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martedì 1 novembre 2016

Pier Paolo Pasolini. La religione del mio tempo. Il fondo del mio insegnamento consisterà nel convincerti a non temere la sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini trasformandoli in bruti e stupidi automi adoratori di feticci.


Il fondo del mio insegnamento consisterà nel convincerti a non temere la sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini trasformandoli in bruti e stupidi automi adoratori di feticci.
Pier Paolo Pasolini


Negli insegnamenti che ti impartirò, io ti sospingerò a tutte le sconsacrazioni possibili, alla mancanza di ogni rispetto per ogni sentimento istitutivo. Tuttavia il fondo del mio insegnamento consisterà nel convincerti a non temere la sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini, trasformandoli in bruti e stupidi automi adoratori di feticci. 
Pier Paolo Pasolini


Nessun prete mi ha mai parlato, come te, di Gesù Cristo e di San Francesco.
Una volta mi hai parlato anche di Sant’Agostino,
del peccato e della salvezza come li vedeva Sant’Agostino.
È stato quando mi hai recitato a memoria il paragrafo in cui Sant’Agostino racconta di sua madre che si ubriaca. Ed ho compreso in quell’occasione che cercavi il peccato per cercar la salvezza, certo che la salvezza può venire solo dal peccato, e tanto più profondo è il peccato tanto più liberatrice è la salvezza. Però ciò che mi dicesti su Gesù Cristo e su San Francesco, mentre Maria sonnecchiava dinanzi al mare di Copacabana, mi è rimasto come una cicatrice. Perché era un inno all’amore cantato da un uomo che non crede alla vita.
Oriana Fallaci, da Lettera a Pier Paolo
Pier Paolo Pasolini, Il Vangelo Secondo Matteo, 1964








Il male non sta nel sesso: considerare il sesso come un male è la follia del moralismo cattolico, che ha trovato, nella guida sessuale, uno dei modi di repressione e di ricatto. Sa invece qual è uno dei pericoli della sessualità giovanile? Quella di farla coincidere con il fascismo. Sì, il fascismo punta sul virilismo, sulla baldanza sessuale del giovane, per attirarlo a sé: vellica, per esempio, il suo narcisismo dandogli un narcisismo collettivo che si chiama Patria ecc. E sa qual è un altro pericolo? Quello della repressione dei propri istinti sessuali (che vanno dominati e regolati, ma non negati e odiati): repressione che avviene sempre per ragioni moralistico-religiose, si capisce, per cui la personalità subisce un trauma e la patologia che ne consegue pesa per l'equilibrio sociale: perché i repressi quasi sempre diventano dei moralisti ipocriti e spietati e servono così il conformismo nazionale.
Pier Paolo Pasolini



LA PAROLA PECCATO, DERIVA DAL GRECO è SIGNIFICA "MANCARE L'OBIETTIVO". Siamo in peccato, quindi, se non tendiamo alla salute e benessere, al successo, alla felicità, all'autostima, ovvero alla vera autorealizzazione del nostro talento.


Pier Paolo Pasolini. La religione del mio tempo.
Li osservo, questi uomini, educati
ad altra vita che la mia: frutti
d'una storia tanto diversa, e ritrovati,
quasi fratelli, qui, nell'ultima forma
storica di Roma. Li osservo: in tutti
c'è come l'aria d'un buttero che dorma
armato di coltello: nei loro succhi
vitali, è disteso un tenebrore intenso,
la papale itterizia del Belli,
non porpora, ma spento peperino,
bilioso cotto. La biancheria, sotto,
fine e sporca; nell'occhio, l'ironia
che trapela il suo umido, rosso,
indecente bruciore. La sera li espone
quasi in romitori, in riserve
fatte di vicoli, muretti, androni
e finestrelle perse nel silenzio.
È certo la prima delle loro passioni
il desiderio di ricchezza: sordido
come le loro membra non lavate,
nascosto, e insieme scoperto,
privo di ogni pudore: come senza pudore
è il rapace che svolazza pregustando
chiotto il boccone, o il lupo, o il ragno;
essi bramano i soldi come zingari,
mercenari, puttane: si lagnano
se non ce n'hanno, usano lusinghe
abbiette per ottenerli, si gloriano
plautinamente se ne hanno le saccocce
piene.
Se lavorano - lavoro di mafiosi
macellari,
ferini lucidatori, invertiti commessi,
tranvieri incarogniti, tisici ambulanti,
manovali buoni come cani - avviene
che abbiano ugualmente un'aria di ladri:
troppa avita furberia in quelle vene...

Sono usciti dal ventre delle loro madri
a ritrovarsi in marciapiedi o in prati
preistorici, e iscritti in un'anagrafe
che da ogni storia li vuole ignorati...
Il loro desiderio di ricchezza
è, così, banditesco, aristocratico.
Simile al mio. Ognuno pensa a sé,
a vincere l'angosciosa scommessa,
a dirsi: "È fatta," con un ghigno di re...
La nostra speranza è ugualmente
ossessa:
estetizzante, in me, in essi anarchica.
Al raffinato e al sottoproletariato spetta
la stessa ordinazione gerarchica
dei sentimenti: entrambi fuori dalla
storia,
in un mondo che non ha altri varchi
che verso il sesso e il cuore,
altra profondità che nei sensi.
In cui la gioia è gioia, il dolore dolore.
Pier Paolo Pasolini, La religione del mio tempo, Garzanti, Milano 1961


Tutto mi dà dolore: questa gente che segue supina ogni richiamo da cui i suoi padroni la vogliono chiamata, adottando, sbadata le più infami abitudini di vittima predestinata: il grigio dei vestiti per le grige strade; i suoi grigi gesti in cui sembra stampata l'omertà del male che l'invade, il suo brulicare intorno a un benessere illusorio, come un gregge inorno a poche biade; la sua regolare marea, per cui resse e deserti si alternano per le vie, ordinati da flussi e riflussi ossessi e anonimi di necessità stantie: i suoi sciami ai tetri bar, ai tetri cinema, il cuore tetramente arreso al quia.
Pier Paolo Pasolini, La religione del mio tempo (1957-59)
da: Pagine Corsare.
 http://www.pasolini.net/poesia_I-relig-miotempo.htm


Pier Paolo Pasolini, La religione del mio tempo:
Sì, certo, era un Dio... e altri meno pazzi e stupendi ce n'è.
Coi loro sacerdoti, e, vorrei anche dire, con i loro santi.
Santi poveri, martoriati dai ben noti dolori, col terribile dovere di arrivare, senza troppi terremoti, alla fine del mese, per riavere in tasca le poche sospirate lire: impiegatucci, funzionari, leve di un Partito, per cui vivere e morire. Felici ti mostrano un paio di scarpe nuove, un quadruccio buono all'appena civile parete della casa, una bella sciarpa natalizia per la moglie: ma dentro, dietro quell'infantile palpito, quello stento, ti misurano col metro della loro fede, del loro sacrificio. Sono inflessibili, sono tetri, nel loro giudicarti: chi ha il cilicio addosso non può perdonare.
Non puoi da loro aspettare una briciola di pietà: non perché lo insegni Marx, ma per quel loro dio d'amore, elementare vittoria di bene sul male, ch'è nei loro atti. Ma come nel biancore dell'estetico dio del mare, informe Forma, mescolanza irrazionale di gioia e dolore, sbianca l'opacità del gesso, la norma che svaluta... così arrossa nel rosso dell'altro Dio - quello che trasforma il mondo, quello futuro ed incorrotto - il sangue dei giorni di Stalin...
Non torna nulla. Nemmeno il paradosso esistenziale, in cui, fertili-aridi, vivono quasi tutti coloro che conosco: borghesi colti, esperti di essenziali infrastrutture, spiriti del bosco della mondanità, della cultura: a popolare le pure sere di Piazza del Popolo, dei nuovi quartieri oltre le vecchie mura, del centro dove la città s'infossa in preziosi vicoli scintillanti e luridi...
Genio arreso, con le sue quattro ossa sotto eleganti vesti, ognuno porta intorno una faccia intenta, dove gli altri possano sospettare qualcosa; nei caffè, di giorno, nei salotti, la sera: ma ognuno cerca nella faccia dell'altro invano un ritorno delle speranze antiche: e se vi accerta una speranza, è una speranza inconfessabile, nel cerchio della domanda e dell'offerta, il cui sguardo è come per uno spasimo di interna ferita: che rende esanimi, accidiosi, scontenti, spinge a uno sciopero dei sentimenti, a una colpevole stasi della coscienza, ad una pace insana, che vuole i nostri giorni grigi e tragici. Così, se guardo in fondo alle anime delle schiere di individui vivi nel mio tempo, a me vicini o non lontani, vedo che dei mille sacrilegi possibili che ogni religione naturale può enumerare, quello che rimane sempre, in tutti, è la viltà. Un sentimento eterno - una forma del sentimento - fossile, immutabile, che lascia in ogni altro sentimento diretta o indiretta, la sua orma.
È quella viltà che fa l'uomo irreligioso.
È come un profondo impedimento che, all'uomo, toglie forza al cuore, calore al ragionamento, che lo fa ragionare di bontà come di un puro comportamento, di pietà come di una pura norma.
Può renderlo feroce, qualche volta, ma sempre lo rende prudente:
minaccia, giudica, ironizza, ascolta, ma è sempre, interiormente, impaurito.
Non c'è nessuno che sfugga a questa paura.
Nessuno perciò è davvero amico o nemico.
Nessuno sa sentire vera passione: ogni sua luce subito s'oscura come per rassegnazione o pentimento in quell'antica viltà, in quell'ormone misterioso che si è formato nei secoli. Lo riconosco, sempre, in ogni uomo.
Lo so bene che altro non è che insicurezza vitale, antica angoscia economica: che era regola della nostra vita animale ed è stata assimilata ora in queste povere nostre comunità: che è difesa, disperata, che si annida là dove c'è un minimo di pace: nel possesso. E ogni possesso è uguale: dall'industria al campicello, dalla nave al carretto. Perciò è uguale in tutti la viltà: com'è alle grige origini o agli ultimi grigi giorni di ogni civiltà...
Così la mia nazione è ritornata al punto di partenza, nel ricorso dell'empietà.
E, chi non crede in nulla, ne ha coscienza, e la governa. Non ha certo rimorso, chi non crede in nulla, ed è cattolico, a saper d'essere spietatamente in torto. Usando nei ricatti e i disonori quotidiani sicari provinciali, volgari fin nel più profondo del cuore, vuole uccidere ogni forma di religione, nell'irreligioso pretesto di difenderla: vuole, in nome d'un Dio morto, essere padrone.
Qui, tra le case, le piazze, le strade piene di bassezza, della città in cui domina ormai questo nuovo spirito che offende l'anima ad ogni istante, - con i duomi, le chiese, i monumenti muti nel disuso angoscioso che è l'uso d'uomini che non credono - io mi ricuso ormai a vivere. Non c'è più niente oltre la natura - in cui del resto è diffuso solo il fascino della morte - niente di questo mondo umano che io ami.
Tutto mi dà dolore: questa gente che segue supina ogni richiamo da cui i suoi padroni la vogliono chiamata, adottando, sbadata, le più infami abitudini di vittima predestinata; il grigio dei suoi vestiti per le grigie strade; i suoi grigi gesti in cui sembra stampata l'omertà del male che l'invade; il suo brulicare intorno a un benessere illusorio, come un gregge intorno a poche biade; la sua regolarità di marea, per cui resse e deserti si alternano per le vie, ordinati da flussi e da riflussi ossessi e anonimi di necessità stantie; i suoi sciami ai tetri bar, ai tetri cinema, il cuore tetramente arreso al quia...
E intorno a questo interno dominio della volgarità, la città che si sgretola ammucchiandosi, brasiliana o levantina, come l'espressione di una lebbra che si bea ebbra di morte sugli strati dell'epoche umane, cristiane o greche, e allinea tempeste di caseggiati, gore di lotti color bile o vomito, senza senso, né di affanno né di pace; sradica i riposanti muri, i gomiti poetici dei vicoli sui giardini interni, i superstiti casolari dalla tinta di pomice o topo, tra cui fichi, radicchi, svernano beati, i selciati striati di una grama erbetta, i rioni che parevano eterni nei loro lineamenti quasi umani di grigio mattone o smunto cotto: tutto distrugge la volgare fiumana dei pii possessori di lotti: questi cuori di cani, questi occhi profanatori, questi turpi alunni di un Gesù corrotto nei salotti vaticani, negli oratori, nelle anticamere dei ministri, nei pulpiti: forti di un popolo di servitori.
Com'è giunto lontano dai tumulti puramente interiori del suo cuore, e da paesaggio di primule e virgulti del materno Friuli, l'Usignolo dolceardente della Chiesa Cattolica!
Il suo sacrilego, ma religioso amore non è più che un ricordo, un'ars retorica: ma è lui, che è morto, non io, d'ira, d'amore deluso, di ansia spasmodica per una tradizione che è uccisa ogni giorno da chi se ne vuole difensore; e con lui è morta una terra arrisa da religiosa luce, col suo nitore contadino dei campi e casolari; è morta una madre ch'è mitezza e candore mai turbati in un tempo di solo male; ed è morta un'epoca della nostra esistenza, che in un mondo destinato a umiliare fu luce morale e resistenza.


Il “Teorema” del sacro. Pasolini fra abiura e Cielo
di Emanuele Di Marco

[…] il cattolicesimo è la promessa che al di là di queste macerie c’è un altro mondo, e questo invece nei miei film non c’è assolutamente 183
183 Riportato in Petraglia S., Il cinema di Pasolini, La Nuova Italia, Firenze, 1975

[…]  La lettura della sua opera ci mostra infatti che Pasolini, come pochi altri hanno saputo fare con
tale intensità, definisce non tanto la forma del sacro, quanto il sentimento, la paura della sua
assenza, del suo non essere “al di qua” della vita, della sua scomparsa. […]
file:///C:/Users/SIA_01/Downloads/368-811-1-SM%20(1).pdf


Sacro e profano nel primo cinema di Pasolini, di Giorgia Bruni

[...] L’opera allora si può leggere in chiave allegorica come un confronto-scontro tra il cristianesimo nell’accezione di religione naturale intrisa di sacralità secolare, a cui appartiene l’onnipresente pasoliniano ”Altrove” non corrotto e pullulante di oppressi, vinti e “veri”, e il benpensante universo governato dal Potere e omologato in cui si è smarrita, in anni di adeguamento al conformismo sociale, la dimensione del sacro e la religione è ridotta a fregio accessorio e a completamento dell’outfit di standard italiano. Non casuale, infatti, la citazione della poesia di Pasolini letta al giornalista di “Tegliesera” da Orson Welles:

Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle Chiese,
dalle pale d’altare, dai borghi
dimenticati sugli Appennini o sulle Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l’Appia come un cane senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le mattine
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui io assisto per privilegio d’anagrafe,
dall’orlo estremo di qualche età
sepolta.Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno di ogni moderno
a cercare fratelli che non sono più.


 http://www.centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it/molteniblog/7811/


domenica 20 aprile 2014

Thomas Moore. Ci vuole anima per percepire l'anima. E' abbastanza facile abbattere una sequoia per costruire una casa. Ma ci vuole fantasia e immaginazione per vedere la sacralità della sequoia, per rendersi conto della sua età, della sua vulnerabilità in una società affamata di edifici materiali e della sua naturale bellezza. Quando lasciamo fluire le fantasie, la sacralità delle cose comuni torna evidente. C'è davvero relazione fra anima e religione, fra psicologia e consapevolezza religiosa; senza la fantasia piena di anima, tutto è profano e mondano. Con l'anima viene il rispetto per le cose comuni, perché esse hanno un grande impatto sullo spirito umano.


Ci vuole anima per percepire l'anima. E' abbastanza facile abbattere una sequoia per costruire una casa. Ma ci vuole fantasia e immaginazione per vedere la sacralità della sequoia, per rendersi conto della sua età, della sua vulnerabilità in una società affamata di edifici materiali e della sua naturale bellezza. Quando lasciamo fluire le fantasie, la sacralità delle cose comuni torna evidente. C'è davvero relazione fra anima e religione, fra psicologia e consapevolezza religiosa; senza la fantasia piena di anima, tutto è profano e mondano. Con l'anima viene il rispetto per le cose comuni, perché esse hanno un grande impatto sullo spirito umano.
Thomas Moore: Pianeti interiori , l'astrologia psicologica di M. Ficino 



venerdì 14 marzo 2014

Mircea Eliade. Chi presta ascolto ai miti, non importa quale sia il suo livello culturale, dimentica la sua particolare situazione ed è proiettato in un altro mondo, in un altro universo che non è più il suo piccolo povero universo di ogni giorno... I miti sono veri perché sono sacri, perché riguardano esseri ed eventi sacri. Ne deriva che, recitando o ascoltando un mito, si ristabilisce il contatto con il sacro e con la realtà, e facendo ciò si trascende la condizione profana, la situazione 'storica'. In altre parole si va oltre la condizione temporale e la trita autosufficienza che è il destino di ogni essere umano semplicemente perché ogni essere umano è 'ignorante', nel senso che identifica se stesso, e la Realtà, con la sua situazione particolare. E l'ignoranza è, prima di tutto, questa falsa identificazione della Realtà con ciò che ognuno di noi sembra essere o possedere.

Ai livelli più arcaici di cultura, vivere da essere umano è in sé e per sé un atto religioso, poiché l'alimentazione, la vita sessuale e il lavoro hanno valore sacrale.
In altre parole, essere – o piuttosto divenire – un uomo significa essere “religioso”.
Mircea Eliade, "Nostalgia delle origini. Storia e significato nella religione"



Chi presta ascolto ai miti, non importa quale sia il suo livello culturale, dimentica la sua particolare situazione ed è proiettato in un altro mondo, in un altro universo che non è più il suo piccolo povero universo di ogni giorno... I miti sono veri perché sono sacri, perché riguardano esseri ed eventi sacri. Ne deriva che, recitando o ascoltando un mito, si ristabilisce il contatto con il sacro e con la realtà, e facendo ciò si trascende la condizione profana, la situazione 'storica'. In altre parole si va oltre la condizione temporale e la trita autosufficienza che è il destino di ogni essere umano semplicemente perché ogni essere umano è 'ignorante', nel senso che identifica se stesso, e la Realtà, con la sua situazione particolare. E l'ignoranza è, prima di tutto, questa falsa identificazione della Realtà con ciò che ognuno di noi sembra essere o possedere.
Mircea Eliade, nato il 13 marzo 1907, Sole in Pesci, Luna in Capricorno, Ascendente in Acquario




Il mito siamo abituati a circoscriverlo nell'antichità mentre la sua essenza di sacralità è riconducibile ad un punto di partenza della metafisica che fa un tutt'uno con la primitiva idea del sacro. 
Che cos' è il sacro? 

"Il sacro è un elemento della struttura della coscienza e non un momento della storia della coscienza" Mircea Eliade.... 
Che continua: "l'esperienza del sacro è indissolubilmente legata allo sforzo dell' uomo per costruire un mondo che ci abbia un significato"

Per tradurre l'atto di questa manifestazione del sacro Mircea Eliade propone l termine ierofania, che è comodo, tanto più in quanto non implica alcuna precisazione supplementare : non esprime niente di più di quanto è intrinseco al suo contenuto etimologico, vale a dire che qualcosa di sacro ci si mostra " E. Boncinelli 


"I miti e i dogmi ne analizzano a modo loro il contenuto, ne utilizzano le proprietà, la moralità religiosa deriva da essa, i sacerdoti la incorporano, santuari, luoghi sacri, monumenti religiosi la fissano al suolo e la radicano. La religione è l'amministrazione del sacro " 
H. Hubert



giovedì 27 febbraio 2014

Constantinos Kavafis. Se abbiamo abbattuto le loro statue, se li abbiamo scacciati dai loro templi, non per questo gli Dei sono morti.

Se abbiamo abbattuto le loro statue, se li abbiamo scacciati dai loro templi, non per questo gli Dei sono morti.
Constantinos Kavafis


Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca -
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare."
'Itaca' del poeta greco Konstantinos Kavafis che morì nel 1863


giovedì 30 gennaio 2014

Eldo Stellucci. ONFALOS Letteralmente significa "ogni rialzo in forma di ombelico al centro di una superficie piana"; metaforicamente indica il punto di mezzo. Gli Etruschi recingevano il terreno ove cadeva la folgore: quel terreno diveniva un templum, un luogo sacro. Recingere, o cingere, in latino si dice "sancio", da cui deriva sanctus, che significa "recinto". Il mago traccia attorno a sè un cerchio per operare al suo interno, nell'antichità si tracciava un cerchio per delimitare l'area entro la quale doveva sorgere la città. Il cerchio è l'uovo del mondo, il cui centro spirituale è l'onfalos; a Delfo, l'onfalos era costituito dal sepolcro di Dio, il luogo da cui si effettuava la resurrezione dell'Iniziato. Fuori dal cerchio vi è la croce dai quattro colori, che simbolicamente possono essere assunti quali simboli dei quattro elementi, o del quaternario in generale. Nei Tarocchi, essi sono i quattro semi.




ONFALOS Letteralmente significa "ogni rialzo in forma di ombelico al centro di una superficie piana"; metaforicamente indica il punto di mezzo. Gli Etruschi recingevano il terreno ove cadeva la folgore: quel terreno diveniva un templum, un luogo sacro. Recingere, o cingere, in latino si dice "sancio", da cui deriva sanctus, che significa "recinto". Il mago traccia attorno a sè un cerchio per operare al suo interno, nell'antichità si tracciava un cerchio per delimitare l'area entro la quale doveva sorgere la città. Il cerchio è l'uovo del mondo, il cui centro spirituale è l'onfalos; a Delfo, l'onfalos era costituito dal sepolcro di Dio, il luogo da cui si effettuava la resurrezione dell'Iniziato. Fuori dal cerchio vi è la croce dai quattro colori, che simbolicamente possono essere assunti quali simboli dei quattro elementi, o del quaternario in generale. Nei Tarocchi, essi sono i quattro semi.





Immagine potente, evocativa: il punto centrale del labirinto, il baricentro, il luogo, il magnete che ci riconnette alla madre, al ghenos, l'ombelico e, fatta nostra la legge del cosi sopra cosi sotto, ..l'ombelico è, per rispecchiamento immaginale l' ONFALOS,il luogo sacro il punto di incontro dell'orizzontale col verticale ,il luogo che ci riconnette alle dimensioni dell'essere incarnato che è in comunicazione con lo Spirito del mondo


la via di mezzo tra pube e cuore, "hara"...







domenica 25 agosto 2013

Huizinga. LA CULTURA SORGE IN FORMA LUDICA, È DAPPRIMA GIOCATA. [...] CON QUEI GIOCHI LA COLLETTIVITÀ ESPRIME LA SUA INTERPRETAZIONE DELLA VITA E DEL MONDO. Dunque CIÒ NON SIGNIFICA CHE IL GIOCO MUTA O SI CONVERTE IN CULTURA, MA PIUTTOSTO CHE LA CULTURA, NELLE SUE FASI ORIGINARIE, PORTA IL CARATTERE DI UN GIOCO, VIENE RAPPRESENTATA INFORME E STATI D'ANIMO LUDICI.




Johan Huizinga. LA CULTURA SORGE IN FORMA LUDICA, È DAPPRIMA GIOCATA. 
“Parlando dell’ELEMENTO LUDICO DELLA CULTURA, non intendiamo dire che fra le varie attività della vita culturale i giochi occupino un posto importante, e neppure che la cultura provenga dal gioco per un processo di evoluzione, di modo che ciò che in origine era gioco sia passato più tardi in qualcosa che non sia più gioco e che possa portare il nome di cultura. La concezione chiarita qui sotto è la seguente: LA CULTURA SORGE IN FORMA LUDICA, LA CULTURA È DAPPRIMA GIOCATA. ANCHE QUELLE ATTIVITÀ CHE SONO INDIRIZZATE ALLA SODDISFAZIONE DEI BISOGNI VITALI, COME PER ESEMPIO LA CACCIA, NELLA SOCIETÀ ARCAICA ASSUMONO DI PREFERENZA LA FORMA LUDICA. Nei giochi e con i giochi la vita sociale si riveste di forme soprabiologiche che le conferiscono maggior valore. CON QUEI GIOCHI LA COLLETTIVITÀ ESPRIME LA SUA INTERPRETAZIONE DELLA VITA E DEL MONDO. Dunque CIÒ NON SIGNIFICA CHE IL GIOCO MUTA O SI CONVERTE IN CULTURA, MA PIUTTOSTO CHE LA CULTURA, NELLE SUE FASI ORIGINARIE, PORTA IL CARATTERE DI UN GIOCO, VIENE RAPPRESENTATA INFORME E STATI D'ANIMO LUDICI. In tale «dualità-unità» di cultura egioco, gioco è il fatto primario, oggettivo, percettibile, determinato concretamente; mentre cultura non è che la qualifica applicata dal nostro giudizio storico al dato caso. […]
Nel progresso di una cultura il presupposto rapporto originario fra gioco e non gioco non resta invariato. In generale, COL PROGREDIRE DELLA CULTURA, L'ELEMENTO LUDICO VIENE A TROVARSI IN SECONDO PIANO. SPESSO LO TROVIAMO DISSOLTO PER GRAN PARTE NELL'AMBITO DEL SACRO; SI È CRISTALLIZZATO IN SAGGEZZA E POESIA, NELLA VITA GIUDIZIARIA, NELLE FORME DELLA VITA PUBBLICA. Allora di solito LA PROPRIETÀ LUDICA VIENE A ESSERE DEL TUTTO CELATA NEI FENOMENI DELLA CULTURA. In qualunque momento però, anche nelle forme di una cultura molto sviluppata, L’IMPULSO LUDICO PUÒ FARSI VALERE DI NUOVO CON OGNI FORZA E TRASCINARE CON SÉ NELL’EBBREZZA DI UN GIOCO GIGANTESCO TANTO L’INDIVIDUO QUANTO LE MASSE.”
JOHAN HUIZINGA (1872 – 1945), “Homo ludens”, saggio introduttivo di Umberto Eco, trad. di Corinna von Schendel, Einaudi, Torino 1973 (I ed. it. 1946), III. ‘Gioco e gara come funzioni creatrici di cultura’, pp. 55 – 56.



“ Met het spel-element der cultuur wordt hier niet bedoeld, dat onder de verschillende activiteiten van cultuurleven de spelen een belangrijke plaats innemen, ook niet dat cultuur door een proces van evolutie uit spel zou voortkomen, in dier voege dat iets wat oorspronkelijk spel was, later zou overgaan in iets wat niet meer spel was, en cultuur mag heeten. De voorstelling die in het hier volgende wordt ontvouwd is deze: cultuur komt op in spelvorm, cultuur wordt aanvankelijk gespeeld. Ook die activiteiten, welke rechtsstreeks op de bevrediging van levensbehoeften ge-richt zijn, zooals bij voorbeeld de jacht, zoeken in de archaïsche samenleving gaarne den spelvorm. Het ge-meenschapsleven ontvangt zijn bekleeding met supra-biologische vormen, die het hoogere waarde verkenen, in de gedaante van spelen. In die spelen drukt de gemeenschap haar interpretatie van het leven en van de wereld uit. Dit is dus niet zoo te verstaan, dat spel omslaat of zich omzet in cultuur, maar veeleer zoo, dat cultuur in haar oorspronkelijke phasen het karakter van een spel draagt, in de vormen en in de stemming van het spel wordt opge-voerd. In die twee-eenheid van cultuur en spel is het spel het primaire, objectief waarneembare, concreet bepaalde feit, terwijl cultuur slechts de qualificatie is, die ons histo-risch oordeel aan het gegeven geval hecht. […]
In den voortgang eener cultuur blijft de als oorspron-kelijk veronderstelde verhouding van spel en niet-spel niet onveranderd. Het spel-element geraakt in het algemeen bij het voortschrijden der cultuur op den achtergrond. Men vindt het veelal voor een groot deel opgegaan in de sacrale sfeer, het heeft zich gekristalliseerd in wijsheid en dichtkunst, in het rechtsleven, in de vormen van het staatsleven. De spel-qualiteit is dan gewoonlijk in de cultuur-verschijnselen geheel schuilgegaan. Te allen tijde evenwel kan de spel-aandrift, ook in de vormen eener hoog ont-wikkelde cultuur, zich opnieuw in volle kracht laten gelden, en zoowel den persoon als de massa's meesleepen in den roes van een reusachtig spel.”

JOHAN HUIZINGA, “Homo ludens”, Tjeenk Willink & Zoon, Haaelem 1938 (eerste editie), III. ‛Spel en wedijver als cultuurscheppende functie’, ‛Cultuur als spel, niet cultuur uit spel’ - ‛Allen samenspel vruchtbaar voor cultuur’, pp. 66 – 67.

domenica 18 agosto 2013

Mito di Erisittone. ERA UN UOMO EMPIO E VIOLENTO; DISPREZZAVA GLI DEI, E NON BRUCIAVA PROFUMI SUI LORO ALTARI. Di lui si racconta che avesse perfino PROFANATO CON LA SCURE UN BOSCO SACRO A CERERE (Cerere era la dea romana della Terra e della Fertilità, corrispondente alla Demetra della mitologia greca), contaminando con il fuoco i vetusti alberi. Tra questi SI ERGEVA UNA QUERCIA SMISURATA, DAL FUSTO SECOLARE, UN BOSCO INTERO DA SOLA: la cingevano festoni, tavolette commemorative e corone, testimonianza di voti esauditi. Sotto la suo chioma spesso le Driadi (nell'antica Grecia, LE DRIADI ERANO LE NINFE DELLE QUERCE, CHE VIVEVANO NEI BOSCHI, E NE RAPPRESENTAVANO LA "MAGIA VERDE") intrecciavano danze festose, spesso, tenendosi per mano, avevano fatto girotondo intorno a quell'albero gigante, la cui misura arrivava ad essere quindici braccia; tutto il resto della selva rimaneva inferiore ad esso per altezza, tanto quanto lo era l'erba sotto il bosco. Tutto ciò non bastò comunque a Erisittone per tenere il ferro lontano dalla sacra Quercia: ordinò infatti ai suoi servi di tagliarla. Quando però si avvide che coloro cui era stato dato l'ordine indugiavano timorosi, strappò di mano ad uno di loro la scure, pronunziando queste scellerate parole: "Anche se non fosse solo un albero caro alla dea, ma la dea stessa, toccherà subito il suolo con la sua cima frondosa!". Così disse e, mentre assestava con la scure tremendi colpi, LA QUERCIA DI CERERE TREMÒ ED EMISE UN GEMITO: fronde e ghiande tutte insieme cominciarono a perdere colore ed i lunghi rami si tinsero del medesimo pallore. Appena la mano sacrilega provocò la prima ferita al tronco, DALLA CORTECCIA LACERATA USCÌ FUORI IL SANGUE, non diversamente da come sgorga dalla cervice troncata di un grosso toro, allorchè cade vittima davanti all'altare. Tutti i presenti rimasero stupiti, ed uno di loro osò impedire il sacrilegio e fermare la crudele ascia. Erisittone lo guarda e gli dice: " Sarai premiato per la tua pia intenzione!". RIVOLSE QUINDI LA SUA ASCIA CONTRO DI LUI, E GLI MOZZÒ IL CAPO, PER POI TORNARE A COLPIRE LA QUERCIA. Ma dall'interno dell'albero, provenne una voce: "Sotto questo legno vivo io, una ninfa carissima a Cerere, ed in punto di morte, ti predico che è imminente il castigo dei tuoi delitti, cosa che mi consola alquanto". Il re continuò nella sua opera scellerata, e finalmente la Quercia, scossa dagli innumerevoli colpi e tirata dalle funi, crollò ed abbattè con il suo peso molta parte della selva.


ERISITTONE, figlio di Triope e re della Tessaglia, ERA UN UOMO EMPIO E VIOLENTO; DISPREZZAVA GLI DEI, E NON BRUCIAVA PROFUMI SUI LORO ALTARI. Di lui si racconta che avesse perfino PROFANATO CON LA SCURE UN BOSCO SACRO A CERERE (Cerere era la dea romana della Terra e della Fertilità, corrispondente alla Demetra della mitologia greca), contaminando con il fuoco i vetusti alberi. Tra questi SI ERGEVA UNA QUERCIA SMISURATA, DAL FUSTO SECOLARE, UN BOSCO INTERO DA SOLA: la cingevano festoni, tavolette commemorative e corone, testimonianza di voti esauditi. Sotto la suo chioma spesso le Driadi (nell'antica Grecia, LE DRIADI ERANO LE NINFE DELLE QUERCE, CHE VIVEVANO NEI BOSCHI, E NE RAPPRESENTAVANO LA "MAGIA VERDE") intrecciavano danze festose, spesso, tenendosi per mano, avevano fatto girotondo intorno a quell'albero gigante, la cui misura arrivava ad essere quindici braccia; tutto il resto della selva rimaneva inferiore ad esso per altezza, tanto quanto lo era l'erba sotto il bosco. Tutto ciò non bastò comunque a Erisittone per tenere il ferro lontano dalla sacra Quercia: ordinò infatti ai suoi servi di tagliarla. Quando però si avvide che coloro cui era stato dato l'ordine indugiavano timorosi, strappò di mano ad uno di loro la scure, pronunziando queste scellerate parole: "Anche se non fosse solo un albero caro alla dea, ma la dea stessa, toccherà subito il suolo con la sua cima frondosa!". Così disse e, mentre assestava con la scure tremendi colpi, LA QUERCIA DI CERERE TREMÒ ED EMISE UN GEMITO: fronde e ghiande tutte insieme cominciarono a perdere colore ed i lunghi rami si tinsero del medesimo pallore. Appena la mano sacrilega provocò la prima ferita al tronco, DALLA CORTECCIA LACERATA USCÌ FUORI IL SANGUE, non diversamente da come sgorga dalla cervice troncata di un grosso toro, allorchè cade vittima davanti all'altare. Tutti i presenti rimasero stupiti, ed uno di loro osò impedire il sacrilegio e fermare la crudele ascia. Erisittone lo guarda e gli dice: "Sarai premiato per la tua pia intenzione!". RIVOLSE QUINDI LA SUA ASCIA CONTRO DI LUI, E GLI MOZZÒ IL CAPO, PER POI TORNARE A COLPIRE LA QUERCIA. Ma dall'interno dell'albero, provenne una voce: "Sotto questo legno vivo io, una ninfa carissima a Cerere, ed in punto di morte, ti predico che è imminente il castigo dei tuoi delitti, cosa che mi consola alquanto". Il re continuò nella sua opera scellerata, e finalmente la Quercia, scossa dagli innumerevoli colpi e tirata dalle funi, crollò ed abbattè con il suo peso molta parte della selva.

Quercia delle Streghe. 
Le sorelle Driadi, sbigottite per il danno subito dal bosco e da loro stesse, corsero tutte insieme da Cerere, in pianto e vestite di nero, ed invocarono una punizione per Erisittone. La bellissima dea ascoltò le loro preghiere, e pensò ad una pena che avrebbe destato pietà per chiunque, ma non per lui: DECISE DI FARLO STRAZIARE DALLA TERRIBILE FAME. E poichè questa non può essere avvicinata dalla dea in persona (chè I FATI NON PERMETTONO CHE CERERE E LA FAME SI INCONTRINO), quest'ultima inviò una ninfa a cercarla nella gelida Scizia. LA TROVÒ IN UN CAMPO PIETROSO, INTENTA A STRAPPARE CON LE UNGHIE E CON I DENTI LE POCHE ERBE. Ispidi erano i capelli, gli occhi infossati, un pallore su tutto il viso, le labbra illividite come per la muffa, la bocca irruvidita dal tartaro, la pelle indurita attraverso la quale si potevano vedere le viscere; da sotto gli incurvati lombi spuntavano le ossa scarnificate. AL POSTO DEL VENTRE C'ERA LO SPAZIO PER ESSO; avresti creduto che il torace fosse sospeso e che fosse trattenuto soltanto dalla colonna vertebrale. La magrezza faceva sembrare ampliate le articolazioni, erano gonfie le rotule dei ginocchi ed i talloni sporgevano con una protuberanza sproporzionata. LA NINFA RIFERÌ IL VOLERE DELLA DEA, RIMANENDO A PRUDENTE DISTANZA; NONOSTANTE CIÒ EBBE L'IMPRESSIONE DI SENTIRE FAME, ED INTRAPRESE RAPIDAMENTE LA VIA DEL RITORNO.
Quercia Rossa (Quercus rubra)
LA FAME, SEBBENE SEMPRE CONTRARIA ALL'OPERATO DI CERERE, ESEGUÌ L'ORDINE: SI FA TRASPORTARE DAL VENTO ALLA CASA DI ERISITTONE, PENETRA NEL SUO LETTO, LO STRINGE TRA LE BRACCIA E GLI TRASFONDE IL DIGIUNO NELLE SUE VENE SVUOTATE. QUANDO ERISITTONE SI SVEGLIÒ, FU SUBITO ASSALITO DAL DESIDERIO DI MANGIARE, E CHIESE TUTTO QUANTO PRODUCE IL MARE, LA TERRA ED IL CIELO. NONOSTANTE LE MENSE IMBANDITE, E LE ENORMI QUANTITÀ DI CIBO INGURGITATO, SI LAMENTA DI SENTIRSI DIGIUNO, E CHIEDE ANCORA CIBO; MANGIA QUANTO POTREBBE SFAMARE UNA INTERA CITTÀ, MA QUEL VUOTO NELLO STOMACO DIVIENE SEMPRE PIÙ GRANDE.
NELL'INUTILE INTENTO DI SODDISFARE LA SUA FAME INFINITA, ERISITTONE DEPOSITÒ TUTTI IL SUO PATRIMONIO NELLE VISCERE E DIEDE FONDO A TUTTI I SUOI AVERI. RIDOTTO IN POVERTÀ, CERCÒ DI VENDERE ANCHE LA FIGLIA. Nettuno aveva però concesso al suo corpo la capacità di trasformarsi, ed ella riuscì così a sfuggire al suo primo padrone, ed a tutti gli altri cui il padre tentò di venderla, tramutandosi ora in pescatore, ora in uccello, oppure in cavalla od in cervo. DISPERATO E SENZA PIÙ MODO PER PROCURARSI NUTRIMENTO, ERISITTONE COMINCIÒ A LACERARE A MORSI LE SUE PROPRIE MEMBRA, E NUTRIVA IL SUO CORPO DISTRUGGENDOLO.

Farnia (Quercus robur):
IL MITO DI ERISITTONE, DI ORIGINE ELLENICA, È NARRATO DA PUBLIO OVIDIO NASONE NELLE METAMORFOSI, NEL LIBRO VIII, AI RIGHI DA 737 FINO A 878. (Un altro mito tratto dalle Metamorfosi, è quello contenuto nel post Storie di Alberi: il mito di Cyparissus). HO RIPORTATO INTEGRALMENTE LA PARTE DELLA NARRAZIONE CHE RIGUARDA LA DISTRUZIONE DELLA QUERCIA SACRA A CERERE, MENTRE HO RIDOTTO E RIASSUNTO LA PARTE RELATIVA ALLA PUNIZIONE DI ERISITTONE.

COLPISCE IN QUESTO ANTICO MITO LA SEMPLICE EQUAZIONE CHE SOTTINTENDE: DISTRUZIONE DEGLI ALBERI UGUALE A FAME PER L'UOMO. L'ETIMOLOGIA DEL NOME ERISITTONE,  CHE TAGLIA LA TERRA, ALLARGA IL DISCORSO AL DISBOSCAMENTO EFFETTUATO PER DESTINARE TERRA ALL'AGRICOLTURA, ancora visto all'epoca come un' offesa agli dei ed un misfatto che porta l'uomo alla rovina.  



a proposito di alberi: AVETE UN SUGGERIMENTO PER IL MIO EUCALIPTO CHE PER FARMI CONTENTA STA CRESCENDO A DISMISURA.....PURTROPPO NEL SUO OTTIMISMO NON SI RENDE CONTO CHE MI CREA TANTI PROBLEMI.....IL MIO GIARDINO È PICCOLISSIMO.......ED IO ABITO IN UN CENTRO URBANO NON IN UNA FORESTA TROPICALE...... 



Non potrei mai avere suggerimenti per frenare tanta ''viriditas'' 




lo so.....infatti è talmente bello che i miei vicini di casa sopportano la sua invadenza ma......i suoi rami hanno provocato danni ......e quando cambia la "pelle" (io non sapevo che L'EUCALIPTO CAMBIA TUTTA LA CORTECCIA....TIPO SERPENTE) servono tre persone per portare via la corteccia che cade.... è una meraviglia......ed anche una rarità. mi ha detto un esperto che sembra un albero centenario, in realtà è giovane......svetta su tutta la città dove abito........




Speriamo che non sia un Eucalyptus regnans  2° posto: 101 METRI Eucalyptus regnans (Mountain Ash o Swamp Gum, Eucalipto). Latifoglia della famiglia delle Myrtaceae, vive nelle zone montuose dell’Australia sud orientale, ed è una delle oltre 450 specie di Eucalipto native del continente australiano. L’albero DEL RECORD, A CUI È STATO DATO IL NOME DI CENTURION, È STATO RINVENUTO CASUALMENTE SOLO NEL 2008, VICINO ALLA CITTÀ DI HOBART IN TASMANIA, nel corso di una indagine forestale di routine. Ha una ETÀ COMPRESA TRA I 300 ED I 400 ANNI. La “rapidità” con cui E. regnans raggiunge queste altezze è impressionante! E’ possibile che in passato questa specie abbia annoverato gli individui più alti del pianeta, addirittura più alti delle sequoie, anche se le antiche misurazioni sono spesso sovrastimate. IL FAMOSO FERGUSON TREE, OGGI NON PIÙ VIVO, FU MISURATO UFFICIALMENTE AL SUOLO NEL FEBBRAIO DEL 1872, ED ACCUSAVA L’IMPRESSIONANTE ALTEZZA DI 133 METRI, E CIÒ NONOSTANTE AVESSE LA CIMA SPEZZATA! 
PIÙ AFFIDABILE LA MISURA EFFETTUATA NEL 1880 SU DI UN ALBERO A TERRA, IL THORPDALE TREE NEL SUD GIPPSLAND, CHE RISULTÒ ESSERE DI 114,4 METRI.




un "medico naturopata" esperto mi ha detto che LE MIE PIANTE VIVONO IN SIMBIOSI CON ME.....PRATICAMENTE SI NUTRONO DELLE MIE EMOZIONI....E MI HA FATTO UN RITRATTO TERRIFICANTE.....SOSTIENE CHE PER TROPPO AMORE I MIEI ALBERI FINIRANNO PER TOGLIERMI TUTTO L'OSSIGENO......tipo (se ho ben capito) come quell'orso che amava talmente il suo padrone da ucciderlo per proteggerlo da una zanzara.....


http://alberiedintorni.blogspot.it/2013/02/storie-di-alberi-il-mito-di-erisittone.html

domenica 3 febbraio 2013

David Suzuki. il modo in cui guardiamo le forme della Terra è il modo in cui le trattiamo. Se una montagna è una DIVINITA', non un mucchio di minerali; se un fiume è una delle VENE della Terra, non acqua che può essere usata per l'irrigazione; se le altre specie sono NOSTRI PARENTI BIOLOGICI, non una risorsa, o se il Pianeta è la nostra MADRE, non un'opportunità....allora noi tratteremmo ogni cosa con grande rispetto. Questa è la sfida, guardare al mondo da una differente prospettiva




il modo in cui guardiamo le forme della Terra è il modo in cui le trattiamo.
Se una montagna è una DIVINITA', non un mucchio di minerali; se un fiume è una delle VENE della Terra, non acqua che può essere usata per l'irrigazione; se le altre specie sono NOSTRI PARENTI BIOLOGICI, non una risorsa, o se il Pianeta è la nostra MADRE, non un'opportunità....allora noi tratteremmo ogni cosa con grande rispetto. Questa è la sfida, guardare al mondo da una differente prospettiva.

David Suzuki

martedì 8 gennaio 2013

lunedì 19 novembre 2012

Ipazia. NON ESISTONO GUERRE PIÙ CRUDELE E VIOLENTE CHE QUELLE FATTE NEL NOME DI DIO. [...] “Agorà” è un duro atto d’accusa contro tutti i fanatismi religiosi e gli estremismi.


Alessandria: come il cristianesimo ha distrutto la cultura pagana del mondo ellenistico.

"Che cosa è rimasto di questa nostra città? Ciò che viene ripreso nella parola di Alessandria? In un lampo gli occhi della mente mi mostrano un migliaio di strade polverose e tormentate, mosche e mendicanti la possiedono oggi".
Lawrence Durrell, JUSTINE, libro uno del Quartetto di Alessandria

Fondata nel 331 aC da Alessandro Magno, Alessandria è stata governata da Tolomeo, figlio di un generale di Alessandro il Macedone. In quanto tale, Alessandria divenne una delle più grandi città del mondo. La dinastia tolemaica durò fino alla morte di Cleopatra VII avvenuta durante la conquista romana dell'Egitto nell'anno 30. Alessandria in quel momento capitale dell'Egitto, era conosciuta per il Faro (Pharos), una delle sette meraviglie del mondo antico. Il suo importante porto, la fece diventare il principale centro della civiltà ellenistica durata mille anni, fino alla conquista musulmana dell'Egitto del 641 D.C..

Il destino di molti libri dell'antichità-ellenica, romana, bizantina, è stato deciso ad Alessandria, sede della più grande biblioteca del mondo antico, ospitata in un edificio meraviglioso e unico conosciuto come "il Museo", eretta nel centro della città. Ad enormi costi, con grande tenacia il Museo era venuto a contenere l'eredità intellettuale del mondo greco, latino, babilonese, egiziano, ed ebraico prima di soccombere alle devastazioni delle guerre dell'uomo, al fanatismo religioso e al trascorrere del tempo.

Una seconda parte della collezione della biblioteca è stata ospitata in una meraviglia architettonica adiacente, il Serapeon o Serapeo, che era il Tempio di Giove o di Serapide, per la popolazione pagana della città. Secondo gli storici successivi, "il Serapeon era secondo in magnificenza  solo al Campidoglio a Roma". Il museo ha avuto anche una sala da pranzo, sale riunioni, aule e giardini, qualcosa di simile al tipico campus universitario americano.

"Fondata dai re tolemaici nel terzo secolo A.C., ha funzionato come un importante centro di cultura in generale, con i suoi circa mezzo milione di rotoli di papiro sistematicamente organizzati, etichettati, e archiviati in base a un nuovo sistema intelligente: l'ordine alfabetico."
Stephen Greenblatt, Il Swerve.

Le fonti antiche descrivono la Biblioteca Alessandrina come comprendente una raccolta di pergamene conservate su ripiani per contenere rotoli di papiro in una sala nota come bibliothekaiSopra gli scaffali era scritta la seguente frase: "LUOGO DELLA CURA DELL'ANIMA".

Gli studiosi migliori, gli scienziati e poeti del mondo antico che sono stati attratti dall'Eden intellettuale di Alessandria hanno in tale luogo realizzato alcuni dei più grandi progressi dell'umanità: Archimede ha scoperto il pi greco, ponendo le basi per il calcolo; Galeno ha rivoluzionato la medicinaEratostene ha stabilito che la terra era rotonda e calcolato la circonferenza con estrema precisione, entro l'1%; i geografi capirono che era possibile raggiungere l'India navigando verso ovest dalla Spagna; i geometri calcolarono che l'anno consisteva di 365 ¼ giorni e proposero l'anno bisestile ogni quattro anni; gli anatomisti capirono che il cervello e il sistema nervoso erano una unità. La versione dei Settanta, la versione greca della Bibbia ebraica, Tanakh, è stata scritta ad Alessandria.

Molte di queste scoperte scientifiche stavano cambiando la vita umana, la Biblioteca di Alessandria era diventata il più significativo centro culturale del mondo antico.

Umberto Eco ha notato che un libro sia una creatura fragile, che subisce l'usura del tempo, teme i roditori, gli elementi e le mani maldestre; così il bibliotecario protegge i libri non solo contro l'umanità, ma anche contro la natura e dedica la sua vita a questa guerra con le forze di oblio. La storia in generale sottolinea la fragilità del libro. E così è stato con la grande biblioteca di Alessandria, che secondo alcuni cronisti malevoli è stata distrutta dai conquistatori arabi quando Alessandria è stata conquistata da eserciti islamici nell'anno 641. Tuttavia, secondo Philip K. Hitti in realtà la grande biblioteca tolemaica fu bruciata già nel 48 A.C. dal conquistatore romano, Giulio CesareLa seconda Biblioteca situata nel Serapeon è stata invece distrutta nel 389 D.C. per editto di un fanatico pazzo neo-cristiano, l'imperatore Teodosio. Pertanto, al momento della conquista araba nessuna libreria di grande importanza esisteva in Alessandria.

E i libri? Quindi, che è accaduto ai libri?
Che cosa è successo alle testimonianze scritte delle epoche ellenistica, romana, bizantina, civiltà ebraica fino a quel momento? I fanatici religiosi hanno bruciato i libri di dimostrare di avere ragione e gli altri torto.

Un certo numero di scrittori romani, Cicerone, Livio, Seneca, Plutarco etc., hanno confermato che la Biblioteca e 700.000 libri sono stati bruciati durante la conquista di Giulio Cesare di Alessandria nell'anno 48. Altri storici tuttavia dubitano che i libri di Alessandria siano tutti scomparsi in una volta; altrimenti una distruzione così orrenda sarebbe stata più ampiamente condannata.
Nei primi secoli del periodo tolemaico, ad Alessandria, pagani, cristiani ed ebrei avevano convissuto in pace politeista fino a quando nel quarto secolo la religione ha sollevato la sua brutta testa e l'imperatore romano Costantino ha deciso di rendere il cristianesimo l'unica religione ufficiale dell'imperoDopo secoli di pluralismo religioso in Alessandria, "i cristiani" insorsero contro gli adoratori pagani di Mitra e delle antiche divinità romane, Giove e le divinità egizie di Osiride e Api, uccidendo, diffondendo caos e distruggendo i loro luoghi di culto.
I pagani hanno risposto alle aggressioni fino a quando non sono stati sottomessi. Poi i cristiani accusato gli ebrei, attaccando abitazioni private e negozi in una sorta di notte dei cristalli e chiedendo la loro espulsione dalla città.
La religione aveva svolto il suo compito: la vittoria del cristianesimo su tutte le altre religioni della grande città ha portato alla distruzione della grande scuola di apprendimento che era la biblioteca di Alessandria, il Museo, determinando così la caduta e poi la morte della vita intellettuale di Alessandria. E' stata la vittoria della religione ignorante e del fanatismo sull'umanità che progrediva, già 1700 anni fa.
L'ostilità del cristianesimo contro il mondo pagano era così intensa che altri storici ritengono che la completa distruzione avvenne quando il neo convertito imperatore Teodosio ordinò la distruzione del tesoro dei libri di Alessandria nel 391 d.c..

Come l'impero romano crollò, la cultura scomparve.
Altre librerie antiche subito la stessa sorte durante la transizione dal paganesimo al cristianesimo. E' stato riferito che intorno la fine del IV secolo, Roma avesse ventotto biblioteche pubbliche e  innumerevoli collezioni private.
L'epurazione del cristianesimo contro la pericolosa eredità pagana e pre-cristiana ha portato alla distruzione dell'istruzione e dell'antico apprendimento, così come del suo simbolo: i libri. (Libri che offrivano una cultura pagana, dopo tutto!).

Tuttavia, alcune sacche di cultura avevano resistito.
I monasteri quasi nascosti con difficoltà, tramite l'opera dei monaci, hanno sviluppato l'arte della copiatura a mano e conservando quelle grandi opere intellettuali, alcune delle quali sarebbero poi ri-emergerse dopo un periodo buio che durò quasi fino al Rinascimento.

Il poeta del XVII secolo, teorico filosofo e politico, John Milton, (Paradise Lost) i cui libri sono stati bruciati pubblicamente in Inghilterra e Francia, offre un'ottima spiegazione del perché le autorità nel corso dei secoli hanno visto il pericolo in alcuni libri. "Chiunque uccide un uomo", ha detto Milton, uccide "una creatura ragionevole, l'immagine di Dio; ma chi distrugge un buon libro uccide la ragione stessa ".

Gaither Stewart, con sede a Roma è un giornalista veterano e saggista su una vasta gamma di argomenti, dalla cultura alla storia e la politica, è anche l'autore del Europa Trilogy, celebrata thriller di spionaggio il cui volume più recente, Tempo di Exile, è stato recentemente pubblicato da Punto Press.

http://www.countercurrents.org/stewart090316.htm



[...] nonostante le siano stati cavati gli occhi mentre ancora respirava, la chiesa non ha mai chiesto perdono a Ipazia né ha mai messo in discussione la santità di Cirillo, anzi, il 3 ottobre del 2007 Ratzinger lo ha celebrato lodando "la grande energia del suo governo ecclesiastico", parole testuali, senza mai menzionare la fine che fece fare ad Ipazia.


Agora, film del 2009 diretto da Alejandro Amenábar, interpretato da Rachel Weisz. 
Il prefetto di Alessandria, Oreste, seppure cristiano e battezzato, rifiuta di inginocchiarsi dinnanzi alle Sacre Scritture durante una pubblica messa. Questo scatena pesanti maldicenze sull'influenza negativa che la filosofa e scienziata Ipazia avrebbe su Oreste, in quanto dichiaratasi non cristiana di fronte al Concilio. Ipazia viene accusata di empietà e stregoneria. I parabolani, ora fuori di sé, decidono di linciarla. Ipazia si reca al Concilio, dove Oreste le ha offerto un'ultima possibilità di scampare alla furia del popolo: battezzarsi, come hanno già fatto, seppur di malgrado, tutti i membri del Concilio non cristiani. Ipazia rifiuta, ma sulla via per tornare alla propria dimora viene sequestrata da un gruppo di zelanti, che la portano in una chiesa isolata per scorticarla viva, ma Davo, che si è unito al gruppo strada facendo, propone invece di lapidarla per evitare il contatto con il suo sangue impuro.


CON QUALE INTELLIGENZA SI E' MAI PENSATO CHE LA DONNA NON FOSSE INTELLIGENTE?
La giovane Ipazia, figlia del filosofo e geometra Teone, una donna di rara intelligenza e coraggio, astronoma e filosofa che alla fede cieca ha preferito la verità della scienza. "Sono convinta che se le religioni non avessero avuto tutto questo potere saremmo stati mentalmente più liberi di progredire, e il problema della parità dei sessi non si sarebbe posto, perchè prima di tutto si è mente e poi sesso, oggi si è solo sesso e niente mente.. una donna viene ancora oggi valutata per la sua bellezza e per le doti che può avere sotto le lenzuola, non per la sua testa, e questo ci porta pericolosamente indietro di secoli"

UNA VERA MARTIRE SUGLI ALTARI DELLE COSCIENZA UMANA
Ipazia aveva tutte le caratteristiche per essere odiata dai cristiani: donna, pagana, scienziata di grande fama e guida e maestra quindi insegnante della scuola filosofica neoplatonica di Alessandria. Nel 415 i cristiani di Alessandria, mossi dal proprio vescovo Cirillo, l'aggredirono, la tormentarono crudelmente, la trascinarono per le vie della città, la fecero a pezzi ed infine la bruciarono.


NON ESISTONO GUERRE PIÙ CRUDELE E VIOLENTE CHE QUELLE FATTE NEL NOME DI DIO.

Quando la religione sublimizza la morte come un martirio quando auto convince e sacralizza la violenza come fervore divino quando fa della vittoria una conquista morale, allora non esiste guerra che possa essere più crudele violenta e sanguinaria che quelle fatte in nome di Dio. “Agorà” è un duro atto d’accusa contro tutti i fanatismi religiosi e gli estremismi. Come ha dichiarato lo stesso regista, durante la conferenza stampa che si è tenuta nella bellissima cornice dell’Ara Pacis a Roma in occasione della presentazione del film alla stampa:
“Ipazia è la versione femminile di Gesù. Agora non è un film contro il cristianesimo ma contro tutti i fondamentalismi”.
Quindi anche contro il cristianesimo fondamentalista sia dell'era imperiale romana sia di quella inquisitoria del rinascimento e qualunque essa sia.


https://youtu.be/6tvIjZXGo7s


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