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venerdì 14 febbraio 2014

Castaneda. Don Juan parla di Tonal e Nagual. Il Tonal, per sommi capi, è tutto il conosciuto, ed il Nagual tutto ciò di cui non possiamo dir nulla. Il primo è come un'isola, come una tavola apparecchiata con tutte le cose dentro, è il mondo. Il secondo è tutto ciò che sta intorno all'isola, alla tavola apparecchiata. "Ma allora il Nagual è l'Essere Supremo, Dio?" chiede Carlos. "No. Anche Dio sta sulla tavola. Diciamo che Dio è la tovaglia" risponde don Juan, per il quale Dio è ogni cosa di cui si può pensare. L'uomo alla nascita è totalmente Nagual, poi per vivere in questo mondo sviluppa una parte Tonal che col passare del tempo diviene il padrone, ed ogni qualvolta il Nagual si affaccia, il Tonal con astuzia rappresenta le due parti con due elementi del Tonal: corpo e anima. Gli uomini sono esseri luminosi, bolle di luce, dice don Juan. Per concludere questo saggio riportiamo quanto scrive Carlos alla fine de L'isola del Tonal (pag. 373), a parlare è sempre don Juan: "Questo è il paradosso degli esseri luminosi. Il Tonal di ciascuno di noi è soltanto un riflesso di quell'indescrivibile ignoto che è pieno di ordine; il Nagual di ciascuno di noi è soltanto il riflesso di quell'indescrivibile vuoto che contiene ogni cosa" .

Il Don Juan di Castaneda.

Nel suo ormai classico libro Lo sciamanismo e le tecniche dell'estasi (ed. Mediterranee), Mircea Eliade, nell'introduzione, dopo avere sottolineato come per uno psicologo o uno psichiatra uno sciamano presenti caratteristiche tipiche di psicopatologie a carattere isterico o epilettico, dice chiaro e tondo che "l'assimilazione dello sciamanismo ad una qualsiasi malattia mentale… sembra inaccettabile" (pag. 8 op. cit.). 

Nel capitolo Sciamanismo e psicopatologia, dopo avere riportato il parere di alcuni studiosi che credono esserci forti legami fra malattie mentali e sciamanismo, ribadisce quanto detto nell'introduzione dicendoci che "gli sciamani in apparenza tanto simili agli epilettici e agli isterici danno prova di una costituzione nervosa più che normale: essi riescono a concentrarsi con una intensità sconosciuta ai profani; resistono ai massimi sforzi; controllano i loro movimenti estatici, e così via" (Id. pag. 48).

D'altro lato, in Psicopatologia generale di Karl Jaspers, numerose testimonianze di schizofrenici invitano a non  escludere la possibilità che molti pseudo guru e pseudo mistici possano essere malati mentali. Per smascherarli basta un poco di buon senso ed una acuta osservazione del loro comportamento. Non basta leggerne gli scritti: il contatto personale è fondamentale. Tuttavia, quando da alcuni scritti straripa buon senso e moderazione, possiamo star certi di trovarci davanti a persone cosiddette "normali". Ci rendiamo anche conto che la normalità e la patologia a volte sono divise da una parete sottilissima, tuttavia, non avendo ancora conosciuto la mente umana al cento per cento, essendo tanti i misteri che circondano l'uomo e la sua vera essenza, è meglio essere cauti, e quando si scrive la parola "anormale" o "malato" è consigliabile concedere il beneficio del dubbio.

Abbiamo iniziato con le suddette citazioni per una ragione semplicissima: 
il Don Juan di Castaneda, dal nostro punto di vista, è sia uno sciamano, cioè un uomo di potere, sia un maestro di spiritualità in senso lato.  Egli è un uomo di profonda conoscenza, e per tutto quello che dice e fa, possiamo porlo nella categoria degli anti-psichiatri
mentre tutti gli studiosi della psiche cercano con ogni mezzo di preservare la maschera egoica di ogni loro paziente, Don Juan cerca con ogni mezzo di frantumare tale maschera, per condurre i suoi discepoli alla conoscenza della loro vera identità.

Inquadrare don Juan nelle categorie della Etnologia, non è facile. 
Furio Jesi, nella sua introduzione a L'Isola del tonal di Castaneda, tenta di farlo, ma pur scomodando grandi pernsatori ("Ci si trova di fronte a uno stregone indio che parla come un discepolo di Heidegger… o come un imitatore di Kierkegaard … come un seguace di Dilthey…") non ci riesce. Né, a nostro parere, riesce ad inquadrare il lungo apprendistato di Carlos Castaneda ("Viene spontaneo pensare che Castaneda sia andato in cerca soltanto di quello che aveva già trovato… la propria asocialità tendenziale, il proprio tendenziale gusto del potere personale"). Non si possono liquidare i libri di Castaneda riducendo don Juan ad un briccone bugiardo e Carlos ad un assetato di potere personale. Al di là del fatto letterario non indifferente, al di là del folklore e del romanzo, c'è ben altro. Noi, attraverso una attenta lettura dei testi di don Carlos, tenteremo di conoscere don Juan, cercando di andare oltre la bricconeria e l'eventuale bugia. Cercheremo di capire se fra le pagine di Castaneda sono state nascoste perle di saggezza.

A scuola dallo stregone - una via yaqui alla conoscenza (ed. Astrolabio) è il primo libro di Carlos Castaneda. L'autore, narra di come nell'estate del 1960, quando ancora era studente di Antropologia, si imbatte in don Juan ed inizia con lui un lungo apprendistato. Fin dalle prime battute ci troviamo di fronte ad un uomo estremamente pratico: allorché Carlos gli manifesta il desiderio di voler imparare tutto quello che può, il "vecchio indiano dai capelli bianchi" (è così che lo qualifica per la prima volta) gli fa subito notare che, sì, "la conoscenza è potere" ma che "il potere si basa sul tipo di conoscenza che si ha" aggiungendo: "che senso c'è nel sapere cose inutili?"(pag. 18 op. cit.). 
Queste parole, apparentemente banali, contengono già il senso, la direzione, la traiettoria degli insegnamenti di don Juan: la via della conoscenza comporta la direzione della volontà verso un unico punto, e pertanto tutte le energie devono essere impiegate per la vera conoscenza. Conoscere non è sapere quanto più cose si può, ma sperimentare le cose essenziali della via della conoscenza e la conoscenza stessa
In Deuteronomio VI, 5 è detto: "Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze", e questo è un principio generale della ricerca: chi si lascia distrarre dalle sirene, perde la sua battaglia. Non per nulla don Juan dice a Castaneda che "un uomo va alla conoscenza come va alla guerra, vigile, con timore, con rispetto, e con assoluta sicurezza. Andare alla conoscenza o andare alla guerra in qualsiasi altro modo è un errore, e chiunque lo fa vivrà per rimpiangere i suoi passi" (Op. cit. pag. 42). Da queste ultime parole possiamo capire come  don Juan, ad una via mistica, preferisca una via attiva, eroica: la via del guerriero. Ma come vedremo, tale via non è certo molto diversa dalla più sicura e lenta via mistica, perché vincere se stessi, combattere i propri vizi, sconfiggere il proprio ego è punto di partenza di entrambe le vie. Ed in fin dei conti chiunque vinca se stesso è un eroe, a prescindere dalla via impiegata. Né possiamo pensare che don Juan seguisse la via direttissima, quella che comporta l'uso di sostanze corrosive (droghe, sesso ecc.). Perché, come afferma lo stesso Carlos, la vita di gruppo che conducono i discepoli di don Juan (i toltechi) è molto casta e mira alla completa disintegrazione dell'ego, puntando alla vera essenza dell'uomo. Ed anche perché lo stesso don Juan afferma che l'uso di piante allucinogene non è necessario per acquisire potere e conoscenza, e che a Carlos le ha fatte provare per via della sua cocciutaggine. Né possiamo imputare agli scritti di Castaneda la marea di drogati che li hanno fraintesi: non hanno saputo cogliere il nocciolo degli insegnamenti toltechi.

Come sappiamo tutti, la collera è uno dei problemi di più difficile gestione dell'uomo
Andiamo su di giri per un nonnulla. A questo proposito don Juan afferma che "si va in collera con le persone quando si pensa che i loro atti siano importanti" (pag. 59 op. cit.). Il tutto è ovviamente legato alla stima che ognuno ha di sé, ovvero alla stima di ciò che crede sia la sua vera natura: 
la maschera! A questo proposito, Carlos Castaneda, nel libricino Interviste a Carlos Castaneda - ed. Eretica-stampa alternativa, ci spiega come lui ed un'altra discepola di don Juan andassero in giro per la nazione a lavorare in incognito come persone di fatica presso locali pubblici notoriamente gestiti da cosiddetti piccoli tiranni, cioè gente estramamente prepotente, offensiva, arrogante, grazie ai quali è possibile sbriciolare il proprio ego. Se non è ascetismo questo!

Ma torniamo alla conoscenza. Perché diventi di conoscenza un uomo deve "sfidare e sconfiggere" i suoi quattro nemici naturali: Paura, lucidità, potere e vecchiaia. Quando un uomo si mette sulla via della conoscenza scoprirà che presto i suoi pensieri entreranno in conflitto: quello che impara non corrisponde a quello che immaginava dovesse imparare, ed ecco che nasce la paura e con essa la fuga dai problemi. Per vincere la paura deve sfidarla senza fuggire. Ecco, però, che nel momento in cui vince la paura, compare il secondo nemico: la lucidità. Egli comincia a sentirsi sicuro di sé, sceglie cosa desiderare e come soddisfare tali desideri
Si sente una specie di superman e non dubita più di se stesso. Ciò lo porta ad agire sconsideratamente, e gli dà la convinzione di essere arrivato. Solo nel momento in cui capirà che la lucidità non è la meta, l'avrà vinta. A questo punto il suo desiderio sarà la regola, ed il terzo nemico gli si presenta davanti: il potere. Diventa padrone, crudele e capriccioso: non è più in grado di controllarsi. Se capirà questo avrà vinto il potere, che sarà tenuto sotto controllo. Ecco però che arriva l'ultimo dei nemici: la vecchiaia. Nasce un irresistibile desideerio di riposare. Se si adagia nella stanchezza avrà perso la battaglia. Quindi bisogna affrontare il proprio destino e non fermarsi mai.

Ma il cammino è fatto sia di andare che di strade, e "una strada è solo una strada" dice don Juan a Carlos, ma prima di imboccarne una, aggiunge, bisogna porsi una domanda fondamentale: "questa strada ha un cuore?"  (Id. pag. 87). Bisogna guardare la strada attentamente, metterla alla prova tutte le volte che si vuole. Se la strada ha un cuore, essa è buona, se non ce l'ha, non serve a niente. La strada che ha un cuore procura un viaggio lieto, l'altra "ti farà maledire la tua vita". 
Inoltre un sentiero che ha un cuore è facile e "amarlo non ti costa fatica" (id. pag. 131).

Nel secondo libro di Carlos, Una realtà separata, don Juan ci informa che "ogni uomo è in contatto con tutte le altre cose… attraverso un fascio di lunghe fibre che spuntano dal centro dell'addome". Quest' affermazione apparentemente stramba, costituisce un attacco mortale all'ego ed un implicito invito al rispetto di tutte le cose. L'ego, la più grande bestemmia verso il noi, si illude di essere staccato da ogni altra cosa, e secondo la strategia dell' avere, del possedere, cerca di ingrassarsi fino alla com-prensione di tutte le cose. Ma come ogni palloncino, quando si esagera con la gonfiatura, prima o dopo esplode
L'altro importante aspetto è che, se la teoria di don Juan è vera, anche quando l'ignoranza (intesa come mancanza della vera conoscenza) di una persona fa trascurare l'aspetto illusorio dell'ego, invita comunque al rispetto di ogni cosa ed alla pacificazione col resto del mondo. Se un uomo comprende di essere solo un semplice atomo di un corpo infinito o quanto meno grandissimo, comincerà sicuramente ad avere, prima maggiore considerazione per tutto il suo prossimo, poi per tutto il remoto, ed infine minore considerazione di sé, un ridimensionamento automatico del proprio ego, e tutto anche in assenza di ricerca. Il mondo diventa un enorme teatro dove ci si può divertire, a condizione che si comprenda che tutto ciò che vi accade è follia. Sapendo di essere folli, si può condurre un'esistenza di follia controllata. Insomma, si diventa consapevoli del proprio vero stato di folli. In Una realtà separata (ed. Astrolabio) Carlos fa dire al suo istruttore: "Dobbiamo sapere da prima che i nostri atti sono inutili e tuttavia dobbiamo procedere come se non lo sapessimo. Questa è la follia controllata di uno stregone" (opera appena citata pag. 68). Ma l'immancabile obiezione di Castaneda scatta puntuale: se si agisce sempre con follia controllata, ogni singolo nostro atto diventa falso, insincero. La risposta di don Juan arriva subitanea: "I miei atti sono sinceri, ma sono solo gli atti di un attore". Ma se per voi non conta più nulla, come potete continuare a vivere? Gli chiede Carlos. "Continuo a vivere perché ho la mia volontà.  Ho temprato la mia volontà durante  tutta la vita fino a farla diventare pulita e integra, e ora non mi importa che nulla importi. La mia volontà controlla la follia della mia vita".

Quello di attore è un concetto molto importante se accoppiato a quello di volontà. In sostanza don Juan ha un centro, un nucleo "perfetto" attorno a cui regola tutta la rappresentazione della sua vita. Agire da attore vuol dire recitare di volta in volta, e nel modo migliore possibile, la parte che la vita richiede di rappresentare. Stiamo lavorando sempre su quell'effimero centro di gravità che vorrebbe essere l'ego: spostando l'attenzione sulla volontà la recita annulla ogni gratificazione dell'ego, riducendo questi ad un personaggio inconsistente, ad un fantoccio, ad un bluff.

Piano piano ci stiamo avvicinando al nucleo della conoscenza di don Juan
l'uomo non si riduce ad un ego inconsistente, né al solo corpo-mente, esso in essenza è qualcos'altro.

L'importanza che diamo alle cose e a noi stessi deriva dal fatto - secondo don Juan - che guardiamo le cose nel modo in cui le pensiamo. Ma nel momento in cui riusciamo a vedere, le cose cambiano: non è più possibile pensare le cose che guardiamo. Allora tutto diventa senza importanza e si rimane solo in compagnia della propria follia. Quindi la scoperta della propria follia è una sorta di conseguimento, dopo avere imparato a vedere. In sostanza, don Juan non solo rifiuta di essere etichettato come nichilista da Carlos, ma afferma pure che l'uomo che vede sceglie la parte da recitare solo dopo avere appurato che quella parte (quella via) ha un cuore. Quindi la recita nel migliore dei modi dirigendo la sua attenzione su le cose buone. Un uomo di conoscenza, semplicemente sa che nessuna cosa ha più importanza dell'altra, che tutti gli uomini non vanno da nessuna parte. E' il suo vedere che gli fa capire tutto questo, quindi sceglie un atto da compiere ed agisce come se quell'atto contasse qualcosa, cioè con quella controllata follia che è molto simile al vedere. Insomma, un uomo di conoscenza non pensa, vive agendo.

Quello del vedere è un punto su cui don Juan insiste parecchio. Il mondo come lo si vede comunemente non è come il mondo visto da un uomo di conoscenza. Questo è "un mondo fugace che si muove e cambia". La fisica moderna ha molto studiato le particelle elementari ed ha confermato la dinamicità del mondo, delle cose e dell'uomo. A questo proposito, rileggere le antologie divulgative di F. Capra non farebbe male. Ma torniamo al discorso. In un mondo simile la volontà acquista un'importanza capitale. Ma la volontà dello stregone è "una forza che viene dall'interno e che si attacca al mondo esterno" (Id. pag. 130). Quanto al vedere, esso permette di vivere in un mondo sempre fresco, nuovo, incredibile ed impensabile perché mai accaduto prima.

Un'altra cosa importante su cui don Juan si sofferma è la sospensione del discorso interiore. Parlando a noi stessi non facciamo altro che mantenere il mondo così come lo abbiamo pensato. Smettendo di parlare a noi stessi invece, noi riaccendiamo il mondo, gli ridiamo vita.

Per il guerriero di don Juan le battaglie sono tante, anzi, non finiscono mai.   
Una di queste è la "riduzione dei desideri": 
"E' il volere che ci rende infelici.  Eppure, se imparassimo a ridurre a nulla i nostri desideri, la più piccola cosa che otterremmo sarebbe un vero regalo" (Id. pag. 125). 
Ancora una volta si combatte contro l'ego, perché solo la persona, la maschera è convinta di avere continuità nel tempo. L'apparato egoico crea traiettorie temporali inesistenti: 
al fine di alimentare l'illusione della propria esistenza e continuità, ecco quindi che con l'immaginazione crea un futuro che lo vede protagonista e cerca in tutti i modi di realizzarlo. E siccome l'immaginazione così usata è una serva fedele di Maya, riesce a creare l'illusione, la magia: un futuro pensato diventa un futuro incarnato in un falso presente. Sì, falso, perché quello vero, spontaneo, fresco, libero da zavorre, da possesso, da maschere, viene perso irrimediabilmente. Il desiderio crea una fuga in avanti che da un lato ingrassa il personaggio e dall'altro mortifica l'attore. E' il personaggio che desidera, non l'attore, che rimane sempre ben consapevole delle sue illimitate possibilità di calarsi in tutti i personaggi immaginabili. Ma a questo punto sorge spontanea la domanda: chi è l'attore? Esso è l'uomo totale, l'uomo di conoscenza, il tolteco, come lo chiama don Juan. Tolteco è chi è impeccabile e senza macchia, chi conosce il suo doppio, chi conosce l'arte del sognare, chi sa vedere, chi conosce la vera essenza dell'uomo: l'uovo di luce che lo avvolge, chi conosce la sua parte destra e la sua parte sinistra
il Tonal e il Nagual, chi riesce a trasformare la consapevolezza in fuoco dal profondo, chi conosce le emanazioni dell' aquila, ecc.  A volte, per il suo pittoresco vocabolario don Juan ci ricorda Paracelso, il medico alchimista che si prendeva gioco dei dotti ignoranti medici del suo tempo, riuscendo a guarire grazie ad una saggezza profonda e strana. Quello stesso Paracelso a cui Carl Gustav Jung ha dedicato alcuni saggi nella sua opera. Don Juan sembra possedere davvero la saggezza di cui parla, e secondo noi ha regalato a Carlos Castaneda alcune perle di essa. Un mondo fatto di campi di energia anziché di oggetti, ci stuzzica… Questo breve saggio non consente certo di fare uno studio approfondito di tutto quanto ha detto don Juan, pertanto rimandiamo l'interessato alle opere di Castaneda se volesse saperne di più. Qui ci limitiamo all'essenziale.

Un'altra delle cose essenziali è per esempio l'interruzione della storia personale. Don Juan insiste tanto su questo punto. Bisogna diventare imprevedibili e non una cosa scontata, perché le persone, coi loro pensieri, creano legami con chi è scontato. Per tradurlo in termini psicanalitici, esse proiettano le loro aspettative sulla persona di cui conoscono le reazioni e i pensieri, e così facendo rafforzano i comportamenti dell' altro. Questo va a braccetto con l'invito a non creare abitudini (in questo caso è la stessa persona che rafforza i suoi comportamenti automatici) e quello a diventare inaccessibili (nel qual caso il guerriero-cacciatore deve sfiorare il mondo, lievemente, lasciando appena un segno).

 La consapevolezza, su cui don Juan si sofferma spesso non va esercitata solo nello stato di veglia, ma anche in quello di sonno: occorre diventare consapevoli di star sognando. "Una volta che ha imparato a sognare il doppio, l'io arriva al suo bivio fatale, e viene il momento in cui ci si rende conto che è il doppio che sogna l'io" (L'isola del Tonal - Bur - pag. 124). Noi siamo solo un sogno sognato dal nostro doppio. Una simile teoria (esposta da don Juan con la sicurezza tipica di chi sa quel che dice) ci potrebbe far capire perché mai negli onirodrammi (rappresentazioni "teatrali" di sogni) avviene che gli "attori - provocatori" riescano a toccare corde note solo al sognatore
la rappresentazione diventa "sogno reale" perché guidata dal doppio di tutti i partecipanti. 
E' ovvio che la parte di "attori-provocatori" spetta solo a persone di estrema sensibilità che hanno lavorato su se stesse, che hanno da tempo smascherato il proprio ego e che intuiscono di essere non solo corpo-mente.

Ma il pensiero di don Juan va oltre i confini della "stregoneria", dello sciamanismo, della "magia". 
Esso diventa anche filosofico. Ciò accade quando il maestro di Carlos parla di Tonal e Nagual
Il Tonal, per sommi capi, è tutto il conosciuto, ed il Nagual tutto ciò di cui non possiamo dir nulla
Il primo è come un'isola, come una tavola apparecchiata con tutte le cose dentro, è il mondo
Il secondo è tutto ciò che sta intorno all'isola, alla tavola apparecchiata
"Ma allora il Nagual è l'Essere Supremo, Dio?" chiede Carlos. 
"No. Anche Dio sta sulla tavola. Diciamo che Dio è la tovaglia" risponde don Juan, per il quale Dio è ogni cosa di cui si può pensare. L'uomo alla nascita è totalmente Nagual, poi per vivere in questo mondo sviluppa una parte Tonal che col passare del tempo diviene il padrone, ed ogni qualvolta il Nagual si affaccia, il Tonal con astuzia rappresenta le due parti con due elementi del Tonal: corpo e anima.

Riportiamo solamente questa concezione, senza approfondirla, perché i limiti di questo breve saggio non ce lo consentono. Certo è un concetto stimolante, che il lettore può ampliare per proprio conto.

Gli uomini sono esseri luminosi, bolle di luce, dice don Juan. Per concludere questo saggio riportiamo quanto scrive Carlos alla fine de L'isola del Tonal (pag. 373), a parlare è sempre don Juan: "Questo è il paradosso degli esseri luminosi. Il Tonal di ciascuno di noi è soltanto un riflesso di quell'indescrivibile ignoto che è pieno di ordine; il Nagual  di ciascuno di noi è soltanto il riflesso di quell'indescrivibile vuoto che contiene ogni cosa" . 

Grazie, Natale Missale.


Testi di Castaneda consultati:

-          A scuola dallo stregone

-          Una realtà separata

-          Viaggio a Ixitlan

-         L'isola del Tonal

-         Il secondo anello del potere

-         Il dono dell'aquila

-         Il fuoco dal profondo

-          Il potere del silenzio

-         L'arte di sognare.


Altri autori


-    Victor Sanchez - Gli insegnamenti di don Carlos - Punto d'incontro

-    Interviste a Carlos Castaneda - Stampa alternativa

-    Mircea Eliade -Lo sciamanismo e le tecniche dell'estasi - Mediterranee.

http://www.taozen.it/saggi/donjuan.htm




nella prospettiva dell'evoluzione, gli ostacoli e tutte le situazioni di sofferenza sono veri regali, perché ci regalano occasioni incredibili. E' una cosa su cui mi sono sentito 'vibrare' qualche giorno fa, non mi ricordo se leggendo una cosa di Aurobindo o di Aivanhov.

giovedì 6 febbraio 2014

Taisha Abelar. Il passaggio degli stregoni. Quella entrata è continuamente qui davanti a noi, disse Clara, ma solo quelli che hanno la mente calma e il cuore in pace possono vederla o avvertire la sua presenza.


Questo brano ha consentito a molte persone di "rivalutarsi".
Quello che per i parametri umani risulta auspicabile e virtuoso, agli occhi degli uomini di Conoscenza toltechi appare una vera e propria gabbia mentale.
Le dissi che per tutta la vita ero stata accusata di mancare di calore umano e comprensione. 
In effetti, mi dicevano che ero la creatura più fredda che si potesse incontrare.
Ora Clara diceva che la libertà era essere liberi dalla compassione umana. 
E io avevo sempre pensato che mi stavo perdendo qualcosa di cardinale per il fatto di non possederne. Stavo di nuovo per piangere di autocommiserazione, ma Clara venne di nuovo in mio soccorso.
"Essere liberi dalla umanità non significa una cosa così idiota come non avere calore o compassione", disse.
"Anche così, la libertà come la descrivi tu è inconcepibile per me, Clara", insistetti. 
"Non sono sicura di volerne anche solo una parte."
"E io sono sicura di volerne ogni parte", ribatté. "Sebbene neanche la mia mente riesca a concepirla, credimi, esiste davvero! E credimi, anche, che un giorno ti troverai a dire a qualcun altro quello che adesso ti sto dicendo io al riguardo. Forse userai perfino le stesse parole."
Mi fece l'occhiolino come se sapesse per certo che sarebbe accaduto.
 Taisha Abelar - Il passaggio degli stregoni

Quella entrata è continuamente qui davanti a noi, disse Clara, ma solo quelli che hanno la mente calma e il cuore in pace possono vederla o avvertire la sua presenza. Spiegò che chiamarla entrata non era metaforico, perché effettivamente qualche volta appare come una semplice porta, una caverna buia, una luce abbagliante o qualsiasi altra cosa concepibile, anche l'occhio di un drago. Disse che, in questo senso, le metafore dei primi antichi saggi cinesi non erano affatto strampalate fantasticherie. 
Taisha Abelar. Il passaggio degli stregoni


lunedì 3 febbraio 2014

Castaneda. Fuoco del Profondo. Pinches Tiranos. L'impeccabilità non è altro che l'uso adeguato dell'energia» disse. «Tutto quello che io ti dico non ha la benché minima traccia di moralità. Ho risparmiato energia e questo mi rende impeccabile. Per poter capire ciò, tu devi aver risparmiato sufficiente energia o non lo capirai mai. Restammo a lungo in silenzio. Volevo pensare a quanto aveva detto. D'improvviso cominciò a parlare di nuovo. «I guerrieri fanno inventari strategici”- disse. «Elencano le loro attività, i loro interessi. Dopo decidono quali si possono cambiare per ottenere così' una pausa nel consumo di energia. Io dissi che una lista siffatta avrebbe dovuto includere tutto l'immaginabile. Con molta pazienza mi rispose che l'inventario strategico di cui parlava riguardava modelli di comportamento che non erano essenziali alla nostra sopravvivenza e al nostro benessere




"Uscire da questo mondo" dice don Juan. Ecco la più eretica delle eresie. Il motivo della crocifissione di Cristo è stata l'affermazione "il mio regno non é di questo mondo". La stessa cosa possiamo dire del rogo di Giordano Bruno. Fuori dal mondo i "pinches tiranos" non possono più nutrirsi di noi. Uscire dal mondo equivale ad evadere dal pollaio. Elémire Zolla é autore di una straordinaria opera sul tema: "Uscite dal mondo" - "Libro di mirabile ricchezza tematica, presenta una serie di itinerari che, partendo dai luoghi, dalle civiltà e dai tempi più lontani, sboccano tutti in uno spazio improvvisamente libero e da sempre aperto a chi sappia percepirlo. Tale spazio aggiunge una sorta di "quarta dimensione" ad ogni nostra esperienza."


Carlos Castaneda. Fuoco del Profondo. Pinches Tiranos
PRIMA PARTE 

……«Se non parleremo della Gorda, di che parleremo": gli chiesi. «Continueremo il discorso che cominciammo a 'Oaxaca» rispose. «Capire questa spiegazione richiederà il tuo massimo sforzo. Devi essere disposto a cambiare di continuo livello di consapevolezza, e mentre saremo presi dalla nostra conversazione, esigerò la tua totale concentrazione e pazienza”. A mo' di lamentela gli dissi che mi aveva fatto sentire molto a disagio rifiutando si di rivolgermi la parola dopo il mio arrivo a casa sua. Mi guardò e inarcò le sopracciglia. Un sorriso apparve e scomparve sulle sue labbra, fugacemente. Mi resi conto che mi stava facendo capire come anch'io fossi confuso quanto la Gorda. «Stavo punzecchiando la tua importanza personale» disse col volto aggrottato. «L'importanza personale è il nostro peggior nemico. Pensaci, quello che ci indebolisce è sentirei offesi dai fatti e misfatti dei nostri simili. La nostra importanza personale chiede che noi si passi la maggior parte della nostra vita offesi da qualcuno. «I nuovi vedenti raccomandavano che si facesse ogni possibile sforzo per sradicare l'importanza personale dalla vita dei guerrieri. Ho seguito quella raccomandazione alla lettera e ho cercato di dimostrarti con tutti i mezzi possibili che senza importanza personale noi siamo invulnerabili. All'improvviso, mentre lo ascoltavo, gli brillarono di più gli occhi. La prima idea che mi venne in mente fu che sembrava sul punto di scoppiare a ridere e che non c'era motivo per farlo, quando uno schiaffo repentino e doloroso sulla guancia destra mi fece sobbalzare. Mi alzai in piedi. La Gorda era ritta alle mie spalle, con la mano ancora per aria. Aveva il viso arrossato dall'ira. «Ora puoi dire quello che vuoi di me e a maggior ragione» urlò. «Però, se hai qualcosa da dire, dimmelo in faccia, figlio di puttana." La sua uscita sembrò averla svuotata; si sedette per terra e cominciò a piangere. Don Juan era bloccato da un giubilo inesprimibile. Io ero teso dalla furia. La Gorda mi fulminò con lo sguardo e poi si girò verso don Juan e sommessamente gli disse che non avevamo alcun diritto di criticarla. Don Juan rise con tanta foga da piegarsi quasi in due, fino a terra. Non riusciva neanche a parlare. Due o tre volte cercò di dirmi qualcosa, ma alla fine si alzò e se ne andò, con il corpo ancora scosso da un convulso di risa. Fui sul punto di corrergli dietro, ancora furibonda contro la Gorda che in quel momento mi pareva spregevole, quando mi accadde qualcosa di straordinario. Mi resi conto all'improvviso di cosa avesse fatto tanto ridere don Juan. La Gorda ed io eravamo tremendamente somiglianti. La nostra importanza personale era enorme. La mia sorpresa e la mia furia per essere stato schiaffeggiato erano del tutto eguali all'ira, e alla sfiducia della Gorda. Don Juan aveva ragione. Il peso dell'amor proprio è in verità un impaccio terribile. Gli corsi dietro, tutto eccitato, con le lacrime che mi sgorgavano dagli occhi. Lo raggiunsi e gli dissi che lo avevo compreso. Ebbe un brillio di malizia e gioia nello sguardo. «Che posso fare per la Gorda?» chiesi. «Nulla» rispose. «Aprire gli occhi su qualcosa è sempre una faccenda molto personale.» Cambiò argomento e disse che i presagi dicevano di continuare la nostra discussione in casa, o in un'ampia sala con comode seggiole oppure nel patio posteriore che aveva tutt' intorno un passaggio coperto. Disse che ogniqualvolta avesse tenuto le proprie spiegazioni all'interno della casa, quelle due zone sarebbero state vietate a tutti gli altri. Ritornammo alla casa. Don Juan raccontò a tutti quello che aveva fatto la Gorda. Il diletto dei veggenti e le beffe che le fecero al riguardo, aumentarono l'imbarazzo della Gorda. «L'importanza personale non si può combattere con le belle maniere» commentò Don Juan quando gli manifestai la mia preoccupazione per lo stato d'animo della Gorda. Poi chiese a tutti di uscire dalla stanza. Ci sedemmo e don Juan cominciò la sua spiegazione. 
Mi disse che i veggenti, antichi o nuovi, si dividono in due categorie. 
La prima è formata da: quelli disposti a controllare se stessi. Questi veggenti sono capaci di canalizzare le proprie attività verso obiettivi pragmatici di cui beneficeranno altri veggenti e l'uomo in generale. 
L'altra categoria è composta da quelli a cui non importa né il controllo di sé, né alcun obiettivo pragmatico. Si pensa unanimemente fra i veggenti che questi ultimi non abbiano saputo risolvere il problema dell'importanza personale. «L'importanza personale non è qualcosa di semplice e ingenuo» spiegò. «Da un lato, è il nucleo di tutto ciò che in noi ha valore, dall'altro il nucleo di tutto il nostro marciume. Disfarsi dell'importanza personale richiede un capolavoro di strategia. I veggenti di tutte le epoche hanno espresso i più alti apprezzamenti per coloro che ci sono riusciti.» Mi rammaricai di non capire affatto l'idea di sradicare l'importanza personale, nonostante a volte mi attraesse molto; gli dissi che le sue direttive e i suoi suggerimenti per disfarsene erano talmente vaghi che non c'era modo di seguirli. «Sono stanco di ripeterti » disse «che, per poter seguire la via della conoscenza, occorre avere molta immaginazione. Come tu stesso stai constatando, sulla via della conoscenza tutto. È oscuro. La chiarezza costa infiniti sforzi, infinita immaginazione.» La mia inquietudine mi fece arguire che i suoi ammonimenti sull'importanza personale mi ricordavano il catechismo. E se qualcosa mi era odioso, era il ricordo delle prediche sul peccato. Le trovavo sinistre. <<I guerrieri combattono l'importanza personale come una questione di strategia, non come una questione di fede» replicò. «Il tuo errore sta nell'interpretare quello che dico in termini morali.» «lo la considero uomo di grande moralità» insistei. «Quello che tu intendi per moralità è semplicemente la mia impeccabilità» disse. «L'impeccabilità, come la liberazione dall'importanza personale, sono concetti troppo vaghi per essermi utili» commentai. Don Juan soffocò dalle risa ed io lo sfidai a spiegarmi l'impeccabilità. «L'impeccabilità non è altro che l'uso adeguato dell'energia» disse. «Tutto quello che io ti dico non ha la benché minima traccia di moralità. Ho risparmiato energia e questo mi rende impeccabile. Per poter capire ciò, tu devi aver risparmiato sufficiente energia o non lo capirai mai. Restammo a lungo in silenzio. Volevo pensare a quanto aveva detto. D'improvviso cominciò a parlare di nuovo. «I guerrieri fanno inventari strategici”- disse. «Elencano le loro attività, i loro interessi. Dopo decidono quali si possono cambiare per ottenere così' una pausa nel consumo di energia. Io dissi che una lista siffatta avrebbe dovuto includere tutto l'immaginabile. Con molta pazienza mi rispose che l'inventario strategico di cui parlava riguardava modelli di comportamento che non erano essenziali alla nostra sopravvivenza e al nostro benessere. Approfittai dell’opportunità per segnalargli che la sopravvivenza e il benessere erano categorie che potevano interpretarsi in infiniti modi. Gli dichiarai che non era possibile mettersi d'accordo su quel che fosse o no essenziale al benessere e alla sopravvivenza. Mentre continuavo a parlare, cominciai a perdere il mio impulso iniziale. Infine mi fermai perché mi resi conto dell'inutilità dei miei argomenti. Mi resi conto che don Juan aveva ragione quando diceva che io avevo il pallino di fare il difficile. Don Juan allora disse che negli inventari strategici dei guerrieri l’importanza personale figura come l'attività che consuma la maggior quantità di energia e per questo si sforzavano di vincerla. «Una delle prime preoccupazioni del guerriero è liberare quell'energia per affrontare con essa l'ignoto» proseguì don Juan. «L'azione di ricanalizzare quell'energia è l'impeccabilità». Disse che la strategia più efficace fu sviluppata dai veggenti della Conquista, indiscutibili maestri .dell’agguato, che consiste di sei elementi che hanno influenza reciproca. Cinque sono detti attributi del guerriero: controllo, disciplina, equilibrio, tempismo e intento: Questi cinque elementi appartengono al mondo privato del guerriero che lotta per perdere l'importanza personale. Il sesto elemento, forse il più importante di ogni altro, appartiene al mondo esterno e si chiama il pinche tiranno, cioè piccolo, Meschino, da poco. Mi guardò come se, senza parlare, mi chiedesse se avevo capito o no. «Sono davvero confuso» dissi. «L'altro giorno mi disse che la Gorda è la piccola tiranna della mia vita. Cos'è esattamente un pinche tirano? . «Un pinche tirano è un torturatore» rispose «qualcuno che ha potere di vita e di morte sui guerrieri» o che semplicemente gli rende la vita impossibile. Don Juan sorrise maliziosamente e disse che i suoi veggenti avevano sviluppato una loro propria classificazione dei pinches tiranni. Nonostante il concetto fosse una delle loro scoperte più serie e importanti, i nuovi veggenti lo prendevano molto alla leggera. Mi assicurò che c'era un tocco di malizioso humour in quelle loro classificazioni, perché il senso dell'umorismo è l'unico modo di far fronte all'umana costrizione di noiosi inventari e classificazioni. In conformità con le loro pratiche umoristiche, i nuovi veggenti reputarono corretto iniziare la classificazione con la fonte primaria di energia, l'unico e supremo monarca dell'universo e lo chiamarono semplicemente il tiranno. Naturalmente trovarono che gli altri despoti e dittatori restavano molto al di sotto della categoria del Tiranno. Paragonati alla fonte di tutto, gli uomini più temibili sono dei buffoni; di conseguenza i nuovi veggenti li classificarono come meschini, piccoli, da poco: pinches tiranos, appunto. La seconda categoria consiste in qualcosa meno del meschino tiranno, qualcosa che loro chiamarono pinches tiranitos, tirannucci meschini, persone che perseguitano e fanno danni ma senza di fatto provocare la morte di nessuno. La terza categoria la chiamarono dei repinches tiranitos, tirannucci meschinetti, oppure dei pinches tiranitos chiquititos, i meschini tirannucci da niente, e vi inclusero le persone che sono solo esasperanti e molestanti a più non posso. Le classificazioni mi sembrarono ridicole. Ero sicuro che don Juan si stesse inventando i termini spagnoli, Gli chiesi se fosse così. «Assolutamente no» rispose con espressione divertita. «I nuovi veggenti erano favolosi a fare classificazioni. Senza dubbio Genaro è tra i migliori; se lo osservi con attenzione, ti rende impeccabile. Per poter capire ciò, tu devi aver risparmiato sufficiente energia o non lo capirai mai.» Restammo a lungo in silenzio. Volevo pensare a quanto aveva detto. D'improvviso cominciò a parlare di nuovo. «I guerrieri fanno inventari strategici» disse. «Elencano le loro attività, i loro interessi. Dopo decidono quali si possono cambiare per ottenere così una pausa nel consumo di energia.» Io dissi che una lista siffatta avrebbe dovuto includere tutto l'immaginabile. Con molta pazienza mi rispose che l'inventario strategico di cui parlava riguardava modelli di comportamento che non erano essenziali alla nostra sopravvivenza e al nostro benessere. . Approfittai dell'opportunità per segnalargli che la sopravvivenza e il benessere erano categorie che potevano interpretarsi in infiniti modi. Gli dichiarai che non era possibile' mettersi d'accordo su quel che fosse o no essenziale al benessere e alla sopravvivenza. Mentre continuavo a parlare, cominciai a perdere il mio impulso iniziale. Infine mi fermai perché mi resi conto dell'inutilità dei miei argomenti. Mi resi conto che don Juan aveva ragione quando diceva che io avevo il pallino di fare il difficile. Don Juan allora disse che negli inventari strategici dei guerrieri, l'importanza personale figura come l'attività che consumala maggior quantità di energia e per questo si sforzavano di vincerla. «Una delle prime preoccupazioni del guerriero è liberare quell'energia per affrontare con essa l'Ignoto proseguì don Juan. «L'azione di ricanalizzare quell'energia è l'impeccabilità. » Disse che la strategia più efficace fu sviluppata dai veggenti della Conquista, indiscutibili maestri, dell'agguato, che consiste di sei elementi che hanno influenza reciproca. Cinque sono detti attributi del guerriero: controllo, disciplina, equilibrio, tempismo e intento, Questi cinque elementi appartengono al mondo privato del guerriero che lotta per perdere l'importanza personale. Il sesto elemento, forse il più importante di ogni altro, appartiene al mondo esterno e si chiama il pinche tirano, cioè piccolo, meschino, da poco. Mi guardò come se, senza parlare, mi chiedesse se avevo capito o no. «Sono davvero confuso» dissi. «L'altro giorno mi disse che la Gorda è la piccola tiranna della mia vita. Cos' è esattamente un pinche tirano?” «Un pinche tirano è un torturatore » rispose «qualcuno che ha potere di vita e di morte sui guerrieri, o che semplicemente gli rende la vita impossibile.» Don Juan sorrise maliziosamente e disse che i suoi veggenti avevano sviluppato una loro propria classificazione dei pinches tiranos. Nonostante il concetto fosse una delle loro scoperte più serie e importanti, i nuovi veggenti lo prendevano molto alla leggera. Mi assicurò che c'era un tocco di malizioso humour in quelle loro classificazioni, perché il senso dell'umorismo è l'unico modo di far fronte all'umana costrizione di noiosi inventari e classificazioni. In conformità con le loro pratiche umoristiche, i nuovi veggenti reputarono corretto iniziare la classificazione con la fonte primaria di energia, l'unico e supremo monarca dell'universo e lo chiamarono semplicemente il tiranno. Naturalmente trovarono che gli altri despoti e dittatori restavano molto al di sotto della categoria del tiranno. Paragonati alla fonte di tutto, gli uomini più temibili sono dei buffoni; di conseguenza i nuovi veggenti li classificarono come meschini, piccoli, da poco: pinches tiranos, appunto. La seconda categoria consiste in qualcosa meno del meschino tiranno, qualcosa che loro chiamarono pinches tiranitos, tirannucci meschini, persone che perseguitano e fanno danni ma senza di fatto provocare la morte di nessuno. La terza categoria la chiamarono dei repinches tiranitos, tirannucci meschinetti, oppure dei pinches tiranitos chiquititos, i meschini tirannucci da niente, e vi inclusero le persone che sono solo esasperanti e moleste' a più non posso. Le classificazioni mi sembrarono ridicole. Ero sicuro che don Juan si stesse inventando i termini spagnoli. Gli chiesi se fosse, così. «Assolutamente no» rispose con espressione divertita. «I nuovi veggenti erano favolosi a fare classificazioni. Senza dubbio, Genaro è tra i migliori; se lo osservi con attenzione, ti renderai conto con esattezza di quel che sentono i nuovi veggenti per le loro classificazioni.» Quando gli chiesi se mi stesse prendendo in girò, scoppiò in una risata fragorosa. «Non lo farei mai» disse sorridendo. «Forse lo farebbe Genaro, ma io no, soprattutto quando so quel che rappresentano per te le classificazioni. E solo che i nuovi veggenti erano tremendamente irriguardosi.» .. Aggiunse che la categoria dei meschini tirannucci era stata ulteriormente divisa in quattro parti . Una era composta da quelli che tormentavano con brutalità e violenza. Un'altra da quelli che lo fanno creando un'insopportabile apprensione. Un"altra ancora da quelli che opprimono con la tristezza. L'ultima da quelli che tormentano facendo infuriare. «La Gorda è in una categoria speciale. Ti rende la vita impossibile, per il momento. Ti dà perfino degli schiaffi. Con tutto questo ti sta insegnando a essere imparziale, a essere indifferente. » «Ma com'è possibile?» protestai. «Tuttavia non hai ancora messo insieme gli ingredienti della strategia dei nuovi veggenti» disse. «Una volta che l'avrai fatto, saprai quanto sia efficace e ingegnoso lo stratagemma di usare un meschino tiranno che non solo elimina l'importanza personale, ma prepara anche i guerrieri a capire che l'Impeccabilità è l'unica che conti sulla via della conoscenza.» Disse che la strategia dei nuovi veggenti era una manovra mortale nella quale il meschino tiranno è una vetta montagnosa e gli attributi dell'esser guerriero sono come dei rampicanti che si abbarbicano fino in cima. «In genere si usano solo i primi quattro attributi» proseguì. «Il quinto, l’intento, si riserva sempre per l'ultimo confronto, per così dire; per quando i guerrieri affrontano il plotone di esecuzione.» «A che si deve questo?» I «Al fatto che l'intento appartiene ad un'altra sfera, alla sfera dell'Ignoto. Gli altri quattro appartengono al conosciuto, esattamente dove sono i meschini tiranni. Infatti, quel che trasforma gli esseri umani in meschini tiranni è proprio l'ossessiva manipolazione di quanto si conosce.» Don Juan mi spiegò che solo i veggenti che sono guerrieri impeccabili e che hanno il controllo dell'intento ottengono il collegamento di tutti e cinque gli attributi. Un'azione di questa natura è una manovra suprema che non può realizzarsi al livello umano di tutti i giorni. «Per trattare con i tiranni meschini peggiori sono necessari solo quattro attributi» continuò. «E' chiaro, sempre e qualora si sia incontrato un meschino tiranno. Come ho detto, il meschino tiranno è l'elemento esterno, quello che non possiamo controllare, e l'elemento forse più importante di tutti. Il mio benefattore diceva sempre che il guerriero che incontra un meschino tiranno è un guerriero fortunato. La sua filosofia era che, se non hai la fortuna di trovarlo sulla tua strada, devi andare a cercarlo.» . Mi spiegò che uno dei più grandi successi conseguiti dai veggenti dell'epoca coloniale fu uno schema che lui chiamava la progressione trifase. I veggenti, comprendendo la natura dell'uomo, erano giunti alla conclusione che se uno può vedersela con i meschini tiranni, è certamente in grado di far fronte all'ignoto senza pericolo e allora addirittura può sopravvivere in presenza di ciò che non si può conoscere «La reazione dell'uomo comune è pensare che SI dovrebbe invertire tale ordine» proseguì. «È naturale credere che un veggente, se può far fronte all'ignoto, può senza dubbio tener testa a qualunque meschino tiranno. Però non è così. Ciò che distrusse i superbi veggenti del passato fu questo assunto. Lo sappiamo solo ora. Sappiamo che nulla può temprare lo spirito di un guerriero come trattare con persone impossibili in posizioni di potere. Solo in queste condizioni i guerrieri possono acquisire la sobrietà e la serenità necessaria per fronteggiare l’inconoscibile.» . Espressi rumorosamente il mio disaccordo. Gli dissi che, secondo me, ì tiranni trasformavano le proprie vittime in esseri indifesi o tanto brutali quanto gli stessi tiranni. Gli feci . notare che erano stati effettuati innumerevoli studi sugli effetti della tortura fisica e psicologica su questo tipo di vittime. «La differenza sta in qualcosa che hai appena finito di dire» ribatté. «Tu parli di vittime, non di guerrieri. Anch'io la pensavo come te. Ti racconterò quel che mi fece cambiare; però prima torniamo ancora a quello che ti stavo dicendo dei tempi della colonizzazione. I veggenti di quell'epoca ebbero la migliore opportunità. Gli spagnoli furono tali pinches tiranos da porre a dura prova le più recondite abilità dei veggenti; dopo aver avuto a che fare con i conquistatori, i veggenti erano pronti ad affrontare tutto. Loro furono davvero fortunati. A quel tempo c'erano meschini tiranni ovunque: erano prezzemolo in ogni minestra. «Dopo quei meravigliosi anni di abbondanza, le cose cambiarono molto. I meschini tiranni non tornarono più ad avere tanta potenza; solo in quell’epoca la loro sovranità fu illimitata. L'ingrediente perfetto per produrre un perfetto veggente è un pinche tirano dalla sovranità illimitata. «Disgraziatamente ai nostri giorni i veggenti devono giungere agli estremi per incontrare un tiranno che meriti. Per lo più devono accontentarsi di roba da poco.»



L’ESPERIENZA DI DON JUAN LO ZUCCHERIFICIO IL PINCHE TIRANO
SECONDA PARTE
Da “FUOCO DAL PROFONDO"

…… «E lei, don Juan, ha trovato un pinche tirano?» «Ho avuto fortuna. Un vero e proprio orco trovò me. Al momento, però, come te, non mi riusciva di considerarmi fortunato, anche se il mio benefattore mi diceva il contrario ». Don Juan disse che la sua penosa esperienza cominciò qualche settimana prima di conoscere il suo benefattore. A quel tempo aveva solo vent'anni. Lo avevano ingaggiato alla giornata in uno zuccherificio. Era sempre stato molto forte e per questo gli era stato facile ottenere lavori che richiedevano muscoli. Un giorno, mentre stava spostando alcuni pesanti sacchi di zucchero, arrivò una signora. Era molto ben vestita, e sembrava aver mezzi e autorità. Don Juan disse' che sembrava sulla cinquantina e se ne stette a guardarlo, poi parlò con il caposquadra e se ne andò. Il caposquadra chiamò don Juan e gli disse che, se lo avesse pagato, lui l'avrebbe raccomandato per un lavoro in casa del padrone. Don Juan gli rispose di non avere un centesimo. Il caposquadra sorrise e gli disse di non preoccuparsi, che il giorno di paga ne avrebbe avuto abbastanza. Gli diede una pacca sulla spalla, gli ripeté che era un grande onore lavorare per il padrone. Don Juan disse che, poiché era un povero indio ignorante che viveva alla giornata, non solo credette a ogni parola, ma giunse a pensare che una fata buona gli avesse fatto un regalo. Promise di pagare al caposquadra tutto quel che lui chiedeva. Il caposquadra menzionò una somma considerevole, da pagarsi a rate. Subito dopo il caposquadra stesso lo portò alla casa del padrone, che era parecchio lontana dalla città, e qui lo lasciò con un altro caposquadra, un omone cupo dall'aspetto tremendo che lo sottopose a un fuoco di fila di domande. Voleva informazioni sulla famiglia di don Juan. Don Juan gli disse che non aveva nessuno" Questa notizia gli giunse così gradita che sorrise perfino, mostrando denti cariati. Promise a don Juan che sarebbe stato pagato bene e avrebbe anche potuto mettere denaro da parte perché non avrebbe dovuto spendere niente, visto che avrebbe mangiato e dormito nella casa. Il modo con cui l'uomo rideva era terrificante tanto che don Juan decise di scappar via di corsa. Arrivò fino alla porta ma l'uomo gli tagliò la strada con un revolver in mano. Alzò il cane e lo conficcò nello stomaco di don Juan. «Sei qui per lavorare come un mulo» disse. «Non te lo dimenticare. » Lo spintonò con gran forza e lo picchiò con un randello. Lo portò su un lato della casa e, dopo avergli fatto osservare che lui faceva lavorare i suoi uomini dall'alba al tramonto senza intervallo, mise don Juan a tirar fuori dal terreno due enormi ciocchi recisi. Disse anche a don Juan che se avesse tentato ancora di scappare o fosse andato dalle autorità, lui gli avrebbe sparato. «Lavorerai qui fino alla morte» gli disse. «E, dopo, un altro indio prenderà il tuo posto, così come tu ora stai prendendo il posto di un indio morto.» Don Juan disse che la casa sembrava una fortezza inespugnabile, con uomini armati di machete dovunque. Così che, fece l'unica cosa sensata che potesse' fare: si mise a lavorare cercando di non pensare alle sue sventure. Al finire della giornata l'uomo tornò e poiché non gli piacque lo sguardo di sfida negli occhi di don Juan, lo spinse a calci fino in cucina. Minacciò di tagliargli i tendini delle braccia se non gli ubbidiva. In cucina una vecchia gli servì il pasto, ma don Juan era così turbato che non riusciva a mangiare. La vecchia gli consigliò di mangiare più che potevi. Doveva essere forte, disse lei, perché il suo lavoro non sarebbe finito mai. Lo avvisò che l'uomo che occupava quel posto era morto proprio il giorno prima. Era troppo debole per lavorare ed era caduto da una finestra del secondo piano. Don Juan disse di aver lavorato in casa del padrone per tre settimane, maltrattato in ogni momento da quell'omone. Il caposquadra lo faceva lavorare nelle condizioni più pericolose, assegnandoli i compiti più gravosi immaginabili, sotto costante minaccia di coltello, pistola o bastone. Ogni giorno lo mandava alle scuderie a pulire i box occupati da nervosi stalloni. Al sorgere di ogni nuovo giorno, don Juan aveva la ferma convinzione che non sarebbe riuscito ad arrivare a sera. E questo avrebbe solo voluto dire affrontare lo stesso inferno il giorno seguente. Quel che fece precipitare gli eventi fu la richiesta di don Juan di avere un giorno di ferie. Chiese qualche ora per andare in paese a pagare il suo debito al caposquadra dello zuccherificio. Era un pretesto. Il caposquadra se ne rese conto e rispose che don Juan non poteva smettere di lavorare neanche per un minuto perché era indebitato fino alle orecchie per il solo privilegio di lavorare lì. Don Juan ebbe la certezza di non aver più speranze. Capì le manovre dei due capisquadra: erano d'accordo per procurarsi poveri indios dallo zuccherificio, sfruttarli facendoli morire di lavoro é dividersene il salario. A quella scoperta don Juan esplose. Cominciò a dar grida isteriche e, urlando, attraversò la cucina ed entrò nell'edificio principale. Prese tanto di sorpresa il caposquadra e gli altri operai che correndo riuscì a uscire dalla: porta padronale. Quasi ce la fece a scappare, ma il caposquadra lo inseguì, e in mezzo alla strada gli sparò al petto, dandolo per, morto. Don Juan disse che non era suo destino morire; il suo benefattore lo trovò proprio lì e lo curò finché non fu guarito. «Quando raccontai tutta la storia al mio benefattore» proseguì don Juan «egli riuscì a malapena a trattenere la sua emozione. "Quel caposquadra è un vero tesoro" disse il mio benefattore. "È qualcosa di tanto raro che sarebbe un peccato sprecarlo. Un giorno devi tornare in quella casa." «Continuò a farneticare su quanto ero stato fortunato a trovare un pinche tirano unico nel suo genere, con un potere quasi illimitato. Pensai che fosse fuori di testa. Mi ci vollero anni per capire completamente ciò che mi aveva detto in quella circostanza. » «È una delle storie più tremende che abbia sentito in vita mia» dissi. «Ed è davvero tornato ancora in quella casa?» «Certo che ci sono tornato, tre anni dopo. Il mio benefattore aveva ragione. Un meschino tiranno come quello era unico nel suo genere e non andava sprecato.» «Come riuscì a tornare?» . “Il mio benefattore escogitò un piano strategico usando i suoi quattro attributi di guerriero: controllo, disciplina, pazienza e abilità, di cogliere il momento opportuno.» Don Juan disse che il suo benefattore, oltre a spiegargli quello che doveva fare in casa del padrone per tener testa a quell'orco di un uomo, gli rivelò anche che i nuovi veggenti credevano ci fossero quattro gradi sul cammino della conoscenza. Il primo è il passo che fanno i comuni esseri umani quando decidono di diventare apprendisti. Nel momento in cui gli apprendisti cambiano le proprie idee su se stessi e sul mondo, fanno il secondo passo e si tramutano in guerrieri, cioè in esseri capaci della massima disciplina e controllo su se stessi. Il terzo passo lo compiono i guerrieri dopo aver acquisito pazienza e abilità di cogliere il momento opportuno, diventando uomini di conoscenza. Quando gli uomini di conoscenza imparano a vedere, hanno fatto il quarto passo e sono divenuti veggenti. Il suo benefattore enfatizzò il fatto che don Juan aveva percorso il cammino della conoscenza abbastanza a lungo per aver appreso un minimo dei primi due attributi: controllo e disciplina. «A quel tempo gli altri due attributi mi erano vietati» proseguì don Juan. «La pazienza e l'abilità di cogliere il momento opportuno rientrano nell'ambito dell'uomo di conoscenza. Il mio benefattore mi fece usare una strategia per concedermene l'accesso.» «Questo significa che da solo non avrebbe potuto tener testa al meschino tiranno?» chiesi. «Sono sicuro che ce l'avrei fatta anche da solo, benché ho il forte dubbio che non ci sarei riuscito con stile ed eleganza. Il mio benefattore si divertì molto a dirigere la mia impresa. L'idea di usare un pinche tirano non serviva solo a perfezionare lo spirito del guerriero, ma anche per la sua gioia e il suo godimento ». . «Come poteva qualcuno godersi un mostro come quello da lei descritto?» «Questo tipo non era nulla a paragone dei veri mostri frequentati dai nuovi veggenti durante la colonizzazione. Tutto sta a indicare che a quei veggenti vennero gli occhi strabici dal divertimento. Dimostrarono che perfino i peggiori tiranni possono far divertire, purché, naturalmente, uno sia guerriero.» Don Juan mi spiegò che l'errore che un comune mortale fa, trovandosi di fronte un pinche tirano è non avere una strategia a cui appoggiarsi; il difetto fatale è prendere troppo sul serio i propri sentimenti, così come le azioni dei meschini tiranni. I guerrieri, d'altra parte, non solo hanno una strategia ben congegnata, ma sono liberi dall'importanza personale. Ciò che distrugge l’importanza personale è l'aver compreso che la realtà è una nostra interpretazione. Questa conoscenza era il vantaggio definitivo che i nuovi veggenti ebbero sugli spagnoli. Disse di essersi convinto di poter sopraffare il caposquadra usando solo la convinzione che i meschini tiranni si prendono mortalmente sul serio mentre i guerrieri no. Seguendo il piano strategico del suo benefattore, don Juan cercò lavoro nello stesso zuccherificio di prima. Nessuno ricordava che lui aveva già lavorato lì; i peones lavoravano nello zuccherificio stagionalmente. La strategia del suo benefattore specificava che don Juan dovesse stare attento a chi arrivava in cerca di un'altra vittima. Arrivò la stessa signora e, come aveva fatto anni prima, notò subito don Juan che ora mostrava ancora più forza della volta precedente. Si ripeté la stessa routine con il caposquadra. Tuttavia la strategia richiedeva che in principio don Juan si rifiutasse di pagare la tangente al caposquadra. Nessuno gli aveva mai fatto questo prima e l'uomo restò di stucco. Minacciò di licenziare don Juan. A sua volta don Juan lo minacciò dicendo che sarebbe andato direttamente a casa della signora, a trovarla. Disse al caposquadra di sapere dove lei abitava perché aveva lavorato nei campi della zona a tagliare canna da zucchero. L'uomo cominciò a mercanteggiare e don Juan gli chiese del denaro prima di accettare di andare a casa della signora. Il caposquadra cedette e gli diede qualche banconota. Don Juan sapeva benissimo che il caposquadra acconsentiva solo come stratagemma per fargli accettare il lavoro. «Lui stesso mi accompagnò di nuovo alla casa» disse don Juan. «Era una vecchia tenuta, di proprietà della gente dello zuccherificio: ricconi che, o sapevano benissimo quanto accadeva e non gliene importava, o erano troppo indifferenti per farei caso.” «Appena arrivati, mi precipitai in casa a cercare la signora. La incontrai, caddi in ginocchio davanti a lei, baciandole la mano per ringraziarla. I due capisquadra erano lividi. «Il caposquadra della casa seguì lo stesso schema di prima. Però io ero preparatissimo a trattare con lui: avevo controllo e disciplina. Il risultato fu quello che il mio benefattore aveva previsto. Il mio controllo mi fece rispondere alle più assurde richieste di quel tipo. Ciò che di solito ci abbatte in una simile situazione, è l'offesa inferta al nostro amor proprio. Chiunque abbia un briciolo di orgoglio si dispera quando lo fanno sentire inutile e stupido. «Facevo con gusto tutto quel che mi chiedeva. Ero allegro e forte. E non m'importava un accidente del mio orgoglio o del mio terrore. Ero come un guerriero impeccabile. Affinare lo spirito quando qualcuno ti maltratta, si chiama controllo.» Don Juan mi spiegò che la strategia del suo benefattore prevedeva che, invece di provare compassione per se stesso; come aveva fatto prima, si dedicasse subito a studiare il carattere del caposquadra, le sue debolezze, le sue peculiarità. Trovò che i punti di forza del caposquadra erano audacia e violenza. Aveva crivellato di colpi don Juan in pieno giorno e davanti a decine di testimoni. La sua grande debolezza era che gli piaceva il proprio lavoro e non voleva rischiarlo. Per nessun motivo avrebbe voluto uccidere don Juan durante il giorno all'interno della proprietà. L'altra sua grande debolezza consisteva nell'aver famiglia. Moglie e figli abitavano in una casupola vicino alla casa padronale. «Raccogliere queste informazioni mentre ti stanno picchiando richiede disciplina» disse don Juan. «Quell'uomo era un demonio. Non aveva nessuna grazia a salvarlo. Secondo i nuovi veggenti; il pinche tirano perfetto non ha alcuna caratteristica che possa redimerlo.» Don Juan disse che gli ultimi due attributi dei guerrieri, che lui allora non aveva ancora, erano stati automaticamente inclusi nella strategia del suo benefattore. La pazienza è aspettare con calma, senza fretta, senza angoscia: è un'attesa semplice e lieta della ricompensa che deve arrivare. «La mia vita era una quotidiana umiliazione» proseguì don Juan «a volte perfino piangevo quando l'uomo mi frustava con la cinghia, e tuttavia ero felice. La strategia del mio benefattore mi fece vivere giorno dopo giorno senza odio. Ero un guerriero. Sapevo che stavo aspettando e sapevo ciò che aspettavo. È proprio qui la grande gioia di essere guerriero.» Aggiunse che la strategia del suo benefattore includeva l'infastidire sistematicamente l'uomo facendosi scudo di un suo superiore, così come avevano fatto i veggenti del nuovo ciclo, durante la colonizzazione, facendosi scudo della Chiesa cattolica. Un umile sacerdote a volte era stato più potente di un nobile. Lo scudo di don Juan era la padrona di casa. Ogni volta che la vedeva, le s’inginocchiava davanti e la chiamava santa. La supplicava di dargli una medaglia del suo santo patrono in modo che lui lo potesse pregare per ottenerle salute e benessere. «Mi diede una medaglietta della Vergine» continuò don Juan «e questo quasi distrusse il caposquadra. E quando riuscii a riunire le cuoche a pregare per la salute della padrona, gli venne quasi un attacco di cuore. Credo che abbia deciso di uccidermi allora. Non gli conveniva lasciarmi andare oltre. «Come contromisura organizzò un rosario tra tutti i servitori della casa. La signora credeva che io avessi tutte le carattéristiche di un sant'uomo. «Dopo di allora non dormii più della grossa né dormii più nel mio letto. Ogni notte mi arrampicavo sul tetto. Da lì vidi per due volte l'uomo che si avvicinava al mio giaciglio con un coltello. «Tutti i giorni mi spingeva nei recinti degli stalloni con la speranza che mi uccidessero a calci, però io avevo un tavolato di pesanti assi che appoggiavo in uno degli angoli: mi ci nascondevo dietro e mi proteggevo dalle zampate dei cavalli. L'uomo non lo sapeva perché i cavalli lo nauseavano; era un'altra delle sue debolezze, la più mortale di tutte, come poi risultò alla fine.» Don Juan disse che l'abilità di cogliere il momento opportuno è una qualità astratta che pone in libertà tutto quello che è stato trattenuto. Controllo, disciplina, pazienza sono come una diga dietro cui è bloccato tutto. L'abilità di cogliere il momento opportuno è la saracinesca della diga. Il caposquadra conosceva solo la violenza con la quale terrorizzava. Se si neutralizzava la sua violenza, rimaneva quasi indifeso. Don Juan sapeva che l'uomo non avrebbe osato ucciderlo sotto gli occhi della gente di casa e così un giorno, in presenza degli altri lavoranti e della signora, lo insultò. Gli disse che era un vigliacco e un assassino che si proteggeva con il posto di caposquadra. La strategia del suo benefattore esigeva che don Juan stesse all'erta per cogliere il momento opportuno e approfittarne per voltar le carte al pinche tirano. Le cose inattese capitano sempre così. All'improvviso lo schiavo più umile si burla del despota, lo vitupera, lo fa sentir ridicolo dinanzi a testimoni importanti e poi scappa via senza dargli tempo di far rappresaglie. «Un attimo dopo» continuò don Juan «L'uomo era pazzo di rabbia, però io mi ero già inginocchiato davanti alla padrona.» Don Juan disse che quando la signora rientrò in casa, il caposquadra e i suoi amici lo chiamarono sul retro, con la scusa che c'era un lavoro da fare. L'uomo era molto pallido, bianco d'ira. Dal tono della voce don Juan capì quel che l'uomo aveva intenzione di fargli. Don Juan finse di obbedire ma invece di dirigersi dove gli ordinava il caposquadra, corse verso le stalle. Sperava che i cavalli avrebbero fatto un tale trambusto da far uscire i padroni per vedere che cosa stesse succedendo. Sapeva che l'uomo non avrebbe osato sparargli né tantomeno si sarebbe avvicinato ai cavalli. Questa supposizione non si avverò. Don Juan aveva spinto l'uomo molto al di là dei suoi limiti. «Saltai nel recinto del cavallo più selvaggio» disse don Juan «e il piccolo tiranno, accecato dall'ira, tirò fuori il coltello e mi venne dietro. Io mi nascosi subito dietro il mio tavolato. Il cavallo gli diede una zampata sola e tutto finì. «Avevo trascorso sei mesi in quella casa e in quel periodo avevo esercitato i quattro attributi del guerriero. Grazie a loro avevo avuto successo. Non provai compassione per me neanche una sola volta, né piansi d'impotenza. Provai solo gioia e serenità. Il mio controllo e la mia disciplina erano acuti come non mai. Inoltre sperimentai direttamente ciò che prova il guerriero impeccabile quando usa la pazienza e l'abilità di cogliere il momento opportuno, nonostante ancora non avessi questi attributi.» «Il mio benefattore mi spiegò una cosa molto interessante. Pazientare vuol dire trattenere con lo spirito ciò che il guerriero sa che deve giustamente verificarsi. Non significa che il guerriero se ne vada in giro, pensando di far male a qualcuno o facendo piani di vendetta e regolamenti di conti. La pazienza è una cosa indipendente. Mentre il guerriero ha controllo, disciplina e abilità di cogliere il momento opportuno, la pazienza assicura che chiunque se lo sarà guadagnato riceverà tutto quanto gli spetta." «Qualche volta riescono a spuntarla, i pinches tiranos, e a distruggere il guerriero che li affronta?» chiesi. «Naturalmente. Durante la Conquista e la colonizzazione, i guerrieri morirono come mosche. Le loro fila furono decimate. I piccoli tiranni potevano condannare a morte chicchessia, per puro capriccio. Sotto questo tipo di pressione, i veggenti raggiunsero stati sublimi.» Don Juan disse che, a quell'epoca, i veggenti sopravvissuti dovettero sforzarsi oltre ogni limite per trovare nuovi sbocchi. “I nuovi veggenti» disse don Juan, guardandomi fisso, «usavano i pinches tiranos non solo per disfarsi dell'importanza personale ma anche per effettuare la manovra più sofisticata per uscire da questo mondo. Capirai questa manovra a mano a mano che discuteremo sulla padronanza della consapevolezza.» Spiegai a don Juan che quel che gli avevo chiesto era se al presente, nella nostra epoca, i piccoli tiranni potessero qualche volta sconfiggere un guerriero. «Ogni giorno» rispose. «Le conseguenze non sono così terribili come nel passato. Oggi è sottinteso che i guerrieri hanno sempre l'opportunità di retrocedere, rifarsi subito e tornare più tardi. Però il problema della moderna sconfitta è di altro genere. Essere sconfitto da un repinche tiranito, un tirannucolo da strapazzo, non è mortale ma disastroso. In senso figurato, il grado di mortalità dei guerrieri è elevato. Con questo voglio dire che i guerrieri che soccombono dinanzi a un repinche tirano sono annientati dal loro personale senso di fallimento. Per me ciò equivale a una morte figurata.» «Come misura la sconfitta?» «Chiunque si unisca al meschino tiranno è sconfitto. Adirarsi e agire senza controllo e disciplina, non aver pazienza. Vuol dire essere sconfitti.» «Cosa accade quando un guerriero è sconfitto?» «O riformano gruppi e tornano nella mischia con maggior giudizio, o abbandonano la via del guerriero e si uniscono per sempre alle fila dei pinches tiranos »




"Il peso dell'amor proprio è in verità un impaccio terribile."




domenica 11 agosto 2013

Laing, La politica dell'esperienza. Noi pensiamo molto meno di quanto sappiamo, sappiamo molto meno di quanto amiamo, amiamo molto meno di quanto si possa amare e perciò siamo molto meno di ciò che siamo!

La nostra esperienza è un prodotto, ottenuto secondo una formula, un insieme di regole che stabiliscono quali distinzioni fare: quando? Dove? Su che cosa?
Ronald David Laing,


Siamo nati in un mondo dove ci aspetta l'alienazione. 
Siamo uomini potenzialmente, ma siamo in uno stato alienato 
e questo stato non è semplicemente un sistema naturale. 
L'alienazione, a cui oggi siamo destinati, è stata raggiunta solo tramite l'oltraggiosa violenza perpetrata da esseri umani ai danni di altri esseri umani. 
Ronald David Laing, La politica dell'esperienza, 1967



Ronald David Laing (1927 – 1989), psichiatra britannico.
Se la specie umana sopravviverà, gli uomini del futuro considereranno la nostra epoca illuminata, immagino come un vero e proprio secolo d'oscurantismo. Saranno indubbiamente capaci di apprezzare l'ironia di questa situazione in modo più divertente di noi. È di noi che rideranno. Sapranno che ciò che noi chiamiamo schizofrenia era una delle forme sotto cui – spesso per il tramite di gente del tutto ordinaria – la luce ha cominciato a filtrare attraverso le fessure delle nostre menti chiuse. La follia non è necessariamente un crollo (breakdown); essa può essere anche una apertura (breakthrough)... L'individuo che fa l'esperienza trascendentale della perdita dell'ego può e non può perdere l'equilibrio, in diversi modi. Può allora essere considerato come pazzo. Ma essere pazzo non è necessariamente essere malato, anche se nel nostro mondo i due termini sono diventati complementari... Dal punto di partenza della nostra pseudosalute mentale tutto è equivoco. Questa salute non è una vera salute. La pazzia dei nostri pazienti è un prodotto della distruzione che imponiamo a loro e che essi impongono a se stessi. Nessuno immagini che ci imbattiamo nella vera pazzia, cosí come non siamo veramente sani di mente. La pazzia con cui abbiamo a che fare è un grossolano travestimento, una falsa apparenza, una grottesca caricatura di ciò che potrebbe essere la guarigione naturale da questa strana integrazione. La vera salute mentale implica in un modo o nell'altro la dissoluzione dell'ego normale... 
Ronald David Laing, La politica dell'esperienza



CREATIVITA'
Se durante il periodo degli studi i giovani venissero stimolati a mettere in dubbio i dieci comandamenti, la santità della religione rivelata, il patriottismo, le leggi del profitto, il bipartitismo politico, la monogamia, e cosí via....ci sarebbe tanta di quella creatività che la società non saprebbe a che santo votarsi.
Ronald David Laing, La politica dell'esperienza


L'educazione non é mai stato uno strumento per rendere liberi la mente e lo spirito dell'uomo, ma, al contrario, per costringerli.
Ronald David Laing, "La politica dell:esperienza"


La persona "normalmente" alienata, per il fatto di agire più o meno come tutti gli altri, é presa per sana. Le altre forme di alienazione che non stanno al passo con lo stato di alienazione predominante sono quelle che vengono etichettate dalla maggioranza "normale" come nocive o folli.
La condizione di alienazione, quella di essere un dormiente, inconsapevole, fuori di sé, é la condizione dell'uomo normale.
La società fa un gran conto del suo uomo normale: educa i fanciulli a smarrire sé stessi e a divenire assurdi e ad essere, così, normali.
Ronald David Laing, "La politica dell'esperienza"


PERCHÉ PIACERE AGLI ALTRI?
Ricorre frequentemente l'accenno alla "stima degli altri".
Si suppone che, quale ragione di vita, un individuo desideri ottenere "il piacere della stima e dell'affetto degli altri", altrimenti é uno psicoticopatico.
Questa affermazione é, in un certo senso vera: descrive la creatura spaventata, domata, abbietta che siamo ammoniti ad essere se vogliamo essere considerati "normali", offrendoci l'uno l'altro protezione dalla nostra stessa violenza.
Ronald David Laing, "La politica dell'esperienza"



Molti di noi non sanno, o anche non vogliono credere, che ogni notte entriamo in zone del reale nelle quali scordiamo la vita di veglia con la stessa regolarità con la quale, svegliandoci, dimentichiamo nostri sogni.
Ronald David Laing, "La politica dell'esperienza"


Mentre era ancora a Chicago, Laing fu invitato da alcuni medici per esaminare una ragazza diagnosticata come schizofrenica.
La ragazza era rinchiusa in una cella imbottita in un ospedale speciale, e lì stava seduta nuda, trascorrendo l'intera giornata a dondolarsi avanti e indietro.
I medici chiesero a Laing la sua opinione.
Che cosa avrebbe fatto con lei?
Inaspettatamente,
Laing
si denudò lui stesso
ed entrò nella sua cella,
le si sedette accanto,
dondolando al suo ritmo.
Dopo circa venti minuti
la ragazza
cominciò a parlare,
cosa che non aveva fatto
da diversi mesi.
I medici erano stupiti.
"'Forse
non vi è mai venuto in mente
di fare questo?'
Laing commentò
in un secondo momento,
con finta ingenuità.




Da quel (poco) che ho letto in suo proposito sembra che non facesse differenza fra un sè e un loro.
E' chiaro che viene da pensare che stia comunicando con lei, e di fatto questo avviene.
Ma c'è un altro piano di comunicazione, meno visibile:
sta comunicando anche con i colleghi che assistono.
Noi vediamo la sua (non nostra) comunicazione con lei, in tal modo incarniamo coloro che assistono.
Pensiamo che stia usando una 'tecnica', ma mettersi nelle condizioni della ragazza non è tanto facile, soprattutto se bisogna 'denudarsi'.
Fra lui e lei non c'è più differenza, lui vede loro (i suoi colleghi) come li vede lei.
E loro sono costretti a vedere se stessi in lui perché collega, ed allo stesso tempo lui uguale a lei.
Lui ha 'potuto' fare quel gesto, loro no. Lui può denudarsi e dondolarsi, 'può', loro sono impediti a fare una azione simile.
Non poterlo fare è un impedimento.
Lui non ha impedimento, in tal modo anche il gesto della ragazza diventa un 'non impedimento'. Loro due possono, gli altri non possono.
Quale delle due parti dunque è veramente 'pazza'?
Lui beveva, si drogava, la sua famiglia si lamentava di lui, diceva "si occupa di tutti ma non è capace di occuparsi di noi', sua figlia è scritto che abbia detto di lui 'è merda':
eppure fu un grande.



Io non parlerei di scendere a loro livello.. si tratta di ricalco.. che produce empatia .. 
quindi si crea fiducia riconoscendosi ..e si comunica




A me vengono in mente le urla di una ragazza schizofrenica che ho conosciuto tanti anni fa in una comunità terapeutica che credeva di avere la polizia nella pancia ed io per tranquillizzarla le ho proposto di andare in farmacia a prendere una purga per liberarsi di questo corpo estraneo . La mia proposta sortì un grande effetto nella ragazza e mentre da sola si liberava dentro al bagno facendo rumori strani , io mi trovavo dietro la porta ad imitare, seguendo quei rumori il suono delle sirene. La ragazzo cominciò a ridere tanto e così tornammo a parlare.



Ecco come si esprime Ronald Laing, psichiatra scozzese (1927/1989) uno degli esponenti più noti del movimento antipsichiatrico, su una parte della psichiatria che considera violenta e distruttiva.. 

...“come può uno psichiatra considerare direttamente il paziente per descriverlo, se il vocabolario psichiatrico a sua disposizione serve solo a tenerlo a distanza? I termini del vocabolario tecnico corrente, infatti hanno o l’una o l’altra di queste proprietà: o si riferiscono. ad un uomo in isolamento rispetto agli altri e al mondo (cioè ad una entità ,la cui qualità essenziale non è quella di essere in rapporto con gli altri e col mondo) o si riferiscono ad aspetti falsamente elevati a sostanza di questa entità isolata..
Ronald Laing,psichiatra scozzese, 1927 –1989 dell'Antipsichiatria, L'io diviso


"Quelli che pensano di conoscere bene tutto questo, lo considerano come un sistema di violenza e di controviolenza. In realtà uomini chiamati chirurghi del cervello hanno ficcato coltelli nel cervello di centinaia di migliaia di persone negli ultimi venti anni: persone che probabilmente non hanno mai usato un coltello contro nessuno. Forse hanno rotto qualche finestra, talvolta hanno urlato, ma hanno fatto molte meno vittime del resto della popolazione; molte, molte di meno, se si considerano le distruzioni in massa delle guerre, dichiarate e non dichiarate, volute dai membri "sani" della società"
Ronald Laing



L'io diviso è un saggio di psichiatria, considerato l'opera più importante di Ronald Laing, 
psichiatra e filosofo scozzese.
Titolo originale The Divided Self
Autore Ronald Laing
1ª ed. originale 1955
Genere Psichiatria



Il falso io si forma nella sottomissione alle intenzioni e aspettative degli altri, vere o immaginarie. L'elemento essenziale della componente di sottomissione presente nel falso io é ben espresso nella frase di James: 
"io sono soltanto una risposta a ciò che gli altri dicono che io sono".
Ronald David Laing,  "L'io diviso"


"Taluni soggetti hanno una notevole attitudine a tenere gli altri legati in catene.
Sembra che ciò avvenga, per lo più, del tutto inconsciamente ed é impressionante vedere quanto sia difficile, in molti casi, per l'autore di simili trame, di rendersi conto di esse e di ammetterle".
Ronald David Laing, "L'io e gli altri - Psicopatologia dei processi interattivi"


La gamma di ciò che pensiamo e facciamo 
è limitata da ciò che non riusciamo a notare.
finché non riusciamo a notare 
ciò che non riusciamo a notare 
c'è poco che possiamo fare 
per cambiare
fino a quando notiamo
come non riusciamo a notare
le forme dei nostri pensieri e azioni.
Ronald David Laing


La donna ha bisogno di un figlio che le conferisca la sua identità di madre.
L'uomo ha bisogno di una moglie per essere marito.
Un amante, senza la persona amata, è soltanto un amante potenziale.
Questa è la fonte della nostra tragedia, o della nostra commedia, a seconda dei punti di vista.
La maggior parte delle identità richiedono la presenza di un altro.
L'altro, per parte sua, tramite le proprie azioni, può imporre all'io una identità non desiderata: è probabile che al marito tradito, tale identità venga imposta contro il suo volere.
Ronald David Laing, L'io e gli altri


In un sogno la paziente veniva spinta in un angolo da un uomo che tentava di assalirla
Pareva che non avesse scampo. Era alla fine delle forze quando, sempre in sogno, cercò di rifugiarsi in una coscienza sveglia, ma seguitò ad essere stretta contro il muro e, stavolta, era anche peggio, perché era una cosa reale. Così si rifugiò di nuovo nel sogno che “si trattava, in ogni caso, soltanto di un sogno”.
Ronald Laing, L’io e gli altri




"Stanno giocando a un gioco. Stanno giocando a non giocare a un gioco. Se mostro loro che li vedo giocare, infrangerò le regole e mi puniranno. Devo giocare al loro gioco, di non vedere che vedo il gioco."
Ronald David Laing, Nodi - Paradigmi di rapporti intrapsichici e interpersonali, 1970, ed.it. Einaudi 1974 pag.5.




La capacità di sentirsi autonomo significa che si è riusciti a rendersi conto di sé come persona separata da tutti gli altri. Per quanto profondamente io sia legato, nella gioia o nel dolore, a un'altra persona, questa non è me né io sono lei. Per quanto ci si possa sentire soli o tristi, si può continuare a esistere anche da soli. Il fatto che l'altra persona, nella sua realtà, non sia me, sussiste accanto all'altro fatto, ugualmente reale, che il mio attaccamento per lei fa parte di me, così che se muore o parte l'attaccamento persiste anche senza di lei. Ma io non posso morire la morte di un altro in sua vece, nè lui può morire la mia. Anzi, come nota Sartre a proposito di questo pensiero di Heidegger, lui non può amare in vece mia, o prendere le mie decisioni, e ugualmente  io non posso fare queste cose per lui. In breve, lui non può essere me e io non posso essere lui.
Ma se l'individuo non si sente autonomo, allora egli non può sentire in modo normale nè la sua separazione né la sua relazione con l'altro. La mancanza del senso di autonomia implica che egli senta il proprio essere avvolto nell'altro, o viceversa, in modo da trasgredire la realtà della struttura dei rapporti umani. Significa che in luogo di un senso di rapporto e di attaccamento nei confronti dell'altro, fondato su una genuina reciprocità, si ha la sensazione di essere in uno stato di dipendenza ontologica, cioè che si dipende dall'altro per esistere, e che il totale distacco, il completo isolamento è la sola alternativa ad un'attaccamento da ostrica, o da vampiro, in cui il sangue e la vita dell'altro sono necessari per la propria sopravvivenza, ma al tempo stesso la mettono in pericolo. Perciò, anziché la separazione e il rapporto, i due poli sono il completo isolamento e la completa fusione dell'identità. L'individuo è in perpetua oscillazione fra questi estremi, entrambi ugualmente impossibili, e si trova, alla fine, a vivere non diversamente da quei giocattoli meccanici provvisti di un tropismo positivo che li spinge verso uno stimolo, fino a raggiungere un dato punto; al che un tropismo negativo, che hanno dentro, li dirige in senso opposto finché di nuovo il tropismo positivo non abbia ripreso il sopravvento, e così all'infinito
Ronald David Laing,, "L'io diviso"pag. 46 - 47

[Estratto su autonomia e dipendenza].
Un uomo che dice che gli uomini sono macchine può essere un grande scienziato, ma uno che dice di essere lui stesso una macchina è, nel gergo psichiatrico, 'spersonalizzato'.
Ronald David Laing





Dall'uomo all'uomo vero, il cammino passa attraverso l'uomo folle. 
Michel Foucault

"(...) Scopo fondamentale di questo primo studio, (...), è di rendere comprensibile la pazzia, e comprensibili i processi che ad essa conducono.

(...) Un altro scopo del libro è di descrivere alcune forme di follia col linguaggio di tutti i giorni, e in termini esistenziali: (...)”
[Prefazione dell’autore all’edizione originale, p. 13]

“(...) è possibilissimo capire gli psicotici. (...) la necessità di capire il loro contesto sociale, e particolarmente la distribuzione del potere nella loro famiglia: (...)

Freud ha detto che la nostra è una civiltà repressiva, (...)

La nostra civiltà non reprime soltanto gli "istinti" o la sessualità, ma anche ogni forma di trascendenza. Fra uomini a una dimensione non c'è da meravigliarsi se qualcuno, avendo esperienze insistenti di altre dimensioni e non potendo né rinnegarle né dimenticarle completamente, è disposto a correre il rischio di farsi distruggere dagli altri o di tradire ciò che conosce.

Nel contesto della follia che attualmente ci circonda, e che chiamiamo normalità, salute, libertà, tutti i nostri sistemi di riferimento sono destinati a restare ambigui ed equivoci. Un uomo che preferisce la morte al comunismo è normale; ma uno che dice di aver perduto la sua anima è matto. Un uomo che dice che gli uomini sono macchine può essere un grande scienziato; ma uno che dice di essere lui stesso una macchina è, nel gergo psichiatrico, "spersonalizzato". Un uomo che dice che i negri sono una razza inferiore può ottenere stima e rispetto; ma uno che dice che la bianchezza della sua pelle è una forma di cancro perde i diritti civili.

Una ricoverata,una ragazzina di 17 anni, mi disse una volta di essere in preda al terrore perché aveva dentro di sé la bomba atomica. Questo è un delirio: ma gli uomini di stato che vantano minacciosamente il possesso dell'arma finale sono di gran lunga più pericolosi e più estraniati dalla "realtà" di molti ai quali è stata applicata l'etichetta di "psicotico".

(...) Ecco perché voglio ripetere che il nostro stato "normale" e "ben adattato" non è, molto spesso, che una rinuncia all'estasi, un tradimento delle nostre più vere potenzialità; e che molti di noi riescono fin troppo bene a costruirsi un falso io, per adattarsi a false realtà.
Ma per ora basta. Questa è l'opera di un uomo giovane e vecchio al tempo stesso: oggi sono più vecchio, ma sono anche più giovane.

Londra, Settembre 1964"
[Prefazione dell’autore all’edizione Pelikan, p. 15]

R.D. Laing, L'io diviso. Studio di psichiatria  esistenziale, Einaudi
(Libro scritto da R.D. Laing all’età di 28 anni e pubblicato a 34 anni).



La mente umana è determinata da un programma che essa eseguirebbe senza conoscerlo?
...pensare secondo regole predefinite significa pensare come una macchina. Siamo allora macchine? ....o possiamo, in qualche modo, far deviare la mente fino a sganciarla da questi programmi? Possiamo immaginare un processo di pensiero che nessuna macchina di Turing sarebbe in grado di riprodurre? Ossia formulare altre regole, un modo di ragionare che sarebbe inaudito (come nessuno ne ha ancora immaginato uno), oppure provare che la mente umana è in grado di pensare senza eseguire alcuna regola meccanica e, in questo senso, liberamente?
Pierre Cassou, "I demoni di Goedel"





Ronald David Laing, Il dualismo rispetto al corpo.
La persona corporea possiede il senso di essere fatta di carne, di sangue e di ossa, e di essere biologicamente viva e reale e sostanziale; essendo completamente «dentro» il suo corpo, avrà anche il senso della sua continuità nel tempo. Si sentirà soggetta a tutti i pericoli cui va soggetto il suo corpo: lesioni, mutilazioni, malattie, decadimento e morte; e sarà suscettibile ai desideri, ai piaceri e alle frustrazioni del corpo. In tal modo l’individuo parte dall’esperienza del proprio corpo, ed è su questa base che diventa una persona come le altre.
Naturalmente, sebbene il suo essere non sia dissociato in due parti (se stesso come spirito e se stesso come corpo) questo individuo può trovarsi in molti modi diviso contro se stesso, e in un certo senso la sua condizione è più precaria di quella di un individuo diviso dal proprio corpo, giacché gli manca quel senso di immunità dal male fisico di cui talvolta quest’ ultimo sente di godere.
Per esempio, un paziente, che era stato ricoverato a due riprese per due lunghi episodi schizofrenici, una volta mi raccontò le reazioni che aveva avuto, in un periodo in cui stava bene, contro due uomini che l’avevano aggredito. Camminava di notte in un vicolo quando i due gli si fecero incontro, e lo colpirono con un manganello. Il colpo non era ben diretto e lo stordí solo per un momento; subito si riprese e, senza badare al dolore, passò al contrattacco; dopo una breve lotta gli aggressori fuggirono.
L’interesse sta nel modo con cui il paziente ha vissuto il fatto. La prima reazione fu di sorpresa; poi, mentre era ancora un po’ stordito, pensò che l’aggressione era stupida e inutile. Non aveva denaro con sé; i due non potevano prendergli niente. «Potevano solo picchiarmi, ma in realtà non potevano farmi niente». Voleva dire che nessun danno fatto al suo corpo avrebbe potuto fargli male ‹realmente›. In un certo senso, naturalmente, un atteggiamento simile può rappresentare il massimo della saggezza, come quando, per esempio, Socrate sostiene che nessun male può essere fatto all’uomo buono. Ma in questo caso il paziente era dissociato dal proprio corpo, e si trovava in condizioni di sentire molto meno paura della persona comune, perché non aveva niente da perdere che gli appartenesse veramente. D’altra parte, però, la sua vita era piena di ansie che la persona comune non conosce. Dal conto suo questa, completamente immersa com’è nei desideri, nei bisogni e nelle azioni del proprio corpo, è soggetta al senso di colpa e all’ansietà attinenti a tali bisogni, azioni e desideri; alle frustrazioni e ai piaceri del corpo; per lei esso non è un rifugio contro possibili autocondanne schiaccianti, né abitarlo è una garanzia contro la disperazione, o contro il senso della propria inutilità. Bisogna andare oltre al proprio corpo per sapere chi si è veramente; e di esso, del proprio corpo, si può avvertire il decadimento, la malattia, lo sfacelo. In breve l’io corporeo non è una fortezza inviolabile che difenda contro il deterioramento prodotto dai dubbi e dalle incertezze ontologiche: in se stesso non può garantire l’immunità dalla psicosi. E reciprocamente, una dissociazione nel modo di sentire il proprio essere, una divisione in una parte corporea e una incorporea, non è un indizio di psicosi latente, più di quanto una corporeità totale sia garanzia di salute mentale.
Tuttavia, per quanto non si possa dire che un individuo che abbia una genuina base nel proprio corpo sia necessariamente una persona per ogni verso unitaria, si può dire che possiede almeno un punto di partenza in direzione di tale integrità. Questo punto di partenza è condizione preliminare per tutta una serie di possibilità diverse da quelle che si aprono alla persona che vive se stessa in un dualismo rispetto al corpo.”
RONALD DAVID LAING (1927 – 1989), “L’io diviso. Studio di psichiatria esistenziale” (1959), prefazione di Mario Rossi Monti, trad. di David Mezzacapa, Einaudi, Torino 2010 (IV ed., I ed. 1969), Parte seconda, IV. ‘L’io corporeo e l’io incorporeo’, pp. 61 – 63.

“ The embodied person has a sense of being flesh and blood and bones, of being biologically alive and real: he knows himself to be substantial. To the extent that he is thoroughly «i n» his body, he is likely to have a sense of personal continuity in time. He will experience himself as subject to the dangers that threaten his body, the dangers of attack, mutilation, disease, decay, and death. He is implicated in bodily desire, and the gratifications and frustrations of the body. The individual thus has as his starting-point an experience of his body as a base from which he can be a person with other human beings.
However, although his being is not cleft into himself as 'mind' and himself as body, he can, nevertheless, be divided against himself in many ways. In some ways, his position is more precarious than that of the individual who is somewhat divorced from his body, since the first individual lacks that sense of being inviolate from physical harm sometimes felt by the partially embodied person.
For instance, a man who had been a mental hospital patient for two long periods with schizophrenic breakdowns told me of his reactions on being attacked in an alleyway at night, at a time when he was quite sane. As he walked along the alley two men approached him from the opposite direction. When they were level with him, one of them suddenly hit at him with a cosh. The blow was not accurately aimed and stunned him only momentarily. He staggered but recovered enough to turn round and attack his assailants although he himself was unarmed; after a brief scuffle they ran off.
What is interesting is this man's way of experiencing the incident. When he was struck his first reaction was of surprise; then, while he was still partially stunned, he thought how pointless it was for these men to hit him. He had no money on him. They could get nothing from him. 'They could only beat me up but they could not do me any real harm.' That is, any damage to his body could not really hurt him. There is a sense of course, in which such an attitude could be the height of wisdom when, for example, Socrates maintains
that no harm can possibly be done to a good man. In this case, 'he' and his 'body' were dissociated. In such a situation he felt much less afraid than the ordinary person, because from his position he had nothing to lose that essentially belonged to him. But, on the other hand, his life was full of anxieties that do not arise for the ordinary person. The embodied person, fully implicated in his body's desires, needs, and acts, is subject to the guilt and anxiety attendant on such desires, needs, and actions. He is subject to the body's frustrations as well as to its gratifications. Being in his body is no haven from possibly crushing self-condemnation. Being embodied as such is no insurance against feelings of hopelessness or meaninglessness. Beyond his body, he still has to know who he is. His body may come to be experienced as decayed, poisoned, dying. In short, the body-self is not an inviolable stronghold against the corrosion of ontological doubts and uncertainties: it is not in itself a bulwark against psychosis. Conversely, the split in the experience of one's own being into unembodied and embodied parts is no more an index of latent psychosis than is total embodiment any guarantee of sanity.
However, although it by no means follows that the individual genuinely based on his body is an otherwise unified and whole person, it does mean that he has a starting-point integral in this respect at least. Such a starting-point will be the precondition for a different hierarchy of possibilities from those open to the person who experiences himself in terms of a self-body dualism.”
RONALD DAVID LAING, “The Divided Self. An Existential Study in Sanity and Madness”, Penguin Books, London 1990 (I ed. Tavistock Publications, London 1959), Part Two, 4 ‘The embodied and unembodied self’, pp. 67 – 68.






Nel libro di Carlos Castaneda "Il fuoco dal profondo " si parla dei "pinches tiranos". 
In italiano sarebbero i "rompicoglioni". La classificazione che ne viene fatta é simpatica, spiritosa e sommamente realistica. Per il guerriero il rompipalle é un dono di Dio. Don Juan dice a Castaneda, che nel caso in cui il destino non te ne ponga di terribili di fronte, sarai costretto ad andarteli a cercare. [...]

Bellissimo tema quello della volontà.....C'é un bellissimo libro, per chi volesse approfondire l'argomento, dal titolo "Il crollo della mente bicamerale e l'origine della coscienza" che entra nei dettagli del funzionamento del cervello per spiegare, come citavi della Montalcini, che di cervelli ne abbiamo, almeno, due. Verrebbe da domandarsi, di conseguenza: anche due tipi di volontà?


Il "Pinche Tiraño".
Piccoli movimenti porterebbero a piccoli cambiamenti nella percezione, ma grandi movimenti porterebbero a cambiamenti radicali. E sono questi che un guerriero cerca.
Secondo Castaneda, il suo maestro don Juan gli aveva spiegato che, secondo gli antichi stregoni messicani, per ottenere questo "movimento" si ricorreva a varie tecniche. Una di queste, era sfruttare la dinamica (energetica) di certe "reazioni emotive" e comportamentali (arte dell'agguato).
Da qui l'adozione, o la "ricerca" (folle, per un "essere ordinario", ossia per colui che non sia un guerriero) di "andarseli proprio a cercare" i problemi, soprattutto di gente che ci renda "la vita impossibile"; don Juan li definisce "pinches tiraños", cioè tiranni meschini (per distinguerli dall'unico vero tiranno: il dio), e sarebbero vere benedizioni... solo per un guerriero che sappia quello che sta facendo e cercando.
Ironicamente è lo stesso don Juan (nel libro "il potere del silenzio") che giustifica la scelta di Castaneda come apprendista in quanto la presenza dello scrittore per lui rappresentava quanto di più fastidioso e irritante potesse esistere, dicendo anche di trarre da ciò energia per sé stesso ed il proprio viaggio.

Fermare il "Dialogo interno"
In tutto questo e altro, i "pinche tiranos" ma anche varie tecniche (agguato, sogno, intento) ed eventi imprevisti (eventualmente orditi dal maestro) ci aiuterebbero a raggiungere una delle mete supreme, la "spietatezza". Il "dialogo interiore" è una "chiave di volta" che mantiene l'assetto ordinario della mente e impedisce di "percepire" più liberamente il mondo conosciuto e l'ignoto. Il dialogo interiore è caratteristico della mente umana.


Ciò che si chiama ordinariamente un "fatto", non è la realtà come apparirebbe a una intuizione immediata, ma un adattamento del reale agli interessi della pratica ed alle esigenze della vita sociale.
Henri Bergson

La nostra esperienza è un prodotto, ottenuto secondo una formula, un insieme di regole che stabiliscono quali distinzioni fare: quando? Dove? Su che cosa? 
R. D. Laing









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