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martedì 14 gennaio 2014
Jean Guitton. Dopo circa quaranta secoli di civiltà orale la Parola è una moneta inflazionata
Dopo circa quaranta secoli di civiltà orale la Parola è una moneta inflazionata.
Jean Guitton
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venerdì 31 agosto 2012
Roberto Calasso. L'Ardore. Delle avventure di Mente e Parola
Una delle malattie più gravi di cui soffriamo è quella del Pieno:
la malattia di chi vive in un continuo mentale occupato da un vorticare di parole smozzicate, di immagini stolidamente ricorrenti, di inutili e infondate certezze, di timori formulati in sentenze prima che emozioni
R. Calasso, La follia che viene dalle ninfe
la malattia di chi vive in un continuo mentale occupato da un vorticare di parole smozzicate, di immagini stolidamente ricorrenti, di inutili e infondate certezze, di timori formulati in sentenze prima che emozioni
R. Calasso, La follia che viene dalle ninfe
"I rapporti fra Mente e Parola furono sempre tesi e turbolenti. Una volta si scontrarono come due guerrieri o due amanti. Ciascuna pretendeva di eccellere sull'altra. «Mente disse: "Sicuramente io sono migliore di te, perché tu non dici nulla che io non capisca; e poiché tu imiti ciò che ho fatto e segui nella mia scia, sicuramente sono migliore di te". Parola disse: "Sicuramente sono migliore di te, perché faccio apprendere ciò che tu conosci, lo faccio comprendere". «Si appellarono a Prajäpati perché decidesse. Egli decise in favore di Mente e disse [a Parola] : "Mente senz'altro migliore di te, perché imiti ciò che ha fatto Mente e segui nella sua scia"; e invero chi imita ciò che ha fatto uno migliore e segue nella sua scia è inferiore. “Allora Parola, essendo stata contraddetta, rimase costernata e abortì. Essa, Parola, disse allora a Prajapati: “Che io non sia mai colei che ti porta le oblazioni, io che da te sono stata respinta”. Perciò, qualsiasi cosa nel sacrificio si celebri per Prajapati, lo si celebra a voce bassa, perché Parola non fu più portatrice di oblazioni per Prajapati”.
La disputa tra Mente e Parola per il primato ricorda quella che avverrà in Grecia fra parola detta e parola scritta. E forse in questo slittamento di pianista una differenza ineliminabile fra Grecia e India: in Grecia la Parola, il Logos, prende il posto che in India ha la Mente, Manas. Per il resto, gli argomenti del contrasto sono gli stessi. Ciè che in India è accusato di essere secondario, imitativo e derivato (la Parola) diventa in Grecia la potenza che rivolge le stesse accuse alla parola scritta. In Grecia, ciò che accade si svolge all’interno della parola. In India, ha origine in qualcosa che precede la parola: Mente".
"Ora, insieme al corpo di Core, Eros penetra nel regno dei morti. Persefone dalle sottili caviglie è la freccia flessibile che Afrodite aveva ingiunto a Eros di scoccare su Ade[...] ogni anno, per una metà dell'anno, Persefone sarebbe tornata ad essere la sposa di Ade. (Quando Persefone tornò da Demetra) si avvicinarono a loro soltanto due donne. La prima fu Ecate, corvina e illuminata da un diadema. Aveva aiutato la madre mentre vagava disperata, sarebbe stata ora una guida preziosa per la figlia. Nessun'altra donna conosceva come lei le vie che collegano la terra e il regno sotterraneo. Poi si avvicinò Rea, nuova messaggera dell'Olimpo. Scuotendo la ricca chioma, ripeteva le promesse di Zeus e sigillava la pace. Demetra si alzò per tornare all'Olimpo. Mentre la dea si allontanava nel suo lungo peplo turchino, il bianco orzo che si era celato malignamente nel suolo riapparve alla luce. I solchi aridi diventavano molli di terra grassa, mentre le foglie e i fiori tornavano a offrirsi al sole, come se nulla fosse successo e la natura si stesse sciogliendo pigramente da un lungo sonno."
Roberto Calasso, "Le nozze di Cadmo e Armonia"
Roberto Calasso, L'Ardore. Delle avventure di Mente e Parola, pp. 147-148
"Ora, insieme al corpo di Core, Eros penetra nel regno dei morti. Persefone dalle sottili caviglie è la freccia flessibile che Afrodite aveva ingiunto a Eros di scoccare su Ade[...] ogni anno, per una metà dell'anno, Persefone sarebbe tornata ad essere la sposa di Ade. (Quando Persefone tornò da Demetra) si avvicinarono a loro soltanto due donne. La prima fu Ecate, corvina e illuminata da un diadema. Aveva aiutato la madre mentre vagava disperata, sarebbe stata ora una guida preziosa per la figlia. Nessun'altra donna conosceva come lei le vie che collegano la terra e il regno sotterraneo. Poi si avvicinò Rea, nuova messaggera dell'Olimpo. Scuotendo la ricca chioma, ripeteva le promesse di Zeus e sigillava la pace. Demetra si alzò per tornare all'Olimpo. Mentre la dea si allontanava nel suo lungo peplo turchino, il bianco orzo che si era celato malignamente nel suolo riapparve alla luce. I solchi aridi diventavano molli di terra grassa, mentre le foglie e i fiori tornavano a offrirsi al sole, come se nulla fosse successo e la natura si stesse sciogliendo pigramente da un lungo sonno."
Roberto Calasso, "Le nozze di Cadmo e Armonia"
Nietzsche, Kraus, Robert Walser, Adorno, Bazlen, Céline, Benjamin, Freud, Benn, Brecht, Schreber, Wedekind, Bloy, Reich, Léautaud, Heidegger, Michelet, Stendhal, Marx, Weininger, Simone Weil, Stirner, Flaubert, Hofmannsthal:
di loro – e di altri (tutti appartenenti a quell’età arcaica che fu chiamata «il moderno») – si parla in questo libro. Sono incontri che hanno lasciato traccia in saggi, indagini, articoli composti nel corso di più di vent’anni e qui presentati nell’ordine in cui sono stati scritti. Le connessioni sono molto fitte – e dovrebbero affiorare strada facendo. Così, se all’inizio incontriamo la tesi di Nietzsche su «come il “mondo vero” finì per diventare favola», alla fine le risponderà un saggio su quel terrore delle favole che sta sul fondo della disputa teologica di Platone contro Omero e ancora oggi opera fra le quinte della nostra mente. Come anche: percorre il libro da capo a fondo, ma già è accennato nel titolo, un simultaneo omaggio ai mani di Walter Benjamin e di Alfred Hitchcock.
Roberto Calasso, i quarantanove gradini.
I cinquantamila libri di Roberto Calasso:
«Li catalogo in ordine geologico. Non sono bibliofilo.
Ho accanto a me solo volumi che uso.
Preferisco definirmi un acquirente onnivoro»
(la Repubblica, giovedì 26 marzo 2015)
La biblioteca di Roberto Calasso è come i libri che ha scritto:
in apparenza priva di metodo e disposta secondo un ordine che non salta all’occhio, come se il proprietario non volesse mettere in evidenza i volumi più importanti, o forse perché il vero sapere sta in un’essenza che rinvia al sacro e al rito, e che sta oltre il testo, come l’essenza dell’icona bizantina sta oltre l’immagine dipinta. Quasi tutti i libri sono avvolti in pergamino, una sorta di carta velina, che quasi impedisce di leggere il dorso, quindi il titolo e l’autore.
Calasso stesso, prima di cominciare il tour tra i 50mila volumi accumulati lungo tutta la sua vita, più da scrittore che da editore, fa una premessa. Socchiude gli occhi e dice: «Mostrare la propria libreria è come far entrare un estraneo nell’intimità. È come raccontare i propri flirt. Una cosa da evitare. Perciò ho resistito a lungo all’idea. Poi l’occasione è diventata il pungolo per scrivere un piccolo libro sui libri e su come usarli. Arrivati a questo punto, l’intervista dovevamo farla». Il libretto lo sta già scrivendo. «Non sono un bibliofilo», precisa, «tengo accanto a me solo libri che uso. La mia biblioteca è un insieme geologico: i vari strati corrispondono ai libri che ho scritto (anche a quelli non pubblicati) e a passioni che si sono succedute. I libri sono disposti in diversi studi, nella mia abitazione (una casa settecentesca nel centro di Milano), ma anche in altri due appartamenti e in casa editrice, dove sono a disposizione di tutti i collaboratori». Calasso ha una storia d’amore con quel pensiero che mette in risalto le contraddizioni irrisolvibili della modernità. Irrisolvibili, perché la modernità, che vuol dirsi razionale, è debitrice invece del senso del sacro, antico come l’essere umano. E basti pensare a La Folie Baudelaire con la scena chiave del sogno del poeta in un museo-bordello: rito e trasgressione; o alla Rovina di Kasch, dove Talleyrand e gli anni della Rivoluzione francese sono messi a confronto con un’antica leggenda africana e con il sapere dell’India vedica.
Lo scrittore comincia con una piccola libreria. «Ce l’avevo nella mia stanza da ragazzo a Firenze». Mostra l’edizione Pléiade della Recherche di Proust. «È un regalo di Natale che ho chiesto quando avevo 13 anni, da lì sono partito. In quei giorni mi trovavo a letto, per un incidente. Così ho cominciato a leggere la Recherche in una situazione ideale, sfruttando i vantaggi della malattia, come diceva Freud». Prosegue con altri libri che sono consoni alla sua formazione di base: «Ecco tutto Goethe, tutto Robert Walser, la prima edizione dell’Uomo senza qualità di Musil. Per completarla mi ci sono voluti anni».
Ed ecco gli scritti di Adorno, con le sue dediche. Poi mostra testi di Thomas Browne, oggetto della sua tesi di laurea, scrittore esoterico e scientifico. Si prosegue con Walter Benjamin e occorre fare una pausa. K. è un testo che Calasso ha dedicato a Kafka, inventandosi un romanzo su un romanzo, Il castello. Libro che non sarebbe potuto esistere senza Benjamin, senza la sua tecnica di digressioni e commenti e senza la sua tensione messianica e al contempo profana. E a proposito di profanità, anzi di ateismo non materialista unito alla critica del linguaggio, spuntano gli scritti di Fritz Mauthner, filosofo di origini boemo-ebraiche, scomparso nel 1923 e con cui si misurò Wittgenstein.
Dopo aver svelato l’eclettismo su cui poggia la sua produzione, Calasso ci introduce invece in un regno della metodicità. È una stanza rettangolare con una luce che filtra da due grandi finestre. «Ho sempre pensato che avrei dovuto avere una stanza dove mettere insieme la Loeb (collana di classici greci e latini della Harvard University) e le Belles Lettres, suo equivalente francese». La collezione occupa una parete. Di fronte: «A rispecchiarsi coi classici, c’è una parete di testi e studi indiani». Accanto ai classici: il Lexicon Iconographicum Mythologiae Classicae, dell’Artemis Verlag; il Thesaurus Cultus et Rituum Antiquorum, del Getty, che parlano di tutti gli aspetti della vita degli antichi. «Sono due grandi opere che si sono elaborate in questi ultimi trent’anni, grazie a folte squadre di studiosi», spiega il padrone di casa e indica il Lexicon di Wilhelm Roscher, «una impresa ottocentesca, insuperabile, inventata da un uomo solo. Quando ho scritto Le nozze di Cadmo e Armonia è stata per me preziosa e la uso ancora ogni giorno». E poi un dizionario dei personaggi del Mahabharata e la collana dei Sacred Books of the East fondata da Max Müller, 50 volumi di classici orientali. «Senza questa parete non ci sarebbe L’ardore, né Ka», precisa.
La visita dura cinque ore. E, tirando fuori volumi preziosissimi, Calasso smentisce l’affermazione per cui non sarebbe un bibliofilo (preferisce definirsi «un acquirente onnivoro»). Per sommi capi e citando il padrone di casa: «Ecco la prima edizione del Törless di Musil del 1906, romanzo di un esordiente di ventisei anni, stampato da una casa editrice non memorabile di Vienna; la prima edizione in tedesco della Atalanta Fugiens di Michael Maier (un testo leggendario dell’alchimia). Poi il Dictionnaire Historique e Critique di Bayle». E occorre fare un’altra pausa. Pierre Bayle, autore della seconda metà del Seicento, era una specie di proto enciclopedista. Le pagine del Dictionnaire si presentano simili ai testi talmudici. Il testo che sembra principale ed è stampato in caratteri grandi è accompagnato da foltissime note e rimandi in margini. Ma il messaggio vero si nasconde nelle note, nei commenti, e non nel testo principale. E viene in mente I quarantanove gradini di Calasso, libro iniziatico, compendio di sapienza che sta nel commento. Che altro? La collezione di Die Fackel, rivista di Karl Kraus, «acquistata da un antiquario, forse ex nazista, di Vienna, prima che si diffondesse il culto della Grande Vienna»; la prima edizione, introvabile perché mandata al macero dalla famiglia, delle memorie del presidente Schreber (personaggio chiave di Freud e protagonista de L’impuro folle di Calasso); il catalogo della biblioteca di Talleyrand, la prima edizione del Tractatus theologicopoliticus di Spinoza («la usava mio nonno Ernesto Codignola»). Infine il Sofocle di Aldo Manuzio, «origine di tutti i paperback»; un minuscolo Giordano Bruno (il De Triplici Minimo) e uno schieramento di opere del gesuita poligrafo Athanasius Kircher, per non parlare di certi estratti di Aby Warburg, con dediche ai familiari e comprati all’asta da Sotheby’s («non si erano accorti di cosa stavano vendendo»).
A fine giornata, Calasso, questa volta nello studio in casa editrice, di fronte alla libreria che contiene ciò che rimane della biblioteca di Roberto Bazlen, l’uomo all’origine di Adelphi, parla degli scrittori più amati. In particolare di due: Brodskij: «La poesia faceva parte di lui come il respiro e la circolazione del sangue»; e soprattutto Kafka: «Nessun altro ha saputo come lui ridurre l’immenso accumulo della storia a dati essenziali, non ulteriormente riducibili, che coinvolgono chiunque». Ecco svelato il (non) metodo Calasso: inanellare testi, digressioni, commenti, per andare all’origine di ogni cosa. O almeno a questo dovrebbero servire i suoi 50mila libri.
Wlodek Goldkorn
Roberto Calasso, i quarantanove gradini.
I cinquantamila libri di Roberto Calasso:
«Li catalogo in ordine geologico. Non sono bibliofilo.
Ho accanto a me solo volumi che uso.
Preferisco definirmi un acquirente onnivoro»
(la Repubblica, giovedì 26 marzo 2015)
La biblioteca di Roberto Calasso è come i libri che ha scritto:
in apparenza priva di metodo e disposta secondo un ordine che non salta all’occhio, come se il proprietario non volesse mettere in evidenza i volumi più importanti, o forse perché il vero sapere sta in un’essenza che rinvia al sacro e al rito, e che sta oltre il testo, come l’essenza dell’icona bizantina sta oltre l’immagine dipinta. Quasi tutti i libri sono avvolti in pergamino, una sorta di carta velina, che quasi impedisce di leggere il dorso, quindi il titolo e l’autore.
Calasso stesso, prima di cominciare il tour tra i 50mila volumi accumulati lungo tutta la sua vita, più da scrittore che da editore, fa una premessa. Socchiude gli occhi e dice: «Mostrare la propria libreria è come far entrare un estraneo nell’intimità. È come raccontare i propri flirt. Una cosa da evitare. Perciò ho resistito a lungo all’idea. Poi l’occasione è diventata il pungolo per scrivere un piccolo libro sui libri e su come usarli. Arrivati a questo punto, l’intervista dovevamo farla». Il libretto lo sta già scrivendo. «Non sono un bibliofilo», precisa, «tengo accanto a me solo libri che uso. La mia biblioteca è un insieme geologico: i vari strati corrispondono ai libri che ho scritto (anche a quelli non pubblicati) e a passioni che si sono succedute. I libri sono disposti in diversi studi, nella mia abitazione (una casa settecentesca nel centro di Milano), ma anche in altri due appartamenti e in casa editrice, dove sono a disposizione di tutti i collaboratori». Calasso ha una storia d’amore con quel pensiero che mette in risalto le contraddizioni irrisolvibili della modernità. Irrisolvibili, perché la modernità, che vuol dirsi razionale, è debitrice invece del senso del sacro, antico come l’essere umano. E basti pensare a La Folie Baudelaire con la scena chiave del sogno del poeta in un museo-bordello: rito e trasgressione; o alla Rovina di Kasch, dove Talleyrand e gli anni della Rivoluzione francese sono messi a confronto con un’antica leggenda africana e con il sapere dell’India vedica.
Lo scrittore comincia con una piccola libreria. «Ce l’avevo nella mia stanza da ragazzo a Firenze». Mostra l’edizione Pléiade della Recherche di Proust. «È un regalo di Natale che ho chiesto quando avevo 13 anni, da lì sono partito. In quei giorni mi trovavo a letto, per un incidente. Così ho cominciato a leggere la Recherche in una situazione ideale, sfruttando i vantaggi della malattia, come diceva Freud». Prosegue con altri libri che sono consoni alla sua formazione di base: «Ecco tutto Goethe, tutto Robert Walser, la prima edizione dell’Uomo senza qualità di Musil. Per completarla mi ci sono voluti anni».
Ed ecco gli scritti di Adorno, con le sue dediche. Poi mostra testi di Thomas Browne, oggetto della sua tesi di laurea, scrittore esoterico e scientifico. Si prosegue con Walter Benjamin e occorre fare una pausa. K. è un testo che Calasso ha dedicato a Kafka, inventandosi un romanzo su un romanzo, Il castello. Libro che non sarebbe potuto esistere senza Benjamin, senza la sua tecnica di digressioni e commenti e senza la sua tensione messianica e al contempo profana. E a proposito di profanità, anzi di ateismo non materialista unito alla critica del linguaggio, spuntano gli scritti di Fritz Mauthner, filosofo di origini boemo-ebraiche, scomparso nel 1923 e con cui si misurò Wittgenstein.
Dopo aver svelato l’eclettismo su cui poggia la sua produzione, Calasso ci introduce invece in un regno della metodicità. È una stanza rettangolare con una luce che filtra da due grandi finestre. «Ho sempre pensato che avrei dovuto avere una stanza dove mettere insieme la Loeb (collana di classici greci e latini della Harvard University) e le Belles Lettres, suo equivalente francese». La collezione occupa una parete. Di fronte: «A rispecchiarsi coi classici, c’è una parete di testi e studi indiani». Accanto ai classici: il Lexicon Iconographicum Mythologiae Classicae, dell’Artemis Verlag; il Thesaurus Cultus et Rituum Antiquorum, del Getty, che parlano di tutti gli aspetti della vita degli antichi. «Sono due grandi opere che si sono elaborate in questi ultimi trent’anni, grazie a folte squadre di studiosi», spiega il padrone di casa e indica il Lexicon di Wilhelm Roscher, «una impresa ottocentesca, insuperabile, inventata da un uomo solo. Quando ho scritto Le nozze di Cadmo e Armonia è stata per me preziosa e la uso ancora ogni giorno». E poi un dizionario dei personaggi del Mahabharata e la collana dei Sacred Books of the East fondata da Max Müller, 50 volumi di classici orientali. «Senza questa parete non ci sarebbe L’ardore, né Ka», precisa.
La visita dura cinque ore. E, tirando fuori volumi preziosissimi, Calasso smentisce l’affermazione per cui non sarebbe un bibliofilo (preferisce definirsi «un acquirente onnivoro»). Per sommi capi e citando il padrone di casa: «Ecco la prima edizione del Törless di Musil del 1906, romanzo di un esordiente di ventisei anni, stampato da una casa editrice non memorabile di Vienna; la prima edizione in tedesco della Atalanta Fugiens di Michael Maier (un testo leggendario dell’alchimia). Poi il Dictionnaire Historique e Critique di Bayle». E occorre fare un’altra pausa. Pierre Bayle, autore della seconda metà del Seicento, era una specie di proto enciclopedista. Le pagine del Dictionnaire si presentano simili ai testi talmudici. Il testo che sembra principale ed è stampato in caratteri grandi è accompagnato da foltissime note e rimandi in margini. Ma il messaggio vero si nasconde nelle note, nei commenti, e non nel testo principale. E viene in mente I quarantanove gradini di Calasso, libro iniziatico, compendio di sapienza che sta nel commento. Che altro? La collezione di Die Fackel, rivista di Karl Kraus, «acquistata da un antiquario, forse ex nazista, di Vienna, prima che si diffondesse il culto della Grande Vienna»; la prima edizione, introvabile perché mandata al macero dalla famiglia, delle memorie del presidente Schreber (personaggio chiave di Freud e protagonista de L’impuro folle di Calasso); il catalogo della biblioteca di Talleyrand, la prima edizione del Tractatus theologicopoliticus di Spinoza («la usava mio nonno Ernesto Codignola»). Infine il Sofocle di Aldo Manuzio, «origine di tutti i paperback»; un minuscolo Giordano Bruno (il De Triplici Minimo) e uno schieramento di opere del gesuita poligrafo Athanasius Kircher, per non parlare di certi estratti di Aby Warburg, con dediche ai familiari e comprati all’asta da Sotheby’s («non si erano accorti di cosa stavano vendendo»).
A fine giornata, Calasso, questa volta nello studio in casa editrice, di fronte alla libreria che contiene ciò che rimane della biblioteca di Roberto Bazlen, l’uomo all’origine di Adelphi, parla degli scrittori più amati. In particolare di due: Brodskij: «La poesia faceva parte di lui come il respiro e la circolazione del sangue»; e soprattutto Kafka: «Nessun altro ha saputo come lui ridurre l’immenso accumulo della storia a dati essenziali, non ulteriormente riducibili, che coinvolgono chiunque». Ecco svelato il (non) metodo Calasso: inanellare testi, digressioni, commenti, per andare all’origine di ogni cosa. O almeno a questo dovrebbero servire i suoi 50mila libri.
Wlodek Goldkorn
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sabato 21 gennaio 2012
Guy de Maupassant La parola abbaglia e inganna perché è mimata dal viso, perché la si vede uscire dalle labbra, e le labbra piacciono e gli occhi seducono. Ma le parole nere sulla carta bianca sono l'anima messa a nudo.
«Non ho mai avuto un dolore che un'ora di lettura non abbia dissipato.»
Nasceva oggi, 5 agosto, nel 1850 il grande scrittore francese Guy de Maupassant
«La parola abbaglia e inganna perché è mimata dal viso,
perché la si vede uscire dalle labbra,
e le labbra piacciono e gli occhi seducono.
Ma le parole nere sulla carta bianca sono l’anima messa a nudo».
Guy de Maupassant, “Il nostro cuore”
...tornava a casa, la sera, quasi sempre era più grosso di quando ne era uscito. Il fatto è che ciascuna della sue tasche, e ne aveva diciotto, era piena zeppa di vecchi libri di filosofia comprati nella stradina dei Vecchi Piccioni; lo spiritoso rettore diceva che se in quel momento un chimico avesse analizzato il dottore, avrebbe trovato che la carta vecchia entrava per due terzi nella sua composizione...
Guy de Maupassant, Il dottor Héraclius Gloss.
GUY DE MAUPASSANT
IL DOTTOR HÉRACLIUS GLOSS
**************************
I
RITRATTO MORALE DEL DOTTOR HÉRACLIUS GLOSS.
Il dottor Héraclius Gloss era un uomo sapientissimo. Benché neppure il più piccolo opuscolo recante la sua firma si fosse mai visto nelle librerie, tutti gli abitanti della dotta città di Balançon consideravano il dottor Héraclius un uomo sapientissimo.
Come e in che cosa era dottore? Nessuno avrebbe potuto dirlo. Si sapeva soltanto che suo padre e suo nonno erano stati chiamati dottori dai loro concittadini. Egli ne aveva ereditato il titolo, insieme col nome e coi beni: nella famiglia si era dottori di padre in figlio, così come, di padre in figlio, tutti si chiamavano Héraclius Gloss.
Del resto, anche se non aveva un diploma firmato e controfirmato da tutti i membri d'una qualche illustre facoltà, il dottor Héraclius era una degnissima e sapientissima persona. Sarebbe bastato vedere i quaranta palchetti carichi di libri che coprivano le quattro pareti del suo ampio studio per essere ben convinti che mai dottore più erudito aveva onorato la città di Balançon. Inoltre, ogni volta che si parlava di lui davanti al signor decano o al signor rettore, costoro sorridevano misteriosamente. Pare anche che un giorno il rettore avesse fatto davanti a monsignor arcivescovo un elogio di lui in latino; il testimone che raccontava questo fatto citava come prova decisiva le parole che aveva udito:
Parturiunt montes, nascitur ridiculus mus.
Infine, tanto il decano che il rettore cenavano a casa sua tutte le domeniche: sicché nessuno avrebbe osato mettere in dubbio che il dottor Héraclius Gloss non fosse un uomo sapientissimo.
II
RITRATTO FISICO DEL DOTTOR HÉRACLIUS GLOSS
Se è vero, come pretendono certi filosofi, che esista una perfetta armonia fra il morale e il fisico d'un uomo, e che si possano leggere sui lineamenti del volto ...
Le parole d'amore, che sono sempre le stesse, prendono il sapore delle labbra da cui escono
Guy de Maupassant
Forse all'epoca si dava più valore alle lettere, alle dichiarazioni scritte. Oggi si scrive troppo e si parla poco di persona, molti si lasciano o si dicono per la prima volta ti amo tramite chat, di persona ci si imbarazza a dire di tutto...È certamente poco attuale questa frase.

Nasceva oggi, 5 agosto, nel 1850 il grande scrittore francese Guy de Maupassant
«La parola abbaglia e inganna perché è mimata dal viso,
perché la si vede uscire dalle labbra,
e le labbra piacciono e gli occhi seducono.
Ma le parole nere sulla carta bianca sono l’anima messa a nudo».
Guy de Maupassant, “Il nostro cuore”
Guy de Maupassant, Il dottor Héraclius Gloss.
GUY DE MAUPASSANT
IL DOTTOR HÉRACLIUS GLOSS
**************************
I
RITRATTO MORALE DEL DOTTOR HÉRACLIUS GLOSS.
Il dottor Héraclius Gloss era un uomo sapientissimo. Benché neppure il più piccolo opuscolo recante la sua firma si fosse mai visto nelle librerie, tutti gli abitanti della dotta città di Balançon consideravano il dottor Héraclius un uomo sapientissimo.
Come e in che cosa era dottore? Nessuno avrebbe potuto dirlo. Si sapeva soltanto che suo padre e suo nonno erano stati chiamati dottori dai loro concittadini. Egli ne aveva ereditato il titolo, insieme col nome e coi beni: nella famiglia si era dottori di padre in figlio, così come, di padre in figlio, tutti si chiamavano Héraclius Gloss.
Del resto, anche se non aveva un diploma firmato e controfirmato da tutti i membri d'una qualche illustre facoltà, il dottor Héraclius era una degnissima e sapientissima persona. Sarebbe bastato vedere i quaranta palchetti carichi di libri che coprivano le quattro pareti del suo ampio studio per essere ben convinti che mai dottore più erudito aveva onorato la città di Balançon. Inoltre, ogni volta che si parlava di lui davanti al signor decano o al signor rettore, costoro sorridevano misteriosamente. Pare anche che un giorno il rettore avesse fatto davanti a monsignor arcivescovo un elogio di lui in latino; il testimone che raccontava questo fatto citava come prova decisiva le parole che aveva udito:
Parturiunt montes, nascitur ridiculus mus.
Infine, tanto il decano che il rettore cenavano a casa sua tutte le domeniche: sicché nessuno avrebbe osato mettere in dubbio che il dottor Héraclius Gloss non fosse un uomo sapientissimo.
II
RITRATTO FISICO DEL DOTTOR HÉRACLIUS GLOSS
Se è vero, come pretendono certi filosofi, che esista una perfetta armonia fra il morale e il fisico d'un uomo, e che si possano leggere sui lineamenti del volto ...
https://youtu.be/UYDSDx1fvsc
Le parole d'amore, che sono sempre le stesse, prendono il sapore delle labbra da cui escono
Guy de Maupassant
La parola abbaglia e inganna perché è mimata dal viso, perché la si vede uscire dalle labbra, e le labbra piacciono e gli occhi seducono. Ma le parole nere sulla carta bianca sono l’anima messa a nudo.
Guy de Maupassant. Il nostro cuore
«No, NESSUNO COMPRENDE GLI ALTRI, checché si pensi, checché si dica, checché si tenti. La terra sa forse che cosa avviene nelle stelle gettate lassù? Ebbene, non maggiormente l'uomo sa quello che avviene in un altro uomo. NOI SIAMO LONTANI UNO DALL'ALTRO PIÙ DI QUEGLI ASTRI, SIAMO SOPRATTUTTO ISOLATI, PERCHÉ IL PENSIERO È INSONDABILE. Conosci qualcosa di più spaventoso di questo sfiorare essere che non possiamo penetrare? Ci amiamo l'un l'altro come se, incatenati vicinissimi, tendessimo le braccia senza riuscire a congiungerci. Ci travaglia un torturante bisogno d'unione, ma tutti i nostri sforzi rimangono sterili, i nostri abbandoni inutili, le nostre confidenze infruttuose, i nostri amplessi impotenti, le nostre carezze vane. QUANDO VOGLIAMO COMPENETRARCI, GLI SLANCI DELL'UNO VERSO L'ALTRO NON FANNO CHE URTARCI L'UNO CONTRO L'ALTRO. E IO HO UN BEL VOLERE DONARMI INTERAMENTE, APRIRE TUTTE LE PORTE DELLA MIA ANIMA: MA NON RIESCO AD ABBANDONARMI. Conservo in fondo, proprio nell'intimo, quel luogo segreto di ME dove nessuno penetra. Nessuno può scoprirlo, entrarvi, perché nessuno m'assomiglia, perché nessuno comprende nessun altro».
Guy De Maupassant, nato il 5 agosto 1850, “Solitudine”
Forse all'epoca si dava più valore alle lettere, alle dichiarazioni scritte. Oggi si scrive troppo e si parla poco di persona, molti si lasciano o si dicono per la prima volta ti amo tramite chat, di persona ci si imbarazza a dire di tutto...È certamente poco attuale questa frase.

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mercoledì 7 dicembre 2011
Proverbio Arabo: le tre porte della PAROLA.
Dice un proverbio arabo che ogni parola, prima di essere pronunciata,
dovrebbe passare da tre porte.
Sull'arco della prima porta dovrebbe esserci scritto: “E’ vera?”
Sulla seconda campeggiare la domanda: “E’ necessaria?”
Sulla terza essere scolpita l’ultima richiesta: “E’ gentile?”
Una parola giusta può superare le tre barriere
e raggiungere il destinatario con il suo significato piccolo o grande.
Nel mondo di oggi, ...
dovrebbe passare da tre porte.
Sull'arco della prima porta dovrebbe esserci scritto: “E’ vera?”
Sulla seconda campeggiare la domanda: “E’ necessaria?”
Sulla terza essere scolpita l’ultima richiesta: “E’ gentile?”
Una parola giusta può superare le tre barriere
e raggiungere il destinatario con il suo significato piccolo o grande.
Nel mondo di oggi, ...
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NutriCoach per ADULTI e per le MAMME - Debora Conti Cosa fa una nutricoach? E come la PNL aiuta una nutri coach? Ho intervistato Stefania Broglia, una persona positiva e sorridente. Parlare c...3 anni fa
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La Vita nova di Dante Alighieri - Leggi La Vita nova di Dante Alighieri su GraphoMania. Scopri di più sulla Vita nova opere in cui Dante Alighieri racconta tra poesia e prosa l'amore per ...6 anni fa
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Essere genitore vuol dire preoccuparsi? Confrontiamoci sull’ansia genitoriale - “Il comportamento di attaccamento è finalizzato all’ottenimento o al mantenimento della vicinanza a qualche altro individuo differenziato e preferito” J. B...8 anni fa
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Vincitore Premio Stage 2012-13: Andrea Ferretti - Andrea Ferretti ha vinto il premio dello Stage 2012-13 "Matematica, fisica ed economia" (un *ebook reader iRex Iliad Book Edition* + una scheda SDIM conte...13 anni fa
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