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venerdì 1 giugno 2018

IIvan Illich. Descolarizzare la società. Oggi il mito del consumo illimitato sostituisce la fede nella vita eterna

Renderci conto che possiamo praticare la rinuncia [... ] costituisce, per molte persone che soffrono di grandi paure e di un senso di impotenza e di alienazione, un modo molto semplice per tornare a un sé che è al di sopra delle costrizioni del mondo.
Ivan Illich
p. 119


L'uomo arriva a diffidare della parola, pende da un sapere presunto.
Il voto rimpiazza la discussione, la cabina elettorale il tavolino del caffè.
Il cittadino si siede dinanzi allo schermo e tace.
Ivan Illich


Gli scritti di Karl Marx ci hanno reso familiare l'alienazione dell'operaio dal proprio lavoro nella società divisa in classi; è ormai tempo di riconoscere quello che è lo straniamento dell'uomo dal proprio sapere, quando quest'ultimo diventa il prodotto di un servizio professionale e l'uomo il suo consumatore.
Ivan Illich
p. 109

Noi viviamo in questo mondo, in cui il linguaggio ci parla, il sapere ci pensa e il Diritto ci agisce. Il linguaggio si riduce all'emissione e alla ricezione di messaggi; il pensiero all'accumulazione delle informazioni; il Diritto al regolamento del piano.
Ivan Illich

La scuola riserva l'istruzione a coloro che in ogni fase dell'apprendimento sanno adattarsi a un dispositivo di controllo sociale precedentemente sanzionato.“
Ivan Illich, Descolarizzare la società


Il vocabolo crisi indica oggi il momento in cui medici, diplomatici, banchieri e tecnici sociali di vario genere prendono il sopravvento e vengono sospese le libertà. Come i malati, i paesi diventano casi critici. Crisi, la parola greca che in tutte le lingue moderne ha voluto dire «scelta» o «punto di svolta», ora sta a significare: «Guidatore, dacci dentro!». [... ] Ma «crisi» non ha necessariamente questo significato. Non comporta necessariamente una corsa precipitosa verso l'escalation del controllo. Può invece indicare l'attimo della scelta, quel momento meraviglioso in cui la gente all'improvviso si rende conto delle gabbie nelle quali si è rinchiusa e della possibilità di vivere in maniera diversa. Ed è questa la crisi, nel senso appunto di scelta, di fronte alla quale si trova oggi il mondo intero.“
Ivan Illich, pp. 18-19


La scuola è divenuta la religione universale di un proletariato modernizzato e fa vuote promesse di salvezza ai poveri dell'era tecnologica.
Ivan Illich, Descolarizzare la società


Il consumatore-utente ha bisogno della sua dose di sapere garantito, accuratamente preconfezionato. Trova la propria sicurezza nella certezza di leggere lo stesso giornale del vicino, di guardare la stessa trasmissione televisiva del suo padrone. Si accontenta di avere accesso allo stesso rubinetto di sapere del suo superiore, anziché perseguire l'uguaglianza di condizioni che darebbe alla sua parola lo stesso peso di quella del suo padrone. La dipendenza, che tutti accettano come ovvia, nei confronti del sapere altamente qualificato prodotto dalla scienza, dalla tecnica e dalla politica, erode la fiducia tradizionale nella veracità del testimone e svuota di senso i modi con cui gli uomini possono scambiarsi le proprie certezze.
Ivan Illich


Decenni di fede nella scolarizzazione hanno tramutato il sapere in una merce, un prodotto commerciabile di tipo speciale. Oggi lo si considera un bene di prima necessità e, contemporaneamente, la moneta più preziosa di una società. (La trasformazione del sapere in merce si rispecchia in una parallela trasformazione del linguaggio. Parole che un tempo avevano funzione di verbi stanno diventando sostantivi che indicano possesso. Sino a non molto tempo fa «abitare», «imparare», «guarire» designavano delle attività: oggi si riferiscono di solito a delle merci o a dei servizi da fornire. Parliamo di industria edilizia, di prestazione di assistenza medica; nessuno pensa più che la gente sia in grado di farsi una casa o di guarire per proprio conto. In una società cosiffatta si finisce per credere che i servizi professionali siano più preziosi della cura personale. Invece d'imparare ad assistere la nonna, l'adolescente impara a picchettare l'ospedale che non vuole accoglierla.)
Ivan Illich
p. 119



«Se qualcuno mi domandasse: “Ivan, che cos’è che ti potrebbe stimolare di più nel prossimo anno e mezzo?” – è questo il tipo di orizzonte nel quale inquadro la mia vita – risponderei che mi piacerebbe convincere un certo numero di persone a riflettere più su come gli strumenti influiscano sulla nostra percezione che su ciò che possiamo fare con essi, a indagare su come gli strumenti modellino la nostra mente, come il loro uso modelli la nostra percezione della realtà ben più di quanto noi si modelli la realtà applicandoli o utilizzandoli.»
Ivan Illich


“La scuola è l'agenzia pubblicitaria che ti fa credere di avere bisogno della società così com'è” Ivan Illich, Descolarizzare la società, 1972

“In tutto il mondo la scuola esercita sulla società un effetto antieducativo, in quanto la si considera la sola istituzione specializzata nell'istruzione.”
Ivan Illich

“La più radicale alternativa alla scuola sarebbe una rete, o un servizio, che offrisse a ciascuno la stessa possibilità di mettere in comune ciò che lo interessa in quel momento con altri che condividono il suo stesso interesse.”
Ivan Illich


“La scuola riserva l'istruzione a coloro che in ogni fase dell'apprendimento sanno adattarsi a un dispositivo di controllo sociale precedentemente sanzionato.”
Ivan Illich




“La corporazione medica è diventata una grande minaccia per la salute”
Ivan Illich, Nemesi medica, 1976


La prevenzione della malattia mediante l'intervento di terzi professionisti è diventata una moda.
La sua domanda cresce. Donne incinte, bambini sani, operai, vecchi, tutti si sottopongono a periodici check-up e a esami diagnostici sempre più complessi. Per questa via, ci si rafforza nella convinzione di essere macchine la cui durata dipende da un piano sociale. Le risultanze d'un paio di dozzine di studi attestano che questi esami non hanno alcuna influenza sull'andamento della mortalità e della morbilità. In realtà essi trasformano persone sane in pazienti angosciati, e i rischi per la salute che si accompagnano a queste campagne di diagnosi automatizzata sopravanzano i benefici teorici. Per ironia della sorte, i disturbi asintomatici gravi che si possono scoprire soltanto con questo tipo d'indagine sono spesso malattie inguaribili, nelle quali una cura precoce aggrava la condizione patologica del paziente.
Ivan Illich, p. 144



Due secoli fa gli Stati Uniti guidarono il mondo in un movimento inteso a respingere il monopolio di un'unica chiesa. Oggi occorre il disconoscimento costituzionale del monopolio della scuola, cioè di un sistema che associa legalmente il pregiudizio alla discriminazione.
Ivan Illich, Descolarizzare la società (1973, p. 25)

La scuola è l'agenzia pubblicitaria che ti fa credere di avere bisogno della società così com'è.
Ivan Illich, Descolarizzare la società (1972, p. 167)


Nell’antichità classica lo sguardo era un’attività con la quale la mia carne si sposava alla carne o, più precisamente, ai colori degli oggetti su cui si volgeva. Lo sguardo era chiaramente descritto come proboskís o mano psichica. […] Il vedere era un’erezione fuori dalla pupilla, non meno amorosa di altre erezioni. Perciò, quando io ti guardo, ti accarezzo con gli occhi.
Ivan Illich


“Oggi il mito del consumo illimitato sostituisce la fede nella vita eterna”.
Ivan Illich, Descolarizzare la società


Il mondo attuale è diviso in due: ci sono quelli che non hanno abbastanza e quelli che hanno troppo; quelli che le automobili cacciano dalla strada e quelli che guidano le automobili. I poveri sono frustrati e i ricchi sempre insoddisfatti.
Ivan Illich


In una società di consumo ci sono inevitabilmente due tipi di schiavi:
i prigionieri delle dipendenze e i prigionieri dell’invidia.
Ivan Illich


"Molti studenti, specie se poveri, sanno per istinto che cosa fa per loro la scuola:
insegna a confondere processo e sostanza. Una volta confusi questi due momenti, acquista validità una nuova logica; quanto maggiore è l'applicazione, tanto migliori sono i risultati; in altre parole, l'escalation porta al successo. In questo modo si «scolarizza» l'allievo a confondere insegnamento e apprendimento, promozione e istruzione, diploma e competenza, facilità di parola e capacità di dire qualcosa di nuovo. Si «scolarizza» la sua immaginazione ad accettare il servizio al posto del valore."
[Incipit di 'Descolarizzare la società' di Ivan Illich, scrittore, storico, pedagogista e filosofo austriaco, che nacque oggi, nel 1926]


Una volta che una società ha trasformato i bisogni fondamentali in richieste di beni di consumo prodotti scientificamente, la povertà si definisce secondo parametri che i tecnocrati possono modificare a proprio arbitrio. Sono poveri quelli che non sono riusciti in misura rilevante a tener dietro a qualche reclamizzato ideale consumistico. In ;essico è povero chi non ha fatto tre anni di scuola, a New York chi non ne ha fatti dodici. [...] Socialmente i poveri non hanno mai avuto potere. Ma il fatto che dipendano sempre di più da una protezione istituzionale dà alla loro debolezza una dimensione nuova: l'impotenza psicologica, l'incapacità di provvedere a se stessi.
Ivan Illich, Descolarizzare la società



La medicina moderna è la negazione della salute.
Essa non è organizzata per servire la salute dell'uomo, ma soltanto se stessa come istituzione.
Essa fa ammalare più gente di quanta ne curi.
Ivan Illich


'Abbiamo cercato per generazioni di migliorare il mondo fornendo una quantità sempre maggiore di scolarizzazione, ma sinora lo sforzo non è andato a buon fine. Abbiamo invece scoperto che obbligare tutti i bambini ad arrampicarsi per una scala scolastica senza fine non serve a promuovere l'uguaglianza ma favorisce fatalmente colui che parte per primo, in migliori condizioni di salute o più preparato; che l'istruzione forzosa spegne nella maggioranza delle persone la voglia di imparare per proprio conto; e che il sapere trattato come merce, elargito in confezioni e considerato come proprietà privata, una volta acquisito, non può che essere sempre scarso. Ci si è improvvisamente resi conto che l'istruzione pubblica attuata mediante la scolarizzazione obbligatoria ha perso ogni legittimità sociale, pedagogica ed economica. Pertanto, i critici del sistema scolastico propongono ora rimedi energici ed eterodossi che vanno dal progetto dei “buoni-studio”, che permetterebbe a ognuno di procurarsi l'istruzione che preferisce sul mercato libero, al passaggio della responsabilità dell'istruzione dalla scuola ai media e all'addestramento sul lavoro. Alcuni sostengono che la scuola dovrà perdere il suo carattere di istituzione ufficiale dello Stato come l’ha perso la Chiesa nel corso degli ultimi due secoli. Altri riformatori propongono di sostituire la scuola universale con vari altri sistemi che, a loro parere, assicurerebbero a tutti una migliore preparazione alla vita propria di una società moderna. Queste proposte di nuove istituzioni educative si possono grosso modo raggruppare in tre categorie: la riforma dell'aula scolastica all'interno del sistema scolastico; la disseminazione di libere aule scolastiche in tutta la società; la trasformazione di tutta la società in un'unica immensa aula scolastica. Ma queste tre prospettive - l'aula riformata, l'aula libera e l'aula universale - rappresentano in realtà tre momenti di un progetto di escalation educativa nel quale ogni fase minaccia un controllo sociale più sottile e più penetrante della precedente. Io credo che l'abolizione dell'istituzione scolastica sia divenuta inevitabile e che tale fine di un'illusione dovrebbe colmarci di speranza. [...]' 
Ivan Illich, scrittore, storico, pedagogista e filosofo austriaco, che nacque  nel 1926



Il consumatore-utente ha bisogno della sua dose di sapere garantito, accuratamente preconfezionato. Trova la propria sicurezza nella certezza di leggere lo stesso giornale del vicino, di guardare la stessa trasmissione televisiva del suo padrone. Si accontenta di avere accesso allo stesso rubinetto di sapere del suo superiore, anziché perseguire l'uguaglianza di condizioni che darebbe alla sua parola lo stesso peso di quella del suo padrone. La dipendenza, che tutti accettano come ovvia, nei confronti del sapere altamente qualificato prodotto dalla scienza, dalla tecnica e dalla politica, erode la fiducia tradizionale nella veracità del testimone e svuota di senso i modi con cui gli uomini possono scambiarsi le proprie certezze.
Ivan Illich, La convivialità


Oggigiorno l'avanzamento scientifico viene identificato con la sostituzione di strumenti programmati all'iniziativa umana.
Ivan Illich, La convivialità


Il mondo attuale è dviso in due: ci sono quelli che non hanno abbastanza e quelli che hanno troppo; quelli che le automobili cacciano dalla strada e quelli che guidano le automobili. 
I poveri sono frustrati e i ricchi sempre insoddisfatti.
Ivan Illich, La convivialità

Noi viviamo in questo mondo, in cui il linguaggio ci parla, il sapere ci pensa e il Diritto ci agisce. 
Il linguaggio si riduce all'emissione e alla ricezione di messaggi; il pensiero all'accumulazione delle informazioni; il Diritto al regolamento del piano.
Ivan Illich, La convivialità


La scuola definisce l'educazione come oggetto di competizione.
Ivan Illich, La convivialità


L'uomo arriva a diffidare della parola, pende da un sapere presunto. Il voto rimpiazza la discussione, la cabina elettorale il tavolino del caffè. Il cittadino si siede dinanzi allo schermo e tace.
Ivan Illich, La convivialità



Ivan Illich: descolarizzare la società
Per Illich è questo il grave malessere che la scuola diffonde nella società : la confusione tra istruzione e ruolo sociale. Lo scopo dell'istruzione era quello di assegnare ad ogni individuo eguali possibilità di accedere a qualsiasi mansione, essa avrebbe dovuto separare l'assegnazione del ruolo dalla storia personale. Tuttavia, il processo che avviene è esattamente l'opposto : la scuola monopolizza, ritualizza, discrimina in base ai titoli di studio . 
di Artin Bassiri Tabrizi



Ivan Illich: descolarizzare la società.
Se si analizzano gli scritti di Ivan Illich (1926-2002), si può arrivare a comprendere perché quest’autore sia stato relegato nel dimenticatoio per diversi anni: la sua forza, la sua capacità dirompente è rivolta verso le istituzioni, i depositi congestionati che continuano a perdurare sotto i nostri occhi, indomiti. 

Leggendo la prefazione di Franco La Cecla al libro di David Cayley Conversazioni con Ivan Illich. Un archeologo della modernità, comprendiamo bene che, sebbene questo autore abbia avuto un migliore riscontro negli altri paesi e nelle altre lingue, in Italia non ha mai saputo diffondersi. Perché? 

Innanzitutto, negli anni ’70, Illich venne introdotto nella cultura italiana grazie all’amico Giulio Alfredo Maccacaro, medico italiano che lo promosse attraverso la sua rivista Sapere (prima rivista di divulgazione scientifica in Italia); quando questo morì improvvisamente, le edizioni che pubblicarono i lavori di Illich non seppero riscuotere apprezzamento dagli intellettuali italiani, che non sapevano collocarlo nelle ideologie di quegli anni
i marxisti lo guardavano con sospetto poiché <critico della modernità>
i cattolici, allo stesso modo, non sapevano interpretare cosa quest’uomo, che aveva così inaspettatamente abbandonato il sacerdozio, dopo vari contrasti con il Vaticano

Illich, dopotutto, con le sue affermazioni metteva in dubbio il valore del lavoro, proponeva una disoccupazione creativa, negava le funzioni sociali dell’istruzione: era dunque molto difficile da avvicinare, intellettualmente. 

La cosa peggiore che si può fare con un pensiero così originale e denso è quella di tentare di ascriverlo in una corrente di pensiero pre-esistente; bisogna, invece, leggere Illich per com’è, tenendo come punto fermo solamente la sua continua pretesa di ricerca senza fine, di studio dettagliato che non si arresta mai.

Una delle opere più controverse di Illich è: 
Descolarizzare la societàQuesto testo, pubblicato nel 1971, si oppone fortemente all’istituzione della scuola obbligatoria, in quanto essa non può più mantenere le sue promesse. Sebbene il libro sia diretto alla società americana del tempo, possiamo trarne anche noi conseguenze veraci.

Innanzitutto, da un punto di vista economico, bisogna rendersi conto che la scuola obbligatoria eguale per tutti è inattuabile; d’altronde, l’investimento economico non comporta automaticamente l’aumento dell’istruzione, come dicono le statistiche che Illich riporta. 

Il bambino povero, poi, raramente ha la possibilità di competere con il ricco, in quanto questo non dispone delle occasioni didattiche normalmente a disposizione del bambino medio borghese: dai libri in casa fino ai viaggi durante le vacanze, il ricco ha molte più probabilità di ampliare le conoscenze impartitegli a scuola.  Lo studente ricco, in sintesi, non dipende dalla scuola; il povero, invece, sì

Insomma, che l’istruzione sia finanziata economicamente la trasforma in un bene che polarizza la società e il divarico già esistente tra poveri e ricchi, mentre essa dovrebbe, all’opposto, demolire questa divisione.

Un’altra illusione della scolarizzazione è quella della sua parvenza di giustizia.

La scuola non favorisce né l’apprendimento né la giustizia, perché gli educatori insistono a mettere nello stesso sacco l’istruzione e i diplomi.”

Per Illich è questo il grave malessere che la scuola diffonde nella società: 
la confusione tra istruzione e ruolo sociale
Lo scopo dell’istruzione era quello di assegnare ad ogni individuo eguali possibilità di accedere a qualsiasi mansione, essa avrebbe dovuto separare l’assegnazione del ruolo dalla storia personale. Tuttavia, il processo che avviene è esattamente l’opposto: 
la scuola monopolizza, ritualizza, discrimina in base ai titoli di studio.

Il Cursus honorum che la scuola prospetta dipende esclusivamente dai risultati raggiunti; chi non ce la fa, è un fallito.  L’escalation porta al successo. 

Ciò che bisogna contestare, in primo luogo, è che la scuola sia l’unico posto dove sia possibile insegnare ai bambini:

 “Crescere nella condizione di bambino significa essere condannati ad un conflitto disumano tra la propria coscienza di sé e il ruolo imposto da una società che sta attraversando la propria età scolare.”

Il fatto che tutti noi pensiamo che i bambini hanno bisogno della scuola è a sua volta un prodotto della scuolala maggior parte delle cose che s’imparano nel corso dell’esistenza, lo sono al di fuori del periodo scolasticoè fuori dalla scuola che ognuno impara a vivere

Gran parte della popolazione del pianeta non ha, in effetti, mai messo piede in una scuola; eppure recepisce egualmente bene il suo messaggio: che, essendone esclusi, sono dei cittadini di categoria inferiore. La scuola toglie ai poveri – coloro che non hanno possibilità di pagare le tasse scolastiche – il rispetto per se stessi; nel mondo capitalistico di sfruttamento e indifferenza  verso l’altro, anche la scuola, che doveva essere principio di libertà mentale, è divenuta portavoce del sistema

L’università al tempo era una comunità d’indagine intellettuale, una zona franca destinata al dibattito; dagli anni ’70, dopo lo Sputnik, in America l’obbiettivo delle università è formare lo stesso numero di laureati di quelli russi (ex sovietici), in Germania si abbandonano le vecchie tradizioni accademiche per mettersi alla pari con gli americani. 
Le nazioni vedono gli studenti come un fattore chiave del loro sviluppo: essi sono diventati merci.

Quanta più istruzione un individuo consuma, tanto maggiore è il <patrimonio di sapere> che acquista e tanto più in alto egli sale nella gerarchia dei capitalisti di sapere.”

L’insegnante, poi, ricrea attraverso la sua figura un ambiente sacroè attraverso la sua autorità, attraverso l’aura di rispetto di cui è rivestito che il “recinto sacro” che è la scuola funziona.

L’antropologo Max Gluckman, stimatissimo da Illich, affermava che un rituale è una forma di comportamento che rende ciechi coloro che vi prendono parte, in relazione al divario esistente tra lo scopo per cui eseguono il rituale stesso (per esempio la danza della pioggia) e le conseguenze sociali che quel rituale ha. La scolarizzazione è quindi quel rituale che ci fa credere che l’apprendimento può essere diviso in parti, che può essere quantificato, e soprattutto che questo è un bene che va consumato. Chi non collabora, cioè chi non consuma, non è un uomo moderno.

[La scolarizzazione] E’ un investimento di capitale, ma è anche una forma di controllo sociale, di stratificazione, è la creazione di una società di classe […] con un  numero sempre maggiore di emarginati quanto più si sale.”

Per Illich è possibile una rivoluzione, una nuova visione dell’insegnamento e dell’apprendimento. Bisogna, in tal senso, recuperare la responsabilità di ciò che si insegna o di ciò che s’impara; la descolarizzazione è un rinnovamento culturale, è il recupero della libertà, che gli individui hanno, di apprendere e insegnare al di là dell’istituzionalizzazione come lavoro dell’insegnamento stesso. 

Dopotutto, questa rivoluzione mentale porterebbe a quella che Illich chiama la Convivialità (nome, per altro, di un’opera importantissima dell’autore): un mondo in cui ognuno possa essere ascoltato, nel quale nessuno sia obbligato a limitare la creatività altrui, dove ciascuno abbia uguale potere di modellare l’ambiente che a sua volta poi determina i desideri e le necessità.

http://www.lintellettualedissidente.it/societa/ivan-illich-descolarizzare-la-societa/


Biografia.
Ivan Illich nasce il 4 settembre del 1926 a Vienna, figlio di madre ebrea sefardita e di padre croato. Rivelatosi particolarmente intelligente sin da bambino, impara la lingua tedesca, quella francese e quella italiana, e già da ragazzo è in grado di padroneggiarle come se fossero sue lingue madri: la sua predisposizione a imparare gli idiomi stranieri si confermerà in seguito, quando apprenderà il greco antico, il croato, l'hindi, il portoghese e lo spagnolo.

[...]

Apertamente in conflitto con l'Opus Dei, dunque, Ivan viene chiamato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede a Roma, dove viene sottoposto a un interrogatorio motivato parzialmente anche da una preoccupata relazione fornita dalla Cia.

Illich, quindi, si presenta nel mese di giugno del 1968 davanti al cardinale Franjo Seper, Prefetto della Congregazione, ma si oppone alla richiesta di mantenere il silenzio a proposito del procedimento a suo carico, facendo riferimento al motu proprio "Integrae Servandae"; inoltre, chiede che gli venga fatto conoscere l'insieme delle domande dell'interrogatorio prima che egli debba rispondervi.
Una volta ottenuta una lista di più di ottanta domande, Illich decide di non incontrare il giudice, e in una lettera consegnata a Seper denuncia la base inquisitoria del processo descrivendola come inaccettabile. Visto che non può procedere seguendo il percorso giudiziario, la Congregazione invita con insistenza l'ordinario di New York a richiamare nella sua diocesi Illich: egli, nel 1969, rivelerà di aver scelto di rinunciare a qualsiasi esercizio dei poteri e dei privilegi assegnatigli dalla Chiesa in maniera definitiva.

All'inizio degli anni Settanta Ivan continua a insegnare presso la Fordham University, mentre nel 1976, preoccupato a causa di una eccessiva istituzionalizzazione del centro interculturale e dell'afflusso costante di accademici formali, sceglie di chiudere il Cidoc, anche per colpa di conflittualità pregresse. La decisione, in ogni caso, giunge con l'accordo unanime degli altri membri.

Mentre molti soci continuano l'attività di istruzione linguistica nella città messicana di Cuernevaca, Illich a partire dal 1977 inizia ad insegnare all'Università di Trento nella Facoltà di Sociologia, e nel frattempo gestisce eventi e seminari. Trasformatosi ben presto in un vero e proprio punto di riferimento per l'intero movimento studentesco, prosegue la propria attività di insegnamento come docente di storia medievale in Germania, presso l'Università di Kassel, nel triennio che va dal 1979 al 1981. [...]

Colpito da un tumore che tenta di curare utilizzando metodi tradizionali, in aperto conflitto con la medicina ufficiale, inizia a fumare oppio per alleviare il dolore. Dopo aver saputo da un medico che la possibilità di rimuovere la forma tumorale sarebbe stata legata alla perdita della parola, decide di convivere con la malattia, che lo porta alla morte, il 2 dicembre del 2002, a Brema.

Pedagogista, storico, scrittore e filosofo, Ivan Illich è stato un personaggio dalla cultura sconfinata: linguista e libero pensatore, ha sempre rifiutato la definizione di teologo, anche in virtù della sua volontà di alienarsi da qualunque schema pre-costituito, riuscendo così ad anticipare riflessioni non dissimili da quelle altermondiste. [...]

Come detto, punto di partenza di molte sue riflessioni è il concetto di convivialità, inteso come l'opposto della produttività industriale. Se è vero che ogni essere umano viene identificato anche dal rapporto con l'ambiente e con le altre persone, il rapporto industriale si configura come un riflesso condizionato, vale a dire come una reazione stereotipa del soggetto rispetto alle comunicazioni provenienti da un altro utente o da un ambiente artificiale che egli non sarà mai in grado di comprendere; viceversa, il rapporto conviviale è opera di persone che continuamente prendono parte alla costruzione della vita sociale.

La produttività, dunque, si identifica con un valore tecnico, mentre la convivialità è rappresentata come valore etico: una è un valore materializzato, l'altra un valore realizzato.

Secondo il pensiero di Illich, le radici della crisi mondiale vanno ricercate nel fallimento dell'impresa moderna, vale a dire nella macchina che ha preso il posto dell'uomo. La scoperta umana porta alla specializzazione dei compiti, ma anche a una centralizzazione del potere e a una istituzionalizzazione dei valori: succede, però, che l'uomo si trasforma in un ingranaggio burocratico, in un accessorio della macchina. Se l'uomo vuole poter contare in futuro, disegnando egli stesso i limiti della società, non può che riconoscere e accettare l'esistenza di soglie naturali che non possono essere superate: in caso contrario, si rischia che lo strumento e la macchina si trasformino da servitori a tiranni.

La società, insomma, una volta superata la soglia si trasforma in una prigione.
La persona integrata nella collettività ricorre alla società conviviale per far sì che ciascuno possa utilizzare gli strumenti al fine di soddisfare le proprie esigenze, avvalendosi della libertà di modificare e cambiare gli oggetti che lo circondano, servendosene insieme agli altri.

https://biografieonline.it/biografia-ivan-illich


Ivan Illich
Archeologo delle idee.
Teologo? Sociologo? Storico o filosofo?
Lo stesso Illich faticava a definirsi, anche perché non amava certo le etichette.
Archeologo delle idee.
Forse la definizione più esatta per esprimere il significato profondo dell’attività intellettuale di Ivan Illich è quella di «archeologo delle idee». Ovvero: qualcuno che aiuta a vedere il presente da una prospettiva distanziata, quindi più vera e più ricca. Una prospettiva diversa, quasi sempre controcorrente, spesso provocatoria, espressa con uno stile brillante e polemico. Tanto che Illich viene descritto da Erich Fromm «un uomo di raro coraggio, di grande vitalità, di straordinaria erudizione e genialità, nonché fertile inventiva». Le sue riflessioni, secondo Fromm, «rendono il lettore più vivo perché aprono la porta che fa uscire dalla prigione delle nozioni routinarie, sterili e preconcette».

Istituzioni, addio.
La tesi centrale del suo pensiero, infatti, prende di mira le principali istituzioni del mondo industrializzato. Su tutte, l’istruzione, ma anche la medicina e le tecnologie. Seziona le istituzioni — e gli «esperti» che ne fanno parte — per dimostrare la loro corruttibilità e la loro tendenza a trasformarsi in qualcosa che contraddice i loro obiettivi originari. [...]

IDEE
Illich non era solo un pensatore: agiva. Era impegnato nei confronti dei poveri, non nell’ottica «ti aiuto perché so che sei bisognoso», ma in maniera dialogica, nel tentativo continuo di capire quale fosse il vero bisogno e non quello imposto. Amava la vita semplice e la metteva in pratica, ma soprattutto credeva nella forza delle idee.

Istituzioni, la prigione della creatività.
Il pilastro del suo pensiero è l’attacco alle istituzioni, che a suo modo di vedere imprigionano la creatività. Lo scrive nel saggio Celebration of awareness (1971) e lo riprende un anno dopo nel suo testo più famoso, Descolarizzare la società. Illich è convinto che la scuola abbia trasformato l’apprendimento da attività in merce, danneggiando i ragazzi che vengono educati a diventare meri funzionari della macchina sociale moderna.

Combatte i diplomi, i certificati, le lauree, insieme all’istituzionalizzazione dell’imparare.

Sostiene che, se proprio vogliamo una struttura scolastica, dovremmo configurarla come un centro di servizi, in cui si possa avere accesso, ad esempio, a un pianoforte o a dei libri.

Ma il suo è un appello alla destabilizzazione in generale, non solo della scuola.
L’errore, secondo Illich, è aver abdicato di fronte agli esperti che lavorano nelle istituzioni, dando per scontato che rivestano un ruolo necessario per la società. L’idea di fondo è che non possiamo e non dobbiamo pianificare, programmare e controllare la vita.

Al contrario, dovremmo basarci sulle sorprese che la vita reca con sé e prepararci ad esse.
Si tratta di una critica delle istituzioni e dei professionisti, nonché del modo con il quale contribuiscono alla disumanizzazione: le istituzioni — per Illich — creano bisogni e ne controllano la soddisfazione, spingendo l’essere umano e la sua creatività verso l’impotenza.

La società conviviale.
La critica si estende quindi a tutta la società moderna e ai suoi strumenti.
In teoria, questi strumenti avrebbero l’obiettivo di liberare l’uomo dalla schiavitù, dall’ignoranza, dalla miseria e dalla malattia, ma il rischio è che l’uomo diventi invece servitore degli strumenti.

Tuttavia, riuscendo a individuare dove si trova il limite critico per ogni componente dell’equilibrio globale, si potrà articolare in modo nuovo «la millenaria triade dell’uomo, dello strumento e della società». Illich chiama «società conviviale» questa forma nuova di organizzazione sociale nella quale «lo strumento moderno è utilizzabile dalla persona integrata con la collettività, e non riservato a un corpo di specialisti che lo tiene sotto il proprio controllo. Conviviale — scrive — è la società in cui prevale la possibilità per ciascuno di usare lo strumento per realizzare le proprie intenzioni».

Meno sanità, più salute.
Illich affronta in maniera quasi profetica anche il problema energetico della società moderna, con la convinzione che «l’impiego di energia su scala di massa agisce sulla società al pari di una droga, fisicamente innocua ma assoggettante per la psiche».

Un altro libro che desta scalpore è Nemesi medica (1975), nel quale esamina i danni alla salute prodotti dalla crescita dell’organizzazione sanitaria. La tesi di Illich è che, man mano che l’offerta di sanità aumenta, la gente risponde adducendo più problemi, bisogni, malesseri.
Il sistema medico, per Illich, crea danni alla salute con terapie spesso disabilitanti, ma soprattutto la medicalizzazione della vita sostituisce i provvedimenti politici con cui si potrebbe migliorare la salubrità dell’ambiente. Un messaggio forte, che non va inteso però come un attacco alle cure sanitarie. Come sul tema «istruzione», Illich è convinto che una volta oltrepassata una certa soglia di istituzionalizzazione, la scuola renda le persone più stupide e gli ospedali creino patologie. È il principio della contro-produttività, fenomeno con cui una procedura benefica si trasforma in senso negativo. Così gli esperti diventano contro-produttivi, producendo un effetto contrario a quello che sono chiamati a perseguire.

Misera modernità.
Pensieri che vengono ripresi in modo più generale tre anni più tardi in Per una storia dei bisogni, nel quale descrive come la crescita industriale produca una versione moderna della povertà.
La modernizzazione della miseria, per Illich, consiste nell’impotenza del cittadino ad agire autonomamente, a causa della sua crescente dipendenza da merci e servizi industriali, la cui necessità è imposta da una casta di esperti.

Quindi, in altri saggi dei primi anni Ottanta (Il genere e il sesso e Lavoro ombra) viene affrontato il tema del lavoro.
Per Illich il capitalismo prevede l’accoppiamento del maschio lavoratore salariato e della donna madre che produce nuovi lavoratori. In questo sistema sessista dell’economia è di fatto inutile perseguire la ricerca della parità uomo-donna. Sostiene, anche, che il «lavoro ombra» (ovvero le attività domestiche femminili) non serve per la sussistenza della famiglia, bensì a trasformare, senza retribuzione, merci preconfezionate in beni di consumo.

In ABC: the alphabetization of the popular mind (1989), Illich ritiene che l’introduzione del computer e dei programmi informatici abbia reso le nostre riflessioni più influenzate dalla logica e dall’efficienza dello strumento tecnico che dai significati incorporati in una conversazione viva e nella tradizione parlata.

Una vita semplice.
Negli ultimi anni della sua vita Illich ha portato nella propria esistenza, come nel suo lavoro, un radicale distanziamento dagli imperativi del vivere moderno: vita lunga, successo e ricchezza.
In tutte le sue opere ha testimoniato il potere spesso distruttivo delle istituzioni moderne, che creano bisogni più velocemente di quanto possano soddisfarli e, nel processo di ricerca di soddisfazione dei bisogni generati, consumano il mondo. Al posto dell’economia del welfare e del management, Illich proponeva di fatto l’amicizia e l’autolimitazione.


http://www.lavorosociale.com/archivio/n/articolo/ivan-illich


domenica 10 gennaio 2016

Benedetto Vertecchi. La ricerca Ocse Stando allo studio di Valsecchi, l’uso di mezzi digitali comporterebbe “l’attenuazione, e talvolta la perdita, della capacità di coordinare il pensiero con l’attività necessaria per tracciare i segni”. Secondo il pedagogista “l’intervento nella scrittura digitale di correttori automatici riduce la consapevolezza ortografica. Il ricorso ossessivo alla funzione copia e incolla riduce la necessità di sviluppare una linea argomentativa”

Scuola: difficoltà a scrivere, apprendere e ricordare se si esagera con tablet e lavagne elettroniche? 
di Redazione Il Libraio | 07.01.2016

L'ultimo studio del pedagogista Benedetto Vertecchi evidenzia i rischi (anche per la memoria) di un uso massiccio a scuola di tablet e Lim (le lavagne interattive multimediali) - I particolari “Alfabeto a rischio”. Si intitola così, come racconta Repubblica, l’ultimo studio del pedagogista Benedetto Vertecchi (docente di pedagogia sperimentale all’università di Roma Tre), che evidenzia i rischi di un uso massiccio a scuola di tablet e Lim (le lavagne interattive multimediali). Due i principali problemi individuati: l’uso eccessivo delle tecnologie in classe determinerebbe “una caduta nella capacità di scrivere”, ma anche problemi nell’apprendimento; rischi sia per la capacità di tracciare i caratteri, sia per quella di “organizzarli correttamente in parole, da usare per organizzare il messaggio”, dunque. Tra le difficoltà individuate, pure quelle legate alla memoria.

La ricerca Ocse
Stando allo studio di Valsecchi, l’uso di mezzi digitali comporterebbe “l’attenuazione, e talvolta la perdita, della capacità di coordinare il pensiero con l’attività necessaria per tracciare i segni”. Secondo il pedagogista “l’intervento nella scrittura digitale di correttori automatici riduce la consapevolezza ortografica. Il ricorso ossessivo alla funzione copia e incolla riduce la necessità di sviluppare una linea argomentativa”.


http://www.illibraio.it/scuola-difficolta-scrivere-tablet-314413/





Aurora Acciari 
[...] Le tecnologie moderne sono una cosa buona, ma vanno sapute usare nei modi e nei tempi giusti. A causa del computer, oggi i ragazzi non sanno più fare una ricerca tramite libri, per colpa della calcolatrice non sanno le tabelline, non parliamo poi dello svolgimento dei temi, spesso copiatissimi da internet pure quelli! Si è anche perso il piacere di arrivare ad una soluzione o ad un pensiero un pò per volta, applicandosi, approfondendo...





Christa Pichler 
Non è una questione di credere o no, ci sono studi scientifici che dimostrano che l'uso eccessivo dei mezzi tecnologi porta a seri problemi per lo sviluppo dei bambini.. Consiglio di leggere "la demenza digitale" di pfizer






Patrizia Babici 
La capacità di scrivere,cioè di elaborare il pensiero, organizzarlo, di sviluppare il discorso, dipende da quanto il bambino è stimolato a parlare. Nel nostro sistema scolastico, l'allievo è quasi sempre costretto all'ascolto passivo. Le interrogazioni orali sono sparite quasi del tutto, sostituite da verifiche scritte. L'opinione dei bambini, l'osservazione critica, il parere personale, non vengono mai richiesti, con conseguente calo dell'interesse, da cui dipendono apprendimento e memoria, grave compromissione della capacità di costruire il pensiero, organizzarlo in modo sintetico e logico, elaborarlo in modo personale e, soprattutto, la capacità (cosa più difficile), ad esporlo. Lo scrivere è diretta conseguenza di queste abilità. Tablet e Lim c'entrano poco. Lasciateli parlare ed esprimere a voce, insegnate ad argomentare in modo costruttivo e ragionato. Abituateli a parlare davanti agli altri. Scrivere sarà un piacere. [...]
Assolutamente sì, se pensiamo poi quanto poco parlano anche a casa (genitori assenti, televisione, costretti al nido e poi scuola materna da subito), i bambini parlano e argomentano assai poco. Quante persone desiderano oggi frequentare i corsi per riuscire ad esporre e parlare in pubblico?




Albertina Mora 
ed è proprio per questo che la scuola deve mantenere alto il suo livello d'insegnamento, i bambini devono parlare, devono esprimersi, devono formare il loro pensiero , la scuola deve lottare contro questo sistema innovativo , personalmente lo trovo pericoloso, lasciate che i bambini continuino ad usare penna matite e colori, lasciate che i bambini si esprimino liberamente , i bambini sono esseri in formazione non uccidiamo la loro creatività




Condivido il pensiero di Vertecchi....troppa tecnologia sta distruggendo la comunicazione verbale ed interpersonale....con questo non voglio assolutamente dire che la tecnologia non possa essere uno strumento efficace di..
Ma è necessario un certo equilibrio....l'uno non deve andare a scapito dell'altro....forse tra qualche decennio ci renderemo conto di ciò e ci sarà sicuramente una inversione di tendenza....


Cristina Costa 
Si esalta tanto la tecnologia,la modernità, la nuova era: ma non ci rendiamo conto che questo sta rovinando adulti ragazzi e adesso lo stanno facendo anche con i bambini.senza PC tablet cellulari non siamo più capaci di stare senza: prima queste cose non esistevano e si viveva ugualmente. I ragazzi non studiano più e non si può dare la colpa ai genitori perchè sono loro i primi ad essere rapiti dalla modernità e lo insegnano involontariamente ai ragazzi e che quindi si faranno trasportare ad insegnarlo anche ai bambini. Siamo bombardati quotidianamente da cose nuove innovative, c'è una speculazione commerciale pazzesca dove con il lavaggio del cervello devi sempre stare al passo della modernità,devi sempre comprare per stare al passo di tutti perche e' diventata una gara fra le persone.









Sono d'accordissimo con Vertecchi....ormai sono 36 anni che insegno nella scuola primaria sempre italiano e ultimamente mi sono accorta di queste difficoltà che hanno gli alunni di prima....Riescono sempre meno ad impugnare correttamente le matite e il lapis e faticano molto con il corsivo......Mi ero posta il problema ma francamente non avevo trovato risposte soddisfacenti....Alla faccia di tutti questi strumenti multimediali ho continuato e continuo ad insegnare a leggere e scrivere con il metodo tradizionale e tanta fantasia e creatività. ...I miei alunni non sanno mai chi hanno davanti xché un giorno sono un folletto.....nell'altro una strega......e così via ...Non sentono affatto la mancanza del tablet o della LIM....perché ogni giorno è come entrare in una fiaba sempre diversa e da scoprire...insieme...Grazie Vertecchi per aver confermato che i miei dubbi erano veri....Adesso però bisognerebbe aprire gli occhi a quei docenti malati di tecnologica e che non fanno nulla senza PC sotto le mani....E che diamine....scusate lo sfogo....






Attenzione a non confondere i mezzi con i fini ... anche la lavagna tradizionale se usata solo per proporre copiati faceva danni enormi. L'investimento su degli strumenti di lavoro, di cui avremmo dovuto disporre 15/20 anni fa, e ancora non garantiti a tutt'oggi, rappresenta, a mio avviso, un'esagerazione rispetto ad un investimento professionale completo nella didattica pedagogica, che rischia di essere sostituita dalla preoccupazione tecnologica. Il vero problema è il ritardo. La formazione di chi aveva vent,'anni di meno era più semplice prima. Ora tutto è più complicato, e a tratti frustrante, per qualcuno che ha svolto sempre con onestà il proprio mestiere. Si dice però che non è mai troppo tardi per imparare...e allora andiamo! Senza paure! Si fa quel che si può! E il prof ha ragione se presi dalla preoccupazione ci si concentra solo sugli aspetti tecnologici, che, se non si ha dimestichezza, impongono spesso lunghi tempi di esecuzione ...e se va tutto bene!!!




Daniela Ricci 

La scrittura manuale ti dà il tempo di riflettere e di organizzare i pensieri, inoltre sviluppa la motricità fine. La tecnologia semplifica e sveltisce alcune operazioni. Conclusione: l'una cosa non sostituisce l'altra.



Analfabetismo di partenza
di Maurizio Tiriticco

In un recente saggio di Benedetto Vertecchi intitolato “Alfabeto a rischio”, in cui, tra l’altro, vengono presentati i risultati della ricerca “Nulla dies sine linea” condotta dal Laboratorio di Pedagogia Sperimentale dell’Università di Roma Tre con alunni di alcune scuole romane sulla composizione scritta (https://www.academia.edu/19900866/Alfabeto_a_rischio), leggiamo tra l’altro: “Alla maggioranza dei bambini e dei ragazzi s’inviano messaggi contraddittori. Il loro impegno dovrebbe essere teso ad acquisire una conoscenza alla quale corrisponde un credito sociale decrescente. I mezzi di comunicazione enfatizzano il successo conseguito rapidamente e portatore di facile ricchezza. I comportamenti consumisti sono avvolti da suggestioni tecnologiche che nascondono le conseguenze che dal loro uso derivano allo sviluppo dei profili culturali. La caduta più insidiosa è quella che riguarda la capacità di scrivere. E’ una caduta che investe sia la capacità di tracciare i caratteri, sia quella di organizzarli correttamente in parole, da usare per organizzare il messaggio. L’uso di mezzi digitali comporta l’attenuazione, e talvolta la perdita, della capacità di coordinare il pensiero con l’attività necessaria per tracciare i segni! L’intervento nella scrittura digitale di correttori automatici (o di dispositivi automatizzati per la composizione delle parole, come nei telefonini), riduce la consapevolezza ortografica. Il ricorso ossessivo alla funzione copia e incolla riduce la necessità di sviluppare una linea argomentativa”.

La strumentazione digitale, dunque, provocherebbe forme nuove e diverse di analfabetismo?
E la scuola, suo malgrado, sarebbe complice di questa pericolosa deriva?
Stante la situazione – che poi non interessa solo il nostro Paese e le nostre giovani generazioni – non so se non sia il caso di riflettere su queste nuove forme di analfabetismo. In effetti, la storia ci insegna che è analfabeta colui che non è in grado di leggere e scrivere, pur sapendo, ovviamente, parlare e ascoltare, anche se all’interno di un gruppo sociale ristretto e che ha scarsi scambi con altrettanti piccoli e/o grandi gruppi. Essere analfabeta, comunque, non è sempre sinonimo di ignoranza tout court. Va detto che ricercatori come il Morgan o il Lévi Strauss hanno fatto giustizia di quell’inveterato concetto di analfabeta come di un minus habens. Del resto, è notorio come lo stesso Carlo Magno fosse analfabeta, nel senso che non sapeva né leggere né scrivere. Eppure animava quella Scuola Palatina che ad Aquisgrana riuniva i migliori cervelli dell’impero. E non solo lui: forse un altro Magno, Alessandro, che pur aveva avuto come maestro Aristotele, non aveva alcun interesse di apprendere strumentalmente a leggere e a scrivere. E ciò perché la lettura e la scrittura venivano considerate come un semplice supporto strumentale, da affidare a “segretari esperti” – potremmo dire – al fine di conservare o di trasmettere informazioni. E so di un mio antenato latinista, che era “scrittore apostolico di maggior grazia” presso la corte pontificia, intento a tradurre in perfetto latino curiale le bolle pontificie, originariamente nate in chissà quale imperfetto italiano! Indubbiamente, a parte queste considerazioni, l’analfabeta oggi è colui che non sa e non può né leggere né scrivere”.

Va però considerato che il “piccolo gruppo” pur analfabeta di un tempo ha espresso pur sempre un suo linguaggio e una sua cultura. La cosiddetta cultura popolare, che poi qualche “colto” ha voluto scrivere e conservare perché altri la potessero conoscere, ha un suo valore, un suo stigma. Ciò che ci ha descritto un Carlo Salinari con la sua Storia popolare della letteratura italiana – a valle di qiell’idealismo crociano e gentiliano che per certi versi aveva ovattato la crescita culturale della nostra popolazione tutta – e ciò che ci ha rappresentato un Dario Fo con il suo Mistero Buffo, possono essere una larga testimonianza della dignità che spesso ha la cultura popolare, anche a fronte di quella prodotta da scrittori, poeti, filosofi, scienziati, che – com’è noto – è tutt’altra cosa in quanto segna le tappe dello svolgersi di quella ricerca che da sempre sostanzia lo sviluppo civile e sociale dell’umanità. Per non dire poi di tutto il patrimonio delle fiabe, strumento prezioso di trasmissione di valori e disvalori, e in larga misura per via orale: l’eroe e l’orco, la fata e la strega, il bene e il male, il bello e il brutto in pillole, se vogliamo. La ricerca di Valdimir Propp ci ha dimostrato come anche in ambienti analfabeti – sotto il profilo della incompetenza nella lettura/scrittura – potessero comunque essere veicolati valori che possiamo definire universali, costituzionali, potremmo dire oggi. Per non dire infine della preoccupazione di Platone che vedeva nelle scrittura – e nella lettura quindi – una sorta di congelamento del pensiero e della sua natura dialettica. Insomma, il solo parlare/ascoltare non è di per sé segno di ignoranza.

Abbiamo a monte un’ampia tradizione orale, che per secoli ha costituito il background comportamentale e “civico” di gruppi sociali piccoli e grandi in cui il non saper scrivere non costituiva quel limite che poi invece verrà fortemente denunciato in epoche successive profondamente diverse. Basti pensare a un Lutero, a un Gutemberg o a un Comenio, in lotta perché la trasmissione orale fosse implementata – e per certi versi corretta – da quella scritta, in quanto il leggere e scrivere veniva inteso come segno di una rinnovata libertà: dall’invadenza di un Chiesa che non si poneva alcun limite dall’inquisire e mandare al rogo gli eretici, o meglio coloro che, stando all’etimo greco della parola, operavano “altre scelte” in campo religioso, quindi anche morale e civile. Leggere e scrivere diventavano così una bandiera nuova, una lotta per la libertà di pensiero!

Ed è ovvio che l’affermazione della scrittura ha relegato nell’ignoranza – se si può dir così – quei gruppi sociali che ne erano esclusi. Ovviamente, si tratta solo di rapidi accenni, incompleti e che meriterebbero un’attenzione maggiore. Comunque, sono tutte considerazioni che ci portano a concludere che non è detto in assoluto che la strumentazione leggere/scrivere – per come l’abbiamo costruita fino ad oggi e trasmessa nelle scuole fin dal grado cosiddetto elementare – possa essere la garanzia in assoluto di un progressivo sviluppo culturale civile e sociale. Concordo con tutti coloro che temono un’attenuazione e una perdita di certe competenze logico/sintattiche indotte dalla scrittura digitale, ma è anche vero che la strumentazione digitale implementa la competenza scrittoria manuale: la sola cancellazione automatica, il taglia e cuci operati costantemente nel progredire del testo elimina le brutte copie e le belle copie di un tempo. Chi scrive ha la possibilità di autocorreggersi all’infinito, e il suo pensiero al termine dell’operazione è sempre formattato in bella copia!

L’uso di mezzi digitali comporta l’attenuazione, e talvolta la perdita, della capacità di coordinare il pensiero con l’attività necessaria per tracciare i segni?
Sinceramente, non so! Però, la domanda che dobbiamo porci è la seguente:
ciò che si sta verificando nella testa delle nuove generazioni a fronte della incapacità di scrivere con penna/carta e che provoca ricadute sulla capacità stessa di formulare pensieri, interpretare sensazioni ed emozioni, trasmettere dati, informazioni, conoscenze, è segno di quale fenomeno? Indica una caduta verticale e inarrestabile della competenza linguistica in senso lato? E, quindi, della competenza comunicativa e creativa? Oppure siamo alla vigilia di nuovi modi di comunicare, che non passano più attraverso l’interazione circolare e progressiva dita-mano-occhio-carta-cervello? O meglio, siamo forse costruendo senza avvedercene mezzi e modi nuovi di produrre pensiero, di comunicare e di produrre cultura? Se è vero che “il mezzo è il messaggio”, sarà anche vero che i nuovi mezzi possono indurre a produrre nuove forme di messaggi, nuovi contenuti e nuovi modi di produrre cultura.

Volendo essere ottimisti, potremmo anche pensare che non siamo di fronte a un analfabetismo di ritorno, come si suol dire – che poi è quello più preoccupante e che interessa la popolazione adulta di tutti i Paesi ad alto sviluppo, e in particolare il nostro (si vedano i dati riportati dall’ultima edizione della ricerca Education at glance) – ma di un analfabetismo che potremmo definire di partenza. Non so se a farmi esprimere questi pensieri sia il mio inguaribile ottimismo, oppure la mia profonda ignoranza in materia.

Comunque, mi sembrerebbe più corretto parlare non tanto di analfabetismo di ritorno ma di un analfabetismo di partenza, a cui forse si dischiudono orizzonti nuovi, di cui non abbiamo ancora perfetta conoscenza.

http://www.edscuola.eu/wordpress/?p=70956


martedì 15 dicembre 2015

La scuola autoritaria come dispositivo educativo. [...] l'educazione è un dispositivo complesso, comprensivo di diversi ordini (naturale, biologico, psicologico, sociale, culturale, semiotico, storico); una complessità che ha sollecitato una lettura che guardava all'educazione come dispositivo esistenziale (Massa, 1981) decisivo nel condizionare la modalità con cui il soggetto si appropria degli strumenti necessari a instaurare relazioni e a inoltrarsi criticamente nel percorso quotidiano dell'intellegibilità del reale.

La scuola autoritaria come dispositivo educativo

di Igor Piotto
Un passaggio d'epoca

Il Disegno di legge di “Riforma del sistema scolastico” rappresenta un passaggio d'epoca nella configurazione del sistema educativo italiano sia per i fondamenti su cui poggia sia per le finalità intrinseche e latenti che esprime.

Nonostante questo, il dibattito intorno al Ddl 2994 rischia di trovare una rappresentazione distorta nell'immaginario collettivo, ristretta ad un insieme di “tecnicismi” che sposta nel sottosuolo del senso comune la cultura educativa e pedagogica che alimenta quel Disegno di legge. L'accentramento dei poteri nella figura del dirigente scolastico, il progressivo inaridimento degli organi collegiali, architrave dell'impianto democratico della governance scolastica, la compressione della libertà di insegnamento attraverso un sistema valutativo di tipo mercantile, sono alcuni degli elementi di un progetto di destrutturazione del sistema scolastico che troverà nelle leggi delega e nei decreti attuativi un ulteriore passaggio di consolidamento. Questi elementi sembrano lasciare in secondo piano la concezione neoliberista dei processi educativi che presiede il progetto nel suo complesso, solo parzialmente riconducibile alla visione aziendalistico-autoritaria espressa nel disegno di legge stesso.

Uno specifico dispositivo pedagodico
Viene strutturata una concezione dei processi educativi attraverso la proposta di un dispositivo pedagogico con specifici e riconoscibili tratti distintivi.
L'analisi di Foucault (1982, 1993) e successive elaborazioni sono un supporto decisivo in questa incursione teorica nei cunicoli della lettura neoliberista dell'istruzione pubblica.
Il dispositivo costituisce un insieme strutturato di discorsi, enunciati scientifici, proposizioni filosofiche, rituali, metodologie, prescrizioni, proiezioni sociali. Al suo interno ritroviamo un insieme eterogeneo di elementi tenuti insieme da legami funzionali che vanno a strutturare la trama di una rete che legittima e sostiene specifiche pratiche culturali e sociali; come scriveva Deleuze (2007), il dispositivo non è composto solo da enunciati ma anche da coni di luce che fanno convergere la visibilità su alcuni aspetti a discapito di altri. Luce e contenuti. Esso costituisce un' unità strutturale in relazione alla coesione delle sue pratiche interne e in funzione degli obiettivi strategici che si propone di perseguire. Non sempre “enunciati” in modo esplicito, ma visibili attraverso la selezione delle sue pratiche. Obiettivi strategici che non possono essere separati, e qui sta il nucleo dell'analisi foucaultiana, dal campo delle forze sociali e dai rapporti di potere che queste esprimono.

Il dispositivo è sempre inscritto in rapporti di potere, la cui posta in gioco centrale riguarda i processi di soggettivazione, ovvero le modalità attraverso le quali si articolano e prendono forma le strutture di personalità. Sulla linea di questa argomentazione l'educazione quale dispositivo pedagogico si compone di pratiche nelle quali si intrecciano e sovrappongono (come vedremo secondo una specifica logica di disposizione) discorsi e saperi, linguaggi e significati, nelle quali si manipolano oggetti e si strutturano spazi di azione; tutti questi elementi definiscono la grammatica entro la quale vanno a costituirsi le soggettività.
In questa prospettiva analitica, l'educazione come dispositivo pedagogico è il luogo geometrico in cui sapere e potere definiscono la matrice generativa della soggettività; è il contesto nel quale vengono messe in atto procedure e pratiche la cui finalità è quella di strutturare culture e personalità secondo obiettivi che rispondono a priorità definite dai rapporti di potere da cui discende la funzione strategica del dispositivo medesimo. Più specificatamente, ciascuna componente dimensionale del dispositivo non può essere disgiunta dai rispettivi riferimenti culturali, che giustificano e legittimano le finalità educative.

Per questo l'educazione è un dispositivo complesso, comprensivo di diversi ordini (naturale, biologico, psicologico, sociale, culturale, semiotico, storico); una complessità che ha sollecitato una lettura che guardava all'educazione come dispositivo esistenziale (Massa, 1981) decisivo nel condizionare la modalità con cui il soggetto si appropria degli strumenti necessari a instaurare relazioni e a inoltrarsi criticamente nel percorso quotidiano dell'intellegibilità del reale.
Per questo l'educazione è cruciale nella costituzione della soggettività.


La cultura educativa neoliberista
È evidente che la nozione di dispositivo quale strumento analitico può trovare applicazione in un contesto inclusivo e democratico come può fare da supporto ad una analisi della cultura educativa neoliberista. Rispetto a quest'ultima la ricostruzione della proposta pedagogica non parte dalla struttura del dispositivo ma dall'esito dei processi di soggettivazione; non dalle pratiche che vanno a supportare i processi educativi ma dalle finalità degli stessi.

Il significato della cultura educativa neoliberista emerge con chiarezza dalle elaborazioni di Abravanel, a partire dalla sua ultima pubblicazione (2015): il processo educativo deve essere sottosposto ad una “valutazione oggettiva” attraverso il continuo ricorso a forme di monitoraggio tramite test e tale valutazione costituisce la premessa per la misurabilità degli apprendimenti e allo stesso tempo l'immagine, ovvero la rappresentazione della capacità di insegnamento. La misurabilità della prestazione lavorativa secondo parametri definiti oggettivi diventa in questo frangente una forma di assoggettamento che procede attraverso la sottrazione degli spazi di collegialità in una sorta di condizionamento dispotico della prassi educativa che non risponde più a finalità formative ma trova legittimazione nella subordinazione al principio di prestazione competitiva.

Il dirigente, in questa visione dispotico-autoritaria, assume un ruolo selettivo secondo modalità suscettibili alla logica dello scambio. L'insegnamento diventa una merce che si separa dal soggetto che eroga la proposta educativa secondo un processo di progressiva e crescente de-soggettivazione: occorre neutralizzare l'irriducibilità dell'insegnante come soggetto costituente, il freno alla mercificazione del lavoro educativo. La mercificazione del lavoro avviene attraverso la strutturazione di prodotti formativi formalizzati e standardizzati: sono moduli, alla stregua di pacchetti di conoscenze, gerarchicamente strutturati secondo una consequenzialità che accompagna lo sviluppo evolutivo degli allievi e configura un ruolo “esecutivo” dell'insegnante sempre più ampio. Il concatenamento concettuale si conclude con la visione dell'offerta formativa secondo il principio del “quasi mercato”: sono i clienti (alunni e famiglie) a scrivere la mappa del mercato scolastico (le preferenze che orientano l'attenzione sulle scuole migliori alla stregua di una procedura di customer satisfaction), determinando in tal modo una stratificazione dell'offerta formativa. Sulla base delle indicazioni ministeriali il dirigente assume così il ruolo di agente di mercato che sceglie, orienta, dispone e organizza il lavoro in base agli indici di soddisfazione del mercato; sostituisce il contratto quale autorità salariale.

La mutazione della prestazione lavorativa
Un impianto di questa natura configura un dispositivo pedagogico che ha come asse distintivo la mutazione della prestazione lavorativa: la soggettività dell'insegnante viene privata degli spazi di libertà, sottoposta a misurazione e formalizzata nei suoi passaggi esecutivi. Da qui discende, per riprendere un'espressione di Marx nei Grundrisse (1969), una sorta di duplicazione esistenziale della merce-insegnamento: da un lato si consuma la rottura tra soggetto e prestazione, dall'altro la soggettività deprivata di un riconoscimento è cruciale nella gestione dei processi educativi.

La soggettività non scompare, diventa solo funzionale alla produzione del valore di scambio della merce insegnamento. Mercificazione e de-soggettivazione del lavoro educativo sono le coordinate del dispositivo pedagogico neoliberista. L'elemento unificante del dispositivo pedagogico di matrice neoliberista tende a determinare una sovrapposizione tra coloro che svolgono attività di insegnamento e coloro a cui questo è indirizzato: una logica competitiva di normalizzazione soggettiva.
Sul versante dell'insegnamento la trasformazione dell'istituzione in impresa è incardinata sull'interiorizzazione della logica aziendale nelle prassi di lavoro: il soggetto che si misura con l'insegnamento è chiamato a sottoporre il proprio agire a condotte disciplinari interamente regolate dal binomio incentivi/sanzioni in base alle indicazioni del mercato dell'istruzione.

Il soggetto competitivo è parte di una trama di processi disciplinari concatenati volti a normalizzare l'azione individuale in base al criterio dell'efficienza economica, alla competizione generalizzata con i colleghi (da cui deriva il depotenziamento delle pratiche cooperative e collegiali, già ampiamente indebolite negli anni), veicolata dalla tecnologia valutativa che assume chiaramente il profilo di una modalità di controllo e regolazione. La centralità del mercato nella costituzione dell'offerta formativa agisce come leva per una oggettivazione costrittiva. Le preferenze del mercato presentate come naturali ed oggettive, apparentemente sganciate da ogni sistema valoriale, forniscono la base di legittimazione per un nuovo assetto di potere privo di reali controbilanciamenti.
L'individualizzazione della prestazione è funzionale ad una sorta di economia psichica dell'internalizzazione della logica aziendale; qui l'ideologia del merito costituisce l'espressione egemonica di una catena di significati che sorreggono in modo latente la semiotica del potere nei processi educativi. L'incorporazione della logica aziendale rende superflua, nella narrazione neoliberista, lo strumento del contratto di lavoro che si rivela residuale rispetto alla concorrenza dell'insegnante quale microimpresa individuale.
L'approvazione del disegno di legge, si dice nel testo, determinerá la disapplicazione delle prerogative contrattuali.
Nelle schegge di questo progetto si riconoscono le tracce di una nuova morfologia del dominio che si sviluppa attraverso la conoscenza e le modalità di accesso ad essa. Un dominio che si annida nel senso comune, ovvero nei cunicoli di senso che forniscono legittimazione ad un principio di efficienza costruito intorno a competizione e merito, oscurando il significato di liberazione sotteso ai processi educativi.

Un conformismo competitivo 
L'habitus, almeno secondo la ricerca di Bourdieu (2001), è al centro dei processi educativi: è strutturato perché configura categorie e percezioni incorporate dai soggetti che rendono possibile l'appropriazione del significato di ciò che ci circonda, ma allo stesso tempo è strutturante perché da queste categorie e percezioni discendono scelte e azioni. Il dispositivo pedagogico neoliberista asseconda gli habitus, li consolida, ne fa derivare profonde disparità sociali che riproducono le disguaglianze sociali originarie; è un dispositivo educativo, in quanto socialmente selettivo. Esclude a priori l'appropriazione consapevole di strumenti critici, congela i flussi della conoscenza quando questi si misurano con la trasversalità dei saperi e dei linguaggi, nella loro intermedialità, quali elementi che possono scongiurare non solo la manipolazione ma anche il cedimento verso forme di conformismo mimetico.

I piani del sapere, proprio perché formalizzati (precondizione della loro misurabilità) non possono cedere a slittamenti e intersezioni. Un rischio che chiama in causa le contraddizioni della teoria dei ruoli in ambito educativo; ovvero il rischio che l'educazione non sia sufficientemente critica nei confronti di tutto ciò che propone, in modo coestensivo, la sovrapposizione e la coerenza tra i ruoli sociali e gli orientamenti di valore dei soggetti, con l'interiorizzazione della norma sociale senza strumenti critici di distanziamento dalla stessa. A questo riguardo gli interventi in materia di diversabilità e difficoltà nell'apprendimento riaffermano in una chiave regressiva antiche tentazioni, mai sopite, di medicalizzazione dei soggetti che presentano specifiche criticità.
Integrazione, identità e conformità, senza controbilanciamenti sono i rischi contenuti nella narrazione autoritaria del discorso pedagogico neoliberista.

Si tratta di una narrazione che propone quella che efficacemente Gramsci chiamava la rivoluzione molecolare; un processo che interviene nel nesso tra corpo e mente, interviene in quel centro di “annodamento” che è il soggetto, mutando la rete dei rapporti la sua percezione delle relazioni ed impedendo il passaggio dall'oggettivo al soggettivo, ovvero l'appropriazione di strumenti critici di direzione consapevole di se stessi. La dimensione molecolare è parte di una rivoluzione passiva che ha coinvolto anche la scuola pubblica italiana.
Restituire soggettività all'insegnamento non comporta unicamente un atto di resistenza rispetto ad un progetto autoritario. Significa riprendere il filo di un dibattito pedagogico, spesso lasciato in sospeso o dato per scontato, poiché epistemologicamente presupposto nelle pratiche della quotidianità.
Il conflitto che si è aperto ha come posta in gioco non solo le singole misure contenute nel disegno di legge: ha come posta in gioco la strategia pedagogica della scuola italiana.
La difesa della scuola della Costituzione è l'affermazione del processo educativo come sovversione cognitivo-culturale, quella catarsi che ci consente di scuotere il nostro presente con lo sguardo dell'analisi. L'egemonia è sempre un conflitto di ideologie e di culture. 
Per questo la nostra mobilitazione continua.



Riferimenti bibliografici (in ordine di rifementi interni al testo)

Abravanel R., D'agnese L., La ricreazione è finita, Milano, Rizzoli, 2015.
Massa R., Educare o istruire, Milano, Unicopli, 1981.
Foucault M., "The Subject and Power", Critical Inquiry, vol.8, n.4, 1982.
Foucault M., Sorvegliare e punire, Torino, Einaudi, 1993.
Deleuze G., Che cos'è un dispositivo, Cronopio, 2007.
Marx K., Grundrisse, Lineamenti fondamentali di critica dell 'economia politica, Firenze, La Nuova Italia, 1969.
Bourdieu P., La distinzione. Critica sociale del gusto, Bologna, Il Mulino, 2001.
Gramsci A., Quaderni dal carcere, Torino, Einaudi, 2007.


http://www.insegnareonline.com/rivista/scuola-cittadinanza/scuola-autoritaria-dispositivo-educativo


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