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giovedì 16 maggio 2013

Frédéric Bastiat. Lo Stato è la grande entità fittizia attraverso la quale ognuno cerca di vivere a spese di tutti gli altri.

"Vi sono solo due modi per acquisire le risorse che sono necessarie a conservare, 
e a rendere bella e migliore, l’esistenza: la PRODUZIONE e la SPOLIAZIONE". 
Frédéric Bastiat, “La fisiologia della Spoliazione”, in Sofismi Economici II.

Quando il saccheggio diventa un modo di vita per un gruppo di uomini che vivono insieme nella società, creano per se stessi, nel corso del tempo, un sistema legale che lo autorizza e un codice morale che lo glorifica.
Frédéric Bastiat  1801 - 1850. Tratto da "sofismi economici"


"la nostra storia sarà vista come caratterizzata da sole due fasi: 
i periodi di conflitto per chi prenderà il controllo dello Stato e i periodi di tregua, che costituiranno il regno transitorio di una trionfante oppressione,  presagio di un imminente conflitto".
Frédéric Bastiat, lettera a Mme  Cheuvreux


"Bastiat aveva una visione severa circa questi sviluppi e reputava qualsiasi “servizio pubblico” che andasse al di là del minimo indispensabile per garantire i servizi di polizia e di amministrazione della giustizia come “una forma disastrosa di parassitismo” (“Gli intermediari” in Ciò che si vede e ciò che non si vede) . Usando il suo prisma preferito, Jacques Bonhomme (il Signor Qualunque), per rendere al meglio le sue puntualizzazioni, Bastiat confrontò la “fornitura coatta” dei “servizi pubblici” –  il “parassitismo legale” della burocrazia francese – alle azioni del ladruncolo che indulge nell’ordinario “parassitismo illegale (o extralegale )”, quando si approfitta della proprietà di Jacques irrompendo in casa sua ( “Le imposte” in Ciò che si vede e ciò che non si vede)".

 saggio su “Le due moralità”, Bastiat contrappone il ruolo della “moralità religiosa” e della “moralità economica” nel determinare questo cambiamento nel modo di pensare: 
"Si lasci che la moralità religiosa tocchi pertanto i cuori dei Tartufi, dei Cesari, dei coloni, dei beneficiari di sinecure e dei monopolisti, ecc, se ciò sia possibile. Il compito della politica economica è quello di illuminare i loro gonzi". 
(Nella commedia di Molière “Tartufo”, o “L’impostore”, Tartufo è un ipocrita astuto e Orgone è una vittima ben intenzionata). 

Bastiat, nell’elaborare i saggi che compongono i due volume della raccolta dei Sofismi Economici, intendeva proprio avviare  il lungo processo di demolizione intellettuale dei machiavelli, delle frodi, e  delle fallacie utilizzate dalle élite privilegiate per difendere i propri interessi acquisiti e il loro sistematico taglieggiamento delle persone comuni.

Bastiat era anche alquanto scettico circa il fatto che la moralità religiosa sarebbe riuscita a modificare il punto di vista dei detentori del potere perché, come egli si domandò in più occasioni, quante volte nella storia le elite dominanti avevano mai abbandonato volontariamente la propria condizione e i propri privilegi? Bastiat preferiva di gran lunga colpire il potere dal basso, cercando di far aprire gli occhi ai babbei e agli illusi, per mezzo delle verità che l’economia politica è in grado di fornire, incoraggiando il dubbio e la sfiducia nella giustizia delle azioni dei governanti, e deridendo le follie dell’élite politica  avvalendosi del sarcasmo e  del “mordente del ridicolo”.  
Bastiat sintetizzò il lavoro degli economisti politici nell’indurre ad "aprire gli occhi degli Orgoni, sradicando le idee preconcette, stimolando una giusta ed essenziale disillusione, nonché studiando ed esponendo la reale natura delle cose e delle azioni".
http://vonmises.it/2014/03/07/la-spoliazione-legale-nel-pensiero-di-frederic-bastiat-ii-parte/


Lo Stato è la grande entità fittizia attraverso la quale ognuno cerca di vivere a spese di tutti gli altri
Frédéric Bastiat 
(Bayonne, 30 giugno 1801 – Roma, 24 dicembre 1850) 
 è stato un economista e scrittore francese, filosofo della politica di ispirazione liberale. 
Viene considerato da molti come un precursore delle teorie della Scuola austriaca d'economia, e uno dei prosecutori della tradizione giusnaturalista nel XIX secolo.


"La legge pervertita! La legge -e dopo essa tutte le forze collettive della nazione- la legge, dico, non solamente sviata dal suo scopo, ma applicata a perseguire uno scopo direttamente contrario! La legge divenuta strumento di tutte le cupidige, invece di esserne il freno! La legge che compie essa stessa l'iniquità che aveva la missione di punire!."
Frederic Bastiat, La legge, 1850


La legge (Frédéric Bastiat)
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
La legge (La loi) è un saggio dell'economista e politico francese Frédéric Bastiat, scritto nel giugno 1850 a Mugron, pochi mesi prima della sua morte a Roma. In quest'opera Bastiat afferma la propria totale adesione al giusnaturalismo, cioè alla piena affermazione dei diritti naturali individuali, (Vita, Libertà, Proprietà) contro ogni diritto positivo che distrugge ogni libertà e qualsiasi iniziativa e creatività umana, riprendendo con ciò, e dando nuovi e originali sviluppi, ai principi che furono di Ugo Grozio, John Locke, Tommaso d'Aquino e dai filosofi della Scuola di Salamanca. [...] 
Quando la legge e la morale sono in contraddizione, il cittadino si trova nella crudele alternativa o di perdere la nozione di morale o di perdere il rispetto della legge, due disgrazie altrettanto grandi e tra le quali è difficile scegliere.

...Non è perché gli uomini hanno emanato delle leggi che la Personalità, la Libertà e la Proprietà esistono. Al contrario, è perché la Personalità, la Libertà e la Proprietà preesistono che gli uomini fanno le leggi.

"Esistenza, Facoltà, Assimilazione - in altri termini, Personalità, Libertà, Proprietà, - ecco l'uomo."

"con la legge di Bastiat, l'individuo viene riconsegnato a se stesso, alla sua sovranità individuale e autorità morale, responsabile delle sue scelte, e libero di realizzare i suoi obbiettivi, nel rispetto e nell'osservanza reciproca dei diritti degli altri."

Definì il principio di Proprietà e Spoliazione in questi termini:
"L'uomo non può vivere e godere che attraverso un'assimilazione, un'appropriazione perpetua, cioè attraverso una perpetua applicazione delle sue facoltà alle cose, o attraverso il lavoro. Da qui la Proprietà. Ma,in effetti, egli può vivere e godere assimilando e appropriandosi del prodotto delle facoltà del suo simile. Da qui la Spoliazione".



"Laissez faire! Io comincio con il dire, per evitare qualunque equivoco, che lasciate fare si applica qui alle cose oneste, dal momento che lo stato è stato istituito proprio per impedire le cose disoneste. Posto questo, per quello che riguarda le cose innocenti in se stesse, come il lavoro, lo scambio commerciale, l’insegnamento, l’associazione, la banca, eccetera, bisogna comunque scegliere. Bisogna che lo stato lasci fare o impedisca di fare.
Se lascia fare, noi saremo liberi ed amministrati a basso costo, perché nulla costa meno del lasciar fare.
Se impedisce di fare, disgrazia alla nostra libertà e al nostro portafoglio. 
Alla nostra libertà, perché impedire è come legare le braccia; al nostro portafoglio, perché per impedire ci vogliono degli incaricati, e per avere degli incaricati, ci vogliono dei soldi.
I socialisti rispondono: lasciar fare! orrore! 
– E perché, di grazia? – Perché, quando si lascia fare, gli uomini fanno male e agiscono contro i loro interessi. E’ giusto che uno stato li governi.
Ecco cosa c’è di divertente. I socialisti hanno una tale fede nella sagacità umana che vogliono il suffragio universale ed il governo di tutti dappertutto; e poi, quegli stessi uomini che giudicano adatti a governare gli altri, li proclamano inadatti a governar se stessi".
Frédéric Bastiat, Laissez faire, 1850 
http://www.societalibera.org/it/liberalierioggi/bastiat/003_laissez_faire.htm




La Legge. (Giugno 1850)
La Legge pervertita ! La Legge – e dietro di lei tutte le forze collettive della nazione, la Legge, dico io, non solo deviata dal suo scopo, ma applicata ad ottenere un obiettivo del tutto opposto! La Legge divenuta strumento di tutte le cupidigie, anziché esserne il freno! La Legge che realizza essa stessa quella iniquità che avrebbe come missione di punire! Certo, questo è un fatto assai grave, se esiste, e sul quale mi deve essere consentito di attirare l’attenzione dei miei concittadini.
http://www.societalibera.org/it/liberalierioggi/bastiat/007_lalegge1.htm


LO STATO.
( Journal des Débats, 25 settembre 1848).

Mi piacerebbe che si fondasse un premio, non di cinquecento franchi, ma di un milione di franchi, con corona, croce e nastro, in favore di colui che fosse capace di dare una buona, semplice e intelligibile definizione di una parola: lo stato.

Che immenso servizio avrebbe reso alla società! Lo stato: che cosa è? dove sta? che cosa fa? che cosa dovrebbe fare? Tutto quello che sappiamo, è che si tratta di un personaggio misterioso; ma il più sollecitato, il più tormentato, il più affaccendato, il più consigliato, il più accusato, il più invocato e il più provocato, che ci sia al mondo.

Perché, Signor Tale, anche se non ho l’onore di conoscervi, scommetto dieci contro uno che da sei mesi voi fabbricate alle utopie; e se voi fate utopie, io scommetto dieci contro uno che voi incaricate lo stato di realizzarle. Anche voi, Signora Tal’altra, sono certo che anche voi desiderate dal fondo del cuore di guarire tutti i mali di questa triste umanità, e che non vi sentireste per niente imbarazzata se lo stato volesse prestarsi a farlo.

Ma, lo sfortunato stato, come Figaro, non sa né chi ascoltare, né da che parte girarsi
Le centomila bocche della stampa e delle tribune gridano tutte insieme:
«Organizzate il lavoro ed i lavoratori.
Estirpate l’egoismo.
Reprimete l’insolenza e la tirannia del capitale.
Fate delle esperienze sul letame e sulle uova.
Coprite il paese con delle ferrovie.
Irrigate le pianure.
Rimboscate le montagne.
Fondate delle fattorie modello.
Fondate delle officine armoniche.
Colonizzate l’Algeria.
Allattate gli infanti.
Istruite la gioventù.
Soccorrete la vecchiaia.
Mandate nelle campagne gli abitanti delle città.
Equilibrate i profitti delle industrie.
Prestate denaro senza interesse a chi lo chiede. 
Liberate l’Italia, la Polonia e l’Ungheria.
Allevate e perfezionate il cavallo da sella.
Incoraggiate l’arte, formateci dei musicisti e delle ballerine.
Proibite il commercio e contemporaneamente date vita ad una marina mercantile.
Scoprite la verità e gettate nelle nostre teste un granello di ragione. 
Lo stato ha come missione di illuminare, sviluppare, ingrandire, rafforzare, spiritualizzare e santificare l’anima dei popoli

«Ehi, Signore e Signori, un poco di pazienza – risponde lo stato con aria penosa – io proverei a soddisfarvi tutti, ma per farlo mi servono un poco di risorse. Io ho predisposto dei progetti su cinque o sei imposte del tutto nuove e tra le migliori del mondo. Vedrete che piacere a pagarle.»

Allora un gran grido si alza: «Dagli, Dagli! Bel merito fare le cose con delle risorse! Non varrebbe la pena di chiamarsi stato. Non solo non mettete su nuove tasse: noi vi imponiamo di ritirare le vecchie. Sopprimete l’imposta sul sale, l’imposta sulle bevande, l’imposta sulle lettere, il dazio, le autorizzazioni; le prestazioni obbligatorie

In mezzo a questo tumulto, e dopo che il paese ha cambiato due o tre volte il suo stato per non aver soddisfatto tutte queste richieste, io ho voluto far osservare che esse erano contraddittorie. Di cosa sono andato ad impicciarmi, buon Dio! Non potevo tenere per me questa malaugurata osservazione? Eccomi discreditato per sempre; ed è ormai noto che io sono un uomo senza cuore e senza viscere, un filosofo asciutto, un individualista, un borghese e, per dire tutto in una parola, un economista della scuola inglese o americana. Perdonatemi, sublimi scrittori che nulla ferma, neppure le contraddizioni. Io ho torto, senza dubbio, e mi faccio indietro di gran cuore. Io non chiedo meglio, siatene certi, che voi abbiate davvero scoperto, fuori di noi, un essere beneficente e inesauribile, di nome stato, che ha pane per tutte le bocche, lavoro per tutte le braccia, capitali per tutte le imprese, credito per tutti i progetti, olio per tutte le piaghe, balsami per tutte le sofferenze, consigli per tutte le perplessità, soluzioni per tutti i dubbi, verità per tutte le intelligenze, distrazioni per tutte le noie, latte per gli infanti, vino per gli anziani, che provvede a tutti i nostri bisogni, che previene tutti i nostri desideri, che soddisfa tutte le nostre curiosità, raddrizza tutti i nostri errori, tutti i nostri sbagli, e ci dispensa ormai previdenza, prudenza, giudizio, sagacità, esperienza, ordine, economia, temperanza, attività.

E perché io non dovrei desiderare tutto ciò? Dio mi perdoni, ma più ci rifletto, più trovo che la cosa sia ben comoda, e non vedo l’ora, anch’io, di avere alla mia portata questa fonte inesauribile di ricchezza e di conoscenza, questo medico universale, questo tesoro senza fondo, questo consigliere infallibile che chiamate lo stato.

E’ per questo che io chiedo che me lo si mostri, che me lo si definisca; è per questo che propongo la fondazione di un premio per il primo che scoprirà questa fenice. Perché, infine, mi si concederà bene che questa scoperta preziosa non è ancora stata fatta, poiché, fino ad oggi, tutto ciò che si presenta con il nome di stato, il popolo lo condanna ben presto, precisamente perché non assolve alle condizioni un poco contraddittorie del programma. Bisogna dirlo? Io temo che noi siamo, a questo riguardo, i gonzi vittime di una delle più bizzarre illusioni che mai abbiano abitato lo spirito umano.

L’uomo rifiuta la fatica e la sofferenza. E tuttavia è condannato per natura alla sofferenza della privazione, se non assume la fatica del lavoro. Non vi è dunque scelta che tra due mali. Come fare per evitarli entrambi ? Fino ad oggi non si è trovato, e non si troverà mai, che un solo mezzo: godere del lavoro altrui; è come riuscire a fare sì che la fatica e la soddisfazione non tocchino ad ognuno secondo la proporzione naturale, ma che tutta la fatica sia per alcuni e tutta la soddisfazione per altri. Da qui proviene la schiavitù, da qui proviene la spogliazione, qualunque forma essa assuma: guerre, menzogne, violenze, razionamenti, frodi, abusi mostruosi, ma coerenti con il pensiero che ha dato loro nascita. Gli oppressori, bisogna combatterli: non si può dir loro che sbagliano nel ragionare. La schiavitù, grazie al Cielo, se ne va; d’altra parte, la nostra disposizione a difendere i nostri beni, fa sì che la spogliazione diretta e semplice non sia proprio facile. Una cosa tuttavia è rimasta. E’ questa malaugurata tendenza primitiva, che portano in sé tutti gli uomini, a far due parti del destino della vita, gettando la fatica su altri e conservando la soddisfazione per se stessi. Rimane da vedere sotto quale forma nuova si manifesta questa triste tendenza.

L’oppressore non agisce più con le proprie forze sull’oppresso. No, la nostra coscienza è divenuta troppo meticolosa per quello. Ci sono ancora il tiranno e la vittima, ci sono: ma tra di loro si piazza un intermediario che è lo stato, vale a dire la legge stessa. Che cosa è più adatto a far tacere i nostri scrupoli e, cosa forse più apprezzata, che cosa è più adatto a vincere le resistenze? Dunque, tutti, a qualunque titolo, con un pretesto o l’altro, tutti noi ci rivolgiamo allo stato

Noi gli diciamo: «Io non trovo che ci sia, tra le mie felicità e il mio lavoro, una proporzione che mi soddisfiIo vorrei, per stabilire l’equilibrio che desidero, prender qualcosa dei beni altrui. Ma questo è pericoloso. Non potrebbe, lei stato, rendermi la cosa più facile? Non potrebbe darmi un buon posto? Oppure mettere in difficoltà l’industria dei miei concorrenti? Oppure prestarmi gratuitamente dei capitali che ha preso dai loro possessori? O allevare i miei figli a spese pubbliche? O accordarmi dei premi di incoraggiamento? O assicurarmi il benessere quando avrò cinquanta anni? In questo modo, io raggiungerò il mio obiettivo in tutta tranquillità di coscienza, perché la stessa legge avrà operato per mio conto, ed io avrò della spogliazione tutti i vantaggi, senza incorrere né nei rischi né nel detestabile.

Poiché mi sembra certo, da un lato, che noi tutti indirizziamo allo stato qualche richiesta credibile, dall’altro lato, che lo stato non può dare soddisfazione agli uni senza aggiungere qualcosa al lavoro degli altri, in attesa di una nuova definizione dello stato, mi ritengo autorizzato a dare qui la mia. Chissà che non ottenga il premio. Eccola: lo stato è quella grande finzione per mezzo della quale tutto il mondo si sforza di vivere a spese di tutto il mondo.

Perché, oggi come sempre, ognuno di noi, un poco più, un poco meno, vorrebbe approfittare del lavoro altrui. Di questo desiderio, non osiamo fare pubblicità, lo dissimuliamo persino a noi stessi; e allora cosa facciamo? Immaginiamo un intermediario, ci rivolgiamo allo stato, ed ogni classe sociale a proprio turno gli dice: «Voi che potete prendere legittimamente, onestamente, prendete al pubblico, e noi divideremo». Lo stato non ha bisogno di molta spinta per seguire il consiglio diabolico: perché è composto di ministri, di funzionari, di uomini, alla fine, i quali, come tutti gli uomini, portano nel proprio cuore il desiderio colgono sempre con premura l’occasione di veder ingrandire le proprie ricchezze o la propria influenza. Lo stato capisce perciò in fretta e bene il vantaggio che può trarre dal ruolo che il pubblico gli affida. Esso sarà l’arbitro, il padrone di tutti i destini: prenderà molto, perciò molto resterà a lui stesso; moltiplicherà il numero dei suoi agenti, allargherà il cerchio delle sue competenze; finirà per acquisire delle dimensioni schiaccianti.

Ma ciò che bisogna rimarcare, è l’incredibile cecità del pubblico su tutto questo. Quando dei soldati felici riducevano i nemici in schiavitù, erano dei barbari, ma non erano assurdi. Il loro obiettivo, come il nostro, era quello di vivere a spese degli altri, e, come a noi, gli altri non mancavano. Che cosa dobbiamo pensare di un popolo al quale non passa per la testa di dubitare che il saccheggio reciproco non sia meno saccheggio perché è reciproco; che non è meno criminale perché viene eseguito legalmente e con ordine; che non aggiunge nulla al benessere totale; che al contrario lo diminuisce di tanto, quanto costa quell’intermediario spendaccione che chiamiamo stato?

E questa grande chimera, noi l’abbiamo piazzata, per edificazione del popolo, in testa alla Costituzione. Eccovi le prime parole del preambolo: «La Francia si è costituita in Repubblica per … chiamare tutti i cittadini a un grado sempre più elevato di moralità, di lumi e di benessere». Così è “la Francia”, l’astrazione, che chiama “i francesi”, la realtà, alla moralità, al benessere, eccetera. Non è esagerare il senso di questa bizzarra illusione che ci conduce ad attenderci tutto da un’altra forza che non la nostra? Non è dare ad intendere che ci sia, a fianco e al di fuori dei Francesi, un essere virtuoso, illuminato, ricco, che può e deve versare su di loro la sua benevolenza? Non è supporre, e ben gratuitamente, che vi sia tra la Francia ed i Francesi, tra la semplice denominazione abbreviata, astratta, di tutte le individualità, e quelle stesse individualità, un rapporto da padre a figlio, da tutore a pupillo, da professore a scolaro? So bene che talvolta si dice metaforicamente che la Patria è una tenera madre. Ma per sorprendere in flagrante reato di insignificanza la proposizione costituzionale, sarà sufficiente dimostrare che può essere capovolta, non dico senza inconvenienti, ma addirittura con dei vantaggi. Ne avrebbe a soffrire l’esattezza se il preambolo dicesse «I Francesi si sono costituiti in repubblica per chiamare la Francia ad un grado sempre più elevato di moralità, di lumi e di benessere»? Ora, quale è il valore di una proposizione nella quale il soggetto e il predicato possono essere reciprocamente scambiati senza inconvenienti? Tutto il mondo può comprendere: si dice; la madre allatterà il bambino. Ma sarebbe ridicolo dire: il bambino allatterà la madre.

Gli Americani avevano altre idee sulle relazioni tra i cittadini e lo stato, mentre mettevano in testa alla loro Costituzione queste semplici parole: «Noi, il popolo degli Stati Uniti, per formare una unione perfetta, stabilire la giustizia, assicurare la tranquillità interna, provvedere alla difesa comune, aumentare il benessere e assicurare i benefici della libertà a noi stessi e ai nostri figli, decretiamo….». Qui nessuna creazione chimerica, nessuna astrazione alla quale i cittadini domandino di tutto: non si aspettano nulla, se non da se stessi e dalla loro propria forza.

Se io mi sono permesso di criticare le prima parole della nostra Costituzione, è perché non si tratta, come si potrebbe credere, di una pura sottigliezza metafisica. Io affermo che questa personalizzazione dello stato sia stata nel passato e sarà nell’avvenire, una fonte feconda di calamità e di rivoluzioni. Ed ecco il Pubblico da una parte, lo stato dall’altra, considerati come due esseri distinti, il secondo tenuto a espandersi sul primo, il primo con il diritto di richiedere al secondo il torrente delle umane felicità. Che cosa deve capitare? Di fatto lo stato non è disattento e non lo può essere. Ha due mani, una per ricevere e l’altra per dare, o come si dice, la mano rude e la mano dolce. L’attività della seconda è necessariamente subordinata all’attività della prima. A rigore, lo stato potrebbe prendere e non rendere. Ciò si è ben visto, e si spiega con la natura porosa e assorbente delle sue mani, che trattengono sempre una parte e talora tutto quello che toccano. Ma quello che non si è mai visto, che non si vedrà mai e neppure si riesce a concepire, è che lo stato renda al Pubblico più di ciò che gli abbia preso. E’ dunque folle assumere di fronte a lui l’attitudine dei mendicanti. Gli è radicalmente impossibile assegnare un vantaggio particolare a qualcuna delle individualità che costituiscono la comunità, senza infliggere un danno superiore alla intera comunità.

Lo stato si trova dunque, a causa delle nostre esigenze, in un circolo vizioso evidente. Se rifiuta il bene che si esige da lui, è accusato di impotenza, di cattivo volere, di incapacità. Se prova a realizzarlo, si riduce a colpire il popolo con tasse raddoppiate, a far più di male che di bene, e ad attirarsi, da un’altra parte, la disaffezione generale. Così è: nel pubblico le speranze, nel governo due promesse: tanti benefici e poche imposte. Speranze e promesse che, essendo in contraddizione, non si realizzeranno mai.

Non è lì la causa di tutte le nostre rivoluzioni? Perché tra lo stato, prodigo di promesse impossibili, ed il pubblico, pieno di speranze irrealizzabili, si mettono in mezzo due categorie di uomini: gli ambiziosi e gli utopisti. Il loro ruolo è tutto tracciato dalla situazione. A questi cortigiani della popolarità è sufficiente gridare alle orecchie del popolo: «Il potere si sbaglia; se noi fossimo al suo posto, noi ti riempiremmo di benefici e ti libereremmo dalle tasse». E il popolo crede, il popolo spera, il popolo fa una rivoluzione. I suoi amici non sono mai così pronti agli affari, che quando ricevono l’ordine di obbedire. «Datemi dunque del lavoro, del pane, dell’aiuto, del credito, dell’istruzione, delle colonie, dice il popolo, e inoltre, secondo le vostre promesse, liberatemi dalle tenaglie del fisco».

Lo stato nuovo non è meno imbarazzato che lo stato vecchio, perché, in fatto di cose impossibili, può ben promettere, ma non può mantenere. Cerca di guadagnare del tempo, che gli serve per maturare i suoi vasti progetti. Poi, fa qualche timida prova: da una parte, estende un poco l’istruzione primaria; dall’altra, modifica un poco l’imposta sulle bevande (1830). Ma la contraddizione si innalza sempre di fronte a lui: se vuole essere filantropo, deve rimanere fiscale; se rinuncia alla fiscalità, deve rinunciare anche alla filantropia. Queste due promesse si ostacolano reciprocamente sempre e necessariamente. Impiegare del credito, cioè divorare l’avvenire, è certamente un mezzo di moda per conciliarle, cercando di fare un poco di bene nel presente a spese di molto male nell’avvenire. Ma questo sistema evoca lo spettro della bancarotta che allontana il credito. Che fare allora? Allora il nuovo stato prende le proprie difese con ardimento; riunisce delle forze per mantenersi, soffoca l’opinione, fa ricorso all’arbitrio, tratta da ridicole le sue vecchie idee, dichiara che non può amministrare senza essere impopolare; in breve, si dichiara governativo.

Ed è là che altri nuovi cortigiani della popolarità lo attendono. Essi sfruttano la stessa illusione, passano per la stessa via, ottengono lo stesso successo, e vanno ben presto a gettarsi nello stesso baratro. E’ così che noi siamo arrivati a Febbraio. A quell’epoca, l’illusione di cui si parla in questo articolo era andata più avanti che mai, nelle idee del popolo, condottavi dalle idee socialiste. Più che mai, ci si attendeva che lo stato, in forma repubblicana, aprisse al massimo la fonte dei benefici e chiudesse quella delle imposte. «Mi sono sbagliato spesso, ma starò attento a me, di non sbagliarmi ancora una volta», diceva il popolo. Che cosa poteva fare il governo provvisorio? Quello che si fa in simili congiunture: promettere e guadagnare tempo. Non gliene manca; e per dare alle sue promesse più solennità, le fissa entro dei decreti. «Aumento del benessere, diminuzione del lavoro, aiuto, credito, istruzione gratuita, colonie agricole, dissodamenti; nello stesso tempo, riduzione della tassa sul sale, sulle bevande, sulle lettere, sulla carne, tutto sarà accordato… arriva l’Assemblea Nazionale». L’Assemblea Nazionale è arrivata, e poiché non può realizzare due contraddizioni, il suo compito, il suo triste compito, si è ridotto a ritirare, il più silenziosamente possibile, uno dopo l’altro, tutti i decreti del governo provvisorio. Tuttavia, per non rendere la delusione troppo crudele, è stato necessario transigere un poco. Alcuni impegni sono stati mantenuti, altri hanno avuto un minimo avvio di esecuzione. Così l’attuale amministrazione si sforza di immaginare nuove tasse.

Adesso io mi trasporto con il pensiero a qualche mese avanti nel futuro; e mi domando, con la tristezza nell’anima, che cosa accadrà quando degli agenti fiscali di nuova creazione andranno per le campagne a prelevare le nuove imposte sulle successioni, sui redditi, sui profitti dello sfruttamento agricolo. Che il Cielo smentisca i miei presentimenti, ma io ci vedo ancora un ruolo da giocare per i cortigiani della popolarità. Leggete l’ultimo manifesto dei Montagnardi, quello che hanno emesso a proposito della elezione presidenziale. E’ un poco lungo, ma, dopo tutto, si riassume in due parole: lo stato deve dare molto ai cittadini e prendere poco. E’ sempre la stessa tattica; se volete, lo stesso errore. 

«Lo stato deve fornire gratuitamente l’istruzione e l’educazione a tutti i cittadini. Deve «un insegnamento generale e professionale il più appropriato possibile ai bisogni, alle vocazioni e alle capacità di ogni cittadino». Deve «insegnargli i suoi doveri verso Dio, verso gli uomini e verso se stesso; sviluppare i suoi sentimenti, le sue attitudini e le sue facoltà, dargli infine la formazione per il suo lavoro, la comprensione dei suoi interessi e la conoscenza dei suoi diritti». Deve «mettere alla portata di tutti le lettere le arti, il patrimonio del pensiero, il tesoro dello spirito, tutte le gioie intellettuali che elevano e fortificano l’anima». Deve «riparare tutti gli incidenti, gli incendi, le inondazioni, ecc. (eccetera dice ben di più di quanto è scritto) subiti da un cittadino». Deve «intervenire nei rapporti tra capitale e lavoro e farsi regolatore del credito». Deve «all’agricoltura seri incoraggiamenti e una efficace protezione». Deve «nazionalizzare le ferrovie, i canali, le miniere» e senza dubbio amministrarle con quella capacità industriale che le caratterizza. Deve «sostenere le imprese generose, incoraggiarle e aiutarle con tutte le risorse capaci di farle trionfare. Regolatore del credito, finanzierà largamente le associazioni industriali e agricole, al fine di assicurarne il successo». Lo stato deve tutto ciò, senza pregiudizio dei servizi ai quali fa fronte già oggi; e, per esempio, occorre che nei confronti degli stranieri abbia sempre un atteggiamento minaccioso; perché, dicono i firmatari del programma «legati da questa sacra solidarietà e dai precedenti della Francia repubblicana, noi portiamo i nostri voti e le nostre speranze al di là delle barriere che il dispotismo alza tra le nazioni: il diritto che noi vogliamo per noi, noi lo vogliamo per tutti coloro che sono oppressi dal giogo delle tirannie; noi vogliamo che il nostro glorioso esercito sia ancora, se ve ne fosse bisogno, l’armata della libertà».

Vedete che la mano dolce dello stato, quella mano che dona e che distribuisce, sarà assai occupata sotto il governo dei Montagnardi: credete che possa capitare che sia lo stesso per la mano rude, di quella mano che penetra e prende nelle nostre tasche? Disilludetevi. I cortigiani della popolarità non conoscerebbero il loro mestiere, se non possedessero l’arte, mostrando la mano dolce, di nascondere quella rude. Il loro regno sarà sicuramente il giubileo del contribuente. «E’ il superfluo, non il necessario, quello che l’imposta deve colpire», dicono. Non sarebbe un bel momento, quello nel quale il fisco, per colmarci di benefici, si contenterà di intaccare il nostro superfluo?

Ma non è tutto. I Montagnardi aspirano a che «l’imposta perda il suo carattere oppressivo e non sia più che un atto di fraternità». Bontà del cielo! Io sapevo bene che è di moda cacciare la fraternità ovunque, ma non avrei mai pensato che la si potesse mettere sul conto di chi la riceve. In dettaglio, i firmatari del programma dicono: «noi vogliamo l’abolizione immediata delle imposte che colpiscono i beni di prima necessità, come il sale, le bevande, eccetera. Noi vogliamo la riforma dell’imposta fondiaria, dei dazi e delle licenze. Noi vogliamo la giustizia gratuita, vale a dire la semplificazione delle formalità e la riduzione delle spese». Così imposta fondiaria, dazi, licenze, bolli, sale, bevande, poste, tutto vi rientra. Questi signori hanno scoperto il segreto di dare una attività forsennata alla mano dolce dello stato, mentre ne paralizzano la mano rude.

Ebbene, io chiedo al lettore imparziale, non è questo infantilismo, e infantilismo pericoloso? Come smetterà il popolo di fare una rivoluzione dopo l’altra, se una volta per tutte si è deciso a non fermarsi che quando realizzerà questa contraddizione «non dare nulla allo stato ma riceverne molto»? Qualcuno pensa che se i Montagnardi arrivassero al potere, non sarebbero le vittime dei mezzi che impiegano per impadronirsene?

Cittadini, in tutti i tempi due sistemi politici sono esistiti, ed entrambi possono sostenersi con delle buone ragioni. 
Secondo il primo, lo stato deve fare molto, ma molto deve anche prendere
Secondo il secondo, la sua doppia azione deve farsi sentire il meno possibile
E’ tra questi due sistemi che bisogna scegliere. 
Ma quanto al terzo sistema, che combina gli altri due, e che consiste nell’esigere tutto dallo stato senza dargli nulla, è un sistema chimerico, assurdo, puerile, contraddittorio, pericoloso. Coloro che lo portano avanti, per avere il piacere di accusare tutti i governi di impotenza e per poterli così esporre ai vostri colpi, quelli vi blandiscono e vi ingannano, o quanto meno si sbagliano.

Quanto a noi, noi pensiamo che lo stato, che non è e non dovrebbe essere altra cosa che la forza comune istituita, non per essere tra tutti i cittadini uno strumento di oppressione e di spogliazione reciproche, ma al contrario, per garantire a ciascuno il suo, e far regnare la giustizia e la sicurezza.
http://www.societalibera.org/it/liberalierioggi/bastiat/004_lo_stato.htm

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martedì 7 maggio 2013

Jared Diamond. L’EVOLUZIONE DELLA RAZZA UMANA È UN PROCESSO COLLETTIVO: LE SOCIETÀ SI EVOLVONO PERCHÉ L’INTELLIGENZA NON È SOLO INDIVIDUALE. Allora dobbiamo TENERE CONTO CHE VI SIA ANCHE LA POSSIBILITÀ DI REGREDIRE, OLTRE CHE DI PROGREDIRE. La storia moderna e quella antica sono piene di ESEMPI CLAMOROSI DI REGRESSIONE, come la caduta dell’Unione Sovietica, dell’Impero Romano d’Occidente, della civiltà Maya, o dell’Impero Khmer

Jared Diamond, "Armi acciaio e malattie".
La storia dell'umanità è costellata di sviluppi, crescita ma anche disparità (risorse, tecnologia, condizioni ambientali). Quanto queste differenze sono state indotte dalle popolazioni e quanto dalla geografia o dal momento storico che privilegiava una civiltà rispetto ad un'altra?

Questo è il principale dubbio su cui è incentrato il libro di Jared Diamond "Armi acciaio e malattie": partendo dalle origini dell'uomo cacciatore/raccoglitore, il saggio esamina sia il ritardo storico di alcune civiltà (l'America fu l'ultimo continente ad essere colonizzato), sia la biosfera delle regioni che hanno "spinto" verso la nascita spontanea dell'agricoltura.

L'agricoltura e l'allevamento segnarono un vantaggio competitivo per i primi popoli che seppero farne uso (producendo eccedenze alimentari utili per superare le fasi di carestia, stabilire uno stile di vita sedentario e consentendo la nascita di nuovi ceti sociali, come gli artigiani, gli amministratori, i soldati).

Allo stesso tempo, la maggiore densità demografica e la vita a stretto contatto con gli animali determinarono una maggiore incidenza alle malattie e, ad ogni epidemia, una popolazione più resistente a quel ceppo. [...]





L'11 luglio 1405 l'ammiraglio e diplomatico ‪Zheng He‬ salpa da Nanjing alla testa di un'imponente flotta di 317 navi e 27.870 uomini.
Scopo della spedizione è di rafforzare gli interessi commerciali cinesi nel sud-est asiatico e nell'Oceano Indiano, su incarico dell'imperatore cinese ‪Yongle‬, primo della dinastia ‪Ming‬. Zheng He effettuerà nel corso dei successivi anni sette viaggi, durante i quali raggiungerà la Penisola Araba e le coste dell'Africa meridionale.
Le ‪baochuan‬, le grandi navi tesoro cinesi, potevano raggiungere una lunghezza di circa 120 metri, e appaiono oggi impressionanti se confrontate alle navi con le quali, alla fine del XV secolo, gli esploratori Cristoforo Colombo e Vasco da Gama compivano i loro viaggi.


Un bellissimo e illuminante libro che mi sento di consigliare "Armi acciaio e malattie" di Jared Diamond "I destini dei popoli sono stati diversi a causa delle differenze ambientali e non biologiche" scrive Jared, questo è un libro che cancella in un secondo tutte le insulse e ignoranti dietrologie razziste e spiega chi siamo stati, cosa siamo diventati e dove possiamo andare. Il colore della pelle diverso per esempio è dovuto solo a ragioni climatiche, da eminenti studi è emerso che il quoziente intellettivo degli umani con pelle nera è superiore a quello della cosidetta razza "superiore", gli umani con pelle bianca, allego breve recensione...
"Perché alcuni popoli sono più ricchi di altri? Perché gli europei hanno conquistato buona parte del mondo? La tentazione di rispondere tirando in ballo gli uomini e le loro presunte attitudini è forte. Ma la spiegazione razzista non va respinta solo perché è odiosa, dice Diamond: soprattutto perché è sbagliata e non regge a un esame scientifico. Le diversità culturali non sono innate, ma affondano le loro radici in diversità geografiche, ecologiche e territoriali sostanzialmente legate al caso. Armato di questa idea, Diamond si lancia in un appassionante giro del mondo, alla ricerca di casi esemplari con i quali illustrare e mettere alla prova le sue teorie. Attingendo alla linguistica, all'archeologia, alla genetica e a mille altre fonti di conoscenza, riesce a condurre questo 'tour de force' storico-culturale con sorprendente maestria e rara abilità di divulgatore."




Jared Diamond in Armi, acciaio e malattie descrive l'interruzione di questi viaggi e la conseguente politica isolazionistica cinese come accidente storico che sancì la fine del primato tecnologico mondiale della Cina, passando il testimone all'Europa.



"Armi, acciaio e malattie. Breve storia degli ultimi tredicimila anni (titolo originale Guns, Germs and Steel: The Fates of Human Societies) è un saggio di Jared Diamond. Edito nel 1997, è stato tradotto in italiano da Luigi Civalleri per conto di Einaudi.

Il libro è incentrato sulla ricerca di una risposta alla domanda che Yali, un abitante della Nuova Guinea, fece all'autore nel luglio del 1972: "Come mai voi bianchi avete tutto questo cargo e lo portate qui in Nuova Guinea, mentre noi neri ne abbiamo così poco?", dove per Cargo si intendono tutti quei beni tecnologici di cui i guineani erano privi prima dell'arrivo dei coloni. In pratica l'autore cerca di rispondere alle seguenti domande: perché sono stati gli europei e gli americani del nord a sviluppare una civiltà tecnologicamente avanzata e non, ad esempio, i cinesi o i sumeri? Perché gli europei sono partiti alla conquista degli altri popoli (ottenendo evidenti successi, spesso con tragiche conseguenze per i "conquistati"), e non è avvenuto il contrario? Come mai i fieri guerrieri nativi americani sono stati spodestati dall'invasione di un popolo di agricoltori? [...]

Diamond sostiene che il successo delle civiltà europee, che hanno conquistato terre come l'America, l'Africa e l'Oceania, non è dovuto ad una loro presunta superiorità intellettuale. Gli europei non sono più intelligenti degli altri popoli, ma semplicemente hanno avuto la fortuna di vivere in un continente, l'Eurasia, le cui condizioni ambientali hanno favorito lo sviluppo e la diffusione degli elementi che hanno contribuito in maniera determinante alla loro supremazia sugli altri popoli: le armi (e più in generale la tecnologia) e le malattie.

Diamond spiega come lo sviluppo dell'agricoltura e la domesticazione degli animali sia stato un pre-requisito per giungere alle civiltà di armi e malattie. Tale sviluppo è stato più veloce in Eurasia per molti motivi:

in Eurasia, molto più che negli altri continenti, vivevano più animali selvatici che per le loro caratteristiche erano "facilmente" domesticabili.
in Eurasia, molto più che negli altri continenti, esistevano specie vegetali facilmente domesticabili, cioè da cui si potevano ottenere facilmente delle specie adatte ad essere coltivate e che apportassero un significativo contributo nutritivo.
in Eurasia, molto più che negli altri continenti, le caratteristiche geografiche del continente hanno favorito il diffondersi delle innovazioni tecnologiche. In altri continenti questa diffusione è stata rallentata dalla presenza di barriere geografiche (deserti, catene montuose).
L'Eurasia, inoltre, è l'unico continente che si sviluppa principalmente da est a ovest e non da nord a sud come Africa e Americhe. Pertanto specie animali e vegetali potevano essere spostate più facilmente lungo questo continente. In Africa e nelle Americhe le specie animali e vegetali addomesticate in una regione potevano non incontrare, ad altre latitudini, le condizioni ambientali e climatologiche che ne consentissero la sopravvivenza.

Armi acciaio e malattie sostiene che la supremazia dei popoli Euroasiatici è legata al sorgere delle città. Queste città sono caratterizzate da elevate densità abitative e da complesse strutture sociali che hanno consentito il sorgere di:

classi politiche, in grado di mobilitare i popoli e organizzare eserciti impegnati in guerre di conquista.
artigiani, che hanno fornito armi tecnologicamente avanzate (spade, armature, armi da fuoco).

malattie estremamente contagiose, nei confronti delle quali gli abitanti dell'Eurasia hanno sviluppato una parziale immunità. Queste malattie hanno decimato le popolazioni conquistate delle Americhe molto più di quanto lo abbiano fatto le armi dei conquistadores.

Il sorgere delle città è legato allo sviluppo dell'agricoltura. Questa ha reso possibile la produzione e lo stoccaggio di elevate quantità di cibo, di fatto consentendo ai cittadini di dedicarsi a tempo pieno ad attività quali artigianato, innovazione tecnologica, realizzazione di strutture politiche e militari, e liberarli dall'onere di procurarsi il cibo. Tale onere poteva ricadere sulle spalle degli agricoltori. Diamond spiega come i popoli che sono rimasti cacciatori-raccoglitori non sono stati in grado di produrre surplus di cibo tali da sostenere classi "non produttive" di artigiani, politici, militari.

Essenziale alla transizione da cacciatori-raccoglitori a società agrarie di abitatori di città fu la presenza di grandi animali domesticabili, allevati per carne, lavoro (per es. trainare l'aratro), comunicazione e trasporto di uomini e merci e viveri sulla lunga distanza (per es. per trainare carri). Alcuni di questi, sono stati anche usati come efficaci armi da guerra. A tal proposito si pensi all'importanza della cavalleria fino alla prima guerra mondiale.

Diamond identifica appena quattordici specie adattabili in tutto il mondo. Le cinque più importanti (vacca, cavallo, pecora, capra e maiale) sono tutte native dell'Eurasia. Delle rimanenti nove, solo una (il lama del Sudamerica) proviene da una zona al di fuori delle più importanti che abbiamo visto. La presenza di così poche specie di animali domesticabili al di fuori dell'Eurasia è legata all'estensione geografica dei continenti, alle loro caratteristiche ambientali, ma anche all'impatto delle migrazioni di uomini primitivi. In Eurasia l'uomo primitivo è giunto quando le sue capacità di cacciatore non erano pienamente sviluppate, pertanto le prede hanno subito un processo evolutivo che le ha preservate fino al nascere dell'agricoltura e della pastorizia. In altri continenti, principalmente le Americhe, l'uomo è giunto dopo aver sviluppato le sue capacità di cacciatore ed ha incontrato animali non preparati a sopravvivere in presenza di un predatore tanto abile. Pertanto alcune specie animali si sono estinte molto prima che l'uomo iniziasse a domesticare piante e animali.

Gli animali domesticabili più piccoli, quali cani, gatti, polli e porcellini d'India possono essere valutabili in molti modi in una società agricola, ma non saranno adeguati di per sé per sostenere una società agraria in grande scala.

Geografia
Diamond spiega anche come la geografia abbia dato forma alla migrazione umana, non semplicemente rendendo difficile viaggiare (particolarmente in senso longitudinale), ma attraverso il meccanismo per cui il clima condiziona i luoghi in cui gli animali domesticabili possono facilmente viaggiare e quelli in cui i raccolti possono crescere in modo ideale. Semplificando, la geografia determina la storia.

Si ritiene che i moderni esseri umani si siano sviluppati nella regione meridionale dell'Africa, in un periodo oppure in un altro. Il Sahara ha impedito che si migrasse a nord verso la Mezzaluna Fertile, fino a che più tardi la valle del Nilo divenne più ospitale. Si ritiene che alcuni popoli, come gli aborigeni dell'Australia, siano migrati precocemente dall'Africa, salpando con barche.[1]

Diamond continua a spiegare la storia dello sviluppo umano fino all'era moderna, attraverso il rapido sviluppo della tecnologia, e le sue tremende conseguenze sulle culture dei cacciatori-raccoglitori sparsi nel mondo.

Ci sono stati però alcuni casi, e qui Diamond fa l'esempio della Cina, in cui però la geografia non ha determinato la storia, seppure ne è stata in parte responsabile. Nel caso appunto della Cina, che aveva tutte le premesse per assumere quel ruolo che è stato poi preso dalla razza bianca, alcune decisioni politiche e strategiche ne hanno determinato nei secoli scorsi l'isolamento piuttosto che l'espansione, a riprova che anche le scelte politiche e culturali, e non solo la geografia, possono influenzare il destino di un popolo e in definitiva del mondo. Diamond sostiene che in questo caso la geografia della Cina ha comunque contribuito a permettere che il paese non tornasse rapidamente ad una politica espansionistica. La Cina, a causa della assenza di barriere geografiche interne, era diventata un unico grande stato già nel 221 a.C. Inoltre non aveva dei vicini agguerriti. Una scelta strategica errata poteva rimanere tale per secoli senza che sorgessero ragioni per revocarla. Diversa era la situazione dell'Europa, la cui geografia ha favorito il sorgere di molti stati nazionali in feroce competizione. Una scelta sbagliata di uno di questi stati lo poneva in breve tempo in svantaggio competitivo con i vicini imponendogli di cambiare strategia, oppure determinandone la sopraffazione da parte degli stati confinanti.

Malattie
Durante la conquista delle Americhe, il 90% delle popolazioni indigene sono state uccise dalle malattie introdotte dagli europei.

Come mai allora le malattie originarie del continente americano non hanno sterminato gli europei? Diamond spiega che i germi che hanno sterminato le popolazioni americane si sono potuti sviluppare grazie a due condizioni:

lo stretto contatto degli uomini con gli animali domesticabili, possibile in Eurasia e non nelle Americhe che non avevano specie animali domesticabili. Molte malattie sono dovute a mutazioni genetiche di germi che infettavano gli animali domestici. Nel corso dei secoli le popolazioni euroasiatiche hanno sviluppato una parziale immunità, ma non così quelle Americane.
l'alta densità abitativa delle città euroasiatiche e la loro rete di collegamento con altre città, che costituiscono il pre-requisito per la diffusione di epidemie. In società piccole o isolate i germi responsabili di epidemie letali in breve tempo infettano tutta la popolazione. Di conseguenza una parte della popolazione muore, mentre un'altra parte diventa immune. In queste condizioni il germe responsabile della malattia non può sopravvivere. In Eurasia la fitta rete di collegamenti consentiva ai germi di sopravvivere per lunghi periodi prima di ritornare nelle città infettate. Questi patogeni potevano propagarsi di città in città e ritornare ad infettare la città di partenza quando, dopo molti anni dalla precedente epidemia, la popolazione originaria era stata sostituita dalle nuove generazioni. Queste, non essendo state infettate, non avevano sviluppato la totale immunità nei confronti della malattia.


Riflessioni socio-politiche
Nel capitolo "Dall'uguaglianza alla cleptocrazia", l'autore, premessa una disamina delle tipologie di comunità (dalla più semplice, per graduale evoluzione, fino alla più complessa) che hanno segnato lo sviluppo delle collettività umane dalla preistoria ad oggi, pone in rilievo le quattro strategie che - da sempre - permettono ad un'élite di conservare/aumentare il consenso popolare, senza che l'élite stessa debba sacrificare il proprio stile di vita.

Assicurarsi il monopolio della violenza.
Ridistribuire la ricchezza, rastrellata con i tributi, in modo da rendere felici gli individui soggetti al potere dell'élite.
Usare il monopolio della violenza in modo da mantenere l'ordine pubblico, per gratificare, tra l'altro, i "buoni cittadini" che rispettano la legge.
Fabbricare un'ideologia o una religione adatta a motivare moralmente le persone ad agire secondo gli interessi dell'élite (riguardo a quest'ultima osservazione è inevitabile pensare al concetto marxiano di sovrastruttura).
L'autore sostiene che le comunità meno numerose sono sostanzialmente egalitarie. Spesso c'è un "Big Man", ma la sua leadership è dovuta unicamente al suo carisma e alle sue capacità di convincere i membri della comunità ad avallare le sue decisioni. Il suo ruolo non è sancito formalmente, né è ereditario. Inoltre il Big Man si procura da sé il proprio cibo come ogni altro membro della comunità. Nelle piccole comunità una "struttura politica" così semplice può funzionare, ma non nelle grandi comunità. Per esempio quando c'è un contrasto tra due membri della comunità molto spesso amici o parenti comuni intervengono a sedarlo ed evitare una escalation di violenza. Nelle grandi comunità è difficile che i due contendenti abbiano amici o parenti in comune. Per questo motivo grandi comunità che non si siano dotate di strutture formali di controllo dell'ordine pubblico (polizia, tribunali, leggi condivise) sono implose. Quello che si osserva è che quando una comunità cresce anche le sue strutture politico-sociali diventano più complesse. In sostanza nasce una classe politica che assume il ruolo di guida, ma non si procaccia direttamente il cibo per il proprio sostentamento. Questa classe politica trae il suo sostentamento dalla ricchezza prelevata dal resto della comunità attraverso tasse e contributi (per es. parte del raccolto). Siamo in presenza di una cleptocrazia, che tuttavia riesce a "mantenersi" perché riesce a soggiogare le classi inferiori o ottenere l'approvazione al proprio operato. A tale scopo l'autore evidenzia alcune delle strategie usate dalla classe politica:

l'utilizzo della violenza per imporsi, per es. sedando le rivolte.
l'utilizzo della forza per garantire l'ordine pubblico, salvaguardando i "cittadini onesti".
l'utilizzo di parte delle ricchezze prelevate per realizzare grandi opere pubbliche di cui beneficia tutta la comunità (per es. acquedotti, strade ecc).
la ridistribuzione di parte delle ricchezze prelevate, per es. durante i periodi di carestia o ai ceti più deboli.

http://it.wikipedia.org/wiki/Armi,_acciaio_e_malattie






Ho sempre consigliato la lettura di questo testo di Diamond non meno di "Olocausto americano", e più ancora trovo eccezionale "Sterminate quelle bestie" di Sven Lindquist. Basterebbero questi 3 testi veramente letti e recepiti e forse qualcosa potrebbe cambiare nella testa delle persone, capire chi siamo veramente "noi". E incrociarli magari con senso critico a testi di zoologia umana ed antopologia, fare confronti, convergenze, penso ad un bel testo che mi hanno prestato pochi mesi fà "Fare umanità", tanto da riflettere e tanto da capire, umiltà......



* Jared Diamond è un celebre biologo e fisiologo statunitense. Con Armi, acciaio e malattie ha vinto il Premio Pulitzer  nel 1997. Collasso è del 2005. Il suo ultimo libro è The world until yesterday (2013), ancora inedito in Italia. Ha scritto questo editoriale per noi di Ae

Sì, la sostenibilità è ancora possibile. Una grande esclusiva di Altreconomia: Jared Diamond, il celebre biologo e fisiologo statunitense che con ARMI, ACCIAIO E MALATTIE ha vinto il Premio Pulitzer nel 1997, firma l'editoriale del numero di maggio. "Oggi mi dichiaro ancora cautamente ottimista -scrive-. Lo faccio perché SAPPIAMO CHE IL GENERE UMANO SI CREA I PROBLEMI DA SOLO: DOBBIAMO ALLORA SPERARE CHE SIA ANCHE IN GRADO DI RISOLVERLI".
Diamond è famoso anche per il volume COLLASSO, del 2005. Il suo ultimo libro è THE WORLD UNTIL YESTERDAY (2013), ancora inedito in Italia.
“L’EVOLUZIONE DELLA RAZZA UMANA È UN PROCESSO COLLETTIVO: LE SOCIETÀ SI EVOLVONO PERCHÉ L’INTELLIGENZA NON È SOLO INDIVIDUALE. Allora dobbiamo TENERE CONTO CHE VI SIA ANCHE LA POSSIBILITÀ DI REGREDIRE, OLTRE CHE DI PROGREDIRE. La storia moderna e quella antica sono piene di ESEMPI CLAMOROSI DI REGRESSIONE, come la caduta dell’Unione Sovietica, dell’Impero Romano d’Occidente, della civiltà Maya, o dell’Impero Khmer. DI CHE COSA È FRUTTO DUNQUE LA CATTIVA GESTIONE DELLE RISORSE, TIPICHE DEL GENERE UMANO (in passato come oggi)? Io credo ci siano una miriade di motivi per cui LE PERSONE E LE SOCIETÀ A VOLTE FANNO SCELTE SBAGLIATE: LA MANCANZA DI CONOSCENZA, LA MANCANZA DI ESPERIENZA DI SITUAZIONI SIMILI; INTERESSI CHE COLLIDONO, E L’EGOISMO. Ma se guardiamo al tema della LIMITATEZZA DELLE RISORSE, io credo non abbiamo alternative. RISORSE ESSENZIALI PER L’UOMO COME L’ACQUA, IL CIBO, LA TERRA, GLI ALBERI, I PESCI, SONO LIMITATE, CHE CI PIACCIA O NO. O CI ADATTIAMO ALLA LIMITATEZZA DELLE RISORSE IN MODI PIACEVOLI A NOSTRA SCELTA, OPPURE LA LIMITATEZZA DELLE RISORSE SI IMPORRÀ SU DI NOI IN MODI SGRADEVOLI NON DI NOSTRA SCELTA (COME MALATTIE, FAME, GUERRA). Nell’ultimo capitolo del mio libro “COLLASSO” indico UNA DOZZINA DI GRANDI PROBLEMI CHE LE SOCIETÀ UMANE OGGI DEVONO RISOLVERE. Se veniamo a capo di tutti i nostri problemi, tranne quello dell’acqua, o tranne quello del cambiamento climatico, o tutti i nostri guai, tranne il problema delle sostanze chimiche tossiche; ecco, UNO QUALSIASI DI QUESTI SINGOLI PROBLEMI IRRISOLTI SAREBBE SUFFICIENTE A DISTRUGGERE TUTTI NOI.  CERCARE DI IDENTIFICARE SOLO ALCUNI PROBLEMI “PIÙ IMPORTANTI” È UNA RICETTA DISASTROSA. UN PO’ COME IN UN MATRIMONIO. Se si sente qualcuno chiedere “Qual è il singolo requisito più importante per un matrimonio felice?” si può star certi che è sull’orlo del divorzio. Nel mio ultimo libro, ancora inedito in Italia, guardo alle SOCIETÀ TRIBALI DI OGGI, E A QUELLE PRE-MODERNE E “TRADIZIONALI”. Le società tradizionali sono piccole (da poche decine a poche centinaia o poche migliaia di persone), relativamente EGUALITARIE, E CON RAPPORTI SOCIALI CHE DURANO TUTTA LA VITA. Le società tradizionali sono molto più diversificate rispetto alle società con un governo centralizzato: LE DIFFERENZE TRA DUE QUALSIASI TRA LE SOCIETÀ DELLA NUOVA GUINEA SONO MAGGIORI DELLE DIFFERENZE TRA ITALIA E STATI UNITI. Quindi UNO DEI MOTIVI PER STUDIARE SOCIETÀ TRADIZIONALI È QUELLO DI COMPRENDERE LA DIVERSITÀ DEL COMPORTAMENTO UMANO. VALE LA PENA DI CONOSCERE LE SOCIETÀ TRADIZIONALI, PER IMPARARE DA LORO: MOLTE COSE CHE FANNO SONO AMMIREVOLI, E VALE LA PENA DI CONSIDERARNE L’ADOZIONE PER NOI STESSI. AD ESEMPIO IN TEMA DI BENESSERE, DI EDUCAZIONE DEI FIGLI, DI CURA DEGLI ANZIANI.
Il Worldwatch Institute, nel suo ultimo rapporto, si chiede “LA SOSTENIBILITÀ È ANCORA POSSIBILE?”. Io credo che lo sia. SAPPIAMO PERFETTAMENTE COME GESTIRE L’ACQUA, LE FORESTE, LA PESCA, E LE ALTRE RISORSE IN MODO SOSTENIBILE; lo facciamo già, in alcuni casi, e non lo facciamo in altri casi. È UNA NOSTRA SCELTA DECIDERE SE ESSERE SOSTENIBILI. Non è appropriato parlare di transizione, resilienza, o qualcosa di diverso da sostenibilità, perché nel lungo periodo (e anche all’interno del breve periodo di pochi decenni), la non-sostenibilità è impossibile. NON ABBIAMO ALTRA SCELTA, SE NON ESSERE SOSTENIBILI. Oltre 20 anni fa, nel 1991, nel mio libro “IL TERZO SCIMPANZÈ”, mi preoccupavo dell’“IMMINENTE DECLINO DEL GENERE UMANO”, pensando alla sua CAPACITÀ SISTEMATICA DI AUTODISTRUZIONE CHE PERDURA DA 50MILA ANNI. Scrivevo anche che “ci sono molte ragioni per essere pessimisti”. Tuttavia già allora intravedevo una speranza e mi dichiaravo “cautamente ottimista”. Oggi mi dichiaro ancora “cautamente ottimista”. Lo faccio perché SAPPIAMO CHE IL GENERE UMANO SI CREA I PROBLEMI DA SOLO: DOBBIAMO ALLORA SPERARE CHE SIA ANCHE IN GRADO DI RISOLVERLI.
di Jared Diamond * - 29 aprile 2013


sara battistini:  
il libro Armi, acciaio e malattie è sul mio comodino! E' molto bello, direi: indispensabile, bravi, bel colpo l'editoriale!

http://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_detail.php?intId=4081



Kenya, trovata moneta cinese di 600 anni fa
Un cash cinese risalente a sei secoli fa è stato scoperto sull’isola di Manda, in Kenya, durante una campagna di scavo condotta da archeologi keniani e statunitensi. La moneta è stata coniata tra il 1402 e il 1424 da Yongle, imperatore della dinastia Ming; infatti presenta la legenda Yong Le Tong Bao.
Durante il suo regno Yongle promosse attivamente sette spedizioni a carattere diplomatico, scientifico e commerciale nell’oceano Indiano, che vennero affidate all’ammiraglio musulmano Zheng He, che oggi viene ricordato come il Cristoforo Colombo cinese.
La prima spedizione partì nel 1403 ed era composta da ben 317 navi e 28.000 soldati. La motivazione ufficiale della spedizione era la ricerca dell’imperatore Jianwen (1377-1402) scomparso misteriosamente con la guerra civile che vide salire al trono Yongle, mentre secondo il professore d’ingegneria marittima Xin Yuan’ou dell’Università di Shanghai Jiaotong, l’impero cinese avrebbe mandato Zheng He in cerca di alleati contro la minaccia portata da Tamerlano, il quale aveva già conquistato gran parte dell’Asia. Le tappe di questo primo viaggio furono le coste orientali dell’Africa, il Mar Rosso, il Giappone e la Corea.
Nel 1405 Zheng He comandò un’altra spedizione nei mari dell’Indocina, dell’Indonesia e dell’India meridionale, per poi arrivare fino alle coste arabiche meridionali e dell’Africa orientale tra l’attuale Somalia e il Kenya.
Tra il 1405 e il 1433 l’ammiraglio condusse altri cinque viaggi. L’ultimo avvenne tra il 1431 e il 1433; Zheng He, a capo di 300 navi e 27.500 uomini, visitò i porti di Champa (oggi in Vietnam) e Giava, oltre a Palembang, Malacca, Ceylon e Calcutta. Tra i successi diplomatici di quest’ultima spedizione si ricorda la dissuasione del re del Siam a minacciare il Regno di Malacca. Poi da Calcutta una parte della flotta continuò il viaggio verso ovest, costeggiando il corno d’Africa sino a Malindi e commerciando sul Mar Rosso, e probabilmente molti marinai visitarono la Mecca. Zheng He, invece, da Calcutta riprese la via di casa ma morì nel viaggio di ritorno; fu seppellito in mare.
Dopo la morte dell’imperatore Yongle, avvenuta nel 1424, la Cina pose fine alle spedizioni, lasciando campo libero agli europei.

Anche se le grandi spedizioni di Zheng He sono un fatto storico, ancora oggi si discute sui limiti raggiunti dalle esplorazioni cinesi, tanto che alcuni storici si sono spinti ad ipotizzare che l’ammiraglio fosse arrivato fino alle Americhe (la cosiddetta “ipotesi del 1421″). Nell’ambito di queste controversie, alcuni studiosi sono certi che tra la Cina e l’Africa orientale vi fossero dei contatti già prima del XV secolo. Ma altri, come il professor Chen Hsin-hsiung dell’Università Nazionale Cheng Kung di Tainan (Taiwan), sostengono che le fonti non attestano che la flotta di Zheng He abbia raggiunto l’Africa.

Ma la scoperta di questa moneta in terra keniota potrebbe essere la conferma definitiva dei contatti tra le due aree. Chap Kusimba, conservatore di Antropologia africana al Field Museum, ha dichiarato: “È magnifico avere una moneta che potrebbe definitivamente provare che He arrivò in Kenya”.





http://numistoria.altervista.org/blog/?p=9688




giovedì 10 gennaio 2013

Pierre-Joseph Proudhon. 'Chiunque mi metta le mani addosso per governarmi è un usurpatore ed un tiranno: io lo proclamo mio nemico

Non spreco la mia vita a difendere il pensiero biforcuto di chi vuole mettermi la catena al collo e sfruttarmiIo sono una persona, non sono un soldato, io difendo me stesso, il mio pensiero, le mie esigenze, la mia unicità, il mio modo di voler essere. Non sono un burattino, né un kapò che difende un tizio che aspira a sottomettere me e tutti gli altri. Non sono neanche un servo che attacca chi gli parla di libertà e autonomia. Nessuna persona, tanto meno un padrone, può sostituirsi a me, alla mia precisa idea di come voglio essere per sentirmi davvero, completamente, profondamente, una persona. Perciò non ho partiti, non difendo capi, e mai lo farò. Questione di dignità e di umanità.
Pierre-Joseph Proudhon.


'Chiunque mi metta le mani addosso per governarmi è un usurpatore ed un tiranno:
io lo proclamo mio nemico'
Essere governati significa essere guardati a vista, ispezionati, spiati, diretti, legiferati, regolamentati, parcheggiati, indottrinati, pregati, controllati, soppesati, apprezzati, censurati, comandati da esseri che non hanno né il titolo, né la scienza, né la virtù. Essere governati significa essere, a ogni operazione, a ogni transazione, a ogni movimento, annotati, registrati, recensiti, tariffati, timbrati, tosati, quotati, patentati, diplomati, autorizzati, ammoniti, impediti, riformati, raddrizzati, corretti. Significa, col pretesto dell'utilità pubblica e in nome dell'interesse generale, essere tassati, addestrati, taglieggiati, sfruttati, monopolizzati, concussi, spremuti, mistificati, derubati; poi, alla minima resistenza, alla prima parola di protesta, repressi, multati, vilipesi, braccati, strapazzati, picchiati, disarmati, legati, imprigionati, fucilati, mitragliati, giudicati, condannati, deportati, sacrificati, venduti, traditi e, come se non bastasse, presi in giro, beffati, oltraggiati, disonorati. Ecco il governo, ecco la sua giustizia, ecco la sua morale! 
E dire che ci sono tra noi dei democratici che pretendono che il governo abbia del buono; dei democratici che sostengono, in nome della Libertà, dell'Eguaglianza, della Fraternità, quest'ignominia [...]!
Pierre-Joseph Proudhon. "Idée générale de la Révolution au XIX siècle [1851]


Essere governato significa essere guardato a vista, ispezionato, spiato, diretto, legiferato, regolamentato, recintato, indottrinato, catechizzato, controllato, stimato, valutato, censurato, comandato, da parte di esseri che non hanno né il titolo, né la scienza, né la virtù. Essere governato vuol dire essere, ad ogni azione, ad ogni transazione, ad ogni movimento, annotato, registrato, censito, tariffato, timbrato, squadrato, postillato, ammonito, quotato, collettato, patentato, licenziato, autorizzato, impedito, riformato, raddrizzato, corretto. Vuol dire essere tassato, addestrato, taglieggiato, sfruttato, monopolizzato, concusso, spremuto, mistificato, derubato, e, alla minima resistenza, alla prima parola di lamento, represso, emendato, vilipeso, vessato, braccato, tartassato, accoppato, disarmato, ammanettato, imprigionato, fucilato, mitragliato, giudicato, condannato, deportato, sacrificato, venduto, tradito, e per giunta schernito, dileggiato, ingiuriato, disonorato, tutto con il pretesto della pubblica utilità e in nome dell'interesse generale.
Pierre-Joseph Proudhon
(da: "Idée générale de la Révolution au XIXe siècle",1851

Essere governati significa essere controllati a vista, ispezionati, spiati, diretti, legiferati, regolamentati, parcheggiati, indottrinati, pregati, controllati, soppesati, apprezzati, censurati, comandati da esseri che non hanno né il titolo, né la scienza, né la virtù […]. Essere governati significa essere, a ogni operazione, a ogni transazione, a ogni movimento, annotati, registrati, recensiti, tariffati, timbrati, tosati, quotati, patentati, diplomati, autorizzati, ammoniti, impediti, riformati, raddrizzati, corretti. Significa, col pretesto dell’utilità pubblica e in nome dell’interesse generale, essere messi a contribuzione, addestrati, taglieggiati, sfruttati, monopolizzati, concussi, spremuti, mistificati, derubati; poi, alla minima resistenza, alla prima parola di protesta, repressi, multati, vilipesi, braccati, strapazzati, picchiati, disarmati, legati, imprigionati, fucilati, mitragliati, giudicati, condannati, deportati, sacrificati, venduti, traditi e, come se non bastasse, presi in giro, beffati, oltraggiati, disonorati. Ecco il governo, ecco la sua giustizia, ecco la sua morale!”
— Pierre-Joseph Proudhon, Idée générale de la Révolution au XIX siècle [1851], traduzione italiana L’idea generale di rivoluzione nel XIX secolo, Firenze 2000, pagine 240-241.



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