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domenica 1 ottobre 2017

Fedro. Giove ci impose due bisacce: ci mise dietro quella piena dei nostri difetti e davanti, sul petto, quella con i difetti degli altri. Perciò non possiamo scorgere i nostri difetti e, non appena gli altri sbagliano, siamo pronti a biasimarli.

Socrate si stava fabbricando una piccola casa. Uno dei passanti, al solito, se ne stupì: 
“Come - gli chiese: - un uomo della tua fatta si costruisce una casa tanto piccola?”. 
“Voglia il cielo - rispose - che io passa riempirla di amici veri.
Fedro


Più i fiumi sono profondi, meno rumore fanno mentre scorrono. 
Lo stesso accade alle persone.
Fedro


Amittit merito proprium qui alienum adpetit.
Perde meritatamente il proprio chi aspira all’altrui (bene).
Perde anche il proprio chi desidera l'altrui
Fedro
Libro 1 Favola 4


LA VOLPE E L'UVA
Spinta dalla fame una volpe tentava di cogliere, saltando con tutte le sue forze, 
l'uva su un'alta pergola. Come si avvide di non poterla raggiungere mentre si allontanava commentò: 
"Non è ancora matura, non mi va di raccoglierla acerba". 
Coloro che svalutano a parole quanto non sono in grado di fare 
devono applicare a se stessi questo esempio.
Fedro, IV,3

·
LA RANA E IL BUE
Il debole, quando vuole imitare il potente, muore.
Una volta, in un prato, una rana vide un bue e presa dall’invidia di tanta grandezza gonfiò la pelle rugosa: allora interrogò i suoi figli chiedendo se fosse più grande del bue. Essi risposero di no. Di nuovo tese la pelle con sforzo più grande e chiese se fosse più grande. I figli risposero: “Il bue”. Infine, indignata si gonfiò ancora più forte, ma talmente forte, che fece scoppiare il suo corpo morendo per colpa dell’invidia.
Fedro

Il topo e la rana.
Il topo per poter attraversare più facilmente un fiume, chiese aiuto alla rana. 
La rana con un filo lega ad una delle sue zampe di dietro uno dei piedi anteriori del topo.
Quando a nuoto furono arrivati a mezzo del fiume, la rana, tradendo la parola data, si tuffò sott’acqua e si trascinò dietro il sorcio.
Morto il sorcio venne a galla e ondeggiava sui flutti. 
Il nibbio che volava adocchiò la preda: 
strappò il topo e insieme portò via la rana che era con esso legata.
La perfida, che col tradimento aveva attentato alla vita dell’altro, 
trovò insieme la rovina anche lei e fu distrutta.
Fedro


Un lupo tutto striminzito dalla fame incontra un cane ben pasciuto. 
Si salutano e si fermano: 
“Donde vieni così lucido e bello? 
E che hai mangiato per farti così grasso? 
Io che sono tanto più forte di te, muoio di fame.” 
E il cane: “Se vuoi ce n'è anche per te. 
Basta che tu presti lo stesso mio servizio al padrone”.
“E che servizio?”
“Custodirgli la porta di casa e tener lontani i ladri, la notte”.
“Uh! ma io sono prontissimo! Adesso sopporto nevi e piogge nel bosco, trascinando una vita maledetta. Mi dev'esser molto più facile vivere sotto un tetto e riempirmi lo stomaco in pace”.
“Allora vieni con me”. E vanno.
Lungo la via il lupo vede una spelatura al collo del cane. 
“Che roba è quella, amico mio?”
“Oh… è niente”. “Ma, se vuoi dirmelo…”
“Qualche volta, per la mia natura impetuosa, mi tengono legato perché stia quieto durante il giorno e vigili la notte. Ma al crepuscolo vado in giro dove mi piace; mi si porta il pane senza ch'io debba richiederlo, il padrone mi dà gli ossi della sua tavola, la servitù mi getta qualche boccone: 
gli avanzi di ognuno sono miei. Così, senza fatica, mi empio la pancia”. 
“Ma se si ha voglia di uscire, è permesso?” 
“Proprio, interamente, no”.
“Addio, caro: goditi pure le tue gioie: 
io non baratto la mia libertà per un regno”.
Fedro


Non provvedere a se e dar consigli agli altri è cosa stolta
Fedro

Chi non si adatta alla gentilezza, per lo più paga il fio della propria superbia.
Fedro

Quando i potenti litigano, ai poveri toccano i guai.
Fedro

Molto spesso, col cambiare del governo, per i poveri cambia solo il nome del padrone.
Fedro

Giove ci impose due bisacce: ci mise dietro quella piena dei nostri difetti e davanti, sul petto, quella con i difetti degli altri. Perciò non possiamo scorgere i nostri difetti e, non appena gli altri sbagliano, siamo pronti a biasimarli.
Fedro

mercoledì 16 luglio 2014

11 letture antiche da non dimenticare. 11 testi latini che, a mio modesto parere, andrebbero assolutamente letti, perché da loro parte la grandiosa tradizione poetica italiana e, tutt’ora la influenzano. Prima di iniziare a presentarvi questi autori, vorrei sottolineare un fatto importante, per quanto riguarda la letteratura latina. Per i Romani e per il mos maiorum (le tradizioni degli antichi) la letteratura era una perdita di tempo, non era un’attività concretamente produttiva.



11 letture antiche da non dimenticare

Vista la mia passione per la letteratura classica greca e latina, vorrei parlarvi e consigliarvi 11 testi latini che, a mio modesto parere, andrebbero assolutamente letti, perché da loro parte la grandiosa tradizione poetica italiana e, tutt’ora la influenzano.
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Prima di iniziare a presentarvi questi autori, vorrei sottolineare un fatto importante, per quanto riguarda la letteratura latina. Per i Romani e per il mos maiorum (le tradizioni degli antichi) la letteratura era una perdita di tempo, non era un’attività concretamente produttiva. La letteratura doveva essere utile allo Stato in forma di legislatura, orazioni o trattati di qualunque argomento (navigazione, agricoltura, medicina, tattiche militari).

La massima espressione lirica concessa e accettata dai costumi latini era il poema epico a scopo celebrativo oppure gli Annales, trattazioni con l’obbiettivo di raccontare fatti o celebrare vittorie e virtù dei condottieri in esse coinvolte.
La poesia e l’elegia, quindi, diventano un extra, uno strappo alla regola che, con l’aumento dell’influenza greca sulla civiltà romana, porta personalità come Cicerone ad indicarne i cultori come effeminati, vires che hanno perso il rispetto per i propri avi.

Gli autori lirici che vi presenterò ora sono tra i più affascinanti della letteratura latina.

1. Gneo Nevio e il Bellum Poenicum (275-201 a. C., circa)

Gneo Nevio fu una personalità importante perché fu il primo scrittore di origini latine documentato. La sua opera più importante è il Bellum Poenicum (La guerra punica, tra Roma e Cartagine), a cui aveva partecipato e dalla quale trae i maggiori esempi di virtus, per spronare i giovani ad emulare le gesta degli antenati. La sua opera diventerà modello di riferimento per i due grandi scrittori epici successivi Ennio, autore degli Annales, e Virgilio, autore dell’Eneide.
Oltre al Bellum Poenicum, Nevio fu autore di varie commedie di grande successo. La lettura consigliata è una delle sue commedie la Tarentilla di cui vi riporto uno stralcio. (ricordo che per la maggior parte dei primi autori latini sono rintracciabili solo raccolte con gli stralci rinvenuti).
Come una palla che rimbalza in un cerchio (di giocatori) a turno si dà, e a tutti appartiene; ad uno fa cenno con il capo, all’altro ammicca; ne carezza uno, ne abbraccia un altro; mentre da una parte è occupata la sua mano, ad un altro stuzzica dolcemente il piede; ad un altro dà l’anello da guardare, a un altro fa un invito con le labbra, con uno canta, e intanto a un altro manda un messaggio con le dita.”
(fr. 63 Traglia)

Gaio Valerio Catullo
Gaio Valerio Catullo

2. Gaio Valerio Catullo, Canti (84-54 a.C., Verona)

Catullo vive a Verona fino al 61 a.C., quando si trasferisce a Roma. Nella capitale entra in contatto con i poeti neòteroi (“poeti nuovi” che rifiutano il lungo poema epico a favore di componimenti più brevi e più semplici da elaborare stilisticamente). Con loro si diletta a scrivere poesie, discutere di arte e letteratura, e appagare ogni sorta di piacere. Probabilmente già nel 60 a.C. l’uomo rivede la terribile e amatissima Clodia (che nei suoi componimenti prenderà il nome di Lesbia). Questa donna sarà gioia e dolore per l’autore che la renderà musa ispiratrice schizofrenica delle sue opere liriche. Per mostrare cosa intendo con “schizofrenica”, vi riporto una lirica catulliana molto interessante.
Iucundum mea vita (Carme 109)
Mi prometti, vita mia, che questo nostro amore
Sarà felice ed eterno.
Dei grandi, fate che possa promettere il vero,
e che dica ciò sinceramente e di cuore,
così che per tutta la vita ci sia consentito far durare
questo eterno patto di inviolabile amore.”

Interessante anche il Carme 48, che racconta l’amore per i giovinetti.
Se quei tu occhi di miele, Giovenzio,
fosse dato baciarli sempre sempre
trecentomila volte, neanche allora
penserei di saziarmene in futuro,
fosse messe di baci fitta fitta
come mai fu messe di spighe asciutte.

3. Tito Lucrezio (ipoteticamente 98-55 a.C.)

Si hanno notizie troppo contraddittorie per avere delle certezze. È probabile che sia stata emanata una “congiura del silenzio” nei suoi confronti). Lucrezio fu di fede epicurea, quindi dedito al piacere e lontano dal mos maiorum. Tra i suoi oppositori troviamo in prima linea Cicerone che, però, non nega l’abilità letteraria dell’autore come si legge da una sua lettera al fratello Quinto.
(Ad Quintum fratrem, II, 10, 3.): “I versi di Lucrezio, come tu scrivi, possiedono molti bagliori di intelligenza, ma anche molta ricercatezza.”
L’opera più celebre di Lucrezio è il De rerum natura (Sulla natura), poema epico-didascalico, con l’obbiettivo di diffondere temi filosofici e medici, ma con uno stile dolce e allettante. Ne ritengo interessante la lettura non tanto per gli argomenti trattati, quanto per la tecnica elegante con cui vengono narrati.
Stralcio tratto dal primo libro de De rerum natura:
“Infatti questo non sembra privo di una valida ragione, ma come quando i medici vogliono dare ai ragazzi il ributtante succo dell’assenzio e prima cospargono gli orli della tazza con il biondo e dolce miele per ingannare fino alle labbra l’ingenua età dei bambini […], così io ora, poiché questa dottrina sembra per lo più troppo sgradevole a coloro che non l’hanno studiata e il popolo fugge via, ho voluto esporti la mia teoria con il dolce canto delle Muse[…].”

Unica miniatura del pirmo artista della prima egloga della Bucoliche
Unica miniatura del primo artista della prima egloga della Bucoliche

4. Publio Virgilio Marone, Bucoliche (15 ottobre 70 a.C, Cremona- 21 settembre 19 a.C., Napoli)

Studiò grammatica a Cremona, poi retorica a Milano e, infine, si trasferì a Roma alla scuola di Epidio. Fu autore del celeberrimo poema epico Eneide e di altre due raccolte le Bucoliche (Bucolica), ossia “componimenti scelti” (egloghe), dieci poesie pastorali, ispirate ai carmi bucolici del poeta greco Teocrito di Siracusa, e le Georgiche (oGeorgica) un poema epico didascalico che ha come soggetto dei canti agresti, o canti di contadini.
Ci sarebbe molto da dire e da raccontare di questo importante autore. Per ora mi limito a suggerire come lettura poetica le Bucoliche, di cui vi riporto uno stralcio.

Bucoliche, Egloga prima.
Titiro, tu riposi al riparo di un gran faggio
E intoni un’aria silvestre sulla sottile canna;
noi, la patria terra lasciamo e i dolci campi.
Partiamo esuli, noi, via dal paese; tu giaci all’ombra,
Titiro, e insegni al bosco a risonare il nome di Amrìlli.”

5. Publio Virgilio Marone, Georgiche

(Georgiche, Incipit, Libro I, 1-5)
Cosa fecondi le messi, sotto quale stella
convenga arare la terra, O Mecenate, unire agli olmi le viti,
come si accudisca ai buoi e si curi l’allevamento delle greggi,
quanta esperienza si debba dedicare alle frugali api,
di qui l’inizio del canto.”

6. Quinto Orazio Flacco (8 dicembre 65 a.C. – 27 novembre 8 a.C.)

Studiò a Roma presso la scuola del plagosus Orbilius (il manesco Orbilio) e completò i suoi studi filosofici e letterari in Grecia, dove incontrò Bruto e Cassio e si unì a loro nella battaglia di Filippi contro Ottaviano. Rientrato a Roma subì la confisca dei beni e, spinto dalle difficoltà economiche, decise di pubblicare la prima raccolta dei suoi versi. Grazie a questa fortunata decisione ottenne la stima e l’amicizia di Virgilio, che lo presentò a Mecenate, affezionato amico di Agusto.
Il princeps Augusto propose un incarico a Orazio come proprio segretario personale ma l’autore rifiutò per tenersi lontano dalla politica. Tuttavia il poeta colse al volo la seconda offerta dell’uomo che gli affidò la composizione del celebre Carmen saeculare (celebrazione del destino di Roma e della pax Romana). La produzione di Orazio conta l’Epodon Liber, una raccolta di diciassette componimenti contro i vizi e la corruzione; le Saturae o Sermones, due libri che contano 18 componimenti satirici. Di grande interesse, sono anche le Odi (o Carmina), 103 poesie raccolte in quattro libri, sul modello della grande poesie greca arcaica. Riporto le prime tre strofe del Carmina 7, del secondo libro.
(Una rievocazione del passato, II, 7.)
O tu che spesso con me fosti spinto
all’ora estrema sotto il comando di Bruto,
chi ti ha restituito cittadino romano
agli dei patri e al cielo italico,
o Pompeo, il più caro dei miei compagni,
con cui spezzai il giorno che indugiava,
con una corona sui capelli lucenti
di unguento siriaco?


7. Quinto Orazio Flacco, Le satire

(Libro secondo, Satira prima, Incipit)
C’è gente cui sembra ch’io sia troppo aggressivo nella mia satira e che tenda l’arco dell’opera mia oltre quel che la legge consente; altri, invece, pensano che tutto ciò che ho composto sia privo di nerbo e che versi come i miei mille al giorno se ne posson filare. Trebazio, prescrivimi tu cosa fare.”


8. Albio Tibullo (54 a.C.- 21 settembre 19 a.C.)

Proveniente da una ricca famiglia equestre caduta in disgrazia riuscì ugualmente ad entrare nel circolo culturale di Messalla Corvino e strinse amicizia con esponenti di spicco come Ovidio, Suplicia, Ligdamo. Nelle sue odi le donne da lui cantate sono tre: Delia (vero nome Plania), Glìcera, ricordata da Orazio come donna inmitis (crudele), e Nemesi (la vendicatrice). Le opere di Tibullo sono raccolte nel Corpus Tibullianum, formato da tre libri: i primi due sono sicuramente attribuiti all’autore, il terzo ha dubbia attribuzione. Vi propongo un estratto dal secondo libro, nel quale si parla di Nemesi e della schiavitù d’amore per lei.
(II, 4, 1-4)
Così vedo per me pronte una schiavitù e una padrona:
o libertà dei miei antenati, ormai ti dico addio;
invece a me viene imposta una gravosa schiavitù,
e sono incatenato, e Amore non allenta
mai i ceppi a me infelice


9. Fedro (20 a.C.- 50 d.C.)

Fedro era originario della Macedonia, ma venne portato a Roma in qualità di schiavo. Entrato nelle simpatie di Augusto, fu liberato sia per i suoi meriti sia per la sua grande cultura. Attraverso le sue favole, l’autore attacca i potenti dell’epoca finendo per essere processato e condannato, anche se senza alcuna ritorsione concreta. Importantissime le sue favole non solo per il fondo satirico, ma anche per la forte allegoria della vita umana. Le favole di Fedro sono adatte sia ai bambini che agli adulti perché in grado di mostrare una morale semplice e complessa allo stesso tempo. Ne riporto il Prologo.

(Prologus, Phedri Augusti liberti fabulae Aesopiae)
Io ho levigato in versi senari le storie che Esopo ha inventato. Duplice è il pregio del libro: muove il riso e consiglia saggiamente per la vita. Se qualcuno volesse criticare il fatto che qui parlano gli alberi, e non solo gli animali, si ricordi che noi scherziamo, con favole inventate!


10. Publio Ovidio Nasone (43 a.C.- 18 d.C.)

Publio Ovidio frequenta a Roma la scuola dei retori Procio Latrone e Arellio Fusco, distinguendosi per l’ottima abilità retorica. Tuttavia il suo cuore è rapito dalla poesia elegiaca. Entra poi a far parte del circolo di Messalla Corvino, dove incontra Albio Tibullo. La personalità frivola e superficiale, lontana dagli ideali politici e morali spiega i tre matrimoni. Divorziò due volte fino al matrimonio con Fabia, fedele e affettuosa compagna. Probabilmente a causa di uno scandalo di corte tra Ovidio e la nipote di Augusto, l’autore fu costretto ad un “soggiorno obbligato”, senza moglie ne figli, a Tomi sul Mar Nero. Di particolare interessa è opera Ars amatoria o Ars amandi, trattato in tre libri in versi su come conquistare l’amore di una donna, un vero e proprio codice e galateo dell’amore, con tanto di illustrazioni delle diverse tattiche di corteggiamento. Ne riporto l’incipit del primo libro:
(Ars amatoria, Libro I, 1-7)
Se c’è tra voi chi non conosca ancora
l’arte d’amare, legga il mio poema
e fatto esperto colga nuovi amori!
Solcano l’onde con le vele o i remi,
sospinte ad arte, l’aglili carene;
con arte noi guidiamo il live cocchio:
con arte dunque è da guidarsi Amore!


Favola dell'asino d'oro di Apuleio in un mosaico bizantino
Favola dell’asino d’oro di Apuleio in un mosaico bizantino

11. Apuleio (125 d.C.-150 d.C.)

Apuleio fu brillante oratore, filosofo ed esperto di magia, imparando soprattutto l’eloquenza latina. Affascinato dal misticismo e dalla magia si fece introdurre ai vari culti misterici come quello di Mitra e di Eleusi. Di piacevole lettura sia per l’ironia che per lo stile elegante è L’Apologia o De magia e conta 103 capitoli, frutto della rielaborazione del discorso da lui realmente tenuto in tribunale, per difendersi dall’accusa di stregoneria nei confronti di una nobile vedova che aveva acconsentito a sposarlo.
Il vero capolavoro della produzione di Apuleio sono i Metamorphoseon libri XI, (Undici libri sulle metamorfosi), perché l’unico romanzo della letteratura latina in nostro possesso. Sant’Agostino lo definisce Asinus aureus, da qui prese poi il nome di Asino d’oro.
Riporto qui di seguito un estratto dal De magia.

(De magia, Dentifricio o veleno?, 6)
Calpurniano, ti saluto con versi improvvisati.
Ti ho mandato (come mi hai chiesto) nettezza di denti,
splendore di bocca composto di arabiche erbe,
una polverina fine, candeggiante, nobile,
che appiana la gengivetta gonfia,
che spazza via i resti del cibo del giorno prima,
perché non si veda alcuna scura traccia di sporco
se per caso riderai con le labbrucce aperte.”

Come avrete visto dai testi che vi ho riportato, i latini erano uomini pratici, che avevano a cuore le tradizioni romane; tuttavia nella serietà degli Annales, dei poemi epici celebrativi e della pura elegia amorosa c’è sempre spazio per una risata, una satira o una battuta sagace.

http://www.lundici.it/2013/12/11-letture-antiche-da-non-dimenticare/

lunedì 20 febbraio 2012

Platone. Fedro. Mito della Biga Alata. Si raffiguri... l’anima come la potenza d’insieme di una pariglia alata e di un auriga. Ora tutti i corsieri degli dèi e i loro aurighi sono buoni e di buona razza, ma quelli degli altri esseri sono un po’ sí e un po’ no. Innanzitutto, per noi uomini, l’auriga conduce la pariglia; poi dei due corsieri uno è nobile e buono, e di buona razza, mentre l’altro è tutto il contrario ed è di razza opposta. Di qui consegue che, nel nostro caso, il compito di tal guida è davvero difficile e penoso.

PLATONE, "SIMPOSIO": L'ANIMA, L'EROS E IL BELLO

Quale armonia è possibile per l’anima tripartita di Platone? 
Nel Fedro l’anima è raffigurata dalla biga alata: l’auriga ne costituisce la parte razionale; il cavallo bianco, nobile e ubbidiente, ne rappresenta la parte passionale; il cavallo nero, più difficilmente governabile, rappresenta infine l’anima concupiscibile, legata alla sessualità. Le passioni, quindi, non solo sono ineliminabili, ma sono utili come forza propulsiva.
L’Eros è alla base dell’anima, e dunque, tornando all’analogia tra anima e polis, è alla base della politica. In definitiva, nella filosofia di Platone, l’Eros è la fonte principale di energia dell’anima; ma – come mostra sempre per analogia la possibile degradazione delle forme politiche – qualora non venga governato, l’eros può essere anche il tiranno dell’anima. Il Simposio è uno dei dialoghi dedicati all’amore. Qui Socrate parla di un Eros che è non dio bensì demone, figlio di Risorsa e Povertà: ha natura intermedia, desidera nella misura in cui è manchevole; di conseguenza Eros è anche filosofo, perchè non possiede la sapienza ma vi aspira. Eros è desiderio di bellezza e la bellezza è il fine dell’amore: l’amore carnale è solo il primo livello di un desiderio di procreare nel bello, ma secondo il Socrate del Simposio si può ascendere a livelli più elevati, usando la potenza erotica, spostando il desiderio dai corpi alle anime, alle scienze, fino alla bellezza in sè.
Jacopo Nacci, classe 1975, si è laureato in filosofia a Bologna con una tesi dal titolo Il codice della perplessità: pudore e vergogna nell’etica socratica; a Urbino ha poi conseguito il master "Redattori per l’informazione culturale nei media". Ha pubblicato due libri: Tutti carini (Donzelli, 1997) e Dreadlock (Zona, 2011). Attualmente insegna italiano per stranieri a Pesaro, dove risiede.
http://www.oilproject.org/lezione/filosofia-platone-riassunto-simposio-fedro-anima-e-amore-platonico-2286.html



Platone. Mito della Biga Alata. Fedro, 246 a-249d:
[...]Si raffiguri... l’anima come la potenza d’insieme di una pariglia alata e di un auriga. 
Ora tutti i corsieri degli dèi e i loro aurighi sono buoni e di buona razza, ma quelli degli altri esseri sono un po’ sí e un po’ no. Innanzitutto, per noi uomini, l’auriga conduce la pariglia; poi dei due corsieri uno è nobile e buono, e di buona razza, mentre l’altro è tutto il contrario ed è di razza opposta. Di qui consegue che, nel nostro caso, il compito di tal guida è davvero difficile e penoso. Ed ora bisogna spiegare come gli esseri viventi siano chiamati mortali e immortali. Tutto ciò che è anima si prende cura di ciò che è inanimato, e penetra per l’intero universo assumendo secondo i luoghi forme sempre differenti. Cosí, quando sia perfetta ed alata, l’anima spazia nell’alto e governa il mondo; ma quando un’anima perde le ali, essa precipita fino a che non s’appiglia a qualcosa di solido, dove si accasa, e assume un corpo di terra che sembra si muova da solo, per merito della potenza dell’anima. Questa composita struttura d’anima e di corpo fu chiamata essere vivente, e poi definita mortale. […]

La funzione naturale dell’ala è di sollevare ciò che è peso e di innalzarlo là dove dimora la comunità degli dèi; e in qualche modo essa partecipa del divino piú delle altre cose che hanno attinenza con il corpo. Il divino è bellezza, sapienza, bontà ed ogni altra virtú affine. Ora, proprio di queste cose si nutre e si arricchisce l’ala dell’anima, mentre dalla turpitudine, dalla malvagità e da altri vizi, si corrompe e si perde. Ed eccoti Zeus, il potente sovrano del cielo, guidando la pariglia alata, per primo procede, ed ordina ogni cosa provvedendo a tutto. […] le pariglie degli dèi sono bene equilibrate e i corsieri docili alle redini; mentre per gli altri l’ascesa è faticosa, perché il cavallo maligno fa peso, e tira verso terra premendo l’auriga che non l’abbia bene addestrato. Qui si prepara la grande fatica e la prova suprema dell’anima. Perché le anime che sono chiamate immortali, quando sian giunte al sommo della volta celeste, si spandono fuori e si librano sopra il dorso del cielo: e l’orbitare del cielo le trae attorno, cosí librate, ed esse contemplano quanto sta fuori del cielo. […] bisogna pure avere il coraggio di dire la verità soprattutto quando il discorso riguarda la verità stessa. In questo sito dimora quella essenza incolore, informe ed intangibile, contemplabile solo dall’intelletto, pilota dell’anima, quella essenza che è scaturigine della vera scienza. Ora il pensiero divino è nutrito d’intelligenza e di pura scienza […]. 

Questa è la vita degli dèi. Ma fra le altre anime, quella che meglio sia riuscita a tenersi stretta alle orme di un dio e ad assomigliarvi, eleva il capo del suo auriga nella regione superceleste, ed è trascinata intorno con gli dèi nel giro di rivoluzione; ma essendo travagliata dai suoi corsieri, contempla a fatica le realtà che sono. Ma un’altra anima ora eleva il capo ora lo abbassa, e subendo la violenza dei corsieri parte di quelle realtà vede, ma parte no. Ed eccoti, seguono le altre tutte agognanti quell’altezza, ma poiché non ne hanno la forza, sommerse, sono spinte qua e là e cadendosi addosso si calpestano a vicenda nello sforzo di sopravanzarsi l’un l’atra. Ne conseguono scompiglio, risse ed estenuanti fatiche, e per l’inettitudine dell’auriga molte rimangono sciancate e molte ne hanno infrante le ali. Tutte poi, stremate dallo sforzo, se ne dipartono senza aver goduto la visione dell’essere e, come se ne sono allontanate, si cibano dell’opinione. La vera ragione per cui le anime si affannano tanto per scoprire dove sia la Pianura della Verità è che lí in quel prato si trova il pascolo congeniale alla parte migliore dell’anima e che di questo si nutre la natura dell’ala, onde l’anima può alzarsi. Ed ecco la legge di Adrastea. Qualunque anima, trovandosi a seguito di un dio, abbia contemplato qualche verità, fino al prossimo periplo rimane intocca da dolori, e se sarà in grado di far sempre lo stesso, rimarrà immune da mali. Ma quando l’anima, impotente a seguire questo volo, non scopra nulla della verità, quando, in conseguenza di qualche disgrazia, divenuta gravida di smemoratezza e di vizio, si appesantisca, e per colpa di questo peso perda le ali e precipiti a terra, allora la legge vuole che questa anima non si trapianti in alcuna natura ferina durante la prima generazione; ma prescrive che quella fra le anime che piú abbia veduto si trapianti in un seme d’uomo destinato a divenire un ricercatore della sapienza e del bello o un musico, o un esperto d’amore; che l’anima, seconda alla prima nella visione dell’essere s’incarni in un re rispettoso della legge, esperto di guerra e capace di buon governo; che la terza si trapianti in un uomo di stato, o in un esperto d’affari o di finanze; che la quarta scenda in un atleta incline alle fatiche, o in un medico; che la quinta abbia una vita da indovino o da iniziato; che alla sesta le si adatti un poeta o un altro artista d’arti imitative, alla settima un operaio o un contadino, all’ottava un sofista o un demagogo, e alla nona un tiranno.

Ora, fra tutti costoro, chi abbia vissuto con giustizia riceve in cambio una sorte migliore e chi senza giustizia, una sorte peggiore. Ché ciascuna anima non ritorna al luogo stesso da cui era partita prima di diecimila anni – giacché non mette ali in un tempo minore – tranne l’anima di chi ha perseguito con convinzione la sapienza, o di chi ha amato i giovani secondo quella sapienza. Tali anime, se durante tre periodi di un millennio hanno scelto, sempre di seguito, questa vita filosofica, riacquistano per conseguenza le ali e se ne dipartono al termine del terzo millennio. Ma le altre, quando abbiano compiuto la loro prima vita, vengono a giudizio, e dopo il giudizio, alcune scontano la pena nelle prigioni sotterranee, altre, alzate dalla Giustizia in qualche sito celeste, ci vivono cosí come hanno meritato dalla loro vita, passata in forma umana. Allo scadere del millennio, entrambe le schiere giungono al sorteggio e alla scelta della seconda vita; ciascuna anima sceglie secondo il proprio volere: è qui che un’anima può passare in una vita ferina e l’anima di una bestia che una volta sia stata in un uomo può ritornare in un uomo. Giacché l’anima che non abbia mai visto la verità non giungerà mai a questa nostra forma. Perché bisogna che l’uomo comprenda ciò che si chiama Idea, passando da una molteplicità di sensazioni ad una unità organizzata dal ragionamento. Questa comprensione è reminiscenza delle verità che una volta l’anima nostra ha veduto, quando trasvolava al seguito d’un dio, e dall’alto piegava gli occhi verso quelle cose che ora chiamiamo esistenti, e levava il capo verso ciò che veramente è. Proprio per questo è giusto che solo il pensiero del filosofo sia alato, perché per quanto gli è possibile sempre è fisso sul ricordo di quegli oggetti, per la cui contemplazione la divinità è divina. Cosí se un uomo usa giustamente tali ricordi e si inizia di continuo ai perfetti misteri, diviene, egli solo, veramente perfetto; e poiché si allontana dalle faccende umane, e si svolge al divino, è accusato dal volgo di essere fuori di sé, ma il volgo non sa che egli è posseduto dalla divinità. [...]

(Platone, Opere, vol. I, Laterza, Bari, 1967, pagg. 752-758)


Dal Mito della Biga Alata agli Angeli Cristiani

http://youtu.be/D9yi2BiPDdE



http://youtu.be/lTNIPk09ogE



martedì 14 febbraio 2012

Il Fedro: La critica alla scrittura. Perché vedi, Fedro, la scrittura (graphè) ha una strana qualità, simile veramente a quella della pittura (zographìa). I prodotti della pittura ci stanno davanti come se vivessero; ma se domandi loro qualcosa, tengono un maestoso silenzio. Nello stesso modo si comportano i discorsi (logoi): crederesti che potessero parlare quasi che pensassero; ma se tu, volendo imparare, domandi loro qualcosa di ciò che dicono, ti manifestano una cosa sola e sempre la stessa. E una volta che sia messo per iscritto, ogni discorso (logos) si rivolge a tutti, tanto a chi l'intende quanto a chi non ci ha nulla da fare, e non sa a chi gli convenga parlare e a chi no. Prevaricato ed offeso oltre ragione esso ha sempre bisogno che il padre gli venga in aiuto, perché esso da solo non può difendersi né aiutarsi





Pieni di presunte conoscenze, perché hanno da te acquisito molte informazioni senza mai coglierle nella loro verità, si crederanno pronti a giudicare su ogni cosa e saranno insopportabili a frequentarsi, perché invece di essere sapienti, come si credono, saranno solo una accozzaglia di frasi.
Platone, Fedro (275a)

"Impegno molto più bello é quando uno, servendosi dell'arte dialettica, prendendo un'anima adatta, vi pianta e vi semina con scienza discorsi che sono capaci di venire in aiuto a se stessi e a chi li ha piantati, e che non sono infruttiferi, ma hanno in sé germi donde scaturiranno altri discorsi piantati in altre persone, discorsi capaci di produrre questi effetti senza mai venir meno e di rendere felice chi ne possiede il dono, per quanto all'uomo é possibile." 
Platone - Fedro 276e - 277a


Le cose non sono sempre tali quali si mostrano; il loro primo aspetto inganna molti; poche menti scoprono ciò che l'industria nasconde nell'intimo di esse.
Fedro



Quanto alla divina follia ne abbiamo distinte quattro forme a ciascuna della quali è preposta una divinità: Apollo per la follia profetica, Dionisio per la iniziatica, le Muse per la follia profetica mentre la quarta, la più eccelsa, è sotto l'influsso di Afrodite e di Amore.
Platone, Fedro 265b: Socrate



Una volta che sia stato scritto, ogni discorso rotola da tutte le parti, indifferentemente, nelle mani di chi se ne intende e in quelle di chi non è interessato, ignorando a chi deve parlare e a chi no. E se è offeso o ingiustamente vituperato, ha sempre bisogno del soccorso del padre: da solo è incapace di rintuzzare un attacco o difendersi.
Platone



La scrittura, davvero come la pittura, ha qualcosa di terribile (deinon): infatti la sua progenie ci sta davanti come se fosse viva, ma, se le si chiede qualcosa, rimane in un maestoso silenzio. Allo stesso modo fanno i discorsi (logoi): si crederebbe che parlassero, come se pensassero qualcosa, ma se per desiderio di imparare si chiede loro qualcosa di quello che dicono, comunicano una cosa sola e sempre la stessa. E una volta messo per iscritto, ogni discorso circola per le mani di tutti, tanto di chi l'intende quanto di chi non c'entra nulla, né sa a chi gli convenga parlare e a chi no. Prevaricato e offeso ingiustamente, ha sempre bisogno dell'aiuto del padre perché non è capace né di difendersi né di aiutarsi da sé. (275d-e)
Platone, Il Fedro.

http://bfp.sp.unipi.it/dida/fedro/ar01s20.html





Il mito di Theuth (Fedro 274b-275c)

Il dio egiziato Teuth - racconta Socrate - inventò i numeri, il calcolo, la geometria, l'astronomia, il gioco della petteia 4 e dei dadi, e anche le lettere (grammata). (274c) Si presentò quindi al faraone Thamus per illustrargli le sue technai. Quando giunse ai grammata, disse:
- O re, questa conoscenza (mathema) renderà gli egiziani più sapienti e più dotati di memoria: infatti ho scoperto un pharmakon per la sapienza e la memoria. - E il re rispose: - Espertissimo (technikotate) Theuth, una cosa è esser capaci di mettere al mondo quanto concerne una techne, un'altra saper giudicare quale sarà l'utilità e il danno che comporterà agli utenti; e ora tu, padre delle lettere, hai attribuito loro per benevolenza il contrario del loro vero effetto. Infatti esse produrranno dimenticanza (lethe) nelle anime di chi impara, per mancanza di esercizio della memoria; proprio perché, fidandosi della scrittura, ricorderanno le cose dell'esterno, da segni (typoi) alieni, e non dall'interno, da sé: dunque tu non hai scoperto un pharmakon per la memoria (mneme) ma per il ricordo (hypòmnesis). E non offri verità agli allievi, ma una apparenza (doxa) di sapienza; infatti grazie a te, divenuti informati di molte cose senza insegnamento, sembreranno degli eruditi pur essendo per lo più ignoranti; sarà difficile stare insieme con loro (syneinai), perché in opinione di sapienza (doxosophoi) invece che sapienti. - (274e-275a)
Socrate invita Fedro, il quale ha osservato polemicamente che questa storia è solo una sua invenzione, a considerare quanto dice il racconto a prescindere dalla sua origine storica, (275b) proprio come si sarebbe fatto in una cultura orale. Ma lo stile "orale" è solo un espediente retorico: Socrate, infatti, non nega che il suo mito è una costruzione artificiale per illustrare una tesi filosofica, che deve essere analizzata nei suoi contenuti. (275c)
  1. La scrittura è una techne. La sua utilità non può essere giudicata da chi la propone - per quanto divino possa essere - ma da chi la usa, 5 cioè dagli egiziani, rappresentati dal faraone Thamus. Anche il Fedro è un dialogo fra due utenti della scrittura: Socrate, attratto dai libri come da un pharmakon, si fa leggere il discorso di Lisia da Fedro; lo stesso testo scritto, sottoposto a discussione, viene poi riletto più volte. Il Socrate storico non ha lasciato nulla di scritto; il Socrate del dialogo ha tuttavia titolo a giudicare su come si deve scrivere in quanto lettore, cioè utente di testi. Platone, autore del dialogo, giudica la scrittura solo dopo aver scelto di usarla, da lettore e da scrittore. La dottrina del primato dell'utente ha un corollario importante: non possiamo valutare una tecnica senza aver prima provato a usarla in maniera consapevole.
  2. La scrittura è un pharmakon e come tale ha sia effetti benefici, sia effetti dannosi:
    • la scrittura rende più facile la hypòmnesis, cioè la conservazione e la trasmissione dell'informazione: nel dialogo, i personaggi possono accedere al discorso di Lisia anche se egli non è effettivamente presente e Fedro non l'ha ancora imparato a memoria;
    • la disponibilità di informazione in gran quantità non aumenta, di per sé, né la memoria né la "sapienza" degli utenti, cioè le loro capacità personali di richiamare alla mente la nozione appropriata nel momento in cui se ne ha bisogno e di valutare e connettere in modo critico i dati conservati e trasmessi meccanicamente;
    • dal momento che l'informazione offerta dalla scrittura dipende da un oggetto esteriore e non da condizioni personali e interpersonali, la synousia, lo stare insieme che fondava il sapere collettivo delle culture orali e delle scuole filosofiche antiche, diventa difficile, perché tende a perdere il suo senso collaborativo e a diventare competizione.
Per Platone, si può parlare di sapere solo se il soggetto conoscente è in grado di disporre criticamente delle nozioni che possiede e di discuterle con gli altri. La sophia, in questo senso, funziona sempre come qualcosa di interpersonale e di sovrapersonale. Se un'idea è solo di qualcuno, non può essere un'idea per tutti: ma se un'idea non è per tutti, non è sapere. La scrittura, tuttavia, produce l'illusione che la vita del sapere sia trasferibile in oggetti che si possono nascondere sotto il mantello, come fa Fedro col discorso di Lisia, vendere e comprare. Occorre dunque chiedersi se sia possibile trar vantaggio della scrittura senza cadere nell'inganno della reificazione del sapere.

http://bfp.sp.unipi.it/dida/fedro/ar01s19.html


Il Fedro: La critica alla scrittura


Nel Fedro, Socrate indirizza una serie di critiche specifiche al medium alfabetico a partire dalla narrazione del mito di Theuth, un'esplicita invenzione che gli permette di portare l'attenzione del suo interlocutore, tramite la componente magica, sull'aspetto innovativo che l'origine della scrittura alfabetica reca con sé. Come il re di Tebe, Socrate afferma che la scrittura non ha, in sé, una funzione conoscitiva: essa è utile nella misura in cui aiuta chi già sa a ricordare [275c].



"Perché vedi, Fedro, la scrittura (graphè) ha una strana qualità, simile veramente a quella della pittura (zographìa). I prodotti della pittura ci stanno davanti come se vivessero; ma se domandi loro qualcosa, tengono un maestoso silenzio. Nello stesso modo si comportano i discorsi (logoi): crederesti che potessero parlare quasi che pensassero; ma se tu, volendo imparare, domandi loro qualcosa di ciò che dicono, ti manifestano una cosa sola e sempre la stessa. E una volta che sia messo per iscritto, ogni discorso (logos) si rivolge a tutti, tanto a chi l'intende quanto a chi non ci ha nulla da fare, e non sa a chi gli convenga parlare e a chi no. Prevaricato ed offeso oltre ragione esso ha sempre bisogno che il padre gli venga in aiuto, perché esso da solo non può difendersi né aiutarsi [275c - d]" (trad. it. di P. Pucci, Laterza, p. 119, con alcune correzioni).

Il carattere visivo dell'alfabeto fonetico permette a Platone di equiparare segno grafico e segno pittorico; a partire da questa analogia prendono origine le osservazioni di Socrate, attraverso cui Platone pone in evidenza le caratteristiche proprie del nuovo medium: la fissità dell'oggetto, l'universalità della sua diffusione, la chiusura del suo contenuto e la dipendenza dall'autore



Se le critiche che Socrate muove alla scrittura sono comprensibili in una prospettiva orale, giustificata dal fatto che non abbia lasciato niente di scritto, diversa è la posizione di Platone, che affida alla scrittura la trasmissione dei suoi dialoghi. Come è da intendersi la critica alla scrittura nel Fedro? La relazione tra oralità e scrittura nell'elaborazione del pensiero di Platone è stata oggetto di una lunga discussione da parte dei sostenitori del primato delle dottrine esoteriche (le dottrine non scritte e tramandate oralmente) per la corretta interpretazione platonica, e di chi ha rivendicato, al contrario, la fondatezza e la validità dei dialoghi scritti, nonché la preminenza di tali fonti per la comprensione del pensiero di Platone. 



Friedrich D.E. Schleiermacher introduce alcuni elementi a sostegno della seconda ipotesi. Nella sua Introduzione a Platone del 1804 il filosofo tedesco accompagna alla propria traduzione la raccomandazione, assai importante, di accostarsi, prima che alla letteratura secondaria e alle opinioni, ai testi platonici. È questa l'applicazione diretta del platonismo che Schleiermacher intende proporre ai suoi lettori, e che prende le mosse dalla definizione di conoscenza come processo interiore.

Schleiermacher confuta le interpretazioni che vanificano la ricerca di un'unità nella dottrina platonica sulla base dell'apparente confusione che la forma dialogica e l'identità dei personaggi coinvolti comportano: l'errore che ne deriva consiste nel limitare la funzione del dialogo ad uno strumento accessorio, e non aiuta a giungere ad alcuna conclusione. Anche un secondo errore, di apprezzare il valore linguistico e poetico come una caratteristica secondaria e dubbia dell'opera del filosofo greco, è foriero di malintesi quando porta a ritenere che negli scritti platonici non sarebbe espressa la sua dottrina. Quanto al filosofo tedesco preme, al contrario, dimostrare, è che nella filosofia di Platone è impossibile separare la forma dal contenuto, e che ogni asserzione può essere compresa solo nella sua collocazione, con le limitazioni e i legami in cui lo stesso Platone l'ha espressa

Non si tratta dunque secondo Schleiermacher di esporre le singole opinioni, ma le singole opere, nel modo in cui le sue idee le hanno sviluppate in esposizioni progressive e sempre più complete. Il dialogo e la sua forma non possono essere compresi come una totalità in sé, ma necessitano della connessione con gli altri scritti, come è chiarito attraverso un esplicito riferimento al Fedro; la critica alla scrittura è precisamente una critica all'insegnamento dottrinale, cui Platone contrappone una teoria della conoscenza e dell'apprendimento che ha il suo fondamento nella forma dialogica, senza così negare valore di per sé al dialogo scritto. Al primo tipo di discorso, nel seguito del dialogo Socrate contrappone un altro tipo di discorso, "quello scritto con la scienza (epistème) nell'anima di chi impara, capace di difendere sé stesso, e che sa a chi parlare e di fronte a chi tacere" [276a]. Il riferimento diretto a Fedro, che possiede il logos scritto di Lisia, ma non la conoscenza, è esplicito. 

Poiché il pensiero è autoattività e anche un richiamo al modo in cui si è acquisito, la forma dialogica è indispensabile per l'apprendimento tanto allo scritto quanto all'oralità. Il lettore del dialogo è dunque coinvolto se l'anima è posta nella necessità di cercare la verità, e condotta sulla strada dove può trovarla. Solo sulla base del fatto che il lettore, e più in generale chi impara (mathetès), divenga o meno ascoltatore del proprio interno, è possibile secondo Schleiermacher distinguere in Platone una dottrina esoterica da una essoterica. 



Le tesi di Eric Havelock danno conferma a chi nega che Platone possa aver affidato il cuore della sua dottrina e del suo pensiero alla trasmissione di tipo orale; Platone, come mostra Havelock, fonda la sua epistemologia sul rifiuto del vecchio mondo della cultura orale rappresentato dai poeti, e la sua critica al medium orale dell'epos ne investe tanto la forma quanto il contenuto. La critica alla scrittura del Fedro non sarebbe tuttavia da leggere in contrasto con quanto affermato in precedenza; qui infatti Platone, oltre al merito di mettere in evidenza con lucidità la caratteristica principale del medium alfabetico (il primato della vista sull'udito), dimostra di avere chiara l'importanza della rivoluzione mediatica che sta vivendo, e i limiti specifici del medium grafico.


http://bfp.sp.unipi.it/dida/oscrit/fedro1.htm



L'impossibilità della conoscenza
di Santi Romano


Quando il re di Ninive decise di fare pace col re di Ur, gli mandò un ambasciatore proponendogli un accordo.
Ma costui capì male e riferì peggio.
E il re di Ur pensò d'aver subito un affronto.
La guerra proseguì sempre più ferocemente.
L'anno seguente il re di Ninive mandò un secondo ambasciatore a proporre la pace.
Ma anche questo capì male e riferì peggio.
E la guerra fu ancora più cruenta.
Quindi il re di Ninive decise di inventare la scrittura per evitare qualunque incomprensione.
Dopo 3.000 anni, però, abbiamo scoperto che anche la scrittura è una parabola di interpretare.
Perché rappresenta la parola, che è inconoscibile.
E questa rappresenta il nostro pensiero, che non è univoco.
La conoscenza è impossibile.



Aristotele in La metafisica dice che le api sono intelligenti perché sono sorde.
Basta loro la vista e la propria essenza per sapere esattamente quali azioni compiere e come compierle. Sarebbe cosa buona che anche noi per conoscere i fatti, le persone e la vita non ascoltassimo ciò che ci dicono. E' infatti dentro noi ciò che dobbiamo capire.


 



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