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martedì 20 novembre 2012

Edmund Husserl. Guardiamo un pezzo di gesso; chiudiamo ed apriamo gli occhi. Abbiamo così due percezioni. Diciamo allora che VEDIAMO LO STESSO GESSO DUE VOLTE. ABBIAMO QUI CONTENUTI TEMPORALMENTE SEPARATI, AVVERTIAMO BENSÌ UNO STACCO, UNA SEPARAZIONE, FENOMENOLOGICA, TEMPORALE, MA NELL’OGGETTO NON C’È ALCUNA SEPARAZIONE, È SEMPRE LO STESSO: NELL’OGGETTO DURATA, NEL FENOMENO CAMBIAMENTO. Allo stesso modo, POSSIAMO SENTIRE SOGGETTIVAMENTE UNA SUCCESSIONE TEMPORALE LÀ DOVE, OBBIETTIVAMENTE, BISOGNA CONSTATARE UNA COESISTENZA.



Edmund Husserl. Sentire soggettivamente una successione temporale.
IL TEMPO OBBIETTIVO RIENTRA NEL CONTESTO DELL’OGGETTUALITÀ D’ESPERIENZA.
I dati di tempo <sentiti> non sono semplicemente sentiti, ma comportano altresì dei caratteri apprensionali cui competono, a loro volta, certe PRETESE E LEGITTIMAZIONI a commisurare l’un l’altro i tempi e i rapporti di tempo che, in base ai dati sentiti, appaiono, a imporre loro questo o quell’ordine obbiettivo, a SELEZIONARE SECONDO DETERMINATI CRITERI ORDINI REALI E ORDINI APPARENTI. Ciò che allora si costituisce come essere obbiettivamente valido è, in ultima analisi, quell’uno e infinito tempo obbiettivo in cui tutte le cose e gli eventi, i corpi e le loro proprietà fisiche, le anime e i loro stati psichici, hanno i loro posti temporali determinati e determinabili per mezzo di un CRONOMETRO.
Può darsi – ma la cosa in questa sede non ci riguarda – che la base ultima di tali DETERMINAZIONI OBBIETTIVE sia dovuta e constatazioni di differenze e relazioni tra i dati di tempo, o semplicemente a un’immediata adeguazione a tali dati. Ma non c’è dubbio che, per esempio, UN <SIMULTANEAMENTE> SENTITO NON È SIMULTANEITÀ OBBIETTIVA; eguaglianza sentita di distanze fenomenologico-temporali non è eguaglianza obbiettiva di distanze di tempo ecc.; l’assoluto dato di tempo, sentito, non è senz’altro l’esser-vissuto di un tempo obbiettivo (e questo vale anche per il dato assoluto dell’<ora>). Afferrare e afferrare in evidenza un contenuto, così come esso è vissuto, non significa afferrare una obbiettività in senso empirico, una realtà obbiettiva nel senso in cui si parla di cose, eventi, situazioni obbiettive, di posizione obbiettiva nello spazio e nel tempo, di forma spaziale e temporale obbiettivamente reale ecc.
Guardiamo un pezzo di gesso; chiudiamo ed apriamo gli occhi. Abbiamo così due percezioni. Diciamo allora che VEDIAMO LO STESSO GESSO DUE VOLTE. ABBIAMO QUI CONTENUTI TEMPORALMENTE SEPARATI, AVVERTIAMO BENSÌ UNO STACCO, UNA SEPARAZIONE, FENOMENOLOGICA, TEMPORALE, MA NELL’OGGETTO NON C’È ALCUNA SEPARAZIONE, È SEMPRE LO STESSO: NELL’OGGETTO DURATA, NEL FENOMENO CAMBIAMENTO. Allo stesso modo, POSSIAMO SENTIRE SOGGETTIVAMENTE UNA SUCCESSIONE TEMPORALE LÀ DOVE, OBBIETTIVAMENTE, BISOGNA CONSTATARE UNA COESISTENZA. Il contenuto vissuto viene <obbiettivato>, ed ecco che L’OGGETTO È COSTITUITO, NEL MODO DELL’APPRENSIONE, IN BASE AL MATERIALE DEI CONTENUTI VISSUTI. L’oggetto non è però la semplice somma o il complesso di questi <contenuti>, che non vi rientrano affatto, esso è più che un contenuto e, in certo modo, altra cosa. L’OBBIETTIVITÀ APPARTIENE ALL’<ESPERIENZA> E PRECISAMENTE ALL’UNITÀ DELL’ESPERIENZA, a quello che, IN BASE ALLE LEGGI DELL’ESPERIENZA, È IL CONTESTO DELLA NATURA. IN TERMINI FENOMENOLOGICI: NON È NEI CONTENUTI <PRIMARI> CHE SI COSTITUISCE L’OBBIETTIVITÀ, ma nei caratteri apprensionali e nelle legalità d’essenza ad essi inerenti. Sviscerare e comprendere tutto ciò è, appunto, il compito di una FENOMENOLOGIA DELLA CONOSCENZA.”
EDMUND HUSSERL, “Per una fenomenologia interna del tempo”, a cura di Rudolf Boehm, ed. it. a cura di Alfredo Marini, Franco Angeli, Milano 1985 (I ed. 1981), Parte I. ‘Le lezioni sulla coscienza interna del tempo dell'anno 1905’, § 1. ‘Messa fuori causa del tempo obbiettivo’, pp. 46 – 47.




“ Die objektive Zeit gehört in den Zusammenhang der Erfahrungsgegenständlichkeit. Die <empfundenen> Temporaldaten sind nicht bloß empfunden, sie sind auch mit Auffassungscharakteren behaftet, und zu diesen wiederum gehören gewisse Forderungen und Berechtigungen, die auf Grund der empfundenen Daten erscheinenden Zeiten und Zeitverhältnisse aneinander zu messen, so und so in objektive Ordnungen zu bringen, so und so scheinbar in wirkliche Ordnungen zu fondern. Was sich da als objektiv gültiges Sein konstituiert, ist schließlich die eine und endliche objektive Zeit, in welcher alle Dinge und Ereignisse, Körper mit ihren physischen Beschaffenheiten, Seelen mit ihren seelischen Zuständen ihre bestimmten Zeitstellen haben, die durch Chronometer bestimmbar find.
Es mag sein - hier haben wir darüber nicht zu urteilen – daß diese objektiven Bestimmungen letztlich ihren Anhalt besitzen an Konstatierungen von Unterscheiden und Verhältnissen der Temporaldaten oder in unmittelbarer
Adäquation an diese Temporaldaten selbst. Aber ohne weiteres ist z. B. Empfundenes <Zugleich> nicht objektive Gleichzeitigkeit, empfundene Gleichheit von phänomenologisch-temporalen Abständen nicht objektive Gleichheit von Zeitabständen usw., das empfundene absolute Zeitdatum nicht ohne weiteres Erlebtsein objektiver Zeit (auch für das absolute Datum des Jetzt gilt das). Erfassen und zwar evident Erfassen eines Inhalts, so wie er erlebt ist, das heißt noch nicht, eine Objektivität im eimpirischen Sinne erfassen, eine objektive Wirklichkeit in dem Sinne, in welchem von objektiven Dingen, Ereignissen, Verhältnissen, von objektiver Raumlage und Zeitlage, von objektiv wirklicher Raumgestalt und Zeitgestalt usw. Die Rede ist.
Blicken wir auf ein Stück Kreide hin; wir schließen und öffnen die Augen. Dann haben wir zwei Wahrnehmungen. Wir sagen dabei: wir sehen dieselbe Kreide zweimal. Wir haben dabei zeitlich getrennte Inhalte, wir erschauen auch ein phänomenologisches zeitliches Auseinander, eine Trennung, aber am Gegenstand ist keine Trennung, er ist derselbe: im Gegenstand Dauer, im Phänomen Wechsel. So können wir auch subjektiv ein zeitliches Nacheinander empfinden, wo objektiv eine Koexistenz festzustellen ist. Der erlebte Inhalt wir <objektiviert>, und nun ist das Objekt aus dem Material der erlebten Inhalte in der Weise der Auffassung konstituiert.
Der Gegenstand ist aber nicht bloß die Summe oder Komplexion dieser <Inhalte>, die in ihn garnicht eingehen, er ist mehr als Inhalt und anderes. Die Objektivität gehört zur <Erfahrung> und zwar zur Einheit der Erfahrung, zum erfahrungsgesetzlichen Zusammenhang der Natur. Phänomenologische gesprochen: die Objektivität konstituiert sich eben nicht in den <primären> Inhalten, sondern in den Auffassungscharakteren und in den zu dem Wesen dieser Charaktere gehörigen Gesetzmäßigkeiten. Das voll zu durchschauen und zum klaren Verständnis zu bringen, ist eben Erkenntnisphänomenologie.”
EDMUND HUSSERL, “Vorlesungen zur Phänomenologie des inneren Zeitbewußtfeins”, herausgegeben von Martin Heidegger, Sonderdruck aus: ‘Jahrbuch für Philosophie und phänomenologische Forschung’, Bd. IX
Herausgegeben von E. Husserl, Niemeyer Verlag, Halle 1928 (S. 367 – 490), Erster Teil ‘Die Vorlesungen über das innere Zeitbewußt. Sein aus dem Jahre 1905, § 1. ‘Hausschaltung der objektiven Zeit’, S. 371 – 373.

domenica 22 gennaio 2012

Gabriel García Márquez. La vita non è quella che si è vissuta ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.

La vita non è quella che si è vissuta ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
Gabriel García Márquez


La vida no es la que uno vivió, sino la que uno recuerda, y cómo la recuerda para contarla.
Sed fugit interea, fugit inreparabile tempus.




Gli esseri umani non nascono sempre il giorno in cui le loro madri li danno alla luce, ma la vita li costringe ancora molte volte a partorirsi da sé.
Gabriel García Márquez



«Lei lo lasciò finire, grattandogli la testa con i polpastrelli delle dita, e senza che lui le avesse rivelato che stava piangendo d’amore, lei riconobbe immediatamente il pianto più antico della storia dell’uomo».
Gabriel García Márquez, “Cent’anni di solitudine”


La necessità di sentirsi triste si andava trasformando in lei in un vizio a mano a mano che la devastavano gli anni. Si umanizzò nella solitudine
Gabriel Garcia Marquez, Cent'anni di solitudine


«Arcadio l'aveva vista molte volte, dietro il banco della botteguccia di viveri dei suoi genitori, e non si era mai accorto di lei, perché aveva la rara virtù di non esistere completamente se non nel momento opportuno».
Gabriel García Márquez, “Cent'anni di solitudine”



Fece allora un ultimo sforzo per cercare nel suo cuore il luogo dove gli si erano putrefatti gli affetti, e non poté trovarlo.
Gabriel Garcia Marquez. Cent'anni di solitudine



Forse Dio desidera che tu conosca molte persone sbagliate prima che tu conosca la persona giusta, affinché, quando infine la conoscerai, tu sappia essere grato.
Gabriel García Márquez.




Non sforzarti tanto. Le cose accadono quando meno te lo aspetti.
Gabriel Garcia Marquez



A quel periodo risalivano le sue teorie più semplicistiche sul rapporto tra il fisico delle donne e le loro attitudini amatorie.
Diffidava del tipo sensuale, quelle che sembravano capaci di mangiarsi un caimano crudo, e che in genere erano le più passive a letto. Il suo tipo era l'opposto: quelle ranocchiette sparute che nessuno si prendeva la briga di voltarsi a guardare per strada, che sembravano ridursi a nulla quando si toglievano i vestiti, che facevano pena per lo scricchiolio delle ossa al primo impatto, e che tuttavia potevano lasciare il più chiacchierone dei bellimbusti pronto per essere buttato nell'immondizia.. Aveva preso buona nota di quelle osservazioni precoci con l'intenzione di scrivere un supplemento pratico al 'Segretario degli Innamorati', ma il progetto ebbe la stessa sorte del precedente dopo che Ausencia Santander gli dette una bella scrollata al diritto e al rovescio con la sua saggezza da cane vecchio, lo prese di petto, lo rivoltò da tutte le parti, lo ripartorì come nuovo, fece a pezzi i suoi virtuosismi teorici e gli insegnò l'unica cosa che doveva imparare per l'amore: che la vita non te la insegna nessuno.
Gabriel García Márquez, “L’amore ai tempi del colera”


«..il cuore le si frantumò quando vide il suo uomo supino nel fango, già morto in vita, ma che resisteva ancora un ultimo minuto al colpo di coda della morte affinché lei avesse il tempo di arrivare. Riuscì a riconoscerla nel tumulto attraverso le lacrime del dolore irripetibile di morirsene senza di lei e la guardò l'ultima volta per sempre con gli occhi più luminosi, più tristi e più riconoscenti che lei gli avesse mai visto in mezzo secolo di vita in comune, e riuscì a dirle con l'ultimo respiro: “Solo Dio sa quanto ti ho amata”».
Gabriel Garcia Marquez, “L’amore ai tempi del colera” (El amor en los tiempos del cólera, 1985)




Una volta lui aveva detto qualcosa che lei non riusciva ad immaginare:
gli amputati sentono dolori, crampi, solletico alla gamba che non hanno più.
Così si sentiva lei senza di lui, sentendolo là dove non c’era più.
Gabriel García Márquez. L’amore ai tempi del colera


«Era inevitabile: l’odore della mandorle amare gli ricordava sempre il destino degli amori contrastati».
Gabriel García Marquez, “L’amore ai tempi del colera”



Era ancora troppo giovane per sapere che la memoria del cuore elimina i brutti ricordi e magnifica quelli belli, e che grazie a tale artificio riusciamo a tollerare il passato.
Gabriel Garcia Marquez, L’amore ai tempi del colera


"Ti adoro perché mi hai fatto diventare puttana."
Altrimenti detto, non aveva torto. Florentino Ariza l'aveva spogliata della verginità di un matrimonio convenzionale, che era più perniciosa della verginità congenita e dell'astinenza della vedovanza. Le aveva insegnato che nulla di quanto si fa a letto è immorale se contribuisce a perpetuare l'amore. E una cosa che da allora in poi sarebbe stata la ragione della sua vita: l'aveva convinta che si viene al mondo con i propri orgasmi contati, e quelli che non vengono usati per qualsiasi motivo, proprio o altrui, volontario o coatto, sono persi per sempre. Il merito di lei fu di prenderlo alla lettera.
Gabriel García Márquez, "L'Amore ai Tempi del Colera"


«Passò un colpo di spugna senza lacrime sul ricordo di Florentino Ariza, lo cancellò del tutto, e nello spazio che occupava nella sua memoria lasciò che fiorisse un prato di papaveri».
Gabriel García Márquez, “L’amore ai tempi del colera”


Si può essere innamorati di diverse persone per volta, e di tutte con lo stesso dolore,
senza tradirne nessuna, il cuore ha più stanze di un bordello.
Gabriel García Márquez, “L’amore ai tempi del colera”





Questa è solo la descrizione del sentimento provato da Florentino Ariza, combattuto tra l'amore per Fermina, la donna che non poteva avere perché sposata, e che lui ha idealizzato, e la passione per Olimpia, una delle sue amanti, che morirà per lui.








"Una volta lui le aveva detto una cosa che lei non riusciva a concepire:
gli amputati sentono dolori, crampi, solletico, alla gamba che non hanno più.
Così si sentiva lei senza di lui, sentendolo dove non c'era più."




Fece costruire a sua moglie una stanza da letto senza finestre in modo che i pirati dei suoi incubi non avessero da dove entrare.
Gabriel García Márquez, Cent'anni di solitudine


Da un'antica tomba nel convento delle clarisse di Cartagena emerge una lunghissima chioma rossa. Dal singolare evento, cui il giovane Garcia Màrquez, allora cronista alle prime armi, si trovò ad assistere, scaturisce questo affascinante racconto pubblicato nel 1994, con il quale Gabo torna alle atmosfere di "Cent'anni di solitudine" e ai temi dell'"Amore ai tempi del colera", la passione erotica che diventa malattia, metafora della letteratura e della vita. Al centro della vicenda, ambientata in una Cartagena de Indias perduta in un vago e oscuro passato coloniale, sospeso tra il possibile e il misterioso, c'è la passione innaturale e distruttiva che vede protagonisti una bellissima bambina morsa da un cane rabbioso, un medico negromante e un giovane esorcista posseduto dal mal d'amore. Costruito con la logica di Calderón de la Barca e l'ironia di Cervantes, "Dell'amore e di altri demoni" vive di una prosa insolitamente scarna ed essenziale. Una scrittura decantata e limpida che dà vita a pagine di struggente poesia e di emozionato pudore con cui Gabriel Garcia Márquez riesce ad avvincere il lettore, trascinandolo in un enigmatico universo capace di travolgere i sensi e i sentimenti.
http://www.ibs.it/code/9788804571100/garcia-mar/dell-amore-altri.html


Uscii in strada raggiante e per la prima volta riconobbi me stesso all'orizzonte remoto del mio primo secolo. La mia casa, silenziosa e in ordine alle sei e un quarto, cominciava a godersi i colori di un'aurora felice. Damiana cantava a pieni polmoni in cucina, e il gatto redivivo arrotolò la coda intorno alle mie caviglie e continuò a camminare con me fino al tavolo per scrivere. Stavo ordinando le mie carte avvizzite, il calamaio, la penna d'oca, quando il sole esplose fra i mandorli del parco e il battello fluviale della posta, in ritardo di una settimana per la siccità, entrò bramendo nel canale del porto. Era finalmente la vita reale, col mio cuore in salvo, e condannato a morire di buon amore nell'agonia felice di un giorno qualsiasi dopo i miei cent'anni.
Gabriel Garcia Márquez, Memorie delle mie puttane tristi


«E lì presi coscienza che la forza che ha spinto il mondo non sono gli amori felici, bensì quelli contrastati».
Gabriel Garcia Marquez, “Memorie delle mie puttane tristi”







martedì 13 dicembre 2011

sabato 26 novembre 2011

Albert Schweitzer. Tracce d'amore che avremo lasciato.

Viviamo in un’epoca pericolosa. L’essere umano ha imparato a dominare la natura molto prima di aver imparato a dominare se stesso.
Albert Schweitzer


L'unica cosa importante quando ce ne andremo, saranno le tracce d'amore che avremo lasciato.
Albert Schweitzer


Ho sempre provato una simpatia particolare per l’etica indiana in quanto non si preoccupa delle relazioni dell’uomo con il proprio simile e con la società soltanto, ma anche del suo atteggiamento verso tutte le creature
Albert Schweitzer



Il grande segreto è camminare attraverso la vita senza essere consumati. E questo è possibile a chi non si appoggia su persone o su avvenimenti ma, in ogni circostanza, si riporta a se stesso e cerca in se stesso il senso ultimo delle cose.
Albert Schweitzer


e se il pensiero mistico religioso indiano avesse ragione...

Sono stato educato a conoscere poco e male il Cristianesimo, a causa dei canoni di una rigorosa tradizione, e - conseguentemente - di un’atavica ignoranza, trasmessa da generazione in generazione sino alla mia. Non mi sono state inculcate né la curiosità di conoscere le altre religioni né la cultura della ricerca, osteggiata da una mentalità bigotta, secondo la quale solo il Cristianesimo è depositario della verità. Le altre religioni, come il Cristianesimo, andrebbero invece non solo rispettate, ma anche profondamente studiateIl pensiero indiano, ad esempio, dal Brahmanesimo antico all’Induismo moderno, merita senza ombra di dubbio un posto di notevole considerazione nel contesto dello scenario religioso mondiale, perché considera la vita di ogni creatura vivente - umana e non umana - inviolabile.
Particolare importanza hanno le Upanishad, commentari mistico-religiosi al testo Veda.
Ecco alcuni brani, tratti da: Albert Schweitzer, ‘I grandi pensatori dell’India’, Ubaldini Editore, Roma 1983, p. 30:
In verita, il principio da cui tutti gli esseri hanno origine, del quale vivono una volta nati, al quale tornano quando muoiono, tu devi cercar di conoscerlo: è il Brahman.”
L’anima delle creature è una, ma essa è presente in ogni creatura; unità e pluralità in un medesimo tempo, come la luna che si riflette sulle acque.”
“Il Brahman serve di dimora ad ogni essere e dimora in ogni essere.”
“Ecco la verità: come da un fuoco che arde si sprigionano a migliaia scintille simili a lui, così dall’essere immutabile hanno origine esseri di ogni specie che a lui ritornano.”
“Chiunque vede sé in ogni essere e vede ogni essere in se stesso, diviene in questo modo uno col Brahman supremo.”
Il Brahman supremo, l’anima di tutto, il principio dell’Universo, più tenue della cosa più tenue, l’Essere eterno, sei tu, sei tu (tat tvam asi).”
L’anima è espressione e parte dell’Assoluto Indeterminato (Brahman), da cui deriva e a cui deve ritornare, in seguito ad un lungo ed inevitabile ciclo di reincarnazioni, in virtù delle quali l’anima umana, soggetta a trasmigrare in altri esseri viventi, può dimorare anche negli animali. La dottrina della reincarnazione è conforme alla dottrina brahmanica perché questa insegna che le anime degli uomini, degli animali, e delle piante sono di uguale natura. Poiché la morale del pensiero indiano è basata sul concetto dell’unità eterna ed assoluta dell’Uno universale e dell’Io, essa fa obbligo all’individuo di rispettare la vita di ogni creatura vivente.
Al Movimento Hare Krishna ho posto la seguente domanda: “Qual’ è il ruolo degli animali nel pensiero induista?”.
Ecco, di seguito, la testuale risposta di Isvara.it: “Gli esseri viventi, in qualsiasi corpo materiale si trovino, sono tutti di origine spirituale. Cadono in questo mondo fenomenico a causa dei loro desideri perversi e, secondo la natura di questi desideri, assumono diversi tipi di corpi. I Veda dicono che ci sono 8.400.000 diverse classificazioni di ‘involucri’ materiali, creati appositamente per soddisfare tutti i desideri materiali immaginabili. I corpi animali sono tra questi. All’interno c’è una scintilla di energia personale spirituale, che è l’individuo eterno. Dopo avere trascorso un certo periodo di tempo in quel corpo, quando questo per l’azione del Tempo (kala) diventa inutilizzabile, l’anima l’abbandona e ne assume un altro. Infatti l’anima spirituale è eterna, e la morte è un fenomeno che non lo riguarda. La morte è il momento in cui l’anima lascia un corpo per assumerne un altroIl ‘pensiero induista’ sostiene l’esistenza dell’anima. Dunque gli animali hanno pari dignità rispetto alla vita di qualsiasi altra forma vivente. Gli animali sono sempre stati rispettati da tutte le scuole spiritualistiche indiane. L’uccisione di animali e il consumo di carne è una barbarie, inutile e anzi dannosa. Uccidere un uomo o uccidere un animale è lo stesso. Sempre di violenza inutile si tratta. Gli animali sono esseri che hanno vita, che deve sempre rispettata. Questa è la visione filosofica delle scuole indiane al riguardo dell’argomento da te proposto.”
E se il pensiero mistico-religioso indiano avesse veramente ragione!? Secondo tale dottrina il ritorno all’Assoluto è garantito; ma quando e come!? Dopo un ciclo più o meno lungo di reincarnazioni, in conformità - credo di avere capito - alle colpe da espiare e al perfezionamento da raggiungere tramite la conoscenza. L’anima dell’uomo (Atman) acquisisce la consapevolezza dell’intima fusione con l’Assoluto Impersonale (Brahman) e - finalmente salva - il funesto ciclo delle reincarnazioni si esaurisce. Giova ribadire che l’anima appartiene anche agli animali e alle piante. Provo ad avanzare un’ipotesi e a fare qualche conto. Se personalmente sto attualmente vivendo in uno stato di reincarnazione per l’espiazione di colpe passate, è certo che almeno altri sessanta anni - ad essere ottimista - dovrò pure viverli dopo la mia morte in un altro corpo sia per gli errori commessi contro i miei simili sia, soprattutto, contro gli animali, della cui carne mi sono stupidamente deliziato a tavola per  cinquant’anni , avendo purtroppo ricevuto sin da bambino l’errata educazione laica e, soprattutto, religiosa che la vita degli animali è priva di dignità e di valore intrinseco. E non è neanche escluso che tornerò a rivivere nel corpo di un animale. Per un sano principio di giustizia, questo mi sta bene. E che dire dei teologi cristiani? Per duemila anni si sono guardati bene dallo sfiorare, anche per caso, il concetto di giustizia da applicare alla vita degli animali, negando categoricamente ogni valore alla loro vita e insegnando che nella mente di Dio solo la vita dell’uomo ha un senso ed è inviolabile - anche  se non sempre (a tal proposito è lecito fare riferimento alla benedizione cristiana delle guerre e delle armi per farle). Essi hanno una doppia responsabilità: una nei confronti della vita degli animali e l’altra - ancora più grave - per avere inculcato nella mente della gente il concetto dell’ingiustizia nei confronti degli animali. Non vorrei trovarmi al loro posto, destinati - come giustamente sarebbero - ad un lunghissimo ciclo di reincarnazioni, molto probabilmente anche in corpi di animali, per finire - come quegli animali a cui hanno sempre negato l’inviolabilità del naturale diritto alla vita - appesi ripetutamente al gancio di una macelleria, dopo una morte fatta di indicibili sofferenze - fisiche e psicologiche - e di violenza. A conti fatti, sarebbe preferibile per costoro che, al posto della reincarnazione, esistesse veramente l’orrido inferno cristiano, da loro tanto efficacemente e coloritamente descritto per terrorizzare la gente e probabilmente manipolarne l’esistenza - e in molti casi, purtroppo, l’ ignoranza – allo scopo di dominarla. “Per due millenni si è così vissuto d’angoscia, si è dominato perché altri avevano paura, si coltivava il culto di Satana con tutta l’intimità possibile. Infatti: «Togliete a un cristiano la paura dell’inferno» - afferma Diderot - «e gli toglierete la fede»”
Tratto da: Federico Bartolozzi, ‘Diritti Animali ed Etica Cristiana’, Publizon A/S, Århus, Danimarca, 2010 (Nuova Edizione)


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