego degli altri. Gli ego degli altri vengono a dare manforte al nostro ego. Tutti gli ego non formano che un unico ampio sistema di sofferenza parassita che è solo incline a estendersi e che spinge le anime a distruggersi reciprocamente mentre beve il loro sangue.
[...] Una volta che certi automatismi emotivi e intellettuali si sono impossessati di noi, dobbiamo nutrirli costantemente. L'automatismo si fa passare per la parte più intima dell'io mentre è un parassita che succhia la nostra vita. Avidità, aggressività, dipendenze, comportamenti ripetitivi, riflessi; non solo questi automatismi ci fanno lavorare tutta la vita al loro servizio, ma esigono anche che gli altri lavorino per loro! Rifiutiamo di essere asserviti a un qualsiasi automatismo, che sia il nostro o quello degli altri. Gli automatismi degli altri possono farci lavorare al loro servizio solo perché si rivolgono ai nostri automatismi: così funziona il sistema del male, la catena degli ego che si rinforzano reciprocamente. Ne usciamo solo attraversando la disciplina del distacco e della presenza. Sì, l'antidoto assoluto all'automatismo è la presenza poiché, dal momento che siamo presenti, veramente presenti, non possiamo più essere guidati da questi automi che di solito ci governano. Un automa non può essere presente. Un essere presente non è più un automa.
[...] Il male non è né una persona né un'entità qualsiasi ben definita, ma piuttosto la qualità particolare di certi processi. È comunque pratico parlarne come di un agente, di un parassita, di un «alien» che si nutre delle nostre nevrosi e delle nostre emozioni negative. Questo demone utilizza i nostri concetti prefabbricati, le nostre proiezioni e tutto quanto ci può impedire di riconoscerlo, di vedere le cose per come sono, al fine di continuare a tenerci sotto il suo controllo. Per esempio, i membri della nostra famiglia o del nostro ambiente sono visti come «figlia», «marito», «padre», «sposa», «madre», «fratello», «sorella», «figlio», invece di essere percepiti come esseri umani che agiscono così, che causano in noi realmente tali emozioni. Parlo dei membri della nostra famiglia, di quelle identità e di quelle relazioni prefabbricate. Ma tutte le funzioni, i titoli, i rapporti convenzionali ci impediscono allo stesso modo di mettere a nudo le anime e i rapporti fra le anime. Vediamo così di rado le persone per ciò che sono! Ci raccontiamo tante di quelle storie sul loro conto invece di sentire, senza alcun pregiudizio, nel nostro cuore, ciò che accade qui e ora, fuori dall'apparenza, indipendentemente dai titoli, dai nomi, dalle convenienze e dall'ambiente"
Pierre Lévy



giovedì 20 febbraio 2014

Pharmakos. Il Pharmakos era un rituale largamente diffuso nelle città greche, ed era la purificazione mediante l'espulsione dalla città di un individuo, che veniva chiamato Pharmakos questo seguiva uno schema di credenza simile all'espulsione del capro espiatorio, che veniva utilizzato nella religione ebraica. Ad Atene, durante le feste del Targhelie, venivano scelte delle persone di aspetto ripugnante, una per gli uomini e un'altra per le donne, addobbati di vestiti ridicoli e infine scacciati fuori dalle mura. Sul significato del rito si era molto discusso e si era pensato che fosse stato un residuo di primitivi sacrifici umani. Secondo altri sarebbe stato un rito simbolico legato alle pratiche agricole fatto per allontanare dalle messi la sfortuna, ma anche le disavventure della comunità. II Pharmacos era colpevole di NULLA, ma il suo compito era quello di essere il rappresentante di ogni sfortuna. Espellendolo dalla città, essa, si liberava di un essere tabù che assumeva le colpe e le maledizioni di tutti. Perciò il Pharmacos era contemporaneamente il delitto e il salvatore, che con il suo sacrificio permetteva alla comunità di ritrovare la propria sicurezza garantendo così la pace nel paese.

Il Pharmakos era un rituale largamente diffuso nelle città greche, ed era la purificazione mediante l'espulsione dalla città di un individuo, che veniva chiamato Pharmakos questo seguiva uno schema di credenza simile all'espulsione del capro espiatorio, che veniva utilizzato nella religione ebraica. Ad Atene, durante le feste del Targhelie, venivano scelte delle persone di aspetto ripugnante, una per gli uomini e un'altra per le donne, addobbati di vestiti ridicoli e infine scacciati fuori dalle mura.
Sul significato del rito si era molto discusso e si era pensato che fosse stato un residuo di primitivi sacrifici umani. Secondo altri sarebbe stato un rito simbolico legato alle pratiche agricole fatto per allontanare dalle messi la sfortuna, ma anche le disavventure della comunità.
II Pharmacos era colpevole di NULLA, ma il suo compito era quello di essere il rappresentante di ogni sfortuna. Espellendolo dalla città, essa, si liberava di un essere tabù che assumeva le colpe e le maledizioni di tutti.
Perciò il Pharmacos era contemporaneamente il delitto e il salvatore, che con il suo sacrificio permetteva alla comunità di ritrovare la propria sicurezza garantendo così la pace nel paese.
http://cronologia.leonardo.it/mondo11c.htm


Pharmakos (greco φαρμακός) era il nome di un rituale largamente diffuso nelle città greche, simile a quello del capro espiatorio, che mirava ad ottenere una purificazione mediante l'espulsione dalla città di un individuo chiamato pharmakos (qualcosa come "il maledetto").
Ne parla, per esempio, il poeta Ipponatte: egli dice che un uomo scelto per la sua bruttezza veniva nutrito a spese della città, poi, un giorno stabilito, era scacciato a frustate; in altri luoghi ogni anno uno sventurato veniva "comprato" e nutrito a spese pubbliche, poi lo si espelleva a sassate dalla città.
Ad Atene, durante le feste Targelie (greco θαργήλια), in onore di Apollo, venivano scelte due persone di aspetto ripugnante, un uomo e una donna, adornate con collane di fichi e infine scacciate fuori dalle mura.

Sul significato del rito si è molto discusso; si è pensato che esso fosse un residuo di primitivi sacrifici umani; secondo altri sarebbe invece un rito legato alle pratiche agricole, posto in atto per allontanare dalle messi la sfortuna e le calamità naturali. In sostanza, si tratta di un rito simbolico destinato a placare l'angoscia per la contaminazione incombente sopra la comunità. Così il gruppo scarica la propria aggressività su un emarginato, scelto per la sua deformità come simbolo del male. Evidentemente egli non è colpevole di nulla, ma il suo compito è proprio quello di essere il rappresentante di ogni forma possibile di sventura: espellendolo, la città si libera di un essere tabù, un intoccabile, un perturbatore della pace, che assume su di sé le colpe e le maledizioni di tutti. Perciò il pharmakos è contemporaneamente il reietto e il salvatore, che con il suo sacrificio permette alla comunità di ritrovare la propria sicurezza e ne garantisce la pace. Non può andare perduta l'associazione con il mito cristiano dell'Agnello di Dio che toglie i peccati dal mondo ("Agnus Dei qui tollis peccata mundi == Agnello di Dio che SOPPORTI i peccati DEL mondo", QUINDI Te ne fai carico) e la stessa crocifissione del Salvatore, diventato egli tale proprio in virtù del sacrificio al quale prende parte.

Walter Burkert e René Girard hanno fornito interpretazioni moderne notevoli del rito del pharmakos. Burkert mostra come le persone erano sacrificate o espulse dopo essere state ben nutrite e, secondo alcune fonti, le loro ceneri erano sparse nell'oceano. Era un rituale di purificazione, una forma di catarsi sociale.[1]

Il Pharmakos è un termine fondamentale anche nel decostruzionismo di Jacques Derrida. Nel suo famoso saggio "La farmacia di Platone" [2], Derrida decostruisce molti testi di Platone, come il Fedro, e rivela l'interconnessione tra la catena significante pharmakeia-pharmakon-pharmakeus e la notevole assenza della parola pharmakos. Così facendo, Derrida attacca il confine tra interno ed esterno, dichiarando che il fuori (pharmakos, parola mai usata da Platone) è sempre-già presente proprio all'interno (pharmakeia-pharmakon-pharmakeus)
Si può dire che, come concetto, pharmakos è collegato ad altri termini di Derrida, come "traccia".
Per alcuni studiosi al rito del pharmakos si ricollega la pratica dell'ostracismo, procedura con cui si esiliava da Atene un uomo politico importante, dopo una votazione in cui si scriveva il suo nome su pezzi di coccio. Però l'ostracismo era un episodio puntuale, contrariamente all'esecuzione o espulsione del pharmakos.


Più tardi il termine Pharmakos si trasformò in pharmakeus, che indica una droga, pozione magica, guaritore, avvelenatore, per estensione un mago o uno stregone.[3] Una variante di questo termine è "pharmakon" (φάρμακον), che significa pianta curativa, veleno o droga. Da questa variante deriva il termine moderno "farmacologia".[4]

L'analisi decostruttiva di Derrida
Nel 1968 la rivista francese Tel Quel pubblicò un lungo saggio di Jacques Derrida, intitolato La farmacia di Platone [5], che poi fu inserito nel suo libro del 1972, La dissémination. Questo libro ha come punto di partenza il Fedro di Platone.

Anche se la catena significante pharmakeia-pharmakon-pharmakeus compare molte volte nei testi di Platone, il filosofo non usa mai un termine strettamente collegato, pharmakos, che significa "capro espiatorio". Secondo Derrida, il fatto che Platone non usi quel termine non indica che la parola è necessariamente assente, o piuttosto, è sempre-già presente come "traccia". Certe forze o tendenze di associazione linguistica uniscono le parole che sono "in pratica presenti" in un testo con tutte le altre parole del sistema lessicale, indipendentemente dal fatto di comparire o meno in tale testo. Derrida evidenzia che la catena testuale non è semplicemente "interna" al lessico di Platone. 

È possibile affermare che tutta la catena significante "farmaceutica" (un altro componente della stessa catena) si manifesti effettivamente nel testo, anche se sempre nascosta nello sfondo, mostrandosi sempre furtivamente. "È sempre nella stanza nascosta, nelle ombre della farmacia, antecedente rispetto alle opposti conscio e inconscio, libertà e costrizione, volontario e involontario, parola e linguaggio, che queste 'operazioni' testuali hanno corso"[6] 

Quello che è in gioco qui è proprio l'idea della dicotomia interno/esterno; se la parola pharmakos che Platone non usa pur risuona all'interno del testo, allora non ci può essere possibilità di chiusura per quanto riguarda il testo. Se l'esterno è sempre-già presente all'interno, in opera all'interno, allora qual è lo status dei concetti "presente" e "assente", "corpo" e "anima", "centro" e "periferia"? Però è importante ricordare che Derrida classifica i farmaci come qualcosa "nello sfondo"; in altre parole, l'"esterno" sempre presente nell'"interno" non diventa mai pura presenza, ma resta nascosto come "traccia", un'allusione, un'"aporia". Con questo insistere tenacemente su questo punto, Derrida evita la trappola di quello che lui chiama "Metafisica della Pura Presenza", o "Logocentrismo"[7]

Nell'antica Atene il rito del pharmakos era usato per espellere e allontanare il male (fuori dal corpo e fuori dalla città). Per raggiungere questo scopo, gli ateniesi mantenevano a spese pubbliche alcuni poveri diavoli. Quando si verificava una calamità, ne sacrificavano uno o più come rituale di purificazione e rimedio curativo. Il pharmakos, il "capro espiatorio", era condotto fuori dalle mura della città e ucciso al fine di purificare l'interno della città. Il male che aveva infettato la città dall'"esterno" è rimosso e restituito all'"esterno", per sempre
Ma, paradossalmente, il rappresentante dell'esterno (il pharmakos) era ciononostante mantenuto nel cuore stesso dell'interno, la città, e anche a spese pubbliche. Per essere cacciato dalla città, il capro espiatorio doveva essere già stato dentro la città

"La cerimonia del pharmakos si svolge sulla linea di confine tra l'"interno" e l'"esterno", e il suo compito è di tracciare e rintracciare incessantemente quella linea".[8] 

Similmente, il pharmakos sta sulla sottile linea rossa tra sacro e maledetto, "...benefico in quanto cura - e per questo temuto e trattato con cura - dannoso in quanto incarna i poteri del male - e per questo, temuto e trattato con cautela".[9] 

Il pharmakos è il guaritore che cura ed è il criminale che è l'incarnazione dei poteri del male. Il pharmakos è come una medicina, pharmakon, nel caso di una malattia specifica, ma, come la maggior parte delle medicine, è allo stesso tempo un veleno, allo stesso tempo un male. Pharmakos, pharmakon: essi sfuggono a entrambi i lati con l'essere e non essere allo stesso tempo su un lato. Tutte e due le parole hanno in sé più di un significato, cioè dei significati confliggenti.

Pharmakos non significa solo capro espiatorio. È un sinonimo di pharmakeus, una parola spesso ripetuta da Platone, che significa "stregone", "mago", perfino "avvelenatore"

Nei dialoghi di Platone, spesso Socrate è rappresentato e definito pharmakeus
Socrate è considerato uno che sa come fare magia con le parole e, in particolare, non con le parole scritte. Le sue parole agiscono come un pharmakon (come una sostanza curativa, o anche un veleno) e trasformano, curano l'anima di chi ascolta. Nel Fedro, Socrate si oppone fermamente agli effetti negativi della scrittura. Socrate paragona la scrittura a un pharmakon, una droga, una pozione: scrivere ripete senza sapere, crea abominevoli simulacri. Qui Socrate trascura deliberatamente l'altro significato della parola: la cura
Socrate suggerisce un pharmakon diverso, una medicina: la dialettica, la forma filosofica del dialogo. Questo, sostiene Socrate, può condurci alla verità dell'eidos, ciò che è identico a se stesso, sempre se stesso, immutabile. Qui Socrate di nuovo trascura l'"altra" lettura della parola pharmakon: il veleno. Socrate agisce come un mago (pharmakos) - lui stesso parla di una voce soprannaturale che parla attraverso di lui - e la sua medicina (pharmakon) più famosa è il discorso, la dialettica e il dialogo che conduce al sapere e alla verità ultima. Ma paradossalmente Socrate diventa anche il più famoso "altro" pharmakos di Atene, il capro espiatorio. Diventa uno straniero, perfino un nemico che avvelena la repubblica e i suoi cittadini
È un abominevole "altro"; non l'altro assoluto, il barbaro, ma l'altro (l'esterno) che è molto vicino, come quei poveri diavoli, che è sempre-già nell'interno. Egli è allo stesso tempo la "cura" e il "veleno" e, proprio come lui, gli ateniesi scelsero di dimenticare uno di quei significati in base alla necessità. E, alla fine, Platone colloca Socrate in quello che per Socrate era il più vile di tutti i veleni: nella scrittura, che sopravvive fino a oggi.

http://it.wikipedia.org/wiki/Pharmakos


Il mio farmacista aveva una targhetta al muro che diceva:
se no ghe fosse Dottore e Farmacia quanti morti de manco ve saria.


Il farmaco nel corpo.
Ogni farmaco ha un suo destino dentro il corpo. Viene metabolizzato in un certo modo, ha particolari bersagli in questo o quell'organo nei quali svolge la sua azione terapeutica e viene eliminato dal corpo in modi diversi. Per esempio, un farmaco usato per la cura dell'ulcera e preso come compresse, arrivato nell'intestino penetra nella parete dell'organo sino a raggiungere i capiIlari ed entra così nel sangue. Questa fase di assorbimento è graduale e raggiunge il massimo dopo 1-2 ore. Una volta nel sangue, il farmaco può raggiungere tutti gli organi e quindi ogni cellula del corpo, ma, in realtà, penetra solo in quelle che all'esterno possiedono particolari "serrature molecolari", i recettori, capaci di agganciarlo.In questo caso, il farmaco blocca le serrature e le rende così inaccessibili a una sostanza che stimola la produzione di acido nello stomaco. Altri farmaci, entrano nella cellula e ne condizionano il funzionamento o la riproduzione come è il caso dei farmaci contro il tumore.
Con il passare del tempo - minuti, ore o giorni a seconda dei casi - il farmaco può essere eliminato localmente da sostanze presenti nelle cellule oppure in altre parti del corpo, in genere il fegato o i reni. Ecco perché - a seconda dei casi - si può misurare la sua dose nel sangue o nelle urine, una pratica che aiuta a capire, in caso di mancata efficacia del farmaco, se questo è dovuto a una quantità troppo bassa assorbita dall'organismo o se un effetto tossico è da mettere in relazione a quantità eccessive. Casi entrambi che permettono al medico di correggere la dose sul singolo malato.

Gli effetti del farmaco
Un farmaco può avere nel corpo numerose conseguenze, apparentemente sconnesse. Viene preso per ottenere un effetto terapeutico, ma può provocarne anche altri, gli effetti indesiderati o sotto la variante più lieve di effetti collaterali o sotto forma di una reazione allergica. In tutti i casi, la distinzione effetto terapeutico/indesiderato è in qualche modo arbitraria perché ciò che è curativo oggi in un malato può rappresentare un inconveniente in un altro così come può darsi che in una circostanza diversa l'inconveniente sia l'effetto cercato. La storia dei farmaci è piena di esempi in cui un effetto indesiderato è stato poi considerato un effetto terapeutico. Per esempio, in caso di allergia si usano gli antistaminici che hanno come effetto collaterale la sonnolenza, ma è proprio per questa ragione che sono usati come sedativi. L'Aspirina non può essere usata nelle persone con malattie della coagulazione perché ostacola la trombosi ma proprio per questa ragione è usata dalle persone con malattie cardiocircolatorie perché riduce il rischio d'infarto dovuto a fenomeni di trombosi.

Le cause degli effetti del farmaco
Effetti terapeutici e indesiderati del medesimo farmaco possono essere legati o avere cause diverse. Per esempio, la sonnolenza o l'instabilità nel camminare causate dall'assunzione di un ansiolitico sono fenomeni collaterali rispetto all'azione di ridurre l'ansia. Entrambi gli effetti sono prodotti dalle medesime azioni biologiche nel cervello. Altre volte non è così. Per esempio l'uso della penicillina è accompagnato in certi casi da diarrea, ma mentre l'azione antibatterica è dovuta direttamente agli effetti del farmaco sui batteri, la diarrea è provocata dall'azione irritante dell'antibiotico sulla parete dell'intestino.
Una forma particolare di effetto indesiderato è l'idiosincrasia che consiste in una reazione abnorme a un farmaco dovuta a motivi genetici, cioè costituzionali. In genere la reazione non ha nulla a che fare con i normali effetti della medicina.
Un altro effetto indesiderato piuttosto comune è costituito dalle reazioni allergiche che possono comparire in teoria con ogni tipo di farmaco anche se alcune medicine le provocano più facilmente, in certe persone. Per esempio, quanti soffrono di una qualche forma di allergia generalmente sono più esposti a questo rischio. Inoltre, le manifestazioni allergiche come prurito e orticaria sono provocate da farmaci in qualche modo simili (penicillina e cefalosporine) mentre è praticamente impossibile trovare persone genericamente "allergiche ai farmaci" nonostante molte ritengano di esserlo.
Naturalmente quanto più importante è l'effetto terapeutico e quanto pochi o poco importanti sono gli effetti indesiderati tanto maggiore è l'utilità pratica del farmaco, una variabile che gli esperti indicano come rapporto beneficio/rischio. Occorre decidere allora, di volta in volta, se siano maggiori i rischi connessi con una certa terapia o i benefici che da quella terapia possono derivare al paziente. Per esempio, la penicillina causa nell'1-5 per cento dei casi reazioni allergiche e ciò ha creato un clima di diffidenza nei confronti di questo farmaco. Tuttavia nessuno pensa di ritirarlo dalla circolazione vista la sua straordinaria efficacia in molte circostanze e la non gravità dei suoi effetti collaterali, tranne pochissimi casi.

Effetti soggettivi dei farmaci
L'effetto complessivo di un farmaco non dipende solo dalle molecole che contiene, ma anche dalla persona che lo prende. Dalla sua età, sesso, stato di salute, dal suo peso e anche dal suo Dna.
I bambini prendono dosi più piccole di farmaco perché oltre a pesare di meno e quindi ad avere una minore quantità di cellule complessive del corpo, hanno un corpo che funziona in parte in modo diverso. In particolare, i loro fegato e reni non sono completamente sviluppati e questo condiziona il metabolismo del farmaco che in genere ne viene rallentato. Ecco perché importa sia il peso che l'età. Per dare un'idea di quanto possa variare la dose secondo l'anagrafe, in caso di shock anafilattico, serve una dose intramuscolo di adrenalina di 0,5 con età dai 12 anni in su, di 0,25 tra 12 e 6 anni, di 0,125 tra 6 anni e 6 mesi mentre sotto quest'età la dose scende a 0,05 mg. La capacità totale di metabolizzare il farmaco si raggiunge a 20 anni: dopo di che inizia a diminuire, tanto più marcatamente quanto più l'età sale. Questo succede almeno per due ragioni.
Con gli anni fegato e reni perdono progressivamente la loro capacità di metabolizzare il farmaco, oltre i 65 anni del 35 per cento e anche più. Inoltre cambia la composizione del corpo perché diminuisce l'acqua e aumentano i grassi, fatto che condiziona l'effetto del farmaco. Per questo gli anziani hanno bisogno di dosi più piccole.
Del resto fegato o reni possono funzionare in modo diverso anche a causa di malattie ed ecco perché una persona con epatite può aver bisogno di dosi più basse di un farmaco per lo stesso effetto.
Ma bisogna fare i conti anche con il sesso. Per esempio, uno studio statunitense ha dimostrato che il 25 per cento circa dei farmaci sono eliminati dal corpo diversamente in base al sesso di appartenenza, in qualche caso più rapidamente nell'uomo, in qualche altro nella donna.

Reazioni diverse allo stesso farmaco
Recenti ricerche hanno dimostrato che la diversità nel metabolismo dei farmaci costituisce la regola e non l'eccezione. Questo rappresenta il principale motivo per cui persone diverse con lo stesso problema possono reagire in modo diverso allo stesso farmaco. Del resto il fatto è facilmente comprensibile considerato che ogni persona ha un proprio Dna, una variante individuale della stessa macchina chimica in grado di condizionare peso, colore degli occhi e statura ma anche di determinare la possibilità di sviluppare allergie piuttosto che di codificare diversamente la risposta individuale ai farmaci. La storia della medicina ci ricorda il caso di una persona che tentò di uccidersi con una quantità di acido acetilsalicilico equivalente a 230 aspirine senza riuscirci, anche se sappiamo che neanche metà di quella dose è da considerare senza rischi per la gran parte delle persone.
Le variazioni del Dna possono agire in più modi, per esempio condizionando il modo in cui il farmaco è assorbito e metabolizzato, la velocità con cui entra nelle cellule o la struttura chimica delle serrature chimiche alle quali si lega per ottenere i suoi effetti. Con tutte queste variazioni ci si potrebbe persino sorprendere che due qualsiasi persone possano prendere una compressa qualsiasi per il mal di testa con lo stesso risultato. Eppure è così nella gran parte dei casi. Per questo bisogna tenere presente due cose.
In primo luogo, la possibilità di una variazione non esclude la ricorrenza prevalente attorno a certi valori. Anche se consideriamo cosa determina la statura umana siamo di fronte a un concorso di variabili ereditarie e chimiche, ma questo non esclude che la statura umana oscilli in media attorno a certi valori così che persone alte mt 1,23 o mt 2,60 sono da considerarsi mere eccezioni.
In secondo luogo, anche per fare i conti con questa variabilità umana qualsiasi farmaco è sottoposto a studi preliminari che studiano come il farmaco viene assorbito ed eliminato o che effetto hanno dosi diverse sulle persone. In caso di sorprese o effetti eterogenei, la sperimentazione del farmaco non procede. Insomma, queste ricerche servono proprio a controllare che la variazione della risposta non vada oltre certi valori.

A che ora si assumono i farmaci?
Il momento della somministrazione del farmaco ne condiziona l'efficacia tanto che ci sono farmacologi specializzati nello studio dei tempi di assunzione, la cronofarmacologia. Per esempio, nella malattia di Addison, che comporta una produzione ridotta di certi ormoni, sono più utili due dosi di cortisone alle 7 del mattino e alle 11 di sera che tre dosi alle ore dei pasti. I danni prodotti nei reni dal cisplatino, che viene usato contro il cancro, possono essere ridotti se il farmaco arriva nel corpo dalle 5 alle 6 del pomeriggio. E anche la tossicità della doxorubicina, un altro antitumorale, può essere ridotta al minimo, se la persona prende il farmaco verso le 6 del mattino. Ma forse la dimostrazione più convincente dell'importanza del momento in cui avviene l'assunzione proviene da esperimenti condotti sui ratti col fenobarbitale, un barbiturico: la mortalità degli animali varia da O a 100 per cento solo cambiando l'ora della somministrazione. Il perché di queste differenze non lo sappiamo ancora e quindi non possiamo che arrenderci di fronte a queste constatazioni e tenerne conto.

Se si dimentica di prendere il farmaco
La questione tocca un aspetto importante visto che - come abbiamo detto - diverse ricerche hanno dimostrato che tra il 40 e il 70 per cento delle persone dimentica una o più volte il farmaco nel corso di una terapia. Il fatto che questo non abbia spesso conseguenze serie non è una buona scusa per non prestare al fatto l'attenzione dovuta.
La prima cosa da tenere presente è che occorre prestare attenzione alle dosi prescritte e alla durata della terapia perché entrambe le cose dipendono dalla natura della malattia e dalle caratteristiche del farmaco. Ciascun farmaco viene eliminato dal corpo entro un certo numero di ore, per esempio 6, 12 o 24 ore e ciò significa che, se ci ricordiamo del farmaco dopo 12 ore mentre andava preso dopo 6, nel frattempo la dose di farmaco presente nel corpo è scesa progressivamente sino a scomparire del tutto. Questo significa che i microbi - nel caso di un antibiotico - sono rimasti senza avversario, che febbre o dolore - nel caso di un antipiretico-analgesico - sono risalti a livelli superiori di prima o che la pressione arteriosa - se pensiamo a un antiipertensivo - può essere risalita a valori superiori.
In tutti i casi è bene evitare di commettere un altro errore, ovvero prendere una dose doppia quando ce ne siamo accorti. In caso di dimenticanza è consigliabile chiedere al medico o al farmacista. Molte volte non succede niente di serio, altre è diverso, per esempio in caso di ipertensione arteriosa o di epilessia. Per i farmaci contro l'ipertensione si può ovviare alla dimenticanza con un controllo della pressione, mentre nel secondo caso è meglio consultare direttamente il medico.

Cos'è l'effetto placebo?
"La somministrazione di un placebo - ha detto qualcuno - sembra far parte delle funzioni biologiche del medico. Funzioni di cui di solito non si parla". L'effetto placebo - parola di origine latina che significa "piacerò", "darò sollievo" - indica l'azione apparentemente "curativa" e il conforto che una terapia può procurare per il fatto stesso che la persona si aspetta un miglioramento dall'intervento medico. E questo in modo indipendente dagli effetti diretti del "prodotto" somministrato e quindi per un fenomeno simile ad "autosuggestione". Si tratta di un fenomeno così importante che è difficile capire quanto di una terapia sia attribuibile a effetti farmacologici e quanto all'effetto placebo. In particolare il placebo è un preparato sotto forma di pillole, compresse o fiale con componenti privi di effetti diretti sull'organismo.I farmacologi più informati prendono molto sul serio l'effetto placebo perché è quello con cui devono fare i conti tutti coloro che sono disposti a giurare sull'effetto curativo di una qualche terapia. Per esempio, quando bisogna studiare l'efficacia di un nuovo farmaco, questo viene messo a confronto o con un composto già in commercio oppure con un preparato apparentemente identico, privo però di effetti farmacologici, il placebo appunto.
Si è osservato che sulla culla del placebo si sono chinati molti personaggi, maghi, stregoni, ciarlatani, ma anche medici, sapienti e scienziati. Persino istituzioni, perché se l'Institutional Review Board - l'organismo Usa che si occupa dell'approvazione dei trial valutando i rischi per i soggetti - ha diminuito le approvazioni di studi clinici che propongono l'uso del placebo, la Food and Drug Administration continua ancora oggi a sostenere l'utilizzo del placebo per testare l'efficacia delle nuove terapie farmacologiche, in particolare di quelle psichiatriche.
Negli anni l'interesse sull'argomento non ha fatto che aumentare e si sono moltiplicati gli articoli: appena due nei 148 anni tra il 1785 e il 1933, 15 nei 7 anni tra il 1945 e il 1952, 44 nel quinquennio 1953-1958 e addirittura 1.500 tra il 1976 e il 1978.
Il fatto che il placebo sia diventato lo standard di riferimento negli studi di nuovi farmaci ha sollevato anche questioni morali e polemiche, dentro e fuori la comunità scientifica. Si è fatto notare che se ci sono cure e farmaci collaudati ed efficaci è sempre immorale privarne un gruppo di malati solo perché serve un confronto tra un farmaco allo studio e un placebo. Un lungo rapporto in proposito è stato pubblicato sul periodico statunitense New England Journal of Medicine nel gennaio del 1995. Anche se in caso di malattie serie e dolorose, ci aspetteremmo sempre un confronto tra il farmaco disponibile e quello nuovo, gli studiosi statunitensi Rothman e Michels nel rapporto intitolato The Continuing Unethical Use of Placebo Controls (l'uso continuo e immorale dei controlli che prendono placebo) dimostrano che, almeno in passato, non è stato sempre così.

I farmaci interagiscono tra loro?
I farmaci interagiscono tra loro nel corpo umano, talvolta anche in modo imprevedibile e con risultati sorprendenti. Da queste interazioni può risultare un'attenuazione o un'esaltazione dell'effetto e per questo è importante segnalare al medico che prescrive una medicina se se ne sta prendendo un'altra. Per esempio, ci sono interazioni tra la pillola contraccettiva e diversi antibiotici perché la decimazione dei batteri operata da questi farmaci riduce l'efficacia contraccettiva della pillola. La cimetidina, per esempio, prolunga l'attività di farmaci come barbiturici, ansiolitici, anticoagulanti e diversi altri. Le reazioni indesiderate possono comparire a distanza di minuti, ore, giorni, o settimane dall'assunzione del farmaco. Per esempio, le reazioni allergiche possono comparire quasi istantaneamente mentre i possibili danni tossici sul sangue e sui reni si avvertono molto più tardi.
Le interazioni dipendono dal fatto che molti farmaci di largo uso hanno lo stesso bersaglio chimico dentro le cellule, agiscono cioè sulle stesse reazioni chimiche così che uno interferisce con l'altro, per esempio prolungandone e intensificandone gli effetti oppure smorzandoli. In ogni caso, le interazioni non dipendono sempre dalla dose o dall'azione del farmaco e quindi non possono essere previsti.
In tutti i casi è bene tenere presente una cosa: prima che il medico faccia una prescrizione è sempre opportuno fargli presente se si stanno prendendo altri farmaci e quali.

Sovradosaggio di un farmaco
In genere, un farmaco preso in dosi sbagliate o eccessive diventa un tossico a conferma che "solo la dose fa il veleno". In particolare, la tossicità da dosi eccessive - o sovradosaggio - è provocata da un'"esasperazione" dei normali effetti del farmaco. Per esempio, a dosi eccessive, l'insulina causa stanchezza, tremori, sudorazione e persino convulsioni, l'eparina può dare pericolose emorragie e i barbiturici sonnolenza e coma. In tutti e tre i casi gli effetti tossici sono collegati all'azione della sostanza, ipoglicemizzante per l'insulina, anticoagulante per l'eparina e ipnotico-sedativa per i barbiturici.
Oltre ai sovradosaggi assoluti, occorre ricordare la possibilità di sovradosaggi relativi di un farmaco, che possono verificarsi quando la persona si cura con farmaci o sostanze con effetti simili, oppure in caso di malattia dell'organo che dovrebbe metabolizzarli, cioè smaltirli. Per esempio, alcol e ipnotici hanno lo stesso effetto sedativo sul sistema nervoso e quindi prendere un ipnotico al termine di una bevuta significa, in pratica, aumentare la dose della sostanza. Recenti studi hanno indicato che molti incidenti stradali sono dovuti all'uso contemporaneo di psicofarmaci e alcol. Un sovradosaggio relativo si verifica anche con malattie del fegato come epatiti o cirrosi, quando l'azione delle bevande alcoliche e dei farmaci metabolizzati dal fegato è più intensa e prolungata.

Cos'è l'adesione alla cura?
Il successo di una terapia non dipende solo dal fatto che il medico abbia scelto il farmaco giusto per un malato in certe condizioni. È decisivo il fatto che il malato aderisca alla cura ovvero che segua fino in fondo le indicazioni fornitegli a parole durante la visita e successivamente indicate sulla ricetta. La mancata adesione dei malati alla cura prescritta - una variabile che in lingua inglese è nota come compliance - rappresenta uno degli errori più comuni commessi da chi ha in mano una ricetta e anche una delle più frequenti ragioni di apparente insuccesso di una terapia. Due esempi sono a questo proposito particolarmente illuminanti.
L'ipertensione è una delle malattie nei confronti della quale i farmaci hanno ottenuto i risultati migliori, ma è anche causa di fallimento per due ragioni. La prima è che la persona ipertesa spesso non si rivolge al medico per la cura del caso. La seconda è che una volta che l'ha ricevuta non la rispetta, per esempio prendendo due pillole anziché quattro o la sospende di propria iniziativa considerando sufficientemente soddisfacente la diminuzione della pressione ottenuta a quel momento.
Un'altra ragione d'insuccesso apparente sono gli antibiotici che prescritti per una settimana o 10 giorni vengono erroneamente sospesi al terzo solamente perché la febbre è scomparsa.
Qualsiasi dubbio va discusso col medico o col farmacista perché se farmaci e cure sono stati prescritti in un determinato modo, ciò significa che hanno bisogno di agire nel tempo e nel corpo in "quel modo". Evidentemente agiscono a quelle condizioni. L'adesione alla cura rappresenta una conditio sine qua non affinché i farmaci ottengano il risultato sperato ed è il prodotto di un rapporto di mutuo rispetto tra medico e malato.

L'adesione alla cura e il medico
Prendere un farmaco non dev'essere un azzardo e quante più informazioni si riescono ad avere da parte del medico al momento della prescrizione, tanto meno si corrono rischi di effetti collaterali o indesiderati e tanto più si è convinti che si sta facendo qualcosa di utile per la propria salute. Del resto, ottenerle è semplice perché il medico e il farmacista sono lì anche per questo. Ecco alcune domande che possono aiutare il malato ad assumere il farmaco con tranquillità, in particolare il malato anziano che in genere prende più farmaci insieme e che anche per questo ha maggiori probabilità di commettere errori:
Di che farmaco si tratta e perché può essermi utile?
Forse è la prima domanda che condiziona l'accettazione di una cura e l'adesione alle indicazioni del medico: si segue più attenti una regola se si è convinti della sua bontà e utilità.
Come e quando devo prenderlo?
In particolare per le persone anziane, può essere utile preparare uno schema molto chiaro dove riassumere a che ora prendere un farmaco e in quale dose. Può anche essere utile associare un farmaco a un'attività o a un particolare momento della giornata (prima o dopo i pasti, al risveglio, prima di addormentarsi, ecc.).
Quanto e per quanto tempo?
Un errore comune è quello di cambiare la dose suggerita dal medico di propria iniziativa così che molte persone prendono due compresse al giorno anziché tre o interrompono la terapia perché stanno meglio. Soprattutto le malattie che richiedono una terapia "cronica" comportano questo rischio. Non solo l'ipertensione, ma anche, per esempio, il diabete o l'epilessia, le malattie di cuore o la depressione.
Come faccio a sapere se il farmaco sta facendo effetto? Si tratta di una domanda semplice ma utile per combattere un disturbo, una malattia. Suggella l'alleanza medico-malato, il primo stratega a tavolino, il secondo osservatore sul campo.
Che devo fare se dimentico una dose?
Si tratta di un'eventualità frequente visto che diverse indagini hanno indicato che tra il 40 e il 70 per cento delle persone dimentica di prendere o più pasticche durante trattamenti prolungati. D'altra parte, considerata la varietà delle cure, il diverso effetto e il differente meccanismo d'azione dei farmaci, questa domanda non ha una sola risposta. Molte volte non succede nulla se ci si dimentica di prendere una compressa, ma ci sono casi in cui saltare una dose può essere pericoloso, come nel caso dell'epilessia.
Possono prendere altre medicine oltre questa? Debbo evitarne qualcuna in particolare?
Il rischio delle interazioni è sempre possibile, con certi farmaci molto probabile. Ecco perché è bene informarsi.
Si può guidare dopo aver preso il farmaco?
Diversi farmaci causano sonnolenza come effetto collaterale. In qualche caso si tratta di una caratteristica nota, per esempio nel caso degli antistaminici, in altri no. Ecco perché è sempre bene informarsi.
In caso di allattamento o durante la gravidanza si può prendere il farmaco?
Nelle due circostanze vale la regola d'oro che meno farmaci si prendono meglio è. È opportuno prenderli solo in caso di effettiva necessità e, comunque, prima di farlo è bene accertarsi che non si corrano rischi. Nel corso della gravidanza, in particolare durante il primo trimestre, il farmaco potrebbe addirittura causare malformazioni nel feto. Durante l'allattamento può succedere che, per la sua composizione chimica, il farmaco si concentri nel latte e che il neonato sia esposto a dosi particolarmente alte e tossiche. O può succedere semplicemente che il farmaco passi nel latte con reazioni più o meno prevedibili. Per esempio, se la madre prende sonniferi mentre allatta, i farmaci possono arrivare nel latte e far dormire anche il neonato, mentre se le sono stati prescritti antibiotici, questi possono causare una reazione allergica nel figlio e niente di simile nella madre.

Le piccole patologie
Si tratta di un'espressione che torna spesso, diverse ragioni. Primo, perché indica malattie o disturbi destinati a durare pochi giorni e che non presentano rischi particolari per la persona. Secondo, perché si tratta di problemi molto comuni come, per esempio, raffreddore, mal di testa, raffreddore da fieno. Si tratta di situazioni nelle quali possiamo fare a meno del medico, anche rivolgendoci semplicemente al farmacista per un consiglio su quale farmaco OTC potrebbe esserci di aiuto.
La durata è un elemento che aiuta molto a distinguere le piccole patologie dalle grandi. Un episodio febbrile di 38 gradi in un adulto che finisce dopo tre giorni è un disturbo non grave che può essere affrontato da soli con l'automedicazione. Una febbre di 37 gradi e mezzo con tosse che dura da 15 giorni richiede l'intervento del medico perché potrebbe segnalare una malattia seria. Allo stesso modo, un episodio di stitichezza che dura da pochi giorni può essere risolto chiedendo l'aiuto del farmacista e con la scelta di un lassativo OTC. Se il disturbo dura più di 7-10 gg non è la stessa cosa e rende indispensabile una visita dal medico di famiglia.

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