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mercoledì 14 giugno 2017

La Via della Seta.

La campagna cinese per respingere i barbari che aprì la Via della Seta.
Più di duemila anni fa la dinastia Han aveva unificato la Cina e cercava di espandersi verso nord e occidente per motivi commerciali e per difendere i confini: i popoli nomadi, infatti, operavano spesso saccheggi per il territorio imperiale. 

L’imperatore Wu Di, che regnò dal 141 A.C. all’87 A.C., era famoso per le sue vaste campagne militari allo scopo di pacificare queste terre pericolose e inesplorate, con l'intenzione di stabilire un contatto con le tribù che ci vivevano.

Gli uomini che partivano in queste spedizioni e campagne non solo dovevano affrontare mille pericoli ma anche molte difficoltà. I loro racconti narrano di viaggi epici attraverso quello che era letteralmente un mondo nuovo per i Cinesi, che avevano conosciuto la propria patria come ‘tutto quello che esiste sotto il Cielo’.

Qui sono presentate le storie di due uomini: 
uno il cui viaggio ha collegato la Cina con i popoli dell’Asia centrale, l’altro la cui fedeltà al compito affidatogli dall’imperatore si è conservata dopo due decenni di prigionia durante la guerra fin quando la pace con il popolo Xiongnu (noto ai cinesi come le popolazioni nomadi) non fu raggiunta.

ZHANG QIAN E LA RICERCA DEI ‘DESTRIERI CELESTI’
Nel 138 a.C. l’imperatore Wu Di inviò un centinaio di cavalieri fuori dalle porte di Chang’an, la capitale imperiale. Comandati da Zhang Qian, la loro missione era di cercare popoli che potevano servire da alleati con la Cina nella lotta contro le tribù Xiongnu, antenati dei Mongoli odierni, che spesso invadevano la Cina a sud della Grande Muraglia.

L’obiettivo principale di Zhang Qian e dei suoi uomini era di mettersi in contatto con il ricco e pacifico popolo Yuezhi, che viveva vicino all’attuale confine tra Cina e Kazakistan. Erano anche alla ricerca di una razza semi-mistica di cavalli, più forte e veloce di quella disponibile nel Regno di Mezzo. Soprannominata la ‘razza celeste’, si pensava che queste preziose bestie avrebbero aiutato i Cinesi a fronteggiare la rinomata cavalleria degli Xiongnu.

Fin dall’inizio, il viaggio, la cui cronaca è stata scritta dallo studioso Sima Qian nelle Memorie di uno storico, è stato tempestato di difficoltà. Attraversando il sistema montuoso del Tien Shan, la missione cinese fu subito intercettata e Zhang Qian fu portato al cospetto del Gran Khan degli Xiongnu. Zhang Qian e i suoi uomini furono tenuti prigionieri per dieci anni prima di riuscire a scappare e continuare il loro viaggio verso la terra degli Yuezhi.

Gli Yuenzhi ricevettero la missione cinese ma dissero chiaramente di non essere interessati in alcuna azione militare contro gli Xiongnu. A missione conclusa, Zhang Qian tornò indietro e si diresse a Chang’an attraverso il deserto. Sulla via del ritorno furono nuovamente catturati dagli Xiongnu e furono imprigionati per un anno prima di ritornare in Cina nel 125 a.C.

Nonostante il fallimento nel reclutare gli Yuezhi come alleati militari e nello scoprire la tanto celebrata ‘razza celeste’ immaginata dai cinesi, la spedizione evidenziò l’importanza del commercio e della diplomazia con i popoli dell’Asia centrale agli occhi della corte imperiale Han, la maggior parte dei membri della quale, come gli Yuezhi, erano pacifici e dimostravano un alto livello di cultura.

Mentre la dinastia Han iniziava a commerciare con queste tribù, i molti scambi commerciali portarono infine alla costruzione di strade che raggiunsero l’Impero romano. Fu in questo periodo che la Via della seta come la conosciamo, un ponte tra Cina e Occidente, venne veramente in essere. Avrebbe svolto questo ruolo per oltre mille anni quando l’epoca delle esplorazioni europee aprì rotte marittime equivalenti.


IL SACRIFICIO VENTENNALE DI SU WU E LA PACE CON GLI XIONGNU
Nel 100 A.C., una generazione successiva al viaggio di Zhang Qian, l’imperatore Wu Di inviò il comandante della sua guardia imperiale, Su Wu, come emissario presso gli Xiongnu. I suoi viaggi sono descritti nel Zizhi Tongjian, un documento storico cinese dell’undicesimo secolo.

Come nella missione di Zhang Qian una generazione precedente, la missione diplomatica di Su Wu consisteva di cento uomini. Portarono doni per il capo degli Xiongnu, che si era appena elevato a tale posizione, e con cui gli Han speravano di negoziare.

Ma quando Su Wu giunse nel nordovest, nelle terre degli Xiongnu, trovò poca disponibilità nel trattare. Il capo degli Xiongnu era sospettoso e sgarbato, facendo arrabbiare Zhang Sheng, vice di Su Wu.

Senza informare Su Wu, Zhang Sheng complottò con due ufficiali locali per assassinare un importante consigliere e usurpare il trono.

Il complotto fallì e il ruolo di Zhang Sheng fu rivelato dopo un interrogatorio. Sotto pressione, Zhang Sheng rivelò ulteriormente la sua complicità e quella del resto della missione imperiale prima di essere giustiziato. Anche se Su Wu non aveva avuto niente a che fare con il complotto, il già sospettoso capo degli Xiongnu si convinse che i cinesi volessero la sua caduta.

L’importante consigliere conosceva l’abilità di Su Wu e sperava di reclutarlo per farlo lavorare agli ordini degli Xiongnu. Lo stesso capo fu impressionato dal carattere formidabile di Su Wu e gli risparmiò la vita nella speranza di farlo passare dalla sua parte.

I due decenni successivi furono una battaglia di ingegni tra Su Wu e i suoi carcerieri, che lo esiliarono in una regione desolata vicino al ‘lago del nord’, il lago Baikal nell’attuale Russia siberiana. Lì, Su Wu affrontò spesso la fame e si ridusse a mangiare radici selvatiche e a cacciare roditori, ma rimase sempre fedele al suo incarico e rifiutò tutte le offerte di diventare uno degli ufficiali degli Xiongnu.

Come se le condizioni fisiche del prigioniero Su Wu non fossero state abbastanza difficili, le notizie che provenivano da casa erano ancora meno confortanti. Per due volte durante il suo esilio in Siberia gli Xiongnu inviarono un ufficiale per informarlo delle disgrazie in suolo cinese. Il grande imperatore Wu Di era morto, suo fratello era stato accusato di alcuni crimini e si era suicidato, sua madre era morta e sua moglie si era risposata.

Nell’81 A.C., dopo ripetuti tentativi, i Cinesi stipularono la pace con gli Xiongnu. Dopo qualche altra difficoltà il capo degli Xiongnu accettò di mandare a casa Su Wu. Ancora aggrappato al suo incarico, e con i capelli bianchi, Su Wu ritornò al palazzo imperiale a Chang’an e fu ricevuto dal nuovo imperatore Han.

Attraverso i secoli, le relazioni tra i popoli nomadi e la cultura cinese si sono alternate tra guerra e pace, amicizia e odio.

La volontà di ferro di Su Wu, che aveva superato quasi venti anni di devastante esilio nelle terre desolate settentrionali, fu celebrata come testimonianza della grande resistenza di tutto il popolo cinese che, nonostante infinite calamità e avversità, è fermamente legato a principi elevati che lo guida attraverso le generazioni.

http://epochtimes.it/n2/news/come-la-campagna-cinese-per-respingere-i-barbari-apri-la-via-della-seta-1960.html


martedì 11 febbraio 2014

Ailanto. Ailanthus altissima, in italiano albero del paradiso o ailanto, è una pianta decidua appartenente alla famiglia delle Simaroubaceae. È nativo della Cina nordoccidentale e centrale e di Taiwan ed è naturalizzato in Italia. Diversamente da altri membri del genere Ailanthus, è diffuso in climi temperati anziché tropicali. L'albero cresce rapidamente ed è capace di raggiungere altezze di 15 m in 25 anni, è però poco longevo.


Da Wikipedia, l'enciclopedia libera:

Ailanthus altissima, in italiano albero del paradiso o ailanto, è una pianta decidua appartenente alla famiglia delle Simaroubaceae. È nativo della Cina nordoccidentale e centrale e di Taiwan ed è naturalizzato in Italia. Diversamente da altri membri del genere Ailanthus, è diffuso in climi temperati anziché tropicali. L'albero cresce rapidamente ed è capace di raggiungere altezze di 15 m in 25 anni, è però poco longevo.

Nella sua terra d'origine, la Cina, è detto, in Mandarino standard, chouchun (cinese: 臭椿, pinyin: 'chòuchūn'); qui l'albero del paradiso ha una lunga e ricca storia. È citato nel più antico dizionario cinese conosciuto e menzionata in innumerevoli testi di medicina cinesi per la sua riconosciuta abilità di curare mali che vanno dalle malattie mentali alla perdita dei capelli. Le radici, le foglie e la corteccia sono usate ancora oggi nella medicina tradizionale cinese, principalmente come astringenti. L'albero è stato estesamente coltivato sia in Cina che in altri paesi per l'allevamento del bombice dell'ailanto, una falena impiegata per la produzione della seta.

L'albero fu importato in Europa per la prima volta nel 1740 e negli Stati Uniti nel 1784. Fu uno dei primi alberi ad essere portato in Occidente in un'epoca in cui le cineserie dominavano le arti europee, e fu inizialmente presentato come una specie ornamentale di velocissima crescita. L'entusiasmo iniziale calò quando i giardinieri dovettero affrontare la sua capacità pollonante, la sua resistenza ad ogni tipo di ambiente e la sua tendenza a diffondersi spontaneamente. Proprio per i vantaggi della sua adattabilità e della grande velocità di crescita, l'ailanto venne largamente impiegato per le alberature stradali durante gran parte del XIX secolo, crescendo bene anche in situazioni difficili. In caso di terreni franosi e sterili da consolidare l'ailanto si è dimostrato prezioso e perciò è stato usato estesamente[1].

L'albero del paradiso è naturalizzato in molte zone d'Europa e degli Stati Uniti ed anche altre zone al di fuori del suo areale originario. In molte di queste è divenuta una specie invasiva grazie alla sua capacità di colonizzare rapidamente aree disturbate e soffocare i competitori con sostanze allelopatiche. In Australia, negli Stati Uniti D'America, in Nuova Zelanda e numerosi Paesi dell'Europa meridionale e dell'Europa orientale, è considerata una specie invasiva e quindi nociva per gli ambienti naturali. La sua eradicazione è difficile, perché l'albero ricaccia vigorosamente se tagliato; la lotta contro l'ailanto è necessaria dove esso entra in competizione con piante autoctone (in genere in aree già degradate dall'uomo), ma, naturalmente, non in altre situazioni, come nel caso di alberature cittadine o dove gli ambienti naturali non sono danneggiati dalla sua presenza.

L'albero del paradiso è un albero di medie dimensioni che raggiunge altezze di 17–27 m ed un diametro, all'altezza del petto, di 1 m.[2] La corteccia è liscia, grigio chiaro, spesso diviene ruvida, con screpolature marrone chiaro con l'avanzare dell'età dell'albero. Gli stecchi sono robusti, lisci poiché ricoperti superficialmente da peluria, e rossicci o castani nella colorazione. La corteccia ha lenticelle come anche cicatrici a forma di cuore delle foglie (cioè un segno lasciato sul ramo quando una foglia cade) con molti fasci di cicatrici (ovvero piccoli segni dove le venature delle foglie prima erano unite all'albero) intorno ai bordi. Le gemme hanno una fine pubescenza, forma a cupola e sono parzialmente nascoste dal picciolo, sebbene siano completamente visibili nella stagione latente nelle cavità delle cicatrici delle foglie. I rami hanno un colore che va dal grigio chiaro allo scuro, sono lisci, lucenti e hanno lenticelle in rilievo che diventano fessure con la crescita dell'albero. Le estremità dei rami diventano pendenti. Tutte le parti della pianta hanno un forte odore caratteristico che spesso è associato agli arachidi o agli anacardi.[3]

Le foglie hanno una composizione a pennate larghe, spaiate od ordinate e sono disposte alternatamente sullo stelo. Esse variano per dimensione dai 30 ai 90 cm in lunghezza e contengono 10-41 foglioline organizzate in coppie, con le foglie più larghe poste sui giovani germogli vigorosi. Il rachide è di colore verde-rossiccio chiaro con la base rigonfia. Le foglioline sono ovate-lanceolate con margini lisci, abbastanza asimmetriche e talvolta non direttamente opposte l'una all'altra. Ogni fogliolina è lunga dai 5 ai 18 cm e larga dai 2.5 ai 5 cm. Hanno l'estremità affusolata mentre le basi hanno da due a quattro denti, ognuno contenente una o più ghiandole sulla punta.[4] I lati superiori delle foglioline sono di colore verde scuro con venature verde chiaro, mentre i lati inferiori sono verde biancastro. I piccioli sono lunghi dai 5 ai 12 mm. Le basi lobate e le ghiandole la distinguono dalla specie simile del sommacco.

I fiori sono piccoli e si presentano in grandi infiorescenze che raggiungono la lunghezza massima di 50 cm fino all'ultimo nuovo germoglio. I fiori solitari variano in colore dal verde giallognolo al rossiccio, ognuno con cinque petali e sepali. I sepali sono a forma di tazza, lobati e uniti mentre i petali sono valvari (si toccano ai bordi senza sovrapporsi), bianchi e pelosi verso l'interno.[4]

http://it.wikipedia.org/wiki/Ailanthus_altissima


Götterbaum (Ailanthus altissima).jpg

martedì 17 settembre 2013

Elif Shafak. Estremamente delicata e sorprendentemente forte, la seta è come l'amore. I bachi, emergendo dal bozzolo, distruggono la seta da loro stessi prodotta. Per questo gli allevatori devono scegliere tra seta e baco. Nella maggior parte dei casi uccidono il baco mentre è ancora nel bozzolo, per poterne estrarre la seta intatta. Occorre il sacrificio di centinaia di bachi per produrre una sola sciarpa



Estremamente delicata e sorprendentemente forte, la seta è come l'amore.
I bachi, emergendo dal bozzolo, distruggono la seta da loro stessi prodotta.
Per questo gli allevatori devono scegliere tra seta e baco.
Nella maggior parte dei casi uccidono il baco mentre è ancora nel bozzolo, per poterne estrarre la seta intatta.
Occorre il sacrificio di centinaia di bachi per produrre una sola sciarpa.


Regina Esmeralda:
Film pietoso. Leggettevi prima il libro ed immaginate gente...poi guardate il film e rimarrete estremamente delusi.
 Elif Shafak, da "Le Quaranta Porte"

domenica 18 novembre 2012

L'anima me la immagino come sottile e delicato velo di seta, un velo trasparente, fragile dunque, che qualunque cosa potrebbe stracciarlo, anche uno sguardo



L'anima me la immagino come sottile e delicato velo di seta, un velo trasparente, fragile dunque, che qualunque cosa potrebbe stracciarlo, anche uno sguardo.
Pierluigi Boccanfuso. Serendipità d'Irlanda

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