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giovedì 15 dicembre 2016

"La democrazia non è bella”, parola di Socrate.

“La democrazia non è bella”, parola di Socrate.
Chi disprezza il voto del popolo irragionevole e imprevisto ha una buona compagnia di predecessori. Il primo è il filosofo greco che, proprio con un voto popolare, venne condannato a morte. Preferiva una repubblica di saggi, senza però spiegare dove andare a pescarli.

Non c’è niente di più bello della democrazia, pur con tutti i difetti che presenta. Questa convinzione, nonostante la parola sia antica e la tradizione venga fatta risalire al V secolo a. C., è piuttosto recente. Anzi: è molto recente.

Gli stessi Padri Fondatori americani, negli ultimi decenni del XVIII secolo non amavano parlare di democrazia, quanto di “repubblica”. Lo stesso facevano i loro omologhi francesi qualche anno dopo. La democrazia non piaceva, era troppo vicina al “potere della folla”, che terrorizzava un po’ tutti i legislatori dell’epoca. 
Votano tutti? Per carità, no.

La verità è che questa convinzione non consiste in una distorsione del pensiero originario: come può notare chiunque abbia voglia di leggersi i dialoghi di Socrate scritti da Platone, si noterà – con tutte le complicazioni date dalla sovrapposizione delle idee del discepolo su quelle del maestro – che la democrazia ateniese, che oggi piace a tutti, in realtà non era sempre apprezzata. In particolare dal ceto aristocratico. Socrate frequentava quelle compagnie (Platone ne faceva parte) e, dal suo punto di vista, la democrazia era, nella sostanza, “il governo dei demagoghi”.

Che la folla sia inaffidabile è un concetto che si ripresenta di continuo, una lettura carsica che, lungo le epoche, si sostanzia nella volontà di porre limiti al diritto di voto (che poi votare è solo una parte della democrazia, anche se a livello simbolico la riassume tutta). Anche negli ultimi mesi. Ma tutti costoro avevano un precedente molto illustre: Socrate. Del resto, il filosofo, ne aveva anche motivo: fu con un voto di maggioranza che venne decisa la sua condanna a morte. Naturale che non ne fosse molto contento.

Ma, in ogni caso, continuava a porre il quesito: quando si naviga, ci si affida a marinai esperti o a dilettanti che non hanno mai preso un remo? La risposta è scontata, la domanda è retorica. E allora, perché gli affari dello Stato (all'epoca era la polis) devono essere affidati a persone a caso, senza preparazione, che venivano addirittura sorteggiate?

Un punto che da secoli tormenta i filosofi politici. 
Che fare? Per Platone/Socrate occorre selezionare una classe di persone sagge e razionali in grado di guidare lo Stato. Bene, ma come le si individua? E poi: come si è sicuri che siano razionali sempre? E – come dimostra la neuroscienza – molte decisioni sono inconsce, prese di pancia, secondo preferenze che non seguono la logica. E allora, perché le loro pance sono meglio di quelle degli altri? È un punto che si illustra bene qui:

Certo, ci si dimentica nel video di ricordare un passaggio: i governanti, secondo Socrate/Platone, devono essere pronti a mentire al popolo. Il pericolo sono i demagoghi? Certo. Allora bisogna convincere con una favola – una leggenda, un mito – tutta la popolazione ad accettare l’ordine costituito e non lasciarsi tentare dalle voglie del potere, che poi non sarebbe in grado di esercitare. È la Repubblica ideale, quella dei filosofi. Ma si tratta di un progetto irrealizzabile, in realtà. Perché i saggi veri non esistono. E, a ben guardare, nemmeno le folle vere.

http://www.linkiesta.it/it/article/2016/12/12/la-democrazia-non-e-bella-parola-di-socrate/32606/

venerdì 11 novembre 2016

Henri - Frédéric Amiel. Le masse saranno sempre al di sotto della media. La maggiore età si abbasserà, la barriera del sesso cadrà, e la democrazia arriverà all'assurdo rimettendo la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci. Sarà la punizione del suo principio astratto dell'Uguaglianza, che dispensa l'ignorante di istruirsi, l'imbecille di giudicarsi, il bambino di essere uomo e il delinquente di correggersi. Il diritto pubblico fondato sull'uguaglianza andrà in pezzi a causa delle sue conseguenze. Perché non riconosce la disuguaglianza di valore, di merito, di esperienza, cioè la fatica individuale: culminerà nel trionfo della feccia e dell'appiattimento.

Un paesaggio è uno stato d'animo.
Henri-Frédéric Amiel

L'uomo che non ha una vita interiore è schiavo del suo ambiente.
Henri Frédéric Amiel

Come un avaro che, senza spendere l'oro che ha, lo ama però come il riassunto di tutti i godimenti possibili, mi attacco appassionatamente a questa stessa libertà di cui non faccio nulla.
Henri Frédéric Amiel

Gli scontenti falliscono sempre perché lo scontento diventa una disdetta.
Lo scontento crea ciò che teme;
indispone il mondo e irrita le circostanze.
Henri-Frédéric Amiel


La verità non è solo violata dalle falsità;
può essere ugualmente oltraggiata dal silenzio.
Henri Frederic Amiel

La gente superficiale è molto felice: il sughero non affonda.
Henri Frederic Amiel


La grazia protegge: lisciandosi l’ala, il cigno se ne fa una corazza.
Henri Frederic Amiel


Nulla è fatto se non ciò che è concluso. Le cose che lasciamo in disordine dietro di noi si ergeranno nuovamente davanti a noi più tardi e ostruiranno il nostro cammino. Che ogni nostro giorno sistemi quel che lo riguarda, liquidi le proprie faccende, rispetti il giorno che lo seguirà.
Henri Frederic Amiel


Stupisce quanto siamo solitamente impigliati in mille e un impedimenti e doveri che non sono tali e che si aggomitolano tuttavia attorno a noi con le loro ragnatele e ostacolano il movimento delle nostre ali. È il disordine a renderci schiavi. Il disordine di oggi consuma anticipatamente la libertà di domani.
Henri Frederic Amiel



Rassegnarsi alla vita così com'è, con i suoi grandi dolori e le sue piccole miserie, questo è l’insegnamento di ieri; ma anche lottare più energicamente contro la perdita, la dispersione di se stessi, dei propri progetti, dei propri lavori, sventare con la perseveranza la congiura perpetua della natura e delle circostanze contro l’opera dell’individuo: questo è l’insegnamento di oggi.
Henri Frederic Amiel



Possiamo farci solo pochi amici, anche impegnandoci molto, 
mentre possiamo farci infiniti nemici quasi senza farvi attenzione.
Henri Frederic Amiel


Imparare una nuova abitudine è tutto, perché significa raggiungere la sostanza della vita.
La vita non è altro che un tessuto di abitudini.
Henri Frédéric Amiel


Il saggio soltanto trae dalla vita e da ogni età tutto il suo sapore,
perché ne sente la bellezza, la dignità e il prezzo.
Henri Frédéric Amiel

Essere incompreso da coloro stessi che amiamo, è il calice amaro, la croce della nostra vita.
Perciò gli uomini superiori hanno sulle labbra quel sorriso doloroso e triste che tanto ci meraviglia.
Henri Frédéric Amiel

La vita è breve e non abbiamo mai abbastanza tempo per rallegrare i cuori di coloro che stanno percorrendo l'oscuro cammino con noi. Oh, sii rapido a vivere, affrettati ad essere gentile.
Henri Frédéric Amiel


L'uomo che insiste nel vedere con perfetta chiarezza prima di decidere, non decide mai.
Accetta la vita, e dovrai accettare i rimpianti.
Henri Frédéric Amiel

La felicità ci dà l'energia che è la base della salute.
Henri Frédéric Amiel

Lavora mentre hai la luce. Tu sei responsabile per il talento che ti è stato donato.
Henri Frédéric Amiel

Il tempo e lo spazio sono frammenti d'infinito per l'uso di creature finite.
Henri Frédéric Amiel

Vivere non è concepire ciò che bisogna fare, è farlo.
Henri Frédéric Amiel

Si deve solo ciò che si può, ma ciò che si può lo si deve.
Henri Frédéric Amiel

La miseria mi fa più paura che la solitudine, 
perché quella è umiliazione e degrado, 
e questa è soltanto noia o tristezza.
Henri Frédéric Amiel


I nostri sistemi, forse, non sono niente più che una scusa inconscia per le nostre mancanze, un'impalcatura gigante la cui funzione è di nascondere da noi i nostri peccati favoriti.
Henri Frédéric Amiel


Riconoscere i propri torti è poco, bisogna ripararli.
Henri Frédéric Amiel


Mille cose avanzano, novecentonovantanove regrediscono: questo è il progresso.
Henri Frédéric Amiel

Il tuo corpo è il tempio della natura e dello spirito divino. 
Mantienilo sano, rispettalo, studialo, concedigli i suoi diritti.
Henri Frédéric Amiel

Più si ama, più si soffre. 
La somma dei dolori possibili per ciascun amore 
è proporzionale al suo grado di perfezione.
Henri Frédéric Amiel


La gentilezza è il principio del tatto, 
e il rispetto per gli altri è la condizione primaria del saper vivere.
Henri Frédéric Amiel

Senza passione l'uomo è soltanto forza e possibilità latenti, 
come la pietrina aspetta il contatto col ferro prima di produrre la sua scintilla.
Henri Frédéric Amiel

Quando non si cresce più, si rimpicciolisce.
Henri Frédéric Amiel


Il destino ha due modi per distruggerci, 
negare i nostri desideri o realizzarli.
Henri Frédéric Amiel

La verità pura non può essere assimilata dalla folla: 
si deve propagare per contagio.
Henri Frédéric Amiel


Sapere invecchiare è il capolavoro della saggezza, 
e una delle cose più difficili nell'arte difficilissima della vita.
Henri Frédéric Amiel


Se l'ignoranza e la passione sono i nemici della moralità nel popolo, 
bisogna anche confessare che l'indifferenza morale è la malattia delle classi colte.
Henri Frédéric Amiel




Un errore è tanto più pericoloso quanta più verità contiene.
Henri Frederic Amiel, Frammenti di un diario intimo

Rendiamo Dio nostro complice per legalizzare le nostre iniquità.
Ogni massacro di successo è consacrato da un Te Deum,
e il clero non è mai stato avaro di benedizioni
per le mostruosità coronate da vittoria.
Henri Frédéric Amiel, Diario intimo


Il modo più sicuro di sembrare grande e buono, forte e dolce è ancora quello di esserlo.”
Henri Frédéric Amiel, Diario intimo


Dimmi cosa pensi di essere e ti dirò cosa non sei.
Henri Frédéric Amiel, Diario intimo


La saggezza consiste nel chiedere alle cose e alle persone soltanto ciò che possono dare.
Henri Frédéric Amiel, Diario intimo


Fare agevolmente ciò che riesce difficile agli altri, 
ecco il talento; fare ciò che riesce impossibile al talento, ecco il genio.
Henri-Frédéric Amiel, Diario intimo


Tutte le colpe producono da sé la propria punizione.
Henri-Frédéric Amiel, Diario intimo

A disprezzarsi troppo ci si rende degni del proprio disprezzo.
Henri-Frédéric Amiel, Diario intimo



Se si aspettasse di sapere prima di parlare non si aprirebbe mai bocca.
Henri-Frédéric Amiel, Diario intimo


Conoscere è un atto. La scienza appartiene dunque all'ambito della morale.
Agire è seguire un pensiero. La morale appartiene dunque al campo della scienza.
Henri-Frédéric Amiel, Diario intimo




«Le masse saranno sempre al di sotto della media.
La maggiore età si abbasserà, la barriera del sesso cadrà, e la democrazia arriverà all'assurdo rimettendo la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci. Sarà la punizione del suo principio astratto dell'uguaglianza, che dispensa l'ignorante di istruirsi, l'imbecille di giudicarsi, il bambino di essere uomo e il delinquente di correggersi. Il diritto pubblico fondato sulla uguaglianza andrà in pezzi a causa delle sue conseguenze. Perché non riconosce la disuguaglianza di valore, di merito, di esperienza, cioè la fatica individuale: culminerà nel trionfo della feccia e dell'appiattimento. L'adorazione delle apparenze si paga. »
Henri-Frédéric Amiel, “Frammenti di diario intimo”, 12 giugno 1871




«La saggezza è un equilibrio, quindi si trova soltanto negli individui.
La Democrazia, conferendo il dominio alle masse, dà la preponderanza all’istinto, alla natura, alle passioni, cioè all’impulso cieco, all’elementare gravitazione, alla generica fatalità. L’oscillazione perpetua tra i contrari diventa il suo unico modo di avanzamento: perché è la forma infantile, stupida e semplice della mente limitata, che si infatua e si disamora, adora e maledice, sempre con la stessa avventatezza. La successione delle opposte sciocchezze le dà l’impressione del cambiamento, ch’essa identifica col miglioramento. […] Alla stupidità di Demos è pari soltanto la sua presunzione. […] Non nego il diritto della Democrazia; ma non ho illusioni sull’uso che farà del suo diritto, finché scarseggerà la saggezza e abbonderà l’orgoglio. Il numero fa la legge; ma il bene non ha nulla a che fare con le cifre. Ogni finzione si espia, e la Democrazia poggia su una finzione legale, cioè che la maggioranza ha non solo la forza, ma la ragione; che possiede la saggezza insieme col diritto. […] Le masse saranno sempre al di sotto della media».
Henri Frédéric Amiel, Lunedì 12 giugno 1871


La nostra vera storia non è quasi mai decifrata da altri.
La parte principale del dramma è un monologo, o meglio un dibattito intimo tra Dio, la nostra coscienza, e noi stessi. Lacrime, dolori, depressioni, delusioni, irritazioni, buoni e cattivi pensieri, decisioni, incertezze, deliberazioni: tutto questo appartiene al nostro segreto, e sono quasi tutte incomunicabili e intrasmissibili, anche quando cerchiamo di parlare di loro, e anche quando abbiamo scriverle.
Henri Frédéric Amiel


La donna vuole essere amata senza perché.
Non perché è bella o buona o ben educata o graziosa o spiritosa, ma perché è.
Ogni analisi le sembra una diminuzione, una soggezione della propria personalità.
Henri Frédéric Amiel


Dopo la morte di Henri-Frédéric Amiel, i suoi esecutori testamentari pubblicarono una parte del "Diario intimo" che aveva regolarmente tenuto per più di trent'anni nello sforzo di conoscersi, di confessarsi e di migliorarsi; questo testo, che acquistò immediatamente una celebrità mondiale, gli assicurò quella gloria che da vivo aveva invano sognata. Vi si delinea il "tipo" dell'uomo raffinato e profondo, del romantico solitario e malinconico, che apre in ogni direzione l'intelligenza avidamente curiosa, cerca l'essere nell'interiorità segreta e unica e riesce così a scoprire qualcuno degli aspetti più importanti della vita psicologica. Nonostante il fondo di innegabile egoismo che emerge da molte delle riflessioni e delle confessioni consegnate al Diario, Amiel è uno di quei rari uomini che sono involontariamente e inconsapevolmente prodighi: la loro vita intima (sentimentale ed intellettuale) è così piena e doviziosa che trabocca, per così dire, a loro malgrado e si effonde intorno alla loro persona, sì che da un semplice incontro con loro ci si sente, e se ne esce, arricchiti. Nel caso di Amiel questa dovizia, per nostra fortuna, si è in gran parte riversata nel Diario e non potrà mai più disperdersi.
http://www.aforismario.net/2016/01/henri-frederic-amiel-frasi-e-aforismi.html


AMIEL Il seduttore vergine
Lo scrittore svizzero sarebbe una figura marginale della letteratura dell’800. Se non fosse per il suo diario «intimo» di 17mila pagine...



«Come un avaro che, senza spendere l’oro che ha, lo ama però come il riassunto di tutti i godimenti possibili, mi attacco appassionatamente a questa stessa libertà di cui non faccio nulla».
Henri-Frédéric Amiel

Il buon Talete se l'era cavata così: da giovane, alla madre che lo spingeva a prender moglie rispondeva sempre «non è ancora tempo»; e da uomo maturo, alla petulante mammina che imperterrita lo esortava ancora al matrimonio, ribatteva «non è più tempo». Scaltrezze da saggio presocratico. E un modo elegante per giustificare la propria misoginia.

Henri-Frédéric Amiel (1821-1881) non era misogino, ma le risposte che diede a se stesso (non alla madre, che morì di tubercolosi quand’egli aveva 11 anni) sono le stesse.
Troppo presto e, soprattutto, troppo tardi.
In lui l’attesa, veloce Achille, non raggiunge mai il rimpianto, lentissima tartaruga.

Amiel occupa un posto defilato, nella storia della letteratura, come quegli ospiti che alla festa nel giardino di una lussuosa villa si mettono in disparte, con il bicchiere in mano, e osservano pensosi i giochi d’acqua della fontana. E così facendo attirano una ragazza che vuol far ingelosire il fidanzato o una tardona desiderosa di verificare la residua efficienza del proprio charme.
«Antidongiovanni» secondo Miguel de Unamuno, «triste Amleto ginevrino» secondo José Enrique Rodó, «timido superiore» secondo Gregorio Marañon, questo grigio docente universitario di Letteratura francese, Estetica e Filosofia, in vita pubblicò soltanto brevi saggi e brutte poesie.

L’unico lampo di gloria l’ebbe nel 1857, con la canzone patriottica Roulez, tambours!, la Marsigliese elvetica, urlata in faccia ai nemici prussiani. Tutto sommato, una comparsa del XIX secolo.
Se non fosse per il suo diario, un monstrum che detiene il record mondiale di tutti i tempi in fatto di vastità: 16.840 pagine. Affidato poco prima di morire all’amica Fanny Mercier, il Journal intime venne pubblicato a partire dall’82, e ci vollero 48 volumi per completarlo.

Che cosa vi troviamo?
Tutto e niente. Che tempo fa, il raffreddore che non vuol passare, i vicini di casa, le passeggiate solitarie nei boschi, il trasloco, le letture preferite... Un costante crepuscolo, una melassa di noia e buoni sentimenti, la tragedia di un uomo che sa di essere ridicolo agli occhi dei più. Eppure in quel ridondante castello pieno di piccole cose di pessimo gusto s’aggira inquieto uno spettro: la Donna.

Amiel era un bell’ometto. Piuttosto basso, sì, ma dallo sguardo fiero e penetrante.
Non particolarmente elegante, certo, ma dai modi gentili e dall’eloquio fluente.
Una barba ben curata gli incorniciava il volto austero sotto cui, però, non si celava un orso accademico: Amiel sapeva essere brillante nelle conversazioni salottiere, sapeva incantare con le letture pubbliche, sapeva divertire con sciarade e anagrammi.

Insomma, potenzialmente un ottimo partito per le signorine e le vedovelle della borghesia ginevrina. Soltanto potenzialmente, però... No, nessuna traccia di omosessualità, nessun pur vago ammiccamento, in quasi 17mila pagine, al tale studente, al tale collega, al tale vetturino. Piuttosto, l’assoluta estraneità all’atto sessuale, definito «epilessia momentanea», atto «bestiale». Per lui «la castità è più pura della continenza» e nelle «monachine laiche» delle quali si circonda cerca unicamente l’amicizia, la consonanza spirituale.

Eppure, ci fu «qualcuno» che su quella tabula rasa impresse il segno di Eros.
Una volta sola, ma per sempre. Il suo nome è Marie Favre. Quando s’incontrano la prima volta lei è una graziosissima vedova ventiseienne e lui è già un professore universitario trentottenne. «Ho come vergogna - annota - che qualcosa mi faccia piacere, la maltratto e la faccio a pezzi per provare a me stesso che non ci tengo; ho positivamente paura di ciò che mi attira, e orrore di ciò che mi occorre».

Il “fattaccio” avviene oltre un anno dopo, il 6 ottobre 1860:
«Ma come devo chiamare l’esperienza di questa sera? è una delusione, è inebriamento?
Né una cosa né l’altra. Per la prima volta ho avuto un’avventura galante, e francamente, accanto a ciò che l’immaginazione si figura o si ripromette, è poca cosa». Il dado è tratto. Vaccinato dall’esperienza, è come se Amiel, persa quella fisica, acquisisse una verginità cerebrale. Ha scollinato: se prima confusamente anelava (gli psicologi avrebbero di che sbizzarrirsi sulle sue «perdite» notturne...), ora recisamente rifiuta, calandosi nella terra di confine dell’asessuato.
Più Marie lo adora, fino al punto da proporsi come «schiava all’orientale», più lui si ritrae.
Il tira e molla prosegue fino al 23 settembre 1878, data in cui nel Journal troviamo l’ultima traccia di quel “qualcuno”. Vi compare come «Phil.», cioè Philine, uno dei nomi in codice sotto cui Amiel cela Marie.

Proprio Philine fu il titolo che il critico Edmond Jaloux diede, negli anni Trenta del secolo scorso, a una silloge delle confessioni intime amieliane. E ora Philine è disponibile in italiano per merito di Armando Dadò, l’editore di Locarno che ne ha affidato la traduzione a Franco Pool.

«Di quei giorni - scrive Daria Galateria nell’appassionata prefazione dal bel titolo «L’Arte di tergiversare» -, Edmond Jaloux riporta non solo i passaggi che si riferiscono a Philine, ma tutto. Così, il campione è contemporaneamente casuale e orientato, tematico ma completo». Così, dopo l’antologia curata da Pino Mensi nel 2000 per Longo Editore di Ravenna, i lettori italiani possono nuovamente entrare nel castello di Amiel e apprezzare i sublimi tentennamenti del castellano.

Perché la cosa buffa è questa: diversamente dal vecchio Talete, Amiel, indeciso a tutto, mostrava una sola certezza: il matrimonio. Per almeno trent’anni non fa che decantare gli effetti positivi che questo avrebbe sulla sua instabile psiche. «Io non conto su nulla; è per questo che sono stanco di tutto»; «provo qualcosa come le nausee d’una donna nervosa»; «sono troppo uomo e non abbastanza individuo... è la vita che voglio sperimentare piuttosto che la mia vita»; «l’obbedienza volontaria alla legge è il punto di partenza e la condizione della libertà»; «vae coelibi!». Sapendosi malato di idealismo, l’Autore individua nel matrimonio l’unica medicina possibile. Salvo cadere puntualmente in depressione ogni volta che una sottana rischia di superare la distanza di sicurezza marcata dalla simpatia o, al più, dall’idillio. Marie, infatti, se fu la sola a togliere le briglie agli ormoni di quella «pensionata sentimentale», non fu l’unica a titillarne la tensione maritale. Le Amiel’s girls sono un bel gruppetto, entrano ed escono dalla vita di Henri-Frédéric con ritmo incessante e non di rado fanno parte della stessa cerchia. Tutte ammaliate e palpitanti, pendono dalle labbra del Cincischiator cortese.

Tutte tranne una, «Egeria». Che a un certo punto sbotta: «La tua superiorità rispetto a me consiste in ciò, che ricevendo tutto hai saputo non dare nulla». Ben lontana dall’esserne gelosa, frequenta Marie, e non lo nasconde:
«Lascia che noi due ci si veda di lieto animo, posto che ci amiamo... opporti a ciò è impossibile. \ 
È meno donna di me e questo rende perfetta la nostra armonia».
“Cosa vorrà mai dire?”, avrà pensato il povero professore...

Daniele Abbiati - Lun, 20/06/2005
http://www.ilgiornale.it/news/amiel-seduttore-vergine.html







sabato 5 novembre 2016

Tocqueville sulla democrazia in America. Ciò di cui Tocqueville ha timore è la tirannia esercitata sulle opinioni, più che sulle persone. Egli paventa che tutta l'individualità di carattere, e l'indipendenza di pensiero e di sentimento, siano messe in ginocchio di fronte al giogo dispotico della pubblica opinione

Alexis de Tocqueville, nascita: 29 luglio 1805 - morte: 16 aprile 1859.
Nato a Parigi da famiglia aristocratica, il visconte Alexis Henri Charles de Clérel de Tocqueville è considerato uno dei padri del pensiero liberale, principio ispiratore della sua preziosa attività di filosofo, politico e storico.
Il fine di individuare un sistema politico liberale, da prendere a modello in Francia, lo spinse a un lungo soggiorno negli Stati Uniti d'America, insieme all'amico Gustave de Beaumont. Qui oltre a studiare il sistema penitenziario (motivo ufficiale della visita), ne osservò da vicino il sistema politico e sociale, nel quadro di una più generale riflessione sulle basi della democrazia che coinvolgeva anche le esperienze europee della Rivoluzione francese e dell'ancien regime.

Le conclusioni di questo studio vennero messe nero su bianco nell'opera più importante, La democrazia in America, pubblicata in due parti nel 1835 e nel 1840. Ammesso come membro onorario alla prestigiosa Académie Française, Tocqueville morì a Cannes nel 1859.
http://www.mondi.it/almanacco/voce/1218002



Ciò di cui Tocqueville ha timore è la tirannia esercitata sulle opinioni, più che sulle persone
Egli paventa che tutta l'individualità di carattere, e l'indipendenza di pensiero e di sentimento, siano messe in ginocchio di fronte al giogo dispotico della pubblica opinione.
John Stuart Mill, “Tocqueville sulla democrazia in America” (1935)





LA DEMOCRAZIA IN AMERICA (GUARDANDO ALL’EUROPA)
Democrazia, Europa, Stati Uniti, Tocqueville
di Alexis De Tocqueville -


Pubblichiamo l’introduzione del filosofo francese alla sua Democrazia in America, un’opera che ancora oggi andrebbe letta e meditata. Non tanto per leggervi in trasparenza le vicende attuali del grande paese d’Oltreoceano, quanto per ritrovare nelle parole di Tocqueville lo sguardo su ciò che era e per certi aspetti è ancora l’Europa. Al netto delle considerazioni specifiche sulle vicende americane e francesi dell’epoca, sono le riflessioni sui rischi del conformismo e di un astratto egualitarismo, unite alla denuncia della debolezza di una società smarrita e priva di slancio  a rendere straordinariamente efficace questa introduzione. Un piccolo saggio in un classico del pensiero politico.

Tra le novità che attirarono la mia attenzione durante la mia permanenza negli Stati Uniti, nessuna mi ha maggiormente colpito dell’uguaglianza delle condizioni. Senza fatica constatai la prodigiosa influenza che essa esercita sull’andamento della società: essa dà allo spirito pubblico una determinata direzione, alle leggi un determinato indirizzo, ai governanti dei nuovi princìpi, ai governati abitudini particolari.
Subito mi accorsi che questo fatto estende la sua influenza assai oltre la vita politica e le leggi, e che domina non meno la società civile che il governo: infatti crea opinioni, fa sorgere sentimenti, suggerisce usanze e modifica tutto ciò che non crea direttamente.
Pertanto, più studiavo la società americana, più vedevo nell’uguaglianza delle condizioni la forza generatrice da cui pareva derivare ogni fatto particolare; e me la ritrovavo continuamente davanti come un punto centrale, in cui convergevano tutte le mie osservazioni.

Ripensai allora al nostro emisfero, e mi parve di scorgervi qualche analogia con lo spettacolo che mi offriva il Nuovo Mondo. Constatai che anche qui l’uguaglianza delle condizioni, pur senza aver raggiunto come negli Stati Uniti i suoi estremi limiti, vi si avvicinava tuttavia ogni giorno di più; mi sembrò inoltre che questa stessa democrazia che regna sulle società americane, anche in Europa avanzasse rapidamente verso il potere.

Fin da quel momento cominciai a pensare al libro che ora leggerete.
Una grande rivoluzione democratica si sta infatti attuando tra noi: tutti la vedono, ma non tutti la giudicano nello stesso modo. Alcuni infatti, considerandola una novità puramente accidentale, sperano di riuscire ancora a fermarla; mentre altri pensano che niente e nessuno possa più resisterle, perché la considerano il fenomeno storico più continuo, più antico, più duraturo che si conosca.

Risalgo un attimo a considerare le condizioni della Francia, quali erano settecento anni fa: la trovo divisa tra un ristretto numero di famiglie che possiedono la terra e governano gli abitanti; il diritto di comandare viene trasmesso, in questo periodo, di generazione in generazione insieme al patrimonio ereditario; gli uomini hanno un solo mezzo per prevalere gli uni sugli altri, la forza; non c’è che un’unica fonte di potere, la proprietà fondiaria.

Ma ecco che il potere politico del clero si afferma e rapidamente si estende.
Il clero apre le sue file a tutti, al povero come al ricco, al plebeo come al nobile; attraverso la Chiesa l’uguaglianza comincia a penetrare in seno al governo e colui che, nella sua condizione di servo, avrebbe vegetato in un’eterna schiavitù, ora, come prete, ha il suo posto tra i nobili e spesso si asside anche al di sopra dei Re.

Con l’andare del tempo la società diventa sempre più stabile e più civile, di conseguenza più complessi e più vari si fanno anche i diversi rapporti tra gli uomini. Il bisogno di leggi civili si fa sentire fortemente: appaiono allora i legisti, che escono dall’aula oscura dei tribunali e dal ridotto polveroso delle cancellerie per andare a prendere posto nella corte del principe, accanto ai baroni feudali coperti di ermellino e di ferro.

I Re vanno in rovina per portare a termine grandi imprese; i nobili s’indeboliscono nelle guerre private; i plebei invece si arricchiscono con il commercio. L’influenza del denaro comincia a farsi sentire anche sugli affari di Stato. Il commercio è ormai una nuova fonte di potenza e i finanzieri divengono un potere politico disprezzato, ma adulato.

Poco per volta, diffondendosi il sapere, si nota un risveglio dell’amore per la letteratura e per le arti; la cultura diviene ora un elemento di successo, la scienza un mezzo per governare, l’intelligenza una forza sociale: gli uomini di lettere arrivano al maneggio degli affari politici.

Frattanto, insieme all’aprirsi di nuove vie attraverso le quali giungere al potere, si può notare un regresso dell’importanza che prima veniva attribuita alla nascita. Nell’XI secolo infatti la nobiltà aveva un valore incalcolabile, nel XIII la si può già comprare; la prima concessione di nobiltà risale al 1270, e così l’uguaglianza viene a introdursi nel governo per mezzo dell’aristocrazia stessa.

Durante questi ultimi settecento anni accadde talvolta che i nobili diedero un potere politico al popolo, per farsene un alleato contro l’autorità del sovrano o nelle lotte per togliere il potere ai loro rivali.

Ancora più spesso sono stati gli stessi Re ad innalzare al governo le classi sociali inferiori per umiliare l’aristocrazia.

In Francia i Re si sono dimostrati i livellatori più attivi e più costanti: quand’erano ambiziosi ed energici, si adoprarono per portare il popolo allo stesso livello dei nobili; quand’erano moderati e deboli, permisero addirittura che il popolo si ponesse al di sopra di loro stessi. I primi sono stati d’aiuto alla democrazia con le loro capacità, i secondi con i loro vizi. Luigi XI e Luigi XIV cercarono di rendere tutti uguali al disotto del trono, Luigi XV ha finito per scendere lui stesso nella polvere con tutta la sua corte.

Da quando i cittadini cominciarono a possedere la terra in modo diverso dalla «tenure» feudale e da quando la ricchezza mobiliare, ormai conosciuta, poté a sua volta creare l’influenza politica e dare il potere, non ci furono scoperte nelle arti, né vennero apportati perfezionamenti in campo commerciale e industriale, che non divenissero altrettanti elementi di uguaglianza tra gli uomini.

A partire da questo momento tutti i metodi che si scoprono, i bisogni che sorgono, i desideri che richiedono di essere soddisfatti, sono altrettanti progressi verso il livellamento universale. Il gusto del lusso, l’amore per la guerra, l’impero della moda, tutte le passioni del cuore umano, dalle più superficiali alle più profonde, sembrano lavorare di comune accordo per impoverire i ricchi e arricchire i poveri.

Da quando le attività intellettuali divennero fonte di potenza e di ricchezza, si guardò a ogni sviluppo della scienza, a ogni nuova scoperta, a ogni nuova idea come a uno strumento di potere messo alla portata del popolo. La poesia, l’eloquenza, la memoria, le doti spirituali, il fuoco dell’immaginazione, la profondità del pensiero, tutti questi doni distribuiti a caso dal Cielo, giovarono alla democrazia; e, anche quando si trovarono in possesso dei suoi avversari, servirono ancora la sua causa, ponendo in rilievo la grandezza naturale dell’uomo. Le conquiste della democrazia si estesero, dunque, parallelamente a quelle della civiltà e del sapere, e la letteratura divenne un arsenale aperto a tutti, in cui i deboli e i poveri si recarono ogni giorno a cercare delle armi.

Se si scorrono le pagine della nostra storia, si può dire che non s’incontra un solo avvenimento di particolare importanza che in questi ultimi settecento anni non si sia risolto in favore dell’uguaglianza sociale.

Le crociate e le guerre con gli Inglesi decimano i nobili e dividono le loro terre; il costituirsi dei comuni introduce la libertà democratica in seno alla monarchia feudale; l’invenzione delle armi da fuoco rende uguali il plebeo e il nobile sul campo di battaglia; la stampa offre le medesime risorse alla loro intelligenza; la posta porta le notizie alla soglia della capanna del povero come alla porta dei palazzi; il protestantesimo sostiene che tutti gli uomini sono ugualmente in grado di trovare la via del Cielo. La scoperta dell’America apre mille strade nuove alla fortuna e offre ricchezza e potere all’oscuro avventuriero.

Se, partendo dall’XI secolo, esaminate gli avvenimenti che si svolgono in Francia di cinquanta in cinquant’anni, dovrete constatare che, alla fine di ognuno di questi periodi, si è operata una duplice rivoluzione nelle condizioni sociali. Il nobile sarà indietreggiato nella scala sociale, il plebeo vi sarà avanzato; l’uno scende, l’altro sale. Ogni mezzo secolo li avvicina e ben presto si troveranno fianco a fianco.

Questa non è una caratteristica della sola Francia. Infatti, da qualsiasi parte si guardi, si vede sempre la stessa rivoluzione che continua in tutto il mondo cristiano.
Dappertutto si è visto come i diversi avvenimenti della vita dei popoli contribuiscano alla fortuna della democrazia. Tutti gli uomini l’hanno aiutata con i loro sforzi, quelli che si proponevano di contribuire al suo successo, e quelli che non pensavano affatto a servirla, quelli che per essa hanno combattuto, e quelli che si sono dichiarati suoi nemici: tutti sono stati spinti alla rinfusa sulla stessa via e hanno lavorato insieme, gli uni loro malgrado, gli altri a propria insaputa, ciechi strumenti nelle mani di Dio.

Il graduale sviluppo dell’uguaglianza delle condizioni è pertanto un fatto provvidenziale; e ne ha i caratteri essenziali: è universale, duraturo, si sottrae ogni giorno alla potenza dell’uomo; tutti gli avvenimenti, come anche tutti gli uomini, ne favoriscono lo sviluppo.

Sarebbe quindi saggio credere che un movimento sociale, che ha così lontane origini, potrà essere arrestato dagli sforzi di una generazione? C’è forse qualcuno che può pensare che la democrazia, dopo aver distrutto il feudalesimo e aver vinto i Re, indietreggerà poi davanti ai borghesi e ai ricchi? È possibile che si arresti proprio ora che è divenuta tanto forte e i suoi avversari tanto deboli?

Dove ci stiamo dunque dirigendo?
Nessuno saprebbe rispondere, perché ci mancano ormai i termini di confronto: le condizioni sono più uguali oggi tra i cristiani di quanto lo siano mai state in altre epoche o presso altre nazioni del mondo; così la grandiosità di ciò che è già stato fatto impedisce di prevedere che cosa si potrà ancora fare.

Tutto il mio libro, appunto, è stato scritto sotto l’impressione di una specie di terrore religioso, sorto nella mia anima alla vista di questa rivoluzione irresistibile, che progredisce da tanti secoli, sormontando qualsiasi ostacolo, e che ancor oggi avanza in mezzo alle rovine che essa stessa ha prodotte.

Non è necessario che sia Dio in persona a parlare, per scoprire i segni sicuri del suo volere; basta esaminare il cammino abituale della natura e la tendenza costante degli avvenimenti. So, senza bisogno che me lo dica il Creatore, che gli astri seguono nello spazio le orbite che il suo dito ha tracciato.

Se lunghe osservazioni e meditazioni sincere portassero gli uomini del nostro tempo a riconoscere che lo sviluppo graduale e progressivo dell’uguaglianza rappresenta nello stesso tempo il passato e l’avvenire della loro storia, questa constatazione darebbe, da sola, a una tale evoluzione il carattere sacro della volontà del signore sovrano. Allora, voler arrestare il cammino della democrazia apparirebbe come lottare contro Dio stesso, e perciò alle nazioni non resterebbe che adattarsi alla condizione sociale loro imposta dalla Provvidenza.

Mi sembra che i popoli cristiani offrano ai nostri giorni uno spettacolo sconcertante; il movimento che li trascina è già troppo forte perché lo si possa fermare, e d’altra parte non è ancora abbastanza rapido, perché si debba perdere ogni speranza di poterlo dirigere: il destino di questi popoli è nelle loro mani, ma ad esse ben presto sfuggirà.

Educare la democrazia, rianimare, se è possibile, le sue fedi, purificare i suoi costumi, regolare i suoi movimenti, sostituire, poco per volta, la scienza degli affari all’inesperienza, la conoscenza dei suoi reali interessi ai suoi ciechi istinti; adattare il suo governo ai tempi e ai luoghi, modificarlo secondo le circostanze e gli uomini: questo è il principale dovere che oggi s’impone ai nostri governanti.

È necessaria una scienza politica nuova per un mondo ormai completamente rinnovato.
Ma proprio a questo compito noi non pensiamo affatto: posti in mezzo a un fiume vorticoso, ci ostiniamo a fissare qualche rottame che ancora si scorge sulla riva, mentre la corrente ci trascina e ci sospinge indietro verso gli abissi.

Non c’è un popolo in Europa presso il quale la grande rivoluzione sociale, che ho appena delineata, abbia compiuto progressi più rapidi che presso di noi; ma essa è sempre avanzata a caso.
Mai i capi di Stato si sono preoccupati di prepararle anticipatamente il terreno; essa si è compiuta loro malgrado o a loro insaputa. Le classi più potenti, più intelligenti e più morali della nazione non hanno mai cercato di impadronirsi della democrazia, onde poterla dirigere. Così essa è stata abbandonata ai suoi istinti selvaggi; è cresciuta come quei bambini che, rimasti privi delle cure paterne, crescono da soli nelle strade delle nostre città, e che della società non conoscono altro che i vizi e le miserie. Sembrava che nessuno si fosse ancora accorto della sua esistenza, quando si è impadronita improvvisamente del potere. Tutti allora si sono sottomessi servilmente ai suoi più piccoli desideri, adorandola come la personificazione della forza; ma quando, in séguito, i suoi stessi eccessi la indebolirono, i legislatori concepirono l’imprudente progetto di distruggerla, invece di tentare di educarla e di correggerla: non volendo insegnarle a governare, non pensarono che a respingerla dal governo.

Ne è derivato che la rivoluzione democratica si è effettuata nell’assetto materiale della società, senza che si verificasse nelle leggi, nelle idee, nelle abitudini e nei costumi quel cambiamento che sarebbe stato necessario per rendere questa rivoluzione utile e positiva.

Così noi abbiamo la democrazia, senza avere ciò che dovrebbe attenuarne i difetti e farne risaltare i naturali pregi: mentre scorgiamo i mali che essa reca con sé, non ci rendiamo ancora conto dei beni che potrebbe apportarci.

Quando il potere regio, appoggiandosi sull’aristocrazia, governava in pace i popoli europei, la società, pur in mezzo alle proprie miserie, godeva di vantaggi di vario genere, che difficilmente si possono concepire e apprezzare ai giorni nostri.

La potenza di alcuni sudditi innalzava barriere insormontabili alla tirannide del principe; e i Re, sentendo di essere agli occhi della folla rivestiti d’un carattere quasi divino, trovavano, nel rispetto stesso che si creavano attorno, la ragione per non abusare affatto del proprio potere.

I nobili, posti ad un’enorme distanza dal popolo, dimostravano tuttavia nei suoi confronti quel particolare interesse benevolo e tranquillo, che il pastore ha per il suo gregge, e, pur senza vedere nel povero un proprio pari, vegliavano sulla sua sorte come su un deposito ad essi affidato dalla Provvidenza.

Il popolo, non avendo ancora concepito l’idea di un assetto sociale diverso dal suo, né immaginando di poter mai uguagliare i propri capi, accoglieva i loro benefici e non contestava affatto i loro diritti.

Li amava, quand’erano clementi e giusti, e si sottometteva senza fatica e senza bassezza ai loro rigori, come a dei mali inevitabili inviati da Dio. Gli usi e i costumi avevano d’altra parte posto dei limiti alla tirannide e fondato una specie di diritto in mezzo alla stessa forza.

Il nobile non pensava che gli si volessero togliere dei privilegi che riteneva legittimi; il servo accettava la propria inferiorità come un effetto dell’ordine immutabile della natura: si comprende come si sia potuta stabilire una reciproca benevolenza tra queste due classi tanto nettamente separate dalla sorte. A quel tempo si potevano trovare nella società ingiustizia e miseria, ma non degradazione spirituale.

Non è infatti l’uso del potere o l’abitudine all’obbedienza che deprava gli uomini, ma l’uso di un potere illegittimo e l’obbedienza a un potere che si ritiene usurpatore ed oppressore.

Da un lato c’erano le ricchezze, la forza, gli agi, e con essi la ricerca del lusso, le raffinatezze del gusto, i piaceri dello spirito, il culto delle arti; dall’altro il lavoro, la volgarità e l’ignoranza.
Eppure in mezzo a questa folla ignorante e grossolana si potevano trovare passioni forti, sentimenti generosi, fedi profonde e virtù primitive. Il corpo sociale così organizzato avrebbe potuto avere stabilità, potenza e, soprattutto, gloria.
Ma ecco che i ranghi si confondono, che le barriere innalzate tra gli uomini si abbassano; si dividono le proprietà, si divide il potere, la civiltà si diffonde, le intelligenze si uguagliano; l’assetto sociale diviene democratico e l’impero della democrazia si stabilisce infine facilmente nelle istituzioni e nei costumi.
Io immagino, così, una società in cui tutti, considerando la legge come opera propria, l’amerebbero e vi si sottometterebbero senza fatica, e in cui, essendo l’autorità del governo rispettata non in quanto divina, ma perché necessaria, l’amore verso il capo dello Stato non sarebbe una passione, ma un sentimento ragionevole e tranquillo. Quando ciascuno avesse dei diritti e la sicurezza di poterli conservare, verrebbe a stabilirsi tra tutte le classi una fiducia sincera e una sorta di reciproca condiscendenza, lontana sia dall’orgoglio che dalla bassezza.
Il popolo, educato ai suoi veri interessi, capirebbe che, per trarre profitto dai vantaggi della società, bisogna sottomettersi alle sue esigenze. La libera associazione dei cittadini potrebbe allora sostituire la potenza individuale dei nobili, e lo Stato sarebbe al sicuro dalla tirannide e dalla licenza.
Capisco che in uno Stato democratico, così costituito, la società non rimarrà immobile, ma i necessari movimenti del corpo sociale potranno essere regolati e graduali; se vi si troverà meno splendore che in un sistema aristocratico, vi si troveranno però anche meno miserie; i godimenti saranno meno eccessivi, ma il benessere sarà più generale; le scienze eccelleranno meno, ma l’ignoranza sarà più rara; i sentimenti meno energici, ma le abitudini più dolci; ci saranno più vizi, ma meno delitti.
In mancanza dell’entusiasmo e dell’ardore della fede, l’educazione e l’esperienza faranno fare talvolta ai cittadini grandi sacrifici; ogni uomo, essendo ugualmente debole, sentirà un uguale bisogno dei suoi simili; e, sapendo di poter contare sul loro aiuto solo a condizione di prestar loro a sua volta appoggio, scoprirà senza fatica che per lui l’interesse particolare si confonde con quello generale.
La nazione, considerata nel suo insieme, avrà forse meno splendore, meno gloria, meno forza; ma la maggioranza dei cittadini godrà di un benessere maggiore, e il popolo si dimostrerà tranquillo, non perché disperi di poter star meglio, ma perché sa di star bene.
Se poi non tutto sarà buono e utile in un simile stato di cose, la società tuttavia potrà godere di ciò che di buono e di utile si potrà presentare, e gli uomini, abbandonando per sempre i vantaggi sociali che può dare l’aristocrazia, trarrebbero dalla democrazia tutto il bene che essa può loro offrire.
Invece noi, abbandonando l’ordine sociale dei nostri avi, eliminando alla rinfusa le loro istituzioni, le loro idee e i loro costumi, cosa vi abbiamo sostituito?
Il prestigio del potere regio è svanito, senza che fosse sostituito dalla maestà delle leggi; oggi il popolo disprezza l’autorità, ma la teme, e la paura ottiene da lui più di quanto ottenessero in passato il rispetto e l’amore.
Mi accorgo che abbiamo distrutta le forze individuali che potevano lottare separatamente contro la tirannide; ma vedo che solo il governo ha assorbito tutte le prerogative tolte alle famiglie, alle corporazioni, agli uomini: alla forza talvolta oppressiva, ma spesso conservatrice, di un ristretto numero di cittadini, è così seguita la debolezza di tutti.
La divisione delle fortune ha accorciato la distanza che separava il povero dal ricco, ma in questo avvicinamento essi sembrano aver trovato nuove ragioni per odiarsi. Temendosi e invidiandosi reciprocamente, si respingono a vicenda dal potere: per l’uno come per l’altro l’idea dei diritti non esiste affatto, e la forza appare ad entrambi come la sola ragione del presente e l’unica garanzia per l’avvenire.
Il povero ha conservato la maggior parte dei pregiudizi dei suoi avi e non la loro fede, la loro ignoranza e non le loro virtù; ha accettato, come regola delle sue azioni, la dottrina dell’interesse senza conoscerne la scienza, e il suo egoismo è sprovvisto di discernimento, quanto lo era un tempo la sua devozione.
La società è tranquilla, non perché abbia coscienza della propria forza e del proprio benessere, ma, al contrario, perché si sente debole e inferma; teme di morire facendo uno sforzo: tutti sentono il male, ma nessuno ha il coraggio e l’energia necessari per cercare il meglio. Si hanno desideri, rimpianti, dolori, gioie che non producono nulla di visibile o di duraturo, simili del tutto alle passioni senili che finiscono nell’impotenza.
Così abbiamo abbandonato tutto quello che vi poteva esser di buono nel vecchio stato senza acquistare quello che lo stato attuale poteva offrire di utile; abbiamo distrutto una società aristocratica e, fermandoci compiacentemente in mezzo alle rovine dell’antico edificio, crediamo di poterci rimanere per sempre. Quello che succede nel mondo intellettuale non è meno deplorevole.
La democrazia francese, osteggiata nella sua marcia o abbandonata senza appoggio alle sue passioni disordinate, ha rovesciato tutto quello che trovava sul suo passaggio e spezzato tutto quello che non distruggeva. Essa non si è impadronita a poco a poco della società per stabilirvi pacificamente il suo dominio, ma ha sempre camminato in mezzo al disordine e all’agitazione della lotta. Nel calore di questa lotta, spinta al dì là dei limite ritenuto necessario, forse per le opinioni e gli eccessi degli avversari, ognuno perde di vista il fine stesso delle sue azioni ed usa un linguaggio che mal risponde al suo vero sentimento e al suo segreto istinto.
Di qui la strana confusione di cui siamo forzatamente i testimoni.
Io cerco inutilmente nei miei ricordi qualcosa capace di eccitare più dolore e pietà di quello che oggi si verifica; sembra che si sia rotto il legame naturale che unisce le opinioni ai gusti e gli atti alla fede; la concordanza che in ogni tempo si riscontra fra i sentimenti e le idee degli uomini sembra distrutta e si direbbe che siano abolite tutte le leggi dell’analogia morale.
Si trovano ancora presso di noi dei cristiani pieni di zelo, la cui anima religiosa ama nutrirsi delle verità dell’altra vita; costoro si orientano senza dubbio in favore dell’umana libertà, fonte di ogni grandezza morale. Al cristianesimo, che ha reso tutti gli uomini eguali di fronte a Dio, non ripugnerà vedere tutti i cittadini eguali dinanzi alla legge. Ma, per un concorso di strani avvenimenti, la religione si trova momentaneamente unita alle potenze nemiche della democrazia e sovente respinge l’eguaglianza che essa ama e maledice la libertà come un avversario mentre, prendendola per mano, potrebbe santificarne gli sforzi.
Accanto a questi uomini religiosi ne scopro altri che rivolgono lo sguardo verso la terra piuttosto che verso il cielo: partigiani della libertà, non solo perché vedono in essa l’origine delle più nobili virtù, ma soprattutto perché la considerano come la fonte dei più grandi beni, essi desiderano sinceramente assicurarne la vittoria e farne gustare agli uomini i benefici: comprendo che questi chiamerebbero volentieri la religione in loro aiuto poiché dovrebbero sapere che non si può stabilire il regno della libertà senza quello dei buoni costumi, né creare buoni costumi senza la fede ma, vedendo la religione accomunata ai loro avversari, la considerano come nemica, attaccandola o quanto meno non curandosi di difenderla.
I secoli passati videro anime basse e venali preconizzare la schiavitù e contemporaneamente spiriti indipendenti e generosi lottare, pur senza speranza, per salvare la libertà umana. Ma ai nostri giorni si trovano sovente uomini che, pur essendo di natura nobile e fiera, ostentano opinioni in diretta opposizione con i loro gusti e vantano la servilità e la bassezza, che però non hanno mai per loro stessi conosciute. Altri, al contrario, parlano di libertà come sentissero veramente quel che vi è di santo e di grande in essa e reclamano rumorosamente, in favore dell’umanità, quei diritti che essi poi hanno sempre disconosciuto.
Si trovano spesso uomini virtuosi e tranquilli e levati naturalmente a posti di comando per la purezza dei loro costumi e la loro saggezza.
Pieni di un amore sincero per la patria, essi sono pronti a qualunque sacrificio, e tuttavia sono spesso avversari della civiltà, poiché ne confondono gli abusi con i benefici, e nella loro mente l’idea del male è indissolubilmente unita a quella della novità.
Vicino a questi ve ne sono altri che, in nome del progresso, si sforzano di materializzare l’uomo, volendo raggiungere l’utile senza occuparsi del giusto, o tengono lontana la scienza dalla fede, il benessere dalle virtù: costoro si dicono i campioni della civiltà moderna e si mettono insolentemente alla sua testa, usurpando il posto trovato vuoto e dal quale dovrebbero essere scacciati per indegnità.
Dove siamo dunque arrivati?
Uomini religiosi combattono la libertà, mentre amici della libertà combattono le religioni; spiriti nobili e generosi vantano la schiavitù e anime basse e servili preconizzano l’indipendenza; cittadini onesti e colti sono nemici di ogni progresso, mentre uomini senza patriottismo e senza costumi si fanno apostoli della civiltà e della scienza.
Tutti i secoli hanno rassomigliato al nostro? L’uomo ha sempre avuto sotto gli occhi, come noi, un mondo in cui tutto è slegato, in cui la virtù è senza il genio, il genio è senza l’onore, l’amore dell’ordine si confonde con il gusto della tirannide e il culto santo della libertà con il disprezzo delle leggi; in cui la coscienza getta solo una luce dubbiosa sulle azioni umane e nulla sembra più vietato o permesso, onesto o disonorevole, vero o falso?
Dovrò pensare che il Creatore abbia fatto l’uomo per lasciarlo dibattersi senza tregua in mezzo alle miserie intellettuali che ci circondano? Non posso crederlo: Dio prepara alle società europee un avvenire più stabile e più calmo; ignoro i suoi disegni, ma non smetterò di credervi solo perché non posso penetrarli, e preferisco dubitare della mia intelligenza piuttosto che della sua giustizia.
Vi è un paese nel mondo in cui la grande rivoluzione sociale di cui parliamo è quasi giunta al suo limite naturale e vi si è compiuta in modo semplice e facile, o piuttosto si può affermare che questo paese ha visto i risultati della rivoluzione democratica che si manifesta presso di noi, senza avere avuto la rivoluzione stessa.
Gli emigranti che vennero a stabilirsi in America al principio del secolo diciassettesimo liberarono in certo modo il principio della democrazia da tutte quelle forze contro cui lottava nelle vecchie società europee, trapiantandolo da solo sulle coste del nuovo mondo. Là esso ha potuto crescere liberamente e, camminando di conserva con i costumi, svilupparsi pacificamente nelle leggi.
Mi sembra fuor di dubbio che presto o tardi arriveremo anche noi, come gli americani, all’eguaglianza quasi completa delle condizioni; ma non concludo affatto che anche noi dovremo un giorno trarre da un simile assetto sociale le conseguenze politiche che ne hanno tratto gli americani. Sono ben lontano dal credere che essi abbiano trovato la sola forma di governo che possa darsi la democrazia; ma basta il fatto che in due paesi la causa generatrice delle leggi e dei costumi sia la medesima perché in noi debba sorgere un immenso interesse a conoscere quel che essa ha prodotto in ciascuno.
Non è dunque solo per soddisfare una curiosità, d’altronde legittima, che ho studiato l’America, ma per trovarvi degli insegnamenti utili per noi. Sbaglierà grossolanamente chi penserà che io abbia voluto fare un panegirico e spero che chiunque leggerà questo libro resterà convinto che tale non è stata la mia intenzione; il mio scopo non è stato neppure quello di propugnare una tale forma di governo in generale, poiché io sono tra coloro che credono non esservi mai nelle leggi una assoluta bontà, né ho voluto giudicare se questa rivoluzione sociale, la cui marcia mi sembra irresistibile, sia vantaggiosa o funesta all’umanità; bensì ho ammesso questa rivoluzione come un fatto compiuto, o vicino a compiersi, e ho cercato, fra i popoli che l’han vista operarsi nel loro seno, quello nel quale essa è giunta al grado più alto di sviluppo, allo scopo dì discernerne con chiarezza le naturali conseguenze e vedere, se possibile, quali siano i mezzi per renderla profittevole all’umanità.
Confesso che nell’America ho visto qualcosa più dell’America; vi ho cercato un’immagine della democrazia, del suo carattere, dei suoi pregiudizi, delle sue passioni e ho voluto studiarla per sapere quello che noi dobbiamo sperare o temere da essa.
Nella prima parte di quest’opera mi sono dunque sforzato di mostrare l’influenza che la democrazia, abbandonata in America quasi senza ostacoli ai suoi istinti, ha avuto nelle leggi, le direttive che essa imprime al governo e, in genere, la potenza che essa ha negli affari politici. Ho voluto esaminare i beni e i mali da essa prodotti, ricercare le precauzioni adottate dagli americani per dirigerla e distinguere le cause che le permettono di governare la società.
Volevo dipingere poi, in una seconda parte, l’influenza che l’eguaglianza delle condizioni e il governo democratico esercitano in America nella società civile, nelle abitudini, nelle idee e nei costumi, ma comincio a sentire meno ardore al compimento di questo disegno.
Prima che io possa finire il compito propostomi, questo lavoro sarà diventato inutile. Un altro mostrerà presto ai lettori i principali elementi dei carattere americano e, nascondendo sotto un velo leggero la gravità dei quadri, darà alla verità le attrattive che io non sarei mai capace di dare.
Non so se riuscirò a far conoscere quel che ho visto in America, ma assicuro di aver avuto sinceramente questo desiderio e di non aver mai ceduto consapevolmente al bisogno di adattare i fatti alle idee in luogo di sottomettere queste a quelli.
Quando qualche punto poteva essere stabilito con l’aiuto di documenti scritti, ho avuto cura di ricorrere ai testi originali e ad opere autentiche e stimate. Ho indicato le mie fonti in nota e ciascuno potrà verificarle. Quando si è trattato di opinioni, di usi politici, di osservazioni, di costumi, ho cercato di consultare gli uomini più istruiti.
Se la cosa era importante e incerta, non mi sono contentato di un solo testimone ma ho cercato molte testimonianze e da queste ho tratto le mie conclusioni. A questo riguardo bisogna che il lettore mi creda sulla parola. Avrei potuto citare in appoggio alle mie affermazioni nomi autorevoli e a lui noti, ma mi sono ben guardato dal farlo. Lo straniero apprende spesso dal suo ospite importanti verità, che questi nasconderebbe forse anche all’amico; con lui si può rompere un silenzio obbligato, non si teme la sua indiscrezione perché egli non rimane.
Ognuna di queste confidenze è stata da me annotata, ma non uscirà mai dalle mie carte; preferisco nuocere al successo delle mie opere che aggiungere il mio nome alla lista di quei viaggiatori che ricambiano con noie ed imbarazzi la generosa ospitalità ricevuta.
So bene che, malgrado le mie cure, sarà molto facile criticare questo mio libro, se qualcuno vorrà farlo. Quelli che l’osserveranno da vicino troveranno in quest’opera un’idea madre che incatena per così dire ogni sua parte. Ma la diversità degli oggetti che ho avuto da trattare è tanto grande che chi vorrà opporre un fatto isolato all’insieme dei fatti, un’idea isolata all’insieme delle idee, vi riuscirà senza fatica. Vorrei dunque che mi si facesse la grazia di leggermi con lo stesso spirito che ha presieduto al mio lavoro e si giudicasse il libro dall’impressione generale che lascia, poiché anch’io mi sono deciso a scrivere spinto, non da una sola ragione, ma da un insieme di ragioni.
Non bisogna poi dimenticare che un autore che voglia farsi comprendere è obbligato a spingere ogni sua idea fino alla sua ultima conseguenza teorica e spesso fino al limite del falso e dell’impraticabile; infatti, se è qualche volta necessario abbandonar la logica nelle azioni, non si saprebbe far lo stesso nei libri; e l’uomo trova quasi altrettanta difficoltà a essere inconseguente nelle parole quanto ad essere conseguente negli atti.
Voglio finire segnalando io stesso quello che molti lettori giudicheranno il difetto principale di quest’opera. Questo libro non si mette in modo deciso al seguito di alcuno; scrivendolo non ho inteso servire o combattere alcun partito; mi sono sforzato soltanto di vedere, non già diversamente, ma più lontano dei vari partiti; e, mentre essi si occupano del domani, io ho voluto pensare all’avvenire.

Per saperne di più

Alexis De Tocqueville (a cura di N. Matteucci), La democrazia in America – UTET, Torino 2013
Alexis De Tocqueville (a cura di C. Vivanti), La democrazia in America – Einaudi, Torino 2006
M. Zetterbaum, Tocqueville and the Problem of Democracy – Stanford University Press, Stanford (California), 1967
Vittorio de Caprariis, Profilo di Tocqueville, a cura di Ernesto Paolozzi – Guida, Napoli, 1996

http://www.storiain.net/storia/la-democrazia-in-america-e-leuropa/

venerdì 22 luglio 2016

Francesco Vettori, ambasciatore della repubblica fiorentina, 1528 circa.

'...Tutte quelle repubbliche o principati dei quali ho cognizione per studio della storia o perché io li ho veduti, mi pare che puzzino di tirannide. Né è da meravigliarsi che in Firenze spesso si è vissuto in partiti e fazioni, dove è sorto uno che si è fatto capo della città, perché è una città molto popolata, e ci sono molti cittadini che devono partecipare agli utili, e ci sono pochi guadagni da distribuire; e però sempre una parte ha governato e ha avuto onori e utili, mentre l'altra è stata in disparte a osservare. Faccio degli esempi per dire con franchezza che tutti i governi sono tirannici: piglia il regno di Francia, e fai conto che vi sia un re perfettissimo, non è forse una grande tirannìa il fatto che i nobili abbiano le armi e gli altri no? Che non debbano pagare alcuna gabella, mentre tutte le spese sono a carico dei poveri villani? Che vi siano tribunali nei quali le liti durano così tanto che i poveri non possono mai avere giustizia? Che in molte città vi siano uffici religiosi ricchissimi dei quali quelli che non sono nobili sono esclusi? Ma vieni alle repubbliche e piglia quella veneta, la quale è durata più di tutte: non è forse una tirannìa il fatto che vi siano tremila persone che ne tengono sottoposte più di centomila? E che a nessun popolano sia data la facoltà di diventatre ricco? Contro i ricchi, nelle cause civili, non si trova giustizia, e in quelle penali i poveri sono battuti, mentre i nobili sono riguardati...' 
Francesco Vettori, ambasciatore della repubblica fiorentina, 1528 circa

mercoledì 6 aprile 2016

Michael Moore. 5 motivi per cui Donald Trump vincerà. Il voto depresso. quando il sostenitore medio di Bernie si recherà alle urne quel giorno per votare, seppur con riluttanza, per Hillary, esprimerà il cosiddetto "voto depresso": significa che l'elettore non porta con sé a votare altre 5 persone. Non svolge attività di volontariato nel mese precedente alle elezioni. Non parla in toni entusiastici quando gli/le chiedono perché voterà per Hillary. Un elettore depresso. Perché, quando sei giovane, la tua tollerenza verso gli ipocriti e le stronzate è pari a zero.

Michael Moore. 5 motivi per cui Donald Trump vincerà.
Pubblicato: 24/07/2016 


Mi dispiace dover essere ambasciatore di cattive notizie, ma sono stato chiaro l'estate scorsa quando vi ho detto che Donald Trump sarebbe stato il candidato repubblicano alla presidenza. 

Ed ora vi porto notizie ancora più terribili e sconfortanti: 
Donald J. Trump vincerà a Novembre

Questo miserabile, ignorante, pericoloso pagliaccio part-time, 
e sociopatico a tempo pieno, sarà il nostro prossimo presidente

In vita mia non ho mai desiderato così tanto essere smentito.
Posso vedervi adesso. State scuotendo la testa convinti: 

"No, Mike, non succederà". 
Purtroppo, state vivendo in una campana di vetro dotata di camera dell'eco, dove voi ed i vostri amici siete convinti che gli Americani non eleggeranno un idiota come presidente. 

Passate dall'essere scioccati al ridere di lui per il suo ultimo commento folle o per la sua presa di posizione narcisistica su qualsivoglia questione, come se tutto girasse intorno a lui. 

Poi ascoltate Hillary e osservate il nostro primo presidente donna, qualcuno che il mondo rispetta, una persona estremamente intelligente che si preoccupa dei nostri ragazzi, che porterà avanti il lascito di Obama perché è questo che vogliono gli Americani! 
Per altri quattro anni!

Dovete uscire da quella campana, adesso. 
Dovete smetterla di vivere nella negazione e guardare in faccia una verità che sapete essere profondamente attuale. 

Cercate di consolarvi con i numeri 
"il 77% dell'elettorato è composto da donne, 
persone di colore, giovani adulti sotto i 35 e Trump non otterrà la loro maggioranza", 

o con la logica 
"le persone non voteranno per un buffone o contro i loro interessi": 

è il modo in cui il cervello cerca di proteggervi dal trauma. 

Come quando sentite un rumore molto forte in strada e pensate "Oh, è appena scoppiata una ruota" oppure 
"Chi sta giocando con i petardi?" 

perché non volete pensare che c'è appena stata una sparatoria. 

È lo stesso motivo per cui tutte le notizie iniziali e i testimoni oculari dell'undici settembre dicevano "un piccolo areo si è accidentalmente schiantato contro le Torri Gemelle". 

Vogliamo (ne abbiamo bisogno) sperare per il meglio perché, sinceramente, la vita è già uno schifo ed è piuttosto dura tirare avanti stipendio dopo stipendio. 

Non possiamo sopportare altre cattive notizie. 

Quindi la nostra mente attiva "un'impostazione predefinita" quando qualcosa di spaventoso accade davvero.

Le prime persone falciate da quel camion, a Nizza, hanno passato i loro ultimi momenti sulla terra a fare cenni al conducente, perché pensavano avesse semplicemente perso il controllo del veicolo. 

Cercavano di dirgli che aveva oltrepassato le recinzione: 
"Attento", gridavano. "C'è gente sul marciapiede".

Beh, amici, questo non è un incidente. 
Sta succedendo. E se pensate che Hillary Clinton batterà Trump con i fatti, l'intelligenza e la logica, be' vi siete persi l'ultimo anno: con 56 primarie e caucus, 16 candidati Repubblicani le hanno provate tutte per fermare Trump ma niente è servito ad arrestare la sua furia devastante. 

Ad oggi, allo stato attuale, credo che succederà davvero e, per poter affrontare la cosa, ho bisogno che prima ne prendiate coscienza e poi, forse, potremo trovare un modo per uscire dal caos in cui siamo finiti.

Non fraintendetemi. Nutro grandi speranze per il mio paese. 
Le cose sono migliorate. La sinistra ha vinto la guerra culturale. 
  • I gay e le lesbiche possono sposarsi. 
  • La maggioranza degli americani ora adotta posizioni liberali in quasi tutti i quesiti elettorali. 
  • Paga uguale per le donne. 
  • Legalizzazione dell'aborto. 
  • Leggi più severe in materia ambientale. 
  • Più controllo sulle armi. 
  • Legalizzazione della marijuana. 

Un enorme cambiamento ha avuto luogo: 
chiedete ai socialisti, che hanno conquistato 22 paesi quest'anno. 

E per me non c'è alcun dubbio: 
se le persone potessero votare dal loro divano, 
con le loro X-box o Playstation, la vittoria di Hillary sarebbe schiacciante.

Ma non funziona così in America. 
Le persone devono uscire di casa e fare la fila per votare. 
E se vivono nei quartieri poveri, neri o ispanici, 
troveranno una fila più lunga e, per di più, si sta facendo di tutto per impedire loro di votare

Nella maggior parte delle elezioni 
è difficile raggiungere il 50% dell'affluenza ai seggi. 

E qui sta il problema in vista del prossimo novembre: 
chi avrà gli elettori più motivati, più convinti, alle urne? 

Conoscete già la risposta a questa domanda. 
Chi è il candidato con i sostenitori più rabbiosi? 

Quali fan impazziti si sveglieranno alle cinque del mattino il giorno delle elezioni, incitando le persone per tutto il giorno finché l'ultimo seggio elettorale non sarà chiuso ed assicurandosi che tutti i Tom, 
i Dick e gli Harry avranno espresso il loro voto? 

Già, proprio così. 
È questo l'estremo pericolo che stiamo correndo. 
E non ingannatevi: non serviranno i convincenti spot di Hillary, o le sconfitte subite 
da Trump nei dibattiti, né gli ultraliberali che sottragono voti a Trump a fermare la sua corsa.

Ecco i cinque motivi per cui Trump vincerà:

1. La "matematica" del Midwest
Ovvero, benvenuti nella Brexit della Rust Belt. 
Credo che Trump concentrerà buona parte della sua attenzione 
sui quattro stati blu della cosiddetta "Rust Belt" 
a nord dei Grandi Laghi: 
Michigan, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin

Quattro stati tradizionalmente democratici 
che hanno eletto governatori repubblicani dal 2010 
(solo la Pessylvania, adesso, ha finalmente eletto un democratico). 

In Michigan, alle primarie di Marzo, sono stati di più i voti per i Repubblicani (1,32 milioni), rispetto a quelli riservati ai Democratici (1,19 milioni). Trump è avanti ad Hillary negli ultimi sondaggi in Pennsylvania mentre ha pareggiato in Ohio. 
Pareggiato? Come può la corsa essere così ravvicinata dopo tutto quello che Trump ha detto e fatto? 

Be' forse perché ha detto (correttamente) 
che il sostegno dei Clinton al NAFTA 
ha contribuito a distruggere gli stati industriali dell'Upper Midwest.

Trump colpirà Clinton su questo punto e sul supporto che Hillary ha accordato al TPP e ad altre politiche commerciali che hanno sontuosamente fottuto gli abitanti di questi 4 stati. 

Durante le primarie in Michigan Trump, all'ombra di una fabbrica Ford, ha minacciato l'azienda che se, avesse portato avanti il piano di chiudere la fabbrica e trasferirla in Messico, lui avrebbe applicato una tariffa del 35% su ogni vettura fabbricata in Messico e rispedita agli Stati Uniti

È stata musica per le orecchie degli operai del Michigan. 

Inoltre, quando Trump ha minacciato i vertici della Apple che li avrebbe costretti a fermare la produzione di iPhone in China, per trasferirla esclusivamente in America, be' i cuori sono andati in estasi e Donald ne è uscito trionfante, una vittoria che sarebbe dovuta andare al governatore vicino, John Kasich.

Da Green Bay a Pittsburgh, questa America, amici miei, è come il centro dell'Inghilterra: 

al verde, depresso, in difficoltà, le ciminiere che punteggiano la campagna con la carcassa di quella che chiamiamo Middle Class. 

Lavoratori arrabbiati, amareggiati, ingannati dall'effetto a cascata di Reagan ed abbandonati dai Democratici che ancora cercano di predicare bene ma, in realtà, non vedono l'ora di flirtare con un lobbista della Goldman Sachs che firmerà un gran bell'assegno prima di uscire dalla STANZA

Quello che è successo nel Regno Unito con la Brexit succederà anche qui. 

Elmer Gantry rivive nelle vesti di Boris Johnson e dice qualunque cazzata riesca ad inventarsi per convincere le masse che questa è loro occasione! 

L'occasione per opporsi a tutti loro, quelli che hanno distrutto il loro Sogno Americano! 

E ora l'Outsider, Donald Trump, è arrivato a dare una ripulita. 

Non dovete essere d'accordo con lui! 
Non deve nemmeno piacervi! 
È la vostra Molotov personale da lanciare ai bastardi 
che vi hanno fatto questo! Mandate un messaggio! 
TRUMP è il vostro messaggero!

Ed ecco che arriva la matematica. 
Nel 2012, Mitt Romney è stato sconfitto per 64 voti. 
Sommate i voti espressi da 
Michigan, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin. Fa 64. 

Tutto quello che Trump deve fare per vincere è conquistare il supporto degli stati tradizionalmente rossi dall'Idaho alla Georgia (che non voteranno mai per la Clinton), poi avrà soltanto bisogno dei quattro stati della Rust Belt. 

Non ha bisogno della Florida, non ha bisogno del Colorado o della Virginia. 
Solo Michigan, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin. 
E questo lo farà arrivare in cima. 
Ecco cosa succederà a Novembre.


2. L'ultimo baluardo del furioso uomo bianco. 
La nostra era patriarcale, durata 240 anni, sta arrivando alla fine. 
Una donna sta per prendere il sopravvento! 
Com'è successo? Sotto i nostri occhi. 
Ci sono stati segnali d'allarme, ma li abbiamo ignorati. 

Nixon, il traditore, che ci ha imposto il Titolo IX, 
legge che stabilisce pari opportunità nei programmi scolastici sportivi.

Poi hanno lasciato che le donne guidassero jet commerciali. 
Prima che ce ne rendissimo conto, Beyoncé prendeva d'assalto il campo del Super Bowl 
(il nostro gioco) con un esercito di Donne nere, col pugno alzato, 
a dichiarare che la nostra supremazia è finita. Ah, l'umanità.

Questa era una rapida sbirciatina nella mente dell'Uomo Bianco, specie in via di estinzione. 
C'è la sensazione che il potere gli sia scivolato dalle mani, 
che il suo modus agendi non sia più seguito. 

Questo mostro, la "Feminazi", quella che Trump ha definito una 
"cosa debordante sangue dagli occhi e non solo" ci ha sconfitti. 

Ed ora dopo aver sopportato per otto anni un uomo nero che ci diceva cosa fare, 
dovremmo rilassarci e prepararci ad accogliere i prossimi otto anni con una donna a farla da padrone? 

Dopodiché, per i successivi otto anni ci sarà un gay alla Casa Bianca! 

Poi toccherà ai transgender! 

Vedete che piega abbiamo preso. 
Finiremo col riconoscere i diritti umani anche agli animali 
ed un fottuto criceto guiderà il paese. Tutto questo deve finire.


3. Il problema Hillary. 
Possiamo parlare onestamente, almeno tra noi? 
E prima di farlo, lasciate che lo dica, mi piace davvero Hillary 
e credo che le sia stata attribuita una cattiva reputazione che non merita. 

Ma dopo il voto per la guerra in Iraq, 
ho promesso che non avrei mai votato per lei un'alra volta. 

Fino ad oggi, non sono venuto meno alla promessa. 
Ma, per impedire ad un protofascista 
di diventare il nostro "comandante supremo" infrangerò la promessa. 

Putroppo, credo che la Clinton troverà il modo di coinvolgerci in una qualche azione militare. 
È un falco, alla destra di Obama. 
Ma il dito da psicopatico di Trump è pronto a premere Il Bottone. Questo è quanto.

Accettiamo la realtà dei fatti: 
il nostro problema principale non è Trump, è Hillary. 

È incredibilmente impopolare: 
quasi il 70% degli elettori pensa che sia disonesta e inaffidabile

Rappresentante della vecchia politica, 
che non crede a niente se non alle cose utili a farsi eleggere

Ecco perché il momento prima si oppone al matrimonio gay e quello dopo ne celebra uno

Tra i suoi principali detrattori ci sono le giovani donne: 
questo deve far male considerando i sacrifici e le battaglie che Hillary, e altre donne della sua generazione, hanno sopportato per far sì che le esponenti di questa nuova generazione non fossero più costrette a sentire le Barbara Bush del mondo dire loro di chiudere il becco e andare a sfornare biscotti. 

Ma i ragazzi non la amano, e non passa giorno senza che un millennial non mi dica che non voterà per lei. 

Nessun democratico, e di certo nessun indipendente, si sveglierà l'8 Novembre e vorrà precipitarsi a votare per Hillary, come invece hanno fatto il giorno dell'elelezione di Obama o quando Bernie ha corso per le primarie. 

Non c'è entusiasmo. Dal momento che questa elezione si riduce ad una cosa sola 
(chi tira più persone fuori di casa e le conduce ai seggi), Trump adesso è in testa.


4. "Il voto depresso" degli elettori di Sanders. 
Smettetela di preoccuparvi che i sostenitori di Bernie non voteranno per la Clinton. Voteremo per lei. 
I sondaggi già mostrano che ci saranno più elettori di Sanders pronti a votare Clinton quest'anno, rispetto al numero degli elettori di Hillary alle primarie del 2008, che allora votarono per Obama. 

Non è questo il problema. 
L'allarme dovrebbe scattare perché quando il sostenitore medio di Bernie si recherà alle urne quel giorno per votare, seppur con riluttanza, per Hillary, esprimerà il cosiddetto "voto depresso": significa che l'elettore non porta con sé a votare altre 5 persone

Non svolge attività di volontariato nel mese precedente alle elezioni. 
Non parla in toni entusiastici quando gli/le chiedono perché voterà per Hillary. 

Un elettore depresso. 
Perché, quando sei giovane, la tua tollerenza 
verso gli ipocriti e le stronzate è pari a zero. 

Ritornando all'era Clinton/Bush, 
per loro è come dover improvvisamente pagare per la musica, 
o usare MySpace o portarsi in giro uno di quei cellulari giganteschi.

Non voteranno per Trump, 
qualcuno voterà il terzo partito, molti se ne staranno a casa. 

Hillary Clinton dovrà fare qualcosa per fornire loro una valida ragione per sostenerela: e scegliere un ragazzo bianco, moderato, insipido e centrista come candidato alla vicepresidenza non è proprio la mossa vincente per dire ai millennial che il loro voto è importante. 

Avere due donne come candidate, quella sarebbe stata un'idea entusiasmante. 
Ma Hillary ha avuto paura e ha deciso di andare sul sicuro. 
E questo è solo uno degli esempi del modo in cui si sta alienando il favore dei più giovani.

5. L'effetto Jesse Ventura. 
Per non ignorare la capacità dell'elettorato di essere malizioso e non sottovalutare il fatto che milioni di elettori si considerano "ribelli segreti" una volta chiusa la tenda e rimasti soli nella cabina elettorale. 

È uno dei pochi luoghi della società dove non ci sono telecamere di sicurezza, nessun registratore, non ci sono coniugi, bambini, capi, poliziotti, non c'è neanche un limite di tempo. 

Puoi prenderti tutto il tempo che vuoi lì dentro e nessuno può farti nulla. Puoi premere il bottone e votare una linea di partito, oppure scrivere Mickey Mouse e Donald Duck. 

Non ci sono regole. E per questo, e per la rabbia che molti sentono verso un sistema politico corrotto, milioni di persone voteranno per Trump: non perché siano d'accordo con lui, non perché ne adorino il fanatismo e l'ego, ma solo perché possono farlo.

Solo perché manderebbe tutto all'aria e farebbe arrabbiare mamma e papà. Un po' come quando osservi le cascate del Niagara e ti chiedi, per un attimo, come sarebbe oltrepassare quel limite. 

A tantissime persone piacerebbe interpretare il ruolo del burattinaio e "gettarsi nel vuoto" per Trump, solo per vedere cosa potrebbe succedere. 

Ricordate quando, negli anni '90, gli abitanti del Minnesota hanno eletto come governatore un wrestler professionista
Non l'hanno fatto perché sono stupidi, né perché pensavano che Jesse Ventura fosse un grande statista o un fine intellettuale politico. Lo hanno fatto solo perché potevano.
Il Minnesota è uno degli stati più intelligenti del paese
È anche pieno di persone con un senso dell'umorismo un po' tetro: 
votare per Ventura era il loro scherzo ad un sistema politico malato. 
La stessa cosa succederà con Trump.

Mentre tornavo in ALBERGO, dopo aver partecipato allo speciale di Bill Maher sulla Convention repubblicana andata in onda sulla HBO, sono stato fermato da un uomo. 
"Mike", ha detto. "Dobbiamo votare per Trump. 
Dobbiamo stravolgere un po' le cose". 
Ed è finita lì. Per lui quella motivazione era sufficiente. 
"Stravolgere le cose". Il Presidente Trump lo farebbe sul serio. 
E ad una buona fetta dell'elettorato piacerebbe tanto sedere in tribuna e godersi il reality show.

(La settimana prossima posterò i miei pensieri sul "Tallone d'Achille" di Trump e su come ritengo possa essere sconfitto).

Il vostro
Michael Moore.

Questo post è apparso per la prima volta su Huffington Post Usa ed è stato tradotto dall'inglese da Milena Sanfilippo

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