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domenica 26 marzo 2017

Saint-Just. Io dico che il re deve essere giudicato come un nemico, che dobbiamo combatterlo piuttosto che giudicarlo e che, non rientrando egli nel contratto che unisce i francesi, le forme della procedura non si trovano nella legge civile, ma nella legge del diritto dei popoli [...]. Gli uomini che stanno per giudicare Luigi hanno una repubblica da fondare: ma coloro che attribuiscono una qualche importanza alla giusta punizione di un re, non fonderanno mai una repubblica [...]. Cosa non temeranno da noi i buoni cittadini, vedendo la scure tremare nelle nostre mani e vedendo un popolo che fin dal primo giorno della sua libertà rispetta il ricordo delle sue catene?

Saint-Just, ANGELO E DEMONE DELLA RIVOLUZIONE
di Giancarlo Ferraris.

Fece sentire la sua voce in tutte le questioni in cui la Francia rivoluzionaria si dibatté, dando prova di entusiasmo, lucidità e durezza. Collaboratore di Robespierre, entrò nel Comitato di Salute Pubblica dimostrandosi strenuo difensore dell’unità rivoluzionaria e nemico di tutte le fazioni. Da qui la legge dei sospetti del 1793 che stabilì la sospensione dei diritti civili per gli oppositori e il via all’eliminazione fisica di Danton, Desmoulins, girondini e vandeani… Ma è sui campi di battaglia che l’ideologo rivoluzionario si fuse con l’uomo d’azione, dando il meglio di sé.

Gli anni prima della Rivoluzione.
Talvolta accade che il giudizio espresso su una persona si riveli, con il passare del tempo, una vera e propria profezia. Azzeccata, s’intende! È il caso di Louis Antoine Saint-Just, uno dei più giovani, anzi il più giovane, protagonista della Rivoluzione francese, vera e propria summa di tutte le virtù e di tutti i peccati di cui può fregiarsi e macchiarsi un rivoluzionario. Disse di lui, negli anni della scuola, un suo insegnante: «Questo ragazzo diventerà un grande uomo o uno scellerato». 
In realtà Saint-Just fu l’una e l’altra cosa. Ma procediamo per gradi.

Louis Antoine Léon de Richebourg de Saint-Just, più noto come Louis Antoine Saint-Just, nacque il 25 agosto 1767 a Decize, un piccolo centro della Borgogna, nella Francia centrale. Apparteneva a una famiglia della piccola borghesia. Il padre, cinquantaduenne, era un ex-gendarme nonché cavaliere del Reale e Militare Ordine di San Luigi, la madre, la trentenne Marie Anne Robinot, era figlia di un notaio. Nel 1768 la famiglia Saint-Just si trasferì in Piccardia, dapprima a Nampcel, nell’Oise, e otto anni dopo a Blérancourt, nell’Aisne. Nel 1777, alla morte del padre, il giovane Louis Antoine venne mandato nel Collegio di Saint-Nicolas a Soissons diretto dai padri oratoriani, dove si dimostrò uno studente eccezionale che divorava nottetempo i classici greci e latini, ma anche un allievo indisciplinato e turbolento. Nel 1785 si diplomò, senza lode e senza infamia, e l’anno successivo iniziò una relazione con Thérese Sigrade-Gellé, figlia del notaio di Blérancourt. Sembra che la naturale esuberanza e la giovanile spregiudicatezza dei due quasi ventenni fosse stata fonte di scandalo tanto che il loro matrimonio sfumò perché le rispettive famiglie non riuscirono a mettersi d’accordo e Thérese finì per essere impalmata, suo malgrado, da uno scrivano al servizio del padre il quale aveva rifiutato il giovane di Decize. Per Saint-Just fu un brutto colpo: fuggì da casa, portando con sé l’argenteria della madre, raggiunse Parigi e qui fu arrestato su denuncia della madre stessa. Dopo un periodo di rieducazione fu riammesso in famiglia. Tra il 1786 e il 1788 s’impegnò come praticante presso uno studio legale di Soissons e si laureò in diritto all’Università di Reims, conducendo una noiosa vita di provincia. In questo periodo, tuttavia, incominciò a manifestare sentimenti antimonarchici, antiaristocratici e anticattolici che gli ispirarono, nel solco della tradizione libertina, la composizione dell’Organt, un poema in venti canti privo di valore letterario, il quale fu pubblicato a Parigi nel 1789, l’anno dello scoppio della Rivoluzione, ritirato quasi subito dalle librerie per poi essere ripubblicato due anni dopo.

Nella tempesta della Rivoluzione.
Lo scoppio della Rivoluzione scosse profondamente Saint-Just dal torpore della vita di provincia. Iniziò allora ad interessarsi e ad occuparsi attivamente di politica. Nel 1790 venne nominato ufficiale della Guardia Nazionale e partecipò alla Festa della Federazione che si tenne a Parigi il 14 luglio, primo anniversario della presa della Bastiglia. Nello stesso anno scrisse Arlecchino-Diogene, una commedia in versi che non venne mai rappresentata e, cosa infinitamente più importante, prese contatto con Maximilien Robespierre al quale inviò una petizione locale con cui chiedeva che il mercato del bestiame rimanesse a Blérancourt e non venisse trasferito a Cocy, petizione che conteneva anche parole di elogio nei confronti dell’Incorruttibile: «A voi che difendete la patria ancora incerta di fronte alle forze del dispotismo [...] sostenete, per favore, la petizione [...]. Non vi conosco di persona, ma so che siete un grande uomo. Infatti, voi non siete soltanto il deputato di una provincia, ma quello dell’umanità intera e della Repubblica [...]».

Nel settembre del 1790 Saint-Just iniziò a scrivere Lo Spirito della Rivoluzione e della Costituzione della Francia, che venne pubblicato verso la fine dell’anno successivo. Si tratta di un piccolo saggio in cui Saint-Just manifesta la sua adesione più ai principi di Montesquieu che a quelli di Jean-Jacques Rousseau, contrariamente a quanto egli disse e fece nei momenti più drammatici della Rivoluzione: «Per quanta venerazione m’imponga l’autorità di J. J. Rousseau, non ti perdono, o grand’uomo, di aver giustificato il diritto di morte; se il popolo non può trasmettere il diritto di sovranità, come potrà trasmettere i diritti sulla sua vita?».

Relativamente alle questioni sociali ed economiche Saint-Just nel suo saggio appare favorevole al controllo delle attività produttive e soprattutto a una tassazione su redditi generati dalla grande proprietà, considerata frutto della cupidigia e dell’avarizia dell’uomo e incompatibile con il principio dell’uguaglianza fondamento di un regime repubblicano e democratico: «L’eguaglianza dipenderà soprattutto dalle imposte. Se saranno tali da ottenere che il ricco indolente abbandoni la sua vita oziosa per navigare o fondare un’industria, egli perderà di colpo l’alterigia che lo contraddistingue».

Nell’agosto 1791 Saint-Just si candidò alle elezioni dell’Assemblea Nazionale Legislativa, ma non riuscì nel suo intento poiché si scoprì che non aveva ancora l’età legale per poter essere eletto. Si rifece, però, alla grande l’anno successivo: nel settembre del 1792 fu infatti eletto deputato alla Convenzione Nazionale, che era succeduta all’Assemblea Legislativa, per il dipartimento dell’Aisne, trasferendosi immediatamente a Parigi. 

Il 13 novembre fece il suo esordio come oratore pronunciando un discorso memorabile contro re Luigi XVI, che la Convenzione aveva destituito alcuni mesi prima proclamando nel contempo la repubblica. Saint-Just respinse sia la tesi dell’inviolabilità del sovrano, che era sostenuta dai girondini timidi fautori del nuovo regime repubblicano, sia la tesi secondo cui Luigi XVI doveva essere processato come un comune cittadino, e spostò abilmente la questione dal piano giuridico a quello politico giungendo ad affermare che il re doveva essere processato e immancabilmente condannato solo per il fatto di essere stato re

«Io dico che il re deve essere giudicato come un nemico, che dobbiamo combatterlo piuttosto che giudicarlo e che, non rientrando egli nel contratto che unisce i francesi, le forme della procedura non si trovano nella legge civile, ma nella legge del diritto dei popoli [...]. Gli uomini che stanno per giudicare Luigi hanno una repubblica da fondare: ma coloro che attribuiscono una qualche importanza alla giusta punizione di un re, non fonderanno mai una repubblica [...]. Cosa non temeranno da noi i buoni cittadini, vedendo la scure tremare nelle nostre mani e vedendo un popolo che fin dal primo giorno della sua libertà rispetta il ricordo delle sue catene? Luigi XVI non può essere giudicato secondo le leggi in vigore, perché i cittadini si legano fra di loro col contratto; il sovrano non si lega affatto [...]. Il patto è un contratto fra i cittadini, non con il governo; non si può rientrare in un contratto nel quale non ci si è impegnati. Di conseguenza Luigi, che non si era impegnato, non può essere giudicato come cittadino [...]. Quest’uomo deve regnare o morire [...]. Processare il re come cittadino! Un’idea simile strabilierà la fredda posterità. Giudicare significa applicare la legge; una legge è un rapporto di giustizia; e che rapporto di giustizia ci può mai essere tra l’umanità e i re? Che cosa c’è in comune tra Luigi e il popolo francese, perché gli si usino dei riguardi dopo il suo tradimento? [...] Non si può regnare senza colpa. Ogni re è un ribelle e un usurpatore. Gli stessi re tratterebbero diversamente i loro pretesi usurpatori? [...] Cittadini, il tribunale che deve giudicare Luigi non è un tribunale giudiziario: è un consesso, è il popolo, siete voi: e le leggi che dobbiamo seguire sono quelle del diritto dei popoli [...]. Luigi è uno straniero fra noi: non era cittadino prima del suo delitto, non poteva votare, non poteva portare le armi; lo è ancor meno dopo il suo delitto [...]. Luigi ha combattuto il suo popolo ed è stato vinto. È un barbaro, uno straniero prigioniero di guerra [...]. È l’assassino della Bastiglia, di Nancy, del Campo di Marte, di Tournay, delle Tuileries: quale nemico, quale straniero ci ha fatto più male di lui? Deve essere processato rapidamente: lo consigliano la saggezza e la sana politica; egli è una specie di ostaggio che i furfanti ci conservano. Si cerca di muovere a pietà, presto si compreranno le lacrime; si farà di tutto per renderci interessati, per corromperci, anche. Popolo, se il re sarà assolto, ricordati che noi non saremo più degni della tua fiducia e tu potrai accusarci di perfidia».

Il discorso di Saint-Just suscitò una profondissima emozione in tutta la Convenzione Nazionale: un folto gruppo di deputati si strinse attorno a questo giovane tribuno che, come appare in un disegno conservato al Museo Carnavalet di Parigi, aveva un profilo severo, portava capelli piuttosto lunghi e sfoggiava all’orecchio sinistro un grosso anello alla moda dei sanculotti. A molti dei presenti apparve veramente come un angelo e un demone di cui la Rivoluzione aveva bisogno per sconfiggere tutti i nemici e per trionfare. Maximilien Robespierre lo volle subito con sé nel Club dei Giacobini. Nel dicembre ebbe inizio il processo a Luigi XVI il quale, com’è noto, venne condannato a morte e ghigliottinato.

Poco più di due settimane dopo, il 29 novembre, Saint-Just tornò alla ribalta nella Convenzione Nazionale pronunciando un altro discorso, questa volta sulle condizioni dell’economia della Francia, benché il suo intento fosse più che altro di natura politica: mettere sotto accusa la gestione della finanza pubblica esercitata dal governo girondino che per far fronte alla crisi economica era ricorso alla continua emissione di moneta cartacea, i cosiddetti assegnati, i quali si erano svalutati anche di oltre la metà del loro valore iniziale. Così si espresse alla tribuna: «La libertà nel commercio è madre dell’abbondanza, ma da dove vengono gli ostacoli a questa libertà? [...] Ciò che ha sconvolto in Francia il sistema del commercio dei grani dopo la rivoluzione è stata la sregolata emissione dei simboli monetari [...]. Noi abbiamo molti simboli monetari, ma pochissime cose [...]. Un tempo il denaro era meno abbondante; ce n’era sempre una buona parte tesaurizzata e ciò diminuiva ancora il prezzo delle cose [...]. Oggi non si tesaurizza più, non abbiamo più oro, ma per uno Stato esso è necessario, altrimenti si ammassano o si accaparrano le derrate e il denaro perde sempre più valore. La penuria dei grani non deriva da altro. L’agricoltore che non vuole riempirsi di cartamoneta vende malvolentieri il suo grano».

Oltre a difendere la libertà di commercio Saint-Just propose la vendita dei beni degli emigrati, degli aristocratici e dei militari di estrazione nobiliare fuggiti all’estero subito dopo lo scoppio della Rivoluzione, il pagamento in natura delle imposte fondiarie, la libera circolazione del grano sul territorio francese e il divieto di esportarlo. La Convezione Nazionale approvò tutto ciò, ma la crisi economica continuò ad aggravarsi.

Louis Antoine Saint-Just fece sentire la sua voce in molte altre occasioni, si può dire su tutte le più drammatiche questioni politiche, sociali, economiche e militari in cui la Francia rivoluzionaria si dibatté, dimostrandosi sempre estremamente entusiasta, lucido, duro e deciso. Sempre un angelo e un demone.

Il 30 maggio 1793 entrò a far parte del Comitato di Salute Pubblica, l’organo che insieme al Comitato di Sicurezza Generale costituiva il governo della Francia rivoluzionaria. Divenne subito il più stretto collaboratore di Maximilien Robespierre, ponendosi come uno dei più strenui difensori dell’unità rivoluzionaria e nello stesso tempo come implacabile nemico di tutte le fazioni – i girondini, i cordiglieri arrabbiati di Jacques-René Hébert e i cordiglieri indulgenti di Georges Jacques Danton e Camille Desmoulins – in cui si era frantumata la spinta rivoluzionaria: «Ogni fazione – affermò – è criminale poiché tende a dividere i cittadini, neutralizza la potenza della Virtù pubblica, è un attentato alla sovranità». Al pari di Robespierre Saint-Just non aveva chiaro il legame esistente tra democrazia politica e democrazia sociale, ma rispetto all’Incorruttibile aveva, comunque, maggiore attenzione per gli umori del popolo.

Appena diventato membro del Comitato di Salute Pubblica, in meno di una settimana, redasse i centoventiquattro articoli della Costituzione del 1793, riscrivendo in questo modo la precedente Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 con l’introduzione di novità rilevanti quali il suffragio universale, il diritto al lavoro e all’istruzione nonché quello all’insurrezione nel caso in cui il governo violasse la libertà e i diritti del popolo. La creatura giuridica di Saint-Just, tuttavia, non vide mai la luce poiché la Francia stava vivendo momenti a dirpoco drammatici: gli eserciti delle monarchie europee premevano sui confini nazionali; la regione della Vandea si era ribellata al governo rivoluzionario e aveva scatenato una vera e propria guerra civile; la controrivoluzione avanzava senza sosta e spesso trionfava. Saint-Just, al pari e forse anche più dello stesso Robespierre, dagli avvenimenti trasse la conferma che la Repubblica di Francia fosse esposta a gravissimi pericoli e che occorresse reagire e agire senza indugi e senza nessuna pietà verso coloro che la minacciavano. Fu in questo momento che Saint-Just, più che mai angelo e demone della Rivoluzione, si sentì, superbamente, ma anche, forse o di certo, giustamente, interprete della virtù repubblicana e della volontà popolare al punto da dichiarare davanti alla stessa Convenzione Nazionale: «La forza delle cose mi sta spingendo lontano dalle mie intenzioni».

Da qui la preparazione della legge dei sospetti del 17 settembre 1793, che stabiliva la sospensione dei diritti civili per un’ampia fascia di cittadini: i nobili, gli emigrati, i cosiddetti preti refrattari vale a dire i religiosi che non avevano aderito alla Rivoluzione, i funzionari pubblici sospesi o destituiti, coloro i quali non avevano ottenuto il certificato di civismo e in generale coloro che o per la loro condotta o per le loro relazioni o per i loro propositi o i loro scritti, si siano mostrati favorevoli alla tirannide o al federalismo e nemici della libertà; da qui i processi di natura eminentemente politica contro i girondini, che finirono sul patibolo alla fine di ottobre, contro gli arrabbiati di Hébert, che furono spazzati via nel marzo 1794 e contro gli indulgenti di Danton e Desmoulins, ghigliottinati ai primi di aprile dello stesso anno; da qui la terrificante repressione della rivolta vandeana, da taluni storici considerata come un vero e proprio sterminio in stile prenazista; da qui la poderosa riorganizzazione dell’esercito rivoluzionario, che fu in gran parte opera proprio di Saint-Just, per fronteggiare le armate europee.

Le missioni militari.
Nonostante la sua vigorosissima appartenenza al Comitato di Salute Pubblica e benché avesse ricoperto, tra il febbraio e il marzo del 1794, anche la carica di presidente della Convenzione, Saint-Just dette il meglio di sé nelle missioni che compì presso l’esercito della Repubblica francese tra l’autunno del 1793 e la primavera del 1794: fu proprio in questo contesto che l’ideologo rivoluzionario si fuse con l’uomo d’azione. L’interesse e la sensibilità di Saint-Just per le questioni militari probabilmente derivarono dal padre, ex gendarme e cavaliere del Reale e Militare Ordine di San Luigi. Nel corso delle sue missioni sul fronte del Reno, che era il teatro principale della guerra contro l’Europa monarchica, egli si distinse per coraggio, fierezza, dignità oltre che per competenza in materia, attuando una vera e propria riforma, in termini sia morali che tecnici, dell’esercito rivoluzionario: si preoccupò che tutti gli ufficiali inferiori, superiori e generali godessero della fiducia della truppa operando in molti casi trasferimenti, degradazioni e destituzioni mentre soldati e sottufficiali che “venivano dalla gavetta” si trovarono all’improvviso elevati a gradi importanti; volle che i soldati e i sanculotti fossero meglio armati ed equipaggiati incoraggiando le manifatture nazionali ad aumentare la produzione di armi leggere e pesanti, attuando confische di beni (viveri, vestiti, calzature, letti, quadrupedi, carri e quant’altro) e imponendo dure tasse ai possidenti borghesi di Strasburgo, Metz, Nancy e Lilla dove, fra l’altro, la ghigliottina, per suo stesso ordine, fece piazza pulita di veri o presunti speculatori; si preoccupò che la carne venisse distribuita alla truppa almeno due volte alla settimana e che venissero decretate provvidenze e assistenze per i familiari dei caduti in battaglia e disposizioni per aiutare nei raccolti le famiglie di contadini che avevano uomini sotto le armi. Saint-Just seppe altresì conquistarsi la simpatia dei soldati con una serie di episodi di sicuro impatto emotivo e psicologico, dimostrandosi angelo e demone anche in questi casi: guidò personalmente all’attacco una colonna di soldati nel corso di alcuni combattimenti; respinse una lettera, senza neppure averla letta, che un ufficiale prussiano gli aveva inviato accompagnando il rifiuto con un laconico biglietto su cui era scritto: «La Repubblica francese non accetta nulla dai suoi nemici e non manda loro nulla se non del piombo». Alla fine del 1793 l’esercito rivoluzionario così rinnovato sconfisse duramente i prussiani e gli austriaci liberando l’Alsazia, mentre nei primi mesi del 1794 difese strenuamente le città di Guise, Cambrai e Charleroi preparandosi per la successiva vittoria di Fleurus.


Una fine anonima.
Ai primi di giugno del 1794 Saint-Just fece ritorno a Parigi, dove Robespierre gli chiese di tenere alla Convenzione Nazionale una delle sue implacabili requisitorie, questa volta contro il nuovo nemico della Rivoluzione: la borghesia. Saint-Just si sottrasse al compito – accontentò l’Incorruttibile partecipando soltanto alla festa dell’Essere Supremo – per ripartire subito per il fronte, convinto com’era che il vero pericolo per la Francia fossero gli eserciti delle potenze europee coalizzate contro la Repubblica. Il 26 giugno l’esercito rivoluzionario ottenne una grande vittoria nella pianura di Fleurus, in Belgio, sconfiggendo un’armata inglese, austriaca e tedesca. Subito dopo Saint-Just ritornò a Parigi che trovò in preda al Grande Terrore, iniziato con la terribile legge del 22 pratile (10 giugno) la quale accentuava enormemente la riduzione delle libertà individuali stabilita dalla legge dei sospetti del settembre 1793 e privava gli accusati del diritto di difesa e del ricorso in appello. Saint-Just, probabilmente, intuì che era necessario un cambiamento – La Rivoluzione è congelata, disse con tragica freddezza – e che era giunto il momento di sostituire l’uso disinvolto della ghigliottina con nuove leggi sicuramente severe, ma non più ferali, nonostante egli stesso fosse, accanto a l’Incorruttibile, sostenitore del binomio Terrore-Virtù. Nell’ultimo discorso tenuto al Comitato di Salute Pubblica i suoi dubbi furono palesi: «Cittadini, vedo dei sinistri presagi, tutto si maschera davanti ai miei occhi, ma studierò ciò che sta accadendo, mi dirò ciò che la probità consiglia per il bene della patria, cercherò di tracciare l’immagine dell’uomo onesto e di ciò che la virtù prescrive in questo momento e tutto quello che non assomiglierà a un puro amore del popolo e della libertà avrà il mio odio».

Era però troppo tardi. Il 27 luglio scattò la congiura del Termidoro che vide l’intera Convenzione Nazionale ribellarsi contro Robespierre, Saint-Just e gli altri giacobini. Di fronte agli avvenimenti che lo sovrastavano e lo travolgevano Saint-Just si chiuse in un silenzio sdegnoso, colmo di disprezzo, ma inefficace sul piano pratico, per gli avversari politici, moderati ed estremisti tutti coalizzati contro il governo giacobino, ai quali egli non riconosceva né fermezza, né virtù repubblicane. Così non reagì quando i deputati della Convenzione gli impedirono di parlare, come non oppose nessuna resistenza quando il 28 luglio venne arrestato all’Hotel-de-Ville di Parigi: l’angelo e il demone della Rivoluzione non disse nulla nemmeno sulla carretta dei condannati a morte, neppure sul palco della ghigliottina.

Il personaggio.
Louis Antoine Saint-Just fu anche (e soprattutto) un personaggio, come d’altra parte – lo abbiamo detto all’inizio – aveva profetizzato un suo insegnante negli anni della scuola: 
«Questo ragazzo diventerà un grande uomo o uno scellerato».
Gli storici contemporanei gli affibbiarono, dopo la scomparsa, diversi appellativi: Arcangelo della morte, Giovane atroce e teatrale, Mostro, Tigre. Appunto, un angelo e un demone. Qualcuno di questi studiosi, con un vivo gusto per il macabro, giunse ad affermare che il più giovane protagonista della Rivoluzione francese amasse indossare un paio di pantaloni confezionati con la pelle di una fanciulla che si era dimostrata insensibile al suo fascino. Di certo Saint-Just condusse una vita privata esattamente agli antipodi di quella di Maximilien Robespierre, al quale lo legava una forte affinità politico-ideologica: egli si fece notare nei salotti della borghesia radicale; si procurò la fama di dongiovanni impenitente; si prese anche una rivincita tardiva sul notaio Sigrade-Gellé di Blérancourt, che anni prima lo aveva rifiutato come marito della figlia Thérese: quest’ultima rispose prontamente all’invito della sua antica fiamma, divorziando dal marito e raggiungendo a Parigi il suo Louis Antoine, il quale però, nel frattempo, aveva iniziato una piccola storia d’amore con Henriette Lebas, sorella di un giacobino molto vicino all’Incorruttibile. Alla Convezione Nazionale il nostro angelo e demone fece, talvolta, alcune proposte bizzarre: obbligare tutti i fanciulli a un regime vegetariano; bandire dalla Francia tutti coloro i quali non avevano amici; proibire alla fanciulle vergini di camminare sole per strada; sciogliere d’ufficio tutti i matrimoni che dopo sette anni non avevano generato figli. Quindici anni dopo la morte furono pubblicati i suoi Frammenti sulle istituzioni repubblicane dove, tra l’altro, si legge: «Io disprezzo la polvere di cui sono fatto e che vi parla; si potrà perseguitare e far morire questa polvere, ma sfido a strapparmi la libertà e la vita indipendente che mi sono dato nei secoli e nei cieli».

Per saperne di più
F. Furet, D. Richet, La Rivoluzione francese, trad. it., Bari, 1974
N. Hampson, Saint-Just, Oxford, 1991
S. Loomis, Paris in the Terror, 1964
B. Vinot, Saint-Just, Paris, 1985

lunedì 28 luglio 2014

Robespierre. Noi non combattiamo per quelli che vivono oggi, ma per coloro che verranno




Il popolo fa la rivoluzione solo per fame. 
A capo di questi disperati si son sempre messe persone che avevano studiato e all'epoca era un privilegio di poche classi sociali lo studio. L'uguaglianza era richiesta dai colti , la libertà dai ricchi e la fraternità dagli ecclesiastici. Il popolo voleva solo mangiare e soddisfare la vendetta di veder morire i ricchi nobili sempre invidiati



Sono d'accordo che non si può identificare in modo univoco l'Illuminismo con la Rivoluzione francese (anche se influenze di sicuro ci furono). Così come non si può ridurre la Rivoluzione francese al solo periodo del Terrore e alle esecuzioni che ha causato. Troppo spesso ho incontrato persone che attaccavano l'illuminismo ritenendolo unico responsabile delle morti della Rivoluzione Francese, per questo faccio un plauso all'articolo.
Detto questo, mi sembra che anche questo articolo dia un'idea errata: quella che i filosofi illuministi furono tutti atei. In realtà la maggioranza di loro era deista: credevano nell'esistenza di una divinità individuabile attraverso la ragione (quindi non una divinità rivelata, com'è quella dei monoteismi). Lo stesso Voltaire era deista.


COME ROBESPIERRE HA SCONFITTO GLI ILLUMINISTI.
Spesso si intende pensare alla rivoluzione francese come ad un sommovimento popolare,
o dall'altra parte, borghese guidato dagli illuministi.
In realtà nelle fila del terzo stato che diede il là alla rivoluzione di banchieri, ricchi imprenditori, artigiani, contadini vi erano pochi membri.
Come scrive Jonathan Israel nella sua opera "La rivoluzione francese": <<in materia di provenienza sociale, la leadership rivoluzionaria non rappresentava nessuna categoria sociale ben definita>>.

In prevalenza il Terzo Stato era composto da scrittori, preti, nobili ribelli e giornalisti che si erano dati alla letteratura. Ben pochi invece i philosophes illuministi che presero parte agli stati generali, solamente 10 su 1200 deputati.

Monarchici, cattolici e rivoluzionari disillusi attribuirono una stretta correlazione tra la rivoluzione e lo sviluppo del terrore giacobino, instauratosi in Francia nel 1793, definito come prodotto finale della rivoluzione stessa.

Un preconcetto che andrebbe rivisto, dato che in realtà l'ideologia illuminista non era un blocco ideologico unico.

In realtà quei filosofi erano visti con sospetto dall'assemblea, soprattutto per le idee provenienti da autori riformisti come Locke e Spinoza, al contrario delle idee giacobine, più "puritane" di Jean Jacques Rosseau, intrise di anti-intellettualismo ed autoritarismo.

Robespierre era infatti si rivoluzionario, ma considerava quei filosofi una setta pericolosa, così come non tollerava il loro ateismo. Motivo per quale alcuni di questi furono inviati alla ghigliottina.
Il dittatore francese era si anti-clericale, ma non ateo. Al pari di Danton considerava infatti il cristianesimo come necessario per la pace e l'unità della società (dall'idea rousseauiana di contratto sociale).
Come scrive Paolo Mieli: <<questa tendenza a fondere assieme Robespierre e l'illuminismo democratico è una forma di persistenza delle teorie complottistiche che si manifestarono sin dal 1700. Il fatto che il pensiero radicale avesse causato e dato forma alla rivoluzione sembrò a moltissimi essere un'inconfutabile prova che l'Illuminismo fosse l'originaria matrice della tirannide robespierrista>>
Stefano B.
Bibliografia
Paolo Mieli, in guerra con il passato, le falsificazioni della storia



Il 28 luglio 1794 veniva giustiziato Maximilien-François-Marie-Isidore de Robespierre detto "l'Incorruttibile". Tra i maggiori protagonisti della Rivoluzione Francese iniziata nel 1789, fu deputato alla Costituente e poi alla Convenzione, ma toccò il suo apice nel periodo del Terrore diventando la personalità più influente della Montagna e del Comitato di salute pubblica. Robespierre, che non era mai stato né un estremista né un violento, divenne contrario a ogni affievolimento del processo rivoluzionario e a ogni tentativo moderato. Fu per questo soprannominato "l'Incorruttibile". Alla fine, forse consapevole dei complotti che si stavano preparando contro il suo governo, concesse il suo assenso e sostenne una legge più radicale e repressiva nei confronti dei "nemici della Rivoluzione", la cosiddetta legge del 22 pratile anno II, il punto massimo della legislazione d'emergenza rivoluzionaria, che eliminava gli appelli dai tribunali.
Robespierre e il suo gruppo dirigente erano consapevoli della gravità di queste leggi, ma le ritennero il male minore, di fronte alla prospettiva della fine della Repubblica, come affermò Saint-Just: "Tutto ciò che sta succedendo è orribile, ma necessario". Secondo René Levasseur, "lungi dal chiedere la fine del Governo rivoluzionario, come qualcuno ha detto, egli raccomandò di mantenerlo, pur insistendo che venisse epurato dei furfanti e dei traditori che si erano infiltrati nelle sue file. Quanto al terrore, egli voleva che se ne alleggerisse il peso nei confronti del popolo, ma che diventasse più giusto e più severo verso gli aristocratici e i nemici della civica virtù".
Il 4 febbraio 1794, Robespierre riuscì ad ottenere l'abolizione della schiavitù nelle colonie francesi, con un voto della Convenzione, obiettivo che si prefiggeva con alterne vicende dal 1789, ma che non era mai riuscito a realizzare. Fu poi messo in minoranza dalla Convenzione e successivamente ghigliottinato insieme al Saint-Just nel luglio del 1794. Con la sua morte finì il periodo del Terrore, s'iniziò il governo dei Termidoriani e il potere passò alla borghesia moderata. Iniziò il periodo della controrivoluzione che pose fine alle istanze democratico-sociali più sentite dalla popolazione. La principale opera letteraria di Robespierre è Il terrore e la virtù (1793), nel quale egli sosteneva con grinta le motivazioni che lo avevano spinto ad attuare il Terrore e la necessità di prolungarlo. Robespierre divenne però soprattutto famoso per i suoi discorsi e la sua oratoria, di cui forniamo qualche spunto, ben consapevoli che se la rivoluzione francese, ed in particolar modo il suo periodo giacobino guidato da Robespierre, è stato fondamentale per spazzare l'Ancien Régime e far avanzare la Storia verso l'epoca contemporanea. Senza di lui probabilmente il mondo sarebbe molto, molto più arretrato:

"Voler dare la libertà ad altre nazioni prima di averla conquistata noi stessi, significa garantire insieme la servitù nostra e quella del mondo intero."

"O Rousseau, io ti vidi nei tuoi ultimi giorni [...] ho contemplato il tuo viso augusto [...] da quel momento ho compreso pienamente le pene di una nobile vita che si sacrifica al culto della verità, e queste non mi hanno spaventato. La coscienza di aver voluto il bene dei propri simili è il premio dell'uomo virtuoso [...] come te, io conquisterò quei beni, a prezzo di una vita laboriosa, a prezzo anche di una morte prematura."
Dedica a Jean-Jacques Rousseau, in un foglio scritto di pugno nel 1791

"I ricchi, gli uomini potenti hanno ragionato diversamente. Con uno strano abuso delle parole, essi hanno ristretto l'idea generale di proprietà a certi oggetti; hanno preteso che i soli proprietari fossero degni del nome di cittadino; hanno dato il nome di interesse generale al loro interesse particolare e, per assicurare il successo di questa pretesa, si sono impadroniti di tutto il potere sociale."

"Nel sistema instaurato con la rivoluzione francese tutto ciò che è immorale è impolitico, tutto ciò che è atto a corrompere è controrivoluzionario. Le debolezze, i vizi, i pregiudizi sono la strada della monarchia."

"Sì, la pena di morte in generale è un delitto e ciò per l'unica ragione che essa non può essere giustificata in base ai princìpi indistruttibili della natura, salvo il caso in cui sia necessaria alla sicurezza degli individui o dei corpo sociale. (...) Ma quando si tratta di un re detronizzato nel cuore di una rivoluzione tutt'altro che consolidata dalle leggi, di un re il cui solo nome attira la piaga della guerra sulla nazione agitata, né la prigione, né l'esilio, possono rendere la sua esistenza indifferente alla felicità pubblica, e questa crudele eccezione alle leggi ordinarie che la giustizia ammette può essere imputata soltanto alla natura dei suoi delitti. Io pronuncio con rincrescimento questa fatale verità. Io vi propongo di decidere seduta stante la sorte di Luigi. Per lui, io chiedo che la Convenzione lo dichiari da questo momento traditore della nazione francese e criminale verso l'umanità."
discorso del 3 dicembre 1792

"Vi dicevo che il popolo deve fare affidamento sulla propria forza. Ma quando è oppresso, quando può contare soltanto più su sé stesso, sarebbe un vile chi gli dicesse di non sollevarsi. Proprio quando tutte le leggi sono violate, quando il dispotismo tocca l'apice, quando la buona fede ed il pudore vengono calpestati, il popolo deve insorgere."
parole pronunciate il 26 maggio 1793


"Io sono fatto per combattere il crimine, non per governarlo. Non è ancora giunto il tempo in cui gli uomini onesti possono servire impunemente la patria. I difensori della libertà saranno sempre dei proscritti finché la masnada dei furfanti dominerà."
"Popolo, ricordati che se nella Repubblica la giustizia non regna con impero assoluto, la libertà non è che un vano nome!"

"La guerra è sempre il principale desiderio di un governo potente, che vuole divenire ancor più potente. Non ho bisogno di dirvi che è proprio durante la guerra che il governo copre con un velo impenetrabile i suoi latrocini e i suoi errori. Vi parlerò invece di ciò che tocca più direttamente i nostri interessi. È proprio durante la guerra che il potere esecutivo dispiega la sua terribile energia ed esercita una specie di dittatura, la quale atterrisce la libertà. È durante la guerra che il popolo dimentica le deliberazioni che riguardano i suoi diritti civili e politici."
18 dicembre 1791

"Noi non combattiamo per quelli che vivono oggi, ma per coloro che verranno."
Maximilien Robespierre detto "l'Incorruttibile"

[fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Maximilien_de_Robespierre]



il socialismo trae la sua origine storica dalla sinistra dela rivoluzione francese non dimentichiamolo mai



ROBESPIERRE, RIVOLUZIONARIO PRIMA DELLA RIVOLUZIONE.
di Giancarlo Ferraris - 1 marzo 2016

Turbato dalla morte della madre e dall’abbandono del padre, Maximilien fu un ottimo studente, appassionato di cultura classica e infervorato dalle dottrine egualitarie dei philosophes del XVIII secolo. Avvocato di fama e dall’eloquenza elegante, era noto come il difensore “dei deboli e degli oppressi”, a cui spesso evitava di chiedere il pagamento dell’onorario. Tenace combattente delle disuguaglianze sociali dell’ancien régime, austero, disinteressato, intransigente e fermo nei suoi principi: con la rivoluzione sarebbe diventato l’Incorruttibile.


La famiglia.
Nella notte del 6 maggio 1758 ad Arras, cittadina della regione dell’Artois, nella Francia del Nord, venne alla luce un bambino che i genitori, François Derobespierre, da un paio di anni avvocato di professione, e Jacqueline Marguerite Carraut, figlia di un ricco birraio, entrambi originari di Arras, chiamarono Maximilien-François-Marie-Isidore. Erano due sposi novelli, dal momento che avevano contratto matrimonio solo il 2 gennaio dello stesso 1758 con una cerimonia piuttosto rapida, poiché Jacqueline era incinta da cinque mesi e soprattutto senza la presenza di nessun membro della famiglia di François (mentre erano presenti i parenti di Jacqueline), la quale, evidentemente, aveva ritenuto che non fosse un buon matrimonio o comunque, di certo, non conforme ai costumi borghesi del tempo e ciò soprattutto in una città come Arras, così fortemente devota alla Chiesa cattolica.

La famiglia Derobespierre (ancora oggi sono numerosi nella Francia del Nord i patronimici popolari che iniziano con il De) o de Robespierre o Robespierre, i suoi componenti usavano tutte e tre le grafie, apparteneva a quella fascia della classe borghese – diremmo oggi piccola borghesia – della Francia di metà Settecento dedita alle professioni legali e dalla quale uscirono molti protagonisti della Rivoluzione. Si trattava di una fascia consapevole della sua superiorità intellettuale, che mal sopportava le suddivisioni sociali e che nella società francese dell’epoca occupava una posizione particolare: sostanzialmente ostile nei confronti della nobiltà, la quale deteneva la ricchezza fondiaria e le cariche politiche e militari, ma anche avversa alla grande e alla media borghesia, le quali gestivano le attività imprenditoriali e soprattutto monopolizzavano, specie in ambito locale, le cariche nella pubblica amministrazione.

Dal Seicento i membri maschili della famiglia Derobespierre avevano progressivamente abbandonato l’agricoltura, il commercio delle stoffe e dei vini e l’attività di albergatori per dedicarsi alle professioni legali, che costituivano un servizio sempre maggiormente richiesto dalla monarchia, dalla nobiltà e dal clero.

L’iniziatore di questo nuovo corso della famiglia Derobespierre fu Robert (1591-1663), il quale si stabilì nella cittadina di Carvin, vicino a Lilla, dove svolgeva la professione di notaio regio. Uno dei suoi discendenti, Maximilien, verso il 1720 si spostò ad Arras, dove riuscì a farsi accettare dalla buona società cittadina nella quale c’erano molti massoni, diventò avvocato, entrò nel Consiglio Superiore dell’Artois e sposò una giovane della borghesia del luogo con cui ebbe François (1732-1777), padre del futuro Incorruttibile, il quale proseguì la tradizione familiare delle professioni legali e diventò anch’egli avvocato, dopo aver abbracciato maldestramente e per poco tempo il noviziato ecclesiastico.

La scelta dei Derobespierre di dedicarsi agli studi di legge e alle professioni legali fu “favorita” dal fatto che il regime monarchico e l’apparato burocratico della Francia dell’ancien régime moltiplicavano, quando non ne generavano ex novo, una quantità impressionante di leggi e relative procedure provenienti dalle giurisdizioni mutuate da un passato feudale ancora grevemente e gravemente presente.

La Francia in cui nacque lo stesso Maximilien era, infatti, uno dei regni più potenti e al tempo stesso più vetusti e più fragili d’Europa: monarchia di diritto divino, nel 1758 il re era Luigi XV di Borbone, oltre venti milioni di abitanti, un esercito e una marina forti, ma anche un’economia arretrata prevalentemente agricola, con poche industrie e manifatture, una situazione finanziaria generale grave e una società suddivisa in tre classi, nobiltà e clero da un lato che vivevano delle rendite prodotte dalle loro vastissime proprietà fondiarie, Terzo Stato (borghesia, contadini, operai) dall’altro lato che svolgeva attività produttive, ma era sottoposto a una pesante pressione fiscale.

La Francia era anche la patria dell’illuminismo, ma, paradossalmente, essa era il paese europeo dove l’attività riformatrice ispirata alle dottrine dei philosophes si faceva sentire di meno e dove la borghesia, in forte ascesa, lottava strenuamente contro i privilegi monarchici, nobiliari ed ecclesiastici.

François e Jacqueline, oltre a Maximilien, ebbero altri figli:
Charlotte (1760-1834), Henriette (1761-1780) e Augustin (17631794); un altro figlio, nato nel 1764, visse un solo giorno. Nello stesso anno, in conseguenza del parto, Jacqueline morì. Rimasto vedovo e sconvolto dalla morte della moglie, François, poco tempo dopo, lasciò Arras abbandonando la professione forense e i figli, che affidò a parenti e iniziò contemporaneamente a viaggiare.
Ritornò ad Arras nel 1765, quando si fece prestare alcune centinaia di livres da una delle sue sorelle e poi ancora nel 1768, quando contrasse un debito con la madre vedova rinunciando ai diritti suoi e dei figli sulle proprietà di famiglia. Due sue lettere, datate rispettivamente 1770 e 1771, ci informano che viveva in Germania, a Mannheim. Nel 1772 fu, ancora una volta, ad Arras, dove fece quindici apparizioni per cause legali presso il Tribunale cittadino. Morì nel 1777 a Monaco di Baviera, dove aveva aperto una piccola scuola di lingua francese.

L’orfano.
Abbiamo detto che dopo la morte della moglie il padre di Maximilien affidò i suoi quattro figli a parenti: Charlotte ed Henriette alle zie paterne, le quali le mandarono poi presso un’istituzione caritatevole che si occupava di fanciulle povere, Maximilien e Augustin alle zie e ai nonni materni, i quali li mandarono nel Collegio di Arras, un istituto gratuito gestito dai padri oratoriani. I due fratelli, prima di andare a scuola, trascorrevano parte delle loro giornate nella fabbrica di birra che apparteneva ai Carraut. Maximilien, fra l’altro, contrasse il vaiolo che gli lasciò il volto leggermente butterato. Il futuro Incorruttibile era un bambino segnato dall’amore per la madre, morta quando egli aveva solo sei anni, e dall’amore-odio per il padre, che aveva abbandonato la famiglia conducendo la sua esistenza fuori dagli schemi del tempo. Quest’ultimo duplice sentimento, non totalmente disgiunto dal primo, indusse Maximilien a costruirsi un modello comportamentale preciso e rigoroso per affrontare la vita, per farsi accettare dagli altri facendo dimenticare nel contempo il ricordo del padre, per convincersi e per convincere di essere esemplare e senza colpa alcuna. C’era quasi una sorta di sintonia tra il carattere e il modello di vita di Maximilien da un lato e i paesaggi naturali dell’Artois e quelli creati dall’uomo ad Arras dall’altro lato: i primi fatti di cieli plumbei, di corsi d’acqua quieti e di pianure quasi desolate percorse da lunghe strade diritte e costeggiate da alberi sottili; i secondi di viali geometrici, di dimore signorili e popolari alte e silenziose, di massicce sedi militari, di palazzi austeri e di chiese severe, simboli del potere politico e giudiziario e dell’autorità ecclesiastica che dominavano una cittadina pia dedita alle professioni legali, alle attività artigianali e all’agricoltura.

Sull’infanzia di Maximilien abbiamo due serie di testimonianze “particolari”:
quelle della sorella Charlotte e quelle dell’abate Léon-Bonaventure Proyart, vicedirettore del Collegio Luigi il Grande di Parigi che Maximilien, come vedremo, frequentò per undici anni.
Sono testimonianze diametralmente opposte, nelle quali si palesa il sospetto che le contraddizioni siano state volute dai rispettivi autori. Per la sorella Charlotte Maximilien «era allegro di natura, sapeva come scherzare e a volte rideva fino alle lacrime; era di carattere buono e gentile, cosa che lo faceva amare da tutti; Era amato da tutti… Tutti volevano averlo come amico; Ci [il fratello e le sorelle] amava teneramente e ci riempiva di attenzioni e carezze; Si preoccupava meno di invitare [un contendente] a far valere le proprie ragioni in tribunale che di riconciliarlo con la parte avversa; La benevolenza di mio fratello verso le donne gli assicurò il loro affetto».
Charlotte riferisce anche di un episodio potremmo dire emblematico:
Maximilien disponeva di una voliera con piccioni e passeri domestici e un giorno ne donò uno al fratello e alle sorelle; l’animale venne però dimenticato all’aperto e morì durante la notte. Appresa la notizia Maximilien pianse copiosamente, ricoprendo di rimproveri i responsabili della disattenzione.

Per l’abate Proyart, invece, Maximilien «Non rideva mai e sorrideva molto raramente.
Era incapace di sentimenti di amicizia e non aveva un solo amico; Con il fratello e le sorelle era duro come un tiranno; Si sarebbe infuriato se avesse evitato una causa promuovendo una riconciliazione; Il suo carattere e il genere di vita che condusse lo tennero totalmente separato dalle donne».

Esistono poi altre due testimonianze sull’infanzia di Maximilien, più tarde rispetto a quelle della sorella Charlotte e dell’abate Proyart, anch’esse contraddittorie: secondo una Maximilien era quel che si dice un bravo ragazzo; secondo l’altra era, invece, un ragazzo sgradevole e ipocrita.

Di certo Maximilien era un bambino rimasto profondamente turbato, come dicevamo, dalla morte della madre e dall’abbandono del padre: questi fatti gli fecero altresì maturare sia un marcato concetto del tradimento, che una fervida fantasia a sua volta generatrice di un mondo popolato da eroi, trasformandolo contemporaneamente da bambino vivace e spensierato in bambino serio e diligente, che si dedicava alla lettura, alla costruzione di modellini di chiese e alla collezione di immagini. Tutto ciò in un ambiente “familiare” e in un contesto cittadino popolare, borghese, militare e religioso con cui Maximilien venne a contatto quotidianamente, comprendendone le condizioni di vita, il modo di pensare e di fare, le esigenze.

Il borsista.
Nel 1765 Maximilien entrò nel Collegio di Arras diretto dai padri oratoriani, i religiosi che gestivano l’educazione in Francia dopo l’espulsione dei gesuiti avvenuta solo pochi anni prima. Il Collegio, dove accanto al latino, alla storia, alla geografia e alla matematica si studiava anche il francese, aveva un Consiglio Direttivo di cui faceva parte il vescovo di Arras. Le zie e i nonni materni fecero in modo che il loro nipote imparasse a leggere, scrivere e contare prima dell’iscrizione al Collegio. Nel 1769, all’età di undici anni, Maximilien, dimostratosi uno scolaro intelligente e studioso, venne scelto per prendere parte a un concorso letterario pubblico consistente nel dimostrare la propria capacità a commentare testi in latino. Sempre nello stesso anno, grazie anche all’interessamento di un religioso, riuscì a ottenere una delle quattro borse di studio che annualmente l’abbazia di Saint-Vaast metteva a disposizione per l’ammissione al prestigioso Collegio Luigi il Grande di Parigi retto anch’esso dai padri oratoriani.

Il Luigi il Grande, sorto come collegio gesuitico di Parigi, era una scuola d’élite connessa alla Sorbona e posta sotto l’alto patronato della monarchia di Francia allo scopo di fornire un’educazione secondaria a studenti meritevoli e dotati di borse di studio. Il programma scolastico, a sfondo prettamente umanistico, contemplava l’insegnamento di francese, greco, latino, logica e filosofia sia negli aspetti formali che in quelli morali: dai classici greci e latini i padri oratoriani, infatti, estrapolavano e proponevano ai loro allievi virtù quali l’amor patrio, la libertà, la parsimonia, il sacrificio e il coraggio; dalla filosofia la giustizia, la temperanza, la prudenza, la fortezza, il senso della disciplina e dell’onore. In sostanza il fine ultimo dei padri oratoriani era non solo e non tanto quello di istruire, ma di educare nel senso più ampio del termine anche attraverso l’adozione di una rigorosa disciplina interna al Collegio stesso. La classe a cui apparteneva Maximilien era composta soprattutto da coetanei della sua stessa estrazione sociale, figli di professionisti oppure di mercanti e di proprietari di manifatture. Tra i compagni di classe di Maximilien ne ricordiamo due, che egli ritrovò negli anni cruciali della Rivoluzione: Camille Desmoulins, che con Georges Jacques Danton perì, per mano sua (e non solo sua), sulla ghigliottina durante il regime del Terrore dopo aver fatto, invano, appello proprio agli anni trascorsi insieme al Luigi il Grande e Stanislas Fréron, che fu, invece, uno dei suoi nemici nei giorni drammatici del Termidoro. Quest’ultimo, già al tempo del Luigi il Grande, descriveva Maximilien «per nulla simpatico, consumato dall’orgoglio intellettuale, tetro, irascibile e invidioso del successo altrui».

Sicuramente Maximilien fu un ottimo alunno, sempre tra i primi per intelligenza, profitto e disciplina, tanto da far dire all’abate Proyart che «egli riponeva ogni suo interesse nello studio, trascurava tutto per lo studio, lo studio era il suo dio». Il ragazzo di Arras era letteralmente affascinato dai classici greci e latini attraverso i quali imparava anche la storia antica: in particolare la lettura delle Vite parallele di Plutarco e delle opere di Cicerone, Virgilio, Livio e Tacito gli permise di affinare le sue capacità oratorie facendolo diventare insieme un fervido ammiratore delle virtù degli antichi e della storia di Roma repubblicana, così lontane dai regimi assolutistici e dai costumi del Settecento.

L’abate Hérivaux, docente di retorica, rimase colpito dall’eleganza, dalla potenza espressiva e dal forte contenuto etico sia delle sue composizioni scritte che delle sue esposizioni orali tanto da soprannominarlo il Romano. L’eloquenza di Maximilien altro non era se non il risultato della combinazione, della fusione tra dono naturale e arte conquistata. Nel 1775 il giovane di Arras venne scelto per leggere il discorso in versi di benvenuto al re Luigi XVI e alla regina Maria Antonietta presso il Collegio dopo la cerimonia dell’incoronazione a Reims. Sembra che i due sovrani, bloccati in carrozza dalla pioggia, abbandonarono sotto l’acqua scrosciante il ragazzo non appena quest’ultimo ebbe terminato il discorso, dopo avergli, comunque, espresso il loro compiacimento. Negli anni immediatamente successivi Maximilien ottenne tre secondi premi e sei menzioni nell’ambito dei diversi concorsi letterari organizzati dal Collegio Luigi il Grande.

Nella formazione intellettuale del futuro Incorruttibile più dei classici contarono però i philosophes del suo tempo: egli fu profondamente colpito dalle tesi di Gabriel de Mably e soprattutto dal pensiero di Jean-Jacques Rousseau le cui opere, la Nuova Eloisa, l’Emilio forse anche il Contratto sociale, circolavano con una “certa libertà” dentro il Luigi il Grande. Da Mably, un pensatore minore del XVIII secolo, Maximilien mutuò essenzialmente la nozione che la proprietà privata è incompatibile con l’uguaglianza sociale; da Rousseau alcuni importantissimi concetti: la natura ha creato l’uomo buono e felice mentre l’avvento della società lo ha corrotto; le disuguaglianze sociali sono alla radice di tutti i mali; il contratto sociale è l’unico strumento che permette di proteggere l’individuo e i suoi beni, di assicurare l’uguaglianza e il benessere sociale e di garantire all’individuo medesimo la libertà.

Probabilmente Maximilien incontrò o semplicemente vide Rousseau nel 1778, l’anno della morte del pensatore ginevrino. Molto tempo dopo, nel 1791, scrisse la Dedica di Maximilien Robespierre ai Mani di Jean-Jacques Rousseau:
«O Rousseau, io ti vidi nei tuoi ultimi giorni [...] ho contemplato il tuo viso augusto [...] da quel momento ho compreso pienamente le pene di una nobile vita che si sacrifica al culto della verità e queste non mi hanno spaventato. La coscienza di aver voluto il bene dei propri simili è il premio dell’uomo virtuoso [...] come te, io conquisterò quei beni, a prezzo di una vita laboriosa, a prezzo anche di una morte prematura».


L’avvocato.
Maximilien maturò l’idea di diventare avvocato, proseguendo così la tradizione familiare, durante gli anni della scuola secondaria al Collegio Luigi il Grande. Ancor prima di iniziare gli studi di giurisprudenza alla Sorbona di Parigi egli prese contatto con alcuni illustri giuristi del momento per presentare se stesso come se fosse già avvocato. Nello stesso tempo iniziò a visitare e a conoscere a fondo la capitale di Francia, dove molte delle cause che si discutevano nei tribunali ruotavano attorno al rifiuto del vecchio mondo aristocratico al quale si opponevano i nuovi valori borghesi ispirati ai concetti di progresso, razionalità e utilità sociale, valori incarnati e portati avanti da una schiera di giovani avvocati alcuni dei quali diventarono famosi durante la Rivoluzione.

Maximilien iniziò il suo corso universitario in giurisprudenza nell’ottobre 1779, frequentando nello stesso tempo uno studio legale parigino come praticante: una frequentazione importante, dal momento che egli ebbe modo di conoscere e di approfondire, accanto al diritto civile e al diritto canonico insegnati alla Sorbona, anche il diritto amministrativo e il diritto penale oltre ad assistere a discussioni molto intense sulla natura del potere politico e di quello ecclesiastico. Maximilien terminò il suo corso universitario nel maggio 1781 e nel luglio dello stesso anno il Collegio Luigi il Grande gli conferì, oltre alla massima lode, un premio di seicento livres per la sua buona condotta e per il suo successo negli studi conseguiti nei dodici anni di permanenza nell’istituto. In agosto venne iscritto come avvocato nel registro del Parlamento di Parigi.

Nell’autunno del 1781 Maximilien ritornò ad Arras, forte della sua preparazione culturale e della sua formazione professionale acquisite in una scuola prestigiosa e in una grande città. Due furono le sue prime preoccupazioni: trasferire la borsa di studio di cui aveva beneficiato al Collegio Luigi il Grande al più giovane fratello Augustin, il quale, effettivamente, ebbe così la possibilità di studiare nello stesso istituto; provvedere al sostentamento suo e della sorella Charlotte, dal momento che i parenti più stretti erano scomparsi mentre altri si erano sposati, dedicandosi alla professione forense, cosa non semplice poiché, privo di conoscenze personali, dovette affidarsi esclusivamente alla propria capacità di farsi clienti.

Arras all’inizio degli anni Ottanta del Settecento era un centro dedito all’agricoltura, all’artigianato e, cosa nuova, a un vasto e fiorente commercio, ma era anche una cittadina feudale che ospitava i poli locali del potere giudiziario e burocratico, i quali creavano una forte connessione tra la realtà urbana e quella rurale garantendo, da un lato, l’amministrazione della giustizia, lo svolgimento delle attività economiche e l’ordine pubblico e ottenendo, dall’altro lato, tributi di varia natura quali decime, affitti e altro. Accanto alla piccola nobiltà, al clero e alla borghesia, comunque variamente benestanti anche se rigidamente separati gli uni dagli altri, povertà, prostituzione, vagabondaggio e delinquenza erano parte piuttosto notevole del tessuto sociale cittadino.

In questo mondo dove gli esperti della legge, come i membri della famiglia Robespierre, svolgevano un ruolo centrale Maximilien iniziò il suo percorso professionale, che assunse però subito connotazioni inedite e diverse rispetto ai modelli dettati dalla tradizione e dal regime di privilegio dell’epoca particolarmente forti e maggiormente chiusi in una città di provincia come Arras. Il giovane avvocato aveva una concezione molto alta della sua professione, che intendeva non tanto come un mezzo con cui fare carriera e salire i gradini della gerarchia sociale, quanto piuttosto come uno strumento con il quale realizzare ideali di umanità e di giustizia, come una missione, come un sacerdozio al punto che affermava: «Esiste forse una professione più sublime di quella che vi porta a difendere i deboli e gli oppressi?».

Maximilien era pienamente consapevole delle sue capacità e del fatto che aveva assimilato profondamente sia l’eloquenza dei classici – la capacità di entusiasmare, di persuadere e di trascinare gli uditori – che lo spirito dei lumi in virtù del quale il mondo a cui egli stesso apparteneva aveva l’impellente necessità di essere rinnovato: un rinnovamento che doveva iniziare da una dimensione locale, come lo era Arras, ma che presupponeva, come punto di partenza, proprio l’inserimento in quello stesso mondo che andava cambiato. L’avvocato Maximilien ebbe, paradossalmente, la fortuna di essere aiutato in tutto questo da alcune eminenti personalità di Arras che lo introdussero proprio nei cosiddetti “ambienti giusti” della cittadina. Nel novembre 1781 venne, infatti, ammesso nel Consiglio Superiore dell’Artois grazie anche alla presentazione delle sue credenziali da parte dell’avvocato Guillaume Liborel, noto principe del foro di Arras. Nel gennaio 1782 iniziò l’attività forense e nel maggio vinse la sua prima causa, patrocinando dei nipoti che erano stati diseredati dai familiari a favore di altri per aver scelto di rimanere cattolici anziché seguire la conversione dello zio al calvinismo. Nel marzo 1782 il vescovo di Arras lo nominò magistrato presso la Corte Episcopale, che esercitava la sua giurisdizione su Arras e su molte parrocchie limitrofe; in questo ruolo fu tenuto a pronunciare una condanna a morte per omicidio, cosa che lo turbò profondamente al punto che si dimise dall’incarico ritornando a esercitare l’avvocatura. Grazie alle sue capacità e al suo impegno Maximilien riuscì a crearsi una certa clientela iniziando a mietere successi nelle aule del Tribunale di Arras: nel 1782 comparve in tredici cause vincendone sette; nel 1783 in ventotto vincendone ventuno; nel 1784 in tredici vincendone ben dodici. La sua fama crebbe notevolmente. A testimonianza di ciò c’è la lettera di un avvocato scritta da Arras a un suo giovane amico studente di legge a Parigi nella quale si legge:
«Non c’è nulla di nuovo in città, se non che un tale chiamato Robespierre […] ha fatto il suo debutto qui in un caso famoso che ha difeso in tre udienze per spaventare chiunque pensi di seguirlo nella stessa carriera […]. Dicono (io non l’ho mai sentito) che per oratoria, proprietà di linguaggio e chiarezza di stile superi di gran lunga i Liborel, i Desmazières, i Brassant, i Blanquart e anche il celebre Dauchez».

Nella professione forense, al di là delle necessità prettamente utilitaristiche a cui non poteva, comunque, sottrarsi, Maximilien adottò sempre un’eloquenza elegante e al tempo stesso castigata, posta al servizio dei suoi ideali di umanità e di giustizia, ma capace anche di trasformarsi in uno strumento di forte critica del regime politico, giuridico, sociale ed economico vigente in Francia in quegli anni.

Il 1783 fu decisivo per la carriera forense di Maximilien. Grazie all’amicizia con Antoine-Joseph Buissart, un altro avvocato di Arras nonché scienziato dilettante e appassionato lettore dell’Enciclopedia, ottenne, infatti, la difesa di Charles-Dominique de Vissery de Bois-Valè, anch’egli avvocato e coinvolto in una causa per aver installato sul tetto della propria abitazione un bizzarro e gigantesco parafulmine. I suoi vicini, temendo che il marchingegno potesse deviare i fulmini verso le loro case, erano riusciti a ottenere dal Tribunale un’ordinanza per farlo smantellare, ma Vissery non si dette per vinto: fece appello al Consiglio Superiore dell’Artois e affidò la sua difesa in tribunale a Buissart che compilò un poderoso rapporto grazie al quale Maximilien, gestendo la causa con abilità e convinzione, riuscì a far ritirare l’ordinanza. Le sue argomentazioni furono tutte di natura filosofica, tanto che la causa diventò una vera e propria crociata di sapore prettamente illuministico contro l’oscurantismo e l’ignoranza.
Così l’avvocato Maximilien Robespierre si espresse davanti al Consiglio Superiore di Arras:
«Signori, voi dovete difendere la Scienza. Il fatto che l’intera Europa guardi alla questione qui dibattuta garantirà che la vostra decisione abbia la più ampia notorietà… Parigi, Londra, Berlino, Stoccolma, Torino, San Pietroburgo verranno a conoscenza al tempo stesso di Arras di questo segno della saggezza e dell’entusiasmo vostri per il progresso scientifico».

Il giornale nazionale Mercure de France dette ragione a Maximilien e nel giugno dello stesso 1783 pubblicò un articolo terminante con queste parole:
«In questo procedimento, che è diventato la causa delle Scienze e delle Arti, monsieur Maximilien de Robespierre, un giovane avvocato di raro talento, ha dimostrato un’eloquenza e una saggezza che hanno lasciato un’ottima impressione della sua preparazione».
Il successo ottenuto indusse Maximilien a rivolgersi direttamente a Benjamin Franklin, poiché si rendeva conto che, in fondo, nella causa Vissery de Bois-Valè aveva difeso la più nota delle invenzioni del geniale americano:
«Il desiderio di contribuire a sradicare i pregiudizi che impediscono il progresso nella nostra regione mi ha ispirato di far stampare il discorso che in tale causa ho pronunciato davanti alla Corte. Oso sperare, Signore, che Lei vorrà gentilmente riceverne una copia… [Sarò] ancor più felice se potessi aggiungere a tale cortesia l’onore di guadagnarmi l’approvazione di un uomo la cui virtù minore è quella di essere il più famoso uomo di scienza dell’universo».

Sempre nel 1783 Maximilien comparve in un’altra causa destinata anch’essa a diventare altrettanto nota: la difesa del mastro calzolaio François-Joseph Deteuf contro l’abbazia benedettina di Anchin, quest’ultima difesa da Guillaume Liborel, lo stesso avvocato che aveva facilitato l’ammissione di Maximilien nel Consiglio Superiore dell’Artois. L’antefatto era molto semplice: un monaco, successivamente trovato colpevole di peculato, accusò di furto l’artigiano Deteuf la cui sorella Clémentine, guardarobiera presso l’abbazia, aveva rifiutato le sue avances. Deteuf querelò l’abbazia per danni materiali e Maximilien ne assunse la difesa, adottando l’insolita procedura di pubblicare il promemoria prima del verdetto nella speranza che l’opinione pubblica facesse pressione sui giudici.

In questa causa Maximilien asserì che i benedettini di Anchin erano responsabili delle loro azioni di fronte al popolo e chiese una condanna per calunnia in nome di tutti coloro i quali si fregiavano del titolo di cittadino. La causa si trascinò per diverso tempo e fu risolta alla fine con un compromesso extragiudiziale con il quale Maximilien si impegnava a ritirare alcune delle sue accuse mentre l’abbazia offriva un cospicuo compenso materiale a Deteuf. Dopo questo episodio i rapporti tra il giovane avvocato e l’élite ecclesiastica e forense di Arras iniziarono a incrinarsi.

Nel 1786 Maximilien si occupò del caso Page, una donna accusata di usura.
Non gli sembrò, almeno all’inizio, un caso interessante e forse proprio per questo motivo allargò la sua arringa di difesa introducendovi un tema di denuncia del sistema giudiziario francese dell’epoca. Si dilungò moltissimo sui rischi a cui andavano incontro gli imputati coinvolti nei processi asserendo, tra l’altro:
«Una persona debole e timida […] può impallidire, balbettare e contraddirsi […] e continuare a essere innocente. […] Alla vista del gran numero di patiboli grondanti sangue innocente sento dentro di me una voce potente che grida di eliminare per sempre la fatale abitudine di mettere in prigione solo sulla base delle supposizioni».

Proseguì poi attaccando lo «spaventoso labirinto della procedura giudiziaria» e l’ignoranza dei giudici dei tribunali signorili, auspicando quella che chiamò «felice rivoluzione» del sistema giudiziario che un governo responsabile era tenuto a effettuare. Nell’arringa non mancarono anche accenni di denuncia del sistema assolutistico vigente in Francia in quel tempo:
«L’autorità divina che ordina ai re di essere giusti, vieta ai popoli di farsi schiavi».

Madame Page fu alla fine assolta, ma i giudici ordinarono che Maximilien togliesse dalla memoria del dibattimento processuale tutte le osservazioni che ponevano in discussione l’autorità della legge e che criticavano l’operato dei giudici. In sostanza la causa Page più che una difesa legale fu un discorso di natura politica e giudiziaria.

Nel 1789 fu la volta del caso Dupont il quale, incarcerato per molti anni in seguito all’emissione di una lettre de cachet, chiedeva di ritornare in possesso di una sua eredità legittima. Nel corso del dibattimento della causa Maximilien si scagliò, chiedendone la soppressione, contro il sistema delle lettres de cachet, in base al quale una persona, senza processo e senza alcuna difesa legale, poteva essere condannata al carcere o al confino o alla deportazione o all’espulsione dal luogo dove abitava:
«Come può ammettere l’autorità regia che dei privati, armati di lettres de cachet in bianco, che possono riempire a loro buon grado con i nomi di presunti criminali, tengano nei propri portafogli il destino di molti uomini, rievocando così il ricordo storico di quei famosi autori delle liste di proscrizione la cui mano tracciava, su tavolette insanguinate, la vita o la morte di una moltitudine di romani?».

Nella memoria della causa il giovane avvocato Maximilien scrisse:
«Il mezzo per prevenire i crimini consiste nel riformare i costumi; il mezzo per riformare i costumi consiste nel riformare le leggi».
Il rivoluzionario, come abbiano visto, era già fortemente in nuce, ma Maximilien sarebbe rimasto un avvocato di provincia se la situazione politica, giuridica, sociale ed economica della Francia non fosse fragorosamente esplosa nel fatidico 1789, anno di inizio, come è ben noto, della Rivoluzione.

L’accademico.
La Regia Accademia di Arras, costituita da esponenti della nobiltà e del clero, negli anni Ottanta del XVIII secolo era il centro culturale dell’Artois. Maximilien vi entrò a far parte nel novembre 1783, grazie sia alla notorietà che gli aveva procurato la causa del parafulmine, sia in virtù della sua amicizia con Buissart. Alcuni mesi dopo, nell’aprile 1784, egli tenne il suo discorso inaugurale parlando di un tema giuridico che, a sua volta, era stato proposto in un concorso dalla Société Royale de Sciences et Arts: le pene infamanti o la corruzione del sangue, concetto legale del tempo che estendeva alla famiglia di chi si rendeva colpevole di un reato parte della sua colpa. Il titolo della dissertazione, che costituiva il discorso, era L’origine dell’opinione che estendeva a tutti i componenti di una famiglia parte dell’ignominia associata alla pena infamante subita da un colpevole. Maximilien, rifacendosi allo Spirito delle leggi di Montesquieu, al filosofo inglese Francis Bacon e in parte al giurista italiano Cesare Beccaria, suddivideva le nazioni in due categorie, vale a dire le monarchie basate sull’accettazione del cosiddetto codice d’onore dell’epoca e le repubbliche fondate invece sulla virtù o senso civico, contestava apertamente il fatto che le pene infamanti riguardassero sempre e soltanto membri della borghesia e del popolo mai appartenenti alla nobiltà, proponeva, infine, di cancellare le pene infamanti in base proprio alla natura e ai principi che distinguevano i regimi monarchici da quelli repubblicani, dove «la virtù produceva la felicità, così come il sole produceva la luce», ma dove, comunque, il rispetto della legge e il bene comune restavano fondamentali:
«Negli Stati dispotici la legge non è altro che la volontà del principe… […] il principio fondante delle repubbliche è la virtù, come l’autore dello Spirito delle leggi ha dimostrato, cioè a dire la virtù politica, che non è nient’altro che l’amore della legge e del paese. Le loro costituzioni richiedono che ogni interesse particolare, ogni legame personale cedano sempre il passo al bene generale… [Un cittadino] non deve risparmiare nemmeno la persona da lui più amata, se colpevole, quando il bene della repubblica ne richieda la punizione. […] Noi ripetiamo costantemente la giusta massima che dice che è meglio risparmiare un centinaio di colpevoli piuttosto che sacrificare un solo innocente».

Poco tempo dopo Maximilien inviò questo suo testo a un concorso bandito dalla Société Royale de Metz, aggiudicandosi un premio speciale di quattrocento livres che utilizzò per farlo pubblicare a Parigi. Il duplice successo di Arras e di Metz aveva però creato un certo malumore nella nobiltà e nel clero della sua città natale, dal momento che Maximilien aveva messo in dubbio la legittimità dell’ordine sociale e i principi del codice su cui si fondava la società aristocratica del suo tempo. E questo malumore, fra l’altro, si aggiungeva ai già non proprio buoni rapporti che Maximilien, come avvocato, aveva con il mondo ecclesiastico e quello forense di Arras.

Nel 1785 Maximilien presentò un saggio al premio che annualmente conferiva l’Accademia di Amiens, premio che per ben tre volte era stato offerto per un elogio di Jean-Baptiste Gresset, un poeta locale, senza che però fosse mai conferito. In palio c’erano milleduecento livres. Nel saggio Maximilien poneva in evidenza la virtù, la moralità, la religiosità di Gresset e il fatto che avesse preferito l’oscura vita in provincia ai fasti della capitale. Egli, inoltre, elogiò i vescovi di Amiens, ai quali attribuì il merito di «aver mostrato a un secolo corrotto la visione delle virtù che splendevano in tempi felici»; tra di essi vi era anche l’alto prelato che era stato coinvolto nel caso dello Chevalier de la Barre, torturato e decapitato per sacrilegio e poi bruciato insieme al Dizionario filosofico di Voltaire.

Nel 1786 Maximilien divenne direttore della Regia Accademia di Arras, carica che durava un anno. Nel suo discorso inaugurale affrontò il tema degli svantaggi legali dei bambini nati fuori del matrimonio con il preciso obiettivo di assicurare «la protezione e la felicità di una parte significativa dell’umanità». Si trattò di un discorso importante per due motivi: da un lato Maximilien confermò la necessità di affrontare le disuguaglianze sociali e dichiarò che la povertà corrompeva la morale e devastava l’animo del popolo rendendolo più disponibile al crimine perché ne soffocava i naturali istinti dell’onore e della dignità umana; dall’altro lato rivelò la sua concezione del matrimonio e della famiglia come pilastri della società:
«Il matrimonio è una fertile fonte di virtù: vincola il cuore a migliaia di oggetti degni, abitua alle passioni gentili, ai sentimenti onesti. È una norma derivata dalla natura stessa: quando si diventa padri, in genere, si diventa uomini più onesti. Ciò è specialmente vero per la classe di uomini di cui sto parlando. La moglie, i figli sono legami potenti che vincolano un servo ai doveri della proprietà in cui lavora; sono garanti preziosi della fedeltà e della sottomissione. Io non so perché si dovrebbe preferire a servi di questo tipo esseri isolati in cui l’indipendenza del celibato sembra incoraggiare la ribellione e la licenza».

Maximilien terminava auspicando che i governi cambiassero con il passare del tempo e si adattassero al corso delle idee e dei costumi pubblici e affermando che i bambini concepiti fuori dal matrimonio dovessero godere non solo del nome e dello status sociale del padre, tenuto per legge a provvedere al loro mantenimento senza così incorrere in sanzioni penali, ma anche dei diritti di proprietà a loro trasmessi per via ereditaria.

Nel 1787 Maximilien conobbe il capitano Lazare Carnot, diventato da poco membro della Regia Accademia di Arras. I due si sarebbero incontrati di nuovo nel 1793 in circostanze completamente diverse, entrambi membri del Comitato di Salute Pubblica.

Nell’aprile dello stesso 1787 Maximilien, in qualità di direttore della Regia Accademia di Arras, presiedette la seduta pubblica annuale in occasione della quale vennero ammessi quattro nuovi membri, tra cui due letterate: Marie La Masson Le Golft di Le Havre e Louise de Kéralio di Parigi. L’evento offrì a Maximilien il pretesto per dichiarare che anche le donne avevano il diritto di essere ammesse nelle società letterarie in virtù della complementarietà della loro natura con quella degli uomini:
«La natura ha dato a ciascun sesso i talenti che gli sono più congeniali. L’intelligenza dell’uomo ha più forza ed elevazione; quella della donna è d’approvazione… […] anche il loro sesso ha dei doveri, perché il cielo non è stato prodigo di doni e bellezza con le donne affinché non fossero che una vana decorazione dell’universo… […] ma affinché contribuissero alla gloria e alla felicità della società».
Nel corso di questa seduta pubblica Maximilien non mancò poi di fare un accenno all’«umanità degradata che sembrava annichilita sotto il giogo infame della tirannia feudale».

Sempre nel 1787 Maximilien entrò a far parte del circolo letterario dei Rosati, che era stato fondato ad Arras nove anni prima per iniziativa di un gruppo di studenti, i quali si erano riuniti casualmente in un giardino «per amicizia, grazie al comune gusto per la poesia, le rose e il vino». I Rosati non si occupavano di politica e di altre questioni pubbliche, ma erano semplicemente un gruppo di uomini che avevano sentimenti e interessi comuni, che amavano i giochi letterari, la poesia e soprattutto lo stare insieme, consapevoli, comunque, di essere illuminati e di giocare un ruolo importante nella vita di Arras. A ogni nuovo membro veniva consegnato un diploma rosa, profumato di rosa e recante un timbro a forma di rosa con scritti sopra dei versi a cui egli doveva rispondere improvvisando altri versi, rito al quale Maximilien, ovviamente, si sottopose:
«Vedo la spina con la rosa / nei bouquets che mi offrite / e celebrandomi / i vostri versi scoraggiano la mia prosa. / Tutto quel che mi si è detto di lusinghiero / Signori, ha il diritto di confondermi; / la rosa è il vostro complimento / la spina è l’obbligo della risposta […]».

Maximilien fu autore di diverse poesie, tra cui ne ricordiamo almeno due: quella di elogio della vita in campagna, un’esistenza semplice, onesta e non tormentata «né dal crimine né dal terrore»; quella d’amore, un madrigale dedicato a una donna conosciuta a Parigi, una certa Ophélie Mondien:
«Credetemi, giovane e bella Ofelia, / qualsiasi cosa dica il mondo e malgrado il vostro / specchio, / siate contenta di essere bella e di non saperne nulla, / conservate sempre la vostra modestia. / Del potere del vostro fascino / siate dimora sempre allarmata. / Sarete tanto più amata / se non temete di esserlo».

Probabilmente ai Rosati Maximilien ebbe modo di conoscere Joseph Fouché, allora insegnante di scienze nel Collegio di Arras, poi tra i principali artefici della sua caduta nelle giornate terribili del Termidoro. Con l’aggravarsi della situazione politica, giuridica, sociale ed economica della Francia la produzione accademica di Maximilien, sempre più assorbito dai suoi impegni di avvocato e soprattutto dall’inizio della sua nuova attività di politico, cessò quasi del tutto.

Lo stile di vita.
Tra la vita brillante e bohémien di Parigi e l’oscura rispettabilità di Arras, Maximilien, una volta diventato avvocato, optò, come abbiamo visto, per la seconda: ne concorsero diversi motivi: la necessità di aiutare la sorella Charlotte, con la quale divideva la stessa abitazione, e il fratello Augustin, studente al Luigi il Grande; la convinzione che il cambiamento, come abbiamo detto prima, dovesse partire ”dal basso”; il suo stesso carattere. Con impegno, serietà, pazienza e costanza egli si dedicò alla professione forense, che lo impegnò notevolmente fino all’astrazione, pur lasciandogli del tempo libero equamente diviso tra studi umanistici, attività accademica e una vita familiare pacifica fatta di riunioni domestiche con una ristretta cerchia di amici, passeggiate e visite di cortesia in un contesto locale tipicamente piccolo borghese, ma anche in anni in cui si andava acuendo la crisi istituzionale e sociale della Francia. La sua esistenza, densa di impegni e di interessi, era molto regolata: si alzava di buon’ora, mangiava e beveva con moderazione preferendo frutta e caffè, aveva molta cura della sua persona tanto che ogni mattina un parrucchiere provvedeva a raderlo e a incipriargli la parrucca a cui teneva particolarmente.

Nel 1786 la pittrice Adélaïde Labille-Guiard così rappresentò Maximilien ventiseienne, ormai noto sia come avvocato che come oratore:
«Sottile e distinto, la fronte spaziosa sotto la parrucca ben curata, occhi chiari e dolci sotto sopracciglia nettamente arcuate, una bocca sottile un naso lungo e rivolto all’insù, le gote rotonde, il mento un po’ pesante sotto lo jabot di pizzo, la mano destra posata su gilet ricamato».

Una testimonianza del tempo, riferendosi però a un altro ritratto di Maximilien, afferma che egli «aveva lo sguardo inquieto, ma dolcissimo del gatto domestico». Esistono poi numerosi ulteriori ritratti di Maximilien, tra cui quello seduto di Louis-Léopold Boilly, quello di profilo, un’incisione attribuita a Franz Gabriel Fiesinger e realizzata sulla base di uno schizzo di Jean-Urbain Guérin e quello frontale, che è il più noto, opera di un pittore anonimo e attualmente conservato nel Museo Carnavalet di Parigi. In essi però, come del resto nel quadro della Labille-Guiard, non vi è traccia alcuna sul suo volto del vaiolo che lo colpì, come abbiamo detto, quand’era bambino. In uno schizzo a matita di François Gérard sono invece presenti gli occhiali che egli portava per leggere e scrivere.

Maximilien diceva di essere “povero” che per lui significava provvedere ai propri bisogni con il proprio lavoro, senza rifiutare il benessere, ma senza neppure ricercare il lusso e l’ozio: questo suo concetto di “povertà”, fra l’altro consono alla sua austera moralità e soprattutto agli ideali di Rousseau di cui si nutriva, era sostanzialmente l’ideale della classe media e in particolare della piccola borghesia francese dell’epoca.

D’altra parte anche la nuova realtà che egli sognava non era quella degli enciclopedisti, né quella della grande borghesia rampante che andava prendendo il posto della vecchia nobiltà, ma proprio quella predicata da Rousseau, capace di ospitare tutta l’umanità. Ad Arras, quando esercitava l’avvocatura, Maximilien era per tutti l’avvocato dei poveri come concordano diverse testimonianze, tra cui quella di un suo contemporaneo, un certo Alissan de Chalet e quella di François Noël Babeuf, il futuro “socialista”. De Chalet scrisse dopo la morte di Maximilien, diventato con il Terrore un simbolo dell’odio:
«Bisogna essere giusti con tutti, anche con Robespierre; si deve riconoscere che egli non fu mai mosso dall’amore per il denaro. Al contrario, fu sempre una persona eccezionalmente disinteressata. Per molti anni fece consulenze gratuite e non provava alcun piacere nel ricevere l’onorario dei suoi clienti, anche quando vinceva le cause, nonostante non avesse ricchezze patrimoniali e fosse anzi così povero che doveva prendere a prestito i vestiti».

Anche Babeuf scrisse cose dello stesso tenore nella lettera destinata alla principale autorità laica di Arras: «Monsieur Robespierre è considerato una delle persone più notevoli del vostro foro. Penso che sia un uomo di assoluta onestà e raro disinteresse. […] L’avvocato Desmazières ha detto: Nessuno dei nostri colleghi può a maggior diritto essere chiamato il difensore delle vedove e degli orfani.
A monsieur Robespierre non interessa far soldi; egli è e rimarrà solo l’avvocato dei poveri».

Nonostante la mole di clienti Maximilien non fu mai titolare di un grande studio legale con relativo reddito e ciò per due motivi: in primo luogo perché fu, appunto, l’avvocato dei poveri; in secondo luogo perché, lo abbiamo visto più volte, nelle sue arringhe, come del resto negli scritti pertinenti la sua attività accademica, criticò sempre più apertamente il regime di privilegio che regolava la vita politica, giuridica, sociale ed economica francese dell’epoca.

Maximilien conservò il suo concetto di “povertà” anche nel momento in cui iniziò l’attività politica, incontrando così il favore e l’appoggio dei giacobini e dei sanculotti, i protagonisti più radicali della Rivoluzione francese, la cui vita era improntata a valori quali l’onestà, il dovere, il senso della misura, la repulsione sia per l’eccessiva ricchezza che per la miseria.

Maximilien ebbe, inoltre, un alto concetto intellettuale e morale dell’austerità della sua vita in virtù del quale né il privilegio di nascita, né quello di censo potevano essere il parametro dei diritti degli uomini e dei cittadini.

Sia negli anni di Arras che in quelli di Parigi Maximilien, contrario tanto al vestire trasandato quanto al lusso smodato, portò sempre pantaloni sotto il ginocchio, giacca, gilet, jabot e parrucca debitamente incipriata, senza mai indossare né i pantaloni dei sanculotti, né la giacca carmagnola e neppure il berretto frigio che egli considerava come simboli meramente esteriori e simbolici e ai quali contrapponeva la rettitudine del suo modo di vivere, la fermezza dei suoi principi, la correttezza delle sue azioni. Al tempo stesso non ammise mai un servitore alla propria tavola, atteggiamento quest’ultimo tipico della borghesia francese dell’epoca che non venne mai meno neppure negli anni più tragici della Rivoluzione.

Per concludere un accenno alla vita sentimentale di Maximilien, il quale non si sposò mai, né da giovane e nemmeno in età più avanzata, e non ebbe figli. Ad Arras coltivò alcune relazioni femminili quali madamoiselle Dehay, un’amica della sorella Charlotte, e una certa madamoiselle Henriette oltre alla già citata Ophélie Mondien conosciuta però nella capitale. Tenne anche una corrispondenza epistolare con una dama dell’alta società non meglio identificata e frequentò il salotto di madame Marchand, che divenne successivamente la direttrice del Journal du Pas-de-Calais. Ebbe una relazione anche con madamoiselle Anaïs Deshorties, figlia di primo letto del marito di una sua zia. Negli anni della Rivoluzione sembra che Maximilien fosse molto legato a Éléonore Duplay, una delle figlie del padrone della casa parigina dove egli abitava, relazione, tuttavia, che fu sempre fortemente smentita dalla sorella Charlotte.

Per saperne di più

Annales Historiques de la Révolution française, n. 152, Paris, 1959
H. Buffonoir, Les portraits de Robespierre, Paris, 1910
V. Daline, “Robespierre et Danton vus par Babeuf” in Annales Historiques de la Révolution française, n. 162, Paris, 1960
F. Furet -D. Richet, La Rivoluzione francese, trad. it., Bari, 1974
A. Gnugnoli, Robespierre e il Terrore rivoluzionario, Firenze, 2009
H. Guillemin, Robespierre politico e mistico, trad. it., Milano, 1989
N. Hampson, Robespierre l’incorruttibile?, trad. it., Milano, 1984
L. Jacob, Robespierre vu par ses contemporains, Paris, 1938
A. Mathiez, Robespierre, trad. it., Roma, 2006
M. Mazzucchelli, Robespierre, Milano, 1955
P. McPhee, Robespierre. Una vita rivoluzionaria, trad. it., Milano, 2015
Papiers inédits trouvés chez Robespierre, Saint-Just, Payan etc., Paris, 1828, vol. I
L.-B. Proyart, La vie et les crimes de Maximilien Robespierre, Augsburg, 1795
“Robespierre” in I grandi contestatori a cura di D. Dan, Milano, 1973
C. Robespierre, Mémoires de Charlotte Robespierre sur ses deux frères, Paris, sd.
A. Soboul, “Robespierre” in I Protagonisti della Storia Universale. La Rivoluzione francese e il periodo napoleonico, trad. it., Milano, 1968, vol. VIII
G. Walter, Robespierre, Paris, 1946

http://www.storiain.net/storia/il-giovane-robespierre-un-rivoluzionario-prima-della-rivoluzione/

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