Visualizzazione post con etichetta Scrittore. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Scrittore. Mostra tutti i post

giovedì 13 marzo 2014

Joseph Conrad. Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?

Anche il dolore più acuto può alla fine esplodere in violenza, ma di solito si tramuta in apatia.
Joseph Conrad, Cuore di tenebra



Che bizzara cosa la vita – questo misterioso congegnarsi di implacabile logica in vista di uno scopo tanto futile. Il piú che se ne possa sperare è una certa qual conoscenza di se stessi – che giunge troppo tardi – e una messe di inestinguibili rimpianti. Ho lottato con la morte. È la contesa meno eccitante che immaginar si possa. Ha luogo in un grigiore impalpabile dove non s’ha più nulla sotto i piedi, nulla tutt’attorno; senza spettatori, senza clamori, senza glorie; senza il gran desiderio di vincere, senza il gran timore della sconfitta, in una insalubre atmosfera di tiepido scetticismo, senza una ferma convinzione nel proprio diritto, e meno ancora in quello dell'avversario. Se è questa la forma suprema della saggezza, allora la vita è un enigma più grande di quanto alcuni di noi pensano che sia. Ero a un passo dalla mia ultima occasione di pronunciare una parola, e ho scoperto con umiliazione che probabilmente non avevo niente da dire.
Joseph Conrad, Cuore di Tenebra


“No, è impossibile, impossibile comunicare ad altri la sensazione viva di un momento qualsiasi della nostra esistenza, quel che ne costituisce la verità, il significato; la sua sottile e penetrante essenza. È impossibile. Si vive come si sogna: perfettamente soli.”
Joseph Conrad, Cuore di tenebra


Voi sapete che io odio, detesto, non tollero la menzogna; non perché io sia più retto degli altri, ma solo perché mi sgomenta. Nella menzogna c’è un odore di morte, di corruzione della carne, che mi ricorda ciò che mi fa più orrore al mondo e che cerco di dimenticare. Mi fa star male, mi dà la nausea come se avessi in bocca qualcosa di marcio. Questione di temperamento, credo.
Joseph Conrad, Cuore di tenebra


Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?
Joseph Conrad


Sapevo che la mia nave - al pari di certe donne rare - era una di quelle creature la cui semplice esistenza è sufficiente a ispirare un disinteressato piacere. Si sente che è bello essere nel mondo dove c’è lei.
Joseph Conrad, La linea d’ombra



«E se mi domandi come, perché, per quale ragione, ti risponderò: Suvvia, per caso! Per puro caso, così come accadono le cose, fortunate e sfortunate, terribili o tenere, importanti o meno; e anche le cose che non sono né l’uno né l’altro, cose per loro natura assolutamente neutrali, al punto che ti verrebbe da chiederti perché accadano se non sapessi che anch’esse, nella loro insignificanza, portano i semi di ulteriori innumerevoli casualità».
Joseph Conrad, “Il caso”


E’ straordinario che si possa attraversare la vita con gli occhi semichiusi, le orecchie intorpidite e la mente letargica. Forse è meglio così; ed è possibile che sia proprio questa ottusità a rendere la vita così sopportabile e così gradita ad una maggioranza incalcolabile. Tra noi possono però esserci alcuni che non hanno mai conosciuto uno di quei rari attimi di risveglio in cui vediamo, udiamo e comprendiamo tante cose – ogni cosa – in un lampo – prima di ripiombare in una piacevole sonnolenza
Joseph Conrad, Lord Jim


<<Badate, >> riprese, alzando l'avambraccio, con il palmo rivolto in fuori, sicché, con le gambe incrociate davanti, aveva la posa di un Budda predicante in abiti moderni e senza il fiore di loto. << Badate...quello che ci salva è il rendimento - la devozione al rendimento. Ma quei tipi non valevano gran che, davvero. Non erano colonizzatori; ho l'impressione che la loro amministrazione fosse esclusivamente un'arte per spremere, e nient'altro. Erano conquistatori, e per esserlo occorre solo la forza bruta - una cosa di cui c'è poco da vantarsi, quando l'avete, poiché la vostra forza è solo un accidente che nasce dalla debolezza degli altri. Arraffavano quel che potevano per il piacere di possedere. Si trattava soltanto di rapina a mano armata, di omicidio aggravato fatto su vasta scala, e di uomini che agivano alla cieca - come si conviene a coloro che affrontano le tenebre. La conquista della terra, che in pratica significa toglierla a coloro che hanno un colore diverso o un naso un po' più schiacciato del nostro..[...]
Joseph Conrad, Al limite estremo - Garzanti


Nessun uomo si aprirà con il proprio padrone; ma a un amico di passaggio, a chi non viene per insegnare o per comandare, a chi non chiede niente e accetta tutto, si fanno confessioni intorno ai fuochi del bivacco, nella condivisa solitudine del mare, nei villaggi sulle sponde del fiume, negli accampamenti circondati dalle foreste — si fanno confessioni che non tengono conto di razza o di colore. Un cuore parla — un altro ascolta; e la terra, il mare, il cielo, il vento che passa e la foglia che si agita, ascoltano anche loro il vano racconto del peso della vita. -
Joseph Conrad


Solo i giovani hanno simili momenti. Non dico i giovanissimi. No. I giovanissimi, ad essere precisi, non hanno momenti. È privilegio della prima giovinezza vivere proiettati nel futuro in tutta la meravigliosa continuità che non conosce pause né introspezione. Ti chiudi alle spalle la porticina della mera puerilità – ed entri in un giardino incantato, dove anche le ombre sono rilucenti di promesse. Ogni svolta del sentiero è seducente. E non perché quello sia un luogo inesplorato. Sai bene che ogni uomo ci è passato. È l’incanto dell’esperienza universale, da cui ti aspetti una sensazione rara o personale – un pò di te stesso.
Continui a ritrovarvi i segni del passaggio dei predecessori, emozionato, divertito, accettando la buona e la cattiva sorte – le rose e le spine, come si dice – la pittoresca sorte comune che offre così tante possibilità per i meritevoli o, forse, per i fortunati. Sì. Vai avanti. E anche il tempo va avanti, – fino al momento in cui scorgi, dinnanzi a te, una linea d’ombra che ti avverte che la regione della prima giovinezza, anche quella, va lasciata alle spalle.
Questo è il periodo della vita in cui è probabile che vengano momenti come quelli di cui parlavo. Quali momenti? Ma i momenti di noia, di estenuazione, di insoddisfazione. Momenti avventati. Voglio dire, momenti in cui chi è ancora giovane tende a compiere azioni avventate, come sposarsi all’improvviso oppure lasciare un lavoro senza alcun motivo.
Questa non è la storia di un matrimonio. Non ero messo così male. La mia azione, seppure avventata, era più simile a un divorzio, quasi un abbandono. Senza alcun motivo che potesse apparire minimamente sensato, mandai all’aria il mio lavoro – mollai il mio posto – lasciai la nave di cui il peggio che si poteva dire era che fosse una nave a vapore e perciò non richiedeva quella cieca fedeltà che… Ad ogni modo, non ha senso stare a giustificare una cosa che persino io al tempo sospettavo essere un capriccio.
Joseph Conrad, La linea d'ombra







"Joseph Conrad aveva 12 anni e si chiamava ancora Józef Teodor Konrad Korzeniowski quando, come avrebbe raccontato anni dopo, vide di nascosto suo padre Apollo, grande esponente del patriottismo polacco conculcato dall'oppressione zarista, distruggere i propri manoscritti. In quel ricordo, il padre appare allo scrittore «un uomo sconfitto» che sta compiendo un atto di resa. È probabile, osserva Richard Ambrosini, che si tratti più di una fantasia simbolica che di un ricordo oggettivo; molti scritti del padre sono stati conservati e il suo funerale, pochi giorni dopo quella distruzione spiata dal figlio, furono un' apoteosi di folla, non certo il commiato di un vinto dalla vita. Quando rievoca quell'episodio, Conrad ha già lasciato da tempo la Polonia, ha attraversato da marinaio e da capitano i mari del mondo e il mare della vita - le sue tempeste, le sue bonacce, il suo incanto insostenibile, i suoi gorghi melmosi - e ha scritto immortali romanzi in lingua inglese senza riuscire a parlarla perfettamente. Ma quel ritratto del padre - fedelmente ripescato nella memoria o inconsapevolmente falsificato nella rielaborazione fantastica - contiene alcuni fondamentali sentimenti, ossessioni, immagini, valori e angosce di Conrad: l'eroica sconfitta, l'impavido coraggio nell'affrontarla e un'oscura vocazione alla resa. Forse nessuno come Conrad ha capito - e rappresentato poeticamente - come il destino dell'uomo e la legge della vita siano la sconfitta e come ciò non scalfisca la grandezza di chi, nonostante tutto, «non dà troppo peso alle cose, siano esse buone o cattive», e continua a far fronte alla sorte, ai propri errori, alle inquietudini della propria coscienza, come dice il capitano Giles nella Linea d' ombra. Molti personaggi di Conrad sono sconfitti - dalla vita, dai loro fantasmi o dai loro princìpi, dalle ambiguità della Storia e dell' animo. Vinti sono Almayer e Willems, il reietto delle isole, il capitano Lingard con la sua idea fissa, il capitano Whalley quasi cieco, sopravvissuto al suo mondo e condotto alla rovina dal suo amore per la figlia; Nostromo, il cui coraggio e la cui generosità vengono a poco a poco irretiti nella sordida degradazione di un meccanismo sociale che corrompe oggettivamente ideali e sentimenti; non sono certo vittoriosi sul proprio destino e sul proprio cuore i due più grandi personaggi conradiani, Lord Jim e Kurtz, in Cuore di tenebra. Questo sentimento della vita quale sconfitta nasce da un profondo pessimismo conservatore, che sente il tempo e la Storia come un' erosione del proprio mondo e dei propri valori - il mare che consuma la nave, la tempesta che la affonda. A quei valori si resta orgogliosamente fedeli pur sapendoli perduti o forse proprio perché li si sa perduti, rifiutandosi di accettare i mutamenti del tempo ossia di tradire. Conrad, in fondo, non accettava nemmeno il tramonto della navigazione a vela. La fedeltà, uno dei suoi valori cardinali, è uno struggente amore della vita che rifiuta il suo cambiamento, il suo passare, la sua morte e in questa incorruttibile dedizione si irrigidisce in una perseveranza a sua volta simile alla morte. Questo sentimento conservatore non crede in alcun progresso sociale, la fede nel quale gli appare una falsificazione retorica e ottimista o addirittura uno strumento ideologico di sopraffazione. Come molti altri grandi scrittori della sua epoca, Conrad, nelle sue esplicite e spesso semplicistiche dichiarazioni politiche, è un donchisciottesco, talora patetico reazionario. In tal senso, scrive Franco Marenco, egli esprime «la grande intuizione dell' anima borghese, al crepuscolo della sua grande stagione culturale, della disumanità e dello sfacelo che nutre in sé il corpo civile». L'evoluzione della storia contemporanea, ai suoi occhi, neutralizza ed elide i più diversi, antitetici programmi politici, dal liberalismo al socialismo alla rivoluzione, in un meccanismo totalitario che stritola o integra ogni slancio individuale e impedisce reali alternative con la ferrea necessità dell' antico destino. Ma è proprio questo cupo pessimismo storico-sociale che smaschera, forse più di quanto egli sapesse o si proponesse, le contraddizioni e gli abissi della modernità e fa, suo malgrado, di lui, come di altri grandi scrittori ideologicamente reazionari, un rivoluzionario demistificatore delle certezze e delle falsità di cui si avvale ogni potere. In qualsiasi circostanza della vita e del lavoro quotidiano l' individuo, per Conrad, è sfidato dall'assurdo e dall' ignoto. Dinanzi a questa sfida nel cuore dell' uomo ci sono, egualmente forti, due verità: la verità del «buon combattimento», come lo chiama San Paolo, ossia il dovere di dar senso all' esistenza raccogliendo quella sfida e restando sul ponte della nave anche quanto infuria il tifone, e la verità della diserzione, della resa e della fuga. Conrad le ha sentite e narrate entrambe, spesso con straordinaria poesia. La sconfitta dei suoi personaggi non è causata solo dalla disparità delle loro forze rispetto alla vita e alle cose, ma anche dalle loro sotterranee e talora sordide inclinazioni all'autodistruzione, da una simpatia per l'ombra e la resa, da un neghittoso compiacimento dell' indegnità, di cui è specchio il torpido e lussureggiante paesaggio africano e orientale, malese, rispecchiato da un linguaggio talora spesso e intricato come un' oscura, umida giungla. Così come invece il mare, narrato con altissima poesia, è lo specchio della sfida, della prova e del buon combattimento. Conrad ha sentito fortemente tutta la propensione all'abiezione che c'è, in forme diverse, nella coscienza e nell'inconscio degli uomini. Il tradimento di Razumov, in Sotto gli occhi dell'Occidente, la codardia di Verloc nell'Agente segreto, le cupe perfidie in agguato in tanti racconti, la crudeltà di Kurtz o il momento di viltà di Lord Jim nascono da verità dell' animo umano che, per essere anche turpi, non sono meno vere e autentiche. Conrad ha capito che, nel mezzo del «buon combattimento» cui spesso andiamo incontro con forze impari, è forse inevitabile l'impulso di disertare, di fuggire, di sparire, come quel capitano di Lord Jim che scompare nel brulicare della gente sulla costa del Pacifico, come Lord Jim stesso che fugge dalla propria onta in luoghi sempre più sperduti dell'Oriente o come Kurtz sprofondato nelle tenebre africane e in quelle del male. Disertare non è solo una debolezza o una viltà morale, è una verità (una delle verità) dell' animo umano, in cui - si dice nella Linea d'ombra - c' è una «disponibilità all'essere ma anche a non essere», una nostalgia della materia inerte, un desiderio di cancellarsi e di perdersi o addirittura, come in Kurtz, di mimetizzarsi nell'abiezione. Questo impulso ad arrendersi e ad abbandonare il proprio posto c'è, più o meno nascosto, anche nel cuore di ogni bravo soldato che pure sa restare al suo posto. Proprio perché ha fatto i conti così a fondo, calandosi nel buio delle pulsioni, col male, Conrad può raccontare con tanta grandezza e verità il coraggio e la fedeltà di chi accetta il buon combattimento, di chi come Lord Jim risale dal fondo della vergogna, di chi pur nel groviglio dei sentimenti sa attenersi alla secchezza dei fatti, compilare con esattezza avvisi ai naviganti e guidare la nave, magari senza genio, come il limitato capitano Mac Whirr in Tifone ma tenendo testa alla furia del mare. Tutto è e rimane ambiguo; anche la pietà - in un capolavoro come Il negro del Narciso - può sconfinare con l'infamia, ma solo il coraggio e la lealtà che affrontano il male possono capirne l' essenza. Nel Compagno segreto, il capitano si identifica con l'assassino, suo torbido sosia, e lo lascia al libero mare, ma rimane fermamente al proprio posto. Animato da sentimenti omerici, Conrad si immerge nei meandri più limacciosi della modernità; è una specie di Kafka uscito all'aria aperta e al grande vento del mare, che aiuta a capire meglio anche l'aria viziata degli uffici kafkiani. È uno scrittore classico che racconta la dissoluzione di ogni classicità e di ogni lineare nettezza in un labirinto in cui tutto si aggroviglia; un maestro che ha creato strutture narrative tortuose e complesse come la vita che raccontano, riscattando così una certa retorica, una certa lutulenta enfasi linguistica o altri limiti della sua scrittura - ad esempio impappinata dinanzi al sesso, come altri grandi scrittori «coloniali», forse intimoriti dalle mescolanze e dai meticciati d'ogni genere che eros scatena. Il mare, per Conrad, è come la vita; incanto e orrore, abbandono e naufragio, consunzione, immortalità, distruzione. Nascere, dice Stein in Lord Jim, è come cadere in mare e bisogna farsi sostenere dal mare senza fondo. Non c' è un fondamento saldo su cui poggiare; non ci sono fedi o filosofie precise che garantiscano la scelta e la bontà delle azioni. Come Conrad, forse noi non sappiamo perché sia giusto essere fedeli e leali, combattere piuttosto che disertare, ma, come lui, in qualche modo sappiamo che è giusto.

L'AUTORE
Indie, Africa, Borneo: una vita sulle onde
Jozef Teodor Konrad Korzeniowski nasce il 3 dicembre 1857 a Berdichev (oggi Ucraina), da una famiglia polacca (suo padre Apollo, patriota dell' antica aristocrazia terriera, viene esiliato per anni in Russia). Studia a Cracovia; a 16 anni parte per Marsiglia e si imbarca per la Martinica; viaggia nelle Indie, in Africa, in Malesia, nel Borneo, passando alla marina britannica. Promosso capitano, diventa cittadino inglese. Nel 1889 inizia il primo romanzo, in lingua inglese, La follia di Almayer, cui seguono Un reietto delle isole (' 96), Il negro del «Narciso» (' 98), Lord Jim (1900), Cuore di tenebra (1902), Tifone (1903), Nostromo (1904), L' agente segreto (1907), La linea d' ombra (' 17). Muore per un attacco di cuore il 3 agosto 1924. È sepolto a Canterbury."

 (12 agosto 2003 - Corriere della Sera - Claudio Magris, Conrad, nascere è cadere in mare. La vera grandezza appartiene a chi affronta con coraggio la sconfitta. La vita e il lavoro quotidiano come sfida all' assurdo e all' ignoto. Un viaggio sull' orlo dell' abisso sempre sospesi tra incanto e orrore. I VALORI Fedeltà e lealtà, non possiamo rinunciare a combattere per ciò che sentiamo giusto)









domenica 24 novembre 2013

Anna Achmatova. Requiem. Ho saputo come si infossano i volti, come da sotto le palpebre appare la paura, come la sofferenza traccia sulle guance dure pagine di caratteri cuneiformi, come ciocche nere e color cenere diventano argentee all’improvviso, il sorriso avvizzisce su labbra sommesse, e in una secca risata trema lo spavento. Io prego non per me sola, ma per tutte quelle che erano là con me nel freddo spietato, nell’afa di luglio sotto la parete rossa accecata.


Anna Achmatova nel 1934 era nella casa di Osip Mandel ‘stam quando il poeta, colpevole di avere scritto versi feroci contro Stalin, fu arrestato. Più tardi si sarebbe messa in coda difronte al carcere di Leningrado insieme a centinaia di madri, mogli e figlie, per avere notizie del suo nuovo marito, lo storico dell’arte Nikolaj Punin, e del figlio Lev, nato dal suo matrimonio con Gumilev, entrambi arrestati durante le purghe staliniane. Fu in quell’occasione che qualcuno la riconobbe e una donna le bisbigliò in un orecchio: << Ma lei questo può descriverlo? >>. Rispose <<posso>> e mantenne la parola scrivendo, fra il 1935 e il 1940, Requiem. da REQUIEM – Epilogo Anna Achmatova:

Ho saputo come si infossano i volti,
come da sotto le palpebre appare la paura,
come la sofferenza traccia sulle guance
dure pagine di caratteri cuneiformi,
come ciocche nere e color cenere
diventano argentee all’improvviso,
il sorriso avvizzisce su labbra sommesse,
e in una secca risata trema lo spavento.
Io prego non per me sola,
ma per tutte quelle che erano là con me
nel freddo spietato, nell’afa di luglio
sotto la parete rossa accecata.
da REQUIEM – Epilogo di Anna Achmatova

giovedì 24 ottobre 2013

Gherasim. Io ti floro tu mi fauni Io ti scorzo io ti porto e ti finestro tu mi ossi tu mi oceani tu mi audaci tu mi meteoriti Io ti soglio io ti straordinario tu mi parossismi Tu mi parossismi e mi paradossi io ti clavicembalo tu mi silenti tu mi specchi io ti orologio Tu mi miraggi tu mi oasi tu mi uccelli tu mi insetti tu mi cataratti Io ti luno tu mi nuvoli tu mi altamarei Io ti trasparento tu mi penombri tu mi traslucidi tu mi castelli e mi labirinti Tu mi parallassi e mi paraboli tu mi sollevi e mi stesi tu mi obliqui Io ti equinozio io ti poeto tu mi danzi io ti particolo tu mi perpendicoli e sottoscali Tu mi visibili tu mi profili tu mi infiniti tu mi indivisibili tu mi ironici Io ti frango io ti ardento io ti fonetico tu mi geroglifici Tu mi spazi tu mi torrenti io ti torrento a mia volta ma tu tu mi fluidi tu mi cadenti, mi stelli tu mi vulcanici noi ci polverizzabile Noi ci scandalosamente giorno e notte noi ci oggi stesso tu mi tangenti io ti concentrico Tu mi solubili tu mi insolubili tu mi asfissianti e mi liberatrici tu mi pulsatrici Tu mi vertigini tu mi estasi tu mi passioni tu mi assoluti io ti assento tu mi assurdi [prendere corpo] Io ti naso io ti capigliaturo io ti osso tu mi ossessioni io ti petto io busto il tuo petto poi il tuo volto io ti corsetto tu mi odori tu mi vertigini tu scivoli io ti coscio io ti carezzo io ti fremito tu mi cavalchi tu mi insopportabili io ti amazzono io ti golo io ti ventro io ti gonno io ti giarrettiero io ti calzo io ti Bach sì io ti Bach per clavicembalo seno e flauto io ti tremo tu mi seduci tu mi assorbi io ti litigo io ti rischio io ti scalo tu mi sfiori io ti nuoto ma tu tu mi turbini tu mi sfiori tu mi scruti tu mi carni cuoi pelli e morsi tu mi slip neri tu mi ballerini rossi e quando tu non tacchi alti i miei sensi tu li coccodrilli tu li fochi tu li affascini tu mi copri io ti scopro io ti invento a volte tu ti libri tu mi umidi, mi labbri io ti libero io ti deliro tu mi deliri e appassioni io ti spallo io ti vertebro io ti caviglio io ti ciglio e pupillo e se non ti scapolo prima dei miei polmoni anche lontana tu mi ascelli io ti respiro giorno e notte io ti respiro io ti bocco io ti palato io ti dento io ti unghio io ti vulvo io ti palpebro io ti alito io ti inguino io ti sanguo io ti collo io ti polpaccio io ti certezzo io ti guancio e ti veno io ti mano io ti sudoro io ti languo io ti nuco io ti navigo io ti ombro io ti corpo e ti fantastico io ti retino nel mio soffio tu mi iridi io ti scrivo tu mi pensi




Io ti floro tu mi fauni Io ti scorzo io ti porto e ti finestro tu mi ossi tu mi oceani tu mi audaci tu mi meteoriti Io ti soglio io ti straordinario tu mi parossismi Tu mi parossismi e mi paradossi io ti clavicembalo tu mi silenti tu mi specchi io ti orologio Tu mi miraggi tu mi oasi tu mi uccelli tu mi insetti tu mi cataratti Io ti luno tu mi nuvoli tu mi altamarei Io ti trasparento tu mi penombri tu mi traslucidi tu mi castelli e mi labirinti Tu mi parallassi e mi paraboli tu mi sollevi e mi stesi tu mi obliqui Io ti equinozio io ti poeto tu mi danzi io ti particolo tu mi perpendicoli e sottoscali Tu mi visibili tu mi profili tu mi infiniti tu mi indivisibili tu mi ironici Io ti frango io ti ardento io ti fonetico tu mi geroglifici Tu mi spazi tu mi torrenti io ti torrento a mia volta ma tu tu mi fluidi tu mi cadenti, mi stelli tu mi vulcanici noi ci polverizzabile Noi ci scandalosamente giorno e notte noi ci oggi stesso tu mi tangenti io ti concentrico Tu mi solubili tu mi insolubili tu mi asfissianti e mi liberatrici tu mi pulsatrici Tu mi vertigini tu mi estasi tu mi passioni tu mi assoluti io ti assento tu mi assurdi [prendere corpo] Io ti naso io ti capigliaturo io ti osso tu mi ossessioni io ti petto io busto il tuo petto poi il tuo volto io ti corsetto tu mi odori tu mi vertigini tu scivoli io ti coscio io ti carezzo io ti fremito tu mi cavalchi tu mi insopportabili io ti amazzono io ti golo io ti ventro io ti gonno io ti giarrettiero io ti calzo io ti Bach sì io ti Bach per clavicembalo seno e flauto io ti tremo tu mi seduci tu mi assorbi io ti litigo io ti rischio io ti scalo tu mi sfiori io ti nuoto ma tu tu mi turbini tu mi sfiori tu mi scruti tu mi carni cuoi pelli e morsi tu mi slip neri tu mi ballerini rossi e quando tu non tacchi alti i miei sensi tu li coccodrilli tu li fochi tu li affascini tu mi copri io ti scopro io ti invento a volte tu ti libri tu mi umidi, mi labbri io ti libero io ti deliro tu mi deliri e appassioni io ti spallo io ti vertebro io ti caviglio io ti ciglio e pupillo e se non ti scapolo prima dei miei polmoni anche lontana tu mi ascelli io ti respiro giorno e notte io ti respiro io ti bocco io ti palato io ti dento io ti unghio io ti vulvo io ti palpebro io ti alito io ti inguino io ti sanguo io ti collo io ti polpaccio io ti certezzo io ti guancio e ti veno io ti mano io ti sudoro io ti languo io ti nuco io ti navigo io ti ombro io ti corpo e ti fantastico io ti retino nel mio soffio tu mi iridi io ti scrivo tu mi pensi 
L. Gherasim


Artés Libera
Io mi nanno.. ._.


Patrizia Gianfardoni:
Io ti tutto e tu mi tutti !!! Non c'è che dire !! Un capolavoro !!!


Loredana Pellino :
Passione folle.....[...] !!!!!!!!! Io ti volteggio da capogiro !



Bella, questa dimostrazione dell'inutilità delle parole...ma anche di quanto possiamo attribuire significati a TUTTE le creazioni della Natura...

Io ti floro
tu mi fauni

Io ti scorzo
io ti porto
e ti finestro
tu mi ossi
tu mi oceani
tu mi audaci
tu mi meteoriti

Io ti soglio
io ti straordinario
tu mi parossismi

Tu mi parossismi
e mi paradossi
io ti clavicembalo
tu mi silenti
tu mi specchi
io ti orologio

Tu mi miraggi
tu mi oasi
tu mi uccelli
tu mi insetti
tu mi cataratti

Io ti luno
tu mi nuvoli
tu mi altamarei
Io ti trasparento
tu mi penombri
tu mi traslucidi
tu mi castelli
e mi labirinti
Tu mi parallassi
e mi paraboli
tu mi sollevi
e mi stesi
tu mi obliqui
Io ti equinozio
io ti poeto
tu mi danzi
io ti particolo
tu mi perpendicoli
e sottoscali

Tu mi visibili
tu mi profili
tu mi infiniti
tu mi indivisibili
tu mi ironici

Io ti frango
io ti ardento
io ti fonetico
tu mi geroglifici
Tu mi spazi
tu mi torrenti
io ti torrento
a mia volta ma tu

tu mi fluidi

tu mi cadenti, mi stelli

tu mi vulcanici

noi ci polverizzabile

Noi ci scandalosamente
giorno e notte
noi ci oggi stesso
tu mi tangenti
io ti concentrico

Tu mi solubili
tu mi insolubili
tu mi asfissianti
e mi liberatrici
tu mi pulsatrici

Tu mi vertigini
tu mi estasi
tu mi passioni
tu mi assoluti
io ti assento
tu mi assurdi

[prendere corpo]

Io ti naso io ti capigliaturo
io ti osso
tu mi ossessioni
io ti petto
io busto il tuo petto poi il tuo volto
io ti corsetto
tu mi odori tu mi vertigini
tu scivoli
io ti coscio io ti carezzo
io ti fremito
tu mi cavalchi
tu mi insopportabili
io ti amazzono
io ti golo io ti ventro
io ti gonno
io ti giarrettiero io ti calzo io ti Bach
sì io ti Bach per clavicembalo seno e flauto

io ti tremo
tu mi seduci tu mi assorbi
io ti litigo
io ti rischio io ti scalo
tu mi sfiori
io ti nuoto
ma tu tu mi turbini
tu mi sfiori tu mi scruti
tu mi carni cuoi pelli e morsi
tu mi slip neri
tu mi ballerini rossi
e quando tu non tacchi alti i miei sensi
tu li coccodrilli
tu li fochi tu li affascini
tu mi copri
io ti scopro io ti invento
a volte tu ti libri

tu mi umidi, mi labbri
io ti libero io ti deliro
tu mi deliri e appassioni
io ti spallo io ti vertebro io ti caviglio
io ti ciglio e pupillo
e se non ti scapolo prima dei miei polmoni
anche lontana tu mi ascelli
io ti respiro
giorno e notte io ti respiro
io ti bocco
io ti palato io ti dento io ti unghio
io ti vulvo io ti palpebro
io ti alito
io ti inguino
io ti sanguo io ti collo
io ti polpaccio io ti certezzo
io ti guancio e ti veno

io ti mano
io ti sudoro
io ti languo
io ti nuco
io ti navigo
io ti ombro io ti corpo e ti fantastico
io ti retino nel mio soffio
tu mi iridi

io ti scrivo
tu mi pensi

L. Gherasim

mercoledì 14 novembre 2012

Luigi Tenco. Perché scrivi solo cose tristi? Perché quando sono felice esco

Perché scrivi solo cose tristi ?
Perché quando sono felice esco.
Luigi Tenco



Lui é uno dei miei miti, forse perché rivedo nei suoi occhi una malinconica soffocante tristezza, una "bestia", in quello sguardo, di cui ho compassione e timore...ed io sorrido spesso perché così é più facile




A giudicare da come è finito, questo intelligente, sensibile e bel ragazzo, non doveva uscire spesso.
Che tristezza.



martedì 22 novembre 2011

Albert Camus. «La libertà senza limiti è quella che esercitano i tiranni: Hitler era un uomo relativamente libero, ma era il solo ad esserlo in tutto il suo impero» La libertà in cui credo è una libertà limitata. Perché la libertà senza limiti è il contrario della libertà. La libertà senza limiti è quella che esercitano i tiranni: Hitler era un uomo relativamente libero, ma era il solo ad esserlo in tutto il suo impero. Se vogliamo esercitare una reale libertà, questa non si può esercitare soltanto nell'interesse dell'individuo che la esercita. La libertà ha avuto sempre come limite la libertà degli altri. Perché una libertà che comportasse soltanto doveri non sarebbe una vera libertà, sarebbe un'onnipotenza, una tirannide. Mentre una libertà che ha sia diritti che doveri è una libertà che ha un contenuto e in cui possiamo vivere. Il resto, ovvero una libertà che non ha limiti, non può sopravvivere, o, al limite, sopravvive grazie alla morte degli altri. La libertà limitata è l'unica che permette di vivere sia coloro che la esercitano sia coloro verso la quale è esercitata.

Albert Camus: il dovere di uno scrittore
«Personalmente non potrei vivere senza la mia arte, ma non l’ho mai posta al di sopra di tutto: se mi è necessaria, è invece perché non si estranea da nessuno e mi permette di vivere come sono al livello di tutti. L’arte non è ai miei occhi gioia solitaria: è invece un mezzo per commuovere il maggior numero di uomini offrendo loro un’immagine privilegiata delle sofferenze e delle gioie di tutti.

L’arte obbliga dunque l’artista a non isolarsi e lo sottomette alla verità più umile e più universale. E spesso chi ha scelto il suo destino di artista perché si sentiva diverso dagli altri si accorge ben presto che potrà alimentare la sua arte e questo suo esser diverso solo confessando la sua somiglianza con tutti: l’artista si forma in questo rapporto perpetuo fra lui e gli altri, a mezza strada fra la bellezza di cui non può fare a meno e la comunità dalla quale non si può staccare. È per questa ragione che i veri artisti non disprezzano nulla e si sforzano di comprendere invece di giudicare: e se essi hanno un partito da prendere in questo mondo, non può essere altro che quello di una società in cui, secondo il gran motto di Nietzsche, non regnerà più il giudice, ma il creatore, sia esso lavoratore o intellettuale.
La missione dello scrittore è fatta ad un tempo di difficili doveri; per definizione, non può mettersi oggi al servizio di coloro che fanno la storia: è al servizio di quelli che la subiscono. O, in caso contrario, lo scrittore si ritrova solo e privo della sua arte. Tutti gli eserciti della tirannia con i loro milioni di uomini non lo strapperanno alla solitudine anche e soprattutto se si adatterà a tenere il loro passo. Ma il silenzio di un prigioniero sconosciuto ed umiliato all’altro capo del mondo sarà sufficiente a trarre lo scrittore dal suo esilio, ogni volta, almeno, che arriverà, pur nei privilegi della libertà, a non dimenticare questo silenzio e a divulgarlo con i mezzi dell’arte.
Nessuno di noi è abbastanza grande per una simile vocazione. Ma in tutte le circostanze della sua vita, ignorato o provvisoriamente celebre, imprigionato nella stretta della tirannia o per il momento libero di esprimersi, lo scrittore può ritrovare il sentimento di una comunità vivente che lo giustifichi, alla sola condizione che accetti, finché può, i due impegni che fanno la grandezza della sua missione: essere al servizio della verità e della libertà. Poiché la sua vocazione è quella di riunire il maggior numero possibile di uomini, egli non può valersi della menzogna e della schiavitù che, là dove regnano, fanno proliferare la solitudine. Qualunque siano le nostre debolezze personali, la nobiltà del nostro mestiere avrà sempre le sue radici in due difficili impegni: il rifiuto della menzogna e la resistenza all’oppressione.
Per più di vent’anni di storia folle, perduto e privo di soccorso, come tutti gli uomini della mia età, nelle convulsioni del tempo, sono stato sorretto dal sentimento oscuro che scrivere era oggi un onore, perché questo atto impegnava, e non impegnava a scrivere soltanto. Mi obbligava in particolare a portare, come potevo e secondo le mie forze, con tutti quelli che vivevano la stessa storia, la sventura e la speranza di cui eravamo partecipi. Questi uomini, nati all’inizio della prima guerra mondiale, che hanno avuto vent’anni quando si installavano ad un tempo il potere hitleriano e i primi processi rivoluzionari e che sono stati in seguito messi alla prova, per completare la loro educazione, nella guerra di Spagna, nella seconda guerra mondiale, nell’universo “concentrazionario”, nell’Europa della tortura e della prigione, debbono oggi allevare i loro figli e le loro opere in un mondo minacciato dalla distruzione nucleare. Nessuno, suppongo, può chieder loro di essere ottimisti. E sono convinto che dobbiamo comprendere, pur senza abbandonare la lotta contro di loro, l’errore di quelli che, per troppa disperazione, hanno rivendicato il diritto al disonore e si sono gettati a capofitto nel nichilismo del nostro tempo. Ma è anche vero che la maggior parte di noi, nel mio paese e in Europa, hanno rifiutato questo nichilismo e si sono messi alla ricerca di una legittimità; hanno dovuto costruirsi un’arte per vivere in tempi calamitosi, per nascere una seconda volta e lottare poi a viso scoperto contro l’istinto di morte sempre presente nella nostra storia.

Ogni generazione, senza dubbio, si crede destinata a rifare il mondo. La mia sa che non lo rifarà. Il suo compito è forse più grande: consiste nell’impedire che il mondo si distrugga. Erede di una storia corrotta in cui si fondono le rivoluzioni fallite e le tecniche impazzite, la morte degli dei e le ideologie portate al parossismo, in cui mediocri poteri, privi ormai di ogni forza di convincimento, sono in grado oggi di distruggere tutto, in cui l’intelligenza si è prostituita fino a farsi serva dell’odio e dell’oppressione, questa generazione ha dovuto restaurare, per se stessa e per gli altri, fondandosi sulle solo negazioni, un po’ di ciò che fa la dignità di vivere e di morire. Davanti ad un mondo minacciato di disintegrazione, sul quale i nostri grandi inquisitori rischiano di stabilire per sempre il dominio della morte, la nostra generazione sa bene che dovrebbe, in una corsa pazza contro il tempo, restaurare fra le nazioni una pace che non sia quella della servitù, riconciliare di nuovo lavoro e cultura e ricreare con tutti gli uomini un’arca di alleanza. Non è certo che essa possa mai portare a buon fine questo compito immenso ma è certo che, in tutto il mondo, è già impegnata nella sua doppia scommessa di verità e di libertà e che, all’occasione, saprà morire senza odio. Per questo merita quindi di essere salutata e incoraggiata dovunque si trovi e soprattutto là dove si sacrifica. È su di essa, comunque, che, certo del vostro assenso profondo, vorrei far ricadere l’onore che mi avete fatto.
Nello stesso tempo, dopo aver proclamato la nobiltà del mestiere di scrivere, avrei ricollocato lo scrittore al suo vero posto, non godendo lui di altri titoli all’infuori di quelli che divide con i suoi compagni di lotta, vulnerabile ma ostinato, ingiusto e appassionato di giustizia, costruttore della sua opera senza vergogna né orgoglio al cospetto di tutti, diviso sempre fra il dolore e la bellezza votato infine a trarre dalla sua duplice esistenza le creazioni che ostinatamente tenta di edificare in mezzo al moto distruttore della storia. Chi, dopo tutto ciò, potrebbe attendere da lui soluzioni bell’e fatte e belle morali? La verità è misteriosa, sfuggente, sempre da conquistare. La libertà è pericolosa, dura da vivere quanto esaltante. Dobbiamo marciare verso questi due obiettivi, con fatica ma decisi, ben consci dei nostri errori in un così lungo cammino. Quale scrittore dunque oserebbe, in buona coscienza, farsi predicatore di virtù? Quanto a me devo dire una volta di più che non sono niente di tutto questo. non ho mai potuto rinunciare alla luce, alla felicità di esistere, alla vita libera in cui sono cresciuto. Ma benché questa nostalgia spieghi molti dei miei errori e delle mie colpe, essa mi ha aiutato senza dubbio a comprendere meglio il mio mestiere, mi aiuta ancor oggi a tenermi, ciecamente, vicino a tutti quegli uomini silenziosi che non sopportano nel mondo una vita che per loro è fatta soltanto del ricordo o del ritorno di brevi e libere gioie».
Dal dicorso per il conferimento del premio Nobel per la Letteratura nel 1957.

http://ilmestierediscrivere.wordpress.com/2011/06/06/albert-camus-il-dovere-di-uno-scrittore/



La mediocrità dell’Europa di oggi, spiegata da Albert Camus nel 1955.
Lo scrittore analizza un continente «borghese e individualista che pensa al proprio frigorifero».
Le frontiere? «Esistono solo per i doganieri».
Albert Camus, traduzione di Andrea Coccia

L'Europa sta vivendo uno dei momenti più complicati della sua storia: muri che si alzano in Ungheria, frontiere che si chiudono tra la Francia e l'Italia, paesi come la Grecia che rischiano di uscire da una comunità che hanno contribuito a creare e di cui sono, storicamente e culturalmente, una parte importante. E ancora, il nascere di movimenti nazionalisti forti e sempre più radicati in seno a quasi tutti i paesi europei, un livello di fiducia tra le popolazioni europee che sembra non essere è mai stato così basso negli ultimi sessant'anni. Tutte forze centrifughe che stanno mettendo in pericolo la costruzione unitaria, politica e culturale, che abbiamo ereditato dal Novecento.
Eppure tutti questi problemi che stiamo affrontando ora non sono una novità. Timori simili esistevano già sessant'anni fa, a pochi anni dalla fine della seconda guerra mondiale, nel 1955. A pochi mesi da quei trattati di Roma del 1957 che hanno posto le basi dell'Europa di oggi. A testimoniare questi timori sono le parole di uno dei più grandi intellettuali del Novecento europeo, lo scrittore francese Albert Camus, che ne discusse ampiamente durante una conferenza ad Atene — bizzarra coincidenza — il 28 aprile del 1955.

Sono passati sessant'anni da quel giorno, ma le parole di Albert Camus, come ha ricordato anche Giulio Tremonti citando questa conferenza in una lettera pubblicata sul Corriere della Sera il 17 giugno, non hanno perso potenza né lucidità. Per l'occasione siamo andati a rileggere le sue parole, traducendo i passi più potenti:

Se consideriamo che la civiltà occidentale si basa sull'umanizzazione della natura, ovvero sulla tecnica e sulla scienza, non soltanto dobbiamo convenire sul fatto che l'Europa abbia trionfato, ma anche sul fatto che le forze che oggi la minacciano sono forze che hanno acquisito la tecnica, o l'ambizione alla tecnica, proprio dall'Europa, insieme al suo metodo scientifico e di ragionamento. Da questo punto di vista, quindi, la civiltà europea non è affatto minacciata, se non dall'eventualità di un suicidio, dunque è minacciata da se stessa, in qualche modo.
«La civiltà europea non è affatto minacciata, se non dall'eventualità di un suicidio, dunque è minacciata da se stessa».

Se, invece, consideriamo che la nostra civiltà si costruisce intorno alla nozione di essere umano, questo punto di vista ci porta a una risposta completamente opposta. Perché probabilmente, e sottolineo probabilmente, è difficile trovare un'epoca in cui la quantità di persone emarginate sia elevata come oggi. Non direi tuttavia che questa nostra epoca sia particolarmente sdegnosa nei confronti dell'essere umano. Non c'è dubbio infatti che l'azione della coscienza collettiva e, in particolare, della coscienza dei diritti dell'uomo si sia estesa sempre di più negli ultimi secoli. È solo, però, che due guerre mondiali l'hanno un po' calpestata, e che quindi ora io credo che dobbiamo rispondere che sì, che da questo punto di vista la nostra civiltà è minacciata, e lo è nella misura in cui l'essere umano, che eravamo riusciti a mettere al centro della nostra riflessione, ora è umiliato un po' dovunque .
«La ragion tecnica, se messa al centro dell'Universo e considerata come il fattore più importante di una civiltà, finisce per provocare una sorta di perversione»
Quello che forse potremmo chiederci è se la riuscita della civiltà occidentale nel suo versante scientifico non sia anche in parte responsabile del suo contemporaneo scacco morale. Detto in altro modo: chiedersi se la fede assoluta, e in qualche modo cieca, nel potere della ragione razionalista, (diciamo la ragione cartesiana, per semplificare le cose, visto che è questa che è al centro del sapere contemporaneo), non sia in qualche modo responsabile del restringersi della sensibilità umana, una sensibilità che ha potuto, attraverso tappe che sarebbe lungo spiegare, portare poco a poco a questa degradazione dell'universo individuale. Il mondo della tecnica, di per sé, non è cattivo, e sono assolutamente contrario a tutti coloro che vorrebbero un ritorno alla civiltà dell'aratro. Ma la ragion tecnica, se messa al centro dell'Universo e considerata come il fattore più importante di una civiltà, finisce per provocare una sorta di perversione , sia nelle idee che nei costumi, che rischia di portarci allo scacco.

«La civiltà europea è prima di tutto una civiltà pluralista, è il luogo della diversità dei pensieri, delle opposizioni, dei valori contrastanti e della dialettica»
La civiltà europea è prima di tutto una civiltà pluralista. E con questo intendo che è il luogo della diversità dei pensieri, delle opposizioni, dei valori contrastanti e della dialettica infinita. La dialettica europea è quella che non approda a una sorta di ideologia che sia totalitaria, né ortodossa. Questo pluralismo che è sempre stato alla base della nozione europea di libertà, mi sembra l'apporto più grande della nostra civiltà. È questo che è effettivamente in pericolo oggi, ed è per preservarlo che bisogna assolutamente lottare. Il famoso detto, credo di Voltaire, che recitava «non la penso come voi, ma mi farei uccidere pur di difendere il vostro diritto di esprimere il vostro pensiero», è evidentemente uno dei grandi detti della civiltà europea. Non c'è dubbio che, sul piano della libertà intellettuale, questo principio sia sotto attacco e che, a parer mio, debba essere difeso.

«Le ideologie nelle quali viviamo immersi hanno cento anni di ritardo sulla storia.
E questo ritardo è dovuto al fatto che sono portare ad accettare molto male le innovazioni»
Dal VI al XVIII secolo la popolazione europea non ha mai superato i 180 milioni di abitanti. Dal 1800 al 1914, invece, nel giro di appena un secolo e poco più, siamo passati da 180 milioni di abitanti a 460. L'avvento della massa è eclatante in questi numeri. Accompagnato dalla accelerazione della Storia, questo avvento ci ha portato in una situazione che supera nettamente le strutture intellettuali e razionali che ne hanno permesso l'esistenza. Oggi, il nostro problema è prima di tutto l'adattamento delle nostre intelligenze alle nuove realtà che ci fornisce il mondo. Le ideologie nelle quali viviamo immersi sono delle ideologie che hanno cento anni di ritardo sulla storia. E questo ritardo è dovuto al fatto che sono portare ad accettare molto male le innovazioni. Non c'è niente di più sicuro della propria verità che un'ideologia scaduta.
La “misura” non è nient'altro, per noi intellettuali, che la diabolica moderazione dei borghesi. Ma in realtà non lo è per niente. La misura non è il rifiuto della contraddizione, come non ne è la soluzione. La misura, nell'ellenismo, se non mi sbaglio, si è sempre basata sul riconoscimento della contraddizione e sulla decisione di non cambiare atteggiamento, qualsiasi cosa accada. Una formula di questo genere non è soltanto una formula razionale, umanista e amabile. Essa sottintende in realtà un eroismo. Essa ha delle possibilità di fornirci non tanto una soluzione, perché non è questo che ci attendiamo, ma un metodo per affrontare lo studio dei problemi che ci si pongono e per dirigerci verso un futuro sostenibile.

«L'Europa borghese ha messo la vita a un livello così basso che non ha alcuna chance di prolungare la propria storia: vegeta, e nessuna società può vegetare per molto tempo»
Proviamo ad applicare questo metodo all'Europa contemporanea. C'è un'Europa borghese e individualista, è quella che pensa al proprio frigorifero, ai propri ristoranti gastronomici, quella che dice «io non voto». È l'Europa borghese, e non sembra voler sopravvivere. Senza dubbio dice il contrario, ma ha messo la vita a un livello così basso che non ha alcuna chance di prolungare la propria storia, vegeta, e nessuna società può vegetare per molto tempo . Ma non vedo nulla in tutto ciò che rimandi alla visione classica della misura. Vedo solo un nichilismo individualista, quello che consiste soltanto nel dire: «noi non vogliamo ne del romanticismo né degli eccessi, noi non vogliamo vivere ai confini, alle frontiere, noi non vogliamo conoscere lo strazio». Ma se voi non volete vivere alle frontiere, né conoscere lo strazio, voi non vivrete e anche la vostra società non vivrà. La grande lezione, e lo dico perché mi oppongo formalmente all'ideologia delle democrazie popolari, la grande lezione che ci viene dall'Est, è esattamente il senso della partecipazione a uno sforzo comune, e non c'è alcuna ragione per la quale noi dovremmo rifiutare questo esempio.

«I diritti dell'uomo sono un valore che dobbiamo assolutamente difendere, ma ciò non significa che dobbiamo negare l'esistenza dei doveri».
Da questo punto di vista, io non approvo in alcun modo l'Europa borghese. Ma voglio far mia, al contrario, una posizione che è questa che segue: «noi conosciamo l'estremo, noi l'abbiamo vissuto, noi lo rivivremo quando sarà necessario e possiamo dire di averlo vissuto perché abbiamo attraversato dei momenti che ci hanno permesso di conoscerlo». C'è stato un grande movimento di solidarietà nazionale francese, e ce n'è uno di solidarietà nazionale greca, e sono basati sulla sofferenza. Ma questa solidarietà noi la possiamo ritrovare sempre, non soltanto nei momenti di sofferenza. Se noi riflettessimo abbastanza sulla nostra esperienza sono sicuro che comprenderemmo meglio questa nozione di misura concepita come la conciliazione delle contraddizioni e, in modo particolare nel settore sociale e politico, come la conciliazioni dei diritti e dei doveri dell'individuo. La posizione dell'Europa borghese, infatti, arriva a rivendicare soltanto i diritti dell'uomo. I diritti dell'uomo sono un valore che dobbiamo assolutamente difendere, ma ciò non significa che dobbiamo negare l'esistenza dei doveri. E viceversa. I doveri dell'uomo di cui ci si vanta all'Est non sono dei doveri che noi accetteremo se significano la negazione di tutto ciò che costituisce il diritto dell'uomo ad essere ciò che è.

«La tendenza all'equilibrio deve essere uno sforzo e un coraggio permanente.
La società che saprà avere questo coraggio è la vera società del futuro»
La misura è sempre qualcosa che che si trova tra due estremi e lotta contro questi due estremi; è per questo che sono d'accordo con voi nello stimare che il principio classico della misura implica la nozione di lotta continua, di una lotta creatrice di ogni individuo per trovare il suo equilibrio tra tutte le forze che lo circondano ed è certamente su questo concetto che potremo basare la soluzione occidentale della crisi. […] La tendenza all'equilibrio deve essere uno sforzo e un coraggio permanente. La società che saprà avere questo coraggio è la vera società del futuro. Una società di questo tipo, d'altronde, si incomincia a veder nascere in tante parti del mondo ed è proprio per questo che non riesco a dirmi pessimista. La speranza c'è. Ci è stata data dall'ellenismo che l'ha definita per la prima volta e che ce ne ha fornito gli esempi più vividi attraverso i secoli. Noi, oggi, possiamo sperare che questi semi daranno i loro frutti ancora una volta e ci aiuteranno a trovare la soluzione ai nostri problemi.

«L'Europa ha bisogno di respirare, di trovar sollievo, ha bisogno di idee che non siano provinciali come invece sono, oggi, tutte le nostre idee»
Anch'io, come voi, sono convinto che in questo momento l'Europa sia costretta da una miriade di lacci che non le permettono di respirare. In un momento come questo, in cui Atene è a 6 ore da Parigi, in cui andiamo a Roma in 3 ore, in cui le frontiere esistono soltanto per i doganieri e chi è sottoposto alla loro giurisdizione, eppure viviamo in uno stato feudale. L'Europa, che ha concepito tutte le ideologie che oggi dominano il mondo e che oggi se le vede ritornare contro, incarnate come sono in paesi più grandi e industrialmente più potenti, questa Europa che ha avuto il potere e la capacità di concepire queste ideologie ora può avere il potere e la capacità di inventarsi le nozioni che ci permetteranno di gestire o di equilibrare queste ideologie. Insomma, l'Europa ha bisogno di respirare, di trovar sollievo, ha bisogno di idee che non siano provinciali come invece sono, oggi, tutte le nostre idee. Le idee parigine sono delle idee provinciali; le idee ateniesi lo sono ugualmente, ed è in questo senso che stiamo vivendo la più grande difficoltà, perché non riusciamo a mischiare abbastanza tra loro le nostre idee per fare sì che si fecondino vicendevolmente i valori erranti, che ora sono isolati nei nostri rispettivi paesi. Ebbene, io credo che sia questo l'ideale al quale tutti noi dobbiamo tendere, che noi dobbiamo difendere, per il quale noi dobbiamo fare tutto ciò che ci è possibile, perché questo ideale noi non lo raggiungeremo tutto d'un colpo.

«La parola «sovranità» è da tempo immemore che mette i bastoni tra tutte le ruote della storia internazionale. E continuerà a farlo»
Prima avete pronunciato una parola decisiva, è la parola «sovranità». Questa parola, «sovranità», è da tempo immemore che mette i bastoni tra tutte le ruote della storia internazionale. E continuerà a farlo. Le ferite della guerra appena conclusa sono troppo fresche perché possiamo sperare che delle collettività nazionali facciano questo sforzo di cui sarebbero capaci soltanto degli individui superiori e che consiste nel dominare i propri risentimenti. Noi ci troviamo psicologicamente davanti a degli ostacoli che rendono questa realizzazione difficile. Detto questo, io la penso come voi, dobbiamo lottare per arrivare a superare questi ostacoli e fare l'Europa, un'Europa in cui Parigi, Roma, Atene e Berlino siano i centri nervosi di un “impero di mezzo” che in qualche modo possa giocare un ruolo nella storia di domani .
«Dobbiamo fare l'Europa, un'Europa in cui Parigi, Roma, Atene e Berlino siano i centri nervosi di un “impero di mezzo” che in qualche modo possa giocare un ruolo nella storia di domani»
Schematizzando un po' grossolanamente le cose, direi che oggi l'Occidente pretende di fare passare la libertà davanti alla giustizia, mentre l'Oriente invece pretende di far passare la giustizia davanti alla libertà. Non è questo il momento di capire se la libertà regni nell'Occidente e se la giustizia regni in Oriente, ci basterà registrare le pulsioni delle due società. È anche possibile che la giustizia, brandendo la bomba atomica e la libertà, brandendone un'altra, si distruggeranno a vicenda su un confine che è facilmente prevedibile. In questo caso, confesso di non avere abbastanza immaginazione per sapere cosa potrebbe mai seguire a una terza guerra mondiale atomica. E da parte mia considero come dei criminali quei capi di Stato che lasciano credere ai loro popoli che si possa immaginare un futuro dopo una guerra del genere. Tuttavia, se una tale guerra atomica, un tale suicidio non avrà luogo, noi ci troveremo sempre davanti alle due statue della libertà e della giustizia che si affronteranno testa a testa. Io credo che in questo momento il rapporto di forza sia in equilibrio, l'abbondanza di popolazione a Oriente è compensata, a Occidente, da un perfezione sempre più spinta della tecnica. Quindi credo che la storia, a cui tanta gente dà fiducia, alla fine confermerà questa fiducia e che, alla fine, giocheranno un ruolo importante proprio il valore della misura e della contraddizione. Perché questo valore si inscrive nella natura umana, e nella stessa natura della storia. Ci arriveremo, come ci sono già arrivate un certo numero di intelligenze europee: sapere che la libertà ha un limite, e che la giustizia anche ha un limite, che il limite della libertà si trova nella giustizia, ovvero nell'esistenza dell'altro e nel riconoscimento dell'altro, come il limite della giustizia si trova nella libertà, ovvero nel diritto di ogni persona ad esistere per quella che è all'interno di una collettività.
«C'è un'enorme differenza tra un abitante di Perpignan e uno di Roubaix. Ma ciò non ha impedito agli abitanti di Roubaix e di Perpignan di eleggere un governo comune»
L'armonia è una cosa eccellente, ma sfortunatamente non è sempre possibile.
Possiamo dire, per esempio, che il matrimonio è un'istituzione eccellente, ma a condizione che i due interessati siano entrambi d'accordo. Ma succede anche che non lo siano e che il matrimonio diventi, in questi casi, una catastrofe. Se noi dunque contiamo sulla sola buona volontà dei popoli europei, che certamente è necessaria per avanzare, dobbiamo sapere che questa non sarà sufficiente. Servono delle istituzioni. La vostra obiezione all'esistenza di queste istituzioni, che sarebbero ovviamente delle istituzioni comuni, è che la differenza di costumi e di modi di vivere dei popoli europei le renderebbero impossibili. Io non sono d'accordo, e vi porto l'esempio della Francia. Un marsigliese è certamente più simile a un napoletano che un abitante di Brest. C'è un'enorme differenza tra un abitante di Perpignan e uno di Roubaix. Ma ciò non ha impedito agli abitanti di Roubaix e di Perpignan di eleggere un governo comune, che sia questo un buon governo o uno cattivo.

Io credo che la scoperta dell'irrazionalità da parte della scienza contemporanea sia un progresso. Lo è perché se la scienza contemporanea arrivasse a dimostrare il determinismo totale, quello che gli corrisponderebbe, dal punto di vista delle strutture della di potere della nostra civiltà, sarebbe una forma di totalitarismo. […] Per quanto riguarda il razionalismo cartesiano, di cui ho parlato prima, esso fa parte della nostra civiltà. Ma io credo che proprio a causa dell'interpretazione che ne abbiamo fatto, della nozione dell'individuo che ci abbiamo costruito sopra, questo razionalismo cartesiano sia alla base di una certa degenerazione della società occidentale. Intendiamoci, non si tratta di una critica a Cartesio in se stesso. I filosofi restano delle grandi personalità e dei grandi uomini, ma quello che prendiamo da loro non è la parte migliore, è sempre la peggiore.

«Una delle debolezze della civiltà occidentale, in ogni caso, è proprio la costituzione di un individuo separato dalla comunità, dell'individuo considerato come il Tutto»
Una delle debolezze della civiltà occidentale, in ogni caso, è proprio la costituzione di un individuo separato dalla comunità, dell'individuo considerato come il Tutto. Per riassumere quello che ho già detto prima, forse un po' malamente, credo che la società occidentale stia oggi morendo per un eccessivo individualismo, mentre quella orientale non sia neppure ancora nata a causa del contrario, ovvero di un eccessivo collettivismo. Il mondo progredirà nella misura in cui noi saremo capaci di riportare il nostro individualismo verso una nozione più chiara dei doveri verso la comunità e, parallelamente, se il collettivismo orientale vedrà sorgere al proprio interno i primi fermenti della libertà individuale.

«La libertà senza limiti è quella che esercitano i tiranni: Hitler era un uomo relativamente libero, ma era il solo ad esserlo in tutto il suo impero»
La libertà in cui credo è una libertà limitata. Perché la libertà senza limiti è il contrario della libertà. La libertà senza limiti è quella che esercitano i tiranni: Hitler era un uomo relativamente libero, ma era il solo ad esserlo in tutto il suo impero. Se vogliamo esercitare una reale libertà, questa non si può esercitare soltanto nell'interesse dell'individuo che la esercita. La libertà ha avuto sempre come limite la libertà degli altri. Perché una libertà che comportasse soltanto doveri non sarebbe una vera libertà, sarebbe un'onnipotenza, una tirannide. Mentre una libertà che ha sia diritti che doveri è una libertà che ha un contenuto e in cui possiamo vivere. Il resto, ovvero una libertà che non ha limiti, non può sopravvivere, o, al limite, sopravvive grazie alla morte degli altri. La libertà limitata è l'unica che permette di vivere sia coloro che la esercitano sia coloro verso la quale è esercitata.


http://www.linkiesta.it/futuro-crisi-europa-albert-camus-grecia-1955

Elenco blog personale