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domenica 20 luglio 2014

Thomas Edison. Il medico del futuro non prescriverà medicine, ma educherà il paziente alla cura della sua struttura fisica, alla corretta alimentazione e alle cause e alla prevenzione delle malattie.



Thomas Alva Edison fu un imprenditore e inventore statunitense.
È famoso per l’invenzione della lampadina (invenzione non sua in realtà) e del fonografo.
Edison non inventò la lampadina, ma contribuì a migliorarla. Anzi, molti non sanno che la prima versione di lampadina prodotta da Edison durò 40 ore, mentre l’italiano Alessandro Cruto ne realizzò una versione che durò 500 ore. Edison fece migliaia di tentativi per migliorare la lampadina (si dice circa 2.000). Si narra che usò persino un pelo di barba. Durante una conferenza stampa un giornalista gli chiese:
“Dica, Mr. Edison, come si è sentito a fallire duemila volte nel fare una lampadina?”. Ebbene, la risposta di Edison fu:
“Io non ho fallito duemila volte nel fare una lampadina; semplicemente ho trovato millenovecento-novantanove modi su come non va fatta una lampadina. “
Thomas Alva Edison
http://www.impresapratica.com/crescita-personale/gli-insuccessi-non-esistono/

Il medico del futuro non prescriverà medicine, ma educherà il paziente alla cura della sua struttura fisica, alla corretta alimentazione e alle cause e alla prevenzione delle malattie.
Thomas Edison


L’esperienza è chiamata la somma di tutti i nostri errori.
Thomas Alva Edison


Chi non sbaglia mai, perde un sacco di buone occasioni per imparare qualcosa.
Thomas Alva Edison


Ho provato, ho fallito. Non importa, riproverò. Fallirò meglio.
Samuel Beckett, “Peggio tutta”


Sto lavorando duro per preparare il mio prossimo errore.
Brecht




Ma cos'è un errore? È questo il punto
Che senso ha usare le parole fallito /fallire? Se un errore lo è, lo sai solo dopo
Quando tutto va non ci accorgiamo del tempo che passa... errore è forse rendere vero il tempo. Riempire della possibilità di storicizzare la vita, perché il futuro abbia in senso "anche" quando non sbagliamo. E poi... chiedersi... errore per chi? Per noi? Per gli altri? Secondo il buon senso? L'etica? O rispetto a un obiettivo? Ma poi era proprio un obiettivo giusto? E se l'errore fosse stato l'obiettivo. Ecco: io credo che ci siano parole che non servono. Ci fanno inciampare il pensiero. L'idea, il desiderio di realizzarla, non sono mai errati. Ci sono solo desideri più o meno intelligenti. L'abisso che abbiamo il terrore di non poter gestire con un buon senso di colpa, e che non ci guarderà, perché non è vero che ricambia gli sguardi, è la noia del far bene. Del riuscire. Della cristallizzazione di chi non deve correggerli mai. Statue di sale, gli esseri umani che non hanno mai chiesto scusa. A sé. O agli altri. O ad altro da sé.


martedì 7 maggio 2013

Jared Diamond. L’EVOLUZIONE DELLA RAZZA UMANA È UN PROCESSO COLLETTIVO: LE SOCIETÀ SI EVOLVONO PERCHÉ L’INTELLIGENZA NON È SOLO INDIVIDUALE. Allora dobbiamo TENERE CONTO CHE VI SIA ANCHE LA POSSIBILITÀ DI REGREDIRE, OLTRE CHE DI PROGREDIRE. La storia moderna e quella antica sono piene di ESEMPI CLAMOROSI DI REGRESSIONE, come la caduta dell’Unione Sovietica, dell’Impero Romano d’Occidente, della civiltà Maya, o dell’Impero Khmer

Jared Diamond, "Armi acciaio e malattie".
La storia dell'umanità è costellata di sviluppi, crescita ma anche disparità (risorse, tecnologia, condizioni ambientali). Quanto queste differenze sono state indotte dalle popolazioni e quanto dalla geografia o dal momento storico che privilegiava una civiltà rispetto ad un'altra?

Questo è il principale dubbio su cui è incentrato il libro di Jared Diamond "Armi acciaio e malattie": partendo dalle origini dell'uomo cacciatore/raccoglitore, il saggio esamina sia il ritardo storico di alcune civiltà (l'America fu l'ultimo continente ad essere colonizzato), sia la biosfera delle regioni che hanno "spinto" verso la nascita spontanea dell'agricoltura.

L'agricoltura e l'allevamento segnarono un vantaggio competitivo per i primi popoli che seppero farne uso (producendo eccedenze alimentari utili per superare le fasi di carestia, stabilire uno stile di vita sedentario e consentendo la nascita di nuovi ceti sociali, come gli artigiani, gli amministratori, i soldati).

Allo stesso tempo, la maggiore densità demografica e la vita a stretto contatto con gli animali determinarono una maggiore incidenza alle malattie e, ad ogni epidemia, una popolazione più resistente a quel ceppo. [...]





L'11 luglio 1405 l'ammiraglio e diplomatico ‪Zheng He‬ salpa da Nanjing alla testa di un'imponente flotta di 317 navi e 27.870 uomini.
Scopo della spedizione è di rafforzare gli interessi commerciali cinesi nel sud-est asiatico e nell'Oceano Indiano, su incarico dell'imperatore cinese ‪Yongle‬, primo della dinastia ‪Ming‬. Zheng He effettuerà nel corso dei successivi anni sette viaggi, durante i quali raggiungerà la Penisola Araba e le coste dell'Africa meridionale.
Le ‪baochuan‬, le grandi navi tesoro cinesi, potevano raggiungere una lunghezza di circa 120 metri, e appaiono oggi impressionanti se confrontate alle navi con le quali, alla fine del XV secolo, gli esploratori Cristoforo Colombo e Vasco da Gama compivano i loro viaggi.


Un bellissimo e illuminante libro che mi sento di consigliare "Armi acciaio e malattie" di Jared Diamond "I destini dei popoli sono stati diversi a causa delle differenze ambientali e non biologiche" scrive Jared, questo è un libro che cancella in un secondo tutte le insulse e ignoranti dietrologie razziste e spiega chi siamo stati, cosa siamo diventati e dove possiamo andare. Il colore della pelle diverso per esempio è dovuto solo a ragioni climatiche, da eminenti studi è emerso che il quoziente intellettivo degli umani con pelle nera è superiore a quello della cosidetta razza "superiore", gli umani con pelle bianca, allego breve recensione...
"Perché alcuni popoli sono più ricchi di altri? Perché gli europei hanno conquistato buona parte del mondo? La tentazione di rispondere tirando in ballo gli uomini e le loro presunte attitudini è forte. Ma la spiegazione razzista non va respinta solo perché è odiosa, dice Diamond: soprattutto perché è sbagliata e non regge a un esame scientifico. Le diversità culturali non sono innate, ma affondano le loro radici in diversità geografiche, ecologiche e territoriali sostanzialmente legate al caso. Armato di questa idea, Diamond si lancia in un appassionante giro del mondo, alla ricerca di casi esemplari con i quali illustrare e mettere alla prova le sue teorie. Attingendo alla linguistica, all'archeologia, alla genetica e a mille altre fonti di conoscenza, riesce a condurre questo 'tour de force' storico-culturale con sorprendente maestria e rara abilità di divulgatore."




Jared Diamond in Armi, acciaio e malattie descrive l'interruzione di questi viaggi e la conseguente politica isolazionistica cinese come accidente storico che sancì la fine del primato tecnologico mondiale della Cina, passando il testimone all'Europa.



"Armi, acciaio e malattie. Breve storia degli ultimi tredicimila anni (titolo originale Guns, Germs and Steel: The Fates of Human Societies) è un saggio di Jared Diamond. Edito nel 1997, è stato tradotto in italiano da Luigi Civalleri per conto di Einaudi.

Il libro è incentrato sulla ricerca di una risposta alla domanda che Yali, un abitante della Nuova Guinea, fece all'autore nel luglio del 1972: "Come mai voi bianchi avete tutto questo cargo e lo portate qui in Nuova Guinea, mentre noi neri ne abbiamo così poco?", dove per Cargo si intendono tutti quei beni tecnologici di cui i guineani erano privi prima dell'arrivo dei coloni. In pratica l'autore cerca di rispondere alle seguenti domande: perché sono stati gli europei e gli americani del nord a sviluppare una civiltà tecnologicamente avanzata e non, ad esempio, i cinesi o i sumeri? Perché gli europei sono partiti alla conquista degli altri popoli (ottenendo evidenti successi, spesso con tragiche conseguenze per i "conquistati"), e non è avvenuto il contrario? Come mai i fieri guerrieri nativi americani sono stati spodestati dall'invasione di un popolo di agricoltori? [...]

Diamond sostiene che il successo delle civiltà europee, che hanno conquistato terre come l'America, l'Africa e l'Oceania, non è dovuto ad una loro presunta superiorità intellettuale. Gli europei non sono più intelligenti degli altri popoli, ma semplicemente hanno avuto la fortuna di vivere in un continente, l'Eurasia, le cui condizioni ambientali hanno favorito lo sviluppo e la diffusione degli elementi che hanno contribuito in maniera determinante alla loro supremazia sugli altri popoli: le armi (e più in generale la tecnologia) e le malattie.

Diamond spiega come lo sviluppo dell'agricoltura e la domesticazione degli animali sia stato un pre-requisito per giungere alle civiltà di armi e malattie. Tale sviluppo è stato più veloce in Eurasia per molti motivi:

in Eurasia, molto più che negli altri continenti, vivevano più animali selvatici che per le loro caratteristiche erano "facilmente" domesticabili.
in Eurasia, molto più che negli altri continenti, esistevano specie vegetali facilmente domesticabili, cioè da cui si potevano ottenere facilmente delle specie adatte ad essere coltivate e che apportassero un significativo contributo nutritivo.
in Eurasia, molto più che negli altri continenti, le caratteristiche geografiche del continente hanno favorito il diffondersi delle innovazioni tecnologiche. In altri continenti questa diffusione è stata rallentata dalla presenza di barriere geografiche (deserti, catene montuose).
L'Eurasia, inoltre, è l'unico continente che si sviluppa principalmente da est a ovest e non da nord a sud come Africa e Americhe. Pertanto specie animali e vegetali potevano essere spostate più facilmente lungo questo continente. In Africa e nelle Americhe le specie animali e vegetali addomesticate in una regione potevano non incontrare, ad altre latitudini, le condizioni ambientali e climatologiche che ne consentissero la sopravvivenza.

Armi acciaio e malattie sostiene che la supremazia dei popoli Euroasiatici è legata al sorgere delle città. Queste città sono caratterizzate da elevate densità abitative e da complesse strutture sociali che hanno consentito il sorgere di:

classi politiche, in grado di mobilitare i popoli e organizzare eserciti impegnati in guerre di conquista.
artigiani, che hanno fornito armi tecnologicamente avanzate (spade, armature, armi da fuoco).

malattie estremamente contagiose, nei confronti delle quali gli abitanti dell'Eurasia hanno sviluppato una parziale immunità. Queste malattie hanno decimato le popolazioni conquistate delle Americhe molto più di quanto lo abbiano fatto le armi dei conquistadores.

Il sorgere delle città è legato allo sviluppo dell'agricoltura. Questa ha reso possibile la produzione e lo stoccaggio di elevate quantità di cibo, di fatto consentendo ai cittadini di dedicarsi a tempo pieno ad attività quali artigianato, innovazione tecnologica, realizzazione di strutture politiche e militari, e liberarli dall'onere di procurarsi il cibo. Tale onere poteva ricadere sulle spalle degli agricoltori. Diamond spiega come i popoli che sono rimasti cacciatori-raccoglitori non sono stati in grado di produrre surplus di cibo tali da sostenere classi "non produttive" di artigiani, politici, militari.

Essenziale alla transizione da cacciatori-raccoglitori a società agrarie di abitatori di città fu la presenza di grandi animali domesticabili, allevati per carne, lavoro (per es. trainare l'aratro), comunicazione e trasporto di uomini e merci e viveri sulla lunga distanza (per es. per trainare carri). Alcuni di questi, sono stati anche usati come efficaci armi da guerra. A tal proposito si pensi all'importanza della cavalleria fino alla prima guerra mondiale.

Diamond identifica appena quattordici specie adattabili in tutto il mondo. Le cinque più importanti (vacca, cavallo, pecora, capra e maiale) sono tutte native dell'Eurasia. Delle rimanenti nove, solo una (il lama del Sudamerica) proviene da una zona al di fuori delle più importanti che abbiamo visto. La presenza di così poche specie di animali domesticabili al di fuori dell'Eurasia è legata all'estensione geografica dei continenti, alle loro caratteristiche ambientali, ma anche all'impatto delle migrazioni di uomini primitivi. In Eurasia l'uomo primitivo è giunto quando le sue capacità di cacciatore non erano pienamente sviluppate, pertanto le prede hanno subito un processo evolutivo che le ha preservate fino al nascere dell'agricoltura e della pastorizia. In altri continenti, principalmente le Americhe, l'uomo è giunto dopo aver sviluppato le sue capacità di cacciatore ed ha incontrato animali non preparati a sopravvivere in presenza di un predatore tanto abile. Pertanto alcune specie animali si sono estinte molto prima che l'uomo iniziasse a domesticare piante e animali.

Gli animali domesticabili più piccoli, quali cani, gatti, polli e porcellini d'India possono essere valutabili in molti modi in una società agricola, ma non saranno adeguati di per sé per sostenere una società agraria in grande scala.

Geografia
Diamond spiega anche come la geografia abbia dato forma alla migrazione umana, non semplicemente rendendo difficile viaggiare (particolarmente in senso longitudinale), ma attraverso il meccanismo per cui il clima condiziona i luoghi in cui gli animali domesticabili possono facilmente viaggiare e quelli in cui i raccolti possono crescere in modo ideale. Semplificando, la geografia determina la storia.

Si ritiene che i moderni esseri umani si siano sviluppati nella regione meridionale dell'Africa, in un periodo oppure in un altro. Il Sahara ha impedito che si migrasse a nord verso la Mezzaluna Fertile, fino a che più tardi la valle del Nilo divenne più ospitale. Si ritiene che alcuni popoli, come gli aborigeni dell'Australia, siano migrati precocemente dall'Africa, salpando con barche.[1]

Diamond continua a spiegare la storia dello sviluppo umano fino all'era moderna, attraverso il rapido sviluppo della tecnologia, e le sue tremende conseguenze sulle culture dei cacciatori-raccoglitori sparsi nel mondo.

Ci sono stati però alcuni casi, e qui Diamond fa l'esempio della Cina, in cui però la geografia non ha determinato la storia, seppure ne è stata in parte responsabile. Nel caso appunto della Cina, che aveva tutte le premesse per assumere quel ruolo che è stato poi preso dalla razza bianca, alcune decisioni politiche e strategiche ne hanno determinato nei secoli scorsi l'isolamento piuttosto che l'espansione, a riprova che anche le scelte politiche e culturali, e non solo la geografia, possono influenzare il destino di un popolo e in definitiva del mondo. Diamond sostiene che in questo caso la geografia della Cina ha comunque contribuito a permettere che il paese non tornasse rapidamente ad una politica espansionistica. La Cina, a causa della assenza di barriere geografiche interne, era diventata un unico grande stato già nel 221 a.C. Inoltre non aveva dei vicini agguerriti. Una scelta strategica errata poteva rimanere tale per secoli senza che sorgessero ragioni per revocarla. Diversa era la situazione dell'Europa, la cui geografia ha favorito il sorgere di molti stati nazionali in feroce competizione. Una scelta sbagliata di uno di questi stati lo poneva in breve tempo in svantaggio competitivo con i vicini imponendogli di cambiare strategia, oppure determinandone la sopraffazione da parte degli stati confinanti.

Malattie
Durante la conquista delle Americhe, il 90% delle popolazioni indigene sono state uccise dalle malattie introdotte dagli europei.

Come mai allora le malattie originarie del continente americano non hanno sterminato gli europei? Diamond spiega che i germi che hanno sterminato le popolazioni americane si sono potuti sviluppare grazie a due condizioni:

lo stretto contatto degli uomini con gli animali domesticabili, possibile in Eurasia e non nelle Americhe che non avevano specie animali domesticabili. Molte malattie sono dovute a mutazioni genetiche di germi che infettavano gli animali domestici. Nel corso dei secoli le popolazioni euroasiatiche hanno sviluppato una parziale immunità, ma non così quelle Americane.
l'alta densità abitativa delle città euroasiatiche e la loro rete di collegamento con altre città, che costituiscono il pre-requisito per la diffusione di epidemie. In società piccole o isolate i germi responsabili di epidemie letali in breve tempo infettano tutta la popolazione. Di conseguenza una parte della popolazione muore, mentre un'altra parte diventa immune. In queste condizioni il germe responsabile della malattia non può sopravvivere. In Eurasia la fitta rete di collegamenti consentiva ai germi di sopravvivere per lunghi periodi prima di ritornare nelle città infettate. Questi patogeni potevano propagarsi di città in città e ritornare ad infettare la città di partenza quando, dopo molti anni dalla precedente epidemia, la popolazione originaria era stata sostituita dalle nuove generazioni. Queste, non essendo state infettate, non avevano sviluppato la totale immunità nei confronti della malattia.


Riflessioni socio-politiche
Nel capitolo "Dall'uguaglianza alla cleptocrazia", l'autore, premessa una disamina delle tipologie di comunità (dalla più semplice, per graduale evoluzione, fino alla più complessa) che hanno segnato lo sviluppo delle collettività umane dalla preistoria ad oggi, pone in rilievo le quattro strategie che - da sempre - permettono ad un'élite di conservare/aumentare il consenso popolare, senza che l'élite stessa debba sacrificare il proprio stile di vita.

Assicurarsi il monopolio della violenza.
Ridistribuire la ricchezza, rastrellata con i tributi, in modo da rendere felici gli individui soggetti al potere dell'élite.
Usare il monopolio della violenza in modo da mantenere l'ordine pubblico, per gratificare, tra l'altro, i "buoni cittadini" che rispettano la legge.
Fabbricare un'ideologia o una religione adatta a motivare moralmente le persone ad agire secondo gli interessi dell'élite (riguardo a quest'ultima osservazione è inevitabile pensare al concetto marxiano di sovrastruttura).
L'autore sostiene che le comunità meno numerose sono sostanzialmente egalitarie. Spesso c'è un "Big Man", ma la sua leadership è dovuta unicamente al suo carisma e alle sue capacità di convincere i membri della comunità ad avallare le sue decisioni. Il suo ruolo non è sancito formalmente, né è ereditario. Inoltre il Big Man si procura da sé il proprio cibo come ogni altro membro della comunità. Nelle piccole comunità una "struttura politica" così semplice può funzionare, ma non nelle grandi comunità. Per esempio quando c'è un contrasto tra due membri della comunità molto spesso amici o parenti comuni intervengono a sedarlo ed evitare una escalation di violenza. Nelle grandi comunità è difficile che i due contendenti abbiano amici o parenti in comune. Per questo motivo grandi comunità che non si siano dotate di strutture formali di controllo dell'ordine pubblico (polizia, tribunali, leggi condivise) sono implose. Quello che si osserva è che quando una comunità cresce anche le sue strutture politico-sociali diventano più complesse. In sostanza nasce una classe politica che assume il ruolo di guida, ma non si procaccia direttamente il cibo per il proprio sostentamento. Questa classe politica trae il suo sostentamento dalla ricchezza prelevata dal resto della comunità attraverso tasse e contributi (per es. parte del raccolto). Siamo in presenza di una cleptocrazia, che tuttavia riesce a "mantenersi" perché riesce a soggiogare le classi inferiori o ottenere l'approvazione al proprio operato. A tale scopo l'autore evidenzia alcune delle strategie usate dalla classe politica:

l'utilizzo della violenza per imporsi, per es. sedando le rivolte.
l'utilizzo della forza per garantire l'ordine pubblico, salvaguardando i "cittadini onesti".
l'utilizzo di parte delle ricchezze prelevate per realizzare grandi opere pubbliche di cui beneficia tutta la comunità (per es. acquedotti, strade ecc).
la ridistribuzione di parte delle ricchezze prelevate, per es. durante i periodi di carestia o ai ceti più deboli.

http://it.wikipedia.org/wiki/Armi,_acciaio_e_malattie






Ho sempre consigliato la lettura di questo testo di Diamond non meno di "Olocausto americano", e più ancora trovo eccezionale "Sterminate quelle bestie" di Sven Lindquist. Basterebbero questi 3 testi veramente letti e recepiti e forse qualcosa potrebbe cambiare nella testa delle persone, capire chi siamo veramente "noi". E incrociarli magari con senso critico a testi di zoologia umana ed antopologia, fare confronti, convergenze, penso ad un bel testo che mi hanno prestato pochi mesi fà "Fare umanità", tanto da riflettere e tanto da capire, umiltà......



* Jared Diamond è un celebre biologo e fisiologo statunitense. Con Armi, acciaio e malattie ha vinto il Premio Pulitzer  nel 1997. Collasso è del 2005. Il suo ultimo libro è The world until yesterday (2013), ancora inedito in Italia. Ha scritto questo editoriale per noi di Ae

Sì, la sostenibilità è ancora possibile. Una grande esclusiva di Altreconomia: Jared Diamond, il celebre biologo e fisiologo statunitense che con ARMI, ACCIAIO E MALATTIE ha vinto il Premio Pulitzer nel 1997, firma l'editoriale del numero di maggio. "Oggi mi dichiaro ancora cautamente ottimista -scrive-. Lo faccio perché SAPPIAMO CHE IL GENERE UMANO SI CREA I PROBLEMI DA SOLO: DOBBIAMO ALLORA SPERARE CHE SIA ANCHE IN GRADO DI RISOLVERLI".
Diamond è famoso anche per il volume COLLASSO, del 2005. Il suo ultimo libro è THE WORLD UNTIL YESTERDAY (2013), ancora inedito in Italia.
“L’EVOLUZIONE DELLA RAZZA UMANA È UN PROCESSO COLLETTIVO: LE SOCIETÀ SI EVOLVONO PERCHÉ L’INTELLIGENZA NON È SOLO INDIVIDUALE. Allora dobbiamo TENERE CONTO CHE VI SIA ANCHE LA POSSIBILITÀ DI REGREDIRE, OLTRE CHE DI PROGREDIRE. La storia moderna e quella antica sono piene di ESEMPI CLAMOROSI DI REGRESSIONE, come la caduta dell’Unione Sovietica, dell’Impero Romano d’Occidente, della civiltà Maya, o dell’Impero Khmer. DI CHE COSA È FRUTTO DUNQUE LA CATTIVA GESTIONE DELLE RISORSE, TIPICHE DEL GENERE UMANO (in passato come oggi)? Io credo ci siano una miriade di motivi per cui LE PERSONE E LE SOCIETÀ A VOLTE FANNO SCELTE SBAGLIATE: LA MANCANZA DI CONOSCENZA, LA MANCANZA DI ESPERIENZA DI SITUAZIONI SIMILI; INTERESSI CHE COLLIDONO, E L’EGOISMO. Ma se guardiamo al tema della LIMITATEZZA DELLE RISORSE, io credo non abbiamo alternative. RISORSE ESSENZIALI PER L’UOMO COME L’ACQUA, IL CIBO, LA TERRA, GLI ALBERI, I PESCI, SONO LIMITATE, CHE CI PIACCIA O NO. O CI ADATTIAMO ALLA LIMITATEZZA DELLE RISORSE IN MODI PIACEVOLI A NOSTRA SCELTA, OPPURE LA LIMITATEZZA DELLE RISORSE SI IMPORRÀ SU DI NOI IN MODI SGRADEVOLI NON DI NOSTRA SCELTA (COME MALATTIE, FAME, GUERRA). Nell’ultimo capitolo del mio libro “COLLASSO” indico UNA DOZZINA DI GRANDI PROBLEMI CHE LE SOCIETÀ UMANE OGGI DEVONO RISOLVERE. Se veniamo a capo di tutti i nostri problemi, tranne quello dell’acqua, o tranne quello del cambiamento climatico, o tutti i nostri guai, tranne il problema delle sostanze chimiche tossiche; ecco, UNO QUALSIASI DI QUESTI SINGOLI PROBLEMI IRRISOLTI SAREBBE SUFFICIENTE A DISTRUGGERE TUTTI NOI.  CERCARE DI IDENTIFICARE SOLO ALCUNI PROBLEMI “PIÙ IMPORTANTI” È UNA RICETTA DISASTROSA. UN PO’ COME IN UN MATRIMONIO. Se si sente qualcuno chiedere “Qual è il singolo requisito più importante per un matrimonio felice?” si può star certi che è sull’orlo del divorzio. Nel mio ultimo libro, ancora inedito in Italia, guardo alle SOCIETÀ TRIBALI DI OGGI, E A QUELLE PRE-MODERNE E “TRADIZIONALI”. Le società tradizionali sono piccole (da poche decine a poche centinaia o poche migliaia di persone), relativamente EGUALITARIE, E CON RAPPORTI SOCIALI CHE DURANO TUTTA LA VITA. Le società tradizionali sono molto più diversificate rispetto alle società con un governo centralizzato: LE DIFFERENZE TRA DUE QUALSIASI TRA LE SOCIETÀ DELLA NUOVA GUINEA SONO MAGGIORI DELLE DIFFERENZE TRA ITALIA E STATI UNITI. Quindi UNO DEI MOTIVI PER STUDIARE SOCIETÀ TRADIZIONALI È QUELLO DI COMPRENDERE LA DIVERSITÀ DEL COMPORTAMENTO UMANO. VALE LA PENA DI CONOSCERE LE SOCIETÀ TRADIZIONALI, PER IMPARARE DA LORO: MOLTE COSE CHE FANNO SONO AMMIREVOLI, E VALE LA PENA DI CONSIDERARNE L’ADOZIONE PER NOI STESSI. AD ESEMPIO IN TEMA DI BENESSERE, DI EDUCAZIONE DEI FIGLI, DI CURA DEGLI ANZIANI.
Il Worldwatch Institute, nel suo ultimo rapporto, si chiede “LA SOSTENIBILITÀ È ANCORA POSSIBILE?”. Io credo che lo sia. SAPPIAMO PERFETTAMENTE COME GESTIRE L’ACQUA, LE FORESTE, LA PESCA, E LE ALTRE RISORSE IN MODO SOSTENIBILE; lo facciamo già, in alcuni casi, e non lo facciamo in altri casi. È UNA NOSTRA SCELTA DECIDERE SE ESSERE SOSTENIBILI. Non è appropriato parlare di transizione, resilienza, o qualcosa di diverso da sostenibilità, perché nel lungo periodo (e anche all’interno del breve periodo di pochi decenni), la non-sostenibilità è impossibile. NON ABBIAMO ALTRA SCELTA, SE NON ESSERE SOSTENIBILI. Oltre 20 anni fa, nel 1991, nel mio libro “IL TERZO SCIMPANZÈ”, mi preoccupavo dell’“IMMINENTE DECLINO DEL GENERE UMANO”, pensando alla sua CAPACITÀ SISTEMATICA DI AUTODISTRUZIONE CHE PERDURA DA 50MILA ANNI. Scrivevo anche che “ci sono molte ragioni per essere pessimisti”. Tuttavia già allora intravedevo una speranza e mi dichiaravo “cautamente ottimista”. Oggi mi dichiaro ancora “cautamente ottimista”. Lo faccio perché SAPPIAMO CHE IL GENERE UMANO SI CREA I PROBLEMI DA SOLO: DOBBIAMO ALLORA SPERARE CHE SIA ANCHE IN GRADO DI RISOLVERLI.
di Jared Diamond * - 29 aprile 2013


sara battistini:  
il libro Armi, acciaio e malattie è sul mio comodino! E' molto bello, direi: indispensabile, bravi, bel colpo l'editoriale!

http://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_detail.php?intId=4081



Kenya, trovata moneta cinese di 600 anni fa
Un cash cinese risalente a sei secoli fa è stato scoperto sull’isola di Manda, in Kenya, durante una campagna di scavo condotta da archeologi keniani e statunitensi. La moneta è stata coniata tra il 1402 e il 1424 da Yongle, imperatore della dinastia Ming; infatti presenta la legenda Yong Le Tong Bao.
Durante il suo regno Yongle promosse attivamente sette spedizioni a carattere diplomatico, scientifico e commerciale nell’oceano Indiano, che vennero affidate all’ammiraglio musulmano Zheng He, che oggi viene ricordato come il Cristoforo Colombo cinese.
La prima spedizione partì nel 1403 ed era composta da ben 317 navi e 28.000 soldati. La motivazione ufficiale della spedizione era la ricerca dell’imperatore Jianwen (1377-1402) scomparso misteriosamente con la guerra civile che vide salire al trono Yongle, mentre secondo il professore d’ingegneria marittima Xin Yuan’ou dell’Università di Shanghai Jiaotong, l’impero cinese avrebbe mandato Zheng He in cerca di alleati contro la minaccia portata da Tamerlano, il quale aveva già conquistato gran parte dell’Asia. Le tappe di questo primo viaggio furono le coste orientali dell’Africa, il Mar Rosso, il Giappone e la Corea.
Nel 1405 Zheng He comandò un’altra spedizione nei mari dell’Indocina, dell’Indonesia e dell’India meridionale, per poi arrivare fino alle coste arabiche meridionali e dell’Africa orientale tra l’attuale Somalia e il Kenya.
Tra il 1405 e il 1433 l’ammiraglio condusse altri cinque viaggi. L’ultimo avvenne tra il 1431 e il 1433; Zheng He, a capo di 300 navi e 27.500 uomini, visitò i porti di Champa (oggi in Vietnam) e Giava, oltre a Palembang, Malacca, Ceylon e Calcutta. Tra i successi diplomatici di quest’ultima spedizione si ricorda la dissuasione del re del Siam a minacciare il Regno di Malacca. Poi da Calcutta una parte della flotta continuò il viaggio verso ovest, costeggiando il corno d’Africa sino a Malindi e commerciando sul Mar Rosso, e probabilmente molti marinai visitarono la Mecca. Zheng He, invece, da Calcutta riprese la via di casa ma morì nel viaggio di ritorno; fu seppellito in mare.
Dopo la morte dell’imperatore Yongle, avvenuta nel 1424, la Cina pose fine alle spedizioni, lasciando campo libero agli europei.

Anche se le grandi spedizioni di Zheng He sono un fatto storico, ancora oggi si discute sui limiti raggiunti dalle esplorazioni cinesi, tanto che alcuni storici si sono spinti ad ipotizzare che l’ammiraglio fosse arrivato fino alle Americhe (la cosiddetta “ipotesi del 1421″). Nell’ambito di queste controversie, alcuni studiosi sono certi che tra la Cina e l’Africa orientale vi fossero dei contatti già prima del XV secolo. Ma altri, come il professor Chen Hsin-hsiung dell’Università Nazionale Cheng Kung di Tainan (Taiwan), sostengono che le fonti non attestano che la flotta di Zheng He abbia raggiunto l’Africa.

Ma la scoperta di questa moneta in terra keniota potrebbe essere la conferma definitiva dei contatti tra le due aree. Chap Kusimba, conservatore di Antropologia africana al Field Museum, ha dichiarato: “È magnifico avere una moneta che potrebbe definitivamente provare che He arrivò in Kenya”.





http://numistoria.altervista.org/blog/?p=9688




mercoledì 18 aprile 2012

Pandora. Speranza. Così pensavano i Greci, la Speranza era la jattura massima, e il Timeo attesta che era annoverata fra i vizi capitali

La speranza è un sogno fatto da svegli
Aristotele, in Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, III sec.


La trasformazione inizia nel punto dove non c'è speranza
James Hillman, Il suicidio e l'anima




di citazioni si muore [...] e sinceramente ammiro la tua cornucopia di fonti illustri.
Io parlo da un angolo molto più modesto, chiamalo personale, da cui ho visto e vedo l'effetto della speranza quando rispunta dopo che tutto e' venuto a mancare. Sara', come dici tu, uno specchietto per allodole, e siamo tutti un po' allodole, ma per me la speranza e' il motore di ricerca dell'animo umano, quella che lo fa vivere nonostante tutto. I sapienti si esprimono anche loro in base alla loro esperienza, mettendolo giù in modo molto più aulico. Eppure, sono certa che anche chi dichiarò di non crederci, sotto sotto sperava anche lui che almeno qualcuno gli credesse. Nel mio lavoro, ricollegare un cliente con la speranza era sempre un momento magico, per lui/lei e per me, come se si rinnovasse la vita.


LOWITH, LA SPERANZA NON HA DIGNITA' FILOSOFICA
Il mito di Pandora indica, come racconta Esiodo, che la speranza è un male, anche se di tipo particolare, distinto dagli altri mali che sono racchiusi nel vaso di Pandora. Essa è un male che sembra tuttavia buono, perché la speranza induce sempre ad attendere qualcosa di meglio. Eppure sembra vano aspettarsi un futuro migliore, perché difficilmente si dà un futuro che, quando diviene attuale, non deluda le nostre speranze. Le speranze dell’uomo sono “cieche”, cioè irrazionali ed erronee, ingannevoli e illusorie. Tuttavia l’uomo mortale non può vivere senza questo precario dono di Giove, così come non può vivere senza il fuoco, il dono rubato da Prometeo. Se rimanesse senza speranze, de-sperans, egli si dispererebbe nella sua disperata situazione. L’opinione più diffusa nell’antichità era che la speranza è un’illusione che aiuta l’uomo a sopportare la vita, ma in sostanza è un ignis fatuus. Se d’altro lato Paolo condannava la società pagana proprio perché non possedeva la speranza, egli intendeva evidentemente una speranza il cui valore e la cui garanzia sono dati dalla fede cristiana, e non da un’illusione mondana”.
Karl Löwith, Significato e fine della storia, Edizioni di Comunità, pp. 233-234
http://www.filosofico.net/Antologia_file/AntologiaL/Lowith_01.htm


Non dimentichiamo che dal vaso di Pandora , aperto dallo stolto Epimeteo, uscirono tutte le sciagure che afflissero l'uomo, rimase nel fondo uno dei mali, la massima jattura per i Greci, la Speranza. Essa dipende dall'uomo: se è saggio, la renderà inoffensiva tenendola chiusa là dentro, evitando di lasciarsene contaminare. Così pensavano i Greci. Come ogni vizio, basterà rovesciarla, ed ecco la speranza trasformata in cosa virtuosa. Ma chi è più saggio e incontaminato di un bambino? 
Elémire Zolla.

I Greci narravano la storia di Pandora che gli dèi invidiosi avevano inviato sulla terra, provvista d’un vaso, quale dono nuziale. Prometeo, che era saggio, la respinse, invece lo stolto Epimeteo aprì il vaso e ne uscirono in volo tutte le sciagure che hanno afflitto gli uomini da allora. Una volta sparse per l’aria, chi può più arrestarle? Imperverseranno quante sono, inafferrabili e invincibili, le malattie, le corruzioni e ogni sorta di disgrazia. Tuttavia, in fondo al vaso restò uno dei mali: la speranza. Essa dipende dall’uomo: se è saggio, la renderà inoffensiva tenendola chiusa là dentro, evitando di lasciarsene contaminare. Così pensavano i Greci, la Speranza era la jattura massima, e il Timeo attesta che era annoverata fra i vizi capitali. 
Elémire Zolla, Gli arcani del potere, Elzeviri 1960-2000


Il padre degli uomini e degli dei comandò all’inclito Efesto che subito impastasse terra con acqua e vi infondesse voce umana e vigore, e che il tutto fosse d’aspetto simile alle dee immortali, e di bella, virginea, amabile presenza; e quindi che Atena le insegnasse le arti: il saper tessere trame ben ordite. Comandò all’aurea Afrodite di spargerle sopra il capo grazia, tormentosi desideri e le pene che struggono le membra; e a Ermes, messaggero Argifonte, di dargli un’anima di cagna e indole ingannatrice. Così parlo, e quelli obbedirono ai voleri del Cronide Zeus. (…) Questa donna fu chiamata Pandora, perché tutti gli abitanti dell’Olimpo le fecero dei doni, rovina per gli uomini operosi. (…) Fino ad allora, infatti, viveva sulla terra lontana dai mali, la stirpe mortale, senza la sfibrante fatica e senza il morbo crudele che trae gli umani alla morte: ché rapidamente invecchiano gli uomini nel dolore. Ma la donna, levando di sua mano il grande coperchio dell’orcio, disperse i mali, preparando agli uomini affanni luttuosi. Soltanto la Speranza rimase là dentro, nell’intatta dimora sotto i labbri dell’orcio: non volò fuori, perché prima Pandora rimise il coperchio sull’orcio, secondo il volere dell’egoico Zeus, adunatore di nembi. Ma gli altri, i mali infiniti errano in mezzo agli umani: piena, infatti, di mali è la terra, pieno ne è il mare, e le malattie, a loro piacere, si aggirano in silenzio di notte e di giorno fra gli uomini, portando dolore ai mortali; e questo perché l’accorto Zeus tolse loro la voce. Non si può evitare l’intendimento di Zeus. 
Esiodo. Le opere e i giorni

Da due pericoli bisogna guardarsi: dalla disperazione senza scampo e dalla speranza senza fondamento.
Sant'Agostino

La speranza ti ammala. A volte è meglio non averne, almeno sai che non devi più affannarti per nulla o fare quelle tremende figure di compartecipazione in mezzo alla gente di cui non frega una mazza di te. E loro pure non sono ancora nulla per te. Ma ci avevi investito, emozioni, idee, desideri, un po’ d’affetto. Uccidi la speranza e ti sentirai meglio, liberato
Charles Hank Bukowski


L'immaginazione galoppa perché la realtà zoppica!
La speranza è l'ultima a morire ma la prima ad ammalarsi!






Speranza è sinonimo di illusione. Se si è saggi non ci si abbandona all'illusione, ma fanciullescamente si vuol credere nel positivo e quindi sperare, e quindi illudersi.............



Prometeo e Pandora – Mitologia

Prometeo, il cui nome significa «colui che riflette prima», era figlio del titano Giapeto e di Climene; ebbe come fratelli Epimeteo, «colui che riflette dopo il fatto», Atlante e Menezio.

Prometeo, pur appartenendo ai ribelli Titani, si schierò dalla parte di Zeus e convinse il fratello Epimeteo a fare altrettanto.
Atena, nata dalla testa di Zeus, fu assai gentile e benevola con Prometeo, gli insegnò arti utilissime come l’architettura, l’astronomia, la matematica, la medicina, la metallurgia e la navigazione.
Prometeo trasmise agli uomini, da lui stesso creati, quanto apprese dalla dea. Zeus, però, non approvava la benevolenza di Prometeo e considerava i doni del titano troppo pericolosi, perché in tal modo gli uomini sarebbero divenuti sempre più potenti e capaci.
Quanto a Prometeo, questi non aveva una grande fede nel senno di Zeus e, per metterlo alla prova, avendo ucciso un toro per un sacrificio, nascose nella pelle dell’animale la carne migliore e poi fece un mucchio più grosso con le ossa, col grasso e con le interiora, lasciando scegliere a Zeus quale dei due mucchi preferisse. Zeus scelse il mucchio più grosso e fu gabbato. Irato, Zeus tolse il fuoco agli uomini, condannandoli a mangiare la carne e gli altri cibi crudi. Prometeo, allora, con l’aiuto di Atena, entrò nell’Olimpo, sottrasse una fiaccola e la portò agli uomini, insegnando loro a mantenerla accesa. Zeus per vendicarsi di questo ulteriore affronto, ordinò a Efesto di forgiare una donna bellissima, la prima del genere umano, sulla quale i Venti alitarono lo spirito vitale. Tutte le dee dell’Olimpo le recarono doni meravigliosi. A questi doni, Zeus aggiunse un misterioso vaso chiuso che mai avrebbe dovuto essere aperto. La fanciulla fu chiamata Pandora, che in greco significa appunto che essa aveva ricevuto «tutti i doni».


Pandora fu mandata in dono al fratello di Prometeo, Epimeteo, che però la rifiutò. Zeus, più indignato che mai per l’affronto subito prima da uno poi dall’altro fratello, per punire Prometeo, lo fece incatenare mani e piedi al Caucaso e ordinò a un avvoltoio di divorargli ogni giorno il fegato, che però durante la notte ricresceva, così da rinnovare continuamente il tormento.

Epimeteo, dispiaciuto per la sorte del fratello, si rassegnò a sposare Pandora.
Pandora si rivelò tanto stupida quanto bella, perché sventatamente e per pura curiosità aprì il vaso donatole da Zeus, che mai avrebbe dovuto aprire. In quel vaso erano stati rinchiusi tutti i mali che possono tormentare l’uomo: la fatica, la malattia, la vecchiaia, la pazzia, la passione e la morte. Essi uscirono e immediatamente si sparsero fra gli uomini; solo la speranza, rimasta nel vaso tardivamente richiuso, da quel giorno sostenne gli uomini anche nei momenti di maggiore scoramento.

Con questa paradossale leggenda i Greci dimostravano l’origine della donna e giustificavano qualche giudizio poco riguardoso nei suoi confronti: in fondo essa era stata inviata da Zeus come punizione.

Fu Eracle a liberare dal tormento Prometeo, dopo che questi svelò che se Zeus avesse sposato Teti, la dea del mare, dalle loro nozze sarebbe nato un figlio che lo avrebbe cacciato dal trono, proprio come Zeus aveva fatto con Cronos e come Cronos in precedenza aveva fatto con Urano. Conosciuto il segreto, Zeus perdonò Prometeo e, per scongiurare definitivamente il pericolo che lo minacciava, si affrettò a sposare Hera, e fece sposare Teti a un mortale, Peleo.

Prometeo godé di un culto molto diffuso in Atene, tanto che la città gli dedicò delle feste pubbliche, le Prometheia, nelle quali si percorrevano le strade correndo con fiaccole accese per celebrare i più grande dono che Prometeo aveva fatto all’umanità: il fuoco.

http://www.studiarapido.it/prometeo-e-pandora-mitologia/

L'immaginazione galoppa perché la realtà zoppica! 
La speranza è l'ultima a morire ma è la prima ad ammalarsi.


Pace....Fede....Amore....
Le Quattro Candele, bruciando, si consumavano lentamente.
Il luogo era talmente silenzioso che si poteva ascoltare la loro conversazione.

La Prima Candela diceva:
"IO SONO LA PACE
Ma gli uomini non riescono a mantenermi: penso proprio che non resti altro da fare che spegnermi!".
Così fu, e a poco a poco, la candela si lasciò spegnere completamente.

La Seconda Candela disse:
"IO SONO LA FEDE
Purtroppo non servo a nulla. Gli uomini non ne vogliono sapere niente di me, e per questo motivo non ha senso che io resti accesa".
Appena ebbe terminato di parlare, una leggera brezza soffiò su di essa e la spense.
Triste Triste,

La Terza Candela a sua volta disse:
"IO SONO L' AMORE
Non ho la forza per continuare a rimanere accesa. Gli uomini non mi considerano e non comprendono la mia importanza.
Essi odiano perfino coloro che più li amano, i loro familiari."
E senza attendere oltre, la candela si lasciò spegnere.

INASPETTATAMENTE.................
un bimbo in quel momento entrò nella stanza e vide le TRE CANDELE SPENTE.
Impaurito per la semi oscurità disse:
"MA COSA FATE VOI DOVETE RIMANERE ACCESE, IO HO PAURA DEL BUIO!"
E così dicendo scoppiò in lacrime.

Allora La Quarta Candela impietositasi disse:
"NON TEMERE, NON PIANGERE:

POTREMO SEMPRE RIACCENDERE,
LE ALTRE CANDELE:
Io Sono LA SPERANZA".
Con gli occhi lucidi e gonfi di lacrime, il bimbo presela LA CANDELA DELLA SPERANZA, E RIACCESE TUTTE LE ALTRE.

CHE NON SI SPENGA MAI LA SPERANZA DENTRO IL NOSTRO CUORE..................
E CHE CIASCUNO DI NOI POSSA ESSERE LO STRUMENTO, COME QUEL BIMBO, CAPACE IN OGNI MOMENTO DI RIACCENDERE CON LA SUA SPERANZA:
LA FEDE, LA PACE E L' AMORE!!!.
di: una tribù che balla




La speranza e' uno stato di fiduciosa attesa rispetto a qualcosa di cui non possiamo essere certi ...
Preferisco il dubbio alla certezza .. Solo così ho la possibilità di pormi domande, crescere, ragionare e agire .. Non e' certo uno stato di passività' :)




La speranza deriva dal latino: spes ultima dea, ovvero la speranza è l'ultima possibilità disponibile all'uomo...quindi, denota un'incertezza, un forse che potrebbe succedere. Beh che dire,per te è uno stato di fiduciosa attesa? A me non sembra, la fiducia c'è se credi pienamente, il credere è un agire che muove delle forze, è un 'energia...la speranza è ferma, è passiva. speri ma nello stesso tempo credi che non sia vero che accada....lo stesso discorso vale per i miracoli, è il credere che fa succedere!!! Il dubbio ti stimola? Interessante, ma secondo te gli scienziati, i grandi pensatori sono stati stimolati dal dubbio o credevano fermamente nelle loro idee?







Giuseppe Ferrari

Il femminile traumatizzato e il “pericolo” della sua natura divina


Viene in mente il titolo di un libro di racconti della scrittrice giapponese Banana Yoshimoto, Il corpo sa tutto. Oltre a sapere tutto, il corpo femminile trattiene, custodisce, a volte nasconde, o al contrario esibisce platealmente, la ferita d’origine. Il femminile traumatizzato (Persiani editore) racconta una storia antichissima, sempre reiterata, di repressione e annientamento del femminile da parte del potere patriarcale in Occidente; storia che al di là delle apparenze continua a reincarnarsi perché il trauma collettivo, storico-culturale, si manifesta ogni volta da capo in forma di ferita individuale ed esistenziale sulla pelle o sotto la pelle di ognuna. L’autrice, Rossella Sofia Bonfiglioli, antropologa e psicoterapeuta, dà un taglio originale a un’indagine ancora troppo minoritaria: rintraccia in chiave medico-antropologica attraverso il linguaggio dei sintomi la neutralizzazione della potenza femminile. Cosa è avvenuto nella storia? Come è stato permesso al femminile di esserci, esistere? A che prezzo? Cosa si è dovuto rimuovere e sacrificare di sé per non essere ‘arse’ ai roghi perpetui, almeno all’apparenza? L’operazione fondamentale è stata la repressione dell’istinto di aggressività femminile fino a raggiungere una convenzionale ‘ipoaggressività’, aspetto a tal punto ‘naturalizzato’ che nei secoli si è costruita un’iconografia della donna all’insegna di debolezza, fragilità, dipendenza, depressione, malinconia come fossero suoi connotati di natura.

Icona di questo tradimento/travisamento, la Madonna, così come è rappresentata nell’iconografia convenzionale cattolica: passiva, inconsapevole, contenitore funzionale alla procreazione del figlio di dio, quando invece la vera divinità è in lei,perché vergine, ovvero non contaminata ma in contatto spirituale col cosmo. L’altra operazione decisiva compiuta dalla cultura patriarcale misogina è stata, appunto, l’aver privato il cielo e le stelle della componente divina femminile, l’aver spogliato la donna della sua divinità, obbligato le divinità a declinarsi al maschile o, al limite, al neutro. Con queste due operazioni di neutralizzazione del femminile, non è restato alla donna che fare del proprio corpo mutilato uno strumento di comunicazione, protesta, grido, ribellione, insurrezione, atto di accusa. Allora il corpo si è messo a bollire e ribollire, a fare il pazzo, a incutere terrore, trasformando in sintomi ‘psicopatologici’ la costrizione, la rimozione, la marginalizzazione, la censura subite a poter essere sé, fino al capolavoro di comunicazione e strategia di resistenza creativa che è stata l’isteria al femminile deflagrata nell’Ottocento. Rendiamo grazie alle isteriche, è proprio il caso di dire, rendiamo grazie alle isteriche è l’invito delle autrice perché davvero loro è il regno dei cieli, non solo quello della terra dove l’imperio maschile le ha precipitate. Loro hanno fatto esplodere le sbarre della galera, incrinato il grande edificio e dato avvio a una nuova storia: l’inizio dellapsicoanalisi considerata con il femminismo la grande rivoluzione del ‘900. Che poi quest’inizio sia stato segnato dal misogino patriarca Freud che, lo racconta il fallimento del caso di Dora, voleva aggiustare le cose secondo una solita logica maschile, e sia: ma proprio la scoperta dell’inconscio da parte di Freud “costringe la medicina e la psichiatria a interrogarsi sull’anima, tappa fondamentale per aprire la strada a una generazione di psicoanaliste-guaritrici fino alle luminose visioni di Luce Irigaray, filosofa e psicoanalista francese. Ora che la violenza esplode in tutto l’edificio sociale, forse è tempo di dare ascolto alla divinità nella donna e trovare un dialogo tra maschile e femminile a cominciare dalle differenze.
In principio ci sono stati i miti fondativi che spiegano il nostro essere state messe a tacere da subito: il mito di Pandora, capolavoro e caposaldo della misoginia greca, “indica una delle grandi radici della stigmatizzazione del potere e della conoscenza del femminile all’interno della storia patriarcale dell’Occidente nella cui tradizione culturale il peccato originale viene strettamente legato alla donna, primaria latrice di tutti i mali”. Pandora riceve da Zeus un vaso con la raccomandazione di non aprirlo. Lei, curiosa, lo fa e libera tutti i mali del mondo. Resta al fondo del contenitore solo la speranza. Il corpo contenitore della donna conserva la speranza, ma contiene anche tutti i segreti più pericolosi, la ‘colpa’ iniziale  che accomuna Pandora, Lilith, Eva: storie di disobbedienza a un logos maschile. E i miti stanno a raccontare “la repressione dell’intero complesso istintuale-creativo femminile” da parte dell’inconscio collettivo.
Il trauma di questa storia occidentale “o più propriamente la sua memoria incorporata è psicoterapeuticamente e antropologicamente da considerare come causa significativa (cioè dotata di senso, eppure poco nominata, cioè nascosta, misconosciuta) delle nuove sintomatologie che esplodono nel corpo femminile a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento nel cuore dell’Europa razionalistica e scientifica moderna”. L’autrice rintraccia nei sintomi diagnosticati dalla biomedicina e biopsichiatria in chiave riduzionista sul corpo delle donne precise forme di resistenza, “critiche incarnate rispetto a ideologie di potere dominanti”. Ecco un repertorio di diagnosi nella storia medica occidentale: “stati alterati di coscienza (trance, possessione demoniaca, stregoneria, estasi mistica), disturbi psichici della personalità (manie ossessive, isteria, nevrastenia, nevrosi, schizofrenia), comportamenti compulsivi e dipendenza (cibo: anoressia, bulimia e sostanze: alcolismo, tossicodipendenze), scompensi bio-funzionali associati al sistema circolatorio e immunitario (iper e ipo tensione, mal di cuore, stress e sindromi da fatica cronica), disagi associati al sistema nervoso (ansia, depressione, fobie, attacchi di panico)”. Cambiano le forme esteriori: dal corpo stregonesco siamo passati “al corpo isterico prima quindi al corpo nevrotico, bulimico, chirurgizzato, anestetico del Duemila”.

È evidente, secondo le indicazioni di Luce Irigaray cui l’autrice dedica un sentito omaggio e che ricorda per aver de-costruito gli scritti di Freud ma anche dialogato con essi in forme creative, che occorre ora più che mai passare da una cultura per secoli e tuttora a soggetto unico, all’insegna del pensiero maschile universale neutro, a una cultura che verta sulla differenza ignorata o rimossa: il corpo sessuato della donna non ridotto all’uno al medesimo. L’autrice ha ben imparato a riconoscere la persistenza dell’antico trauma e i suoi segnali corporei anche nella stanza della terapia delle pazienti attuali: “l’antico trauma può provocare una  paralisi alle gambe o alle braccia, può dare dolori cronici alla cervicale o alla schiena, può produrre una sindrome da affaticamento cronico o una grave amenorrea, emicranie, sintomi respiratori o gastrointestinali, coliche, incubi, visioni, pianti improvvisi”: tutti segnali non solo di un abuso sessuale magari subito nell’infanzia, quanto di un antico trauma individuale storico-culturale che ha provocato nella donna “un disordine intimo, una sofferenza un’assenza, una mancanza di senso”. Ecco perché la relazione di cura, gli strumenti della psicoterapia vanno integrati con gli strumenti culturali dell’analisi medico-antropologica. E il senso della donna, la realizzazione del sé, si realizzerà quando le verrà restituito ciò che le è stato amputato: la sacralità incarnata, il dono dell’integrità spirituale, l’essere collegata con il cosmo. “Attraverso il vasto continente della vita di una donna si disegna l’ombra di una spada, attraversare l’ombra della spada si può rendere la vita di una donna molto più interessante, ma anche più pericolosa”, scrisse Virginia Woolf. Bisogna correre il pericolo di tornare divine.


Titolo: Il femminile traumatizzato.
Un’analisi medico-antropologica nella cultura patriarcale in occidente
Autore: Rossella S. Bonfiglioli
Editore: Persiani
Dati: 2011, 172 pp., 16.90 €


Tiresia
Tiresia è una figura della mitologia greca. Il celebre indovino era figlio di Evereo, della stirpe degli Sparti, e della ninfa Cariclo. Tiresia ebbe una figlia, Manto, anche lei indovina.
Il mito racconta che passeggiando sul monte Cillene (o secondo un'altra versione Citerone), vide due serpenti che copulavano, ne uccise la femmina perché quella scena lo infastidì. Nello stesso momento Tiresia fu tramutato da uomo a donna. Visse in questa condizione per sette anni provando tutti i piaceri che una donna potesse provare. Passato questo periodo venne a trovarsi di fronte alla stessa scena dei serpenti. Questa volta uccise il serpente maschio e nello stesso istante ritornò uomo.
Un giorno Zeus ed Era si trovarono divisi da una controversia: chi potesse provare in amore più piacere: l'uomo o la donna. Non riuscendo a giungere ad una conclusione, poiché Zeus sosteneva che fosse la donna mentre Era sosteneva che fosse l'uomo, decisero di chiamare in causa Tiresia, considerato l'unico che avrebbe potuto risolvere la disputa essendo stato sia uomo che donna. Interpellato dagli dei, rispose che il piacere sessuale si compone di dieci parti: l'uomo ne prova solo una e la donna nove, quindi una donna prova un piacere nove volte più grande di quello di un uomo. La dea Era, infuriata perché l'indovino aveva svelato un tale segreto, lo fece diventare cieco, ma Zeus, per ricompensarlo del danno subito, gli diede la facoltà di prevedere il futuro e il dono di vivere per sette generazioni.
In altre versioni del mito fu la stessa madre a chiedere il dono della profezia, dopo che la dea Atena lo aveva accecato per punirlo di averla vista nuda mentre si faceva il bagno.
Nel corso dell'attacco degli Epigoni contro Tebe, Tiresia fuggì dalla città insieme ai tebani; sfiancato si riposò nei pressi della fonte Telfussa dalla quale bevve dell'acqua gelata e morì. In un'altra versione l'indovino, rimasto a Tebe con la figlia Manto, venne fatto prigioniero e mandato a Delfi con la figlia, dove sarebbero stati consacrati al dio Apollo. Tiresia morì per la fatica durante il cammino.
La storia di Tiresia è narrata tra gli altri da Ovidio nelle metamorfosi (per quanto riguarda l'episodio di "transessualità") e da Stazio nella Tebaide.
Dante Alighieri lo citò vicino al suo rivale in divinazione nella guerra di Tebe, Anfiarao, tra gli indovini nella quarta bolgia dell'ottavo cerchio dei fraudolenti nell'Inferno (XX, 40-45). Il poeta fiorentino però non fa accenno alle sue arti divinatorie ma cita solo il prodigio del cambio di sesso dovuto all'aver colpito due serpentelli, che rese necessario colpirli di nuovo sette anni dopo. Forse all'Alighieri qui interessava solo deprecare come i maghi talvolta adulterano le cose naturali con il loro intervento. Tiresia è condannato a vagare eternamente con la testa ruotata sulle spalle, che lo obbliga a camminare indietro in contrappasso con il suo potere "preveggente" in vita. Anche sua figlia Manto si trova nello stesso girone.

http://youtu.be/WL8mA4wzorY







Prometeo e Pandora – Mitologia
La punizione di Atlante e di Prometeo.
Coppa in ceramica, VI secolo a.C.
(Roma, Vaticano, Museo Etrusco).



René Magritte, Il vaso di Pandora, 1951


Immagine: John William Waterhouse - Pandora

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