venerdì 11 novembre 2016

Virginia Woolf, La signora Dalloway. Si sentiva molto giovane; e al tempo stesso indicibilmente vecchia. Affondava come una lama nelle cose; e al tempo stesso ne rimaneva fuori, osservava. Aveva l’impressione costante di essere lontana, lontanissima, in mare aperto, e sola. Sempre aveva l’impressione che vivere, anche solo un giorno, fosse molto, molto pericoloso. Non che si sentisse particolarmente intelligente, o straordinaria. […] L’unico talento che aveva era di riconoscere la gente come d’istinto

«Si sentiva molto giovane; e al tempo stesso indicibilmente vecchia. 
Affondava come una lama nelle cose; e al tempo stesso ne rimaneva fuori, osservava
Aveva l’impressione costante di essere lontana, lontanissima, in mare aperto, e sola. Sempre aveva l’impressione che vivere, anche solo un giorno, fosse molto, molto pericoloso. Non che si sentisse particolarmente intelligente, o straordinaria. […] 
L’unico talento che aveva era di riconoscere la gente come d’istinto».
Virginia Woolf, “La signora Dalloway”  (traduzione di Nadia Fusini)


Viveva come un corallo incastonato nei fondali di un vasto oceano che vorrebbe seguire la direzione che segnala la sua radice ma che è costretto a deviare per farsi strada attraverso giganteschi scogli che gli ostruiscono il passaggio".
Virginia Woolf, "La signora Dalloway"


".. Perché questa è la verità dell'anima, pensò, del nostro io, che alla maniera di un pesce abita in mari profondi, e naviga all'oscuro, facendosi strada tra mucchi di alghe gigantesche, attraversando intervalli di sole intermittente, per andare sempre più giù nel buio, nel freddo, nel profondo, nell'imperscrutabile; poi d'improvviso si lancia in superficie e gioca con le onde increspate dal vento; ha, cioè, un inequivocabile bisogno di darsi una spazzolata, una rassettata, di ravvivarsi, di chiacchierare.."
Virginia Woolf, “La signora Dalloway”

Non c’era nessuno. Le parole svanirono. Allo stesso modo nell’aria svanisce un razzo, e le scintille, attraversata la notte, si arrendono, e il buio cala, e si posa sulle case e sulle torri, e i fianchi desolati delle colline si ammorbidiscono e scompaiono. Ma anche se sono scomparse, la notte è piena di loro; perso il colore, senza più finestre, le case esistono più massicciamente, emanano ciò che il pieno giorno non riesce a trasmettere - l'affanno e la sospensione di ciò che è ammassato nel buio; raggomitolato nel buio, privo del sollievo che porta l'alba, quando inonda di bianco e di grigio le pareti, e illumina ogni finestra, solleva la nebbia dai campi, mostra le mucche rossicce che vi pascolano in pace, e tutto riporta all'occhio, e tutto esiste di nuovo. Sono sola; sono sola! gridò, accanto alla fontana di Regent’ Park (fissando l'indiano e la sua croce), come a mezzanotte, forse, quando si sciolgono tutti i legami, e il paese ritorna alla sua forma antica, com'era quando i Romani vi sbarcarono, coperto di nuvole, quando ancora le colline non avevano nome e i fiumi serpeggiavano, non si sapeva verso dove - tanto era il buio…
Virginia Woolf, La signora Dalloway


«Che importava se doveva ineluttabilmente cessare di esistere, e tutto sarebbe continuato senza di lei; le dispiaceva, forse? O non la consolava piuttosto credere che con la morte finisce tutto, completamente, ma in qualche modo, per le strade di Londra, nel flusso e riflusso di tutte le cose, qui, là, lei sarebbe sopravvissuta, e Peter anche; lei in quanto parte, ne era certa, degli alberi di casa sua, o anche di quella casa laggiù, brutta e cadente com’era, parte della gente che non aveva mai incontrato, sospesa come una nebbia tra le gente che conosceva bene, che la reggeva come aveva visto fare agli alberi con la nebbia».
Virginia Woolf, “La signora Dalloway” (traduzione di Nadia Fusini)

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