Visualizzazione post con etichetta Pianto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Pianto. Mostra tutti i post

domenica 20 aprile 2014

Melanie Klein. Invidia e gratitudine. Un atteggiamento troppo ansioso da parte della madre che offre subito il cibo al bambino non appena questi piange non gli giova in alcun modo. Egli percepisce l'angoscia della madre e questa accresce la sua. Ho riscontrato talvolta negli adulti un senso di risentimento per il fatto di non aver avuto la possibilità di piangere a sufficienza e di non aver potuto quindi esprimere la loro angoscia e la loro afflizione (ottenendo così un sollievo)




Sebbene la psicologia e la pedagogia ci abbiano fatto credere che il bambino è un essere felice e senza conflitti, e che le sofferenze degli adulti siano causate dal peso e dalle difficoltà della vita reale, è vero esattamente il contrario. Ciò che abbiamo imparato sul bambino e l'adulto, grazie alla psicoanalisi, ci mostra come tutte le sofferenze della vita, successive a questa fase, siano in larga parte ripetizioni di sofferenze precedenti e che ogni bambino, nei primi anni di vita, passa attraverso un incommensurabile grado di sofferenza.
Mélanie Klein , Amore, odio e riparazione



Cosa c'entra la posizione depressiva introdotta da Mélanie Klein con la depressione?
E perché si chiama così?
Premesso che per posizione depressiva s'intende la capacità di riconoscere che madre buona e madre cattiva, e più in generale oggetto buono e oggetto cattivo, sono in realtà la stessa persona, a me pare che il termine depressiva possa creare confusione, perché posizione depressiva e depressione non sono certo la stessa cosa.
Altri autori, prima di Mélanie Klein, hanno usato lo stesso termine, in particolare Abraham ha parlato di stati maniaco-depressivi, oggi perlopiù descritti come depressioni bipolari.
Probabilmente M. Klein ha chiamato depressiva questa posizione che in genere comincia a presentarsi nell'infante tra i sei mesi e un anno (è stata lei la prima a proporre quest'idea) perché somiglia allo stato d'animo prevalente nella depressione, cioè uno stato d'animo di malinconia.
L'infante comincia a capire che la madre odiata (odiata perché non sempre presente quando lui/lei la vorrebbe) e la madre amata (amata quando c'è e l* nutr* e l* ama e l* cura) sono la stessa persona. La madre presente fra un po' sarà assente, e la madre assente fra un po' tornerà. E' sempre lei. Allora comincia a sentirsi in colpa per averla morsa, odiata e aggredita, e ha paura di averla distrutta o di poterla distruggere, dunque cerca di contenere la propria aggressività e comincia a fare i conti con la realtà, ossia con l'altra persona che non esiste soltanto per rispondere e per soddisfare lui/lei.
Questo è il processo più o meno sano ed è abbastanza doloroso anche perché fa cadere le precedenti illusioni di onnipotenza. Ma se l'infante non è in grado di reggere questo dolore, dovuto sia al senso di colpa sia appunto alla perdita dell'onnipotenza illusoria, se non è in grado di riparare i danni recati alla madre e all'immagine della madre dentro di sé, allora in genere torna alla posizione precedente, detta schizoparanoide, e di nuovo scinde gli aspetti buoni e gli aspetti cattivi della madre in due diverse figure, la madre buona e la madre cattiva.
Anche questo ha un suo prezzo però; infatti si evita l'angoscia depressiva ma si cade nell'angoscia persecutoria. La madre cattiva si fissa sempre di più come figura persecutoria interiore, la qual cosa porterà a sentirsi perseguitat* ora da quest* ora da quell* nella realtà esteriore; la diffidenza e il sospetto si radicheranno dentro di noi.
Negli anni seguenti, e anche nell'età adulta, il problema continuamente si ripresenterà, e ancora la persona si troverà difronte alla scelta fra i due tipi di angoscia. E in depressione si cade proprio quando le consuete difese, spesso forme più evolute e sofisticate dell'originaria scissione, non funzionano più. Allora si viene sommers* dalla colpa, si perde ogni aggressività, e tutto il dolore del mondo cade addosso a noi , anzi è dentro di noi, è noi, siamo noi.
Così la depressione si ha proprio in quanto la posizione depressiva non è stata raggiunta in modo abbastanza sicuro a suo tempo, e il lavoro ci tocca farlo ora, magari in vecchiaia.
Ma se, come pare, la posizione depressiva è l'antidoto contro la depressione, bisogna ammettere che la scelta dei termini non aiuta a capire, anzi mi sembra che possa creare confusione.
Donatella Donati






Dove l'invidia vede la matrigna, la gratitudine riconosce la madre.
Ma perlopiù è tutto un miscuglio, oppure peggio, è un'altalena.

Mélanie Klein, (1882 - 1960), ha proseguito il lavoro di Freud, spingendosi nella sua ricerca al di là dei due-tre anni o anche quattro, cioè l'età dell'Edipo su cui Freud ha basato la sua costruzione. Mélanie Klein ha studiato per prima i processi psichici dei primi anni e dei primi mesi di vita e ha ipotizzato che in essi prevalgano i sentimenti di gratitudine e di invidia verso la madre che nutre. Le sue teorie, secondo cui il rapporto tra questi due sentimenti rimane alla base anche della vita psichica adulta, hanno avuto col tempo un larghissimo seguito ma sul momento sono state alquanto osteggiate.


"Le persone che sono riuscite a costituire il loro oggetto buono primario con relativa sicurezza sono in grado di conservare l'amore per l'oggetto pur riconoscendone i difetti; quando questo non avviene, invece, i rapporti di amore e di amicizia sono caratterizzati dalla idealizzazione. Questa però tende a crollare, ed allora l'oggetto amato deve essere sostituito spesso, perché nessun oggetto può soddisfare pienamente l'aspettativa. La persona che è stata in precedenza idealizzata viene spesso sentita come un persecutore ((...))"
Mélanie Klein (1882-1960), Invidia e gratitudine, 1957, ed.it.1969 Martinelli pag.40.


Un atteggiamento troppo ansioso da parte della madre che offre subito il cibo al bambino non appena questi piange non gli giova in alcun modo. Egli percepisce l'angoscia della madre e questa accresce la sua. Ho riscontrato talvolta negli adulti un senso di risentimento per il fatto di non aver avuto la possibilità di piangere a sufficienza e di non aver potuto quindi esprimere la loro angoscia e la loro afflizione (ottenendo così un sollievo)
Melanie Klein, (1882 - 1960), Invidia e gratitudine, 1957, ed. italiana 1969 Martinelli, Firenze, cap. 2, 2, pag. 26.


Va fatta una distinzione tra invidia, gelosia ed avidità.
L'invidia è un sentimento di rabbia perché un'altra persona possiede qualcosa che desideriamo e ne gode - l'impulso invidioso mira a portarla via o a danneggiarla. Inoltre l'invidia implica un rapporto con una sola persona ed è riconducibile al primo rapporto esclusivo con la madre. La gelosia deriva dall'invidia e coinvolge perlomeno altre due persone; infatti si riferisce ad un amore che il soggetto sente come suo e che gli è stato portato via o è in pericolo di essergli portato via da un rivale. Nel significato corrente di gelosia, un uomo o una donna si sentono privati della persona amata da una terza persona.
L'avidità è un desiderio imperioso ed insaziabile che va al di là dei bisogni del soggetto e di ciò che l'oggetto vuole e può dare. Ad un livello inconscio, l'avidità ha soprattutto lo scopo di svuotare completamente, di prosciugare succhiandolo e di divorare il seno: in altre parole il suo scopo è l'introiezione distruttiva; l'invidia invece cerca non solo di derubare in questo modo la madre, ma anche di mettere ciò che è cattivo e soprattutto i cattivi escrementi e le parti cattive del Sé nella madre, e in primo luogo nel seno allo scopo di danneggiarla e di distruggerla. Nel senso più profondo ciò significa distruggere la sua creatività. [...] Una differenza essenziale tra avidità ed invidia (anche se non è possibile fare una netta distinzione dato il loro stretto rapporto) potrebbe di conseguenza essere questa: che per lo più l'avidità è connessa con l'introiezione e l'invidia con la proiezione.
Melanie Klein (1957). Invidia e gratitudine, pp. 17-18. Tr.it. 1969, Martinelli, Firenze.


Mélanie Klein, (1882 - 1960), ha proseguito il lavoro di Freud, spingendosi nella sua ricerca al dilà dei due-tre anni o anche quattro, cioè l'età dell'Edipo su cui Freud ha basato la sua costruzione.
Mélanie Klein ha studiato per prima i processi psichici dei primi anni e dei primi mesi di vita e ha ipotizzato che in essi prevalgano i sentimenti di gratitudine e di invidia verso la madre che nutre.
Le sue teorie, secondo cui il rapporto tra questi due sentimenti rimane alla base anche della vita psichica adulta, hanno avuto col tempo un larghissimo seguito ma sul momento sono state alquanto osteggiate. [...] lo stile di Mélanie Klein non è accattivante, comunque in questo testo c'è una sintesi delle sue idee principali. Mi sembra necessario leggerlo altrimenti diventa davvero arduo capire molt* psicoanalist* dopo di lei, a partire da W. Bion.




Cristina Galante

Ricordo la sua intuizione di "fantasia inconscia" nel bambino che relazionandosi con la realtà circostante, ne determina il carattere. Anzi, visto che tale fantasia mira alla soddisfazione degli impulsi istintuali, la gratificazione che ne deriva può essere considerata una difesa contro la realtà che li circonda Ricordo bene, Donatella? L'avevo letta da giovane neomamma



Forse vuoi dire che fantasticare di avere il seno a disposizione quando il seno non c'è può valere come difesa dalla frustrazione dell'assenza del seno? [...] Non ricordo in che misura Mélanie Klein ponesse l'accento sulla funzione difensiva della fantasia inconscia, ma è vero che nella scuola kleiniana l'interpretazione di tali fantasie primitive nelle persone adulte è frequente ed è in chiave di difese. Questo tipo d'interpretazione viene considerato inefficace da altri studiosi. Ragionare in questi termini è poco congeniale anche a me. Le scoperte di M. Klein, come ogni scoperta, vanno viste nel contesto in cui sono nate, naturalmente; altra cosa è come vengono in seguito applicate.



Cosa vuol dire "costituire l'oggetto buono primario con relativa sicurezza" come scrive Mélanie Klein?
L'oggetto primario è la prima persona con cui nei primi tempi della vita abbiamo a che fare, dunque la madre o comunque chi si prende cura di noi. Da questa figura dipendiamo completamente e all'inizio non ci rendiamo conto che la madre che ci nutre e ha cura di noi con amore è la stessa persona che a volte ci frustra perché non è sempre immediatamente presente a capire e a soddisfare tutti i nostri bisogni: questa mancanza di risposta, questa frustrazione che ci provoca rabbia e dolore diventa per noi un'immagine di madre cattiva. "Costituire l'oggetto primario con relativa sicurezza" vuol dire arrivare gradualmente a riconoscere e ad accettare che la madre che ci soddisfa e che dunque amiamo è la stessa che ci frusta e che odiamo: questo riconoscimento è una conquista perché implica l'accettazione dei limiti e l'abbandono dell'onnipotenza, insomma veniamo a patto con la vita e col fatto che l'altra persona, in questo caso la madre, non è sempre a nostra disposizione, non è identica a noi, non è noi, e questa conquista è chiamata da Mélanie Klein posizione depressiva. Invece la posizione per cui vediamo la madre buona e la madre cattiva come due figure distinte è chiamata posizione schizoparanoide: la parola indica sia la scissione sia il sentirsi perseguitati dall'oggetto cattivo.

Mélanie Klein (1882-1960), psicoanalista inglese.
Il suo libro più conosciuto è Invidia e gratitudine 1957, ed.it.1969 Martinelli.




[...] mi entusiasmò tantissimo aver incontrato un terapeuta che riusciva in qualche modo a far confluire in tre grandi famiglie (in un continuum nevrosi-psicosi) tutti i tipi di disagio e assetti personologici: prodighi, avari e avidi. e anzi, come l'ho detto non è corretto. siamo tutti, tutte e tre le cose, ma diversamente agenti nelle modalità comportamentali, nei diversi contesti, nelle diverse fasi della vita, nelle relazioni e nel rapporto con gli oggetti interni, a seconda di come vengono evocate le tre istanze in intensità. mi piacque perché mi fece proprio pensare a M.K



Sì, in tutti noi sono presenti tutte le istanze. Forse hai studiato che la posizione schizoparanoide e quella depressiva, legate appunto rispettivamente all'invidia e alla gratitudine, non sono soltanto fasi dei primi tempi di vita, ma sono POSIZIONI presenti in noi anche quando siamo adulti, naturalmente con alterne vicende e in diverse gradazioni, da cui dipendono la nostra salute, le nostre angosce e le nostre difese.




cercavo giusto qualcosa sulle cadute (la mia con rottura di polso) apparentemente casuali, ma sappiamo che così non è …il male fisico come male minore? si dice anche "cadere in depressione" ….



Melanie Klein. Sublimazione femminile: recettività e comprensione.
“L’instaurarsi di tutte le inibizioni che attengono all’apprendimento e ad ogni suo ulteriore sviluppo va fatto quindi risalire all’epoca del primo sboccio della sessualità infantile che, con l’inizio della fase edipica, porta al culmine l’importanza della paura dell’evirazione, e cioè all’inizio del periodo fra i tre e i quattro [cfr. qui sotto l’originale, dove compare «in das frühe Alter zwischen dem dritten und fünften (quinto) Jahre »] anni di età. È la conseguente rimozione delle componenti mascoline attive – sia nei bambini che nelle bambine – che costituisce la base principale delle inibizioni nei confronti dell’apprendimento.
Cionondimeno probabilmente si rileverà sempre che l’apporto della componente femminile alla sublimazione è costituito dalla recettività e dalla capacità di comprendere, che sono elementi importanti di ogni attività, anche se l’elemento dell'impulso operativo, che è ciò che caratterizza l’essenza di ogni attività, ha la sua origine nella sublimazione della potenza maschile. L’atteggiamento femminile verso il padre, legato all’ammirazione e al riconoscimento del pene paterno e delle sue capacità operative, diventa, con la sublimazione, la base della capacità di comprensione dell’arte e in generale di ogni altra impresa umana di alto valore. Ho potuto osservare spesso in analisi sia di maschietti che di bambine quale importanza possa avere la rimozione dell’atteggiamento femminile prodotta dal complesso di evirazioneLa rimozione di questo atteggiamento contribuisce in grande misura all’inibizione di qualsiasi attività, poiché ne è sempre una parte integrante. Mi è stato anche possibile osservare, nell’analizzare pazienti di entrambi i sessi, come spesso si verifichi uno sboccio rigoglioso dell’interesse artistico e di altri tipi di interesse allorché una parte del complesso di evirazione diventa conscio e l’atteggiamento femminile si estrinseca di nuovo liberamente.”
MELANIE KLEIN (1882 – 1960), “La scuola nello sviluppo Iibidico del bambino” (1923), in Id., “Scritti 1921 • 1958”, Boringhieri, Torino 1978 (I ed.), trad. di Armando Guglielmi, presentazione di Ernest Jones, 2 (pp. 74 – 93), pp. 90 – 91.


“ In die Zeit der ersten Blüte der kindlichen Sexualität, die mit dem Einsetzen des Ödipuskomplexes den großen Schub an Kastrationsangst auslöst, also in das frühe Alter zwischen dem dritten und fünften Jahre, müssen wir die Grundlagen aller Hemmungen verlegen, die auch das Lernen und die ganze weitere Entwicklung bestimmen. Die dabei erfolgende Verdrängung der aktiven männlichen Komponente ist es, die auch — bei Knaben und Mädchen — die hauptsächlichste Grundlage für die Lern- hemmung abgibt.
Als der Beitrag, den die weibliche Komponente zu den Sublimierungen stellt, wird sich wohl immer wieder das Aufnehmen und Verstehen, also auch ein wichtiger Anteil aller Tätigkeiten erweisen; der treibende, ausführende Teil aber, der eigentlich überhaupt den Charakter der Tätigkeit ausmacht, rührt von der Sublimierung der männlichen Potenz her. Diese feminine Einstellung dem Vater gegenüber, mit der die Bewunderung und Anerkennung des väterlichen Penis und seiner Leistungen verbunden ist, wird in der Sublimierung zur Grundlage des Verständnisses der künstlerischen und jeder Leistung überhaupt. Wie bedeutsam sich die Verdrängung dieser femininen Einstellung vom Kastrationskomplex her erweist, konnte ich in Knaben- und Mädchenanalysen wiederholt feststellen. Ihre Verdrängung als die eines grundlegenden Anteils jeder Tätigkeit muß auch sehr zur Hemmung der Tätigkeit beitragen. In weiblichen und männlichen Analysen zeigte sich auch, als ein Teil des Kastrationskomplexes bewußt wurde und die feminine Einstellung
freier herauskam, wiederholt ein starkes Einsetzen künstlerischer und anderer Interessen.ˮ
MELANIE KLEIN, “Die Rolle der Schule in der libidinösen Entwicklung des Kindesˮ, in <Internationale Zeitschrift für Psychoanalyse>, Internationaler Psychoanalytischer Verlag, Leipzig-Wien-Zürich, Herausgeber und Redaktion: Sandor Ferenczi, IX 1923, Heft 3 (S. 324 – 344), S. 341 – 342.



lunedì 13 gennaio 2014

Neratzoula è il piccolo albero di arancio che s'invoca nella canzone, un antico canto greco. Una metafora per descrivere la condizione della Grecia sotto l'Impero Ottomano (da qui il carattere di nenia e di lamento).




Neratzoula è il piccolo albero di arancio che s'invoca nella canzone, un antico canto greco. Una metafora per descrivere la condizione della Grecia sotto l'Impero Ottomano (da qui il carattere di nenia e di lamento).

Questa che ascoltate è la straordinaria versione musicata da Vangelis e cantata da Irene Papas (dall'album Odes, 1979)

http://youtu.be/Y0XyKjGtnyE
 



 
ogni volta che la riascolto la mia mente sembra staccarsi dalle cattiverie del mondo.. questa voce e questa musica sono veramente un viaggio verso un altra dimensione..



martedì 27 agosto 2013

Elaborazione del lutto: Cosa fare e cosa non dire


Tratto da Luca Mazzucchelli


Vediamo assieme 5 suggerimenti che è importante tenere a mente durante questi momenti, e successivamente alcune cose da NON fare se stiamo vicino a qualcuno che si trova in questa situazione.

Invitiamo anche alla lettura dell'articolo Le diverse reazioni alla perdita di persone importanti


1) Evita di trascurarti e lasciarti andare, ma prenditi cura di te stesso durante tutto il periodo di prostrazione.

2) Costruisciti una rete di sostegno: è fondamentale non sentirsi soli ma essere sostenuti e incoraggiati dalle persone per noi più o meno importanti.

3) Vivi il dolore per mettere la morte nella dimensione corretta, che è il passato.

4) Crea dei tuoi rituali di separazione.

5) Concediti 4 piaceri al giorno.

Una cosa importante che non è scritta nell'articolo è: concedi al pianto maggiore importanza e non ritenerlo un effetto da soffocare, la società attuale è malata da questo punto di vista perché condanna e rifugge il pianto. Quando piange un bambino o un adulto, la prima cosa che ti dicono è "non piangere", sbagliato, la natura ci ha dato il pianto come metrica di espressione che altre cose o parole non possono sostituire, la farsa del ridere a tutti i costi, di fare cose che fanno ridere pur di non piangere, è una violenza inutile e stupida.


Interessante riflessione, Franco.... eredità dell'epoca storica che vedeva il modello nell'uomo guerriero e considerava le lacrime come debolezza....cambiare la metrica d'espressione, dunque..... : piangere si può! 

Magari fosse solo un condizionamento atavico!! Il modello che descrive il pianto come un accessorio negativo, viene applicato anche alle donne, e ho timore che più che un retaggio di epiche gesta (ok, un tono di virilità pulita è ben gradito almeno per me) sia una sorta di anestetizzazione della cultura molle moderna. Questo fatto della negazione del pianto è parente stretto della negazione della morte che è tipica della nostra epoca. Oggigiorno la morte è tenuta nascosta, edulcorata, alleggerita in mille maniere pur di non mescolarla con la nostra illusione di immortalità urbana. In sintesi abbiamo, come socetà, timore di metabolizzare dolore e morte perchè una falsa cultura parallela a quella classica, ci ha indotto a credere in una sorta di vita asettica che non declina. Si, piangere si può e si deve perchè ogni espressione dell'umana natura è uno specchio portatile in cui ritrovarsi, ammesso di avere una scorta di fazzoletti 

http://youtu.be/-IZnCuLv5WE


Tratto da Luca Mazzucchelli  

 
Le reazioni davanti al lutto
L'esperienza della perdita ci rimanda al divario tra la nostra storia e a nostra esperienza, tra la realtà e le aspettative

Quando è opportuno richiedere un aiuto psicologico?
Tutte le persone prima o poi si devono rapportare con l'esperienza della perdita di qualcosa di importante. Non solo la morte di persone a noi care, che è il prototipo di perdita, ma anche di un rapporto d'amore, d'amicizia, di un oggetto con particolare valore. Lo stesso crescere vuol dire un po' anche morire, abbandonare una parte di se stessi per approdare a una nuova, cercando di integrare il meglio possibile gli aspetti vecchi con quelli nuovi.
Sono queste delle perdite doppie: oltre alle persone care ci vediamo costretti a rinunciare a una parte di noi stessi, ci sentiamo più soli, diversi, smarriti.

Il quadro di Munch, come molti altri di questo autore, riesce a catturare e restituirci in maniera efficacie l'ansia che le persone provano di fronte alla scoperta della propria vulnerabilità.

D'altra parte il sentimento della perdita è universale. Sluzky ci ricorda che “le perdite sono le ombre di tutti i possessi, materiali e non”. Così come l'ombra affianca costantemente il nostro corpo, infatti, anche la certezza che prima o poi perderemo qualcosa, qualcuno, un progetto, ci segue inevitabilmente: non è un qualcosa di opzionale nella nostra vita ma sua parte integrante, l'opposto che è in grado di darle un senso e valore.

Il sentimento della perdita rappresenta, in effetti, il tentativo di tornare all'unità, al rapporto, di mantenere una connessione, di riorganizzarsi. E' questa l'ironia insita nella perdita: il vuoto che percepiamo tendiamo a conservarlo, poiché rimane l'unica cosa in grado di tenerci in contatto con la persona perduta. Là dove c'era lei ora non c'è più nulla, c'è un vuoto che si può decidere di tenere vicino a sé in ricordo dei tempi passati, lo si può riempire di nuovi significati costruttivi e positivi oppure renderlo ricettacolo dei propri rimpianti e rimorsi, trasformarlo in un demone persecutorio in grado di prendere il sopravvento sul nostro modo di vivere la vita.

Se la perdita è inevitabile quello che può cambiare da persona a persona è piuttosto la percezione che noi abbiamo di essa. Uno studio del 2004 di Bonanno, Wortman e Nesse dimostra chiaramente quanto siano diverse le forme di adattamento all'evento del lutto, suggerendo la necessità di abbandonare l'idea ingenua ma diffusa che la sua elaborazione proceda e si risolva in maniera lineare, passo dopo passo, per approdare invece a una concezione nella quale siano differenti i percorsi di negoziazione della perdita.

Dopo avere selezionato 267 coppie di coniugi di cui almeno un membro con più di 65 anni, sono state studiate le diverse reazioni alla morte del partner, con risultati interessanti.

L'idea più comune per cui dopo la perdita si prova dolore con un picco dopo 6 mesi che torna nella norma un anno dopo il lutto è uno schema seguito solo dall'11% delle persone. Sono sicuramente soggetti dotati di buone strategie di adattamento. In questo caso l'elaborazione procede in maniera lineare.


Lettura suggerita
Come affrontare la perdita di una persona cara. Un percorso emozionale consapevole e attivo per elaborare il lutto

Il 46% delle persone rispondono al lutto in maniera ancora migliore. Partono da un dolore relativamente basso che resta tale fino a 4 anni dopo. Questo non è dovuto al fatto che neghino le proprie emozioni o che siano insensibili. Mostravano di avere un buon rapporto con il partner ma la sua ricerca dopo la morte resta bassa: hanno eccellenti capacità di affrontare la situazione.

Per entrambe queste categorie non è necessario fornire aiuto psicologico. Anzi sarebbe necessario studiarle per imparare come fanno. Non tutte le persone però sono così.

Per il 16% dei soggetti, infatti, il dolore aumenta fino a 6 mesi senza mai diminuire anche a 4 anni di distanza. Sono persone che hanno un bisogno esagerato di ripetere più volte l'evento della perdita del partner. Spesso sono pieni di rimorsi per quello che hanno o non hanno fatto insieme al loro compagno e un sostegno psicologico può fornire loro un aiuto nell'elaborazione del lutto.

Per l'8% la sofferenza era presente già 3 anni prima del lutto, perché soffrivano di depressione marcata e la perdita ha poi aggravato lo stato delle cose. In questo caso più che elaborare il lutto è consigliata una psicoterapia per curare la depressione.

Il 10% delle persone, invece, sono depresse prima del lutto ma si sentono sempre meglio dopo l'evento della perdita. Questo per il fatto che il rapporto tra i coniugi era già deteriorato ma non si raggiungeva la separazione (si pensi a casi di abuso fisico o psicologico) oppure perché in casi di assistenza a persone cronicamente malate. Per queste persone la morte più che un problema ne rappresenta la sua soluzione. “Ho una vita nuova davanti ora, mi sento rinascere!”. In queste situazioni il supporto psicologico può essere utile per sentirsi autorizzati a sentirsi sollevati, senza provare un pericoloso senso di colpa.


Come ha spiegato Neimeyer nel suo libro “lesson of loss: A guide to coping”, la morte può sovvertire le nostre regole e organizzazioni di vita. Quando una persona rimane orfana del proprio partner capita che mantenga abitudini di coppia,sorprendendosi nella naturalezza con la quale si scopre ad apparecchiare la tavola ancora per 2 persone, mettendosi il profumo del partner, assumendo abitudini che prima erano del compagno. È per questo che è importante riuscire a capire l'esperienza della perdita alla luce dell'esigenza umana di ordine e organizzazione. Tutti i nostri disturbi in fin dei conti sono tentativi di adattamento andati a male, tentativi di tenere vicino persone che vorremmo fossero con noi.

Così capita che quando un evento frantuma la predicibilità della nostra vita non sappiamo più chi siamo. Si pensi all'11 settembre, alle persone che hanno vissuto a pochi metri dalle torri gemelle in prima persona una tragedia che non può non toccare. Si pensi a un soldato diciottenne che viene catapultato in Afganistan e prova l'esperienza della morte di persone care, che si vede a fare cose che non pensava di riuscire a compiere, spara, non si riconosce più. Il tradimento, le violenze, gli incidenti, le storie traumatiche, sono tutte esperienze che frantumano e invalidano il modo che abbiamo di concepire la nostra vita, di rapportarci con il mondo.

L'esperienza della perdita ci rimanda quindi a una verità più grande, a un buco tra la nostra storia e l'esperienza, un divario tra noi e gli altri che cerchiamo di rendere più comprensibile. Ed è quando non ci sono parole per spiegare l'esperienza che il divario diventa maggiore.

Luca Mazzucchelli
Psicologo specializzato in psicoterapia



rolandociofi.blogspot.it/2013/07/elaborazione-del-lutto-cosa-fare-e-cosa.html

giovedì 15 agosto 2013

Evita Peron. IO LI HO VISTI (I POVERI) ANDARE PER LE STRADE, CON IL BAMBINO FRA LE BRACCIA, CERCANDO IL MEDICO, LA FARMACIA, L'OSPEDALE, QUALUNQUE COSA; PERCHÉ NEPPURE I SERVIZI DELL'ASSISTENZA PUBBLICA SI AZZARDAVANO A ADDENTRARSI FAR QUEI LABIRINTI DI TANE CHE SONO I QUARTIERI "PITTORESCHI". E io li ho visti pure tornare a casa con il figlio morto fra le braccia, per lasciarlo lì, su una tavola, e uscire poi a cercare una bara come prima avevano cercato medico e medicine: DISPERATAMENTE. I RICCHI DICONO: "NON HANNO SENSIBILITÀ!NON VEDE CHE NEPPURE PIANGONO QUANDO GLI MUORE UN FIGLIO?" E NON SI DANNO CONTO CHE FORSE PROPRIO LORO, I RICCHI, QUELLI CHE HANNO TUTTO, HANNO TOLTO AI POVERI PERFINO IL DIRITTO DI PIANGERE



"..IO LI HO VISTI (I POVERI) ANDARE PER LE STRADE, CON IL BAMBINO FRA LE BRACCIA, CERCANDO IL MEDICO, LA FARMACIA, L'OSPEDALE, QUALUNQUE COSA; PERCHÉ NEPPURE I SERVIZI DELL'ASSISTENZA PUBBLICA SI AZZARDAVANO A ADDENTRARSI FAR QUEI LABIRINTI DI TANE CHE SONO I QUARTIERI "PITTORESCHI". E io li ho visti pure tornare a casa con il figlio morto fra le braccia, per lasciarlo lì, su una tavola, e uscire poi a cercare una bara come prima avevano cercato medico e medicine: DISPERATAMENTE.
I RICCHI DICONO: "NON HANNO SENSIBILITÀ!NON VEDE CHE NEPPURE PIANGONO QUANDO GLI MUORE UN FIGLIO?" E NON SI DANNO CONTO CHE FORSE PROPRIO LORO, I RICCHI, QUELLI CHE HANNO TUTTO, HANNO TOLTO AI POVERI PERFINO IL DIRITTO DI PIANGERE.
No!...Io non potrò evidentemente descrivere quello che è la vita in uno qualunque di questi quartieri "pittoreschi". Mi rassegno e desisto. Però una cosa mi preme di ripetere qui, prima di proseguire. È UNA MENZOGNA DEI RICCHI QUESTA AFFERMAZIONE CHE I POVERI NON ABBIANO SENSIBILITÀ. Molte volte ho sentito dalla bocca di "gente come si deve", come si autodefiniscono, affermazioni come questa: "NON SI PREOCCUPI TANTO PER I SUOI "DESCAMISADOS". QUESTA "RAZZA DI GENTE" NON HA LA NOSTRA SENSIBILITÀ. Non si rendono conto di quello che succede. E' forse non è nemmeno conveniente che se ne diano conto!" Non trovo nessun argomento ragionevole per confutare questa menzogna ingiusta. Non posso far altro che dir loro: "E' una menzogna. Menzogna che avete inventato voi ricchi per starvene tranquilli. Ma è una menzogna!" SE MI DOMANDASSERO PERCHÉ, IO POTREI RISPONDERE POCO, MOLTO POCO. DIREI QUESTO: "IO HO VISTO PIANGERE GLI UMILI, E NON DI DOLORE, PERCHÉ DI DOLORE PIANGONO PERFINO LE BESTIE. LI HO VISTI PIANGERE DI GRATITUDINE!"
E PER GRATITUDINE, PER GRATITUDINE SÌ CHE I RICCHI NON SANNO PIANGERE!
Eva Duarte Peron, 7 maggio 1919-26 luglio 1952.

Tratto dal cap. La sofferenza degli umili, pagg 148-149 La ragione della mia vita, Fratelli Bocca ed. 1953 

martedì 25 settembre 2012

Ugo Foscolo. m’accorsi come le sue pupille erano rosse di pianto; non mi parlò, ma mi ammazzò con un’occhiata quasi volesse dirmi: Tu mi hai ridotta così

«Ed io sono sempre in perfetta armonia con gl’infelici, perché - davvero - io trovo un non so che di cattivo nell’uomo prospero».
Ugo Foscolo, “Ultime lettere di Jacopo Ortis”


“[…] m’accorsi come le sue pupille erano rosse di pianto; non mi parlò, ma mi ammazzò con un’occhiata quasi volesse dirmi: Tu mi hai ridotta così.”
Ugo Foscolo


Non ci sono errori, ma solo opportunità per conoscere le cose
Ugo Foscolo





All'ombra de' cipressi e dentro l'urne
confortate di pianto è forse il sonno
della morte men duro? Ove piú il Sole
per me alla terra non fecondi questa
bella d'erbe famiglia e d'animali,
e quando vaghe di lusinghe innanzi
a me non danzeran l'ore future,
né da te, dolce amico, udrò piú il verso
e la mesta armonia che lo governa,
né piú nel cor mi parlerà lo spirto
delle vergini Muse e dell'amore,
unico spirto a mia vita raminga,
qual fia ristoro a' dí perduti un sasso
che distingua le mie dalle infinite
ossa che in terra e in mar semina morte?
Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme,
ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve
tutte cose l'obblío nella sua notte;
e una forza operosa le affatica
di moto in moto; e l'uomo e le sue tombe
e l'estreme sembianze e le reliquie
della terra e del ciel traveste il tempo.

Ma perché pria del tempo a sé il mortale
invidierà l'illusïon che spento
pur lo sofferma al limitar di Dite?
Non vive ei forse anche sotterra, quando
gli sarà muta l'armonia del giorno,
se può destarla con soavi cure
nella mente de' suoi? Celeste è questa
corrispondenza d'amorosi sensi,
celeste dote è negli umani; e spesso
per lei si vive con l'amico estinto
e l'estinto con noi, se pia la terra
che lo raccolse infante e lo nutriva,
nel suo grembo materno ultimo asilo
porgendo, sacre le reliquie renda
dall'insultar de' nembi e dal profano
piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
e di fiori odorata arbore amica
le ceneri di molli ombre consoli.

Sol chi non lascia eredità d'affetti
poca gioia ha dell'urna; e se pur mira
dopo l'esequie, errar vede il suo spirto
fra 'l compianto de' templi acherontei,
o ricovrarsi sotto le grandi ale
del perdono d'lddio: ma la sua polve
lascia alle ortiche di deserta gleba
ove né donna innamorata preghi,
né passeggier solingo oda il sospiro
che dal tumulo a noi manda Natura.
Pur nuova legge impone oggi i sepolcri
fuor de' guardi pietosi, e il nome a' morti
contende. E senza tomba giace il tuo
sacerdote, o Talia, che a te cantando
nel suo povero tetto educò un lauro
con lungo amore, e t'appendea corone;
e tu gli ornavi del tuo riso i canti
che il lombardo pungean Sardanapalo,
cui solo è dolce il muggito de' buoi
che dagli antri abdüani e dal Ticino
lo fan d'ozi beato e di vivande.
O bella Musa, ove sei tu? Non sento
spirar l'ambrosia, indizio del tuo nume,
fra queste piante ov'io siedo e sospiro
il mio tetto materno. E tu venivi
e sorridevi a lui sotto quel tiglio
ch'or con dimesse frondi va fremendo
perché non copre, o Dea, l'urna del vecchio
cui già di calma era cortese e d'ombre.
Forse tu fra plebei tumuli guardi
vagolando, ove dorma il sacro capo
del tuo Parini? A lui non ombre pose
tra le sue mura la città, lasciva
d'evirati cantori allettatrice,
non pietra, non parola; e forse l'ossa
col mozzo capo gl'insanguina il ladro
che lasciò sul patibolo i delitti.
Senti raspar fra le macerie e i bronchi
la derelitta cagna ramingando
su le fosse e famelica ululando;
e uscir del teschio, ove fuggia la luna,
l'úpupa, e svolazzar su per le croci
sparse per la funerëa campagna
e l'immonda accusar col luttüoso
singulto i rai di che son pie le stelle
alle obblïate sepolture. Indarno
sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
dalla squallida notte. Ahi! su gli estinti
non sorge fiore, ove non sia d'umane
lodi onorato e d'amoroso pianto.

Dal dí che nozze e tribunali ed are
diero alle umane belve esser pietose
di se stesse e d'altrui, toglieano i vivi
all'etere maligno ed alle fere
i miserandi avanzi che Natura
con veci eterne a sensi altri destina.
Testimonianza a' fasti eran le tombe,
ed are a' figli; e uscían quindi i responsi
de' domestici Lari, e fu temuto
su la polve degli avi il giuramento:
religïon che con diversi riti
le virtú patrie e la pietà congiunta
tradussero per lungo ordine d'anni.
Non sempre i sassi sepolcrali a' templi
fean pavimento; né agl'incensi avvolto
de' cadaveri il lezzo i supplicanti
contaminò; né le città fur meste
d'effigïati scheletri: le madri
balzan ne' sonni esterrefatte, e tendono
nude le braccia su l'amato capo
del lor caro lattante onde nol desti
il gemer lungo di persona morta
chiedente la venal prece agli eredi
dal santuario. Ma cipressi e cedri
di puri effluvi i zefiri impregnando
perenne verde protendean su l'urne
per memoria perenne, e prezïosi
vasi accogliean le lagrime votive.
Rapían gli amici una favilla al Sole
a illuminar la sotterranea notte,
perché gli occhi dell'uom cercan morendo
il Sole; e tutti l'ultimo sospiro
mandano i petti alla fuggente luce.
Le fontane versando acque lustrali
amaranti educavano e vïole
su la funebre zolla; e chi sedea
a libar latte o a raccontar sue pene
ai cari estinti, una fragranza intorno
sentía qual d'aura de' beati Elisi.
Pietosa insania che fa cari gli orti
de' suburbani avelli alle britanne
vergini, dove le conduce amore
della perduta madre, ove clementi
pregaro i Geni del ritorno al prode
che tronca fe' la trïonfata nave
del maggior pino, e si scavò la bara.
Ma ove dorme il furor d'inclite gesta
e sien ministri al vivere civile
l'opulenza e il tremore, inutil pompa
e inaugurate immagini dell'Orco
sorgon cippi e marmorei monumenti.
Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo,
decoro e mente al bello italo regno,
nelle adulate reggie ha sepoltura
già vivo, e i stemmi unica laude. A noi
morte apparecchi riposato albergo,
ove una volta la fortuna cessi
dalle vendette, e l'amistà raccolga
non di tesori eredità, ma caldi
sensi e di liberal carme l'esempio.
Ugo Foscolo. Da "I sepolcri"




Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
del greco mar da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l’inclito verso di colui che l’acque

cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.

http://youtu.be/xwhgU6UsZ3w







...Zacinto mia, che ti specchi nell'onde del Greco Mar, da cui vergine nacque Venere, e fea quell'isole feconde col suo primo sorriso...un capolavoro.




 "nè mai più toccherò le sacre sponde..ove il mio corpo fanciulletto giacque...."




... Zacinto mia, che te specchi nell'onde del quieto mar da cui vergine nacque venere e fea quell'isole feconde..... (e poi non me la ricordo più)



Io ci sono stato 10 anni fa meravigliosa isola un mare cristallino e celeste intenso schiumoso questo punto in particolare indimenticabile





Sì andare..ma consapevoli che le vespe ed anche api in spiaggia sono molte e attaccano l'uomo..attenzione alle persone sensibili al veleno degli insetti puntori..c'è gente che è rimasta chiusa in albergo per una settimana.. sono ovunque le vespe al ristorante sul mare.. e sono aggressive! Chi è andato ha preso tre punture in due giorni e vacanza rovinata questo per più coraggiosi.. Era una mia meta.. ma ho dovuto rinunciare, così nel Peloponneso..bellissimi paesaggi e archeologia magnifica ma..idem..sig.. sig..sig..




Elenco blog personale