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giovedì 8 maggio 2014

Mia madre aveva un carattere veramente freddo, lei era gelida. So che amava tutti noi, moltissimo, però non era capace di esprimerlo perché non amava sé stessa

"Mia madre aveva un carattere veramente freddo, lei era gelida.
So che amava tutti noi, moltissimo, però non era capace di esprimerlo perché non amava sé stessa".
Veronica De Laurentiis, primogenita di Silvana Mangano e Dino De Laurentiis.

Nella foto, Veronica e Silvana verso la fine degli anni '50

martedì 8 aprile 2014

Murray Bowen, non a caso, sostiene che la famiglia è un sistema essenzialmente emozionale ed affettivo, percorso da correnti emotive molto profonde ed embricato con i processi cellulari e somatici. Emozioni intense, non sempre controllabili, come l'amore, l'odio, la rabbia, tra i membri di una famiglia, esprimono un bisogno fondamentale di fedeltà ed attaccamento al legame.




Una riflessione sul genogramma familiare utilizzato nell'approccio sistemico-relazionale La famiglia umana è un' entità bio-psico-sociale, che si estende oltre i confini della cellula nucleare legata alle due generazioni genitori-figli, infatti le distanze fisiche, temporali, culturali, tra tutte le generazioni in vita, rinviano sempre a complessi fattori emozionali e psicologici, che si fondano su quelle ineliminabili radici dell'appartenenza, che sono prima di tutto di ordine biologico: basti pensare a quel un topos, rappresentato dalla somiglianza fisica tra parenti stretti. 
Murray Bowen, non a caso, sostiene che la famiglia è un sistema essenzialmente emozionale ed affettivo, percorso da correnti emotive molto profonde ed embricato con i processi cellulari e somatici. Emozioni intense, non sempre controllabili, come l'amore, l'odio, la rabbia, tra i membri di una famiglia, esprimono un bisogno fondamentale di fedeltà ed attaccamento al legame.
Un esempio è dato da quella caratteristica transgenerazionale, che lega appunto le generazioni nel tempo,e molto ben rappresentata dal bisogno di lealtà con il quale gli individui, per un debito di riconoscenza, si impegnano a perpetuare e a riproporre le aspettative ed i valori della famiglia cui appartengono. Il sentimento di lealtà, l'orgoglio dell'appartenenza, i sensi di colpa e di esclusione che accompagnano i tradimenti, rappresentano il fondamento emozionale su cui si struttura il passaggio dei modelli di relazione degli stili di funzionamento, dei miti familiari, da una generazione alla altra.
Quanto detto, è presupposto utile, a far ritenere che una continuità intergenerazionale copre un processo temporale molto ampio, che comprende almeno tre generazioni, per cui la rappresentazione grafica, attraverso il genogramma, emblematizza intrecci generazionali significanti sul piano relazionale e simbolico. 
Questo strumento, declinato attraverso una diegesi rievocativa (utilizzo non a caso la locuzione diegesi, poiché dal greco dia, attraverso, ed egheomai, condurrre, guidare, allude a una narrazione della propria storia, attraverso un peculiare ed inestricabile snodarsi di fatti ed eventi tra loro strutturalmente embricati, in modo tale da costituirne lo svolgimento e il suo senso) di cui si sono occupati autori come M. Bowen ed altri, è una specie di albero genealogico, legato alla memoria emotiva del narratore, strutturato su tre generazioni, perché è stato ritenuto sufficiente ad individuare nessi e connessioni tra i vari sottosistemi di una famiglia; in fondo, sono tre le generazioni contemporaneamente in vita e tre sono i ruoli che un individuo finisce per ricoprire nell'arco della della sua esistenza (nonno, genitore, figlio)
Il genogramma familiare, quindi permette come dice Vittorio Cigoli, di percorrere la “attraverso la storia degli affetti”, la nostra storia che “è il prodotto a livello genetico di quattro diverse generazioni, dunque di una complessa combinazione” Chi narra , veramente vive un tempo dilatato, un tempo che trova il suo senso attraverso la profondità che deve includere, per consentire l'individuazione attraversando però il suo sentimento di appartenenza, senza il quale, ritengo, si apra la voragine di un rischio psicopatologico, veramente alto: come diceva Euripide, un nothos, un bastardo, è un nulla, senza storia, senza nome. Invece questo viaggio della memoria consente di trasformare il canovaccio, in un testo sceneggiato,dotato di senso. Attraverso la narrazione ci si libera della prosa del presente e attraverso lo sguardo sul passato, si captano nessi, connessioni, come dice, Le Goff, “ogni storia è un vedere ed è la passione che fa da filtro allo sguardo”. L'obiettivo, è quello di sollecitare la riflessività e l'autoconoscenza , mirando al significato che la persona attribuisce, tramite questa epifania della memoria emotiva,quella rinviata dall'emisfero destro che spesso non mente, ai simboli rappresentati della sua storia, attraverso le generazioni. 
D'altro canto un principio epigenetico, fa sì che le relazioni e gli interscambi attuali di una famiglia siano espressione di quelli precedenti, per cui, per fare architettura, bisogna prima fare archeologia...come diceva Moreno,per poter fare luce dentro di noi e ritrovare, attraversando la storia della nostra appartenenza, un possibile sentiero verso l'individuazione.


giovedì 20 marzo 2014

Turgenev. Padri e figli. La maggior parte della gente non capisce come altri possano soffiarsi il naso in un modo diverso dal loro

La felicità è come la salute. Se non te ne accorgi, vuol dire che c'è.
Ivan Turgenev

La maggior parte della gente non capisce come altri possano soffiarsi il naso in un modo diverso dal loro.
Ivan Turgenev, Padri e figli

Io penso: eccomi qui sdraiato all'ombra di un pagliaio... 
Il piccolo posto che occupo è così minuscolo in confronto allo spazio restante, dove io non ci sono e dove non c'entro niente; e la parte del tempo che mi riuscirà di vivere è così insignificante di fronte all'eternità, dove non c'ero e non ci sarò... E in questo atomo, in questo punto matematico, il sangue circola, il cervello lavora, e anche lui vuole qualcosa... Che assurdità! Che sciocchezze!
Ivan Turgenev, Padri e figli

Se aspettiamo il momento in cui tutto, assolutamente tutto sia pronto, non incominceremo mai....
Ivan Turgenev


Ivano Paolo Todde
Non mi piace più


«Un nichilista» proferì Nikolaj Petrovicˇ. «Viene dal latino nihil, nulla, per quanto posso giudicare; dunque questa parola indica un uomo, il quale...il quale non ammette nulla?».
«Di’ piuttosto: il quale non rispetta nulla» riprese Pavel Petrovicˇ.
«Il quale considera tutto da un punto di vista critico», osservò Arkadij.
«E non è forse lo stesso?» domandò Pavel Petrovicˇ.
«No, non è lo stesso. Il nichilista è un uomo che non s’inchina dinanzi
a nessuna autorità, che non presta fede a nessun principio, da qualsiasi rispetto tale principio sia circondato».
«E ti pare una bella cosa?» lo interruppe Pavel Petrovicˇ.
«Secondo chi, zio. Per taluno ne deriva un bene, e per qualcun altro un
gran male».
«Ah, così? Beh, vedo che non è una partita di nostra competenza. Noi
siamo gente del vecchio secolo, noi riteniamo che senza “prensìp”
[...] accettati, come tu dici, per dogma, non si può muovere un passo,
non si può trarre un respiro... Come vi chiamate?»
«Nichilisti» proferì distintamente Arkadij.
«Sì, prima c’erano gli hegeliani, ora ci sono i nichilisti. Vedremo come
farete a esistere nel vuoto, nello spazio senz’aria...»
Ivan Turgenev, Padri e figli



È nichilista.
– Che cosa? – domandò Nicolaj, mentre Pavel, alzato
il coltello con in punta un pezzetto di burro, rimaneva
immobile.
– È nichilista, – ripetè Arcadij.
– Nichilista, – pronunciò Nicolaj, – deve venir dal
latino «nihil», per quanto io posso giudicare: «nihil»,
niente; forse con cotesto appellativo si vuole indicare un
uomo il quale.... che non riconosce niente?
– Di’ meglio: che niente rispetta, – corresse Pavel,
rimettendosi a spalmare il burro.
– Cioè, – osservò Arcadij, – un uomo che guarda
ogni cosa da un punto di vista critico.
– E non torna lo stesso, forse? – domandò Pavel.
– No, non è mica lo stesso. Il nichilista è un uomo che
non si piega a nessuna specie di autorità, che nessun
principio accetta per fede, per quanto questo principio
abbia credito e culto fra la gente.
– E ti par questa una bella cosa? – venne su Pavel.
– Secondo le persone, caro zio. Gli uni ci trovano il
fatto loro; gli altri no.
– Bravo!... Vedo però che cotesto non ci en
tra in capo
a noialtri. Noi, gente all’antica, noi reputiamo che senza
principii (Pavel pronunciava questa parola con
dolcezza, alla francese; Arcadij invece appoggiava forte
sulla prima sillaba), senza principii accettati per fede,
come dici tu, non si va avanti, non si arriva. «Vous avez
changé tout cela».... e che Dio vi consoli e vi prosperi;
noi ci contenteremo di ammirarvi, cari i miei.... come si
dice?
–Nichilisti, –rispose Arcadij pronunciando
spiccatamente la parola.
- Sicuro. Prima c’erano gli hegeliani; adesso ci sono i
nichilisti. Staremo a vedere come farete a vivere nel
vuoto, nel nulla, senz’aria respirabile....
Ivan Turgenev, Padri e figli, V.


Il tempo, si sa, vola a volte veloce come un uccello, a volte scivola lento come un verme, ma la sensazione migliore per l’uomo sta nel non accorgersi nemmeno se il tempo stia trascorrendo piano o in fretta.
Ivan Turgenev, Padri e figli



venerdì 22 febbraio 2013

Henry Beecher. Ciò che una madre canta vicino alla sua culla, accompagnerà un bimbo per tutta la sua vita

Ciò che una madre canta vicino alla sua culla, accompagnerà un bimbo per tutta la sua vita.
Henry Ward Beecher

A questo mondo non si diventa ricchi per quello che si guadagna, ma per quello a cui si rinuncia.
Henry Ward Beecher

I fiori...
I fiori, sono le creature più dolci che Dio abbia mai fatto e alle quali si sia dimenticato di infondere un'anima.
Henry Ward Beecher


E quando una simile meraviglia nasce dalle spine, è ancora più emozionante, e ci da forza a sopportare le inevitabili spine della vita che di tanto in tanto ci regala i fiori più belli, come quelli del deserto...!
M.S.


giovedì 15 novembre 2012

Manuele Dalcesti. Lo so che non è facile, e che nemmeno viene naturale, ma trovate la forza ed il coraggio di saper dire NO. Ai vostri genitori, ai vostri figli, ai vostri fidanzati. Dire di NO non è nè maleducazione né mancanza di rispetto: è il modo più semplice per stabilire i vostri confini, fin dove una persona può spingersi a chiedere e dove invece si deve fermare. Dopo il prima, secco, non negoziabile NO, tutto comincerà ad andar meglio: provare per credere





Lo so che non è facile, e che nemmeno viene naturale, ma trovate la forza ed il coraggio di saper dire NO. Ai vostri genitori, ai vostri figli, ai vostri fidanzati. Dire di NO non è nè maleducazione né mancanza di rispetto: è il modo più semplice per stabilire i vostri confini, fin dove una persona può spingersi a chiedere e dove invece si deve fermare. Dopo il prima, secco, non negoziabile NO, tutto comincerà ad andar meglio: provare per credere ;)




 il NO agli altri è un SI' a se stessi...permettiamoci piu' SI' , nella vita...


 Precisamente Daniela, hai colto: un no agli altri è un sì a se stessi. Poi non si tratta di essere intrattabili o poco disponibili, semplicemente di rispettarsi e saper mettere dei paletti che gli altri devono comprendere che non possono valicare. Questo ci preserva dai vampiri energetici e ci consente di utilizzare le nostre energie per attività e anche per persone a cui teniamo davvero


 Un no detto con sincerità e consapevolezza induce spesso l'altra persona a rispettarti di più, se tiene alla tua presenza; se invece voleva solo manipolarti è meglio prenderne le distanze!



Dipende dal prezzo che uno è disposto a pagare per dire no...Più si è liberi dalla mente, più si fa col cuore e con l'anima, più si è capaci di dirlo...


una persona che si reprime è un manichino, un manichino destinato prima o poi ad
 esplodere, magari in un momento poco opportuno.. allora liberatevi qui.. mandate al diavolo chi volete: imparate a fare virtualmente quello che un giorno, per la vostra salvezza, dovrete fare nella vita reale

lunedì 24 settembre 2012

"Hai usato proprio tutte le tue forze?", gli chiese il padre. "Si", rispose il bambino. "No", ribattè il padre, "perchè non mi hai chiesto di aiutarti". Avere l'umiltà di chiedere aiuto a volte è usare "tutte" le nostre forze.

 
Il padre guardava il suo bambino che cercava di spostare un vaso di fiori molto pesante.
Il piccolino si sforzava, sbuffava, brontolava, ma non riusciva a smuovere il vaso di un millimetro.
"Hai usato proprio tutte le tue forze?", gli chiese il padre.
"Si", rispose il bambino.
"No", ribattè il padre, "perchè non mi hai chiesto di aiutarti".
Avere l'umiltà di chiedere aiuto a volte è usare "tutte" le nostre forze.

(pinziah)
 
 

venerdì 21 settembre 2012

Nazim Hikmet. Il più bello dei mari è quello che non navigammo. Il più bello dei nostri figli non è ancora cresciuto. I più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti. E quello che vorrei dirti di più bello non te l’ho ancora detto.

C'è un albero dentro di me
trapiantato al sole
le sue foglie oscillano come pesci di fuoco
le sue foglie cantano come usignoli
è un pezzo già che i viaggiatori sono discesi
dai razzi sul pianeta ch'è in me
parlano una lingua che ho udito in sogno
non ordini non vanterie non preghiere
in me c'è una strada bianca
le formiche passano coi semi di grano
i camion passano col chiasso delle feste
ma il carro funebre - è proibito - non può passare
in me il tempo rimane
come una rosa rossa odorosa
che oggi sia venerdì domani sabato
che il più di me sia passato che resto il meno
me ne infischio
Nazim Hikmet


La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell'al di là.
Non avrai altro da fare che vivere.
La vita non é uno scherzo.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla é più bello, più vero della vita.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant'anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.
Nazim Hikmet



Alcuni conoscono bene le varie specie
delle piante altri quelle dei pesci,
io conosco le separazioni;
alcuni enumerano a memoria i nomi
delle stelle,
io delle nostalgie.
Nazim Hikmet





Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto.

Le piante, da quelle di seta fino alle più arruffate
gli animali, da quelli a pelo fino a quelli a scaglie
le case, dalle tende di crine fino al cemento armato
le macchine, dagli aeroplani al rasoio elettrico

e poi gli oceani e poi l'acqua nel bicchiere
e poi le stelle
e poi il sonno delle montagne
e poi
dappertutto mescolato a tutto l'uomo

ossia il sudore della fronte
ossia la luce nei libri
ossia la verità e la menzogna
ossia l'amico e il nemico
ossia la nostalgia la gioia il dolore

sono passato attraverso la folla
insieme alla folla che passa.
Nazim Hikmet, L'Uomo


Stasera io sono un cantastorie di strada.
La mia voce è semplice, senza artifici,
e tu non puoi udire la mia canzone...
Nazim Hikmet


l’assenza è un ponte fra noi
anche quando
di fronte l’uno all’altra i nostri ginocchi si toccano.
“Mosca 1961″
Nazim Hikmet, “Mosca 1961″


 Ti sei stancata di portare il mio peso
ti sei stancata delle mie mani
dei miei occhi della mia ombra
le mie parole erano incendi
le mie parole eran pozzi profondi
verrà un giorno un giorno improvvisamente
sentirai dentro di te
le orme dei miei passi
che si allontanano
e quel peso sarà il più grave
Nazim Hikmet


"Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare
mi porto un po' della tua ghiaia
un po' del tuo sale azzurro
un po' della tua infinità
e un pochino della tua luce
e della tua infelicità.
Ci hai saputo dir molte cose
sul tuo destino di mare
eccoci con un po' più di speranza
eccoci con un po' più di saggezza
e ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare."
Nazim Hikmet, arrivederci fratello mare, Varna, 1951


Amo in te
l'avventura della nave che va verso il polo
amo in te
l'audacia dei giocatori delle grandi scoperte
amo in te le cose lontane
amo in te l'impossibile
entro nei tuoi occhi come in un bosco
pieno di sole
e sudato affamato infuriato
ho la passione del cacciatore
per mordere nella tua carne.
amo in te l'impossibile
ma non la disperazione."
Nazim Hikmet, 1943: Lettere dal carcere a Munevver

Per non dimenticare i mandorli in fiore. 
La poesia di Nazim Hikmet


Pensando a Nazim Hikmet, ovvero a colui che è stato considerato il più grande poeta turco del Novecento, forse sono altre le poesie che vengono in mente. Hikmet, poeta e rivoluzionario, nonché “comunista romantico”, conosciuto per l’animo indomito che lo ha portato ad anni di lotta e di prigionia in patria, fu in realtà un uomo che credeva nell’amore, nella democrazia e nella forza delle parole. 

Sarebbe un vero peccato quindi, una limitazione imperdonabile, riassumere la sua attività di poeta nei versi: 

“il più bello dei mari/ è quello che non navigammo”, 
senza dubbio la sua lirica più conosciuta. 

Nonostante sia una poesia di rara suggestione, capace di infondere fiducia nel futuro e donare un lungimirante messaggio, Hikmet non è solo questo. È come quando si visita un paese straniero. Ci sono itinerari turistici, percorsi dalla massa, e tragitti più “intimi”, che permettono di conoscere la storia di un popolo e le loro tradizioni. Ecco, con Hikmet, vorrei evitare gli “itinerari turistici”.

Nazim Hikmet è più di così: 
è musicalità, è nostalgia di un amore, è poesia che diventa semplice, “pratica”, alla portata di tutti.

Dice cose che ognuno di noi potrebbe pensare, “impastando” concetti dedicati all’amore, in maniera che suonino armonici, ma al tempo stesso inframmezzati da quei “tagli” ermetici che ne contraddistinguono il modo di poetare. Le frasi brevi, per dare modo di assaporare lo scorrere delle parole, senza privare il lettore della possibilità di riflettere su quanto letto.

Versi che si “recuperano” nell’immediato, per la chiarezza dei loro messaggi… 
Mi sono imbattuta, direi proprio per caso, in “Dimentica i mandorli in fiore”, una poesia che Hikmet ha scritto durante la sua prigionia in Anatolia, nella prigione di Bursa, il 5 novembre 1945.

Ecco, credo sia stato proprio da questi versi, che forse in pochi conoscono, sui quali la critica non ha scritto molto e che io stessa non conoscevo, che mi sono innamorata di questo poeta. 
Qui sta la peculiarità di Nazim Hikmet, la sua struggente nostalgia per un amore dal quale è costretto a star lontano, che diventa al tempo stesso personificazione di natura, di vita, di libertà.

Le stagioni acquistano una simbologia pregna di significati: 
amore e morte dell’amore, del poeta stesso, della natura, di qualcosa che segue il suo ciclo vitale e, almeno al momento, dalla sua prigione, Hikmet pensa non potrà più tornare.
Seppur da una cella, egli pone in primo piano il desiderio della sua donna.

“Dimentica i mandorli in fiore”
Dimentica i mandorli in fiore.
Non vale la pena In questa storia
Di ricordare ciò che non può ritornare.
Asciuga al sole i tuoi capelli bagnati:
languidi come frutti maturi brillino
umidi, grevi, i vermigli riflessi.
Amore mio, amore mio, 
siamo 
in autunno.
Nazim Hikmet

Personaggio complesso Hikmet, a cominciare da quell’errore anagrafico secondo il quale egli era nato a Salonicco (oggi Grecia) nel 1902, mentre invece il reale anno di nascita è il 1901. Il padre era un funzionario di stato, mentre la madre una pittrice. Politica e arte erano destinate a far parte della sua formazione, un bizzarro connubio che lo caratterizzerà per tutta la vita. 
Hikmet è stato uno dei primi poeti turchi ad adottare il verso libero, per questo è tanto amato.

Nel 1922 fu condannato per marxismo, poiché già dall’inizio degli anni Venti si era iscritto al partito comunista turco.
Malvisto per la pubblica denuncia dei massacri armeni del 1915- 1922, fu costretto a trasferirsi in Russia in esilio volontario. Da qui, un lungo alternarsi di periodi di prigionia a momenti di grande produzione creativa. Dopo il ritorno in Turchia nel 1928, senza visto, è nuovamente condannato alla prigione per il suo ritorno irregolare, ma riceve l’amnistia nel 1935. Nel 1938 è condannato a 28 anni e 4 mesi di carcere per le sue attività antinaziste e antifranchiste e per essersi opposto alla dittatura di Kemal Ataturk, primo presidente della Repubblica Turca, morto proprio quell’anno.

Grazie all’intervento di una commissione internazionale, della quale facevano parte anche Pablo Picasso e Jean-Paul Sartre, sconta “solo” dodici anni e nel 1950 viene liberato. In seguito si sposa con una traduttrice, Munevver Andac e, nel 1951, a causa delle costanti pressioni, è costretto a ritornare a Mosca, dove la moglie e il figlio non possono seguirlo.

Egli trascorre così il suo esilio in tutta Europa, perdendo la cittadinanza turca per diventare poi polacco. Nel 1960 si innamora della giovane giornalista russa Vera Tuljakova, la passione della sua vita, e la sposa.

Muore il 3 giugno 1963 a causa di una crisi cardiaca, mentre si trova in esilio a Mosca.

È incredibile per chi ha vissuto così tante traversie a sfondo politico, essere ricordato come “il poeta dell’amore”. Eppure, prima di tutto, questo era. Un uomo le cui attenzioni e l’amore erano rivolte alla moglie e, quando non le era accanto, ne rimpiangeva la lontananza, avvertendo la tristezza e la nostalgia per la giovane e bella Vera lasciata a Mosca.
Il suo cuore, già messo a dura prova durante la prigionia, alla fine ha ceduto, dopo soli tre anni di matrimonio.

Chissà cosa pensava Hikmet della vita?
Era ottimista, si evince da questi versi.

Prendila sul serio (la vita)
ma sul serio a tal punto
che a settant’anni
pianterai un olivo
non perché resti ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
e la vita peserà di più sulla bilancia.
Nazim Hikmet

Be’, credo che poi, alla fine, quell’olivo, Nazim Hikmet lo abbia piantato. 
Entusiasta della vita, nonostante tutto, ne ha conficcato le radici in profondità, lasciando un segno rappresentativo nella letteratura occidentale. Osteggiato in patria, molto amato altrove, ci ha lasciato la sua poesia ad espiare il tormento.

Di Cristina Biolcati in Arte e Cultura, novembre 2014, Poesia





Cristina Biolcati






Cristina Biolcati
Nata a Ferrara nel 1970, vive a Padova. Laureata in lettere, è una grande appassionata ed autrice di poesia. Ama l'arte, la filosofia e la lettura. Collabora per alcune riviste online, dove scrive recensioni e articoli di attualità. Studia da sempre lo squalo bianco, per il quale nutre una grande passione.

http://www.lundici.it/2014/11/per-non-dimenticare-i-mandorli-in-fiore-la-poesia-di-nazim-hikmet/


sabato 10 marzo 2012

Lettera di un figlio ai genitori. Non datemi sempre tutto ciò che vi chiedo. A volte chiedo cose sbagliate o solo per verificare dove posso arrivare a chiedere. E’ per me positivo ricevere anche dei no, oppure “non possiamo permettercelo”



LETTERA Dl UN FIGLIO AI GENITORI.
Non datemi sempre tutto ciò che vi chiedo. A volte chiedo cose sbagliate o solo per verificare dove posso arrivare a chiedere. E’ per me positivo ricevere anche dei no, oppure “non possiamo permettercelo”.... Non sgridatemi ma spiegatemi ; quando gridate insegnate anche a me a gridare e non vorrei farlo. Se invece mi spiegate, io imparo a ragionare. Mantenete sempre le promesse che mi fate, anche se a voi sembrano poco importanti: per me lo sono sempre , perché è anche da questo che valuto la vostra credibilità e coerenza. Se promettete un premio, datemelo e comportatevi così anche con le punizioni. Non mi paragonate mai a nessuno, perché io sono solo me stesso e non miglioro se paragonato ad altri. Non cambiate parere così spesso su ciò che devo fare; decidetevi e mantenete la vostra decisione. E prima di parlarmi parlatevi tra voi, perché non posso ascoltare da voi due modi opposti di valutazione e di insegnamento. Permettetemi di crescere, fidandovi delle mie capacità. Se voi fate tutto al mio posto, io non imparerò mai nulla. Non dite bugie in mia presenza, perché questo mi fa sentire male e mi fa perdere la fiducia in tutto ciò che dite. Quando sbaglio ditemelo , perché questo aumenterà la mia stima per voi, e mi insegnerete così a conoscere ed ammettere i miei errori. Trattatemi con la stessa affabilità e spontaneità che avete verso i vostri amici, perché essere parenti non vuol dire non poter essere amici. Non mi chiedete di fare una cosa che invece voi non fate, perché non farò mai ciò che voi dite ma non fate. E ricordatevi che io vi osservo sempre e per me vale più il vostro esempio di mille parole. Quando voglio condividere una mia preoccupazione con voi, non ditemi mai "non abbiamo tempo", oppure: "non ha importanza, sono cose da ragazzi". Cercate di ascoltarmi, di capirmi e di aiutarmi. E trovate sempre il tempo per me. Vogliatemi bene e ditemelo. A me piace sentirmelo dire, anche se voi credete che non sia necessario. Abbracciatemi, perché ho bisogno di sentire il vostro calore, la vostra amicizia, in ogni momento... 
 (dal Web- Autore non conosciuto)

e' vero ! questa lettera fa riflettere su comportamento di noi genitori , non abbiamo sempre ragione ...

dipinto di Brian Neher


mercoledì 22 febbraio 2012

Bruno Bettelheim. Il genitore deve resistere all'impulso di cercare di costruire il FIGLIO CHE LUI VORREBBE AVERE, e aiutarlo invece a sviluppare appieno, secondo i suoi ritmi, le sue potenzialità, a diventare quello che lui vuole e può essere, in armonia con la sua dotazione naturale e come risultante della sua individualissima storia


“Platone, che comprese cosa forma la mente dell’uomo, sapeva quale fosse il valore delle esperienze intellettuali per il conseguimento della vera umanità”. Per questo suggerì che “i futuri cittadini della sua repubblica ideale iniziassero la loro educazione letteraria dall’apprendimento dei miti piuttosto che dai meri fatti o dai cosiddetti insegnamenti razionali .......“Il piacere che proviamo quando ci lasciamo coinvolgere da una fiaba, l’incanto che avvertiamo, proviene non solo dal suo significato psicologico ma anche dalle sue qualità letterarie, dalla fiaba come opera d’arte …E come avviene con tutta l’arte, anche il significato più profondo della fiaba è diverso per ciascuna persona e per la stessa persona, in momenti differenti della vita …Critici letterari capirono e affermarono che le fiabe sono "esplorazioni spirituali" estremamente realistiche perché rivelano ‘la vita umana come è vista o intuita dall’intimo’
Bruno Bettelheim, Il mondo incantato

Bruno Bettelheim  (psicoanalista austriaco)
Soltanto uscendo nel mondo l'eroe della fiaba (il bambino) può trovare se stesso; e quando trova se stesso trova anche l'altra persona con cui potrà vivere felice per il resto dei suoi giorni, cioè senza dover più provare l'angoscia di separazione. La fiaba è orientata verso il futuro e guida il bambino - in termini che egli può comprendere sia nella sua mente conscia, sia in quella inconscia - aiutandolo ad abbandonare i suoi desideri infantili di dipendenza e a raggiungere una più soddisfacente esistenza indipendente. Oggigiorno i bambini non crescono più nella sicurezza di una famiglia allargata, o di una comunità ben integrata. E’ perciò importante, ancor più che ai tempi in cui furono inventate le fiabe, fornire al bambino moderno immagini di eroi che devono uscire da soli nel mondo e che, benchè originariamente all'oscuro delle cose ultime, trovano luoghi sicuri nel mondo seguendo la loro giusta via con profonda fiducia interiore. L'eroè delle fiabe agisce per un certo tempo nell'isolamento, così come il bambino moderno si sente spesso isolato. L'eroe viene aiutato dal fatto di essere a contatto con cose primitive - un albero, un animale, la natura - così come il bambino si sente più a contatto con esse della maggior parte degli adulti. La sorte di questi eroi convince il bambino che, come loro, può sentirsi emarginato e abbandonato nel mondo, brancolante nel buio, ma, come loro, nel corso della vita verrà guidato ad ogni passo, e otterrà aiuto quando ne avrà bisogno. Oggi ancor più che in passato, il bambino ha bisogno della rassicurazione offerta dall'immagine dell'uomo isolato che malgrado ciò è in grado di stringere relazioni significative e comprensatrici col mondo che lo circonda.
BrunoBettelheim, Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe, Feltrinelli, 2015 (ed. or. 1975), pag. 17


Bruno Bettelheim, Il mondo incantato, 1975 USA, ed.it.1977 Feltrinelli.
Bettelheim, psicoanalista austriaco (1903-1990), spiega perché fate e streghe, maghi, orchi e draghi fanno a suo parere più bene che male ai bambini.
Di origini ebraiche, nel 1938 fu deportato a Dachau, l'anno dopo fu liberato grazie a un'amnistia per il compleanno di Hitler, riuscì a raggiungere la moglie negli USA e divenne cittadino americano. Morì suicida.

Il genitore deve resistere all’impulso di cercare di costruire il figlio che lui vorrebbe avere, e aiutarlo invece a sviluppare appieno, secondo i suoi ritmi, le sue potenzialità, a diventare quello che lui vuole essere, in armonia con la sua dotazione naturale e come risultante della sua individualissima storia.
Bruno Bettelheim, Un genitore quasi perfetto



I due grandi problemi dell'adolescenza sono:
trovarsi un posto nella società e, allo stesso tempo, trovare se stessi.
Bruno Bettelheim, psicoanalista austriaco



“La solidarietà reciproca all’interno della famiglia continua a essere desiderata con la medesima intensità di prima, ma oggi è più difficile da realizzare appunto per la forza delle emozioni e dei conflitti che sorgono tra persone che vivono insieme e sono tese ciascuno a conseguire la propria autonomia” e “...l’umanità non ha ancora trovato un modo migliore per allevare i suoi piccoli se non nell’ambito della famiglia, né un’organizzazione più adatta a fornire il benessere emotivo, o una struttura entro la quale il bambino possa più direttamente fare un’esperienza di un rapporto d’intimità, che è ciò che gli darà la sicurezza interiore per tutto il resto della vita”.
Bruno Bettelheim, Un genitore quasi perfetto



Ho letto "la fortezza vuota" per documentarmi, perché la mia tesi alla Scuola Universitaria per Traduttori fu la traduzione di un romanzo incentrato sulla storia di una mamma e di suo figlio autistico. Il senso di irraggiungibilità e l'impotenza di fronte al verdetto di autismo, a me, estranea al settore, hanno creato tanta tanta tristezza.



Bruno Bettelheim
Posted on 1 febbraio 2011 by Dr. Giuliana Proietti.

Bruno Bettelheim, classe 1903, fu uno psichiatra e psicanalista statunitense di origine austriaca.
Citando Pirandello, potremmo parlare di un Dr. Bettelheim Uno e Due e concludere che la verità forse non esiste, poiché ognuno ha la sua.

Cominciamo dalla biografia ufficiale:
Bettelheim nacque a Vienna, dove svolse gli studi universitari e si laureò nel 1938.
Era il tempo di Freud, della psicoanalisi e poi, purtroppo, anche del Nazismo.
Il destino di Bettelheim seguì la sorte di molti dei suoi correligionari ed infatti nel 1938 fu fatto prigioniero e portato nei campi di concentramento di Dachau e Buchenwald.
Nel 1939, in circostanze che non sono ancora del tutto chiare, lo psicoanalista riuscì a fuggire negli Stati Uniti, dove cinque anni dopo ottenne la cittadinanza americana. Nel 1941 Bettelheim sposò, in seconde nozze, Trude Weinfeld, un’insegnante di cui si era innamorato prima di essere fatto prigioniero, e la coppia ebbe tre figli. Tranne che per i primi due anni, trascorsi presso il Rockford College nell’Illinois, lo psicoanalista lavorò all’Università di Chicago dove, nel 1963, ottenne anche una cattedra di psicologia e psichiatria. Presso la stessa Università si occupò di psicologia dell’età evolutiva e in particolare di autismo infantile, dirigendo per oltre trent’anni la Orthogenic School, Istituto residenziale per bambini psicotici dell’Università di Chicago.

Nel 1944 divenne il Direttore dell’Istituto e in libri come “Love Is Not Enough” (1950) e Truants from Life (1955), Bettelheim descrisse i sistemi educativi della scuola e la filosofia terapeutica, da lui stesso elaborata. Queste teorie sono spiegate, con aggiunta di casi clinici, in “The Empty Fortress: Infantile Autism and the Birth of the Self” (1967).

Egli vedeva il comportamento dei bambini psicotici e autistici come il risultato di genitori troppo apprensivi in alcuni stadi delicati dello sviluppo psichico. I bambini, che tendono naturalmente a ritenersi responsabili di ciò che preoccupa i loro genitori, finiscono per ritirarsi in un mondo fantastico, allo scopo di prevenire un comportamento distruttivo e autodistruttivo. Bettelheim paragonava questa deumanizzazione distruttiva del bambino a quanto aveva potuto osservare nei comportamenti tenuti dai nazisti nei campi di concentramento sui prigionieri.

A seguito delle sue esperienze di detenzione, descritte nel libro The Informed Heart (1960) aveva elaborato un metodo di trattamento che consisteva nell’accettazione incondizionata di tutti i comportamenti spontanei del bambino, da parte del personale della scuola. Sin dall’inizio la sua impostazione teorica e clinica fu criticata: ad esempio non veniva accettata la teoria di Bettelheim per cui bambini autistici e i bambini che presentano disturbi emotivi fossero da considerare come un caso clinico da trattare nello stesso modo.

Ritenendo che l’ansia fosse un elemento importante per la nascita della psicosi del bambino, Bettelheim trattò i bambini con disturbi comportamentali della Scuola Orthogenica costruendo per loro un ambiente rassicurante, materiale ed affettivo, che considerava il primo passo necessario, prima di mettere in atto qualsiasi tentativo di comprendere le cause della psicosi. Un ambiente sano e delle esperienze di vita in grado di ridurre l’isolamento emotivo del bambino potevano essere la chiave per ottenere un corretto sviluppo psicofisico.

Tra i suoi libri tradotti in italiano, che sono ancora dei best sellers, ricordiamo:

  • L’amore non basta (1950); 
  • La fortezza vuota (1976); 
  • I figli del sogno (1977); 
  • Il mondo incantato (1977); 
  • Sopravvivere (1981); 
  • Imparare a leggere (1989); 
  • La Vienna di Freud (1990). 


Bettelheim fu molto citato anche per le sue frasi celebri.
Famosa quella del “mai dire mai”: nessuno dovrebbe dire “non farò mai quella cosa”.

Il nostro comportamento infatti è dettato più dalle circostanze che dalla nostra personalità.
Dopo l’esperienza dei campi di concentramento, lo psicologo austriaco arrivò a concludere che i comportamenti più imprevedibili possono manifestarsi quando le circostanze diventano eccezionali (Questa concezione, tra l’altro, fa molto pensare alla teoria di Zimbardo, sull’effetto Lucifero).

E’ l’ambiente che determina il comportamento:
di conseguenza, se un ambiente organizzato può distruggere una personalità, deve essere possibile ricostruire l’essere umano a partire da un ambiente completamente positivo.

Il suo maggiore successo editoriale è “Il mondo incantato”, un’opera nella quale l’autore descrive le più belle e conosciute favole per bambini:

da Hänsel e Gretel a Cappuccetto Rosso, da Biancaneve alla Bella Addormentata nel Bosco.

Le fiabe, secondo Bettelheim, catturano l’attenzione dei bambini, li divertono, suscitano il loro interesse e stimolano la loro attenzione: è questo dunque il migliore mezzo che hanno gli educatori per comunicare con i bambini, per trasmettere loro dei messaggi positivi.

Per più di quarant’anni, Bruno Bettelheim è stato considerato dal grande pubblico come uno dei più importanti e influenti psicoanalisti, un erede della psicoanalisi viennese, un allievo degli allievi di Freud.

Il giudizio su Bettelheim era però destinato a modificarsi nel tempo, anzi a ribaltarsi completamente ad opera di un giornalista suo biografo, Richard Pollack, anch’egli di origine ebraica. La molla che ha portato Pollack a scrivere una biografia al veleno di Bettelheim, circostanziata e lunga quasi 500 pagine, è un caso personale. Stephen Pollack, fratello dell’autore del saggio, fu internato nella scuola di Bettelheim, con la diagnosi di autismo. In questo istituto stette per cinque anni. Un giorno, durante una vacanza da scuola ebbe un incidente domestico, (che coinvolse anche Richard), dal quale il ragazzo non uscì vivo. Bettelheim affermò che si trattava di suicidio: quali furono le parole di conforto che disse alla famiglia? Queste: “La madre, i genitori, la famiglia, voi tutti ne siete i responsabili.” Tra l’altro Bettelheim definì il padre del suo assistito, il Signor Pollack senior, come un inetto, utilizzando il termine yiddish ”schlemiel”, e sua madre come una “falsa martire”, che aveva la colpa di aver rifiutato questo figlio alla nascita.

Come si può capire questa tragedia sconvolse profondamente la vita di Richard, che trascorse anni a documentarsi e ad indagare. Il libro di Pollack è uscito in America nel 1997 (in Italia, caso stranissimo e non poco sorprendente, il libro non è stato ancora tradotto) e si intitola “La Creazione del Dr. B.”, come veniva chiamato lo psicoanalista dai suoi collaboratori. Secondo Mr. Pollak, Bettelheim raccontò di sé stesso non tutto quello che aveva fatto davvero, ma quello che avrebbe voluto fare: incontrare Freud, portare dei bambini autistici a casa sua, prendere degli attestati dall’Università di Vienna, combattere per liberare Vienna dai nazisti, resistere ai maltrattamenti dei nazisti nei campi di concentramento ed essere salvato da questi attraverso la mediazione, niente meno, di Eleanor Roosevelt, la moglie del Presidente degli Stati Uniti d’America.

Dopo essere emigrato negli Stati Uniti infatti, sempre secondo Pollack, falsificò numerosi documenti accademici e fece della sua vita un mito. Si vantava di aver conosciuto Freud e di aver frequentato la sua più ristretta cerchia, di aver lavorato su bambini autistici a Vienna, di aver intervistato 1.500 prigionieri nei campi di concentramento ecc.Portando avanti le sue indagini anche in biblioteche e archivi di Vienna, Amsterdam, Dachau, Buchenwald e negli Stati Uniti d’America, intervistando più di 100 persone, tra parenti ed altri che avevano dei rapporti con lui, confrontando i libri e gli articoli l’autore, Pollack svela una “fortezza”, citando il famoso libro di Bettelheim, costruita sulla sabbia. Bettelheim rifiutò di essere intervistato dal giornalista per questa biografia, ma Pollack poté intervistare due dei tre figli di Bettelheim, alcuni colleghi, i suoi editori, studenti ed amici: molti di loro hanno concordato sul fatto che ”you couldn’t believe anything he said.” cioè era un bugiardo, non si poteva credere ad una sola parola di tutto quello che diceva.

Nella Orthogenic School, che diresse per trent’anni, il Dr. B. si vantava di aver curato ‘centinaia’ di bambini autistici riuscendo ad ottenerne la guarigione nell’85% dei casi. Pollack dimostra con dovizia di particolari che le cose non andarono esattamente così.

Ecco allora la descrizione fatta da Pollack del Dr: B numero Due:
Nipote e figlio di ricchi commercianti ebrei di legname, dopo la morte del padre, causata dalla sifilide, B.B. fu costretto ad interrompere i suoi studi di letteratura e storia dell’arte per dedicarsi al mestiere di famiglia. La madre era una donna fredda e anaffettiva. Bruno aveva allora solo 23 anni: questa tragedia familiare fu un grave colpo per lui, in quanto gli impedì di riuscire ad integrarsi pienamente nell’élite intellettuale che frequentava a Vienna. Si laureò con 12 anni di studi fuori corso, in Storia, studiando soprattutto come autodidatta. Prima di essere arrestato dai Nazisti, nel 1938, stava completando un dottorato in estetica (una branca della filosofia) che non fu mai portato a termine. Catturato dai nazisti nel 1938, fu deportato a Dachau e poi Buchenwald, dove fu rilasciato nella primavera del 1939 grazie a tangenti pagate dalla madre e da parenti della moglie, emigrati negli Stati Uniti. Entrando nel porto di New York, avrebbe detto: “si apre una nuova vita per me” ed infatti è lì che, secondo Pollack, sfruttando gli sconvolgimenti prodotti dalla Seconda guerra mondiale, riuscì a ricostruire la sua storia, e perfino a mitizzarla. Bettelheim non era un uomo particolarmente attraente, ma era estremamente abile nell’uso del linguaggio, considerato seducente da molte donne e invidiato da molti uomini. In America, dice il biografo, con una consumata abilità nella manipolazione e con opportunismo, per decenni, avrebbe trascorso la sua vita sviluppando teorie senza fondamento, affermando risultati non verificabili, attraverso il plagio di altri autori. Secondo Pollak, oltre ad inventarsi titoli accademici che non aveva, oltre a citare un tirocinio per diventare analista che non aveva mai frequentato, il nostro arrivò perfino a dire che Freud (che non aveva mai conosciuto) avesse detto un giorno di lui: “questa è esattamente la persona giusta di cui abbiamo bisogno per far crescere e sviluppare la psicoanalisi”. In America, a quel tempo, nessuno avrebbe messo in dubbio quanto diceva uno psicoanalista ebreo-viennese scappato dai campi di concentramento; con il suo accento viennese, i continui riferimenti a Freud, la sua abitudine di interpretare i sogni dei suoi allievi, i loro ricordi, ecc…

Chi poteva dubitare del Dr. B.?
Dosando sottilmente seduzione e provocazione, grazie al mondo mediatico che subiva il suo fascino e il suo talento di ‘fine dicitore’, svicolando dalle critiche del mondo scientifico, che non arrivavano al grande pubblico, Bettelheim gettò l’anatema sui gruppi vulnerabili, come gli ebrei sotto il nazismo, sui prigionieri dei campi di concentramento, sulle madri dei bambini autistici, sui giovani pacifisti. Nel suo Istituto regnò come sovrano assoluto, dove i soli neri ammessi erano i domestici. Quanto ai collaboratori, per Pollack il Dr. B faceva di tutto per destabilizzare il loro equilibrio psicologico, per meglio manipolarli. I bambini che Bettelheim definiva ‘psicotici’ erano dei bambini con disturbi del comportamento, o provenienti da ambienti sociali e familiari disagiati. Di bambini autistici veri e propri, secondo le ricerche di Pollack, in quell’istituto diretto dal Dr. B., ve ne furono veramente pochi. Bettelheim era un direttore autoritario, aggressivo e persino violento con i bambini che non gli obbedivano; alla sbandierata assenza di regole di autorità, si opponeva nel privato uno stile direttivo molto acceso che prevedeva come sanzioni al mancato rispetto delle regole perfino l’umiliazione e la violenza fisica. Mr. Pollak sostiene che un metodo di punizione era ad esempio far spogliare un paziente ed imporgli di farsi la doccia di fronte ad altre persone.
Ciò nonostante, rileva Pollack, Bettelheim riuscì a diventare un punto di riferimento:
le sue teorie portarono una generazione di genitori ed operatori a colpevolizzare i genitori dei bambini autistici e a considerare ‘autistici’ anche bambini che vivevano semplicemente nel disagio, millantando poi un numero incredibile di ‘guarigioni’.

Nel 1943 nell’articolo ”Individual and Mass Behavior in Extreme Situations,” Bettelheim se la prese con i prigionieri ebrei, cosa che forse più delle altre ha fatto inorridire Pollack e molti intellettuali ebrei: i prigionieri ebrei, secondo lo psicologo, invece di prendersela con i loro carnefici, si combattevano l’un l’altro, come dei bambini, fantasticando e perfino emulando gli esempi dati dai Nazisti e comportandosi come degli strumenti in mano alla Gestapo.

Questo documento attrasse l’attenzione critica di Meyer Schapiro, Dwight Macdonald, Dwight D. Eisenhower, Theodor Adorno e Max Horkheimer. Pollak si mostra indignato soprattutto perché queste idee, del tutto personali, sono state camuffate come il risultato di ricerche scientifiche condotte sul campo, su 1.500 prigionieri in cinque differenti baracche. Ma se Bettelheim aveva vissuto solamente in due baracche, come aveva potuto condurre le interviste?

C’è poi il mistero della sua prima moglie, Patsy, che Bettelheim definì “autistica”.
In seguito la storia della prima moglie autistica fu abbellita, spiegando che Patsy era solo una dei tanti ragazzi autistici che B. curava a Vienna, al proprio domicilio. Non è vero nulla, confuta Pollack, ma questo gli permise di lavorare presso l’Istituto Ortogenico. Bettelheim, dice Pollack, non poteva sopportare le madri, specialmente ebree: non voleva che esse visitassero i figli in Istituto o si portassero a casa i figli. Apprezzava invece la vita nei kibbutz, dove l’educazione dei figli non era praticata dai genitori del bambino, ma dal gruppo allargato degli adulti della piccola comunità.

Nel libro ‘La fortezza vuota’ arrivò ad attribuire le cause dell’autismo al cattivo comportamento materno, coniando il termine di “madri-frigorifero”.

Grazie alle sue teorie negli anni novanta il mondo scientifico riteneva che l’autismo fosse un disturbo psicologico dovuto alle cattive cure materne e non ad una disabilità psichica, dice Pollack. Quando Bettelheim andò in pensione, ritirandosi dalla Orthogenic School nel 1973, andò a vivere in California dove scrisse ”The Uses of Enchantment’ (in italiano “il mondo incantato”), che Pollack mostra in larga parte ricopiato da un testo del 1963 dal titolo ”A Psychiatric Study of Fairy Tales: Their Origin, Meaning and Usefulness,” di Julius Heuscher.

Pochi mesi dopo la morte della moglie, il 12 marzo 1990, Bettelheim, già sofferente di diversi problemi di salute (aveva 86 anni), si ubriacò di whisky e assunse una grande quantità di psicofarmaci per trovare il coraggio di suicidarsi per asfissia, chiudendosi la testa in un sacchetto di plastica.
Per i suoi detrattori questo suicidio è la prova dell’esistenza di un secondo Dr. B., sconosciuto ai più.

Concludendo, il Dr. B. potrebbe essere stato un personaggio molto diverso da quello che viene descritto nelle biografie ufficiali e davvero pericoloso per le sue idee personali, con scarsi connotati scientifici. Da quello che scrive Pollack non sembrerebbe essere stato neanche un esempio di saggezza e di onestà, ma sicuramente indagando nella vita di molte persone di successo potremmo trovare gli stessi scheletri nell’armadio, a partire dallo stesso Freud.

Una biografia così distruttiva è spiegabile, oltre che per le ragioni obiettive fin qui elencate, anche per una comprensibile vendetta personale ed “etnica” da parte di Pollack (Bettelheim infatti aveva abbandonato la religione ebraica, professava l’ateismo ed inoltre parlava molto male degli altri ebrei, arrivando al punto di sostenere che le vittime dell’Olocausto avessero “collaborato” con i loro carnefici nella loro distruzione, in quanto da secoli coltivavano un pensiero ‘da ghetto’, all’insegna della passività).

Psicolinea.it © Feb 2011

Tratto dal sito psicolinea.it, online dal 2001:
http://www.psicolinea.it/bruno-bettelheim/




Bruno Bettelheim.
Nel suo celebre e discusso La fortezza vuota, Bettelheim correlava anche il comportamento dei bambini autistici a quello di alcune vittime delle SS nei lager nazisti, quelli che erano totalmente rassegnati alla morte e si ritiravano completamente dal mondo.
Da un paio di decenni alcuni studiosi hanno messo in dubbio le diagnosi di autismo di Bettelheim. Secondo tali studiosi l'autismo è (almeno prevalentemente) una patologia su base organica e se i casi riscontrati da Bettelheim fossero stati casi clinici di autismo vero, egli non avrebbe potuto accertare guarigioni con la terapia della parola (psicoterapia) e con un setting ambientale adeguato.[5] Naturalmente, gli studiosi che invece propendono per una spiegazione prevalentemente relazionale dell'autismo (dovuto ad una natura traumatica della relazione dell'individuo con la realtà o con i propri accuditori primari) non sono affatto sorpresi dell'efficacia dell'approccio psicoterapeutico.
Bettelheim sostenne la scarsa utilità o addirittura la nocività di un approccio educativo basato sul metodo delle punizioni, in particolare di tipo fisico, benché sia emerso negli anni successivi che nel suo Istituto di Chicago si facesse largo uso di sevizie sessuali e di barbarie per mantenere l'ordine.[6]
https://it.wikipedia.org/wiki/Bruno_Bettelheim





IL TESTAMENTO SEGRETO DI BETTELHEIM.
Bruno Bettelheim, il grande psicologo dell' infanzia morto suicida, non è uscito di scena in punta di piedi come tutto lasciava supporre dopo il laconico comunicato (Suicidio per asfissia) di John E. Smialek, capo coroner del Maryland. I particolari della sua fine, che apprendiamo oggi, sono raccapriccianti e fanno di Bettelheim un personaggio anche più tragico. Sabato scorso la dottoressa Jacquelyn Sanders, direttrice della Orthogenic School di Chicago diretta da Bettelheim per gran parte della sua vita, trovandosi a Washington, gli aveva telefonato alla Charter House di Silver Spring (Maryland), per vederlo. Lui le aveva risposto: La settimana prossima, ma dipende dalle mie condizioni fisiche. Martedì mattina Bettelheim ha chiuso a chiave la porta della sua stanza, ha ingerito una forte dose di pillole (non meglio specificate), ha messo la testa in un sacco di plastica, che ha annodato al collo, ed è soffocato. Accanto al suo letto hanno trovato una nota, ma per il momento non se ne conosce il contenuto, né a chi sia diretta. Vengono in luce anche i motivi del suicidio. Nel 1987 Bettelheim, che già era stato profondamento scosso dalla morte della moglie Gertrude (avvenuta nel 1984), era stato colpito da un ictus che gli aveva tolto la capacità di scrivere. Il suo declino fisico, da allora, era stato rapido. All' amico Rudolph Ekstein, in un momento di confidenza, parlava di Socrate e della cicuta. Inoltre e questa è forse la ragione principale della resa, un'intima sconfitta che contrastava con tutto il suo lavoro teorico sui rapporti tra figli e genitori pare certo che negli ultimi anni vivesse in mezzo a insopportabili contrasti con la figlia Ruth, psicologa affermata.
La sua fuga dalla California al Maryland era stata provocata da questi contrasti e dal desiderio di essere vicino all' altra figlia, Naomi Pena, mentre anche dal figlio Eric, che vive a Londra, si sentiva lontano. Ma la casa di riposo, squallida in confronto al lusso dell' appartamento di Ruth a Santa Monica, aveva finito per prostrarlo ulteriormente.

Il perché della fine ora è chiaro, anche se lascia un' enorme perplessità nel contesto del posto che Bruno Bettelheim occupava nella cultura americana dal 1939, quando aveva scelto l'esilio dopo i due anni passati a Dachau e a Buchenwald. In questa perplessità si fanno avanti anche le prime opinioni divergenti. Tra l' altro la sua morte è giunta il giorno stesso in cui la rivista Time è andata in edicola con una cover story sul Diritto di morire. Ed è fresca in tutti l' immagine del professor Louis Levy (interpretato dal filosofo Martin S. Bergmann) dell' ultimo film di Woody Allen, Crimini e misfatti.
A quest'ultimo proposito, Allan Bromfield, uno psicoanalista di Stanford (dove Bettelheim era professor emeritus), ci dice: E' troppo mettere in relazione la morte di Bettelheim con la fine di Primo Levi e quella fittizia di Louis Levy, com' è stato fatto. Bettelheim aveva 86 anni ed era malato: il marchio nazista lo aveva superato. Di parere contrario rimane Rudolph Ekstein, il quale, come Jacquelyn Sanders, fa notare che alla Orthogenic School, dove Bettelheim curava bambini handicappati, la realtà era l'opposto dei campi nazisti: porta chiusa dall' esterno, ma aperta dall' interno.
Il suo lavoro trascende la psicoanalisi, osserva da Harvard lo psichiatra Robert Coles.
La sua importanza riguarda il mondo della cultura in generale.
Il coro maggiore dei commenti si mantiene su questo tono:
con Bettelheim, l'America perde una delle sue voci più forti e più appassionate.
Si levano però anche voci contrarie. Jeffrey M. Masson, allontanato dall'establishment psicoanalitico dopo le sue divergenze con Anna Freud, ci dice testualmente: Bettelheim? Una frode! Non era affatto uno psicoanalista, non è vero che ha lavorato con Freud come tutti dicono perché Freud non lo conobbe mai, non è vero che a Dachau e a Buchenwald passasse due anni ma solo pochi mesi. Si era inimicato tutti gli ebrei perché accusava il suo popolo di aver voluto il proprio sterminio, gli studenti degli anni 60 li chiamava fascisti, e i bambini li tirannizzava, come dimostra anche il suo fallimento di padre!
Masson sostiene di interpretare il parere della comunità scientifica californiana quasi al completo. Woody Allen e Martin S. Bergmann reagiscono con un no comment. Altri come Fritz Redlich, psichiatra di Yale si limitano a vedere in una profonda depressione la tragedia. E altri ancora come lo psicoanalista Peter Blos di New York sembrano scartare i pettegolezzi e volersi concentrare sulle invenzioni terapeutiche di Bettelheim, che vanno oltre la dottrina freudiana. Mentre, del mistero che in un primo momento circordava il suicidio, resta solo da appurare ciò che contiene la sua ultima missiva, un fatto è certo: Bruno Bettelheim è vissuto lottando, e si è dato la morte quando non poteva lottare più.









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