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giovedì 24 aprile 2014

Paul Karl Feyerabend. Abbiamo bisogno di un sogno. “Come possiamo esaminare qualcosa che stiamo usando continuamente? Come possiamo analizzare i termini nei quali esprimiamo di solito le nostre osservazioni piú semplici e dirette, e riportarne in luce i presupposti? In che modo possiamo scoprire il tipo di mondo che presupponiamo, dati i nostri modi di procedere abituali? La risposta è chiara: non possiamo scoprirlo dall’‹interno›. Abbiamo bisogno di un modello di critica ‹esterno›, abbiamo bisogno di un insieme di assunti alternativi o, dal momento che questi assunti saranno del tutto generali, di costruire, per cosí dire, un intero mondo alternativo, ‹abbiamo bisogno di un sogno al fine di scoprire i caratteri del mondo reale in cui pensiamo di vivere› (e che in realtà potrebbe essere solo un altro mondo di sogno).



Paul Karl Feyerabend. Abbiamo bisogno di un sogno.
“Come possiamo esaminare qualcosa che stiamo usando continuamente?
Come possiamo analizzare i termini nei quali esprimiamo di solito le nostre osservazioni piú semplici e dirette, e riportarne in luce i presupposti? In che modo possiamo scoprire il tipo di mondo che presupponiamo, dati i nostri modi di procedere abituali?
La risposta è chiara: non possiamo scoprirlo dall’‹interno›. Abbiamo bisogno di un modello di critica ‹esterno›, abbiamo bisogno di un insieme di assunti alternativi o, dal momento che questi assunti saranno del tutto generali, di costruire, per cosí dire, un intero mondo alternativo, ‹abbiamo bisogno di un sogno al fine di scoprire i caratteri del mondo reale in cui pensiamo di vivere› (e che in realtà potrebbe essere solo un altro mondo di sogno).”
PAUL KARL FEYERABEND (1924 – 1994), “Contro il metodo. Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza” (1975), prefazione di Giulio Giorello, trad. di Libero Sosio, Feltrinelli, Milano 2002 (I ed. 1979), 2., p. 28.
“ How can we possibly examine something we are using all the time? How can we analyse the terms in which we habitually express our most simple and straightforward observations, and reveal their presuppositions? How can we discover the kind of world we presuppose when proceeding as we do? 
The answer is clear: we cannot discover it from the ‹inside›. We need an ‹external› standard of criticism, we need a set of alternative assumptions or, as these assumptions will be quite general, constituting, as it were, an entire alternative world, ‹we need a dream-world in order to discover the features of the real world we think we inhabit› (and which may actually be just another dream-world).”
PAUL KARL FEYERABEND, “Against Method. Outline of an Anarchistics Theory of Knowledge”, Verso, London-New York 1993 (third edition, first published by New Left Books, London-New York 1975), 2, p. 22.




Paul Karl Feyerabend. Le invenzioni di Galileo a sostegno di Copernico.

Quando l’«idea pitagorica» del moto della Terra fu richiamata in vita da Copernico, si imbatté in difficoltà superiori a quelle cui si trovava di fronte la contemporanea astronomia tolemaica. A rigore, la si sarebbe dovuta considerare confutata. Galileo, che era convinto della verità della concezione copernicana e che non condivideva la fede abbastanza comune, anche se non universale, in un’esperienza stabile, ricercò nuovi tipi di fatti che potessero essere accettati da tutti. Egli si procurò tali fatti in due modi diversi. Innanzitutto attraverso l’invenzione del ‹cannocchiale›, che mutò il ‹nucleo sensoriale› dell’esperienza quotidiana sostituendolo con fenomeni sconcertanti e inspiegati; e ‹col suo principio di relatività e la sua dinamica›, che ne modificarono le componenti ‹concettuali›. Né i fenomeni né le nuove idee del moto erano accettabili per il senso comune (o per gli aristotelici). Inoltre si potrebbe dimostrare facilmente che le teorie associate erano sbagliate. Eppure queste teorie sbagliate, questi fenomeni inaccettabili, vengono distorti da Galileo e sono convertiti in un forte sostegno a favore di Copernico. L’intero ricco serbatoio dell’esperienza quotidiana e dell’intuizione viene utilizzato nel ragionamento, ma i fatti che esse sono invitate a rievocare vengono riorganizzati in modi nuovi, vengono compiute approssimazioni, vengono tralasciati effetti noti, vengono tracciate linee concettuali diverse, così che emerge ‹un nuovo genere di esperienza, costruito› quasi d’aria sottile. Questa nuova esperienza viene poi ‹solidificata› insinuando che in realtà essa è familiare al lettore da sempre. Essa si consolida cosí e viene ben presto accettata come una verità sacrosanta, nonostante il fatto che le sue componenti concettuali siano incomparabilmente piú speculative di quanto non siano le componenti concettuali del senso comune. Possiamo dire perciò che la scienza di Galileo si fonda su una ‹metafisica esemplicata›. La distorsione consente a Galileo di far progressi ma impedisce a quasi chiunque altro di fare del suo sforzo la base di una filosofia critica (anche oggi si pone l’accento o sulla matematica, o sui suoi presunti esperimenti, o sul suo frequente appello alla «verità», e si trascurano quasi completamente i suoi procedimenti propagandistici). Io suggerisco che ciò che Galileo fece fu di usare teorie confutate l’una a sostegno dell’altra, che in questo modo costruì una nuova visione del mondo legata in modo vago (ammesso che lo fosse!) con la cosmologia anteriore (compresa l’esperienza quotidiana), che stabilì connessioni inventate di san pianta con gli elementi percettuali di questa cosmologia, che solo oggi sono sostituiti da teorie genuine (ottica, fisiologia, teoria del continuo) e che, ogni volta che gli fu possibile, sostituì vecchi fatti con un nuovo tipo di esperienza, che egli semplicemente ‹inventò› allo scopo di sostenere Copernico.”
PAUL KARL FEYERABEND (1924 – 1994), “Contro il metodo. Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza”, prefazione di Giulio Giorello, trad. di Libero Sosio, Feltrinelli, Milano 2002 (III ed., I ed. 1979), 12. ‘Tali metodi «irrazionali» di sostegno sono necessari a causa dello «sviluppo diseguale» (Marx, Lenin) di parti diverse della scienza. Il copernicanesimo e altri ingredienti essenziali della scienza moderna sono sopravvissuti solo perché nel loro passato la ragione fu spesso ignorata’, pp. 130 – 131.





“ When the «Pythagorean idea» of the motion of the earth was revived by Copernicus it met with difficulties which exceeded the difficulties encountered by contemporary Ptolemaic astronomy. Strictly speaking, one had to regard it as refuted. Galileo, who was convinced of the truth of the Copernican view and who did not share the quite common, though by no means universal, belief in a stable experience, looked for new kinds of fact which might support Copernicus and still be acceptable to all. Such facts he obtained in two different ways. First, by the invention of his ‹telescope›, which changed the ‹sensory core› of everyday experience and replaced it by puzzling and unexplained phenomena; and by his ‹principle of relativity and his dynamics›, which changed its ‹conceptual components›. Neither the telescopic phenomena nor the new ideas of motion were acceptable to common sense (or to the Aristotelians). Besides, the associated theories could be easily shown to be false. Yet these false theories, these unacceptable phenomena, were transformed by Galileo and converted into strong support of Copernicus. The whole rich reservoir of the everyday experience and of the intuition of his readers is utilized in the argument, but the facts which they are invited to recall are arranged in a new way, approximations are made, known effects are omitted, different conceptual lines are drawn, so that a ‹new kind of experience› arises, ‹manufactured› almost out of thin air. This new experience is then ‹solidified› by insinuating that the reader has been familiar with it all the time. It is solidified and soon accepted as gospel truth, despite the fact that its conceptual components are vastly more speculative than are the conceptual components of common sense. Following positivistic usage we may therefore say that Galileo’s science rests on an ‹illustrated metaphysics›. The distortion permits Galileo to advance, but it prevents almost everyone else from making his effort the basis of a critical philosophy (for a long time emphasis was put either on his mathematics, or on his alleged experiments, or on his frequent appeal to the «truth», and his propagandistic moves were altogether neglected). I suggest that what Galileo did was to let refuted theories support each other, that he built in this way a new world-view which was only loosely (if at all!) connected with the preceding cosmology (everyday experience included), that he established fake connections with the perceptual elements of this cosmology which are only now being replaced by genuine theories (physiological optics, theory of continua), and that whenever possible he replaced old facts by a new type of experience which he simply ‹invented› for the purpose of supporting Copernicus.”
PAUL KARL FEYERABEND, “Against Method: Outline of an Anarchistic Theory of Knowledge”, Verso, London 1993 (Third edition, First published by New Left Books, London 1975), 11 ‘Such ‹irrational› methods of support are needed because of the ‹unevendevelopment› (Marx, Lenin) of different parts of science. Copernicanism and other essential ingredients of modem science survived only because reason was frequently overruled in their past’, pp. 120 – 121.

venerdì 28 settembre 2012

Carlo Sini. La natura è storica.

Carlo Sini. La natura è storica.
Carlo Sini, lezione magistrale: “Il pianeta errante e il destino delle differenze” (estratto), ‘Festival della Filosofia di Carpi – Modena – Sassuolo’: <Natura> 16 – 17 – 18 settembre 2011. Modena , Piazza Grande 18 settembre 2011.


 "La natura è storica" è un'affermazione prettamente moderna, che procede dal soggetto e costituisce di conseguenza un oggetto che può essere studiato scientificamente. Gli antichi avrebbero invece detto: "la storia è naturale", giacché essi sapevano cogliere filosoficamente la sostanza delle cose, quasi per intuizione. Noi quindi ci troviamo a dire delle verità superficiali, mentre loro dicevano verità profonde: su questo vi è molto da riflettere a mio parere ...




 @Stefano - Scusa Stefano, ma che la natura sia storica, che la storia sia naturale, lo dice comunque un soggetto. Dunque, secondo la tua analisi, la natura è storica - a maggior ragione.




 "... che la natura sia storica, che la storia sia naturale, lo dice comunque un soggetto": certo, Franco, ma la questione qui non è il dire. Chiaramente vi è sempre un soggetto che dice. La questione è, però, quale sia il punto di partenza della riflessione; riflessione che porta poi, come conclusione, al dire del soggetto. Ora, l'affermazione della storicità della natura procede dal soggetto non soltanto in quanto è detta, ma anche e soprattutto in quanto è pensata come oggetto all'interno di una prospettiva. L'affermazione contraria invece, che afferma la naturalità della storia, è soggettiva solo in quanto detta, ma sostanziale in quanto pensata senza far riferimento a una prospettiva specifica. Nel primo caso si ha una ragione che fonda un oggetto, perché è il soggetto che dona una storicità al mondo (il mondo infatti, in sé, non è storico, ma semplicemente diveniente); nel secondo caso si ha una cosa originaria che fonda la possibilità stessa della ragione e quindi anche della sua capacità storicizzante. Nel primo caso si antepone la storia al mondo, la visione razionale soggettiva alla cosa vista razionalmente e classificata come oggetto; nel secondo caso si antepone il mondo alla storia, l'intuizione immediata della cosa originaria al soggetto che elabora razionalmente la cosa originaria rendendola non più tale (ovvio che anche l'intuizione è qualcosa di soggettivo, ma, nondimeno, non è qualcosa di pensato, se così posso esprimermi). La differenza tra le due affermazioni è grande e spero di essermi ben spiegato.




domenica 15 aprile 2012

Luigi Pirandello. Il fu Mattia Pascal. Maledetto sia Copernico [...] ha rovinato l'umanità, irrimediabilmente.



Potei sperimentare che l'uomo, quando soffre, si fa una particolare idea del bene e del male, e cioè del bene che gli altri dovrebbero fargli e a cui egli pretende, come se dalle proprie sofferenze gli derivasse un diritto al compenso; e del male che può fare agli altri, come se parimenti dalle proprie sofferenze vi fosse abilitato. E se gli altri non gli fanno il bene quasi per dovere, egli li accusa e di tutto il male ch'egli fa quasi per diritto, facilmente si scusa.
Luigi Pirandello. Il fu Mattia Pascal



Ma la causa vera di tutti i nostri mali, di questa tristezza nostra, sai qual è? 
La democrazia, mio caro, la democrazia, cioè il governo della maggioranza.
Perché, quando il potere è in mano d’uno solo, quest’uno sa d’esser uno e di dover contentare molti; ma quando i molti governano, pensano soltanto a contentar se stessi, e si ha allora la tirannia più balorda e più odiosa; la tirannia mascherata da libertà.
Luigi Pirandello. Il fu Mattia Pascal




Le anime hanno un loro particolar modo d'intendersi, d'entrare in intimità, fino a darsi del tu, mentre le nostre persone sono tuttavia impacciate nel commercio delle parole comuni, nella schiavitù delle esigenze sociali. Han bisogni lor proprii e loro proprie aspirazioni le anime, di cui il corpo non si dà per inteso, quando veda l’impossibilità di soddisfarli e di tradurle in atto. E ogni qualvolta due che comunichino fra loro così, con le anime soltanto, si trovano soli in qualche luogo, provano un turbamento angoscioso e quasi una repulsione violenta d’ogni minimo contatto materiale, una sofferenza che li allontana, e che cessa subito, non appena un terzo intervenga. Allora, passata l’angoscia, le due anime sollevate si ricercano e tornano a sorridersi da lontano.
Luigi Pirandello. Il fu Mattia Pascal



«Beate le marionette,» sospirai, «su le cui teste di legno il finto cielo si conserva senza strappi!
Non perplessità angosciose, né ritegni, né intoppi, né ombre, né pietà; nulla! E possono attendere bravamente e prender gusto alla loro commedia e amare e tener se stesse in considerazione e in pregio, senza soffrir mai vertigini o capogiri, poiché per la loro statura e per le loro azioni quel cielo è un tetto proporzionato». (cap. XII; 1973, p. 468)
Luigi Pirandello, “Il fu Mattia Pascal”


Maledetto sia Copernico [...] ha rovinato l'umanità, irrimediabilmente. Ormai noi tutti ci siamo a poco a poco adattati alla nuova concezione dell'infinita nostra piccolezza, a considerarci anzi men che niente nell'Universo... Storie di vermucci ormai, le nostre.
Luigi Pirandello - Il fu Mattia Pascal


E dimentichiamo spesso e volentieri di essere atomi infinitesimali per rispettarci e ammirarci a vicenda, e siamo capaci di azzuffarci per un pezzettino di terra o di dolerci di certe cose, che, ove fossimo veramente compenetrati di quello che siamo, dovrebbero parerci miserie incalcolabili.
Luigi Pirandello. Il fu Mattia Pascal


L'individuo finisce, la specie continua la sua evoluzione. Bel modo di ragionare, codesto! Ma guardi un pò! Come se l'umanità non fossi io, non fosse lei e, a uno a uno, tutti. E non abbiamo ciascuno lo stesso sentimento, che sarebbe cioè la cosa più assurda e più atroce, se tutto dovesse consister qui, in questo miserabile soffio che è la nostra vita terrena: cinquanta, sessant'anni di noja, di miserie, di fatiche: perchè? per niente! per l'umanità? Ma se l'umanità anch'essa un giorno dovrà finire? Pensi un pò: e tutta questa vita, tutto questo progresso, tutta questa evoluzione perchè sarebbero stati? per niente? E il niente, il puro niente, dicono intanto che non esiste 
Luigi Pirandello. Il fu Mattia Pascal


Certo un oggetto può piacere anche per se stesso, per la diversità delle sensazioni gradevoli che ci suscita in una percezione armoniosa; ma ben più spesso il piacere che un oggetto ti procura non si trova nell'oggetto per se medesimo. La fantasia lo abbellisce cingendolo e quasi irraggiandolo d'immagini care. Né noi lo percepiamo più qual esso è, ma così, quasi animato dalle immagini che suscita in noi o che le nostre abitudini vi associano. Nell'oggetto, insomma, noi amiamo quel che vi mettiamo di noi, l'accordo, l'armonia che stabiliamo tra esso e noi, l'anima che esso acquista per noi soltanto e che è formata dai nostri ricordi.
Luigi Pirandello, da "Il fu Mattia Pascal"

 




lunedì 12 dicembre 2011

La rivoluzione copernicana di Kant. Come Copernico aveva messo il Sole, e non la Terra, al centro dell'universo, così Kant intendeva ora collocare il soggetto umano al centro del processo conoscitivo. Prima della rivoluzione era l'uomo (soggetto) a doversi adattare alla natura (oggetto), adesso col ribaltamento dei ruoli sarà la natura a doversi adattare all'uomo. Questa nuova concezione fu tra l'altro determinante per la nascita della corrente idealista tedescache da Kant prese le mosse.

La rivoluzione copernicana di Kant. 
Kant riprese il concetto di rivoluzione copernicana per applicarlo a quel ribaltamento della prospettiva filosofica da lui stesso operato. Contrariamente al senso comune infatti, secondo cui l'uomo doveva adattare i propri schemi mentali agli oggetti da conoscere, Kant si propose di dimostrare che il nostro intelletto gioca un ruolo fortemente attivo nel metodo conoscitivo; le proposizioni scientifiche in grado di ampliare il nostro sapere sul mondo, cioè, non si limitano a recepire passivamente dei dati, ma sono di natura critica e deduttiva. Sono i nostri schemi mentali che determinano il modo in cui un oggetto viene percepito.


Karl Raimund Popper. Kant e la rivoluzione copernicana.
“Come egli [Kant] ricorda, Copernico, riscontrando che non si sarebbe fatto alcun progresso con la teoria della rivoluzione dei cieli, superò l’ostacolo ribaltando, per così dire, le posizioni: egli suppose che non sono i cieli a ruotare, mentre noi, gli osservatori, restiamo fermi, ma al contrario, siamo noi a girare, mentre i cieli restano fermi. In modo analogo, dice Kant, si deve risolvere il problema della conoscenza della conoscenza scientifica – il problema di come è possibile una scienza esatta, quale è la teoria di Newton, e di come poté mai essere scoperta. Dobbiamo abbandonare l’opinione secondo cui siamo degli osservatori passivi, sui quali la natura imprime la propria regolarità. È bene invece adottare l’opinione secondo cui, nell’assimilare i dati sensibili, imprimiamo attivamente ad essi l’ordine e le leggi del nostro intelletto. Il cosmo reca l’impronta della nostra mente.
Con l’accentuare il ruolo svolto dall’osservatore, dall’investigatore e dal teorico, Kant lasciò una traccia indelebile, non solo nella filosofia, ma anche nella fisica e nella cosmologia. Al di fuori di un clima di pensiero kantiano sono difficilmente concepibili le teorie di Einstein e di Bohr; e Eddington può dirsi, sotto certi aspetti, piú kantiano di Kant. Anche quelli che, come me, non possono seguire Kant fino in fondo, condividono tuttavia la sua opinione secondo cui lo spettatore non deve attendere che alla natura piaccia rivelargli i propri segreti, ma deve interrogarla. Egli deve fare ciò ripetutamente alla luce dei propri dubbi, congetture, teorie, idee e ispirazioni. Si tratta, a mio avviso, di una sorprendente scoperta filosofica. Essa permette di guardare alla scienza, sia teorica che sperimentale, come a una creazione umana, e di considerare la sua storia come parte della storia delle idee, sullo stesso piano della storia dell’arte o della letteratura.
La versione kantiana della rivoluzione copernicana ha un ulteriore e piú rilevante significato, che indica forse un’ambivalenza nel suo atteggiamento verso di essa. La rivoluzione copernicana di Kant risolve infatti un problema umano, originatosi con la rivoluzione copernicana stessa. Copernico aveva privato l’uomo della sua posizione centrale nell’universo fisico. La rivoluzione copernicana di Kant ne allevia le conseguenze sgradevoli. Egli non ci mostra soltanto che la nostra collocazione nell’universo fisico è irrilevante, ma addirittura che, in un certo senso, si può ben dire che l’universo ruota intorno a noi; siamo noi infatti che produciamo, almeno in parte, l’ordine che scopriamo in esso; siamo noi a costruire la conoscenza che ne abbiamo: siamo degli scopritori, e la scoperta è un’arte creativa.”
KARL RAIMUND POPPER (1902 – 1994), “Congetture e confutazioni. Lo sviluppo della conoscenza scientifica”, introd. all’ed. it. di Giorgio Sandri, trad. di Giuliano Pancaldi, il Mulino, Bologna 1972 (I ed.), 7. ‘La critica kantiana e la cosmologia’ (Letture trasmesse per radio all’epoca del centocinquantesimo anniversario della morte di Kant. Pubblicato per la prima volta – senza note – col titolo ‘Immanuel Kant: philosopher of the Enlightenment’ in «The Listener», LI 1954) - 5. ‘La rivoluzione copernicana di Kant’, pp. 312 – 313.


« Quando Galilei fece rotolare le sue sfere su di un piano inclinato con un peso scelto da lui stesso, e Torricelli fece sopportare all’aria un peso che egli stesso sapeva già uguale a quello di una colonna d’acqua conosciuta […] fu una rivelazione luminosa per tutti gli investigatori della natura. Essi compresero che la ragione vede solo ciò che lei stessa produce secondo il proprio disegno, e che […] essa deve costringere la natura a rispondere alle sue domande; e non lasciarsi guidare da lei, per dir così, colle redini; perché altrimenti le nostre osservazioni, fatte a caso e senza un disegno prestabilito, non metterebbero capo a una legge necessaria. »
(Kant, Prefazione alla Critica della ragion pura [1787], Laterza, Roma-Bari 2000)

Come Copernico aveva messo il Sole, e non la Terra, al centro dell'universo, così Kant intendeva ora collocare il soggetto umano al centro del processo conoscitivo. Prima della rivoluzione era l'uomo (soggetto) a doversi adattare alla natura (oggetto), adesso col ribaltamento dei ruoli sarà la natura a doversi adattare all'uomo. Questa nuova concezione fu tra l'altro determinante per la nascita della corrente idealista tedescache da Kant prese le mosse.

http://it.wikipedia.org/wiki/Rivoluzione_copernicana






Gli aforismi dei filosofi:
maniaco dell'organizzazione.. Kant










  Gli aforismi dei filosofi



“ As Kant puts it, Copernicus, finding that no progress was being made with the theory of the revolving heavens, broke the deadlock by turning the tables, as it were: he assumed that it is not the heavens which revolve while we the observers stand still, but that we the observers revolve while the heavens stand still. In a similar way, Kant says, the problem of scientific knowledge is to be solved--the problem how an exact science, such as Newtonian theory, is possible, and how it could ever have been found. We must give up the view that we are passive observers, waiting for nature to impress its regularity upon us. Instead we must adopt the view that in digesting our sense-data we actively impress the order and the laws of our intellect upon them. Our cosmos bears the imprint of our minds.
By emphasizing the role played by the observer, the investigator, the theorist, Kant made an indelible impression not only upon philosophy but also upon physics and cosmology. There is a Kantian climate of thought without which Einstein’s theories or Bohr's are hardly conceivable; and Eddington might be said to be more of a Kantian, in some respects, than Kant: himself. Even those who, like myself, cannot follow Kant all the way can accept his view that the experimenter must not wait till it pleases nature to reveal her secrets, but that he must question her. He must cross examine nature in the light of his doubts, his conjectures, his theories, his ideas, and his inspirations. Here, I believe, is a wonderful philosophical find. It makes it possible to look upon science, whether theoretical or experimental, as a human creation, and to look upon its history as part of the history of ideas, on a level with the history of art or of literature.
There is a second and even more interesting meaning inherent in Kant's version of the Copernican Revolution, a meaning which may perhaps indicate an ambivalence in his attitude towards it. For Kant's Copernican Revolution solves a human problem to which Copernicus’ own revolution gave rise. Copernicus deprived man of his central position in the physical universe. Kant's Copernican Revolution takes the sting out of this. He shows us not only that our location in the physical universe is irrelevant, but also that in a sense our universe may well be said to turn about us; for it is we who produce, at least in part, the order we find in it; it is we who create our knowledge of it. We are discoverers: and discovery is a creative art.”
KARL RAIMUND POPPER, “Conjectures and refutations: the growth of scientific knowledge”, Basic Books, New York-London 1962 (II ed.), 7 ‘Kant’s critique and cosmology’ (1954) -5. ‘Kant’s Copernican revolution’, pp. 180 – 181.


Rivoluzione copernicana. La terra non è posta nel centro del mondo.

540 anni fa nasceva Niccolò Copernico (Mikołaj Kopernik o Nicolaus Copernicus, 1473 – 1543), astronomo polacco, che rivoluzionò con la sua teoria eliocentrica, sia la scienza astronomica sia le teorie filosofico-religiose che si fondavano sul geocentrismo.


Essendo il Sole l'occhio di Dio è più logico che sia sistemato al centro dell'universo.
Copernico



Per mantenere il modello geocentrico e spiegare il percorso dei pianeti in cielo Ipparco e Tolomeo proposero che ciascun pianeta percorreva con moto uniforme delle circonferenze (epicicli), i cui centri si muovevano a loro volta su circonferenze di raggio maggiore (i deferenti).
Il modello piaceva ai greci perchè metteva l'umanità al centro di un mondo perfetto dominato da circonferenze perfette e moto uniforme e piacque ancora di più nel medioevo perchè l'uomo si trovava al centro del creato.
Tuttavia non si può fare a meno di notare che gran "casino" sia tenere in piedi un modello geocentrico rispetto ad un semplice modello eliocentrico: semplicissimo ed in grado di spiegare tutti i moti osservabili nel sistema solare... ma dalle implicazioni troppo terribili per l'epoca.
Ecco perchè bisogna applicare il criterio del Rasoio di Occam ad ogni teoria scientifica.
Secondo questo principio « A parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire ».
Ovvero, fra due teorie scientifiche quella che spiega la realtà nel modo più semplice è la più probabile.
E, aggiungo io, questo deve essere sempre fatto indipendentemente dalle implicazioni filosofiche che una teoria possa avere.
Vedi Gif animata:
https://www.facebook.com/ivanopaolotodde/posts/10207384828613244



La prima e suprema di tutte le sfere è quella delle stelle fisse, contenente se stessa e tutte le cose, e perciò immobile. Essa è infatti il luogo dell'universo al quale si riferiscono il moto e la posizione di tutte le altre stelle. Dappoiché alcuni stimano che in qualche modo pur essa muti: noi segneremo nella deduzione del moto della terra un'altra causa a tale sua apparenza. Prima fra le stelle mobili viene Saturno, che compie la propria orbita in trent'anni. Dopo questo Giove, che si muove con un periodo di dodici anni. Indi Marte, che gira in un biennio. Il quarto posto nell'ordine tiene la rivoluzione annua, nella quale abbiam detto la terra essere contenuta, con l'orbe lunare come epiciclo. Nel quinto posto si muove in nove mesi Venere. Mercurio infine occupa il sesto, che in ottanta dì conchiude il suo giro nello spazio. Ma in mezzo a tutti sta il sole. Chi infatti, in tale bellissimo tempio, metterebbe codesta lampada in un luogo diverso o migliore di quello, donde possa tutto insieme illuminare? Perciò non a torto alcuni lo chiamano lampada del mondo, altri mente, altri reggitore. Trismegisto lo chiama Dio visibile, Elettra, nella tragedia di Sofocle, colui che tutto vede. Così, per certo, come assiso su un trono regale, il sole governa la famiglia degli astri che gli ruotano intorno
Nicolaus Copernicus. 1473 – 1543




Niccolò Copernico. La terra non è posta nel centro del mondo.
“È abbastanza chiaro […] che il cielo è, in paragone alla terra, immenso e che ha l’aspetto di un’infinita grandezza e che, d’altronde, secondo i sensi, la terra è in confronto al cielo come un punto rispetto ad un corpo, come il finito rispetto alla grandezza dell’infinito. Ma con ciò non pare che si sia dimostrato nient’altro; non può derivarne infatti che la terra sta ferma al centro del mondo. Ché anzi tanto più dovremo meravigliarci se la così grande vastità del mondo ruotasse nello spazio ventiquattro ore, piuttosto che la terra, che è una sua parte così piccola.
Dire infatti che il centro è immobile e che meno si muove ciò che è più vicino al centro, non dimostra che la terra, stia immobile al centro dell’universo, non diversamente che se si dicesse che il cielo gira e che i poli sono immobili e che si muovono pochissimo le parti vicine ai poli. Così come si vede la stella polare muoversi molto più lentamente di Aquila o del Cane minore, perché, vicinissima al polo, descrive un circolo minore, poiché tutte quante sono sulla stessa sfera, la cui mobilità, diminuendo verso l’asse, non ammette che il movimento di tutte le sue parti sia dappertutto eguale; parti che la rivoluzione del tutto fa ritornare in tempi eguali, non percorrendo tuttavia esse spazi eguali.
A ciò tende dunque l’argomentazione, quasi che la terra fosse parte della sfera celeste, con lo stesso movimento e la stessa natura, sicché essa si muova poco, in quanto vicinissima al centro. Si muoverà dunque anch’essa, in quanto corpo e non centro [geometrico], tracciando, nel medesimo tempo, circonferenze simili al cerchio celeste, sebbene più piccole. Quanto questo sia falso è più chiaro della luce: ne conseguirebbe infatti che in un luogo sarebbe sempre mezzogiorno, in un altro sempre mezzanotte, in modo che non potrebbero verificarsi né il sorgere né il tramontare quotidiano [del sole], poiché il movimento del tutto e della parte sarebbe uno ed inseparabile.
Ma di gran lunga diverso è il rapporto tra le cose distinte da naturale differenza: sì che quelle che si volgono in un circolo più breve, si muovono più in fretta di quelle che percorrono un circuito maggiore. Così Saturno, il più alto degli astri erranti, compie la sua rivoluzione in un periodo di trent’anni, mentre la luna, che indubbiamente è la più vicina alla terra, compie il suo circuito in un solo mese; e per la stessa terra, infine, crederemo che occorra lo spazio di un giorno e di una notte, perché essa ruoti. Risorge quindi lo stesso problema della rivoluzione diurna.
Ma anche il suo luogo va ancora indagato, il quale, da quanto si è detto sopra, non è per nulla certo. Quella dimostrazione, infatti, non prova niente altro che l’indefinita grandezza del cielo nei confronto della terra. Ma, fin dove si estenda questa immensità, non è affatto noto. Come, in senso opposto, [avviene] per i corpuscoli piccolissimi e indivisibili che si chiamano atomi, che, non essendo percepibili, in due o in più non riescono subito a formare un corpo visibile, ma possono tuttavia essere moltiplicati sino al punto da arrivare a riunirsi in un numero bastevole da formare un corpo di grandezza visibile, così anche riguardo al luogo della terra, sebbene essa non sia posta nel centro del mondo, tuttavia la sua stessa distanza da lì è quasi niente soprattutto in relazione alla sfera delle stelle fisse.*

* Quest’ultimo periodo non compare nelle edizioni a stampa prima di quella di Thorn [‹ex avctoris avtographo. Recvdi cvravit Societas Copernicana Thorvnensis›] (1873), in quanto esso non si trova nell’ ‹editio princeps›, bensì soltanto nel manoscritto (p. 5ʳ) ed è in esso cancellato da una sottile linea curva, salvo le ultime parole (da «soprattutto») che si trovano alla p. 5 v.”
NICCOLÒ COPERNICO (1473 – 1543), “La rivoluzione delle sfere celesti” (1543), in Id., “Opere”, a cura, introduzione, note e trad. di Francesco Barone, UTET, Torino 1979 (I ed.), Libro primo, Capitolo VI ‘Dell’immensità del cielo in rapporto alla grandezza della terra’, pp. 193 – 195.



Rivoluzione copernicana



Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.




Col termine rivoluzione copernicana si intende la nuova visione dell'universo elaborata da Niccolò Copernico, fautore della teoria eliocentrica, che pone il Sole al centro del sistema di orbite dei pianeti, opposta a quella geocentrica, che prevedeva invece la Terra al centro del sistema solare.
Exquisite-kfind.pngPer approfondire, vedi la voce Rivoluzione astronomica.
La teoria di Copernico, che riprendeva quella greca di Aristarco da Samo, fu pubblicata nel libro De revolutionibus orbium coelestium (Delle rivoluzioni dei mondi celesti) l'anno della sua morte. Il libro è il punto di partenza di una conversione dottrinale dal sistema geocentrico a quello eliocentrico e contiene gli elementi più salienti della teoria astronomica dei nostri tempi, comprese una corretta definizione dell'ordine dei pianeti, della rotazione quotidiana della Terra intorno al proprio asse, della precessione degli equinozi.

La rivoluzione copernicana di Kant [modifica]

Kant riprese il concetto di rivoluzione copernicana per applicarlo a quel ribaltamento della prospettiva filosofica da lui stesso operato. Contrariamente al senso comune infatti, secondo cui l'uomo doveva adattare i propri schemi mentali agli oggetti da conoscere, Kant si propose di dimostrare che il nostro intelletto gioca un ruolo fortemente attivo nel metodo conoscitivo; le proposizioni scientifiche in grado di ampliare il nostro sapere sul mondo, cioè, non si limitano a recepire passivamente dei dati, ma sono di natura critica e deduttiva. Sono i nostri schemi mentali che determinano il modo in cui un oggetto viene percepito.
« Quando Galilei fece rotolare le sue sfere su di un piano inclinato con un peso scelto da lui stesso, e Torricelli fece sopportare all’aria un peso che egli stesso sapeva già uguale a quello di una colonna d’acqua conosciuta […] fu una rivelazione luminosa per tutti gli investigatori della natura. Essi compresero che la ragione vede solo ciò che lei stessa produce secondo il proprio disegno, e che […] essa deve costringere la natura a rispondere alle sue domande; e non lasciarsi guidare da lei, per dir così, colle redini; perché altrimenti le nostre osservazioni, fatte a caso e senza un disegno prestabilito, non metterebbero capo a una legge necessaria. »
(Kant, Prefazione alla Critica della ragion pura [1787], Laterza, Roma-Bari 2000)

Come Copernico aveva messo il Sole, e non la Terra, al centro dell'universo, così Kant intendeva ora collocare il soggetto umano al centro del processo conoscitivo. Prima della rivoluzione era l'uomo (soggetto) a doversi adattare alla natura (oggetto), adesso col ribaltamento dei ruoli sarà la natura a doversi adattare all'uomo. Questa nuova concezione fu tra l'altro determinante per la nascita della corrente idealista tedesca che da Kant prese le mosse.

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“ […] Satis apparet, immensum esse caelum comparatione terrae ac infinitae magnitudinis speciem prae se ferre, sed sensus aestimatione terram esse respectu caeli, ut punctum ad corpus, et finitum ad infinitum magnitudine, nec aliud demonstrasse videtur. Neque enim sequitur, in medio mundi terram quiescere oportere. Quin magis etiam miremur, si tanta mundi vastitas sub XXIIII. horarum spacio revolvatur potius, quam minimum eius quod est terra. Nam quod aiunt centrum immobile, et proxima centro minus moveri, non arguit terram in medio mundi quiescere: nec aliter quam si dicas, caelum volvi, at polos quiescere, et quae proxima sunt polis minime moveri. Quemadmodum Cynosura multo tardius moveri cernitur, quam Aquila vel Canicula, quia circulum describit minorem proxima polo, cum ea omnia unius sint sphaerae, cuius mobilitas ad axem suum desinens, omnium suarum partium motum sibi invicem non admittit aequalem, quas tamen paritate temporis non aequalitate spacii revolutio totius reducat. Ad hoc ergo nititur ratio argumenti, quasi terra pars fuerit caelestis sphaerae, eiusdemque speciei et motus, ut proxima centro parum moveatur. Movebitur ergo et ipsa corpus existens, non centrum sub eodem tempore ad similes caelestis circuli circumferentias licet minores. Quod quam falsum sit luce clarius est, oporteret enim uno in loco semper esse meridiem, alio semper mediam noctem, ut nec ortus nec occasus cotidiani possent accidere, cum unus et inseparabilis fuerit motus totius et partis. Eorum vero quae differentia rerum absolvit, longe diversa ratio est, ut quae breviori clauduntur ambitu, revolvantur citius, iis quae maiorem circulum ambiunt. Sic Saturni supremum errantium sydus trigesimo anno revolvitur, et Luna quae proculdubio terrae proxima est menstruum complet circuitum, et ipsa denique terra diurni nocturnique temporis spacio circuire putabitur. Resurget ergo eadem de cotidiana revolutione dubitatio. Sed et locus eius adhuc quaeritur minus etiam ex supradictis certus. Nihil enim aliud habet illa demonstratio quam indefinitam caeli ad terram magnitudinem. At quousque se extendat haec immensitas minime constat. Quaemadmodum ex adverso in minimis corpusculis ac insectilibus, quae atomi vocantur, cum sensibilia non sint, duplicate vel aliquotiens sumpta non statim componunt visibile corpus, at possunt adeo multiplicari, ut demum sufficiat in apparentem coalescere magnitudinem. Ita quoque de loco terrae, quamvis in centro mundi non fuerit, distantiam tamen ipsum incoparabilem adhuc esse praesertim ad non errantium stellarum sphaeram.*”

*[Cfr. la nota al testo in italiano]
NICOLAI COPERNICI TORINENSIS “De revolutionibus orbium cœlestium libri VI”, apud Ioh. Petreium, Norímbergæ M.D.XLIII, Liber primus, 6. ‘De immensitate cœli ad magnitudinem terræ’, p. 4b.

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