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giovedì 8 ottobre 2015

Il biologo austriaco Rupert Riedel suggeriva che le scienze naturali sono semicieche, hanno cioè una struttura teorica forte, ma un orizzonte inadeguato ai problemi della contemporaneità. Le scienze sociali sono invece semimute: abbracciano ampie prospettive, ma non hanno sviluppato un sufficiente rigore metodologico. In altre parole, l’uomo deve ridurre la frammentazione dei saperi facendoli dialogare costantemente: Dante con la teoria della relatività, Goethe con la fisica quantistica, Shakespeare con la termodinamica, Kant con il Dna. I saperi non vanno mai soli: scienziati e umanisti devono parlarsi sempre di più. Ma succede assai raramente, e quando avviene si pretende di ridurre tutto a un calcolo



“Il biologo austriaco Rupert Riedel suggeriva che le scienze naturali sono semicieche, hanno cioè una struttura teorica forte, ma un orizzonte inadeguato ai problemi della contemporaneità. Le scienze sociali sono invece semimute: abbracciano ampie prospettive, ma non hanno sviluppato un sufficiente rigore metodologico. In altre parole, l’uomo deve ridurre la frammentazione dei saperi facendoli dialogare costantemente: Dante con la teoria della relatività, Goethe con la fisica quantistica, Shakespeare con la termodinamica, Kant con il Dna. I saperi non vanno mai soli: scienziati e umanisti devono parlarsi sempre di più. Ma succede assai raramente, e quando avviene si pretende di ridurre tutto a un calcolo”.
Andrea Segre, Economia a colori, Einaudi, Torino.




Sono convinta che la frammentazione sempre più minuziosa delle scienze sia un autogol inconsapevole (?) che, la scienza stessa, chiama specializzazione.


venerdì 16 maggio 2014

L'Umanesimo è il periodo in cui un nutrito gruppo di studiosi dimostrarono quanto può la mente umana, di contro a oggi in cui si insiste a 'specializzare' i ragazzi. Certo si acquista in perfezione dei dettagli, ma è dal mescolare vari campi che nascono nuovo idee o nuove soluzioni




L'Umanesimo è il periodo in cui un nutrito gruppo di studiosi dimostrarono quanto può la mente umana, di contro a oggi in cui si insiste a 'specializzare' i ragazzi. Certo si acquista in perfezione dei dettagli, ma è dal mescolare vari campi che nascono nuovo idee o nuove soluzioni


Un altro esempio di Umanista-Matematico:
Federico Commandino (Urbino 1509 -1575). Allora Urbino era la principale sede del cosiddetto “umanesimo matematico”: la Matematica si incrocia con la simbologia, con le forme e i volumi architettonici, con le armonie celesti dell’astronomia e dell’astrologia.
Merito di Federico Commandino fu quello di aver portato alla luce e alla conoscenza gli scritti di Apollonio, di Archimede, di Pappo, di Eutocio, di Tolomeo e di molti altri.

L'opera più significativa è la traduzione degli Elementi di Euclide, prima in latino poi in volgare, integrata da prefazioni e spiegazioni perchè la matematica doveva -a suo dire- essere compresa da tutti, senza per questo venire svalutata.



venerdì 25 aprile 2014

Arthur Schnitzler. La mia formazione medica mi ha aiutato a capire il problema del comportamento umano. Nei miei lavori teatrali ho anticipato la teoria freudiana del sogno. Ciò non deve sembrare strano. Ogni lavoro teatrale è prodotto nella psiche del drammaturgo prima di essere rappresentato in teatro. Un lavoro teatrale è un colloquio del drammaturgo con se stesso. Rappresentando dei conflitti sulla scena il drammaturgo combatte con la sua anima [...]. Per alcuni aspetti io costituisco un «doppio» del dottor Freud. Lo stesso Freud mi ha definito una volta un suo gemello psichico. Nella letteratura io percorro la stessa strada su cui Freud avanza con temerarietà sorprendente nella scienza. Entrambi, il poeta e lo psicoanalista, guardano attraverso le finestre dell’anima. Leibniz ha sostenuto che l’anima non ha «finestre». Freud ha dimostrato il contrario.

La mia formazione medica mi ha aiutato a capire il problema del comportamento umano.
Nei miei lavori teatrali ho anticipato la teoria freudiana del sogno. Ciò non deve sembrare strano. Ogni lavoro teatrale è prodotto nella psiche del drammaturgo prima di essere rappresentato in teatro. Un lavoro teatrale è un colloquio del drammaturgo con se stessoRappresentando dei conflitti sulla scena il drammaturgo combatte con la sua anima [...]. Per alcuni aspetti io costituisco un «doppio» del dottor Freud. Lo stesso Freud mi ha definito una volta un suo gemello psichico. Nella letteratura io percorro la stessa strada su cui Freud avanza con temerarietà sorprendente nella scienza. Entrambi, il poeta e lo psicoanalista, guardano attraverso le finestre dell’anima. Leibniz ha sostenuto che l’anima non ha «finestre». Freud ha dimostrato il contrario.
Arthur Schnitzler. Sulla psicoanalisi


Lettera ad Arthur Schnitzler-Vienna, 8 maggio 1906:
"Stimato dottore, da moti anni sono consapevole della vasta coincidenza che sussiste tra le Sue e le mie interpretazioni di parecchi problemi psicologici ed erotici, e poco tempo fa ho avuto il coraggio di sottolinearla espressamente (Frammento di un'analisi d'isteria, 1905). Spesse volte mi sono chiesto con meraviglia, dove Lei potesse attingere questa o quella segreta conoscenza che io ho acquistato con faticosa indagine dell'oggetto, e infine sono giunto al risultato di invidiare il poeta, che altrimenti ammiro. Ora può immaginare quanta gioia mi hanno dato e quanta mi hanno commosso le righe nelle quali anche Ella mi dice di aver attinto stimolo dai miei scritti. Quasi mi sento amareggiato di aver dovuto arrivare a cinquant'anni per sentirmi dire una cosa così onorevole. Con grande stima, Suo devoto Dr. Freud ".

Sempre Freud a Schnitzler (Vienna,14 maggio 1922):
 [...] Penso di averLa sempre evitata per una specie di -timore del sosia-.



"Credo alla tua saggezza solo se viene dal cuore, credo alla tua bontà solo se viene dalla ragione."
Arthur Schnitzler (Vienna, 15 maggio 1862 – Vienna, 21 ottobre 1931) è stato uno scrittore, drammaturgo e medico austriaco.


"Ah, non capiamo la morte, non la capiremo mai, e ogni essere è in realtà solo allora morto, quando sono morti anche tutti quelli che lo hanno conosciuto." (pag.143).
Sono otto racconti, più o meno lunghi, più o meno riusciti, scritti in gioventù.
Arthur Schnitzler (1862-1931), I morti tacciono



Sì, il passo si riferisce alla conoscenza diretta, almeno io ho capito così. E del resto andiamoci piano a parlare di immortalità, non darei per scontato che il genere umano non si estingua in un modo o nell'altro.



È conosciuto soprattutto per aver messo a punto un artificio narrativo conosciuto come monologo interiore al quale fece spesso ricorso nelle sue opere per descrivere lo svolgersi dei pensieri dei suoi personaggi.

Schnitzler nasce da famiglia ebraica a Vienna, dove frequenta le scuole superiori dal 1871 al 1879. Successivamente si iscrive alla facoltà di medicina e consegue la laurea nel 1885. Già durante gli studi universitari emerge la sua inclinazione letteraria, ma la sua prima opera è del 1888: l'atto unico L'avventura della sua vita. In essa compare per la prima volta il personaggio di Anatol che darà il nome ad un ciclo di atti unici.

Alla morte del padre, nel 1893, lascia l'impiego ospedaliero e apre uno studio medico privato. Nel 1895 viene rappresentato al Burgtheater di Vienna, Amoretto che dà subito notorietà e successo all'autore. Nel 1900 pubblica Il sottotenente Gustl che provoca la sua radiazione da tenente medico dell'esercito, a seguito della impietosa rappresentazione della vita militare fatta nel romanzo.

Nel 1902 nasce il figlio Heinrich, avuto dalla cantante Olga Gussmann, con cui si sposa nel 1903. Nello stesso anno va in scena a Monaco di Baviera Girotondo, scritto tre anni prima e mai pubblicato, provocando un notevole scandalo per il presunto cinismo con cui vengono rappresentati i rapporti tra cinque uomini e altrettante donne che sono uniti da un filo comune. Il testo teatrale viene pubblicato dopo pochi mesi dalla rappresentazione, riportando un successo di vendite strepitoso. Girotondo è tuttora un lavoro molto rappresentato.
Nel 1905 debutta Intermezzo con cui otterrà il Premio Grillparzer per la commedia. Nel 1909 nasce la figlia Lili. Nel 1913 pubblica Beate e suo figlio. L'anno successivo esce un film tratto dalla commedia Amoretto, con sceneggiatura dell'autore. È l'inizio di un filone di opere cinematografiche basate, più o meno strettamente, sull'opera di Schnitzler che arriva fino ai giorni nostri con Eyes Wide Shut (1999) di Stanley Kubrick versione cinematografica di Doppio sogno.
Nel 1917 pubblica Il dottor Gräsler medico termale e nel 1918 Il ritorno di Casanova. Schnitzler era molto attratto dalla vita dell'avventuriero veneziano e ne fece il protagonista di opere di pura invenzione che riuscivano però a rendere con grande precisione introspettiva il carattere del personaggio. Nel 1924 pubblica La signorina Else. Tra il 1925 e il 1926 esce, pubblicato su una rivista, Doppio sogno.
Il 26 luglio del 1928 la figlia Lili si suicida. È un atto inspiegabile e per il padre un durissimo colpo dal quale non si riprenderà più.
Tre anni dopo Schnitzler muore, a Vienna, per un ictus.




Fuga nelle tenebre è un'avvincente descrizione di come nasce e si sviluppa un delirio.






mercoledì 29 gennaio 2014

Zagrebelsky. La felicità della cultura. E se davvero ci fossimo ridotti come FUNES “EL MEMORIOSO”, CHE RICORDAVA TUTTO MA NON CAPIVA NIENTE? Il sospetto è avanzato dal nuovo saggio di Gustavo Zagrebelsky, Fondata sulla cultura, che SCEGLIE IL PERSONAGGIO DI BORGES COME EMBLEMATICO DELLE DISSENNATEZZE PRESENTI (Einaudi, pagg. 110, euro 10). CAPACE DI RICORDARE OGNI DETTAGLIO, ANCHE IL PIÙ INSIGNIFICANTE, FUNES PERÒ NON SA PENSARE. LE IDEE GENERALI GLI SFUGGONO. NELLA SUA MENTE SOVRACCARICA DI ELEMENTI INFINITESIMALI, NON C’È SPAZIO PER CONCETTI COMPIUTI. E CHE C’ENTRIAMO NOI CON QUESTO PRODIGIOSO MATTO, CHE «SAPEVA LE FORME DELLE NUBI ASTRALI DELL’ALBA DEL 30 APRILE 1882 E POTEVA CONFRONTARLE NEL RICORDO CON LA COPERTINA MARMORIZZATA D’UN LIBRO VISTO UNA SOLA VOLTA»? C’entriamo eccome, ci dice Zagrebelsky. QUESTA È LA CONDIZIONE IN CUI CI CONDUCE IL SAPERE IPERSPECIALIZZATO, SUDDIVISO IN COMPETENZE DIFFERENZIATE E SEMPRE PIÙ PICCOLE, E SOPRATTUTTO SPROVVISTE DI UNA CORNICE COMUNE. E A QUESTO CI COSTRINGE ANCHE UNA POLITICA INCAPACE DI UNO SGUARDO GENERALE, UNA POLITICA CHE RISPONDE ALLA DISGREGAZIONE SOCIALE PERSEGUENDO L’INTERESSE DI OGNI MINIMA CATEGORIA E RINUNCIANDO A UN QUADRO D’INSIEME. «Le ideologie», scrive lo studioso, «sembrano cose d’altri tempi. Crediamo che ciò sia perché hanno dato cattiva prova di sé, nel secolo scorso. Forse, invece, è perché STENTIAMO A RAFFIGURARE LA STRAORDINARIA FRAMMENTAZIONE SOCIALE IN QUALCHE IDEA COMPLESSIVA». Una singolare forma di miopia colpisce il nostro sguardo, che è poi LA MALATTIA DEL “MEMORIOSO”. LA VISTA DIVENTA «ACUTA, ACUTISSIMA SUI PARTICOLARI», MA «CIECA DI FRONTE A CIÒ CHE LI DOVREBBE TENERE INSIEME, CIOÈ A CIÒ CHE È GENERALE».





"Una singolare forma di miopia colpisce il nostro sguardo, che è poi la malattia del “memorioso”. La vista diventa «acuta, acutissima sui particolari», ma «cieca di fronte a ciò che li dovrebbe tenere insieme, cioè a ciò che è generale»."



è quando manca un pensiero proprio che "il male" può diventare persino "banale" (Arendt). 
Ma quanti sono gli omologati, i cloni... quelli che non si sono mai staccati dai propri padri (intendo quei maestri di riferimento) e ne riproducono, come in una moviola, i motivi e spesso senza neanche averli, almeno, elaborati (come motivi comuni, identificazioni...)?


Gustavo Zagrebelsky. La felicità della cultura.
E se davvero ci fossimo ridotti come FUNES “EL MEMORIOSO”, CHE RICORDAVA TUTTO MA NON CAPIVA NIENTE? Il sospetto è avanzato dal nuovo saggio di Gustavo Zagrebelsky, Fondata sulla cultura, che SCEGLIE IL PERSONAGGIO DI BORGES COME EMBLEMATICO DELLE DISSENNATEZZE PRESENTI (Einaudi, pagg. 110, euro 10). CAPACE DI RICORDARE OGNI DETTAGLIO, ANCHE IL PIÙ INSIGNIFICANTE, FUNES PERÒ NON SA PENSARE. LE IDEE GENERALI GLI SFUGGONO. NELLA SUA MENTE SOVRACCARICA DI ELEMENTI INFINITESIMALI, NON C’È SPAZIO PER CONCETTI COMPIUTI. E CHE C’ENTRIAMO NOI CON QUESTO PRODIGIOSO MATTO, CHE «SAPEVA LE FORME DELLE NUBI ASTRALI DELL’ALBA DEL 30 APRILE 1882 E POTEVA CONFRONTARLE NEL RICORDO CON LA COPERTINA MARMORIZZATA D’UN LIBRO VISTO UNA SOLA VOLTA»?
C’entriamo eccome, ci dice Zagrebelsky. QUESTA È LA CONDIZIONE IN CUI CI CONDUCE IL SAPERE IPERSPECIALIZZATO, SUDDIVISO IN COMPETENZE DIFFERENZIATE E SEMPRE PIÙ PICCOLE, E SOPRATTUTTO SPROVVISTE DI UNA CORNICE COMUNE. E A QUESTO CI COSTRINGE ANCHE UNA POLITICA INCAPACE DI UNO SGUARDO GENERALE, UNA POLITICA CHE RISPONDE ALLA DISGREGAZIONE SOCIALE PERSEGUENDO L’INTERESSE DI OGNI MINIMA CATEGORIA E RINUNCIANDO A UN QUADRO D’INSIEME. «Le ideologie», scrive lo studioso, «sembrano cose d’altri tempi. Crediamo che ciò sia perché hanno dato cattiva prova di sé, nel secolo scorso. Forse, invece, è perché STENTIAMO A RAFFIGURARE LA STRAORDINARIA FRAMMENTAZIONE SOCIALE IN QUALCHE IDEA COMPLESSIVA».
Una singolare forma di miopia colpisce il nostro sguardo, che è poi LA MALATTIA DEL “MEMORIOSO”. LA VISTA DIVENTA «ACUTA, ACUTISSIMA SUI PARTICOLARI», MA «CIECA DI FRONTE A CIÒ CHE LI DOVREBBE TENERE INSIEME, CIOÈ A CIÒ CHE È GENERALE». Da qui la missione che investe tutti, a partire dagli intellettuali di professione: RESTITUIRE LA VISTA ALLA POLITICA. E RESTITUIRE ALLA CULTURA LA SUA FUNZIONE ORIGINARIA, OSSIA FUNGERE DA COLLANTE DI UNA SOCIETÀ. Una funzione ribadita anche dalla carta costituzionale, nell’articolo 33, formulato per difenderne l’autonomia dal potere e dal mercato.
Quella del RAPPORTO TRA POLITICA E CULTURA è una lunga e travagliata storia, che è andata esaurendosi in Italia tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. UN DIVORZIO PROGRESSIVO CHE HA IMPOVERITO LA POLITICA, SCHIACCIATA SUL “GIORNO PER GIORNO”. E ha messo ai margini la figura del maître à penser, caricaturizzata dallo ZEITGEIST contemporaneo in pallone gonfiato o in accademico polveroso, incapace di misurarsi con la cultura di massa. Un nome, quello di INTELLETTUALE, che oggi è perfino imbarazzante pronunciare, scrive Zagrebelsky. Ma NON È SUA PREOCCUPAZIONE RIABILITARE LA CATEGORIA, COPROTAGONISTA NON CERTO INNOCENTE DEL GRADUALE DECADIMENTO. Ciò che sembra stargli più a cuore è “la felicità delle idee”, senza le quali non esiste la libertà dal senso comune e dal conformismo. FONDATA SULLA CULTURA può essere letto anche come un trattato sul piacere delle idee, in un’epoca che sembra farne volentieri a meno. E sulla gioia della conoscenza, in un paese che non ci crede più.
Le idee celebrate da Zagrebelsky non sono però “beni in commercio”. Non si traducono in valore economico. E non sono un fattore produttivo. Qui la sua analisi si distingue dalla nutrita saggistica che combatte l’INFELICE SLOGAN DELLA DESTRA “CON LA CULTURA NON SI MANGIA”. Con la cultura certo si mangia, ma non è questo che interessa a Zagrebelsky. Anzi, VIENE DENUNCIATA L’OSSESSIONE ECONOMICISTICA con cui oggi, in ogni luogo della geografia culturale, anche a sinistra, si soppesano invenzione e creatività. «IL FINE È SEMPRE E SOLO ECONOMICO: LE IDEE SONO STRUMENTALI ALLA FELICITÀ E AL BENESSERE CHE QUESTA IDEOLOGIA CONTINUA A COLLOCARE NELL’ECONOMIA DELLA RICCHEZZA DI BENI MATERIALI». Ne consegue che un’idea incapace di produrre innovazione nel mercato delle merci – ma SOLO CONSAPEVOLEZZA O ARRICCHIMENTO SPIRITUALE – DI PER SÉ NON VALE NIENTE. Mentre, PROPRIO SULLA BASE DELLA VIVACITÀ DELLE IDEE, POTREMMO STABILIRE CLASSIFICHE DELLA FELICITÀ: sia per le vite dei singoli, sia per ciascuna collettività.
Pur nella forma del trattato classico – e della riflessione intellettuale – il libro di Zagrebelsky parla dell’attualità. Delle IDEE CHE SONO DI PER SÉ “DIVISIVE” – categoria bandita nella stagione delle larghe intese – e dei GOVERNI TECNICI, CHE COME GLI IDRAULICI POSSONO AL PIÙ RIPARARE IL DANNO MA NON CERTO INCIDERE SUL CAMBIAMENTO. Degli intellettuali di servizio – al potere, al mercato, ma soprattutto alle personali carriere – e di quelli scettici che tutto comprendono e tutto giustificano, abilissimi nel destreggiarsi tra i vari poteri. Di quelli apocalittici, in attesa del messia (che non arriva mai, e se arriva sono dolori), e degli ETERNI CONSENZIENTI, PER PAURA DI RESTARE ESCLUSI DAL “CERCHIO FORMIDABILE” DI CUI PARLAVA TOCQUEVILLE. Una ricca FENOMENOLOGIA DELL’INTELLETTUALE SMARRITO che resta quasi sempre innominata, ma non è difficile riconoscervi i vari personaggi del teatrino pubblico.
Ora però si pone il PROBLEMA: COME RESTITUIRE INTEGRITÀ ALLA FUNZIONE CULTURALE? Qui Zagrebelsky introduce la categoria del “tempo”. «SE LA CHAT E I SUOI FRATELLI APPARTENGONO AL MONDO DELL’ISTANTANEITÀ, I LIBRI RICHIEDONO DURATA». DA UNA PARTE LA COMUNICAZIONE, DALL’ALTRA LA FORMAZIONE. «LA COMUNICAZIONE VIVE NELL’ISTANTE, LA FORMAZIONE SI ALIMENTA NEL TEMPO». NON UNA CONTRAPPOSIZIONE, MA UNA NECESSARIA INTEGRAZIONE. «NON SI COSTRUISCE SOMMANDO ISTANTI ISOLATI, MA COLLEGANDOLI IN UN SENSO CHE CREA COMUNANZA. IL COLLEGAMENTO È COMPITO DELLA CULTURA».
E chi l’ha detto che sia un compito facile? «Io voglio che il mio lettore», scrive Petrarca, «pensi solo a me, e non stia a pensare alle nozze della figlia, alla notte che ha passato con l’amante, alle trame dei suoi nemici, alla causa in tribunale, alla terra e ai soldi». No, IL LETTORE DEVE CONCENTRARSI SUL TESTO, PERCHÉ «NON VOGLIO S’IMPADRONISCA SENZA FATICA DI CIÒ CHE NON SENZA FATICA IO HO SCRITTO». Il monito di Petrarca, fatto proprio da Zagrebelsky, vale ancora oggi. Soprattutto oggi. COSTANZA E DEDIZIONE. TEMPO E DURATA. L’UNICO MODO – CI AVVERTE L’AUTORE – PER SALVARCI DALLA SINDROME DI FUNES, CHE PENSAVA DI SAPER TUTTO MENTRE ERA SOLO UN DEMENTE.

Simonetta Fiori. la Repubblica. 28 gennaio 2014

http://www.libertaegiustizia.it/2014/01/28/la-felicita-della-cultura/

venerdì 23 agosto 2013

Dov'è il nostro io? «nel nome?» suggerisce il vecchio lama che presiede su due lunghe file di tavolini dietro i quali, seduti per terra, stanno gli studenti. No, perché il nome può cambiare senza che l'io cambi. Eppure quante persone si identificano col proprio nome! Ma è chiaro che l'io non può essere «Nel corpo?» insiste il lama mettendosi, divertito, a mimare i tanti modi con cui i vari popoli, dicendo «io» indicano una parte diversa del proprio corpo.



Dov'è il nostro io? «nel nome?» suggerisce il vecchio lama che presiede su due lunghe file di tavolini dietro i quali, seduti per terra, stanno gli studenti. No, perché il nome può cambiare senza che l'io cambi. Eppure quante persone si identificano col proprio nome! Ma è chiaro che l'io non può essere «Nel corpo?» insiste il lama mettendosi, divertito, a mimare i tanti modi con cui i vari popoli, dicendo «io» indicano una parte diversa del proprio corpo. Gli studenti ascoltano, alcuni intervengono. La discussione va avanti per un po'. Poi il lama, dal tavolinetto dietro il quale siede, tira fuori una rosa. «Questo è un fiore» e così dicendo ne stacca un petalo. «E questo, è un fiore? No! Questo è un petalo... E questo?» chiede retoricamente, indicando di nuovo la rosa. «Questo è un fiore ». Stacca ancora un petalo, poi ancora uno, poi un altro ancora, sempre chiedendo «E questo cos'è?» Alla fine, sul tavolino c'è un mucchietto di petali e nella mano del monaco il gambo spoglio della rosa. Il vecchio monaco lo mostra a giro e chiede: «E questo è un fiore? No. Questo non è più un fiore... Bene lo stesso vale per una mano» dice, alzando la sua mano sinistra in aria.
«Se cominciassi a staccarmi un dito e poi un altro e un altro ancora, nessuna di quelle dita sarebbe la mia mano. Allora? E' esattamente così con tutto il nostro corpo. Non siamo anche noi fatti di tanti pezzi, ognuno dei quali però non è veramente noi?»
RACCONTO INDIANO

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mercoledì 26 giugno 2013

Il problema organizzativo nasce dalla divisione del lavoro e dalla specializzazione che pongono un'esigenza di coordinamento tra individui e tra aggregati di individui. Tra le discipline, una certa supremazia è stata conquistata dalla SOCIOLOGIA, che è generalmente accreditata di una teoria dell'organizzazione


Il problema organizzativo nasce dalla divisione del lavoro e dalla specializzazione che pongono un'esigenza di coordinamento tra individui e tra aggregati di individui. Tra le discipline, una certa supremazia è stata conquistata dalla SOCIOLOGIA, che è generalmente accreditata di una teoria dell'organizzazione.

Costa, Nacamulli, Swedberg

dipinto di Francois Millet

domenica 13 gennaio 2013

Arnold Gehlen. L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo.



Arnold Gehlen. L’esonero dalla pressione degli stimoli.
Il piccolo umano è aperto in alta misura agli stimoli, perché il mondo percettivo dell’uomo non si restringe, come quello animale, a pochi contenuti selezionati e istintualmente rilevanti. Se dunque ci troviamo di fronte a una marea di impressioni non delimitata da opportunità biologiche – quale è consona a un essere non specializzato, - ci troviamo anche di fronte al conseguente ‘compito’ di padroneggiarla; al compito cioè di un’attività nei confronti del mondo che s’impone attraverso i nostri sensi. Questa consiste di tante attività comunicative ed esaustive, ‘prive’ di un diretto valore di soddisfacimento istintuale, il risultato delle quali è da definirsi «esperienza». Ciò accade in azioni sensomotorie […]. I contenuti dell’illimitatamente aperta sfera mondana sono affrontati in un vivo rapporto di comunicazione che coinvolge tutti i sensi dell’uomo e si esplica in riavvertiti movimenti non suscitati da bisogni. Se definiamo «comunicative» queste azioni, ciò significa che in esse non tanto si profila l’utile vitale, quanto invece la vitalità del rapporto con tali contenuti, la fecondità e il continuo arricchirsi del «potere» e del poter disporre, l’«esonero», cioè l’affrancamento dalla pressione di stimoli interni e esterni, allo stesso modo che solo nel «trasferirsi» in un’altra cosa, proprio di ogni comunicazione, si dischiudono il mondo dei fatti e la ricchezza delle cose; i quali altresí si dischiudono in quelle azioni che continuamente aumentano, sviluppano e mettono in luce questa ricchezza. ‘Oggettività’ significa questo: porre in valore le cose in un rapporto scevro da bisogni.
ARNOLD GEHLEN (1904 - 1976), “L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo”(1978), introd. di Karl-Siegbert Rehberg, trad. di Carlo Mainoldi, Feltrinelli, Milano 1983, Parte seconda ‘Percezione, movimento, linguaggio’, 26. ‘Ricapitolazione dei fondamenti del linguaggio’, p. 275.


“Das mennchlische Kind ist in hohem Grade reizoffen, weil die Wahrnehmungswelt des Menschen nicht wie die tierische auf wenige ausgelesene, triebwichtige Inhalte eingeengt ist. Haben wir also eine solche biologisch-zweckmäßig nicht eingegrenzte Eindrucksüberflutung, wie sie einem nichtspezialisierten Wesen entspricht, so haben wir auch die daraus folgende ‘Aufgabe’ einer Bewältigung derselben, d. h. einer akiven Tätigkeit gegenüber der sinnlich andringenden Welt. Diese besteht in kommunikativen und erledigenden Tätigkeiten ‘ohne’ unmittelbaren Triebbefriedigungswert, deren Resultat «Erfahrung» genannt warden muß . Es gibt einen von uns nachgezeichneten Aufbau sensomorischer Aktionen, in denen dies geschieht; in selbstempfundenen, bedürfnislosen Bewegungen erfolgt eine lebendig umgehende, über alla Sinne des Menschen sich erstreckende Auseinandersetzung mit den Inhalten der unbegrenzt offenen Weltsphäre. wenn diese Aktionen «kommunikativ» genannt warden, so bedeutet dies vor allem: nicht der vitale Nutzen, sondern die Lebendigkeit des Umgangs, die Fruchtbarkeit stets neu bereicherten Könnens und Verfügenkönnens, die «Entlastung» vom inneren und äußeren Reizdruck erscheinen darin ebenso, wie das in jeder Kommunikation steckende «Sichversetzen» inein anderes erst di Welt der Tatsachen und die Fülle der Dinge aufschlie t auch noch in Handlungen, die diese Fülle immerfort vermehren, entwickeln und erscheinen lassen. ‘Objektivität ‘ ist diese Seite, die Dinge im bedürfnislosen Umgang zur Geltung kommen zu lassen.”
ARNOLD GEHLEN, “Der Mensch. Seine Natur und seine Stellug in der Welt” (Akademische Verlagsgesellschaft Athenaion, Wiesbaden 1978), in ID., “Gesmtausgabe”, Herausgegeben von Karl-Siegbert Rehberg, Bd. 3., Vittorio Klostermann, Frankfurt am Main, Teilband 1, II. Teil. ‘Wahrnehmung, Bewegung, Sprache’, 26. ‘Wiederholung der Sprachgrundlage’, S. 276 - 277.

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