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venerdì 7 settembre 2018

Nerone. L'incendio di Roma? Lui non c'entrava niente. Anzi, ospitò gli scampati e pagò i danni di tasca sua. Ma fu anche un pacifista, un grande urbanista, un marito innamorato. E varò una 'patrimoniale' che fece infuriare i super ricchi...

E' ora: riabilitiamo Nerone.
L'incendio di Roma? Lui non c'entrava niente. Anzi, ospitò gli scampati e pagò i danni di tasca sua. Ma fu anche un pacifista, un grande urbanista, un marito innamorato. E varò una 'patrimoniale' che fece infuriare i super ricchi...

Nerone non appiccò l'incendio che devastò Roma e anzi la ricostruì con un modernissimo piano regolatore. Si macchiò del delitto più atroce, il matricidio, pur se aborriva il sangue, non mise mai piede in un campo militare perché detestava la guerra, era tiranneggiato dalla poesia e dall'amore per la seconda, impegnativa moglie Poppea. Biondo-rosso, con le lentiggini e gli occhi chiari, salito al trono a meno di 17 anni e suicida a soli 30, l'ultimo imperatore della dinastia Giulio-Claudia, successore di Augusto e nipote del grande generale Germanico, è stato un personaggio controverso che però non merita la fama nefasta che da sempre lo accompagna. Non fu quella macchietta che ci ha restituito il cinema, né il tiranno dissoluto descritto dagli storici. Fu esagerato e teatrale nei comportamenti, ma non un uomo lascivo e crudele. Ebbe la fortuna di avere accanto a sé precettori del calibro di Seneca, si cimentò nella musica, amò la letteratura, le gare sportive e i divertimenti circensi. 

Marisa Ranieri Panetta, archeologa e studiosa neroniana, avverte: 
"Nerone non era un personaggio negativo a tutto tondo. Fu un monarca molto amato dal popolo romano e dalle sue legioni. La gente, dopo la sua morte, continuò per anni a depositare fiori sulla sua tomba". [...]

Nonostante luci e ombre, Nerone era quindi un imperatore moderno?
"Sicuramente è stato un anticipatore dei tempi. Storici e biografi come Svetonio e Tacito, seppure a lui ostili, non ne possono tacere la grandissima popolarità, la fedeltà dei soldati e la munificenza nel regnare. Offrì stipendi a vita ai senatori in difficoltà, pretese lo svolgimento pubblico dei processi, diminuì i premi ai delatori. Dal punto di vista architettonico e urbanistico, Nerone dette un'impronta grandiosa e scenografica a Roma. Le sue terme, vicino al Pantheon, erano famose per il lusso e il comfort. Per se stesso, pretese il meglio: si volle immortalare in un Colosso di bronzo dorato e diede avvio alla Domus Aurea. Per la soddisfazione del popolo, inventò i "missilia", specie di gettoni a cui corrispondevano dei premi, che lanciava durante i giochi. Si preoccupò anche dei porti di Anzio e Ostia, che fornì di un sistema di canali all'avanguardia. Aveva inoltre un gran senso della propaganda: quando venne a Roma Tiridate, fratello del re dei Parti, avvolse la città nell'oro". 

Ebbe, però, molti problemi: il Senato lo dichiarò "hostis publicus", nemico pubblico...
"Nerone fu in contrasto con la sua classe dirigente. All'origine dei dissidi ci fu la sua riforma tributaria che oggi potremmo definire una specie di "patrimoniale", basata sul censo

L'imperatore non faceva guerre di conquista come Traiano, che ricoprì Roma con l'oro e l'argento dei Daci. Le risorse imperiali non erano inesauribili, così pensò di introdurre tasse dirette. Ma il Senato si oppose e la sua vita privata divenne il bersaglio preferito. Fu attaccato per le sue dissolutezze e cominciarono a circolare libelli diffamatori".

Nerone era un pacifista?
"Oggi lo definiremmo così. Fece chiudere le porte del tempio di Giano per dimostrare che l'impero era in pace. Non fu temprato dalla vita militare e durante il suo regno non fece guerre di conquista, piuttosto badò a difendere i confini. Non si recò mai negli accampamenti, eppure gran parte delle legioni gli furono fedeli fino all'ultimo, quando alcune province si ribellarono. Nerone era portato per la filosofia e la musica, adorava le corse con gli aurighi, aveva un carattere che mal si adattava alle ambizioni della madre Agrippina che aveva sposato Claudio per accrescere il suo potere e favorire l'ascesa del figlio. Il suo modello erano i greci: voleva essere un novello Apollo, incoraggiò i concorsi di poesia e le gare atletiche. La cultura, l'arte e l'architettura ebbero tutti gli onori. Lo dovette ammettere anche Tacito che Roma, dopo l'incendio, era più bella di prima.

Ma che cosa si può dire dell'incendio?
"Non fu lui il responsabile del disastro, ma se ne servì per edificare la sua reggia, incolpando i cristiani della catastrofe. Nerone era ad Anzio quando scoppiò. Fece di tutto per limitare i danni e pagò parte della ricostruzione con le sue risorse. Ospitò gli scampati nei suoi giardini ed ebbe l'idea geniale di riempire le paludi di Ostia con le macerie, così da bonificarle. Per la Roma del futuro, volle materiali ignifughi per le case, tanti porticati, strade più larghe e più punti di rifornimento per l'acqua". 

Che rapporti ebbe con le donne?
"Amò fino alla perdizione la seconda bellissima moglie Poppea. Con lei dilapidava interi patrimoni, circondandosi del lusso più sfrenato. E quando lei morì volle celebrare nuove nozze con il liberto Sporo perché vi trovava una somiglianza con Poppea. La prima moglie Ottavia, la sorellastra che sposò dodicenne, non venne mai amata, fu ripudiata e poi uccisa. Ma la donna che determinò il suo destino fu la madre Agrippina. Quando Nerone capì, certamente Seneca complice, che per ribadire il suo potere voleva usurparglielo, non si oppose alla sua morte. Dopo, fu perseguitato per sempre dal rimorso.

DI ARIANNA DI GENOVA




espresso.repubblica.it/visioni/cultura/2011/03/31/news/e-ora-riabilitiamo-nerone-1.30074

sabato 26 novembre 2011

La Tirannide.


STORIA: LA BATTAGLIA DI TRIPOLI

Il Tiranno, da seduttore a idolo infranto

Il suicidio di Nerone, la buca di Saddam. Il destino dei despoti è la polvere. Unica eccezione, Stalin

Fu al calar del sole che Acab re d'Israele, che aveva pur fondato tante città e costruito un palazzo d'avorio, morì per un colpo di freccia mentre combatteva sul suo carro da guerra. Una bella morte, in fondo: ma il grande e terribile profeta Elia gliel'aveva predetta, come si legge nella Bibbia, nel I libro dei Re. Correva l'anno 852 a. C.; e il glorioso re Acab aveva meritato che il Signore lo abbandonasse, poiché aveva restaurato in Israele e in Samaria il culto degli idoli e aveva commesso ogni sorta di prevaricazioni.
Eppure, non pare fosse quella la sua natura. Ma era stato travolto dalla passione per una bella e malvagia dame sans merci, la sua sposa Gezabele: avida, corrotta, idolatra, assassina di profeti. Per lei aveva malgovernato, rubato e ucciso.
Adolf Hitler saluta i soldati bambini
Adolf Hitler saluta i soldati bambini
Acab è rimasto nei secoli l'archetipo del rex iniustus, che sovente è buono e giusto agli inizi ma che finisce con l'abusare del suo potere e della fortuna, magari dello stesso favore divino. Non è solo malvagio: la sua malvagità è frutto della corruzione di qualcosa di originariamente buono, corruptio optimi pessima. La Bibbia ce ne fornisce altri esempi, da Nabucodonosor e da Baldassarre sovrani di Babilonia all'orgoglioso faraone avverso a Mosè fino allo stesso Saul roso dalla vanagloria e dall'invidia; e a Erode, odiatore del Messia e infanticida, che muore divorato dai vermi nati dal suo stesso corpo infermo.
Per qualificare il sovrano o il capo di Stato ingiusto e prevaricatore, la cultura occidentale ha sottoposto a una vorticosa avventura semantica un termine greco, tyrannos, che nella lingua degli elleni non ha affatto un valore di per sé moralmente peggiorativo, ma che suona esclusivamente come una denunzia giuridica. È tyrannos chi s'impadronisce del potere e lo esercita senza possederne i necessari requisiti ereditari o istituzionali; poi, può essere in realtà anche il migliore e più giusto. Ma il governo in Atene dei cosiddetti «trenta tiranni», fra il 404 e il 403 a. C., impresse al termine il valore negativo, legato al malgoverno e all'ingiustizia, che ancor oggi esso conserva. Furono soprattutto alcuni personaggi della Magna Grecia, come Gelone e Dionisio di Siracusa, a divenir modelli di tirannia; ma i greci, seguiti in ciò dai romani, preferivano indicare come esempi ovvi e inevitabili di tirannide i re o i capi barbari (dai re persiani a Pirro d'Epiro ad Annibale). Attenzione, però: se la tirannide era condizione «naturale» dei barbari, in quanto inferiori e corrotti, essa era eccezione orribile e vergognosa in Atene o in Roma, patrie di libertà e di giustizia garantite dagli dei. Difatti, in ultima analisi, la vera natura del tiranno non è neppure la crudeltà, neppure la violenza: bensì l'hybris, l'empietà. Ciò soprattutto condanna lo spartano Pausania o il tebano Creonte al pari dei romani Tullio Ostilio o Tarquinio il Superbo; ciò condanna gli imperatori come Caligola, Nerone o Domiziano che, secondo l'aristocrazia senatoriale custode delle tradizioni, hanno prevaricato nell'abuso e nell'arbitrio.
Il Tiranno, da seduttore a idolo infrantoIl Tiranno, da seduttore a idolo infranto    Il Tiranno, da seduttore a idolo infranto    Il Tiranno, da seduttore a idolo infranto    Il Tiranno, da seduttore a idolo infranto    Il Tiranno, da seduttore a idolo infranto    Il Tiranno, da seduttore a idolo infranto    Il Tiranno, da seduttore a idolo infranto
La cultura cristiana ha ereditato pienamente il concetto del tiranno come rex iniustus, in un primo tempo fissandolo - come ha fatto Lattanzio fra III e IV secolo - nell'immagine del persecutore che, in quanto tale, è condannato a una morte atroce ed esemplare. Dagli agiografi medievali agli umanisti - si pensi al ritratto atroce di un Ezzelino III da Romano o alla violenza ridicola e plebea che si attribuisce a un Cola di Rienzo - ai gesuiti fautori del diritto dei popoli al tirannicidio sino ai tardi epigoni dell'Illuminismo settecentesco che hanno recalcitrato dinanzi all'idea che Robespierre potesse essere un tiranno, ma tale hanno qualificato il «despota superstizioso» Luigi XVI o il «nuovo Cromwell» Napoleone.
Assistiamo in queste ore al ripresentarsi sulla scena del mondo di un antico dramma, legittimato da un topos storico-letterario a modo suo venerabile e sempre fedele a se stesso pur nelle sue molte varianti. Il capo che ha sedotto e poi tradito il suo popolo, che è stato osannato e idolatrato ma che ha abusato dell'amore e della fiducia di cui era oggetto, riceve, sulla terra e nella storia, il triste salario simbolo della sua condanna. Ordinariamente, non basta che la fine del tiranno sia terribile e che attraverso le sue sofferenze e la sua morte giustizia sia fatta per le sofferenze ch'egli ha inflitto. Non è sufficiente che le sue effigi siano profanate, che le sue statue siano distrutte, che i suoi sostenitori siano uccisi o imprigionati a meno che non si pentano e che non lo rinneghino.
Mussolini e i suoi gerarchi esposti a piazzale Loreto
Mussolini e i suoi gerarchi esposti a piazzale Loreto
No. Deve esserci di più. Ce lo insegnano i nostri grandi maestri di creazioni archetipiche: la Bibbia, Euripide, Plutarco, Tacito, Shakespeare, Schiller. Prendete Nerone, che si uccide per paura di essere ucciso e muore tremando eppur continuando a recitare la tragedia del suo potere. Prendete Riccardo III che - se Caligola aveva fatto senatore il suo cavallo - finisce cercando di barattare il suo regno con un equino. Nella tragedia della tirannide e della sua conclusione, il vero contrappasso che il topos storico-letterario richiede è l'ombra del grottesco: la sola in grado di sfrondare gli allori dell'idolo infranto e di dimostrare che la sua non era vera gloria. Nella società cristiana, il grottesco era il segno del demoniaco; nella società laica, è il segno della delegittimazione e della degradazione di chi, alla fine di una parabola politica, viene indicato come tiranno. È quindi necessario che Saddam Hussein e Gheddafi terminino la parabola del loro potere nascosti in una buca sottoterra, com'era necessario che Mussolini morisse tentando di scappare travestito e che Hitler, temendo di venir catturato vivo e di diventare lo zimbello dei vincitori, si suicidasse dando però l'ordine che l'ultima trasmissione radiofonica del Reich lo presentasse - mentendo - come caduto nibelungicamente in combattimento alla testa degli ultimi tenaci eroi della Berlino in fiamme. Quel che il tiranno supremamente teme, che i suoi avversari supremamente vogliono, è che crolli il monumento del Superuomo e che, dalle rovine, sgattaioli fuori il «Borghese piccolo piccolo» che lo abitava, privo ormai del potere e del carisma della propaganda, nudo nella miseria della sconfitta.
La fine di un tiranno non può mai esser grande: non si può permettere che lo sia, «per la contraddizion che nol consente». Bisogna che alla fine tremi di paura, o scodinzoli dietro alle gonne della sua ultima amante, o cerchi di sistemare al sicuro il malloppo che ha messo insieme. Una vita politicamente grande, quando non è coronata dal successo e quando il consenso non le sopravvive, richiede una fine piccola e meschina. Sono le regole del gioco. Se e quando la realtà storica minaccia di parlare un linguaggio diverso, la manipolazione propagandistica s'incarica di metter le cose a posto.
Budapest, folla intorno alla statua di Stalin abbattuta durante nel 1956
Budapest, folla intorno alla statua di Stalin abbattuta durante nel 1956
Ecco perché in fondo, tra i tiranni archetipici del nostro tempo, la sola vera «scandalosa» eccezione è Stalin, morto da vincitore e al culmine della gloria e del consenso mondiale; e la cui stessa damnatio memoriaeè arrivata tardiva e ambigua. Ma per descrivere davvero il tragico paradosso storico di Josip Vissarionovich, sarebbero necessari lo stilo di Plutarco o la penna di Shakespeare. Per troppi suoi squallidi o ridicoli succedanei, sarebbe stata o sarebbe già troppo quella di Pitigrilli.
Franco Cardini
26 agosto 2011 15:20
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La parola: TYRANNOS
Per qualificare il sovrano o il capo di Stato ingiusto e prevaricatore, la cultura occidentale ha ripreso il termine tyrannos, che per gli antichi greci non aveva però valore di per sé moralmente peggiorativo. In origine era tyrannos chi s’impadroniva del potere e lo esercitava senza possederne i necessari requisiti ereditari o istituzionali. Fu il governo ateniese dei cosiddetti «trenta tiranni», fra il 404 e il 403 a. C., a imprimere al termine quel valore negativo, legato al malgoverno e all’ingiustizia, che ancor oggi conserva. La cultura cristiana ha ereditato il concetto del tiranno come rex iniustus, il sovrano che può essere buono e giusto agli inizi ma finisce con l’abusare del potere e della fortuna contro il suo stesso popolo

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