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venerdì 11 luglio 2014

Quei cosiddetti socialisti che non intendono come le istituzioni rappresentative dello stato borghese: Parlamenti, consigli comunali e provinciali, non possono essere le rappresentanze di uno Stato proletario, non intendono nulla del contenuto centrale del marxismo: la critica della democrazia. Non intendono come il principio fondamentale democratico di dare eguale diritto elettorale politico a cittadini di tutte le classi sia nato colla borghesia e debba morire con essa, in quanto il suo funzionamento equivale alla garanzia che il potere resti nelle mani della classe capitalistica. Non vogliamo ripetere gli argomenti teorici di questa dimostrazione, ma solo ricordare che l'attuale convulsionario periodo nel quale sono germinati governi di ogni specie non solo non v'è esempio di un governo socialista su base democratica parlamentare che assolva la funzione di demolizione dei privilegi borghesi, ma quei governi di tal natura che esistono in alcuni paesi sono i più feroci complici della borghesia interna ed estera ed esercitano la reazione antirivoluzionaria peggiore.

GLI ISTITUTI DELLO STATO PROLETARIO E LA CRITICA DELLA DEMOCRAZIA BORGHESE (BORDIGA)

"Quei cosiddetti socialisti che non intendono come le istituzioni rappresentative dello stato borghese: Parlamenti, consigli comunali e provinciali, non possono essere le rappresentanze di uno Stato proletario, non intendono nulla del contenuto centrale del marxismo: la critica della democrazia. Non intendono come il principio fondamentale democratico di dare eguale diritto elettorale politico a cittadini di tutte le classi sia nato colla borghesia e debba morire con essa, in quanto il suo funzionamento equivale alla garanzia che il potere resti nelle mani della classe capitalistica. Non vogliamo ripetere gli argomenti teorici di questa dimostrazione, ma solo ricordare che l'attuale convulsionario periodo nel quale sono germinati governi di ogni specie non solo non v'è esempio di un governo socialista su base democratica parlamentare che assolva la funzione di demolizione dei privilegi borghesi, ma quei governi di tal natura che esistono in alcuni paesi sono i più feroci complici della borghesia interna ed estera ed esercitano la reazione antirivoluzionaria peggiore.

Lo Stato proletario appunto in quanto tende non a conservare stabilmente i rapporti di oppressione e di sfruttamento di una classe su l'altra, ma fa pesare sulla borghesia la volontà organizzata del proletariato allo scopo di sopprimerla col più rapido processo possibile e dar luogo alla società senza classi, deve fin dal primo momento negare alla borghesia, le cui funzioni economiche non può istantaneamente sopprimere, ogni forma di diritto ad attività politica. La storia ha dimostrato che l'unica forma possibile di potere proletario è quella che ha per organi di rappresentanza non i Parlamenti ed altri istituti democratici, ma i consigli eletti solo dai membri della classe proletaria. A una simile forma di potere, alla dittatura proletaria, non si arriva attraverso la democrazia, ma attraverso la demolizione di essa.

Ecco un punto fondamentale di dissenso tra i comunisti e i socialdemocratici, che pensano di andare al potere nei Parlamenti e coi Parlamenti. La diversità, l'antitesi, strettissimamente connessa col modo di considerare la macchina esecutiva dello Stato borghese. Infatti, qualunque trapasso parlamentare di potere, anche se fosse accompagnato da esteriori mutamenti di certe forme costituzionali, si risolverebbe nel cambiare i ministri, cioè in fondo coloro che meno influiscono sulla routine del funzionamento di tutto l'apparato statale. Mentre i comunisti si propongono di costituire una nuova macchina di potere le cui funzioni rispetto a quella borghese siano perfettamente capovolte, i socialdemocratici presentano al proletariato la possibilità di prendere la macchina attuale con procedimento parlamentare, ossia pacifico e legalitario, e servirsene per i fini rivoluzionari della espropriazione della borghesia."
Amadeo Bordiga



mercoledì 19 febbraio 2014

Stefano Rodotà. Il degrado del Linguaggio. si è consumato in Italia un divorzio tra civiltà, cultura e politica. La lista delle sconfitte della politica continua con un aspetto sottovalutato della legge elettorale, che riguarda la rappresentanza. Siamo di fronte ad una "Serrata del Maggior Consiglio", simile a quella che si ebbe nel 1297 a Venezia, quando si riservò ai soli membri delle vecchie famiglie l'elezione del Doge. Con l'argomento della lotta ai partitini, si cuce una legge elettorale su misura dei partiti esistenti, con qualche mancia per i possibili alleati (norma salva Lega, candidature multiple per Alfano, vantaggi al "miglior perdente" delle coalizioni). Alle ultime elezioni i votanti furono trentaquattro milioni. Poiché si prevede una soglia dell'8%, rimarrebbero fuori dal Parlamento anche partiti votati da più di due milioni di persone. Le dinamiche politiche sarebbero bloccate e la rappresentatività del Parlamento pregiudicata.

IL DEGRADO DEL LINGUAGGIO.
La politica italiana è precipitata in un vuoto dove ha perduto capacità di comprendere la società, dando spazio alla sfiducia dei cittadini e alla conversione della politica in protesta.   
di Stefano Rodotà - 11 febbraio 2014

“Il governo del denaro organizzato è pericoloso esattamente come quello del crimine organizzato". 
Franklin Delano Roosevelt 

Sfogo irrazionale di un esagitato? No, parole pronunciate nel 1936 da Franklin Delano Roosevelt a conclusione della sua campagna elettorale. 

Parole nette, come si conviene ad una politica consapevole del modo in cui devono essere affrontate le grandi questioni. Sottraendosi alla subordinazione all'economia e ritenendo fondamentale il rispetto della legalità. Forse dalla politica italiana doveva venire un segnale altrettanto forte dopo il rapporto della Commissione europea che ci attribuisce il 50% della corruzione nei paesi dell'Unione. E invece si è gridato al complotto, si è fatta qualche variazione sui criteri che hanno portato a quella conclusione, mentre era una buona occasione per riflettere sul fatto che la corruzione italiana non è misurabile solo in termini quantitativi, ma deve esserlo soprattutto in termini qualitativi.

Se nell'Ottocento si denunciava il "mostruoso connubio" tra politica e amministrazione, oggi i connubi si sono moltiplicati  -  tra politica e affari, tra politica e criminalità, tra affari e criminalità  -  e questo dovrebbe essere tema prioritario. Questo non avviene perché la politica italiana è precipitata in un vuoto dove ha perduto capacità di comprendere la società, dando spazio alla sfiducia dei cittadini e alla conversione della politica in protesta. Una vera sconfitta, della quale abbiamo potuto misurare l'ampiezza in occasione della conversione del decreto su Imu e Banca d'Italia, quando è divenuta evidente l'incapacità di gestire situazioni difficili, ma non certo drammatiche. 

Si alzavano i toni, si abbassava la capacità di comprensione e di azione razionale. 
Né il Governo, né la maggioranza parlamentare e i partiti hanno voluto prendere atto di un elementare dato di realtà: si era di fronte ad un decreto del tutto disomogeneo, al di fuori del binario costituzionale. E, invece di spegnere una così pericolosa miccia, ci si è abbandonati a dissennate prove muscolari, alimentando un indegno spettacolo mediatico. 

Così la conversione di un decreto legge è divenuta obbligo costituzionale; l'ostruzionismo sempre legittimo in democrazia si è trasformato in blocco fisico del lavoro della Camera e inammissibili aggressioni verbali; l'analisi della situazione è stata affidata a parole gridate, violente contro le donne, con improbabili accostamenti all'eversione e ai colpi di Stato. Si è andati oltre la politica dell'insulto, verso l'estrema degradazione del linguaggio, spia terribile dello stato reale d'una società. Sono comparse liste di proscrizione di chi, magari per un momento appena, aveva sfiorato con un dito l'impuro Grillo. Si parlava un tempo d'una funzione "teatrale" del Parlamento, perché lì la vicenda politica diveniva palese davanti all'opinione pubblica. Ma oggi questa funzione assomiglia piuttosto a quella delle curve degli stadi, dove gli ultrà organizzano cori e portano striscioni, esibiscono magliette e indicano nemici. Si ha l'impressione che troppi, andando in aula, si preoccupino più di preparare coreografie che argomenti per la discussione. 

Una sconfitta per la politica. Nessuno è innocente. 
E da qui deve partire la stessa valutazione dell'atteggiamento tenuto dai parlamentari del Movimento 5 Stelle, che mostra la difficoltà di abitare le istituzioni anche in modo duramente conflittuale, ma senza confondere un'aula parlamentare con la piazza del Vaffaday. È insensato imputare ad una forza di opposizione i suoi no (anche se l'essere saliti in luglio sul tetto di Montecitorio ha consentito un rinvio della discussione dell'orrido disegno di legge che distorceva la revisione costituzionale, ponendo la premessa per il suo abbandono). È giusto denunciare ogni forma di violenza, verbale o fisica che sia, e non fare alcuno sconto in questa materia. Quando, però, si vuol dare un giudizio più generale, è necessaria una analisi di tutta la prima fase di questa legislatura, sottolineando certamente i limiti delle opposizioni, ma dedicando altrettanta attenzione al sostanziale fallimento delle formule di governo. 
Di questa sconfitta vogliamo parlare o usiamo la cronaca d'una giornata per esonerarci da questo obbligo? Il vuoto della politica diventa clamoroso proprio quando si affrontano i problemi della Rete, tema divenuto centrale e che ha rivelato abissi d'ignoranza. Sono anni che si discute dell'"hate speech", del linguaggio dell'odio che infesta la Rete, sono stati appena pubblicati dalla rivista "Quaderni costituzionali" saggi che discutono il rapporto tra libertà di manifestazione del pensiero e rispetto della dignità delle persone. 
Di questo non v'è traccia nel dibattito di questi giorni, e diventa addirittura imbarazzante constatare il rifugiarsi in banalità da parte di appartenenti al Movimento 5Stelle, che della Rete hanno fatto il proprio vangelo. 

Un numero sempre più largo di persone coglie ogni occasione per vivere aggressivamente in pubblico, restituendoci una versione miserabile del quarto d'ora di notorietà che Andy Wharol diceva dovesse venir garantito a tutti. 

Non è facile reagire a questo stato di cose, ma un comune punto d'avvio dovrebbe essere costituito dal riconoscimento della necessità di non rendere "accoglienti" per il linguaggio degradato i luoghi della nuova comunicazione. Non sto parlando di censura preventiva. Mi riferisco all'immediata e pubblica condanna di messaggi oltraggiosi. Le incertezze e le furbizie generano equivoci, ma la Rete è implacabile nel far emergere le responsabilità, non si può gettare il sasso e poi nascondere la mano. È emerso un fondo limaccioso, un misto di aggressività, violenza, risentimenti, fine d'ogni rispetto per l'altro, che ci rivela che cosa sia divenuta la società italiana. 

Tutto questo esige una riflessione sul modo in cui si è consumato in Italia un divorzio tra civiltà, cultura e politica. La lista delle sconfitte della politica continua con un aspetto sottovalutato della legge elettorale, che riguarda la rappresentanza. Siamo di fronte ad una "Serrata del Maggior Consiglio", simile a quella che si ebbe nel 1297 a Venezia, quando si riservò ai soli membri delle vecchie famiglie l'elezione del Doge. Con l'argomento della lotta ai partitini, si cuce una legge elettorale su misura dei partiti esistenti, con qualche mancia per i possibili alleati (norma salva Lega, candidature multiple per Alfano, vantaggi al "miglior perdente" delle coalizioni). 

Alle ultime elezioni i votanti furono trentaquattro milioni. Poiché si prevede una soglia dell'8%, rimarrebbero fuori dal Parlamento anche partiti votati da più di due milioni di persone. Le dinamiche politiche sarebbero bloccate e la rappresentatività del Parlamento pregiudicata. 
Ma la questione della rappresentanza ha ormai una portata generale, come dimostra il conflitto che si è aperto nella Cgil intorno all'accordo tra sindacati e Confindustria del gennaio di quest'anno. Siamo anche qui di fronte ad una sorta di serrata, che limita non solo il dissenso all'interno del sindacato, ma incide proprio sul diritto dei lavoratori ad essere rappresentati, tanto che si parla di una libertà sindacale "sequestrata", in evidente contrasto con quanto ha stabilito la Corte costituzionale accogliendo un ricorso della Fiom. Questa vicenda importantissima ci dice che ormai il tema della rappresentanza e la politica costituzionale fanno tutt'uno. La voce della politica è tornata con la giusta critica di Napolitano alle logica dell'austerità. Ma, per riprendere la via dell'Europa, non basta "ridemocratizzare" le sue istituzioni, come chiede Habermas. È indispensabile "rilegittimare" l'Unione attraverso un recupero della fiducia dei cittadini che passa attraverso il riconoscimento dei diritti negati in questi ultimi anni.   

da la repubblica delle idee 11 febbraio 2014 - See more at: http://fondazionepintor.net/contributi/rodota/degradolinguaggio/#sthash.6mzdrmeV.dpuf




giovedì 27 settembre 2012

Giuseppe Fava. da "I mafiosi stanno in Parlamento", video dell'ultima intervista di Giuseppe Fava

"Pane e lavoro!" disse l'oratore.
Ci fu un applauso.
L'oratore continuò: "Pane e lavoro, la terra ai contadini, la pensione ai vecchi, le fabbriche agli operai…"
"La casa!" suggerì uno che stava sotto il palco.
"La casa ai lavoratori – rimbombò l'oratore e fece cenni con la mano verso la folla – una casa a te, una casa a questo, una casa a quell'altro!"
"A me niente?" gridò uno che stava in fondo e temeva di non essere visto. Ma arrossì subito quando gli altri si voltavano a guardarlo.
"Una casa a tutti!" gridò l'oratore.
Un giovanotto alto, bianco e triste alzò la mano.
"Io voglio la mamma" disse.
"Come la mamma?" chiese l'oratore.
"Io sono orfano" rispose il giovanotto e divenne pallido per il dolore.
"Casa, pane, lavoro e pensione per tutti…" riprese di colpo l'oratore, tentando di sviare il discorso. Ma il giovanotto alzò di nuovo la mano.
"Voglio la mamma" – disse – "Invece della casa voglio la mamma".
"Ma che significa?" balbettò l’oratore; guardò quella folla silenziosa e si confuse di più. Si sentì una voce di donna: era una piccola donna sfiorita, con gli occhiali.
"Io vorrei l’amore!" disse, e si coprì il volto per la vergogna. Ma aveva il coraggio della disperazione e aggiunse:
"Almeno una speranza…?"
"Non so…" disse l'oratore smarrito. Si strinse le tempie fra le dita per concentrarsi – "Credo di no…".
Qua e là, però, la gente cominciava già a sfollare delusa. Si cominciarono a sentire dei fischi…
__ da una drammaturgia di Giuseppe (Pippo) Fava __

Ucciso dalla mafia a Catania il 5 gennaio 1984 con cinque colpi di pistola alla nuca.




"Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili. pretende il funzionamento dei servizi sociali. Tiene continuamente allerta le forze dell'ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo."

"A volte basta omettere una sola notizia e un impero finanziario si accresce di dieci miliardi; o un malefico personaggio che dovrebbe scomparire resta sull'onda; o uno scandalo che sta per scoppiare viene risucchiato al fondo. [...]
Se un giornale non è capace di questo si fa carico di vite umane. Un giornalista incapace, per vigliaccheria o per calcolo, della verità si porta sulla coscienza tutti i dolori che avrebbe potuto evitare, le sofferenze, le sopraffazioni, le corruzioni, le violenze, che non è stato capace di combattere".
GIUSEPPE FAVA, ucciso il 5 gennaio 1984, ventotto anni fa.


Il potere si è isolato da tutto, si è collocato in una dimensione nella quale tutto quello che accade fuori, nella nazione reale, non lo tocca più e nemmeno lo offende, né accuse, né denunce, dolori, disperazione, rivolte.
Pippo Fava, I Siciliani, 1983

"Amico mio,
chissà quante volte tu hai dato il tuo voto, 
ad un uomo politico così,
cioè corrotto, ignorante e stupido,
sol perché una volta insediato al posto di potere 
egli ti poteva garantire una raccomandazione, 
la promozione ad un concorso, 
l’assunzione di un tuo parente, 
una licenza edilizia di sgarro. 
Così facendo tu e milioni di altri cittadini italiani
avete riempito i parlamenti e le assemblee regionali
e comunali degli uomini peggiori,
spiritualmente più laidi, più disponibili alla truffa civile,
più dannosi alla società. 
Di tutto quello che accade oggi in questa nazione,
la prima e maggiore colpa è tua..."
GIUSEPPE FAVA, I Siciliani, febbraio 1983


"Mi rendo conto che c'è un'enorme confusione sul problema della mafia. [...] I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Se non si chiarisce questo equivoco di fondo... Non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale, questa è roba da piccola criminalità, che credo abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il fenomeno della mafia è molto più tragico ed importante. È un problema di vertici e di gestione della nazione, è un problema che rischia di portare alla rovina e al decadimento culturale definitivo l'Italia."
da "I mafiosi stanno in Parlamento", video dell'ultima intervista di Giuseppe Fava, da Film Dossier di Enzo Biagi del 28 dicembre 1983)



"A che serve vivere, se non c'e' il coraggio di lottare?" 
Giuseppe Fava


Qualche volta mi devi spiegare chi ce lo fa fare, perdìo. 
Tanto, lo sai come finisce una volta o l'altra: 
mezzo milione a un ragazzotto qualunque e quello ti aspetta sotto casa.
Giuseppe (Pippo) Fava


 "I mafiosi stanno in Parlamento", video dell'ultima intervista di Giuseppe Fava

GIUSEPPE FAVA L'ULTIMA INTERVISTA VERSIONE INEDITA:
 1a PARTE:
2a PARTE:


"La pena che i buoni devono scontare per l'indifferenza allo stato è quella di essere governati da uomini malvagi."
Platone"Il male non è soltanto di chi lo fa: è anche di chi, potendo impedire che lo si faccia, non lo impedisce."
Tucidide


"Tutto ciò che è necessario per il trionfo del male è che gli uomini buoni non facciano niente"
Edmund Burke
"Non è grave il clamore chiassoso dei violenti, bensì il silenzio spaventoso degli uomini onesti."
Martin Luther King 
"Chi possiede il coraggio e carattere, è sempre molto inquietante per chi gli sta vicino. Se temiamo qualcuno, riconosciamo a costui un potere su di noi."
Hermann Hesse 

"Quando un uomo perde un diritto anche tutti gli altri uomini hanno meno diritti. Se un uomo subisce un ingiustizia oggi e TUTTI SI VOLTANO DALL'ALTRA PARTE e nessuno lotta con lui, tutti gli uomini subiranno quella stessa ingiustizia, che sarà prassi per i vostri figli. RICORDATELO!"
Alessandro Cossetta
 


C.G.Jung: contro l'omologazione collettiva:
Sociologia-della-Multiculturalita/79705735193?ref=ts


lunedì 30 luglio 2012

Karl Popper. Perché la democrazia? «CHI DEVE COMANDARE?»: senza dubbio questa sembra essere stata la questione principale di ogni teoria politica, da Platone in poi; ma sembra anche essere la questione che ogni cittadino si pone nel momento in cui è chiamato al voto. È nota la risposta che diede Platone: devono comandare i filosofi. E, dopo di lui, una lunga schiera di teorici della politica hanno risposto: deve comandare il migliore, il re voluto da Dio, la casta dei sacerdoti, il popolo, fino a giungere ai drammatici esiti del Novecento, quando si è detto che a comandare dovesse essere la “razza ariana”.


Perché la democrazia? La risposta di K. Popper


«CHI DEVE COMANDARE?»: senza dubbio questa sembra essere stata la questione principale di ogni teoria politica, da Platone in poi; ma sembra anche essere la questione che ogni cittadino si pone nel momento in cui è chiamato al voto. È nota la risposta che diede Platone: devono comandare i filosofi. E, dopo di lui, una lunga schiera di teorici della politica hanno risposto: deve comandare il migliore, il re voluto da Dio, la casta dei sacerdoti, il popolo, fino a giungere ai drammatici esiti del Novecento, quando si è detto che a comandare dovesse essere la “razza ariana”. Già dopo queste primissime battute, «Chi deve comandare?» si rivela veramente come la domanda su cui si è costruita la teoria politica occidentale. Eppure, secondo Popper, questa è una domanda “irrazionale”. Chi si pone tale questione va infatti alla ricerca di della Ragione per cui a comandare deve essere uno piuttosto che un altro, quando in realtà, sostiene Popper, NON ESISTE ALCUNA RAGIONE PER CUI UNO DEBBA DI NECESSITÀ COMANDARE. LA DOMANDA È IRRAZIONALE POICHÉ CI SPINGE ALLA RICERCA DI QUALCOSA CHE NON ESISTE. NON ESISTE ALCUN FONDAMENTO ASSOLUTO ED INCONTROVERTIBILE CHE POSSA LEGITTIMARE IL GOVERNO DI UNA PERSONA, DI UN GRUPPO O DI UN INTERO POPOLO. Ed è proprio verso questo “fondamento assoluto” che la tale domanda ci spinge: infatti, il presupposto di un tale domandare è che chi viene additato come COLUI CHE DEVE COMANDARE, UNA VOLTA ASSUNTO IL POTERE, LO POSSA GESTIRE SENZA ALCUN LIMITE: tale questione sottende una TEORIA DELLA SOVRANITÀ INCONTROLLATA.

SE LA DOMANDA «CHI DEVE COMANDARE?» È IRRAZIONALE, CON QUALE QUESTIONE LA SOSTITUIREMO? «COME POSSIAMO ORGANIZZARE LE ISTITUZIONI POLITICHE IN MODO DA IMPEDIRE CHE I GOVERNANTI CATTIVI O INCOMPETENTI FACCIANO TROPPO DANNO?»: questa la riposta (meglio sarebbe dire la domanda) di Popper. Vediamo di inoltrarci un po’ più a fondo in questa questione. IL PUNTO È QUELLO RELATIVO LA QUALITÀ DEI GOVERNANTI: NON SEMPRE ESSI SONO ALL’ALTEZZA DEL LORO COMPITO, ANZI, IL PIÙ DELLE VOLTE ESSI SONO “CATTIVI” GOVERNANTI,  MOSSI ESCLUSIVAMENTE DAI LORO INTERESSI. SPOSTARE L’ACCENTO SULLA QUESTIONE DEL CONTROLLO PERMETTE DI EVITARE CHE GOVERNANTI INADATTI AL COMPITO PER IL QUALE SONO STATI CHIAMATI ARRECHINO TROPPI DANNI. Si potrebbe chiamare questo punto “euristica dei cattivi governanti” e visto i tempi che corrono, essa si rivela sorprendentemente attuale.
La questione che ora si pone è se è veramente possibile scindere le due domande, cioè se è veramente possibile sostituire la prima con la seconda. In altri termini, non è che la seconda domanda riproponga la prima? CHI SI INTERROGA SU COME CONTROLLARE CHI GOVERNA, nel porre dei limiti alla sovranità del governante, non sta forse implicitamente rispondendo alla prima questione? Non sta forse dicendo che CHI DEVE COMANDARE È UN GOVERNO SOTTOPOSTO A LEGGI E REGOLE TRASPARENTI, ELETTO DEMOCRATICAMENTE E CON POTERI LIMITATI? Non è che il presupposto di tutto questo ragionamento è che la forma politica debba essere quella democratica?

A tale questione si deve rispondere affermativamente. La seconda domanda non è ingenua, ma è la domanda di un democratico preoccupato di legittimare (non di fondare) LA DEMOCRAZIA (QUELLA CHE POPPER CHIAMA “SOCIETÀ APERTA”). UN DEMOCRATICO NON PUÒ, SECONDO QUANTO CI SUGGERISCE POPPER, GIUSTIFICARE LA DEMOCRAZIA DICENDO: «DEVE COMANDARE IL POPOLO». INFATTI, SE CIÒ AVVENISSE, IL POPOLO SI TROVEREBBE CONFERITO DI UN POTERE SENZA LIMITI, CHE POTREBBE UTILIZZARE A PROPRIO PIACIMENTO. ESSO POTREBBE ANCHE DECIDERE DI PASSARE IL SUO POTERE AD UNO SOLO, CHE RITIENE PIÙ ADATTO DI LUI A GOVERNARE. Tentare una tale giustificazione della democrazia porterebbe dunque ad uno scacco teorico. I REGIMI TOTALITARI DEL NOVECENTO ERANO INFATTI ANDATI AL POTERE ATTRAVERSO ELEZIONI DEMOCRATICHE. Da qui la necessità di cambiare domanda.

Ed è sempre da qui che si può TRARRE IL VERO INSEGNAMENTO DI POPPER. IMPRONTARE LE ISTITUZIONI SUL CONTROLLO DEL POTERE SIGNIFICA IMPRONTARLE IN MODO TALE DA POTER MANDARE A CASA I GOVERNANTI SENZA SPARGIMENTO DI SANGUE, MA CON UN SEMPLICE VOTO DEL PARLAMENTO. Ed è questo ciò che, a nostro avviso, LEGITTIMA LA DEMOCRAZIA (NONOSTANTE TUTTE LE SUE IMPERFEZIONI) RISPETTO A QUALSIASI ALTRO SISTEMA POLITICO: NON VI È BISOGNO DELLA VIOLENZA PER POTER CAMBIARE CHI GOVERNA. E si badi: questa non è la Ragione per cui deve comandare un governo democratico; piuttosto essa è una ragione per cui si dovrebbe scegliere un siffatto governo.

 commenti su:
 “ Perché la democrazia? La risposta di K. Popper”

1.Leonardo Ebner - maggio 31st, 2011 - 18:07

Il problema oggi è COME FARE PER RIMUOVERE ANCHE CHI GOVERNA “BENE”. Il riferimento di Popper era, come dici tu, agli EVENTI TRAUMATICI CHE NEL ’900 AVEVANO PORTATO L’AFFERMAZIONE PER VIE DEMOCRATICHE DI REGIMI TOTALITARI. ma se la dittatura per noi oggi è riconosciuta come un “cattivo” regime politico, è pur vero che NELLA STESSA BUONA DEMOCRAZIA ESISTONO PERICOLOSE DEVIAZIONI. Quando per esempio un governo troppo amato eccede nel clientelismo, attua lo spoil system in modo radicale, permea i meccanismi della burocrazia, allora si è di fronte a uno dei limiti della democrazia. Ecco che un’altra delle ragioni per sceglierla è proprio che ESSA PUÒ GARANTIRE L’EQUILIBRIO E IL RICAMBIO. E QUANDO QUESTO NON ACCADE?


2. Filippo Costantini - maggio 31st, 2011 - 18:59

Non vi è dubbio che Popper si riferisse ai regimi totalitari, tuttavia l’attualità della sua proposta consiste, a mio avviso, nel fatto che SI PUÒ GARANTIRE “L’EQUILIBRIO E IL RICAMBIO” SOLO A PATTO DI PORRE SOTTO CONTROLLO CHI DETIENE IL POTERE. NON MI PARE POI CHE SI POSSA ASSUMERE LA POPOLARITÀ DI UN GOVERNO (IL SUO ESSERE AMATO) COME PARAMETRO PER GIUDICARLO UN “BUON GOVERNO”.

3.Leonardo Ebner - maggio 31st, 2011 - 21:20

appunto! (riguardo a POPOLARITÀ = BONTÀ)

4.Luca Bozzato - giugno 1st, 2011 - 07:33

Hai tirato in ballo Platone, che sicuramente si muove sul versante del: «CHI DEVE COMANDARE»? Che è una domanda che mi pare strettamente legata alla DETERMINAZIONE DEL BUONO E DEL GIUSTO IN SÈ, determinazione che parte dagli sforzi elenctici socratici fino alle evoluzioni della dialettica platonica. Ma lo stato giusto è quello che garantisce l’armonia tra le sue parti, e quindi la felicità dell’uomo. La domanda, allora, diventa più “razionale”: se siamo tutti d’accordo che far governare una data cerchia di persone sia in sè giusto perchè queste persone sono fuori di ogni dubbio atte a governare con giustizia, e cioè che il governo di queste persone sia il mezzo più perfetto per farmi essere virtuoso=felice, perchè non dovremmo semplicemente cedere a queste persone il governo?
Ora, la risposta di Popper risente della “crisi dei fondamenti” e, per quanto mi riguarda, ha un PROBLEMA FONDAMENTALE, CHE È QUELLO DI STABILIRE I CRITERI PER CUI UN GOVERNANTE È UN BUON GOVERNANTE. Ma è un problema a parte (per questo discorso… in realtà va al nocciolo della questione) che ha per me a che fare con l’OGGETTIVITÀ DELL’INFORMAZIONE, che una società dell’informazione, paradossalmente, a mio avviso non può garantire affatto. (Chi studia marketing o comunicazione, cioè chi attualmente governa il nostro modo di pensare alleato all’ICT, oppure anche chi semplicemente ha un blog o un account facebook o twitter, lo sa da tempo.) AL GIORNO D’OGGI, DOBBIAMO PER FORZA FARE I CONTI COL FATTO CHE LA POPOLARITÀ SIA UN CRITERIO VALIDO PER DECIDERE DELLA BONTÀ DELL’OPERATO DI UN GOVERNO, per un motivo o per l’altro. NON POSSIAMO ACCETTARE IL FATTO CHE SIA L’UNICO CRITERIO, OVVIAMENTE. In questa direzione mi sembrava andare il commento di Leonardo, anche se mi pare un po’ circolare, ma solleva due grossi problemi:

1) può esistere UN GOVERNO AMATO (=PERCEPITO COME BUONO) CHE PERÒ SI COMPORTI IN MODO DA FORZARE I LIMITI DELLA DEMOCRAZIA, IMPEDENDO IL SUO RICAMBIO -> È VERAMENTE UN GOVERNO BUONO? UN BUON GOVERNO SI COMPORTEREBBE MAI IN MODO TALE DA VOLERSI PERPETURARE ALL’INFINITO? (PROBLEMA GROSSO!) LA QUALITÀ PERCEPITA È SINTOMO DI VERA QUALITÀ? Da come è impostato il commento, mi pare che la risposta sia negativa a tutte e tre le domande

2) come comportarsi se non c’è equilibrio? -> se un governo si comporta in maniera tale da non essere buono pur sembrando buono, e riesce nel suo intento di longevità, c’è una via d’uscita? oppure abbiamo minato la democrazia al fondo e non saremo più capaci di sollevarci? DI CHI È LA COLPA? DEI GOVERNANTI CHE HANNO MISTIFICATO, DEL POPOLO CHE HA ABDICATO O DISATTESO AL SUO RUOLO DI CONTROLLORE, OPPURE DI ENTRAMBI?

Spero di aver bene inteso, altrimenti sono disponibile a ricevere sonore bacchettate dall’interessato.

5.Leonardo Ebner - giugno 1st, 2011 - 09:21

Ma LA QUESTIONE È PROPRIO QUESTA: SONO I GOVERNI MOLTO (TROPPO) AMATI CHE FORZANO LA DEMOCRAZIA! quelli che non hanno forza nelle istituzioni e nell’opinione pubblica nessuno se li fila e vengono cambiati con facilità.
È per questo che non vedo la circolarità nell’argomento: GOVERNO TROPPO AMATO > MANCANZA DI CRITICA > PERVASIVITÀ DEI GOVERNANTI NELLE ISTITUZIONI > DIFFICOLTÀ DI CAMBIAMENTO. IL PERICOLO È PROPRIO IDENTIFICARE L’ISTITUZIONE DEMOCRATICA CON PERSONE POLITICHE, PERCHÉ QUANDO RICOPRONO INCARICHI PER TROPPO TEMPO “DIVENTANO” LE ISTITUZIONI STESSE.

Ah, OVVIAMENTE POPOLARITÀ NON SIGNIFICA BONTÀ DEL GOVERNO. Ma quando voi andate a votare lo fate perché giudicate i fatti o perché usate la vostra identità politica? A MENO DI CASI ECCEZIONALI, SI VOTA PER IDENTITÀ, CIOÈ SI RESTA NELL’AMBITO DELLA POPOLARITÀ, DELLA RAPPRESENTAZIONE.

La controprova è che SE SIETE (PONIAMO) DI DESTRA E UN GOVERNO DI SINISTRA FA TUTTO QUELLO CHE VOI RITENETE GIUSTO, ALLE ELEZIONI DI FINE MANDATO VOI MOLTO PROBABILMENTE VOTERETE COMUNQUE PER LA DESTRA, perché è quella parte da cui vi sentite rappresentati e che sapete attuerà (o promette di farlo) un certo programma.


6.Luca Bozzato - giugno 1st, 2011 - 10:56

Sul voto sono d’accordo, infatti. Sulla circolarità: RESTA DA PROVARE CHE LA POPOLARITÀ DI UN GOVERNO SIA UN CRITERIO PER STABILIRE LA SUA BONTÀ, OPPURE CHE NON LO SIA. POPOLARITÀ non significa bontà tout court, ma la può significare? PUÒ DARSI UN GOVERNO POPOLARE (CHE AGGETTIVO AMBIGUO!) CHE SIA ANCHE BUONO? Per come la metti, sembra di no: UN GOVERNO POPOLARE PER FORZA DI COSE È ANCHE UN GOVERNO IN CUI LA CAPACITÀ CRITICA DEGLI ELETTORI È SOPITA. Ma appunto, i criteri si confondono. Se un governo non dura, era magari un governo cattivo, grazie democrazia che lo possiamo cambiare. Se un governo dura troppo, democrazia in pericolo, come facciamo per cambiarlo. «IL PROBLEMA OGGI È COME FARE PER RIMUOVERE ANCHE CHI GOVERNA “BENE”.» MA A ME SEMBRA CHE, IN QUESTA PROSPETTIVA, SI FATICHI PRECISAMENTE A CAPIRE CHI GOVERNA BENE E CHI GOVERNA “BENE”.


7.L eonardo Ebner - giugno 1st, 2011 - 11:30

Ma popolarità e bontà sono due cose per lo più indipendenti. Che sia buono o cattivo (e per capirlo, benvenute teorie della giustizia assortite e valutazioni delle politiche pubbliche) poco importa, L’IMPORTANTE È CHE SIA CAMBIABILE (PAROLA ORRIBILE!), SOSTITUIBILE. LA POSSIBILITÀ DEL CAMBIAMENTO È SPAZIO CRITICO E QUINDI OPPOSIZIONE ANCHE A UN GOVERNO POPOLARE, che sia buono o cattivo poco importa. In democrazia prima bisogna salvaguardare la forma, poi curare la sostanza.

8. Filippo Costantini - giugno 1st, 2011 - 11:49

Mi sembra (se sbaglio ditemelo) che i vostri commenti soffrano di un PICCOLO DIFETTO: PENSARE CHE CHI GOVERNA SIA CONTROLLATO ESCLUSIVAMENTE DAI CITTADINI MEDIANTE IL VOTO. Sicuramente QUESTA È UNA DELLE PRINCIPALI FORME DI CONTROLLO, MA NON È L’UNICA. Le altre sono, per esempio, IL PARLAMENTO (CHE PUÒ SFIDUCIARE UN GOVERNO – NON IN ITALIA VISTO CHE È NOMINATO DA CHI VINCE LE ELEZIONI E NON ELETTO DAGLI ELETTORI); LA MAGISTRATURA (per quanto riguarda i reati); ma SOPRATTUTTO LA LEGGE. E quest’ultima potrebbe rispondere alla questione, sollevata da Luca, di un governo che tenti di perdurare all’infinito: LIMITANDO, PER ESEMPIO, IL NUMERO DI MANDATI CHE UNO STESSO PRESIDENTE PUÒ FARE.

Ciò che così viene a configurarsi È UN SISTEMA ISTITUZIONALE COMPOSTO DA UNA PLURALITÀ DI POTERI CHE VERREBBERO A CONTROLLARSI RECIPROCAMENTE. L’EQUILIBRIO NON STA SOLO NEL RICAMBIO PERIODICO DEI GOVERNI, MA ANCHE NEL RAPPORTO FRA DIFFERENTI POTERI AUTONOMI. IN TAL MODO NESSUN GOVERNO PUÒ PENSARSI SOPRA LA LEGGE (o sopra gli altri poteri dello stato) SOLO PERCHÉ È MOLTO AMATO DAGLI ELETTORI. ANCHE CHI GOVERNA “BENE” (NEL SENSO CHE GODE DI POPOLARITÀ) DEVE ESSERE SOTTOPOSTO AL CONTROLLO. Non vi possono dunque essere poteri incontrollati, nemmeno quel particolare potere che è la volontà popolare.

Il tentativo di Popper è quello di pensare al di là della domanda circa i criteri per stabilire della bontà dei governanti. INDIPENDENTEMENTE DA CHI CI GOVERNA, DOBBIAMO PENSARE LE ISTITUZIONI IN MODO TALE CHE NON VI SIANO POTERI INCONTROLLATI ED INCONTROLLABILI. IL CONTROLLO DEL POTERE SI CONFIGURA COME CONDIZIONE NECESSARIA PER LA DEMOCRAZIA, MA NON PER QUESTO SUFFICIENTE. LA LEGGE E LE ISTITUZIONI NON SONO DEGLI IMMUTABILI, MA CAMBIANO AL CAMBIARE DEI TEMPI. E a cambiarle sono gli uomini. È per questo che il passo successivo è quello che sposta l’ATTENZIONE SULL’EDUCAZIONE DEI CITTADINI AD ESSERE CRITICI E AUTOCONSAPEVOLI (su questo tema, dibattuto negli incontri del Metaclub, pubblicherò qualcosa nei prossimi giorni). L’EDUCAZIONE MI SEMBRA ESSERE UNA DELLE POCHE VIE EFFETTIVAMENTE PERCORRIBILI, anche se ritengo non poter essere la panacea a tutti i mali.

I PILASTRI DELLA PROPOSTA DI POPPER SONO DUNQUE IL CONTROLLO DEL POTERE E L’EDUCAZIONE. Tuttavia questa prospettiva non è esente da problemi: È SEMPRE POSSIBILE CONTROLLARE CHI DETIENE IL POTERE? AL DI LÀ DEI SINGOLI GOVERNI NAZIONALI, È POSSIBILE CONTROLLARE L’APPARATO SOCIO-ECONOMICO E L’APPARATO SCIENTIFICO-TECNOLOGICO, CHE APPAIONO ESSERE LE AUTENTICHE FORME DI POTERE DELLA CONTEMPORANEITÀ?

Oliver Cromwell. Discorso ai Parlamentari. IN NOME DI DIO ANDATEVENE!

discorso di Oliver Cromwell ai parlamentari, 1653.
IN NOME DI DIO ANDATEVENE!
Voi siete un gruppo fazioso, nemici del buon governo, banda di miserabili mercenari, scambiereste il vostro Paese con Esaù per un piatto di lenticchie; come Giuda, tradireste il vostro Dio per pochi spiccioli. Avete conservato almeno una virtù? C'è almeno un vizio che non avete preso? Il mio cavallo crede più di voi; l'oro è il vostro Dio; chi fra voi non baratterebbe la propria coscienza in cambio di soldi? E' rimasto qualcuno a cui almeno interessa il bene della Repubblica? Siete diventati intollerabilmente odiosi per l'intera nazione; il popolo vi aveva scelto per riparare le ingiustizie, siete voi ora l'ingiustizia! Ora basta! Portate via la vostra chicaglieria luccicante e chiudete le porte a chiave. In nome di Dio, andatevene!!




 ‎Accaddeoggi‬. Il 30 gennaio 1649 Carlo I di Inghilterra viene decapitato. 
È il primo re a essere giustiziato. La sua uccisione, che segna l'inizio della Repubblica di Oliver Cromwell (nell'immagine, con la testa di Carlo), è il primo attacco della Storia contro la sacralità della monarchia.
La Chiesa Anglicana proclamò Carlo I santo e, ancora oggi, la sua commemorazione cade proprio il 30 gennaio.



Quella della rivoluzione inglese è una pagina di storia delle più importanti, che HA PORTATO IN EPOCA PRECOCISSIMA A UN PASSO VERSO LA LIBERAZIONE DAI POTERI FORTI, con un compromesso verso quelli feudali. Interessante anche la storia del MOVIMENTO RIVOLUZIONARIO DEI DIGGERS

http://ita.anarchopedia.org/Diggers:
“I Diggers (zappatori, scavatori) sono stati un movimento cristiano fondato in Gran Bretagna da Gerrard Winstanley nel 1649. Ispirati da alcuni principi comunitaristici presenti nella Bibbia, questo movimento occupava le terre pubbliche per impedirne la privatizzazione e vi istituiva delle comunità di stampo comunista libertario. La più nota di queste "comuni" fu quella del Surrey, nata a Saint George’s Hill e poi trasferita a Little Heath (entrambe nei pressi di Cobham). […]

Nel suo The New Law of Righteousness (1649), Gerrard Winstanley riferisce che QUALCHE TEMPO PRIMA, DURANTE UNA TRANCE MISTICA, AVEVA SENTITO LA VOCE DI DIO DIRGLI: «LAVORATE INSIEME. MANGIATE IL PANE INSIEME». DI CONSEGUENZA PRESE LA DECISIONE DI DIFFONDERE IL MESSAGGIO DIVINO CON LA STAMPA, LA PAROLA E L’AZIONE DIRETTA:
il 1º aprile 1649, INSIEME AD ALCUNI UOMINI DEI DINTORNI E AD UN EX SOLDATO DI NOME WILLIAM EVERARD, WINSTANLEY SI MISE A COLTIVARE IN COMUNE LE TERRE DI SAINT GEORGE’S HILL (A COBHAM, NELLA CONTEA DEL SURREY). NACQUE COSÌ LA COMUNITÀ DEI DIGGERS (ZAPPATORI).
LA NOTIZIA DELL’OCCUPAZIONE GIUNSE AL GENERALE FAIRFAX, IL QUALE VENNE PERÒ RASSICURATO DAI SUOI INFORMATORI CHE DIPINSERO GERRARD WINSTANLEY COME UN PAZZO. Il 20 aprile Everard e Winstanley si presentarono da Fairfax per sostenere la causa degli zappatori. In base al loro principio egualitaristico cristiano (tutti gli uomini sono fratelli in quanto figli di Dio), I DUE RIFIUTARONO DI TOGLIERSI IL CAPPELLO IN SEGNO DI DEFERENZA VERSO IL GENERALE, al quale poi spiegarono dettagliatamente le ragioni delle loro azioni.

Gerrard Winstanley, fondatore dei Diggers.
Winstanley evidentemente non era un pazzo, al contrario era molto convinto di quel che faceva.
Ciò SUSCITÒ LA VIVA PREOCCUPAZIONE DEI POSSIDENTI TERRIERI CHE SENTIVANO MINACCIATE LE LORO PROPRIETÀ E RICCHEZZE. PER QUESTO LA COMUNITÀ DEI DIGGERS RICEVERÀ MOLTI ATTACCHI VANDALICI, VERBALI E SOPRATTUTTO GIUDIZIARI: All’inizio di giugno i diggers del Surrey pubblicarono un altro opuscolo, A Declaration from the Poor Oppressed People of England, nel quale SI SCAGLIAVANO CONTRO I PROPRIETARI TERRIERI CHE VOLEVANO IMPEDIRE, IN QUALUNQUE MODO, L’USO COLLETTIVO DEI BOSCHI E DELLE TERRE COMUNI PER AVERNE UN USO PRIVATISTICO. Il libello era stato firmato a Gerrard Winstanley e da altre 44 persone, ma tra queste mancava William Everard che, secondo quanto raccontarono alcuni giornali dei tempi (ma alcuni studiosi pensano che facessero confusione con un altro Everard), aveva lasciato Cobham per unirsi ai soldati LEVELLER, che si erano ammutinati e che poi saranno sconfitti a Burford il 14 maggio. In seguito, per evitare possibili controversie, i diggers evitarono di tagliare le piante che crescevano nelle terre comuni (riportato nell’opuscolo An Humble Request), pur ribadendo che queste appartenevano alla collettività. [...]
Dopo quattro cause legali avviate il 23 giugno contro alcuni diggers (Winstanley, John Barker, Thomas Star, Henry Bickerstaff) (la loro pubblica difesa fu diffusa in due opuscoli intitolati An Appeal to the House of Commons e A Watch-word to the City of London and the Armie), NONOSTANTE LA STRENUA DIFESA DEI QUATTRO CHE NON FECERO RICORSO AD ALCUN AVVOCATO, BICKERSTAFF FU ARRESTATO E A WINSTANLEY GLI FURONO SEQUESTRATI ALCUNI BOVINI CHE AVEVA IN AFFIDAMENTO. [...]
Non terminando le persecuzioni, durante l'inizio estate del 1650, i Diggers gettarono la spugna decidendo di abbandonare l'area del Surrey. […]

Il lascito dei Diggers
Hanno probabilmente ispirato le comunità evangeliche che si sono sviluppate nel Nord America durante il XVII, XVIII (i Fratelli di Moravia), XIX secolo (Shakers) e all'inizio del XX secolo (Mennoniti). LA BALLATA DIGGERS SONG, SCRITTA DA GERRARD WINSTANLEY, È STATA RIPRESA PIÙ VOLTE DA DIVERSI ARTISTI, in particolare nel 1985 fu Billy Bragg a darle nuovo lustro. Un collettivo contro-culturale anarchico di San Francisco, attivo tra il 1966 e il 1968, portò il medesimo nome. [...]

The Diggers (also known as "Levellers and Diggers") is a 17th century ballad, in terms of content a protest song concerned with land rights, inspired by the Diggers movement, composed by Gerrard Winstanley. The lyrics were published in 1894 by the Camden Society. It is sung to a version of the family of tunes later used for Jack Hall, Captain Kidd and Admiral John Benbow, which according to Palmer was first printed in 1714.

A modernized version of the song called "The World Turned Upside Down" (not to be confused with the 17th century ballad of the same title) was composed by Leon Rosselson in 1975, taken into the charts in 1985 by Billy Bragg and also performed by John McCutcheon, Oysterband, Dick Gaughan, Karan Casey, Chumbawamba (the version on the EP Timebomb - the song by the same name on English Rebel Songs is not the 'In 1649' one), Attila the Stockbroker, Maggie Holland, Chris Foster, and The Bradleys among others.

The Diggers Song
You noble diggers all stand up now, stand up now
You noble diggers all stand up now
The wasteland to maintain sin (?) cavaliers by name
Your digging does maintain and persons all defame
Stand up now, stand up now
Your houses they pull down stand up now, stand up now
Your houses they pull down, stand up now
Your houses they pull down to fright your men in town
But the gentry must come down and the poor shall wear the crown
Stand up now diggers all
With spades and hoes and plows stand up now, stand up now
With spades and hoes and plows, stand up now
Your freedom to uphold sin (?) cavaliers are bold
To kill you if they could and rights from you to hold
Stand up now diggers all
The gentry are all round stand up now, stand up now
The gentry are all round stand up now
The gentry are all round on each side the are found
Their wisdom so profound to cheat us of our ground
Stand up now stand up now
The clergy they come in stand up now, stand up now
The clergy they come in stand up now
The clergy they come in and say it is a sin 
That we should now begin our freedom for to win
Stand up now diggers all
The lawyers they conjoin stand up now stand up now
The lawyers they conjoin stand up now
To rescue they advise, such fury they devise, the devil in them lies
And hath blinded both their eyes
Stand up now, stand up now
'Gainst lawyers and 'gainst priests stand up now stand up now
'Gainst lawyers and 'gainst priests stand up now
For tyrants they are both, even flat against their oath
To grant us they are loathe free meat and drink and cloth
Stand up now diggers all
The club is all their law, stand up now stand up now
The club is all their law, stand up now
The club is all their law, to keep all men in awe
That they no vision saw to maintain such a law
Stand up now diggers all !

http://youtu.be/dJYUz31i_Go



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