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martedì 7 marzo 2017

La Matematica dell'infinito

La Matematica dell'infinito


L'inquietante storia dell'infinito.
Da Aristotele, Gauss e la rigida opposizione di Kronecker fino al paradiso di Cantor e all'ospitale albergo di Hilbert. Poi venne Gödel. Con i suoi teoremi di incompletezza, i matematici riescono a dimostrare l'esistenza sia di Dio che del diavolo: Dio esiste perché la Matematica esiste, il diavolo esiste perché non se ne riesce a provare la coerenza.

Introduzione
Accostare Infinito e Matematica può sembrare collegamento azzardato.
L'Infinito, come pure il suo corrispondente temporale, l'Eterno, è tema adeguato per Religione, Filosofia o Letteratura, ma forse non per la scienza positiva. Meno che mai per la più positiva delle scienze e cioè la Matematica.

Del resto, l'Infinito (in-definito, in-determinato) è, per sua stessa etimologia e natura, ed anche per la comune opinione, ciò che sfugge ad ogni possibile classificazione e misura, mentre la Matematica tende a (e pretende di) classificare e misurare ogni oggetto che esamina.
Dunque, l'Infinito non è argomento da Matematica.

In effetti, secondo una visione che risale ai tempi dell'antica Grecia e che si è mantenuta radicata nei secoli fin quasi ai nostri giorni, la Matematica è la scienza dei numeri naturali 0, 1, 2, ..., semmai allargata a quegli insiemi numerici - gli interi, i razionali - che ai naturali sono direttamente collegati.

Pitagora sosteneva che il numero (naturale) è la base di tutto.

Oltre due millenni dopo, Kronecker (1832-1891) ribadiva che gli interi positivi sono i soli numeri creati da Dio a voler significare che trattare altri contesti non standard, come quello dei reali, era quasi sacrilego.

Dunque la Matematica va a combaciare, in questa prospettiva, con l'Aritmetica dei numeri 0, 1, 2, ...: tutti rigorosamente finiti per natura e rappresentazione (a differenza dei reali, che scomodano allineamenti decimali senza limiti e confini). Si conferma così che non c'è spazio comune per Matematica e Infinito.

Eppure, a smentire tutte queste pur ragionevoli premesse, va detto che la Matematica è stata capace nella sua storia più recente di intuire, accarezzare ed anche misurare l'Infinito, fin quasi a sognare di dominarlo completamente. Questo è il tema che vogliamo trattare.

Contare o confrontare?
Dobbiamo subito parzialmente correggere quanto detto nell'introduzione.
In effetti, se riflettiamo un attimo con maggiore profondità, dobbiamo riconoscere che l'Infinito non è tema completamente e costituzionalmente estraneo alla Matematica.

Gli stessi numeri naturali 0, 1, 2, ... sono sì ciascuno singolarmente finito, ma costituiscono complessivamente un insieme infinito. La loro successione si snocciola senza limitazioni in una strada senza fine.

Tuttavia, come già Aristotele osservava, bisogna esercitare un po' di finezza quando si parla di infinito e distinguere la sua forma potenziale da quella attuale: la prima è umanamente accessibile, la seconda no. In altre parole, possiamo certamente convenire che ci sono successioni senza termine di oggetti matematici, quali i numeri naturali, ed abbracciarne con la nostra percezione porzioni comunque grandi (l'infinito potenziale di cui sopra); ma, quanto ad afferrarne la totalità ed ad identificarla completamente come singolo ente (l'infinito attuale), ebbene, questo è un altro discorso, inaccessibile ai limiti della nostra mente umana.
Per dirla in latino e dare così maggiore autorità alla citazione: infinitum actu non datur.
Questo era il pensiero di Aristotele e, come tutti sappiamo, si trattava di opinione autorevole, non solo ai tempi dell'antica Grecia ma nei lunghi secoli successivi.

Del resto, ancora nel 1831 (di nuovo, due millenni dopo Aristotele), colui che è comunemente riconosciuto il più grande matematico, e cioè Gauss, si esprimeva quasi negli stessi termini del suo illustre predecessore. In una lettera al suo allievo Schumacher, scriveva: “IO DEVO PROTESTARE VEEMENTEMENTE CONTRO L'USO DELL'INFINITO COME QUALCOSA DI DEFINITO: QUESTO NON È PERMESSO IN MATEMATICA. L'infinito è solo un modo di dire, ed intende un limite cui certi rapporti possono approssimarsi vicino quanto vogliono.

Del resto, nei secoli da Aristotele a Gauss, vari spunti avevano introdotto in Matematica l'esigenza di studiare e definire l'infinito e, se è per questo, anche il suo inverso matematico (l'infinitesimo) nelle loro forme potenziali.

Ad esempio, la necessità di garantire adeguate basi teoriche allo studio delle grandezze fisiche (come la velocità, la accelerazione e così via) aveva indotto già nel secolo diciassettesimo (e forse anche prima) Newton, Leibniz ed altri a fondare - con qualche imprecisione, qualche vaghezza e molte polemiche - il calcolo differenziale, il relativo studio delle derivate e, appunto, l'uso degli infinitesimi.

L'obiettivo era quello di descrivere in termini matematici rigorosi il comportamento di una funzione quando il suo argomento si avvicina indefinitamente ad un punto, o supera ogni barriera verso l'infinito.

Proprio all'epoca di Gauss, l'opera di Cauchy e Weierstrass aveva prodotto (neanche due secoli dopo Newton) una adeguata risposta al problema e una rigorosa introduzione teorica a questo argomento così delicato, tramite il famigerato armamentario di epsilon e di delta che consente la definizione del concetto di limite e che, sgombrata la mente dai ricordi, dalla noia e dai terrori del primo anno di Analisi, si rivela un approccio elegante e profondo all'infinito potenziale in Matematica.

Ma che si può dire del tabù degli infiniti attuali?
Negli stessi secoli, menti autorevoli avevano tentato di avventurarsi in questa zona proibita, avvertendone però le anomalie e concludendo che forse era il caso di lasciar perdere:
è questo il caso di Galileo Galilei e di alcune sue riflessioni contenute nell'opera [1] del 1638 e note con il nome di Paradosso di Galileo.
Galileo considera i numeri naturali 0, 1, 2, 3 ... ed osserva che l'insieme (infinito) dei loro quadrati 0, 1, 4, 9, ... è certamente più piccolo e, pur tuttavia, contiene tanti elementi quanti erano i numeri di partenza, perché ad ogni numero corrisponde in modo biunivoco il suo quadrato.

Galileo conclude: “io non veggo che ad altra decisione si possa venire che a dire infiniti essere tutti i numeri, infiniti i quadrati, ... né la moltitudine de' quadrati essere minore di quella di tutti numeri, né questa essere maggiore di quella, ed, in ultima conclusione, gli attributi di eguale, maggiore e minore non aver luogo negl'infiniti ma solo nelle quantità terminate”, ed aggiunge: “queste son di quelle difficoltà che derivano dal discorrer che noi facciamo col nostro intelletto finito intorno all'infinito, dandogli quegli attributi che noi diamo alle cose finite e terminate; il che penso che sia inconveniente”.

Al di là di questa conclusione, le riflessioni di Galileo contengono, magari solo in germe, suggerimenti stimolanti su come potremmo pretendere di misurare l'infinito.
In effetti, non possiamo contare né i numeri naturali, né i loro quadrati (infiniti sono gli uni, infiniti sono gli altri); pur tuttavia, possiamo confrontarli e stabilire rigorosamente che gli uni sono tanti quanti gli altri, perché c'è una corrispondenza biunivoca tra i loro insiemi.

Per spiegarci con un esempio più semplice, facciamo il caso di un impresario che vuole verificare il successo del suo spettacolo misurandone il pubblico. Può svolgere l'indagine facendosi riferire la capienza del teatro, poi contando il numero dei biglietti venduti e, accertatosi che sono uguali, dichiarare compiaciuto il tutto esaurito. Più rapidamente, può invece sbirciare la sala da dietro il sipario e controllare che ogni spettatore ha la sua poltrona e ogni poltrona il suo spettatore, che non ci sono né posti vuoti né spettatori in piedi e di nuovo rallegrarsene. Per dirla in termini matematici, c'è una biiezione tra l'insieme delle poltrone e quello degli spettatori. Nei teatri del mondo, che sono tutti finiti, l'una e l'altra delle due strategie sono possibili. Se però passiamo ad un contesto infinito, non possiamo pretendere di contare posti e (forse) spettatori né, per riferirci all'esempio di Galileo, numeri e quadrati.

Possiamo tuttavia ancora confrontare i due insiemi coinvolti, stabilire ove possibile una corrispondenza biunivoca tra di loro e dedurre in tal caso che hanno lo "stesso numero" di elementi. È esattamente quel che Galileo fa nella trattazione del suo paradosso.

Dunque, all'infinito possiamo, se non contare, confrontare e decidere se due insiemi sono o no ugualmente numerosi. L'idea è brillante e sottile ed induce alla tentazione di approfondire. Pur tuttavia, c'è una obiezione che sorge abbastanza spontaneamente: ne vale realmente la pena? In effetti, si potrebbe sostenere che gli insiemi infiniti sono tutti, appunto, infiniti, e come tali hanno forzatamente lo stesso numero (infinito) di elementi. È dunque inutile soffermarsi in questo genere di confronti, l'infinito appiattisce tutto. L'esempio dei numeri e dei quadrati (i secondi apparentemente molto minori dei primi) sembra confermarlo.

C'è un altro famoso argomento che corrobora questa impressione e va sotto il nome di Albergo di Hilbert. Si tratta, infatti, di un esempio che David Hilbert (1862-1943) adoperava per divulgare presso i non addetti ai lavori le sottigliezze di questa analisi dell'infinito. Lo ricordiamo brevemente.

Gli alberghi di questo mondo sono tutti finiti (come del resto i teatri). Supponiamo allora di avere un albergo completo, in cui ogni stanza N ha già il suo ospite N. Se ad un'ora della notte arriva un nuovo cliente in cerca di sistemazione, il portiere dovrà dichiarargli con rammarico di non poterlo ospitare ed indirizzarlo ad altro ricovero. Ma ammettiamo per un attimo di volare nell'albergo del Paradiso (magari non a titolo definitivo, ma solo per prenderci un caffè): l'albergo è ovviamente infinito, come si addice a tutto quel che è trascendente. Gli ospiti che lo popolano sono anch'essi infiniti (come San Giovanni stesso assicura con la sua autorità nell'Apocalisse, Capitolo 7, versetto 9) e lo riempiono completamente. Abbiamo dunque il problema di trovare un posto. "Non preoccupatevi" ci direbbe San Pietro "sistemiamo: l'ospite 0 nella camera 1, l'ospite 1 nella camera 2, ... l'ospite N nella camera N+1, ... e vi liberiamo la camera 0". Il tutto è lecito perché l'albergo è infinito. Di più, tra i requisiti della santità c'è anche quello della pazienza e i vari trasferimenti di camera dovrebbero essere accettati con serenità e senza polemiche. Dunque, ogni nuovo ospite trova il suo posto.

Per uscir dalla metafora ed usare termini matematici, quanto l'argomento di Hilbert sottolinea è che un insieme infinito, come quello dei naturali, possa avere tanti elementi quanti un suo sottoinsieme proprio, come quello che se ne ottiene dimenticando 0. La funzione successore, quella che trasforma ogni naturale N in N+1 è una corrispondenza biunivoca tra i naturali e i naturali maggiori di 0; togliere l'elemento 0 non diminuisce il numero complessivo dei punti rimanenti.

Altri esempi storici sostengono il nostro assunto sulla apparente piattezza dell'infinito.
Ad esempio, nella sua opera postuma Paradossi dell'infinito, Bolzano (1781-1848) osservava come il segmento chiuso [0, 5] della retta reale ha tanti punti quanto l'evidentemente più grande intervallo [0, 12], la corrispondenza biunivoca tra i due essendo stabilita dalla funzione che trasforma ogni x nei suoi dodici quinti.

Ma chi diede la svolta fondamentale e decisiva all'intera questione fu Georg Cantor (1845-1918).

Lo spunto che lo condusse ad approfondire il tema fu lo sviluppo in serie di Fourier delle funzioni e l'unicità dei relativi coefficienti. La sua analisi lo portò ad individuare e classificare alcuni insiemi di reali che non soddisfacevano questo risultato di unicità e, conseguentemente, a valutare quanto "piccoli" e trascurabili fossero questi controesempi a confronto dell'intera collezione dei reali.

Prendendo spunto da questa problematica, Cantor considerò varie coppie di sottoinsiemi infiniti della retta reale R (e non solo) cercando possibili biiezioni. Ad esempio, osservò che ci sono tanti punti nell'intera retta quanti nel segmento aperto ]0, 1[ (che pure è per altri aspetti enormemente più piccolo). La precedente osservazione di Bolzano ed un minimo di trigonometria ci aiutano infatti a definire una biiezione: ]0, 1[ è in corrispondenza biunivoca con l'intervallo aperto ]-π/2, π/2[ tramite la funzione che trasforma ogni reale x tra 0 e 1 in πx-π/2 e dunque prima allarga, al modo di Bolzano, ]0, 1[ a ]0, π [, e poi trasla quest'ultimo segmento di - π/2 portandolo come richiesto su ]- π/2, π/2[. A questo punto, ci ricordiamo che la funzione tangente, ristretta all'intervallo ]- π/2, π/2[, ne determina una biiezione con l'intero R. Opportune manipolazioni provano poi che il segmento aperto ]0, 1[ è in corrispondenza con il segmento chiuso [0, 1], o anche con [0, 1[, ]0, 1] e, in definitiva, con ogni intervallo chiuso, aperto o semiaperto dell'intera retta. Altrettanto vale per l'intero insieme R.

Altri casi furono esplorati da Cantor.
Ne elenchiamo alcuni particolarmente significativi.
L'insieme N dei naturali 0, 1, 2, ... si potrebbe valutare ad occhio come la metà dell'insieme Z di tutti gli interi ...-2, -1, 0, 1, 2, ...; ma sono infiniti entrambi, ed in effetti è possibile determinare una corrispondenza biunivoca f che li collega. Basta osservare che i naturali, a loro volta, si suddividono a metà tra pari 0, 2, 4, ... e dispari 1, 3, 5, ... e dunque trasformare gli interi non negativi nei primi e quelli negativi nei secondi: in termini rigorosi, porre per ogni x naturale: f(x) = 2x se x ≠ 0, f(x) = -2x -1 altrimenti.

Lo stesso può dirsi di naturali N e razionali Q: tra i due insiemi c'è una corrispondenza biunivoca. La cosa può sembrare a prima vista strana e sorprendente; si potrebbe osservare che l'usuale ordine dei naturali ha un primo elemento 0 ed è discreto (ogni elemento ha un suo immediato successore, ogni elemento escluso 0 ammette un immediato predecessore) mentre quello dei razionali non ha estremi ed è denso (tra due elementi a


http://matematica-old.unibocconi.it/infinito/lettera48.pdf

sabato 19 settembre 2015

Ludwig Hohl. Quando gli uomini ebbero inventato (o scoperto?) la geometria piana, cominciarono a sottoporre alla quadratura ogni cosa: la durezza dei materiali, il colore delle acque profonde, l'elettricità e la fede.


Il libro è una raccolta di frammenti organizzati secondo una scala logica che và dallo stadio minimo a quello massimo di autoconsapevolezza e dedizione alla causa per qui l'uomo assume senso nel mondo: il lavoro. Il lavoro inteso in senso artigianale-contadino-artistico, cioè come indipedente, fatto secondo regole e tempi umani ed umanizzanti, che tende al perfezionamento dell'esistente. Hohl appartiene alla tradizione nobile del socialismo umanista, quello che guarda tanto a Marx quanto a Goethe, all'emencipazione del proletariato dall'alienazione industriale quanto alle forme di organizzazione delle botteghe medievali-rinascimentali. Il suo è nel contempo un'apologia, una disquisizione e un percorso iniziatico verso questo grande mistero umano: come solo modificando il reale attraverso la fatica e l'ingegno, l'uomo si conosca, si realizzi, si ritrovi accresciuto.


Quando gli uomini ebbero inventato (o scoperto?) la geometria piana, cominciarono a sottoporre alla quadratura ogni cosa: la durezza dei materiali, il colore delle acque profonde, l'elettricità e la fede.
Ludwig Hohl, "Note"





E il Dio terminus ride, perché sa che prima del metron vi è il solco e il calco, fatto da mano, dalla mano che conta kunta antico accadico cinque dita, cioè che cade, che calcola che fa ac-acadere, oeb-cadere: uccidere. Il primo segmento è tratto dal sangue. La prima line di ombra dal Sole arabo è quello che si getta a terra. Della canna del Dio Nilo che è recisa. Il sorriso di Terminus, il lavoro di Caino.


Le note. Vol. 1


mercoledì 18 settembre 2013

Nichita Stanescu. Sappiamo che uno per uno fa uno ma un unicorno per una pera non sappiamo quanto fa. Sappiamo che cinque meno quattro fa uno ma una nube meno un vascello non sappiamo quanto fa. Sappiamo, noi sappiamo, che otto diviso otto fa uno ma un monte diviso una capra non sappiamo quanto fa. Sappiamo che uno più uno fanno due ma io e te non sappiamo, ahimé, non sappiamo quanto facciamo.



Sappiamo che uno per uno fa uno
ma un unicorno per una pera
non sappiamo quanto fa.
Sappiamo che cinque meno quattro fa uno
ma una nube meno un vascello
non sappiamo quanto fa.
Sappiamo, noi sappiamo, che otto
diviso otto fa uno
ma un monte diviso una capra
non sappiamo quanto fa.
Sappiamo che uno più uno fanno due
ma io e te non sappiamo,
ahimé, non sappiamo quanto facciamo.

Ah, ma una coltre
per una lepre
fa una rossa, certo,
una verza divisa una bandiera
fa un maiale,
un cavallo meno un tranvai
fa un angelo,
un cavolo più un uovo
fa un astragalo…

Solo tu ed io
moltiplicati, divisi
sommati e sottratti
restiamo uguali...

Muori nella mia mente!
Tornami nel cuore!

Nichita Stanescu - Altra Matematica





Questa è logica fenomenica.


domenica 14 luglio 2013

Paolo Mottana. Controeducazione. NEL TEMPO DOMINATO DAL GRANDE FALLO DELL'ECONOMIA, OCCORRE DIFFONDERE UNA CONTROCULTURA DELL'EDUCAZIONE, che aiuti a percepire la mortificazione e la deprivazione sistematica dei nostri luoghi, dei nostri tempi, della nostra vita ad opera di un sistema lanciato a folle corsa verso la propria autodistruzione. La "controeducazione" è un richiamo vitale, una pioggia di idee, di proposte, di provocazioni per riempire ancora di piacere e di senso le strade, le case, le città, le scuole e le università

CONTROEDUCAZIONE
"NEL TEMPO DOMINATO DAL GRANDE FALLO DELL'ECONOMIA, OCCORRE DIFFONDERE UNA CONTROCULTURA DELL'EDUCAZIONE, che aiuti a percepire la mortificazione e la deprivazione sistematica dei nostri luoghi, dei nostri tempi, della nostra vita ad opera di un sistema lanciato a folle corsa verso la propria autodistruzione. La "controeducazione" è un richiamo vitale, una pioggia di idee, di proposte, di provocazioni per riempire ancora di piacere e di senso le strade, le case, le città, le scuole e le università."
Ne parla Paolo Mottana, autore del libro "Piccolo manuale di controeducazione"
Mimesis, 2012

Laura Farinella:

L'anima dell'insegnare e dell'apprendere sta nel desiderio alla vita, per me questa lettura è stata illuminante.....http://www.beppegrillo.it/listeciviche/liste/milano/2012/09/controeducazione.html





http://youtu.be/04B70OqCf0o


Pina Genitti:
Favoloso! E' UN MODUS OPERANDI BASATO SUL " SE...ALLORA" CHE STA ALLA BASE DEL RAGIONAMENTO LOGICO- SCIENTIFICO, MA VALIDO ANCHE NEL VIVERE QUOTIDIANO! Interessanti i sussidi e il loro uso...


Anna Guarracino:
[…] questa è la moda imperante! TRASFORMARE LA SCUOLA IN UNA LUDOTECA giustificandola con ridicoli principi psicopedagogici. Il successo è garantito perché tutti in questa scuola innovata si mostreranno più entusiasti e più motivati: sfido io!!! La verità è ben altra: IL PROCESSO DI APPRENDIMENTO È CRESCITA INTELLETTUALE E RICHIEDE IMPEGNO, RESPONSABILITÀ ED ESERCITAZIONE OLTRE CHE CONOSCENZE BEN STRUTTURATE. BEN VENGA LA DIDATTICA COINVOLGENTE E AVVOLGENTE, FACILITATA, COMPENSATIVA, METACOGNITIVA E CHI PIÙ NE HA PIÙ NE METTA, MA SALDA DEVE ESSERE L'ACQUISIZIONE DELLE COMPETENZE STRUMENTALI DI BASE, SENZA DELLE QUALI NON SI VA DA NESSUNA PARTE E PER LE QUALI BISOGNA IMPADRONIRSI DI CAPACITÀ A ABILITÀ CHE SONO PRETTAMENTE DIDATTICHE E RICHIEDONO QUEL SACRIFICIO IN TERMINE E DI IMPEGNO E DI STUDIO CHE ATTUALMENTE IN MILLE MODI SI CERCA DI AGGIRARE... sempre che si voglia formare futuri 'individui preparati e intelligenti ed è su questo che mi sorge qualche dubbio che giustifica le tendenze oggi in moda.

Mind Lab Italia:
Buongiorno Anna, sfonda una porta aperta. Senza Fatica Non Si Approda A Nulla. I Giochi In Questo Caso Non Sono Una Ludoteca Ma Un Simulatore Di Vita, Di Situazioni Complesse Che Consentono Di Imparare Competenze Che Con Le Lezioni Frontali Non Si Riescono A Far Passare. Le ricerche di valutazione fatte su questa esperienza sono chiare e i ragazzi ne beneficiano anche sul piano cognitivo oltre che emotivo e sociale. CREDO CHE LA REALTÀ IMPERANTE SIA ANCORA LA MODALITÀ FRONTALE DI FAR LEZIONE CON BUONA PACE DEL COINVOLGIMENTO DEI RAGAZZI.

Anna Guarracino:
Si questa è LA MODA DEL MOMENTO A CUI FACEVO RIFERIMENTO CHE SI TRADUCE NELL'ESALTAZIONE DEL GIOCO COME METODO MIGLIORE PER ASSICURARSI IL COINVOLGIMENTO DEGLI ALUNNI. PUR CONDIVIDENDO UNA DIDATTICA ALLEGRA E DIVERTENTE, STRUTTURATA ANCHE SUI GIOCHI DIDATTICI IO STAREI ATTENTA A DEMONIZZARE LA LEZIONE FRONTALE perché IN NOME DI UNA FALSA IDEA DELL'INNOVAZIONE DELLA DIDATTICA e seguendo la scia della CRITICA GRATUITA DELLA SCUOLA TRADIZIONALE STIAMO MANDANDO TRANQUILLAMENTE LA SCUOLA ATTUALE ALLA DERIVA, SFORNANDO ALLIEVI CHE ARRIVANO ALL'UNIVERSITÀ GIOIOSAMENTE, MA SENZA BASI. Molti di loro riescono pur a laurearsi ma pochi brillano per genialità e TUTTAVIA ancora si inisiste!!! NON SEMPRE BISOGNI ED ESIGENZE ECONOMICHE COLLIMANO CON GLI OBIETTIVI FORMATIVI. BELLO SAREBBE SE LA VITA FOSSE UN GIOCO, MA LE RESPONSABILITÀ E L'IMPEGNO SONO ALTRA COSA E FORSE PER QUESTO I NOSTRI GIOVANI NON SONO ABITUATI ALL'IMPEGNO, ALLA LOTTA, ALLA CONQUISTA SUL CAMPO VERO DEL LAVORO... che poi è anche quello della vita vera.

Francesca Cosenza:
Sono 15 anni che sostengo la validità del gioco come strategia d'apprendimento trasversale, ma ho trovato grandi resistenze nelle docenti e poca disponibilità ad uscire dai limiti dell'insegnamento frontale e della formazione frontale.

Francesca Esposito la scoperta dell'acqua calda. La storia e i metodi della cooperazione educativa standardizzati, anestetizzati e, fondamentalmente, resi innocui. Con buona pace dei poveri Bernardini, Ciari, Lodi... http://youtu.be/cThOEzJiqTU
Sceneggiato Rai (1973) - Diario di un maestro - Versione completa (seconda parte) by Nino
Diario di un maestro è il titolo di uno sceneggiato televisivo del 1972 diretto da Vittorio De Seta e trasmesso la domenica sera su Rai Uno in quattro puntat...

Massimo Mascitti:

Fiorella Palomba:
Vi regalo uno dei PRODOTTI del Laboratorio di Scrittura da me condotto.http://issuu.com/altramente/docs/io_femmina_tu_maschio_io_maschio_tu_femmina__1_
Io femmina tu maschio, io maschio tu femmina. Le differenze tra i maschi e le femmine alla nostra età? Per essere sinceri non ci avevamo mai pensato. Così come immaginarci a trent’anni: non è stato facile, a volte anche faticoso e sfidiamo chi...

Valentina Valentini:
SONO UN'INSEGNANTE E UTILIZZO MOLTO IL COOPERATIVE LEARNING.. avete altri suggerimenti o materiali da condividere? credo molto nell'aspetto affettivo ed emotivo che rendono l'educazione efficace e cerco di valorizzarli al massimo. Quindi ogni suggerimento è benvenuto!grazie!!

Laura Vestrini:
Parlare di gioco già mi sembra una carta vincente ma QUELLO CHE MAGGIORMENTE MI COLPISCE È SENTIRE PARLARE DI ETICA, MORALITÀ, SVILUPPO DI COMPETENZE SOCIALI forse troppe volte messe in secondo piano in una società che troppo spesso emargina, discrimina o soltanto resta indifferente ! Complimenti al progetto e alle colleghe che con grande impegno, credo peraltro ripagato solo da grande soddisfazione, portano avanti questo lavoro uscendo dal coro !!!!!

Marianna Macarlino:
questa è la dimostrazione che la scuola non è solo grammatica storia geografia o meglio non si impara solo sui libri!!!!!!

Comunitá Internazionale di Cooperazione in Educazione:
EDUCARE ALLE COMPETENZE TRASVERSALI NON LO CHIAMEREI PROPRIO CONFORMISMO CULTURALE. Anzi. Non so il motivo per il quale la docente ha fatto riferimento alle prove invalsi. Forse perché é una prova nota e che crea una certa ansia e quindi é un esempio per dire che i ragazzi anche di fronte a prove complesse riescono ad essere riflessivi. Il riferimento inoltre non é sui risultati dei ragazzi alle prove invalsi, ma l'atteggiamento con cui affrontano le prove che incontrano.

Iolanda Votano:
CON IL GIOCO E LA COOPERAZIONE TRA GLI ALLIEVI IL DOCENTE OSSERVA L'AUTONOMIA, L'AUTOSTIMA DI ESSI, ma può insegnar a raggiunger le cono scienze alle discipline d'insegnamento si potenziano gli obbiettivi che i docenti devo raggiunger per il miglioramento dell'insegnamento, stupenda l'attuazione del progetto mad lab.

Filomena Agnello:
[…] Se non cambiamo nulla di ciò che è stato, le prossime generazioni, con la cultura che la scuola attuale offre, saranno altro che ignoranti, I TALENTI SARANNO SCHIACCIATI .

Pasquale Carbone:
Bisognerebbe prima educare gli insegnanti








martedì 4 giugno 2013

Marie Louise Von Franz. Ogni persona raccoglie intorno a sé la propria “famiglia dell’anima”, un gruppo di persone non creato per caso o per pure motivazioni egoistiche, ma attraverso un interesse o coinvolgimento più profondo, più essenziale: ‘l’individuazione reciproca’. Mentre le relazioni puramente basate sulla proiezione sono caratterizzate dalla fascinazione e dalla dipendenza magica, questo tipo di relazione, attraverso il Sé, ha in sé qualcosa di rigorosamente oggettivo, di stranamente transpersonale. Fa nascere un sentimento di “essere insieme” immediato e fuori dal tempo. In questo mondo creato dal Sé noi incontriamo tutti i molti ai quali apparteniamo, dei quali tocchiamo il cuore; qui “non c’è distanza, ma presenza immediata”. Non esiste alcun processo d’individuazione in un individuo che non produca allo stesso tempo questo riferimento con i propri simili.

"Il vaso simboleggia l'atteggiamento che impedisce la fuga dei contenuti psichici all'esterno: l'atteggiamento introverso.
Bisogna guardare le cose dall'interno. [...]
Guardando le cose dentro di noi non è l'Io che vediamo,
ma il nostro intero essere, ed è quest'ultimo e non il nostro Io che vorremmo fuggire.
Vederci in tutto il nostro essere è così doloroso che cerchiamo tutti di scappare.
In anni e anni di lavoro analitico credo di non aver mai incontrato nessuno che di tanto in tanto non abbia accarezzato l'idea di lasciar perdere l'analisi e tornare alla cosiddetta vita normale".
Marie-Louise von Franz "Alchimia" (Bollati Boringhieri)



Ogni terapia è una ingerenza e per quella junghiana si tratta dell’ingerenza minima.
Non abbiamo nessuna teoria e non pensiamo in alcun modo che l’essere umano debba diventare normale. Se preferisce restare nevrotico ne ha pienamente il diritto. Viviamo in una democrazia. Conta solo quello che vogliono i sogni [...] Noi educhiamo le persone ad ascolare la loro interiorità, non facciamo nulla di più [...]”
Marie Louise von Franz

Quando due individui si sposano, come mette in evidenza Jung, tendono a scegliere il tipo opposto, ottenendo anche qui che ogni partner sia, o creda di essere, libero dall’ingrato compito di affrontare la propria funzione inferiore. Questa è una delle grandi fortune e fonti di gioia dei primi periodi matrimoniali: improvvisamente tutto il peso legato alla funzione inferiore è scomparso, ciascuno dei due vive in unione felice con l’altro, e tutti i problemi sono risolti! Ma se uno dei partner muore, o se uno dei due sente la necessità di sviluppare la propria funzione inferiore anziché lasciare semplicemente che sia l’altro a occuparsi di certi settori dell’esistenza, cominciano i guai. La stessa cosa si riscontra anche nella scelta dell’analista.»
M. L.Von Franz, “Tipologia Psicologica”, Edizioni TEA, p.22


Quando una persona ritrova il proprio corpo, succede innanzi tutto che riprenda contatto con le emozioni, che sono il ponte fra mente e corpo. Probabilmente riattiva il sistema linfatico, che influisce sulle emozioni.
Marie-Louise von Franz


Praticamente, quando si vuol scoprire il tipo di una persona, serve di più chiedersi:
"Qual'è la sua croce più pesante? Dov'è la sua sofferenza maggiore?
Dove sente di seguitare a battere la testa soffrendo le pene dell'Inferno?
Le risposte generalmente evidenziano la funzione inferiore ..
Marie-Louise von Franz (Tipologia psicologica)



“Tanto più si conosce la propria cattiveria, tanto più si è capaci di proteggersi da quella degli altri. […]. Le persone che si lasciano maltrattare dagli altri sono o molto giovani, o troppo candide; ma soprattutto esse sono indirettamente responsabili di ciò che accade loro, non hanno sufficiente coscienza del male che hanno in sé. Se l’avessero, acquisirebbero una sorta di percezione intuitiva del male negli altri e non presterebbero il fianco. [...] Lo sciocco idealista che si lascia imbrogliare da tutti può essere aiutato non con la pietà, ma conducendolo alla sua Ombra interiore”.
Marie Louise vov Franz, Il femminile nelle fiabe




C’era una volta in un paese lontano, lontano……” è l’introduzione che più ricorre nelle fiabe in quanto esse si collocano fuori dalle dimensioni TEMPO SPAZIO, ovvero il “NESSUN LUOGO” dell’inconscio collettivo. Così come colui il quale studiando un periodo storico non può fare a meno di esprimere la sua collocazione politica, così è qui utile affermare questo concetto base:
LE FIABE SONO UN’ ASTRAZIONE.
“Sono un’astrazione derivante da una leggenda locale che si è condensata ed ha assunto una forma cristallizzata,così da poter essere tramandata e ricordata perché riguarda tutti”
M.L.Von Franz “Le fiabe interpretate”


“Dopo aver lavorato per molti anni in questo campo, sono giunta alla conclusione che tutte le fiabe mirano a descrivere un solo evento psichico, sempre identico, ma di tale complessità, di così vasta portata, e così difficilmente riconoscibile da noi in tutti i suoi diversi aspetti, che occorrono centinaia di fiabe e migliaia di versioni, paragonabili alle variazioni di un tema musicale, perché questo evento penetri alla coscienza (e neppure così il tema è esaurito). Questo fattore sconosciuto è ciò che Jung definisce il Sé. Esso costituisce la totalità psichica dell’individuo”
Marie Luise von Franz, Le fiabe interpretate




Molte vite umane portano in sé modelli preesistenti. Si nasce uomo o donna, bianco o nero, in un certo luogo e non altrove, da una certa famiglia e non da un’altra. C’è un modello precostituito, ma c’è anche un margine, una certa libertà. In caso contrario, potremmo mettere la terapia da parte e concludere che ognuno realizza il proprio modello di vita e che nulla si può fare al riguardo. Leggendo il modello, rendendolo cosciente, interpretando i sogni, non sfuggiamo al nostro destino, semplicemente possiamo imprimergli un senso positivo. C’è una differenza fra l’acconsentire al proprio destino e realizzarlo positivamente o il negarlo e subirlo contro la volontà. Possiamo allora concludere che, benché una certa predeterminazione esista, essa non è assoluta. Non ha nulla a che fare con l’idea fatalista di un Allah che decide ogni cosa e quindi ogni cosa va nel senso da lui deciso. Possiamo cambiare le cose, e questo dà un senso alla terapia. Possiamo cambiare le cose grazie alla comprensione del modello della nostra esistenza e quindi evitandone alcune delle conseguenze negative. Possiamo imprimere al destino una svolta relativamente più positiva.” 
Marie Louise von Franz, Il mondo dei sogni



MARIE-LOUISE VON FRANZ SUI SOGNI
"Vi sono sogni cosiddetti Archetipici che hanno un significato mitologico e che di solito non suscitano associazioni. Se chiediamo al sognatore: "che cosa pensa di Giove?" La risposta sarà: "Oh Giove è un pianeta". Non sa a che cosa associarlo non gli evoca nulla di personale. In casi come questo si utilizzano le associazioni dell'umanità: "Quali sono state le fantasie dell'umanità rispetto a Giove?" La risposta a questa domanda fornisce l'associazione da inserire nel contesto del sogno.
(Sul perchè è così difficile interpretare i propri sogni) Perchè il sogno non rivela mai qualche cosa che già si conosce. Segnala sempre qualche cosa che si ignora, un aspetto sconosciuto della personalità. E' come se tentassimo di guardare la nostra stessa schiena. Possiamo mostrarla al medico, che stabilirà che cosa non va; ma noi stessi non possiamo guardarla. Un aspetto psicologico sconosciuto è come la schiena o il sedere: ci sediamo sopra, ma non possiamo guardarlo. Ecco perchè anche quando il sogno segnala cose ovvie, non siamo in grado di vederle. Occorre che qualcun altro ce le spieghi, allora ci appariranno ovvie; ci sembrerà impossibile non averle capite da soli.
E' molto difficile interpretare i propri sogni. Se è proprio necessario farlo, si fa, certo, ma è molto più utile farsi aiutare da qualcuno, anche se non esperto di sogni. Quando si espone il sogno, lo si spiega ad un altro, spesso il significato si chiarisce all'improvviso. Jung che non poteva contare su nessuno che gli interpretasse i sogni, li raccontava spesso ad un uomo che di sogni non ne sapeva niente " E proprio le sue osservazioni casuali mi facevano arrivare al significato: "No, questo non può essere; ma adesso so che cos'è", diceva ridendo.
(Sui libri che danno significato univoco dei sogni) Ritengo che questi libri siano assolutamente negativi. Sviano perchè forniscono un'interpretazione statica... Il simbolismo onirico, nell'esperienza junghiana risulta di gran lunga più individuale. Le associazioni sono indispensabili. La cosa fondamentale è sempre il senso che il sognatore attribuisce al simbolo e il modo in cui lo sperimenta. I dizionari moderni possono qualche volta offrire uno spunto per prendere in considerazione tutte le possibilità. Ma si deve poi comunque tornare al sogno e chiedersi "Che senso ha tutto questo per il sognatore?" La risposta sarà sempre molto più specifica di quella di un libro.
... Quando il sogno viene interpretato in modo adeguato qualche cosa scatta nell'analizzando e gli fa dire "Sì è proprio così", Ne rimane colpito e ciò potrebbe fornirgli una motivazione per cambiare la sua vita...se sono i suoi stessi sogni a ridere di lui, la probabilità che decida di cambiare comportamento è molto maggiore.
Nella scuola junghiana, perciò, seguiamo i sogni. Lavoriamo con il paziente per scoprirne i significati e ci limitiamo a questi. Il paziente per questa ragione, non si sente preso nella morsa del concetto di normalità e adattamento dell'analista. Egli segue le sue stesse leggi interiori, ciò che la sua stessa psiche gli dice. L'analisi consiste nell'educare le persone ad ascoltare la propria voce interiore e a seguirla, con l'aiuto dei sogni"
Marie Louise Von Franz, Il mondo dei sogni


(...) i sogni sono lettere che il sé ci invia ogni notte per indurci a impegnarci un pò di più in questo e un po' meno in quest'altro... per fare coscienza, portare un pò di luce su tutte le istanze che potenzialmente siamo, in modo da disvelare le illusioni e allargare lo spazio di libertà dell'io.
Marie Louise Von Franz


Sarebbe meglio non interpretare i propri sogni. Di solito i sogni mirano ai nostri lati oscuri, non ci danno informazioni su ciò che già conosciamo, bensì su ciò che ignoriamo. Le persone che interpretano i loro stessi sogni tendono invece a pensare: "Si , lo so quello che vuol dire". In questo modo proiettano nel sogno ciò che già sanno. "Eccolo il mio problema!" E così via, all'infinito.
Marie-Louise von Franz


I SOGNI FORNISCONO INFORMAZIONI INTERESSANTISSIME A COLORO CHE SI PREOCCUPANO DI COMPRENDERNE I SIMBOLI. I risultati, è vero, hanno poco a che fare con le preoccupazioni materiali, come comprare e vendere; ma il senso dell'esistenza non trova una spiegazione esauriente nella vita lavorativa e il desiderio profondo del cuore umano non ottiene risposte dal conto in banca.
Carl Gustav Jung

I simboli sono il linguaggio dei sogni.
Nei sogni, l'inconscio si esprime attraverso i simboli.
La chiave per la comprensione del sogno è la conoscenza del simbolo.
Marie-Louise von Franz

Il sogno non rivela mai qualcosa che già si conosce.
E' come se tentassimo di guardare la nostra stessa schiena.
Ecco perchè quando il sogno segnala cose ovvie, non siamo in grado di vederle.
Occorre che qualcun altro ce le spieghi, ed allora ci appariranno ovvie;
ci sembrerà impossibile non averle capite da soli.
Marie-Louise von Franz

I sogni non sono in grado di preservarci dalle vicissitudini esistenziali,
dalle malattie e dagli eventi tristi.
Ci offrono, invece, una linea di condotta su come rapportarci a questi eventi, sul come dare senso alla nostra esistenza, sul come realizzare il nostro destino, sul come seguire la nostra stella: in definitiva, sul come realizzare dentro di noi il massimo potenziale di vita
Marie-Louise von Franz

Gli incubi sono di vitale e sostanziale importanzaCi risvegliano con un gridosono l'elettroshock che la natura utilizza quando vuol darci una mossa.
Marie-Louise von Franz


OMBRA
"Usiamo la parola Ombra semplicemente per indicare il fatto che la maggior parte di noi non è pienamente consapevole di tutti i tratti della propria personalità...
Essendo qualità ritenute inferiori, non le guardiamo in faccia e tendiamo a ricacciarle nell'Ombra"
" Molti poliziotti combattono la propria Ombra incarnata nel criminale e sarebbero veri e propri criminali se non fossero poliziotti. Ognuno ha il suo nemico d'elezione, il suo "miglior nemico", per così dire.
Quando qualcuno ci fa del male è in qualche modo naturale odiarlo.
Ma quando non ci fa nulla di male e al solo vederlo ci sentiamo irritati al punto da volergli sputare addosso, allora è certo che si tratta dell'Ombra. La cosa migliore da fare sarebbe sedersi un attimo e scrivere tutte le caratteristiche della persona odiata. Rileggendole ci riconosceremo, diremo "Ma questo sono io!". Personalmente ho fatto questa esperienza a 18 anni: alla fine sono arrossita e sudavo freddo. E' davvero sconvolgente scoprire la propria Ombra". [...]
"...Le buone qualità ci pongono al di sopra del gruppo.
L'Ombra ci rende uomini tra gli uomini e umani, semplicemente umani.
Per questo accade spesso che l'Ombra si manifesti in sogno come qualcosa di importante, che non dovrebbe essere rifiutato ma accettato con un sorriso d'intesa...
Vi sono tendenze distruttive nella psiche che occorre evitare.
Ma l'80% di quello che ci perseguita in sogno si riferisce a qualcosa di estremamente valido della nostra personalità, che dovrebbe essere integrato. L'Ombra non è necessariamente il male, ma la civiltà e l'educazione costringono l'Io a indossare maschere e comportarsi in modo innaturale. Tutte le reazioni naturali, istintive, animalesche, devono essere represse e sostitute. Quando impariamo a conoscere la nostra Ombra e a viverla un pò di più, diventiamo più accessibili, naturali, umani, completi."
"...Ma la repressione dell'Ombra fa di noi persone a metà.
In letteratura troviamo spesso il racconto del diavolo che ruba l'ombra a qualcuno e in questo modo lo tiene in sua balìa. Tutti abbiamo bisogno dell'Ombra...
Saremmo davvero molto poveri se fossimo soltanto quello che immaginiamo di essere"
Marie Louise Von Franz, Il mondo dei sogni



“Jung definì la proiezione come un trasferimento inconscio, cioè inconsapevole e non intenzionale, di elementi psichici soggettivi su un oggetto esterno. L’individuo vede in questo oggetto qualcosa che non c’è, o c’è solo in piccola parte. Talvolta nell’oggetto non è presente nulla di ciò che viene proiettato (…). Non sono soltanto le qualità negative di una persona a essere proiettate all’esterno in questo modo, ma in uguale misura anche quelle positive. La proiezione di queste ultime genera una valutazione e ammirazione eccessive, illusorie e inadeguate dell’oggetto. L’introspezione nelle proprie proiezioni d’Ombra implica in primo luogo una umiltà morale e una intensa sofferenza. Invece l’introspezione nelle forme di proiezione dell’Animus e dell’Anima richiede, più che umiltà, soprattutto riflessione, nel senso di saggezza e umanità. Infatti quelle figure intendono sedurci e allontanarci dalla realtà, assorbendoci e conquistandoci. Chi non si impegna in questo non ha vissuto. Chi vi si perde non ha compreso nulla.”
Marie Louise Von Franz, Rispecchiamenti dell’anima. Proiezione e raccoglimento interno nella psicologia di C. G. Jung


"Il vantaggio della proiezione consiste nel fatto che ci si libera definitivamente (almeno in apparenza) di un conflitto penoso: ne divengono responsabili un’altra persona o circostanze esterne."
Carl Gustav Jung

Appena una proiezione è stata veramente ritirata si crea uno stato di tranquillità:
diventiamo sereni e riusciamo a guardare le cose con obiettività.
Alchimia, Marie - Louise von Franz





Quanto più una persona pensa di essere virtuosa e non vive la propria Ombra, tanto più la proietta e vede gli altri come malfattori. La persona convinta di essere virtuosa vive in un costante stato di indignazione e dà la caccia alla propria Ombra nella persona di un altro.
Marie-Louise von Franz



Il "re" (re-ligere) significa "all'indietro": infatti si guarda dietro per capire se ciò che sta dietro alle nostre spalle ci segue, ci accompagna, oppure esita. Bisogna sempre verificare cos'hanno da dire sulla nostra vita quelle altre forze, che non vediamo direttamente.
Marie-Louise von Franz, Alchimia

Facciamo amicizia con persone che esprimono la nostra Ombra.
Gli amici sanno spesso fare cose che noi non siamo in grado di fare.
Dimmi chi sono i tuoi amici e avrò un bel quadro dei tuoi pregi e dei tuoi difetti.
Qualità e difetti ci attraggono in egual misura, entrambi esercitano fascino.
Marie-Louise von Franz

Ogni persona raccoglie intorno a sé la propria “famiglia dell’anima”, un gruppo di persone non creato per caso o per pure motivazioni egoistiche, ma attraverso un interesse o coinvolgimento più profondo, più essenziale: ‘l’individuazione reciproca’. Mentre le relazioni puramente basate sulla proiezione sono caratterizzate dalla fascinazione e dalla dipendenza magica, questo tipo di relazione, attraverso il Sé, ha in sé qualcosa di rigorosamente oggettivo, di stranamente transpersonale. Fa nascere un sentimento di “essere insieme” immediato e fuori dal tempo. In questo mondo creato dal Sé noi incontriamo tutti i molti ai quali apparteniamo, dei quali tocchiamo il cuore; qui “non c’è distanza, ma presenza immediata”. Non esiste alcun processo d’individuazione in un individuo che non produca allo stesso tempo questo riferimento con i propri simili
Marie Louise Von Franz. “Rispecchiamenti dell’anima”




Un vecchio pastore scozzese che viveva in solitudine una volta trovò uno specchietto. Non aveva mai visto niente del genere: vi si guardò più volte, meravigliato, scuotendo il capo e infine se lo portò a casa. La moglie notava con crescente invidia che egli prendeva furtivamente qualcosa da una tasca , la guardava sorridendo e la nascondeva di nuovo, scuotendo il capo. Durante una sua assenza, estrasse in gran fretta l'oggetto dalla tasca del mantello. Lo guardò esclamando: "Ah, dunque, questa è la vecchia strega per cui va matto!"
Marie-Louise von Franz, Sguardo dal sogno


Praticamente, quando si vuol scoprire il tipo di una persona, serve di più chiedersi: "Qual'è la sua croce più pesante? Dov'è la sua sofferenza maggiore? Dove sente di seguitare a battere la testa soffrendo le pene dell'Inferno? Le risposte generalmente evidenziano la funzione inferiore ..
Marie Louise von Franz, Tipologia psicologica

Uno degli obiettivi principali della psicoterapia è quello di aiutare le persone a mantenere un costante senso di identità e a convivere con le diverse anime della sua famiglia interiore senza esserne possedute.
Marie-Louise von Franz


Secondo Jung ci sono quattro immagini fondamentali dell'Anima:
Eva, rappresenta il sesso, l'attrazione fisica, la maternità.
Elena, la donna colta con la quale il rapporto non si esaurisce allo scambio sessuale, ma assume anche forme spirituali.
Vergine Maria, il livello più alto della spiritualità, alla quale manca l'oscurità, e pertanto ideale irraggiungibile.
Sophia, la saggezza divina, un modo di calare a terra, perchè la saggezza è più vicina alla vita e non implica necessariamente una virtuosa spiritualità.
Marie-Louise von Franz


Possiamo riconoscere la madre divorante in quelle donne che sono iperprotettive con i figlie che tentano di tenerli fuori dalla vita. [...] Di solito il complesso materno divorante si manifesta negli uomini sotto forma di fantasie romantiche, irreali, per lo più sessuali. L'individuo perde la capacità di prendere in mano la propria esistenza. Perde la volontà.
Marie-Louise von Franz


Mantenere un costante senso di identità e convivere con le diverse anime della propria famiglia interiore senza esserne possedute.
"Potrei fornirle un elenco completo delle diverse persone che riesco ad essere.
Di volta in volta sono una vecchia contadina che pensa alla casa e alla cucina;
una studiosa che si impegna a decifrare un manoscritto;
una psicoterapeuta che si impegna all'interpretazione dei sogni;
un birichino che si diverte a stare con i ragazzini di 10 anni e a giocare e così via.
Potrei elencare venti o più personaggi"
Marie - Louise von Franz





La veritá è che i sogni sono immagini riflesse...sono specchio d'acqua immobile ... svaniscono provandoli a toccare....



Per leggere un sogno di una persona occorre un setting, Anticamente esisteva la pratica dell'incubazione, si andava nel tempio sacro e si aspettava che la rivelazione arrivasse grazie a riti ben precisi. Ma dovevi stare li, nel recinto sacro, nel Temenos.



Mi capita spesso di dire ai miei analizzandi che vivono una storia d'amore difficile:
"Lei è un pioniere in una terra di nessuno". Per la prima volta nella storia l'uomo e la donna stanno cercando di stabilire un rapporto su basi umane; gli errori e i problemi sono perciò inevitabili.
Marie-Louise von Franz



"Una ventina di anni fa acquistai un remoto pezzo di proprietà sul confine di una foresta e feci costruire la mia casa senza elettricità, telefono o qualsiasi altro accessorio di modernità. Molti dei miei amici cercarono di spaventarmi, dicendomi che la casa era troppo isolata e pericolosa. La prima notte che passai da sola nella nuova casa, ebbi il seguente sogno. Fuori dalla finestra vidi una processione di gente che si avvicinava e pensai: "Oh Dio, ancora un altro problema!". Poi vidi che quelle persone erano tutti contadini in abito mediovale e che era una processione cerimoniale matrimoniale, con la sposa e lo sposo alla loro testa. Pensai, "Devo riecevere realmente queste persone". Mentre mi stavo recando in cantina per prendere un po 'di vino, mi sono svegliata. Jung interpretò questo sogno indicandomi che attraverso il mio ritorno alla terra, gli spiriti dei miei antenati contadini si erano risvegliati. E' stato un ritorno alle mie intime radici storiche. Ma non era finito lì. Qualche notte dopo, ebbi un altro sogno. Era sera ed io ero consapevole che c'era gente alla mia porta. Andai a vedere chi fosse, e c'era una gruppo di giovani vestiti da folletti da carnevale con maschere di animali e di fantasmi. Gradualmente, tuttavia, sembravano trasformarsi sempre di più in fantasmi reali. Iniziai ad avere una strana sensazione, rientrai in casa e chiusi la porta. Poi vidi un bagliore di luce blue che entrava attraverso la finestra. Mi recai alla finestra e vidi che la mia casa era come fosse sott'acqua, ma era luminosa, acqua scintillante in cui era possibile respirare. Diversamente dalla realtà, gli alberi arrivavano fino alla casa. Tra gli alberi si scatenavano beatamente felici, grandi scimmie grigio-argentee con scuri volti lemurini e lunghe code. Mi risvegliai rinvigorita e rinfrescata, come se fossi stata a guardare queste scimmie per tutta la notte. Come si può vedere, in questo caso tornai oltre persino le maschere pagane fino agli spiriti ancestrali degli animali! Si può immaginare come la mia 'anima scimmia' stesse godendo la vita in natura, mentre la mia coscienza egoica e urbana stava reagendo piuttosto impaurita, cercando di adattarsi alla situazione". 
Marie-Louise von Franz, Archetypal dimensions of the Psyche, pp. 3-4 


«Merlino disse un giorno: “Preferisco salvare la mia anima anziché (possedere) la terra”, e rinunciò ad ogni potenza terrena; parimenti Jung respinse la tentazione di rivendicare un potere spirituale. Ad alcuni suoi alunni che lo pregavano un giorno di risolvere per loro certi problemi, rispose: “Non voglio diventare un vecchio fanatico del potere come Freud; decidete da soli: quando non ci sarò più, dovrete pur sapere che fare.”
Cercava sempre di rendere gli altri liberi e autosufficienti.»
Marie Louise Von Franz – Il mito di Jung, p.266



Amo la terapia Junghiana perché non commette alcuna ingerenza. Ogni terapia è un ingerenza, e per quella Junghiana si tratta dell’ingerenza minima. Non abbiamo alcuna teoria, non pensiamo in alcun modo che l’essere umano debba diventare normale. Se preferisce restare nevrotico ne ha pienamente diritto. Viviamo in una democrazia, punto e basta. Conta solo quel che vogliono i sogni, dunque ci limitiamo a dire: “il suo proprio sogno che è lei stesso, che la sua anima personale ha prodotto le dice che lei è pigra, e dovrebbe fare questo e quello…”niente di più. Cosi tentiamo ad educare le persone ad ascoltare la propria interiorità, non facciamo nulla di più. L’idea di Jung è proprio quella dell’individuazione, l’essere se stessi e il diventare se stessi. Si parla spesso un pò facilmente di realizzare se stessi, ma si pensa alla realizzazione dell’Io; Jung intende tutt’altro, la realizzazione del proprio profondo, in particolare della potenzialità del proprio destino.
All’io talvolta ciò non conviene affatto, ma è quel che si sente che intimamente si dovrebbe in fondo essere. La persona è nevrotica quando non è come Dio ha inteso che fosse. In questo consiste, in definitiva, l’individuazione.
E per questo spesso ci vengono mossi dei rimproveri. Se uno fa un’analisi si comporta in seguito in modo apparentemente più matto o meno adattato, ma è lui stesso, vive il proprio destino, e quindi la maggior parte delle volte è più umano, meno criminale, meno distruttivo nel suo ambiente.”
Marie Louise Von Franz – estratto da un’intervista a Bollingen
http://carljungitalia.wordpress.com/2013/11/05/la-terapia-junghiana-la-piu-ampia-nellabbracciare-la-vastita-della-psiche-umana/





"Mi sembrano oggi sempre più numerosi i casi di persone che, come dice Jung, soffrono di nevrosi facoltativa, che cioè hanno o potrebbero avere un adattamento sociale normale, ma non possono piegarsi alla mancanza di orientamento propria di quella pretesa <normalità> della collettività.
Dice Jung: <Tra i cosiddetti nevrotici dei nostri tempi ve ne sono molti che in altre epoche non lo sarebbero stati, non sarebbero stati cioè in discordia con se stessi.
Se fossero vissuti in un'epoca e in un ambiente nel quale l'uomo ancora dipendeva, grazie ai miti, dal mondo ancestrale e quindi dalla natura sperimentata realmente e non vista solo dall'esterno, si sarebbero risparmiata questa frattura con se stessi.
L'immagine del mondo soltanto esterno fornita dalle scienze naturali o da speculazioni intellettuali non offre nessun surrogato.
...Alla ricerca del mito perduto...
Così la scissione nevrotica della nostra epoca spinge verso sempre nuove crisi.
E accade che non si sappia più se il <più normale> non sia colui che non vuole adattarsi a un'epoca scardinata."
Marie-Louise von Franz, Da "Il mito di Jung" p. 66


http://vimeo.com/63953237





Grande Von Franz! Da condividere subito, per la profondità e l'inoppugnabilità delle cose che dice , a patto di accostarvisi attraverso l'ordine della comprensione (verstehen) e non attraverso l'ordine della spiegazione (erklaren).



Il numero è l'archetipo dell'ordine reso cosciente
Marie Louise Von Franz






“A quanto ne so, gli archetipi sono forse il fondamento più importante dei fenomeni sincronistici. …Eppure ho la sensazione che l’origine dell’enigma stia nelle curiose proprietà dei numeri interi. L’antico teorema pitagorico.”
Jung a Watson lett. III pag. 15


“In questo contesto finisco sempre per imbattermi nell’enigma dei numeri naturali.
Ho la netta sensazione che i numeri rappresentino una delle chiavi del problema… evidentemente sono troppo vecchio per risolvere un simile enigma ma spero che qualcuno più giovane prenderà in mano la questione. Ne varrebbe la pena.”
Jung a Abrams lett. III pag. 121


"Verso la fine della sua vita, Jung progettò di concentrare le sue ricerche sulla natura dei numeri naturali, nei quali vedeva strutture archetipiche e la più primordiale e originale manifestazione dello spirito, cioè della dinamica psichica. Prese nota delle caratteristiche dei numeri primi ma non potè portare più avanti il suo piano"
Irruzione verso l'"Unus Mundus" - Von Franz





Si può concordare, anche se c'é la faccenda dei numeri irrazionali, che mandò in crisi i pitagorici. Speravano, dopo averli scoperti loro malgrado, di venirne a capo, salvando l'aritmogeomentria, la visione armonica fatta di unità intere entro l'Uno, ma non vi riuscirono. Un loro adepto, che mi pare si chiamasse Ermodoro, svelò l'aporia e i pitagorici gli fecero una tomba per significare che pur essendo vivo, per loro era morto. Su ciò si può vedere: "I presocratici", a cura gi G. Giannantoni, Einaudi, 1967. M'intendo poco di matematica e fisica, ma ho l'impressione che il duo Jung-Pauli volesse continuare il cammino di quei nostri antichi connazionali greco-italici (operanti tra Crotone e Metaponto).





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