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domenica 24 giugno 2012

Le oche volano in formazione a V. Lo fanno, perché al battere delle loro ali, l’aria produce un movimento, che aiuta l’oca che sta dietro. Volando cosi, le oche aumentano la loro forza di volo rispetto ad un’ oca che va da sola


Impariamo dalle Oche.
Le oche volano in formazione a V. 

Lo fanno, perché al battere delle loro ali, l’aria produce un movimento, che aiuta l’oca che sta dietro. 


Volando cosi, le oche aumentano la loro forza di volo rispetto ad un’ oca che va da solaOgni volta che un’oca esce dalla formazione, sente la resistenza dell’aria e si rende conto 

della difficoltà nel farlo da sola allora, con rapidità ritorna nella formazione per approfittare del compagno che sta davanti
Quando il capo delle oche si stanca, passa dietro, ed un’ altra oca prende il suo posto. Le oche che vanno dietro gracidano per sostenere coloro che vanno avanti a mantenere la velocità. 
Quando l’oca si ammala o cade ferita da un sparo, altre due oche escono dalla formazione e la seguono per aiutarla e proteggerla. 

Video: http://www.uilfplmilano.it/index.php?option=com_content&view=article&id=55:il-volo-delle-oche&catid=16:video&Itemid=24

Le persone che condividono una direzione comune e hanno il senso della comunità, possono arrivare a compiere il loro obiettivo più facilmente, perché aiutandosi l’un l’altro, i risultati sono certamente miglioriSe ci uniamo e ci manteniamo insieme con quelli che vanno nella nostra stessa direzione, lo sforzo sarà minore, sarà più semplice e più gradevole raggiungere le mete. Le persone ottengono risultati se si sostengono nei momenti duri, se si rispettano reciprocamente in ogni momento, condividendo i problemi ed i lavori più difficili. 


Una parola di coraggio, detta nel momento giusto, aiuta, motiva, da forza e produce dei benefici.
Se ci manteniamo uno accanto all’altro, appoggiandoci ed accompagnandoci... 
Se a dispetto delle differenze, possiamo conformare un gruppo umano per affrontare tutti i tipi di situazioni.
Se capiamo il vero valore dell’ amicizia, se siamo coscienti del sentimento di condividere, la vita sarà più semplice e, stare con gli amici, sarà più bello”
dal Web. Autore non conosciuto


Mauro Sabbioni:i migratori volano in formazione a V perchè la scia che si stacca dalle ali del primo volatile crea un vortice che tende a sollevare l'aria. questo effetto però vale solo se l'uccello che segue si dispone esattamente (centimetri) in un certo posto. così vale per quello dietro e poi per quello dietro ancora... di tanto in tanto quello avanti (che non prende scia) lascia il posto a quello che lo segue... ecco perchè le formazioni sono così regolari. Migliaia di chilometri... che meraviglia. A queste cose dovrebbero pensare i cerebrolesi con la carabina prima di tirare il grilletto. :)


Massimo RedHawk Scolaro:
 Tutto vero e non solo a turno fanno a chi si mette in testa perchè l'elemento di testa fa un po più fatica degli altri, appena si stanca passa dietro e viene sostituito, la formazione a V molto uccelli migratori la usano non solo le oche


Marco Terracciano
E' il contrario di cio che accade agli uomini. Ognuno si comporta secondo la logica del "free raider", cioè sfutta a scopi personali i vantaggi dell'azione collettiva degli altri, ma siccome tutti ragionano allo stesso modo l'azione collettiva svanisce del tutto e ciascuno, invece di massimizzare il proprio guadagno perde tutto insieme agli altri, anzichè rinunciare a qualcosa subito ed avere un guadagno piu basso , ma sicuro e per tutti . questo è Nash (vedasi "Beautiful Mind" l'esempio della Bionda nel locale). 


Maria Maria Forte:
‎..e poi dicono delle oche stupide !



Eleonora D'antoni:
tutte le stupidità che si dicono sugli animali sono state elaborate dagli uomini


Claudia Cossettini:
vale anche per i ciclisti 



Mauro Sabbioni:
non proprio: li il ciclista che segue entra nell scia del precedente. riduce solo la sua resistenza in quanto si muove in un fluido più lento. non c'è l'effetto sollevamento... ti consiglio di infilarti con la tua graziella della scia di un TIR. potrai constatare da sola l'effetto. E speriamo che freni bruscamente (lui). :)


Photo: “Le oche volano in formazione a V
lo fanno, perché al battere delle loro ali, l’aria produce un movimento, che aiuta l’oca che sta dietro. 
Volando cosi, le oche aumentano la loro forza di volo rispetto ad un’ oca che va da sola.
Le persone che condividono una direzione comune e hanno il senso della comunità, possono arrivare a compiere il loro obiettivo più facilmente, perché aiutandosi l’un l’altro, i risultati sono certamente migliori.
Ogni volta che un’oca esce dalla formazione, sente la resistenza dell’aria e si rende conto 
della difficoltà nel farlo da sola allora, con rapidità ritorna nella formazione per approfittare del compagno che sta davanti.
Se ci uniamo e ci manteniamo insieme con quelli che vanno nella nostra stessa direzione,
lo sforzo sarà minore, sarà più semplice e più gradevole raggiungere le mete.
Quando il capo delle oche si stanca, passa dietro, ed un’ altra oca prende il suo posto.
Le persone ottengono risultati se si sostengono nei momenti duri, 
se si rispettano reciprocamente in ogni momento, condividendo i problemi ed i lavori più difficili. 
Le oche che vanno dietro gracidano per sostenere coloro che vanno avanti a mantenere la velocità.
Una parola di coraggio, detta nel momento giusto, aiuta, motiva, 
da forza e produce dei benefici.
Quando l’oca si ammala o cade ferita da un sparo,
altre due oche escono
dalla formazione e la seguono per aiutarla e proteggerla. 
Se ci manteniamo uno accanto all’ altro, appoggiandoci ed accompagnandoci... 
Se a dispetto delle differenze, possiamo conformare un gruppo umano per affrontare tutti i tipi di situazioni.
Se capiamo il vero valore dell’ amicizia,
se siamo coscienti del sentimento di condividere,
la vita sarà più semplice e, stare con gli amici, sarà più bello”
(dal Web. Autore non conosciuto) by Tommaso.
L’opera è di Johne Sloane

giovedì 22 marzo 2012

La struttura alare del calabrone, in relazione al suo peso, non è adatta al volo, ma lui non lo sa e vola lo stesso



Secondo alcuni autorevoli testi di tecnica Aeronautica,  il calabrone non può volare a causa della forma e del peso del proprio corpo in rapporto alla superficie alare. Ma il calabrone non lo sa e continua a volare

Igor Sikorsky (ingegnere aeronautico americano di origini ucraine, fondatore della Sikorsky Aircraft Corporation, produttrice di elicotteri) 


Agostino Degas:
Pare in realtà che questa pubblicata sia una frase di I. Sikorsky, un pioniere della costruzione di elicotteri. Effettivamente, come il calabrone, l'elicottero non avrebbe, apparentemente, una struttura adatta al volo e produce portanza grazie alle pale che, girando, creano un ''vortice'' che di fatto risucchia il corpo, lo stesso principio è usato dal calabrone a da altri insetti.




sabato 25 febbraio 2012

John Keats. Spalanca la porta alla gabbia della mente, e vedrai, si lancerà volando verso il cielo


Spalanca la porta alla gabbia della mente, e vedrai, si lancerà volando verso il cielo
John Keats


Lascia sempre vagare la fantasia,
È sempre altrove il piacere:
E si scioglie, solo a toccarlo, dolce,
Come le bolle quando la pioggia picchia;
Lasciala quindi vagare, lei, l’alata,
Per il pensiero che davanti ancor le si stende;
Spalanca la porta alla gabbia della mente,
E, vedrai, si lancerà volando verso il cielo.
John Keats


Questo mondo viene di solito chiamato, dai superstiziosi e dagli ignoranti, "una valle di lacrime", da cui saremo redenti grazie a qualche arbitrario intervento di Dio, e portati in cielo. Che concetto ristretto e rigido! Piuttosto, se vi va, chiamiamolo "la valle che forma l'anima". Allora, sì, sarà possibile comprendere a che cosa serve il mondo [...]. Io dico che forma l'anima, distinguendo l'anima dall'intelligenza. Ci possono essere intelligenze o scintille della divinità a milioni ma non ci sono anime finché le scintille non hanno raggiunto un'identità, finché ognuna non è individualmente sé stessa. Le intelligenze sono atomi di percezione: conoscono, e vedono, e sono pure; in breve sono Dio. Ma allora come si formano le anime? Come riescono queste scintille, che sono Dio, a ricevere un'identità, così da possedere una beatitudine propria, specifica di ogni singola esistenza? Come, se non grazie a un mondo come il nostro? 
John Keats, da Lettera a George e Georgiana Keats, 18 febbraio 1819




  Viaggio nel Mondo



giovedì 5 gennaio 2012

Rudolf Nureyev. Ogni uomo dovrebbe danzare, per tutta la vita. Per tredici anni ho studiato e lavorato, niente audizioni, niente, perché servivano le mie braccia per lavorare nei campi. Ma a me non interessava: io imparavo a danzare e danzavo perché mi era impossibile non farlo, mi era impossibile pensare di essere altrove, di non sentire la terra che si trasformava sotto le mie piante dei piedi, impossibile non perdermi nella musica, impossibile non usare i miei occhi per guardare allo specchio, per provare passi nuovi. Ogni giorno mi alzavo con il pensiero del momento in cui avrei messo i piedi dentro le scarpette e facevo tutto pregustando quel momento. E quando ero lì, con l’odore di canfora, legno, calzamaglie, ero un’aquila sul tetto del mondo, ero il poeta tra i poeti, ero ovunque ed ero ogni cosa. Ricordo una ballerina Elèna Vadislowa, famiglia ricca, ben curata, bellissima. Desiderava ballare quanto me, ma più tardi capii che non era così. Lei ballava per tutte le audizioni, per lo spettacolo di fine corso, per gli insegnanti che la guardavano, per rendere omaggio alla sua bellezza. Si preparò due anni per il concorso Djenko. Le aspettative erano tutte su di lei. Due anni in cui sacrificò parte della sua vita. Non vinse il concorso. Smise di ballare, per sempre. Non resse la sconfitta. Era questa la differenza tra me e lei. Io danzavo perché era il mio credo, il mio bisogno, le mie parole che non dicevo, la mia fatica, la mia povertà, il mio pianto. Io ballavo perché solo lì il mio essere abbatteva i limiti della mia condizione sociale, della mia timidezza, della mia vergogna. Io ballavo ed ero con l’universo tra le mani, e mentre ero a scuola, studiavo, aravo i campi alle sei del mattino, la mia mente sopportava perché era ubriaca del mio corpo che catturava l’aria. Ero povero, e sfilavano davanti a me ragazzi che si esibivano per concorsi, avevano abiti nuovi, facevano viaggi. Non ne soffrivo, la mia sofferenza sarebbe stata impedirmi di entrare nella sala e sentire il mio sudore uscire dai pori del viso.

Chi vola alto è sempre solo
Rudolf Nureyev


Ogni uomo dovrebbe danzare, per tutta la vita
Rudolf Nureyev


Rudolf Nureyev, uno dei più grandi artisti del ventesimo secolo e genio della danza, ormai giunto alla fine della sua vita (morirà di AIDS nel 1993), scrive una bellissima lettera-testamento sul grande amore della sua vita: la danza. La pubblichiamo integralmente perché pensiamo che anche per chi scrive ci sia lo stesso senso di dedizione e di amore, gli stessi passi da compiere per sollevarsi dentro la propria vita e oltre il dolore.


Non essere ballerino, ma danzare. Non essere scrittore, ma scrivere.


L'amicizia, come l'amore, richiede quasi altrettanta arte di una figura di danza ben riuscita.
Ci vuole molto slancio e molto controllo, molti scambi di parole e moltissimi silenzi.
Soprattutto molto rispetto.
Rudolf Nureyev


«Era l’odore della mia pelle che cambiava, era prepararsi prima della lezione, era fuggire da scuola e dopo aver lavorato nei campi con mio padre perché eravamo dieci fratelli, fare quei due chilometri a piedi per raggiungere la scuola di danza. Non avrei mai fatto il ballerino, non potevo permettermi questo sogno, ma ero lì, con le mie scarpe consunte ai piedi, con il mio corpo che si apriva alla musica, con il respiro che mi rendeva sopra le nuvole. Era il senso che davo al mio essere, era stare lì e rendere i miei muscoli parole e poesia, era il vento tra le mie braccia, erano gli altri ragazzi come me che erano lì e forse non avrebbero fatto i ballerini, ma ci scambiavamo il sudore, i silenzi, a fatica. Per tredici anni ho studiato e lavorato, niente audizioni, niente, perché servivano le mie braccia per lavorare nei campi. Ma a me non interessava: io imparavo a danzare e danzavo perché mi era impossibile non farlo, mi era impossibile pensare di essere altrove, di non sentire la terra che si trasformava sotto le mie piante dei piedi, impossibile non perdermi nella musica, impossibile non usare i miei occhi per guardare allo specchio, per provare passi nuovi.
Ogni giorno mi alzavo con il pensiero del momento in cui avrei messo i piedi dentro le scarpette e facevo tutto pregustando quel momento. E quando ero lì, con l’odore di canfora, legno, calzamaglie, ero un’aquila sul tetto del mondo, ero il poeta tra i poeti, ero ovunque ed ero ogni cosa. Ricordo una ballerina Elèna Vadislowa, famiglia ricca, ben curata, bellissima. Desiderava ballare quanto me, ma più tardi capii che non era così. Lei ballava per tutte le audizioni, per lo spettacolo di fine corso, per gli insegnanti che la guardavano, per rendere omaggio alla sua bellezza. Si preparò due anni per il concorso Djenko. Le aspettative erano tutte su di lei. Due anni in cui sacrificò parte della sua vita. Non vinse il concorso. Smise di ballare, per sempre. Non resse la sconfitta. Era questa la differenza tra me e lei. Io danzavo perché era il mio credo, il mio bisogno, le mie parole che non dicevo, la mia fatica, la mia povertà, il mio pianto. Io ballavo perché solo lì il mio essere abbatteva i limiti della mia condizione sociale, della mia timidezza, della mia vergogna. Io ballavo ed ero con l’universo tra le mani, e mentre ero a scuola, studiavo, aravo i campi alle sei del mattino, la mia mente sopportava perché era ubriaca del mio corpo che catturava l’aria. Ero povero, e sfilavano davanti a me ragazzi che si esibivano per concorsi, avevano abiti nuovi, facevano viaggi. Non ne soffrivo, la mia sofferenza sarebbe stata impedirmi di entrare nella sala e sentire il mio sudore uscire dai pori del viso.


La mia sofferenza sarebbe stata non esserci, non essere lì, circondato da quella poesia che solo la sublimazione dell’arte può dare. Ero pittore, poeta, scultore. Il primo ballerino dello spettacolo di fine anno si fece male. Ero l’unico a sapere ogni mossa perché succhiavo, in silenzio ogni passo. Mi fecero indossare i suoi vestiti, nuovi, brillanti e mi dettero dopo tredici anni, la responsabilità di dimostrare. Nulla fu diverso in quegli attimi che danzai sul palco, ero come nella sala con i miei vestiti smessi. Ero e mi esibivo, ma era danzare che a me importava. Gli applausi mi raggiunsero lontani. Dietro le quinte, l’unica cosa che volevo era togliermi quella calzamaglia scomodissima, ma mi raggiunsero i complimenti di tutti e dovetti aspettare. Il mio sonno non fu diverso da quello delle altre notti. Avevo danzato e chi mi stava guardando era solo una nube lontana all’orizzonte. Da quel momento la mia vita cambiò, ma non la mia passione ed il mio bisogno di danzare.

Continuavo ad aiutare mio padre nei campi anche se il mio nome era sulla bocca di tutti. 
Divenni uno degli astri più luminosi della danza. Ora so che dovrò morire, perché questa malattia non perdona, ed il mio corpo è intrappolato su una carrozzina, il sangue non circola, perdo di peso. Ma l’unica cosa che mi accompagna è la mia danza la mia libertà di essere. Sono qui, ma io danzo con la mente, volo oltre le mie parole ed il mio dolore. Io danzo il mio essere con la ricchezza che so di avere e che mi seguirà ovunque: quella di aver dato a me stesso la possibilità di esistere al di sopra della fatica e di aver imparato che se si prova stanchezza e fatica ballando, e se ci si siede per lo sforzo, se compatiamo i nostri piedi sanguinanti, se rincorriamo solo la meta e non comprendiamo il pieno ed unico piacere di muoverci, non comprendiamo la profonda essenza della vita, dove il significato è nel suo divenire e non nell’apparire. Ogni uomo dovrebbe danzare, per tutta la vita.

Non essere ballerino, ma danzare. Chi non conoscerà mai il piacere di entrare in una sala con delle sbarre di legno e degli specchi, chi smette perché non ottiene risultati, chi ha sempre bisogno di stimoli per amare o vivere, non è entrato nella profondità della vita, ed abbandonerà ogni qualvolta la vita non gli regalerà ciò che lui desidera. È la legge dell’amore: si ama perché si sente il bisogno di farlo, non per ottenere qualcosa od essere ricambiati, altrimenti si è destinati all’infelicità. Io sto morendo, e ringrazio Dio per avermi dato un corpo per danzare cosicché io non sprecassi neanche un attimo del meraviglioso dono della vita».

RUDOLF NUREYEV

https://ilmestierediscrivere.wordpress.com/2015/08/04/rudolf-nureyev-ogni-uomo-dovrebbe-danzare-per-tutta-la-vita/


Paris_Beaton_2





martedì 29 novembre 2011

Sergio Bambarén, “I Sogni dei Bambini”. La vita è un sogno.


La vita è un sogno che non va vissuto a occhi chiusi, bensì da svegli.
Dobbiamo assaporare un giorno alla volta, senza timori,
e senza sforzarci di comprendere quello che il destino ci pone davanti.
Sergio Bambarén, “I Sogni dei Bambini”

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