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martedì 19 gennaio 2016

Georges Lakhovsky. [...] qual’è la forza che fa crescere miliardi di tonnellate di esseri viventi sulla superficie della Terra, qual’è la forza che distrugge tutti gli anni una moltitudine di questi esseri [...]?

Mentre studiavo il nucleo con i suoi filamenti aggrovigliati, cromosomi di qualche micron di lunghezza, condriomi molto più piccoli, fui colpito dalla rassomiglianza di questo sistema con un circuito elettrico oscillante. Scorgendo al microscopio questi minuscoli filamenti agitarsi come un esercito di operai in un’immensa fabbrica, e questo in un minuscolo spazio da 10 a 15 millesimi di millimetro (micron), non si può non essere colpiti dalla grandezza e dal genio del Creatore che realizza questo capolavoro.
Quando in un lampo di genio, ebbi l’intuizione che queste moltitudini di piccoli filamenti ultramicroscopici, con la loro vibrazione, hanno ciascuno la loro vita propria e non sono altro che dei circuiti oscillanti, esclamai in uno slancio di gioia: ‘Ecco la soluzione del problema che mi sono posto per tutta la mia esistenza…’ poiché quante volte mi ero chiesto, come tanti altri, qual’è la forza che fa crescere miliardi di tonnellate di esseri viventi sulla superficie della Terra, qual’è la forza che distrugge tutti gli anni una moltitudine di questi esseri, che sia un giorno, un mese o cent’anni dopo la loro nascita.
Georges Lakhovsky

mercoledì 28 maggio 2014

Goedel. Viviamo in un mondo in cui il 99 per cento delle cose belle vengono distrutte quando sono in boccio.... Sono all'opera forze dirette a soffocare il bene

"Non è realistico pensare che il mondo consista di una serie di attimi indefinibili che, in rapida successione, appaiono e svaniscono dall'esistenza. E' più realistico pensare che il passato ed il futuro esistono permanentemente".
Kurt Goedel, A Remark about the relationship between Relativity Theory and Idealistic Philosophy



"Viviamo in un mondo in cui il 99 per cento delle cose belle vengono distrutte quando sono in boccio.... Sono all'opera forze dirette a soffocare il bene.".
Lettera di Kurt Goedel alla madre Marianne in "I demoni di Goedel" di Pierre Cassou-Noguès


La mente umana è determinata da un programma che essa eseguirebbe senza conoscerlo?
...pensare secondo regole predefinite significa pensare come una macchina. Siamo allora macchine? 
....o possiamo, in qualche modo, far deviare la mente fino a sganciarla da questi programmi? 
Possiamo immaginare un processo di pensiero che nessuna macchina di Turing sarebbe in grado di riprodurre? Ossia formulare altre regole, un modo di ragionare che sarebbe inaudito (come nessuno ne ha ancora immaginato uno), oppure provare che la mente umana è in grado di pensare senza eseguire alcuna regola meccanica e, in questo senso, liberamente? 
Pierre Cassou, "I demoni di Goedel"



sabato 19 aprile 2014

Roger Penrose. Vita e bassa entropia. L’intera rete della vita sulla Terra richiede il mantenimento di una profonda e sottile organizzazione, il che implica senza dubbio che l’entropia dev’essere tenuta a un livello basso; nel dettaglio, c’è una struttura immensamente intricata e interconnessa che si è evoluta in armonia con il principio biologico fondamentale della selezione naturale e con molte questioni particolari di chimica.

Roger Penrose. Vita e bassa entropia.
L’intera rete della vita sulla Terra richiede il mantenimento di una profonda e sottile organizzazione, il che implica senza dubbio che l’entropia dev’essere tenuta a un livello basso; nel dettaglio, c’è una struttura immensamente intricata e interconnessa che si è evoluta in armonia con il principio biologico fondamentale della selezione naturale e con molte questioni particolari di chimica.
Va bene, direte voi, ma tutti questi problemi di biologia e di chimica che cos’hanno mai a che fare con l’uniformità dell’universo primordiale? La complessità biologica non permette al sistema, preso globalmente, di violare le leggi generali della fisica, come quella della conservazione dell’energia; inoltre, non può offrire una via di fuga dai vincoli imposti dalla Seconda legge. La struttura della vita su questo pianeta si disgregherebbe in breve tempo se non fosse per una grande fonte di bassa entropia dalla quale dipende quasi tutta la vita sulla Terra, vale a dire il Sole. Di solito, tendiamo a pensare che il sole rifornisca il nostro pianeta come una fonte esterna di ‹energia›, ma ciò non è affatto corretto, dato che l’energia che la Terra riceve di giorno dal Sole è sostanzialmente ‹uguale› a quella che essa restituisce all’oscurità dello spazio! Se le cose non stessero così, il nostro pianeta continuerebbe semplicemente a riscaldarsi fino a raggiungere uno stato di equilibrio. Ciò da cui la vita dipende è invece il fatto che il Sole è molto più caldo dell’oscurità dello spazio e, di conseguenza, i fotoni da esso provenienti hanno una frequenza considerevolmente più alta (quella della luce gialla) dei fotoni infrarossi che la Terra restituisce alla spazio. La formula di Planck ‹E = hv› ci dice che, in media, l’energia trasportata da un singolo fotone giunto fino a noi dal Sole è notevolmente maggiore di quella che un singolo fotone emesso dalla Terra restituisce allo spazio; pertanto, dato che la quantità di energia è nel complesso la stessa, ci sono molti più fotoni che partono dalla Terra di quanti non ne arrivino dal Sole. Ora, un maggior numero di fotoni significa più gradi di libertà e, quindi, un volume più grande nello spazio delle fasi; di conseguenza, la formula di Boltzmann ‹S = k› log ‹V› ci dice che l’energia che arriva dal Sole ha un livello di entropia considerevolmente più basso di quella che ritorna nello spazio.
Ora, sulla Terra, con il principio di fotosintesi, le piante verdi hanno trovato un modo per convertire i fotoni di frequenza relativamente alta provenienti dal Sole in fotoni di frequenza più bassa, e usano questo guadagno in termini di bassa entropia per formare la sostanza da cui sono fatte estraendo carbonio dall’anidride carbonica (CO₂). Quando gli animali mangiano le piante (o si nutrono di altri animali che le hanno mangiate), usano questa fonte di bassa entropia, assieme all’O₂, per mantenere bassa la propria entropia; ciò naturalmente, vale anche per gli uomini […] e costituisce la fonte di quella bassa entropia […] necessaria.
Quindi, il Sole non si limita a farci arrivare l’energia, ma ce la fornisce in una forma a bassa entropia tale da permetterci (grazie alle piante verdi) di mantenere basso il nostro stesso livello di entropia; e tutto ciò è possibile perché il Sole è un ‹punto caldo in un cielo altrimenti buio›. Se l’intero cielo avesse avuto la stessa temperatura del Sole, la sua energia non sarebbe stata di alcuna utilità per la vita sulla Terra; e questo discorso non vale solo per gli esseri viventi, ma anche per quanto riguarda la capacità del Sole di sollevare l’acqua degli oceani fino alle nubi, che a sua volta dipende fondamentalmente da questa differenza di temperatura.
E perché il Sole è un punto caldo in un cielo buio? Beh, dentro il Sole avvengono tutta una serie di processi complicati, una parte dei quali è costituita erto un guadagno da queste reazioni dalle reazioni termonucleari con cui l’idrogeno viene convertito in elio. Tuttavia, il punto chiave è l’esistenza stessa del Sole, che dipende dalla forza di gravitazionale che lo tiene assieme. Senza reazioni termonucleari, il Sole continuerebbe a brillare, ma si contrarrebbe diventando molto più caldo e avrebbe una vita molto più breve. Sulla Terra traiamo certo un guadagno da queste reazioni termonucleari, ma esse non avrebbero neppure avuto la possibilità di svilupparsi se non fosse stato per l’agglomerazione gravitazionale che ha dato origine al Sole. Di conseguenza, possiamo dire che nell’inesorabile processo di agglomerazione gravitazionale, accompagnato da un aumento dell’entropia, c’è la potenzialità perché le stelle si formino (seppure attraverso processi piuttosto complicati che avvengono in idonee regioni dello spazio) a partire da un materiale iniziale che si trova in uno stato a bassa entropia gravitazionale molto uniforme. 
In ultima analisi, tutto ciò dipende dal fatto che ci troviamo di fronte a un Big Bang dalla natura molto speciale, il cui stato (relativo) di entropia estremamente ‹bassa› è una manifestazione del fatto che inizialmente i suoi gradi di libertà gravitazionali non erano attivati. Si tratta di una situazione decisamente curiosa.”
ROGER PENROSE (1931), “Dal Big Bang all’eternità. I cicli temporali che danno forma all’universo”, trad. di Daniele Didero, Rizzoli, Milano 2011 (I ed.), Seconda parte ‘Il carattere stranamente speciale della natura del Big Bang’, 2.2 ‘L’ubiquità della radiazione di fondo a microonde’, pp. 104 – 107.




“ The entire fabric of life on Earth requires the maintaining of a profound and subtle organization, which undoubtedly involves entropy being kept at a low level. In detail, there is an immensely intricate and interconnected structure, which has evolved in keeping with the fundamental biological principle of natural selection and with many detailed matters of chemistry.
What, you might well ask, do such matters of biology and chemistry have to do with the uniformity of the early universe? Biological complication does not allow the system as a whole to violate the general laws of physics, such as the law of conservation of energy; moreover, it cannot provide escape from the constraints imposed by the Second Law. The structure of life on this planet would run rapidly down were it not for a powerful low-entropy source, upon which almost all life on Earth depends, namely the Sun. One tends to think of the Sun as supplying the Earth with an external source of energy, but this is not altogether correct, as the energy that the Earth receives from the Sun by day is essentially equal to that which the Earth returns to the darkness of space! If this were not so, then the Earth would simply heat up until it reaches such an equilibrium. What life depends upon is the fact that the Sun is much hotter than the darkness of space, and consequently the photons from the Sun have a considerably higher frequency (namely that of yellow light) than the infra-red photons that Earth returns to space. Planck’s formula ‹E= hν› then tells us that, on average, the energy carried in by individual photons from the Sun is considerably greater than the energy carried out by individual photons returning to space. Thus, there are many more photons carrying the same energy away from Earth than there are that carry it in from the Sun. See Fig. 2.9. More photons imply more degrees of freedom and therefore a larger phase-space volume. Accordingly, Boltzmann’s ‹S= k› log ‹V›, tells us that energy coming in from the Sun carries a considerably lower entropy than that returning to space.
Now, on Earth, the green plants have, by the process of photosynthesis, found a way of converting the relatively high-frequency photons coming from the Sun to photons of a lower frequency, using this gain in low entropy to build up their substance by extracting carbon from CO2 in the air and returning it as O2. When animals eat plants (or eat other animals that eat plants), they use this source of low entropy, and the O2, to keep down their own entropy. This applies to humans, of course, […] and it supplies the source of low entropy needed […]. So what the Sun does for us is not simply to supply us with energy, but to provide this energy in a low- entropy form, so that we (via the green plants) can keep our entropy down, this coming about because the Sun is a hot spot in an otherwise dark sky. Had the entire sky been of the same temperature as that of the Sun, then its energy would have been of no use whatever to life on Earth. This applies, also, to the Sun’s ability to raise water from the oceans high up into the clouds, which again depends crucially on this temperature difference. Why is the Sun a hot spot in the dark sky? Well, there are all sorts of complicated processes going on in the Sun’s interior, and the thermo-nuclear reactions that result in hydrogen being converted to helium play an important part in this. However the key issue is that the Sun is there at all, and this has come about from the gravitational influence which holds the Sun together. Without thermonuclear reactions, the Sun would still shine, but shrink and get much hotter, and have a far shorter life.
On Earth, we clearly gain from these thermonuclear reactions, but they would not even have the chance to take place were it not for the gravitational clumping that produced the Sun in the first place. Accordingly, it is the potential for stars to form (albeit via somewhat complicated processes in appropriate regions in space), through the relentless entropy raising process of gravitational clumping, from initial material that started off in a very uniform gravitationally low-entropy state.
This all comes about, ultimately, from the fact that we have been presented with a Big Bang of a very special nature, the extreme (relative) lowness of its entropy being manifested in the fact that its gravitational degrees of freedom were indeed not initially activated. This is a curiously lop-sided situation.”
ROGER PENROSE, “Cycles of Time. An Extraordinary New View of the Universe”, The Bodley Head, London 2010, Part 2. ‘The oddly special nature of the Big Bang’, 2.2 ‘The ubiquitous microwave background’, pp. 77 – 79.

mercoledì 16 aprile 2014

Rodney Collin. Un'abitudine caratteristica, diffondendosi gradualmente in tutti i lati della vita di un uomo, con il tempo diventa la sua principale debolezza. Per esempio, un uomo ha da una parte una tendenza ad essere timido e da un'altra una tendenza a essere meticoloso nell'esecuzione di piccoli compiti. Mentre è ancora un ragazzo egli acquista l'abitudine di desiderare di finire quello che sta facendo piuttosto che incontrare gli amici. Gradualmente gli comincerà a sembrare giusto e inevitabile finire anche il compito più semplice, prima di prendere un impegno. Inoltre, se non esiste nessun compito da svolgere, per ritardare il suo incontro con la gente, egli se ne inventerà uno. Ed alla fine succede che – del tutto letteralmente – egli non prende mai un impegno. Una tale debolezza principale può rovinare la vita di un uomo, gettarlo in dubbi senza fine, impedirgli di compiere qualsiasi cosa egli tenta di fare. E la cosa curiosa è che all'uomo stesso la sua debolezza può rimanere completamente sconosciuta e invisibile. Perché per lui ogni esempio sembrerà separato e inevitabile, e non gli capiterà mai di poter agire in qualche altra maniera. La debolezza principale è quindi costruita sulle abitudini, le abitudini sulle azioni involontarie, e le azioni involontarie su movimenti senza scopo.

Un'abitudine caratteristica, diffondendosi gradualmente in tutti i lati della vita di un uomo, con il tempo diventa la sua principale debolezza. Per esempio, un uomo ha da una parte una tendenza ad essere timido e da un'altra una tendenza a essere meticoloso nell'esecuzione di piccoli compiti. Mentre è ancora un ragazzo egli acquista l'abitudine di desiderare di finire quello che sta facendo piuttosto che incontrare gli amici. Gradualmente gli comincerà a sembrare giusto e inevitabile finire anche il compito più semplice, prima di prendere un impegno. Inoltre, se non esiste nessun compito da svolgere, per ritardare il suo incontro con la gente, egli se ne inventerà uno. Ed alla fine succede che – del tutto letteralmente – egli non prende mai un impegno.
Una tale debolezza principale può rovinare la vita di un uomo, gettarlo in dubbi senza fine, impedirgli di compiere qualsiasi cosa egli tenta di fare. E la cosa curiosa è che all'uomo stesso la sua debolezza può rimanere completamente sconosciuta e invisibile. Perché per lui ogni esempio sembrerà separato e inevitabile, e non gli capiterà mai di poter agire in qualche altra maniera.
La debolezza principale è quindi costruita sulle abitudini, le abitudini sulle azioni involontarie, e le azioni involontarie su movimenti senza scopo.
Rodney Collin


Se pensiamo al circolo della vita dell'uomo come ad una sfera, la sua essenza è la natura fisica dell'interno della sfera, la sua consistenza, densità, composizione fisica e così via. La sua personalità è allora qualcosa di immaginario che non esiste affatto nella sfera. Non ha ne spessore ne dimensione. Viene soltanto dall'esterno. E' come la luce dal mondo circostante che si riflette sulla superficie della sfera... Possiamo ottenere maggiore comprensione sulla natura della personalità, se capiamo che questa luce che l'uomo riflette è proprio quella che egli non assorbe. Quello che è più evidente in un uomo è quello che rifiuta, ed il particolare modo in cui lo rifiuta. Egli viene riconosciuto da quello che ancora non capisce, da quello che lo divide dal resto. Questa è la personalità. Quando egli capisce ed assorbe veramente qualcosa, questo entra in lui e diventa parte della sua essenza. Allora non appare più agli altri come la sua personalità, questo è lui e lui è questo. 
La separazione caratteristica della personalità è scomparsa.
Rodney Collin


martedì 25 marzo 2014

Paul Éluard. UNA LIBBRA DI CARNE Sono un uomo nel vuoto Un uomo sordo cieco muto Sopra un immenso piedistallo di silenzio nero Nulla questo oblio senza limiti Questo zero assoluto di uno zero ripetuto La solitudine compiuta Il giorno è senza macchia e la notte è pura Qualche volta prendo i tuoi sandali E cammino verso te Qualche volta indosso la tua veste E ho i tuoi seni e ho il tuo ventre Allora mi vedo con la tua maschera E mi riconosco


UNA LIBBRA DI CARNE
Sono un uomo nel vuoto
Un uomo sordo cieco muto
Sopra un immenso piedistallo di silenzio nero
Nulla questo oblio senza limiti
Questo zero assoluto di uno zero ripetuto
La solitudine compiuta
Il giorno è senza macchia e la notte è pura
Qualche volta prendo i tuoi sandali
E cammino verso te
Qualche volta indosso la tua veste
E ho i tuoi seni e ho il tuo ventre
Allora mi vedo con la tua maschera
E mi riconosco
Paul Éluard



lunedì 10 febbraio 2014

Emil Cioran. Taccuino di Talamanca. L'io che presiede agli elementi che mi compongono rappresenta un tentativo di esistenza come un altro; e poco importa che riesca o meno. Non appena raggiungiamo l'età della ragione dovremmo dirci: "Rassegnati al fallimento, in ogni caso non affliggertene, considera che in quello risiede il senso della tua vita. Anzi, spingiti oltre: fanne un successo, il tuo successo

Nella primavera del 1937, mentre passeggiavo nel parco dell'ospedale psichiatrico di Sibiu, in Transilvania, un "pensionante" mi avvicinò. Scambiammo due parole, poi gli dissi: "Si sta bene qui". "Certo". Vale la pena di essere matto" mi rispose. "Ma lei è pur sempre in una specie di carcere" . "Si, forse, ma qui si vive senza la minima preoccupazione. Per di più la guerra si avvicina, lo sa quanto me. Questo posto è sicuro. Non c'è richiamo alle armi, e poi nessuno bombarda un asilo di alienati. Al suo posto mi farei internare subito".
Turbato, meravigliato, lo lasciai, e cercai di sapere qualcosa di più su di lui. 
Mi assicurarono che era realmente folle. Folle o no, nessuno mi ha mai dato consiglio più ragionevole.
Emil Cioran. Confessioni e anatemi


Ciò che deve rendere sopportabile la vecchiaia è il piacere di veder scomparire l'uno dopo l'altro tutti coloro che avranno creduto in noi, e che non potremo più deludere.
Emil Cioran. Il funesto demiurgo


"Gli altri" mi diceva un vagabondo "trovano piacere nell'avanzare; io nell'indietreggiare". 
Beato vagabondo! Io non indietreggio nemmeno, sto... 
E la realtà stessa sta ferma, immobilizzata dai miei dubbi. 
Più nutro dubbi nei miei confronti, più ne proietto nelle cose e su di esse mi vendico delle mie incertezze. 
Che tutto si fermi, dal momento che non riesco a concepire né a fare un passo di più verso un orizzonte qualsiasi. Una pigrizia più vecchia del mondo mi inchioda a "questo" istante... E quando per scuoterla metto in guardia i miei istinti, precipito in un'altra pigrizia, in quella tragica pigrizia che ha nome melanconia.
Emil Cioran. La tentazione di esistere


Non si biasimerà mai abbastanza il XIX secolo per aver favorito questa genia di glossatori, queste macchine da lettura, questa malformazione dello spirito incarnata dal Professore – simbolo del declino di una civiltà, dell'avvilimento del gusto, della supremazia della fatica sul capriccio.
Vedere tutto dall'esterno, ridurre a sistema l'ineffabile, non guardare niente in faccia, fare l'inventario delle opinioni altrui!... Qualsiasi commento a un'opera è cattivo o inutile, perché tutto ciò che non è diretto è senza valore.
Un tempo i professori si accanivano piuttosto sulla teologia. Per lo meno avevano la scusa di insegnare l'assoluto, di essere limitati a Dio, mentre nella nostra epoca nulla sfugge alla loro competenza assassina.
Emil Cioran - Sillogismi dell'amarezza ( II )


L'io che presiede agli elementi che mi compongono rappresenta un tentativo di esistenza come un altro; e poco importa che riesca o meno. Non appena raggiungiamo l'età della ragione dovremmo dirci: "Rassegnati al fallimento, in ogni caso non affliggertene, considera che in quello risiede il senso della tua vita. Anzi, spingiti oltre: fanne un successo, il tuo successo.
Emil Cioran. Taccuino di Talamanca





venerdì 24 gennaio 2014

John Donne. The Divine Poems. Morte, non essere fiera. Pur se taluni t’abbiano chiamata terribile e possente, perchè tu non lo sei, che quei che tu credi di travolgere non muoiono, povera morte nè tu puoi uccider me. Tu, schiava del fato, del caso, di re e di disperati; tu, che ti nutri di guerre, veleni e malattie, oppio e incantesimi ci sanno addormentare ugualmente e meglio di ogni tuo fendente. Perché dunque insuperbisci? Trascorso un breve sonno, veglieremo in eterno e morte più non sarà, morte tu morrai

Nessun uomo è un’isola,
completo in sé stesso;
ogni uomo è un pezzo del continente,
una parte del tutto.

Se anche solo una zolla
venisse lavata via dal mare,
l’Europa ne sarebbe diminuita,
come se le mancasse un promontorio,
come se venisse a mancare
una dimora di amici tuoi,
o la tua stessa casa.

La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce,
perché io sono parte dell’umanità.
E dunque non chiedere mai
per chi suona la campana:
essa suona per te.
John Donne


[No man is an island, entire of itself; every man is a piece of the continent, a part of the main. If a clod be washed away by the sea, Europe is the less, as well as if a promontory were, as well as if a manor of thy friend's or of thine own were: any man's death diminishes me, because I am involved in mankind, and therefore never send to know for whom the bell tolls; it tolls for thee.]
John Donne (1572-1631), Meditazione XVII, in “Devozioni per occasioni d'emergenza” (1623), Editori Riuniti, Roma 1994, pp. 112-113



« […] Perciò le nostre due anime, che sono una,
benché io debba partire, non subiscono 
un distacco, ma un'espansione,
come oro battuto in sfoglia di aerea tenuità.
Se esse son due, lo sono al modo stesso
che son due le rigide parti gemelle del compasso:
l'anima tua, che è la fissa, non fa mostra di muoversi, ma si muove quando si muove l'altra.
E benché essa sia fissata al centro,
pur, quando l'altra gira più lontana,
s'inclina e si protende verso quella,
e si raddrizza quando l'altra torna.
Tale sarai per me, che devo, come l'altra gamba, obliquamente aggirarmi:
la tua fermezza rende il mio cerchio esatto,
e mi fa terminare là dove ho incominciato.»
John Donne, A Valediction: Forbidding Mourning, Songs and Sonnets, 1633




Se ancor non ho tutto l'amore tuo,
cara, giammai tutto l'avrò;
non posso esalare un altro sospiro per intenerirti,
né posso implorare un'altra lacrima a che sgorghi;
ormai tutto il tesoro che avevo per acquistarti
- sospiri, lacrime, e voti e lettere - l'ho consumato.
Eppure non può essermi dovuto
più di quanto fu inteso alla stipulazione del contratto;
se allora il tuo dono d'amore fu parziale,
si che parte a me toccasse, parte ad altri,
cara giammai tutta ti avrò

Ma se allora tu mi cedesti tutto,
quel tutto non fu che il tutto di cui allora tu disponevi;
ma se nel cuore tuo, in seguito, sia stato o sarà
generato amor nuovo, ad opera di altri,
che ancor possiedono intatte le lor sostanze, e possono di lacrime,
di sospiri, di voti, di lettere, fare offerte maggiori,
codesto amore nuovo può produrre nuove ansie,
poiché codesto amore non fu da te impegnato.
Eppur lo fu, dacché la tua donazione fu totale:
il terreno, cioè il tuo cuore, è mio; quanto ivi cresca,
cara, dovrebbe tutto spettare a me.

Tuttavia ancor non vorrei avere tutto;
chi tutto ha non può aver altro,
e dacché il mio amore ammette quotidianamente
nuovo accrescimento, tu dovresti avere in serbo nuove ricompense;
tu non puoi darmi ogni giorno il tuo cuore:
se puoi darlo, vuol dire che non l'hai mai dato.
il paradosso d'amore consiste nel fatto che, sebbene il tuo cuore si diparta,
tuttavia rimane, e tu col perderlo lo conservi.
Ma noi terremo un modo più liberale
di quello di scambiar cuori: li uniremo; così saremo
un solo essere, e il Tutto l'un dell'altro.

John Donne






Tutta l’umanità è un solo volume
quando un uomo muore il suo capitolo non viene strappato dal libro
ma tradotto in una lingua più bella,
ed ogni capitolo deve essere tradotto in questo modo.
Dio si avvale di diversi traduttori.
Alcuni brani vengono tradotti dall’età
altri dalla malattia, alcuni dalla guerra, altri dalla giustizia,
ma la mano di Dio raccoglierà di nuovo in volume
i nostri fogli sparsi per la biblioteca
in cui ogni libro resterà aperto l’uno per l’altro. …
John Donne


“La morte è inghiottita per sempre”.
“Morte, dov’è la tua vittoria?
Morte, dov’è il tuo pungiglione?”
John Donne


Morte,
non essere fiera.
Pur se taluni t’abbiano chiamata terribile e possente,
perchè tu non lo sei,
che quei che tu credi di travolgere
non muoiono,
povera morte
nè tu puoi uccider me.
Tu, schiava del fato, del caso, di re e di disperati;
tu, che ti nutri di guerre, veleni e malattie,
oppio e incantesimi ci sanno addormentare
ugualmente e meglio di ogni tuo fendente.
Perché dunque insuperbisci?
Trascorso un breve sonno,
veglieremo in eterno
e morte più non sarà,
morte
tu morrai
John Donne. The Divine Poems

http://youtu.be/ATbdYwjMlcs


Con Emma Thompson. E poco conosciuto ma molto profondo




domenica 8 dicembre 2013

Samuel Ullman. La gioventù non è un periodo della vita: è una forma del pensiero. Nessuno diviene vecchio semplicemente perchè vive un certo numero di anni: gli individui invecchiano solo perchè disertano i loro ideali. Gli anni rendono rugosa la pelle, ma rinunciare all’entusiamo rende rugosa l’anima. Quando tutto sarà a terra, quando il più recondito angolo del vostro cuore sarà ricoperto dalla neve del pessimismo e dal ghiaccio del cinismo, allora e solo allora sarete veramente vecchi

La gioventù non è un periodo della vita: è una forma del pensiero. Nessuno diviene vecchio semplicemente perchè vive un certo numero di anni: gli individui invecchiano solo perchè disertano i loro ideali. Gli anni rendono rugosa la pelle, ma rinunciare all’entusiamo rende rugosa l’anima. Quando tutto sarà a terra, quando il più recondito angolo del vostro cuore sarà ricoperto dalla neve del pessimismo e dal ghiaccio del cinismo, allora e solo allora sarete veramente vecchi. 
Samuel Ullman

mercoledì 4 dicembre 2013

Joseph Campbell. L'eternità non è qualcosa che ha da venire. L'eternità non è nemmeno un lungo periodo di tempo. L'eternità non ha niente a che vedere con il tempo. L'eternità è la dimensione del qui e ora che viene esclusa dal pensiero che si muove entro i termini temporali. Se non la otteniamo qui dove ci troviamo, non la otterremo in nessun altro luogo


L'eternità non è qualcosa che ha da venire. L'eternità non è nemmeno un lungo periodo di tempo. L'eternità non ha niente a che vedere con il tempo. L'eternità è la dimensione del qui e ora che viene esclusa dal pensiero che si muove entro i termini temporali. Se non la otteniamo qui dove ci troviamo, non la otterremo in nessun altro luogo. 
Joseph Campbell

domenica 10 novembre 2013

Cristina Campo. Qualcuno avrà notato con quale ipnotica lentezza battano le ciglia di un bambino che ascolta un vecchio rievocare; come le labbra si schiudano febbrili, la saliva passi lenta attraverso la gola. Non è di ilarità la sua espressione, mentre tutto il corpo si stringe contro le antiche ginocchia. C'è in lui la tensione immobile degli animali in muda, degli insetti in metamorfosi; è forse simile agli usignoli in pieno canto che si dice hanno una forte temperatura e il fragile piumaggio tutto arruffato. Egli sta crescendo, in quegli attimi; sta bevendo con voluttà e tremore alla fontana della memoria; l'acqua fulgida e cupa da cui ha vita la percezione sottile.

«Se qualche volta scrivo è perché certe cose non vogliono separarsi da me come io non voglio separarmi da loro. Nell’atto di scriverle esse penetrano in me per sempre – attraverso la penna e la mano – come per osmosi».
Cristina Campo, nata a Bologna il 29 aprile 1923


«Eccessiva per natura, lei vive d’ardenti entusiasmi e di cupe disperazioni
Queste sono le parole con cui Guido Guerrini, famoso compositore italiano e padre di Vittoria Guerrini, parla di sua figlia, meglio conosciuta con lo pseudonimo di Cristina Campo (1923 – 1977).

[...] Il difetto cardiaco che l’accompagnerà per tutta la vita
le impedisce di frequentare regolarmente la scuola
Fortuna immensa», commenterà Elémire Zolla)
e anche questo contribuisce a fare di lei una persona speciale.
Studia da autodidatta sotto la guida del padre e di insegnanti privati.
Impara le lingue leggendo Proust, Cervantes, Shakespeare...
[...] è ben attenta a fuggire qualsiasi commercio con l’attualità.

Evita gli autori che vanno per la maggiore (gli aborriti contemporanei i cui libri definisce “pezzi di carogna”) e inoltre non accetta né tagli né modifiche agli articoli, né compromessi di altro genere.

Rimane, pertanto, un’isolata e diventa un’imperdonabile sulla scia di poeti senza mezze misure quali Ezra Pound e Marianne Moore, quest’ultima definita «meticolosa, speciosa, inflessibile», tre aggettivi per scegliere i quali dev’essersi guardata allo specchio.

Nella Capitale conosce Elémire Zolla, studioso fra esoterismo e Tradizione, sposato con la poetessa Maria Luisa Spaziani e quindi con difficoltà a contraccambiare il sentimento appena nato. Ma i due finiscono col convivere e a coagulare un piccolo nucleo di eccentrici, il poeta italo­argentino Juan Rodolfo Wilcock, il dissidente polacco Gustaw Herling, i tre giovani anticonformisti Guido Ceronetti, Alfredo Cattabiani, Roberto Calasso (gli ultimi due saranno i suoi editori, rispettivamente in Rusconi e in Adelphi).

Nel ‘65, dopo la morte del padre, Cristina si ritira sull’Aventino.

Abita con Zolla a Villa Sant’Anselmo, un piccolo albergo sull’omonima piazza a pochi passi dall’omonima abbazia, dove spesso si rifugia a pregare. Sul colle famoso per la secessione plebea, Cristina attua la sua secessione aristocratica da un mondo che le piace ogni giorno di meno.

Il colpo definitivo lo riceve dal Concilio Vaticano II, che cancella la messa in latino e il canto gregoriano, suoi grandi conforti.
http://www.150anni.it/webi/stampa.php?wid=1944&stampa=1






Qualcuno avrà notato con quale ipnotica lentezza battano le ciglia di un bambino che ascolta un vecchio rievocare; come le labbra si schiudano febbrili, la saliva passi lenta attraverso la gola. Non è di ilarità la sua espressione, mentre tutto il corpo si stringe contro le antiche ginocchia. C'è in lui la tensione immobile degli animali in muda, degli insetti in metamorfosi; è forse simile agli usignoli in pieno canto che si dice hanno una forte temperatura e il fragile piumaggio tutto arruffato. Egli sta crescendo, in quegli attimi; sta bevendo con voluttà e tremore alla fontana della memoria; l'acqua fulgida e cupa da cui ha vita la percezione sottile.
Cristina Campo, Gli imperdonabili


Vivere, certo, mio caro amico. Non c’è nulla di più - nulla di meno - da fare. 
Quanto ad esser felici, questo è il terribilmente difficile, estenuante.
Come portare in bilico sulla testa una preziosa pagoda, tutta di vetro soffiato, adorna di campanelli e di fragili fiamme accese; e continuare a compiere ora per ora i mille oscuri e pesanti movimenti della giornata senza che un lumicino si spenga, che un campanello dia una nota turbata.
Cristina Campo, stralcio di lettera contenuta in "Il mio pensiero non vi lascia"



UNA ROSA
«Come fu così agghindata, ella salì in carrozza; ma la madrina le raccomandò sopra ogni cosa di non passar mezzanotte, avvertendola che se restasse più lungamente al ballo la sua carrozza ridiverrebbe zucca, i suoi cavalli sorci, i lacchè lucertole, e che le sue belle vesti riprenderebbero l'antica forma».
Cenerentola.

Il mistero del tempo e la legge del miracolo sono indicati in queste poche parole con leggerezza estrema e tuttavia con quale risolutezza. A che può condurre l'infrazione di un limite se non al regresso tragico nel tempo, al risveglio, sulle ceneri fredde? Cenerentola sfiora, nella terza e più gloriosa notte di ballo, quel precipizio: e per schivarlo, fuggendo all'impazzata, non si cura di perdere il suo scarpino di vaio, di rinunciare a un lembo del gratuito, estatico presente del quale una potenza l'ha rivestita. Ma ecco: sarà proprio quel filo, lo scarpino di vaio, a ricondurla al principe. La sua perdita volontaria diverrà il suo guadagno. [...]
fu Belinda a suscitare il suo Principe, di lontano e senza saperlo.
Fu quando chiese a suo padre che infilava la staffa, invece di un gioiello o di una veste sfarzosa, quel suo folle regalo:
«una rosa, solo una rosa», in pieno inverno.
Cristina Campo, Gli imperdonabili



Rebus di limiti illimitati, l'infanzia.
[...]Oggi un contadino qualsiasi,
per indicare una qualsiasi direzione,
parlerà come uno gnomo o una fata,
ti aprirà con un gesto la strada,
mille volte sfiorata senza sospettarla, [...]
Bastano pochi lembi di visione:
Un frantoio, cavato da una sola, grande rovere...

[...]... A otto anni mi regalarono un cavallino,
un baio bruciato balzano da tre.
Balzan da tre caval da re, disse il mozzo di scuderia.
A mia sorella invece due anatrelle mute...

[...] Di non svegliarti ancora ti chiediamo:
qui non c'è nulla al di fuori
di questa fratta in mezzo a un prato.
La brezza del mattino muove tra i pini.
Una fratta selvaggia, oscura e vuota.
Cristina Campo, Gli imperdonabili

Chi abbia avuto la ventura di nascere in campagna (o almeno in un giardino abbastanza vasto da non saperne troppo bene i confini) porterà per tutta la vita il sentimento di un arcano e pure preciso linguaggio, di uno svolgersi musicale di frasi che, mentre colma i sensi di sovrabbondante letizia, annuncia alla mente un ultimo disegno, sempre di nuovo promesso e differito. Come la soluzione di un rebus [...].

Rebus di limiti illimitati, l'infanzia.
Di confini malcerti, magnificati dalla piccola statura (proprio come le magiche parole, compitate a rilento nel libro delle fiabe).
Era il dosso, vellutato da una linea di sole e inaccessibile ai passetti minuti, oltre il quale doveva stendersi il prato incomparabile, la radura di Brocelianda.

Era il cancello sempre chiuso, il boschetto solo sfiorato, il viale senza termine. Era, durante la passeggiata al crepuscolo, la rovina di un castello vertiginoso e statico che girava tramutando con i tornanti della strada. Era la grotta, appunto, il muschio indovinato, l'acqua nascosta. Era la fin du pare. [...]

Non a caso la lettura delle fiabe, lingua segreta dei vecchi, è così spesso l'evento indelebile dell'infanzia. Per il bambino che le abbia lette in un paesaggio vivente, esse varranno già una prima iniziazione, se non al significato al potere dei simboli.

Uno scrittore dotato di arcano, Corrado Alvaro, assimilò la fiaba all'infanzia del mondo, quando i viaggi si compivano a piedi o sul dorso di animali.

[...] Abolita come a un tocco di verga la geometria di tempo e spazio, si cammina per ore senza uscire da un cerchio, o al contrario si tocca in pochi passi l'orlo dell'illimitato.

Cristina Campo, Gli imperdonabili



Accade in ogni fiaba che, partiti per avere una cosa, 
se ne ricava misteriosamente un’altra”.
Cristina Campo

“Di certe pesche si dice in italiano che hanno “l’anima spicca”, il nocciolo, cioè, ben distaccato dalla polpa. A spiccarsi del pari il cuore dalla carne o, se vogliamo, l’anima dal cuore, è chiamato l’eroe di fiaba, poiché con cuore legato non si entra nell’impossibile.
Questa provincia mediana della fiaba, tra prova e liberazione, è, se mai ve ne fu uno, mondo di specchi. Come in una antica danza di corte, bene e male vi si scambiano le maschere, e che la sorridente regina fosse una negromante, che nella stamberga del menestrello si celasse il magnanimo re Barba-di-Tordo
non si appaleserà se non in quel sopramondo delle scadenze imponderabili a cui la fiaba conduce: là dove le figure rovesciate si ricomporranno nel tessuto splendente, nell’atlante perfetto dei significati. E tuttavia l’eroe di fiaba è chiamato sin dal principio a leggere in qualche modo quel sopramondo in filigrana, ad assecondarne le leggi recondite nelle sue scelte, nei suoi dinieghi. Gli si chiede nulla di meno che appartenere, simultaneamente, sonnambolicamente a due mondi.”
Cristina Campo, Gli imperdonabili, 1987



Nelle fiabe, come si sa, non ci sono strade.
Si cammina davanti a sé, la linea è retta all'apparenza.
Alla fine quella linea si svelerà un labirinto, un cerchio perfetto, una spirale, una stella - o addirittura un punto immobile dal quale l'anima non partì mai, mentre il corpo e la mente faticavano nel loro viaggio apparente.

Di rado si sa verso dove si vada, o anche solo verso che cosa si vada; perché non si può sapere che cosa siano in realtà
l'Acqua Ballerina, la Mela Canterina, l'Uccello che indovina.

[...] Gli antichi navigatori, dopo avere perduto la rotta per traversie di mare, al momento di ritrovarla, spesso dal lato opposto, chiamavano la manovra avanzare di ritorno.
Cristina Campo, Gli imperdonabili

Non a caso la fiaba, questa figura del viaggio, si chiude per lo più come un anello allo stesso punto nel quale era cominciata. Il termine raggiunto, al di là dei sette monti e dei sette mari, è la casa paterna; il parco familiare o il giardino dove nel frattempo sono cresciute alte erbe. Là il re canuto attende di poter cedere la corona a suo figlio, il principe prodigo. [...]
Cristina Campo, Gli imperdonabili

«Val più un vecchio nel canto del fuoco
che un giovane nel campo»
Cristina Campo, Gli imperdonabili


13 novembre 2016 0:25
"è stato detto che solo per l'infanzia si accede al regno dei cieli"
Cristina Campo, Gli imperdonabili

"Si sa che la vecchiezza, spesso dimentica di tanta parte della vita trascorsa, ricorda con limpidità sempre maggiore l'infanzia.
E poiché è stato detto che solo per l'infanzia si accede al regno dei cieli, sembra giusto spogliarsi di ogni altro bene per quel solo possesso. Un possesso che forse si compirà con la morte.

Il vecchio più smarrito si riveste della segretezza di un augure se incominci a narrare della sua fanciullezza. La vita rallenterà il suo ritmo intorno a lui, strani silenzi lo circonderanno, né il bambino più smanioso potrà resistergli. Egli sembra dotato, in quegli attimi, di potere augurale.

Infatti sta indicando al fanciullo una meta: non già il proprio passato, ma il suo futuro, il futuro della sua memoria di adulto.
Né l'uno né l'altro lo sa, se non per la qualità numinosa delle parole che avvolge l'uno e l'altro nella stessa fascinazione.
Come semplici quelle parole. E tuttavia si sente spesso il bambino interrompere, volerne saper di più, insistere sulla forma di quella focaccia, la grandezza di quel giardino, il colore dell'abito della bisnonna durante quella passeggiata o quella festa". [...]

Qualcuno avrà notato con quale ipnotica lentezza battano le ciglia di un bambino che ascolta un vecchio rievocare; come le labbra si schiudano febbrili, la saliva passi lenta attraverso la gola. Non è di ilarità la sua espressione, mentre tutto il corpo si stringe contro le antiche ginocchia. C'è in lui la tensione immobile degli animali in muda, degli insetti in metamorfosi; è forse simile agli usignoli in pieno canto che si dice hanno una forte temperatura e il fragile piumaggio tutto arruffato. Egli sta crescendo, in quegli attimi; sta bevendo con voluttà e tremore alla fontana della memoria; l'acqua fulgida e cupa da cui ha vita la percezione sottile.
Cristina Campo, Gli imperdonabili


[...] la narrazione più semplice di un vecchio assume andatura di parabola, in parabole si esprimevano volentieri i vecchi di un tempo e sempre la raccontatrice di fiabe - questi evangeli che così leggermente si dicono moralità - fu la nonna:
la decana di casa, la donna di buon consiglio, dama che fosse o contadina. Allusivo suona il proverbio italiano:
«Val più un vecchio nel canto del fuoco
che un giovane nel campo»,

se pensiamo alla figura del raccontafiabe di cui mio padre potè ancora ascoltare la voce: l'uomo misterioso che si imitava alle veglie, nelle profonde notti veglie, nelle profonde notti dell'inverno, come un celebrante o un aruspice; il vecchio dalla pipa di coccio che viveva della sua parola e intorno al quale la sala o la cucina si spartiva da sé, come una cappella, in gineceo di filatrici, di ricamatrici da un lato, in androceo di fumatori dall'altro.
In Toscana la fiaba fu sempre chiamata «la novella», proprio come tra i popoli furono detti i Vangeli. Mentre al raccontafiabe era riserbata la casa, il fuoco al centro della casa -antico luogo d'incontro con i morti, con gli spiriti della stirpe - il cantastorie, storico di gesta laiche, era ascoltato in piazza. [...] il raccontafiabe, sdegnoso di strofette, di cartelloni patetici, passava misteriosamente di casa in casa come un portatore di tesori. I bambini se lo raffiguravano volentieri con un sacco pieno di parole, in tutto simile al sacco del Sonno dispensatore di sogni. Per secoli si crearono leggende sul raccontafiabe che non ha più (o non vuol più raccontare) fiabe: dono celeste, sempre revocabile. [...]
Cristina Campo, Gli imperdonabili







«La nostalgia mi ruba i colori della vita»
Cristina Campo, le lettere agli amici del periodo fiorentino

Tra le creature viventi, amava soprattutto i gatti e gli amici.
I gatti erano quattro: nella poltrona vicino al suo letto,
si stendeva un grosso, giovane gatto innocente;
e nella stanzetta sopra la cucina, abbracciate,
«tre piccole fate dai più delicati toni di grigio».

Gli amici erano innumerevoli; e ancora oggi appaiono alla luce lettere, frammenti di lettere, tenerezze, ricordi di tenerezze,
amicizie che dopo quaranta o cinquanta anni non si possono sradicare.

Cercava nei suoi amici fedeltà, freschezza, meraviglia, sorpresa: una cerchia strettissima di complicità, che ricordasse un poco ai suoi occhi le cerchia degli antichi amici dello Stilnovo.

Voleva sapere tutto di loro - che mobili c'erano nella STANZA, che alberi si riflettevano nei vetri.

Nel 1999, Margherita Pieracci Harwell pubblicò le Lettere a Mita (Adelphi): un capolavoro della letteratura italiana del secolo scorso.
In questi giorni, la stessa Pieracci raccoglie e commenta

Il mio pensiero non vi lascia.
Lettere a Gianfranco Draghi e ad altri amici del periodo fiorentino (Adelphi, pp. 278, 24).

Pietro Citati
5 gennaio 2012 (modifica il 9 gennaio 2012)

Il libro di Cristina Campo (Bologna, 1923 - Roma, 1977; nella foto), «Il mio pensiero non vi lascia. Lettere a Gianfranco Draghi e ad altri amici del periodo fiorentino», edito da Adelphi (pp. 278, e 24),

http://www.corriere.it/cultura/libri/12_gennaio_05/campo-il-mio-pensiero-non-vi-lascia_a2471dc4-3788-11e1-8a56-e1065941ff6d.shtml




Cristina Campo.
Dopo la morte del padre e della madre - strazio per lei indicibile - 
andò ad abitare a piazza Sant'Anselmo, sull'Aventino. 
Dapprima nella STANZA di un piccolo albergo, 
dove tutto sapeva di Emily Dickinson; 
e poi in un incantevole appartamento in fondo alla piazza, sempre sotto la protezione dell'immensa abbazia, «L'abbazia - scriveva nell'agosto 1965 a Maria Zambrano - è quasi disabitata: 
non c'è Musica né Liturgia: solo pochi conversi e i sacerdoti rimangono. Ma la Messa del mattino, col suo sepolcrale silenzio, la Compieta al tramonto, il suono delle campane che ordina il giorno, accompagna dolcemente la notte - questa esistenza, infine, quasi di oblati in ritiro - è puro olio soave sull'anima e il corpo».

Nell'ultimo periodo della vita, Cristina Campo ebbe l'impressione che Dio l'avesse completamente abbandonata. Dio si occupava di altri: chissà di chi - ma mai di lei. Temeva di non essere degna. Temeva di smarrire quell'olio soave che l'aveva incantata. Le chiavi del cielo continuavano ad aprire porte inattese - ma dietro la porta non c'era niente o nessuno che le parlasse. «Ormai è tardi», scriveva.

La mattina dell'11 gennaio 1977, alle cinque, mi telefonò Elémire Zolla. 
«Vittoria è morta dieci minuti fa», mi disse. Era ancora buio. Mia moglie ed io corremmo in macchina all'Aventino. Vittoria era distesa sul letto: il viso era trasformato, deformato, stravolto; non avevo mai visto un essere umano così violentemente e ferocemente aggredito dalla morte, che l'aveva colpita dove era più indifesa: nel cuore. Tutto era stato inutile: la fede, la grazia, l'attenzione, l'amore, la discrezione, la vocazione, la tenacia, l'ardore, la dolcezza, persino la crudeltà - tutto quello che aveva fatto di lei una creatura incomparabile, era stato spazzato via con un gesto. Per un momento non riuscii a pensare ad altro. Poi nella memoria risorse il lieve splendore della voce di Vittoria, la grazia della scrittura di Cristina, e il verso incessante di Dylan Thomas: «E la morte non avrà più dominio».

Pietro Citati
5 gennaio 2012 (modifica il 9 gennaio 2012)


Il libro di Cristina Campo (Bologna, 1923 - Roma, 1977; nella foto), «Il mio pensiero non vi lascia. Lettere a Gianfranco Draghi e ad altri amici del periodo fiorentino», edito da Adelphi (pp. 278, e 24),

http://www.corriere.it/cultura/libri/12_gennaio_05/campo-il-mio-pensiero-non-vi-lascia_a2471dc4-3788-11e1-8a56-e1065941ff6d.shtml






giovedì 31 ottobre 2013

Moby dick. Non c’è progresso fermo e irreversibile in questa vita; non avanziamo per gradi fissi verso l’ultima pausa finale: attraverso l’incanto inconscio dell’infanzia, la fede spensierata dell’adolescenza, il dubbio della gioventù (destino comune), e poi lo scetticismo, e l’incredulità, per fermarci alla fine, maturi, nella pace pensosa del Forse. No, una volta arrivati alla fine ripercorriamo la strada, e siamo eternamente bambini, ragazzi, uomini e Forse. Dov’è l’ultimo porto da cui non salperemo mai più? In quale etere estatico naviga il mondo, di cui i più stanchi non si stancano mai? Dov’è nascosto il padre del trovatello? Le nostre anime sono come quegli orfani le cui madri nubili muoiono nel partorirli: il segreto della nostra paternità giace nella loro tomba, ed è lì che dobbiamo cercarlo


“Tradurre Moby Dick è un mettersi al corrente con i tempi. Il libro – ignoto sinora in Italia – ha tacitamente ispirato per tutta la metà del secolo scorso i maggiori libri di mare. E da qualche decina di anni gli anglo-sassoni ritornano a Melville come a un padre spirituale scoprendo in lui, enormi e vitali, i molti motivi che la letteratura esoticheggiante ha poi ridotto in mezzo secolo alla volgarità. Herman Melville, nato a New York nel 1819 da una famiglia antica e nobilesca, morì a New York nel 1891, dopo essere passato anche per gli impieghi statali, immiserito, sconosciuto e sdegnoso. Ma queste sue infelicità non ci toccano. È la solita sorte dei grandi, su cui piace ai posteri spargere eloquenza, salvo poi a trattare anch’essi i contemporanei nell’antichissimo modo. Questa infelicità di Melville anzi ha avuto qualche parte in Moby Dick. Benvenuto, quindi. Poi bisogna ricordare i quattro anni della giovinezza passati su navi baleniere e da guerra, nel Pacifico, nell’Atlantico, tra cacce, tifoni, bonacce e avventure d’inferno o d’arcadia, tutta materia che è stata colata, con un lento lavoro di assimilazione, nelle opere. E l’arcadia c’è in Typee, c’è in Omoo, c’è in Mardi, le storie ispirate dai mesi di vita che l’autore condusse in comune coi cannibali di un’isola oceanica. L’inferno è in WhiteJaeket – spigliato e spietato giornale della vita di bordo su una nave da guerra – e in Pierre, una truce storia morale fallita, che serve a mostrare a quale prezzo, e con quali fatiche l’autore di Moby Dick sia giunto al capolavoro.”
Ottobre 1941, Cesare Pavese




Io amo tutti gli uomini che si tuffano.
Qualunque pesce sa nuotare vicino alla superficie, ma ci vuole una grossa balena per scendere a ottomila metri o più; e se questa non ce la fa a toccare il fondo, beh, tutto il piombo di Galena non basta a forgiare lo scandaglio in grado di farlo. […] Sto parlando […] dell’intero corpo dei “palombari del pensiero”, che si sono immersi nel fondo per ritornare a galla con gli occhi iniettati di sangue da che è cominciato il mondo.
Herman Melville, Lettera a Evert A. Duyckinck, 3 marzo 1849



Essenziale tra questi motivi era la travolgente idea della grande balena in carne e ossa. Un mostro tanto portentoso e misterioso sollevava tutta la mia curiosità. Poi, i mari selvaggi e remoti dov’egli voltolava la sua massa simile a un’isola, i pericoli, indescrivibili e senza nome, della caccia: queste cose, con tutte le concomitanti meraviglie di un migliaio di parvenza e di suoni patagonici, s’aggiungevano a spingermi al mio desiderio. Ad altri uomini, forse, tutto questo non sarebbe stato d’incitamento, ma, quanto a me, io sono tormentato da una smania sempiterna per le cose lontane. Mi piace navigare mari proibiti e approdare su coste barbariche. Non ignorante di ciò che è bene, sono lesto a percepire un orrore, ma non per questo, se ci riesco gli volto le spalle; dato che non è che bene mantenersi in buoni rapporti con gli inquilini del luogo dove si abita.
Herman Melville, “Moby Dick o la Balena”


Ora, perché la balena dovrebbe insistere così a fare le sue sfiatate fuori, se non per riempire il suo serbatoio d’aria, prima di tuffarsi davvero? Quant’è ovvio, perciò, che questa necessità d’emersione esponga la balena a tutti i rischi fatali della caccia! Poiché né con l’amo né con la rete si potrebbe catturare questo immenso Leviatan, quando navigasse a un migliaio di tese sotto la luce del sole. Non tanto quindi la tua abilità, o cacciatore, quanto i grandi bisogni vitali ti dànno la vittoria!
Moby Dick di Herman Melville


"...mi stanno davanti come tanti mucchietti di polvere, e io ne sono la miccia. Oh, è duro che per accendere gli altri anche la miccia debba andare distrutta! Ciò che è osato, l’ho voluto; e ciò che ho voluto lo farò! Mi credono pazzo: Starbuck mi crede pazzo; ma io sono demoniaco, io sono la pazzia impazzita. Quella pazzia selvaggia che è calma solo per capire se stessa! La profezia ha detto che sarei stato smembrato, e difatti! Ho perso questa gamba. Io ora profetizzo che smembrerò il mio mutilatore. E perciò il profeta e l’esecutore siano la stessa persona. Questo è più di quanto avete saputo mai fare voi, grandi dei..."
Herman Melville, Moby Dick



«Vendicarsi di una bestia bruta!» gridò Sturbuck. «Una bestia che t'ha colpito solo per il più cieco istinto! Capitano Ahab, è una pazzia! Provar collera verso un essere bruto mi sembra un'empietà».
"Stammi di nuovo a sentire, amico... andiamo ancora un po' più a fondo. Tutti gli oggetti visibili non sono altro che maschere di cartapesta. Però, in ogni evento – in un atto reale, in un'azione indubbia – lì, un essere sconosciuto, ma comunque razionale, preme da dietro la maschera irrazionale, imprimendovi le proprie fattezze. Se l'uomo vuole colpire, allora che il suo ferro trapassi la maschera! Come farebbe un carcerato a raggiungere l'esterno se non trapassando il muro? Per me, la balena bianca è quel muro, che mi è stato spinto contro. A volte penso che dall'altra parte del muro non ci sia nulla. Ma questo basta già. Mi tiene occupato, mi si impone. Vedo in lei una forza furiosa, innervata da una malignità imperscrutabile. Ciò che odio di più è proprio quella imperscrutabilità, e che la balena bianca ne sia l'agente o il mandante, io le rovescerò comunque addosso il mio odio. E non venirmi a parlare di empietà, amico mio. Colpirei anche il sole, se mi offendesse. Giacché se il sole fosse capace di offendermi, io sarei capace di colpirlo, poiché esiste sempre una sorta di lealtà nel gioco, nella rivalità che regna su tutto il creato. Ma io, amico, non mi lascio comandare nemmeno dal gioco leale. Chi è sopra di me? La verità non ha confini".
Herman Melville, Moby Dick o La Balena



E con questo (Starbuck) sembrava intendere non soltanto che il coraggio più degno di fiducia e più utile è quello che sorge dalla giusta stima del pericolo da affrontare, ma anche che un uomo che non abbia nessuna paura è un compagno di gran lunga più pericoloso di un vigliacco "
Herman Melville, Moby Dick


Poco c’era quindi da dubitare che sempre, fin dal giorno di quell’incontro quasi fatale, Achab avesse nutrito un feroce desiderio di vendetta, tanto più accanito dacché nella sua insensata morbosità era infine giunto a identificare con Moby Dick non solo tutti i suoi mali fisici, ma ogni sua esasperazione intellettuale e spirituale. La Balena Bianca gli nuotava davanti come la monomaniaca incarnazione di tutte quelle forze malvagie da cui certi uomini profondi si sentono rodere nell’intimo, finché si riducono a vivere con mezzo cuore e con mezzo polmone. Quell’intangibile malvagità che è stata al principio delle cose; al cui impero persino i moderni Cristiani ascrivono metà dei mondi; che gli antichi Ofiti dell’Oriente veneravano nel loro demonio scolpito; questa malvagità Achab non cadeva in ginocchio ad adorarla come quelli ma, trasportandone freneticamente l’idea nell’aborrita Balena Bianca, le si lanciava contro, così mutilato com’era. Tutto ciò che più sconvolge e tormenta la ragione, tutto ciò che rimescola la feccia delle cose, ogni verità che contiene malizia, ogni cosa che schianta i tendini e rapprende il cervello, tutto il sottile demonismo della vita e del pensiero, ogni male, per l’insensato Achab era visibilmente personificato e fatto praticamente raggiungibile in Moby Dick. Egli accumulava sulla gobba bianca della balena la somma di tutta l’ira e di tutto l’odio provati dall’intera sua razza dal tempo di Adamo, e poi, come se il suo petto fosse un mortaio, le sparava addosso la bomba del suo cuore bruciante. È poco probabile che questa monomania cominciasse in lui nel preciso istante della sua mutilazione fisica. Allora, scagliandosi contro il mostro col coltello alla mano, aveva soltanto sfogata un’improvvisa, appassionata animosità corporale, e quando ricevette il colpo che lo stroncò, egli sentì probabilmente soltanto l’atroce lacerazione fisica, ma nulla più. Pure, quando, essendo egli forzato da quest’incontro a mettere la prora verso la patria.
Herman Melville, Moby Dick


- Oh, Starbuck! E’ un vento dolce, dolce, e un cielo dall’aspetto dolcissimo. In un giorno simile, di altrettanta dolcezza, ho colpito la mia prima balena: ramponiere a diciott’anni! Quaranta, quaranta, quarant’anni fa! Quarant’anni di caccia continua! Quarant’anni di privazioni e di pericoli e di tempeste! Quarant’anni sul mare spietato! Per quarant’anni Achab ha abbandonato la terra tranquilla, per quarant’anni ha combattuto sull’ orrore dell’ abisso! Proprio così, Starbuck, di questi quarant’anni non ne ho trascorsi a terra tre. Quando penso a questa vita che ho fatto, alla desolazione di solitudine che è stata, all’isolamento da città murata di un capitano che non ammette che ben poche delle simpatie della verde campagna esterna… oh stanchezza! oh peso! Schiavitù africana da comando solitario!… Quando penso a tutto questo, sinora soltanto sospettato, non ho mai veduto così chiaro, e come per quarant’anni non ho mangiato che cibo secco salato, giusto emblema dell’asciutto nutrimento della mia anima! Mentre il più povero uomo di terra ha avuto frutta fresca quotidiana ed ha spezzato il pane fresco del mondo invece delle mie croste muffose.. lontano, lontano oceani interi da quella moglie bambina che ho sposato dopo i cinquanta, mettendo la vela il giorno dopo al Capo Horn e non lasciando nel cuscino nuziale che un’infossatura!
HERMAN MELVILLE, Moby Dick



"De balena vero sufficit, si rex habeat caput, et regina caudam."

Secondo questa legge redatta nell'Inghilterra del XIII secolo, gli storioni, le balene e i delfini sono tuttora definiti Pesci Regali a causa della loro 《superiore eccellenza》 che li rende solo e unicamente proprietá della famiglia regnante. Tale norma fa si che ogniqualvolta venga catturato, importato o si spiaggi uno di questi animali, la sua testa spetti di diritto al re mentre la coda alla regina. Nel romanzo Moby Dick si fa riferimento a questa legge nel capitolo 90 dove si afferma che la coda di una balena serva alla regnante per ottenere dei corsetti dalle ossa. La regola ha poi trovato terreno fertile nei paesi che si affacciano sul mare del Nord ed è stata adottata da numerosi sovrani del tempo.



Sai, Bulkington? È come se tu vedessi bagliori di quella nostra verità insopportabile: che il pensiero, tutto il pensiero serio e profondo, non è che l'impavido sforzo della mente di mantenersi libera in mare aperto, mentre i venti più violenti della terra e del cielo cospirano per gettarla sulla costa miserabile e infida.
Herman Melville, Moby Dick

«Sussultando e sbuffando come un destriero da battaglia impazzito, che abbia perduto il suo padrone, l’oceano senza legge scorre il globo. Considerate l’astuzia del mare: come le sue creature più temute scivolano sott’acqua, senza quasi affatto mostrarsi, perfidamente nascoste sotto le più incantevoli tinte dell’azzurro. Considerate pure lo splendore e la bellezza diabolici di tante delle sue razze più feroci, quali le forme aggraziate ed eleganti di tante specie di squali. Considerate ancora il cannibalismo universale del mare: come tutte le creature si predano a vicenda mantenendosi fin dall’inizio del mondo in guerra eterna. Considerate tutto questo, e poi volgetevi a questa verde dolcissima terra: considerateli entrambi, la terra e il mare, e non scoprite una bizzarra analogia con qualcosa in voi stessi? Poiché, come questo spaventevole oceano circonda la terra verdeggiante, così nell’anima dell’uomo c’è un’insulare Tahiti, piena di pace e di gioia, ma circondata da tutti gli orrori della vita a metà sconosciuta. Che ti protegga Iddio! Non allontanarti da quest’isola, ché potresti non tornare mai più.»
Herman Melville, Moby Dick, o la Balena


Oh, Dio! quali estasi torturanti sopporta colui che è consumato da un'unica inappagata brama di vendetta! Dorme coi pugni serrati; e si sveglia con le unghie piene di sangue che gli trafiggono le palme.
Dio ti aiuti, vecchio [Achab], i tuoi pensieri hanno creato una creatura dentro di te ; e colui che l'intensità del pensiero rende un Prometeo, di quel cuore per sempre si ciberà un avvoltoio; quell'avvoltoio è la creatura stessa che egli crea.
Herman Melville, Moby Dick



"Dobbiamo continuare a inseguire questo pesce assassino finché non affoga l’ultimo uomoDovremo farci tirare da lui in fondo al mare? O farci trascinare all’inferno?
Oh si, continuare la caccia è un’empietà e una bestemmia!"
Herman Melville, Moby Dick


".....quelle fauci! quelle fauci! è questa la fine di tutte le mie preghiere ardenti?
Di tutta una vita di fede? O Achab, Achab, guarda cosa hai fatto. Alla via, timoniere, alla via! No, no, poggia di nuovo! Si volta per assalirci! Oh, la sua fronte implacabile si getta su un uomo a cui il dovere dice che non può fuggire. Signore, stammi accanto!"
Herman Melville, Moby Dick



"La Balena Bianca gli nuotava davanti come la monomaniaca incarnazione di tutte quelle forze malvagie da cui certi uomini profondi si sentono rodere nell'intimo, finché si riducono a vivere con mezzo cuore e con mezzo polmone. Quell'intangibile malvagità che è stata al principio delle cose. Tutto ciò che più sconvolge e tormenta la ragione, tutto ciò che rimescola la feccia delle cose, ogni verità che contiene malizia, ogni cosa che schianta i tendini e rapprende il cervello, tutto il sottile demonismo della vita e del pensiero, per l'insensato Achab era visibilmente personificato e fatto praticamente raggiungibile in Moby Dick. Egli accumulava sulla gobba bianca della balena la somma di tutta l'ira e di tutto l'odio provati dall'intera sua razza dal tempo di Adamo, e poi, come se il suo petto fosse un mortaio, le sparava addosso la bomba del suo cuore bruciante."
Herman Melville, Moby Dick


Tutti gli oggetti visibili, amico, sono solo maschere di cartone. Ma in ogni cosa che succede, nell’azione viva, nel fatto preciso, lì, c'é qualche cosa di sconosciuto ma sempre ragionevole che sporge il profilo della faccia da sotto la maschera cieca. Se l’uomo vuole colpire, deve colpire la maschera! Come può evadere il carcerato se non forza il muro? Per me la balena bianca è quel muro. Me l’hanno spinto accanto. Qualche volta penso che lì dietro non c'é niente. Ma è sempre abbastanza. Mi chiama alla prova. Mi opprime. In essa vedo una forza che è un oltraggio, con una malizia inscrutabile che l’inneva. Quella cosa incomprensibile è soprattutto ciò che odio. Forse la balena bianca è il mandatario, e forse è il mandante, ma io gli rovescerò addosso questo mio odio. Non mi parlare di blasfemia, amico; colpirei il sole se mi offendesse. Perché se il sole potesse offendermi, io potrei colpirlo; perché c'é sempre una specie di lealtà nel gioco, e la rivalità presiede su tutta la creazione. Ma io non mi sento soggetto neanche a questa lealtà. Chi è sopra di me? La verità non ha limiti.
Herman Melville, Moby Dick


Un desiderio tanto più accanito perché nella sua smania morbosa egli era arrivato al punto da identificare con la bestia non solo tutti i suoi mali fisici, ma ogni sua esasperazione intellettuale e spirituale. La balena bianca gli nuotava davanti agli occhi come l’incarnazione ossessiva di tutte quelle forze del male da cui certi uomini profondi si sentono azzannare nel proprio intimo, finché si riducono a vivere con mezzo cuore e mezzo polmone. Quella malvagità inafferrabile che è esistita fino dal principio, al cui regno perfino i cristiani d’oggi attribuiscono metà dei mondi, e che gli antichi Ofiti dell’oriente veneravano nel loro demonio di pietra, Achab non cadeva in ginocchio per adorarla come loro, ma ne trasferiva allucinato l’idea nell’aborrita balena bianca e le si piantava contro, così mutilato com’era. Tutto ciò che sconvolge e tormenta di più tutto quel che rimescola la feccia delle cose, ogni verità farcita di malizia, ogni cosa che spezza i tendini e coagula il cervello, tutti i subdoli demonismi della vita e del pensiero, ogni male insomma, per quell’insensato di Achab, era personificato in modo visibile e reso raggiungibile praticamente in Moby Dick.
Herman Melville, Moby Dick



Il più sincero tra gli uomini è l'Uomo dei Dolori del libro di Isaia, e il più vero dei libri è quello di Salomone, e l'Ecclesiaste è l'acciaio temperato della sofferenza. "Tutto è vanità" TUTTO. Questo mondo caparbio non ha ancora assimilato la saggezza del non cristiano Salomone. Ma chi scansa prigioni e ospedali, e traversa in fretta i cimiteri, e preferisce parlare di bel canto anziché dell' inferno; chi considera Cowper, Young, Pascal e Rousseau dei poveri malati, e per un'intera spensierata esistenza giura sulla suprema saggezza di Rabelais, che proprio per questo lo diverte da matti... questo non è l'uomo adatto a sedere su una pietra tombale, e a calpestare il verde, umido muschio assieme al grandissimo, meraviglioso Salomone. Ma perfino Salomone sostiene che "l'uomo che si allontana dalla via della sapienza rimarrà (mentre è ancora in vita) nella congregazione dei morti". E dunque non abbandonarti al fuoco, affinché non ti faccia girare su te stesso fino a tramortirti, come accadde a me in quell'occasione.
Esiste una saggezza che fa male, ma anche un dolore che è pazzia. In certe anime si libra un'aquila reale capace di tuffarsi in picchiata nelle gole più buie, per riemergere e salire talmente in alto da confondersi col sole. E perfino se restasse per sempre nella gola, quella gola si trova pur sempre tra le montagne, per cui anche nel punto più basso l' aquila di montagna volerà sempre più in alto dei suoi simili di pianura, per quanto questi tentino di innalzarsi."
Herman Melville, Moby Dick o la balena


"Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m'interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m'accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell'anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto."
[Incipit di 'Moby Dick', di Herman Melville nato il 1 agosto 1819]


Ero un buon cristiano; nato e cresciuto nel seno dell’infallibile Chiesa Presbiteriana.  Come potevo allora unirmi a questo selvaggio  idolatra nell’adorazione del suo pezzo di legno?
Ma pensai, che cos’è un culto? Credi davvero, Ismaele, che il Dio magnanimo del cielo e della terra (pagani e tutti quanti inclusi) può essere mai geloso di un insignificante pezzetto di legno nero? E' impossibile. Allora cos’è il culto? Fare la volontà di Dio. Questo vuol dire culto. E che cos’è la volontà di Dio? Fare agli altri quello che mi piacerebbe avere fatto dagli altri, questa è la volontà di Dio. Ora Queequeg è il mio prossimo. E cosa vorrei che facesse per me questo Queequeg? è logico, unirsi a me nella mia speciale forma di culto presbiteriana. Di conseguenza, debbo unirmi a lui nella sua; ergo, debbo diventare idolatra. 
Herman Melville, Moby Dick


Mi sembra che abbiamo enormemente frainteso questa faccenda della Vita e della Morte.
A me sembra che ciò che chiamano la mia ombra qui sulla terra sia la mia vera sostanza.
A me sembra che nel guardare alle cose spirituali noi somigliamo fin troppo alle ostriche, che osservano il sole attraverso l'acqua e ritengono quell'acqua la più rarefatta delle atmosfere.
A me sembra che il mio corpo non sia che la feccia del mio essere migliore.
In realtà, si prenda il mio corpo chi vuole, se lo prenda pure, dico, tanto non sono io.
E allora tre evviva per Nantucket, e la lancia sfondata e il corpo sfondato vengano quando vogliono, ché l’anima non può sfondarmela neanche Giove in persona.


Oh vita! Eccomi qua, superbo come un dio greco, eppure debitore a questo sciocco di un osso su cui reggermi! Maledetti questi reciproci debiti umani che non possono fare a meno di libri mastri. Vorrei essere libero come l’aria, e invece sono segnato nei registri di tutto il mondo. Sono così ricco, che avrei potuto controbattere ogni offerta dei Pretoriani più ricchi all’asta dell’impero romano, che era l’asta del mondo; eppure sono debitore anche della carne della lingua con cui mi vanto. Perdio! Prenderò un crogiolo e mi ci butterò dentro, per dissolvermi in una piccola concisa vertebra. Davvero.
Herman Melville, Moby Dick


Non c’è progresso fermo e irreversibile in questa vita; non avanziamo per gradi fissi verso l’ultima pausa finale: attraverso l’incanto inconscio dell’infanzia, la fede spensierata dell’adolescenza, il dubbio della gioventù (destino comune), e poi lo scetticismo, e l’incredulità, per fermarci alla fine, maturi, nella pace pensosa del Forse. No, una volta arrivati alla fine ripercorriamo la strada, e siamo eternamente bambini, ragazzi, uomini e Forse. Dov’è l’ultimo porto da cui non salperemo mai più? In quale etere estatico naviga il mondo, di cui i più stanchi non si stancano mai? Dov’è nascosto il padre del trovatello? Le nostre anime sono come quegli orfani le cui madri nubili muoiono nel partorirli: il segreto della nostra paternità giace nella loro tomba, ed è lì che dobbiamo cercarlo.
Herman Melville, Moby Dick



“La cosa che forse tra l’altro faceva di Stubb un uomo così facile e senza paure, che così allegramente se ne faticava sotto il peso dell’esistenza in un mondo pieno di merciaiuoli cupi, tutti curvati a terra dai fardelli, la cosa che lo aiutava a portare in giro quel suo buonumore quasi empio, doveva essere la sua pipa. Poiché, come il naso, la sua corta pipetta nera era una delle fattezze abituali del suo volto. Vi sareste quasi aspettato che lui scendesse dalla cuccetta senza naso piuttosto che senza pipa. Teneva là un’intera file di pipe cariche, infilate in una rastrelliera, a stretta portata di mano, e ogni volta che andava a letto le fumava tutte successivamente, accendendole l’una dall’altra fino alla fine del capitolo e poi ricaricandole perché fossero di nuovo pronte. Poiché Stubb, quando si vestiva, invece di cacciare prima di tutto le gambe nei calzoni, si cacciava in bocca la pipa.
Secondo me, questo continuo fumare doveva essere stata almeno una delle cause della sua particolare disposizione. Poiché ognuno sa che quest’aria terrena, sia a terra che in mare, è terribilmente infetta dalle infelicità degli innumerevoli uomini che sono morti esalandola, e come al tempo del colera certuni vanno in giro con un fazzoletto canforato sulla bocca, così, allo stesso modo, contro tutte le tribolazioni mortali, il fumo di tabacco di Stubb poteva aver operato come una sorta di disinfettante.”
Herman Melville, Moby Dick. La pipa di Stubb, dal capitolo XXVII di “Moby Dick o la Balena” di Herman Melville



“Come la calma profonda [...] è forse più spaventosa della tempesta stessa, poiché di fatto essa è soltanto l’involucro, la busta della tempesta, e la contiene dentro di sé [...] così l’aggraziato riposo della lenza, dov’essa silenziosamente s’abbiscia in mezzo ai rematori prima che venga messa in azione, quest’immobilità incute più reale terrore di qualunque altra parvenza nella pericolosa faccenda [...] Tutti gli uomini vivono ravvolti in lenze da balena. Tutti sono nati con capestri intorno al collo; ma è solamente quando vengono presi nel rapido, fulminio giro della morte, che i mortali diventano consci dei muti, sottili, onnipresenti pericoli della vita. E se voi foste un filosofo, sebbene seduto in una lancia baleniera non sentireste in cuore un briciolo di terrore più che seduto davanti al vostro fuoco serale con un attizzatoio, e non un rampone, accanto”
Herman Melville, Moby Dick


Dopo che il Parsi fu sparito, avvenne che fossi io colui che le Parche destinarono a prodiere di Achab, quando quel prodiere prese il posto vacante; e sempre io colui che, quando l'ultimo giorno i tre uomini furono sbalzati fuori dalla lancia rollante, fu sbattuto a poppa. Così, galleggiando ai bordi della scena che seguì ed essendone in tutto spettatore, quando il risucchio affievolito della nave affondata mi raggiunse, allora venni trascinato, ma lentamente, verso il vortice che si chiudeva. Quando vi giunsi, si era placato in una pozza di lattea schiuma. In tondo, allora, sempre in tondo a circoli via via più stretti che mi avvicinavano alla bolla nera simile a un bottone, sull'asse di quel cerchio che roteava lento, novello Issione io girai. Infine, toccando quel centro vitale, la bolla nera scoppiò; e allora, liberata dalla sua molla ingegnosa e risalita con gran forza, per la sua leggerezza, alla superficie, la bara-salvagente sfrecciò in tutta la sua lunghezza fuor d'acqua, ricadde, e mi galleggiò accanto. Tenuto su da quella bara, quasi per tutto il corso d'un giorno e d'una notte fluttuai su di un oceano molle e funereo. Inoffensivi, i pescicani mi guizzavano accanto come se avessero un catenaccio alla bocca; i selvaggi falchi marini trascorrevano via col becco inguainato. Il secondo giorno, un veliero si avvicinò e mi raccolse, finalmente. Era la «Rachele» che incrociava raminga e che, tornando sui suoi passi alla ricerca dei figli perduti, trovò solo un altro orfano
Herman Melville, Moby Dick



Clarel è senz'altro la meno conosciuta fra le grandi imprese di Melville. Ma si sa che la sua opera non delude mai ed è piena di rivelazioni anche negli angoli più riposti. Diciottomila versi suddivisi in centocinquanta canti, irti di allusioni e significati occulti, uno scosceso massiccio poetico, versi che fanno «trasalire alla lettura» per la loro «virtù profetica». Egli parla ai nostri attimi di pace, di indifferenza, di sovranità; lascia che risuonino tutte le voci, e le estreme di preferenza, quelle che negano ogni senso (mondano) alla vita; permette a ogni germe di crescere e di offrire alla mente il suo frutto: nulla reprime. È un eroe gnostico.
Elemire Zolla


Fermati, Morte! ti prego!
Offri gentile la tua mano
a lei che guidi in luoghi assai lontani;
non farle calpestare a piedi nudi
la cenere, ma lasciala provare
teneri muschi nel suo camminare,
ovunque vi volgiate. Schiva l’Orco;
punta dove le terre son cullate
dal chiardiluna – prati muti e solitari,
ove mai una foglia vien soffiata
da giglio nella mano di Azzaele.
E là, finché non giunga l’amor suo,
dàlle miele selvaggio e sacrosanto,
seducendola con squisiti incanti.
Herman Melville, Clarel, pellegrinaggio in Terrasanta





Pietro Cerudelli 

Per realizzare il suo capolavoro Melville trasse spunti dal periodo della sua vita trascorso sulle navi, anche baleniere. E inoltre s'ispirò ad un fatto realmente accaduto: quello della lotta implacabile tra una baleniera e un grande capodoglio al largo della costa sudamericana.




Filippo Livorno 
Mi dispiace contraddirla , ma nel caso del romanzo Moby Dick io direi l'eterna lotta dell'uomo contro la natura ( la balena ) che viene alla fine dominata e sopraffatta.




Il romanzo di ben 500 pagine dello scrittore e critico letterario statunitense Herman Melville, (1819/1891 )“Moby Dick o la balena”, frutto anche di tormentate esperienze personali, fu pubblicato nel 1851, tradotto in italiano per la prima volta dallo scrittore Cesare Pavese nel 1932, “un vero e proprio poema sacro, cui non son mancati né il cielo né la terra a por mano”(Pavese). In realtà, il romanzo, che ha dato luogo a vari chiavi di lettura, é disseminato di varie riflessioni filosofiche, scientifiche, letterarie ed artistiche. La vicenda si svolge in mare, quel mare “titanico e biblico”, (Cesare Pavese) con il suo protagonista il narratore, Ismaele e il capitano Achab che é l'antagonista “grand'uomo, senza religione, simile a un dio".....il quale "è stato all'università e insieme ai cannibali"..... su cui si incentra insieme alla balena bianca cui da ossessivamente la caccia, l'intero svolgimento della narrazione. Ma chi é Achab? Achab é il capitano che guida la baleniera Pequod su cui si é imbarcato anche Ismaele il protagonista narratore del romanzo e alter ego di Melville, nulla sapendo degli oscuri intenti che tormentano il comandante, che in effetti vuole dirigere la rotta solo per dare la caccia ed uccidere Moby Dick, la balena bianca rea di avergli mutilato la gamba dal ginocchio in giù, costringendolo a rimediare con una protesi ricavata da una mascella di capodaglio....”è stato Moby Dick che mi ha disalberato […] è stata quella maledetta Balena Bianca a rasarmi, a far di me per sempre un buono a nulla incavigliato! […] e le darò la caccia oltre il Capo di buona Speranza, al di là del Capo Horn, al di là del grande Maelstrom di Norvegia, oltre le fiamme della perdizione, prima di abbandonarla”. Parole cariche di quello che sarà un odio per la balena che sarà altrettanto auto-distruttivo per il nostro Achab,mcome vedremo ....”Moby Dick rappresenta un antagonismo puro, e perciò Achab e il suo nemico formano una paradossale coppia di inseparabili” (C. Pavese). Ma la balena é solo una proiezione, di “un idea fissa e incurabile” di quel fantasma che abita Achab contro cui lotta dando in realtà una caccia tormentosa ad un altro se stesso, quella balena misteriosa, che appare e scompare con i suoi guizzi tra i flutti, per inabissarvisi, inafferrabile e insondabile come la sua cupa dimora. Qualcuno l'ha definita l'emblema del sacro, “il trascendente che affiora mostrando per un istante la sua ambiguità incomprensibile.” La balena..
”Tutto ciò che più sconvolge e tormenta la ragione, tutto ciò che rimescola la feccia delle cose, ogni verità che contiene malizia […] tutto il sottile demonismo della vita e del pensiero, ogni male, per l’insensato Achab era visibilmente personificato e fatto praticamente raggiungibile in Moby Dick........... Achab , non a caso portava nel volto impresse le stimmate di questo tormento ”Aveva l'aspetto di un uomo staccato dal rogo quando il fuoco ha devastato, trascorrendole tutte le membra, ma senza consumarle o rubar loro una sola particola della compatta e vecchia robustezza.. La sua figura, alta e grande, sembrava fatta di solido bronzo e modellata in un indistruttibile stampo, come il Perseo fuso del Cellini.”
Dice Melville: “Tutti gli uomini tragicamente grandi sono tali attraverso qualcosa di morboso”, d'altro canto gli eroi tragici che popolano la Tragedia greca da Medea ad Antigone a quelli del teatro elisabettiano che in Shaskespeare trova il suo più grande ed emblematico rappresentante, quindi da Amleto a Re Lear, non ci raccontano proprio questo? Eschilo ne”I Persiani, ci avverte che «Le passioni portano all’ira e questa sostiene la colpevole follia», ed Achab non é forse un eroe tragico della letteratura moderna preda di una hybris implacabile che mossa da un narcisismo ferito lo condurrà ad una “colpevole follia”? Eppure Achab ha momenti di cupa riflessione che gli fanno dire «Quando penso a questa vita che ho fatto, alla desolazione di solitudine che è stata […]. Mi sento stracco a morte, piegato, ricurvo come se fossi Adamo, barcollante dal tempo del Paradiso sotto il cumulo dei secoli». Ciò nonostante, non desiste fino al dramma finale con il suo doppio ..la Balena bianca il cui vano inseguimento, lo condurrà a morte ad opera del suo stesso arpione.... "Un uomo cadde in mare e si disperse tra i flutti". A nulla valgono le parole del primo ufficiale Starbuck che dice ad Achab”Moby Dick non ti cerca. Sei tu, tu che insensato cerchi lei!». Ma il desiderio, si sa é accecante, come d'altro canto evocato dal suo etimo, tutto in quel de privativo e in quel sidus -sideris, che allude ad uno sguardo privo di luce, senza stelle, un desiderio che si rivelerà desiderio di morte, che coinvolgerà l'intero equipaggio del Pequod. Infatti Achab finirà per danneggiare irrimediabilmente anche la baleniera, nella lotta contra Moby Dick, che affonderà insieme a tutti i membri dell'equipaggio. Mentre muore Achab urla. ”A te vengo, balena che tutto distruggi ma non vinci: fino all’ultimo lotto con te; dal cuore dell’inferno ti trafiggo; in nome dell’odio, vomito a te l’ultimo mio respiro”. Si salverà solo Ismaele, il narratore, infatti se omen e nomen, nel nome il destino, il suo nome dall'ebraico significa “Dio ascolta” o "Dio ascolterà" e persino “Dio ha esaudito o "Dio mi ascolta" quindi, Ismaele é depositario di una particolare protezione di un destino già iscritto nel suo nome che lo vuole salvato da Dio.
Quanto ad Achab che “cadde in mare e si disperse tra i flutti“ il suo destino é segnato da Melville nelle prime pagine del romanzo quando dice “Narciso che, non potendo stringere l’immagine tormentosa e soave che vedeva nella fonte, vi si tuffò e annegò. Ma quella stessa immagine noi la vediamo in tutti i fiumi e negli oceani. Essa è l’immagine dell’inafferrabile fantasma della vita; e questo è la chiave di tutto”. Lungo il cammino della vita forse tutti noi rischiamo di incontrare una balena bianca “ [...].



https://youtu.be/iXtC0wXxuSE










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