Ma il nuovo barbaro non è un rozzo
Abitante del deserto; non emerge
Da foreste d’abeti: è un prodotto di fabbrica;
Università, compagnie, società,
Furono madri alla sua mente, e molti giornali
Ne hanno rafforzato le opinioni. E’ nato qui.
La bravate dei revolvers ora in voga
E il culto della morte sono a casa loro
In città.
Wystan H. Auden
AVVERTENZE - IMPORTANTE: "Questo blog NON rappresenta una testata giornalistica poiché viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62/2001. Le immagini pubblicate, così come i testi, sono da intendersi come materiale di propaganda; qualora il loro utilizzo violasse diritti d’autore, lo si comunichi all’autore del blog, che provvederà alla loro pronta rimozione".
Visualizzazione post con etichetta Università. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Università. Mostra tutti i post
domenica 6 novembre 2016
Wystan Auden. Ma il nuovo barbaro non è un rozzo Abitante del deserto; non emerge Da foreste d’abeti: è un prodotto di fabbrica; Università, compagnie, società, Furono madri alla sua mente, e molti giornali Ne hanno rafforzato le opinioni. E’ nato qui. La bravate dei revolvers ora in voga E il culto della morte sono a casa loro In città.
venerdì 16 ottobre 2015
Processo all’università: sempre più inefficace e iniqua I giovani non si fidano più e fuggono dalle università italiane: crollo delle immatricolazioni e degli iscritti ai test d'ingresso. Investimenti inferiori ai partner europei. Forbice fra Nord-Sud e fra ricchi e poveri che si apre inesorabile. Questi i numeri degli atenei nella penisola
Un anno accademico di svolta, il 2015-2016, per l’università italiana. Lo afferma Repubblica che, per confrontare i dati ufficiali del ministero dell’Istruzione, ancora in ritardo, “ha chiesto a 77 singoli atenei (statali o riconosciuti) i numeri aggiornati sulle immatricolazioni in corso”. Il risultato, ancora provvisorio, offre una buona notizia: “dopo dieci stagioni di immatricolazioni in discesa (-20%), i dati nelle segreterie dei singoli atenei indicano un cambio di direzione: il ritorno alla crescita degli iscritti al primo anno”.
Come spiega Repubblica, “70 università hanno risposto garantendo la comparazione con la stagione precedente”: il risultato è che “45 atenei risultano con le matricole in crescita, 23 sono in calo e 2 hanno gli stessi ‘nuovi studenti’ del 2014-2015”. Il totale degli iscritti al primo anno dei settanta atenei “cresce di 9.728 studenti, il 3,2 per cento”.Bene la situazione a Milano, cresce di poco Bologna, crescono tanto Parma e Modena-Reggio. Bene Ca’ Foscari di Venezia, Torino e Padova, ma “il ritorno più atteso, e che fa pensare che questi dati in divenire abbiano una sostanza, è la crescita delle università del Sud”.
http://www.illibraio.it/buona-notizia-iscrizioni-universita-316123/
Università, l’Italia taglia, la Germania investe.
È stato il più grande disinvestimento nella storia della formazione superiore.
Negli ultimi sette anni l’università italiana si è ridotta del 20%.
Spariti studenti, docenti, corsi di studio e finanziamento pubblico tagliato di 1,1 miliardi da Berlusconi-Gelmini-Tremonti e mai più rifinanziati. Negli primi sette anni della crisi, l’Italia investe meno di 7 miliardi nella sua università, mentre la Germania 26. L’Italia ha tagliato gli investimenti del 22%, la Germania li ha aumentati del 23%.
Chi ha provocato la crisi dell’università? I governi.
Berlinguer all’università
Sono i dati del rapporto 2015 «Nuovi Divari» della Fondazione Res, presentata ieri a Palermo da Gianfranco Viesti , economista all’università di Bari. Nell’indagine sullo stato dell’università del Nord e del Sud emerge un’altra realtà strutturale: la «riforma», tutta valutazione e tagli, che ha investito gli atenei dal 2010 a oggi, ha drenato le risorse dal Sud al Nord, provocando questi risultati:
- gli studenti immatricolati si sono ridotti di oltre 66mila (-20%);
- i docenti sono scesi a meno di 52mila (-17%);
- il personale tecnico amministrativo a 59mila (-18%).
- La metà del calo delle immatricolazioni è al sud. Il 30% degli immatricolati meridionali si iscrivono al Centro Nord. In Sicilia ormai quasi un terzo emigra, a fronte di meno di un sesto nel 2003-04.
Da cosa fuggono questi ragazzi?
Ad esempio dalla mancanza di un diritto allo studio a Sud.
Nel 2013–14 circa il 40% degli studenti, pur essendo idoneo, non è riuscito a beneficiare di una borsa di studio per mancanza di risorse. Nelle università sarde e siciliane la percentuale arriva al 60%. Questi numeri dimostrano che i tagli, il disinvestimento, il dispositivo di governo della meritocrazia e della valutazione hanno accentuato i problemi del sistema. Il rapporto ricorda il fallimento della legge Berlinguer-Zecchino, quella del «3+2»: l’Italia è lontana dall’obiettivo del 40% di laureati entro il 2020. Siamo all’ultimo posto nell’Europa a 28 con il 23,9%.
Meritocrazia: istruzioni per l’uso
La critica viene portata fino al cuore del sistema «meritocratico»:
il cambio apportato ai meccanismi di finanziamento degli atenei ha aumentato fino al 20% la quota premiale legata a risultati conseguiti nella didattica e nella ricerca, ma ha anche penalizzato le università del Mezzogiorno punendo le loro inefficienze e negandogli un reale miglioramento.
Valutare e punire.
Questo è il reale significato del dispositivo adottato nell’università.
È stato così creato un sistema formativo sempre più differenziato fra sedi più e meno dotate di fondi, docenti, studenti concentrate in alcune aree del Nord.
In sette anni di contro-riforma si affermata una costante: tra destra e sinistra non c’è differenza . Entrambe hanno seguito la stessa strategia. Se la prima ha tagliato, la seconda ne ha condiviso l’impostazione culturale. Nella sua introduzione al rapporto Viesti misura questa continutà con il criterio della disuguaglianza territoriale. “Le politiche universitarie degli ultimi sette anni, condotte con sorprendente continuità da governi di colore molto diverso – sostiene – stanno aggravando significativamente questi divari. La riduzione del Fondo di Finanziamento Ordinario, e la sua ripartizione con nuovi criteri, sempre variabili e tutti discutibili, ha colpito particolarmente le università del Centro-Sud, e in misura ancor più accentuata quelle delle Isole”.
***Intervista: Gianfranco Viesti: “L’austerità fa più male al Sud”
E gli studenti?
Queste disparità, sommate ai tagli, hanno prodotto conseguenze sui docenti e sugli studenti.
“Le carriere degli studenti o la partecipazione all’Erasmus, dipendono molto dai contesti — continua Viesti –Il limitato turnover dei docenti, poi, è stato assai differente fra sedi, anche in base ad indicatori territorialmente connotati come il gettito della contribuzione studentesca; lo stesso reclutamento dei nuovi professori abilitati è stato molto maggiore al Nord rispetto alle altre circoscrizioni del paese. Tutto ciò non aiuta a superare inefficienze: rende l’università del Sud molto più piccola, ma non per questo migliore”.
Lo scenario del disinvestimento e della programmatica crescita delle divaricazioni territoriali viene ulteriormente aggravato da una politica disastrosa del personale docente. La ricerca e, soprattutto, gli insegnamenti dei corsi di laurea sono stati ridisegnati “in base al pensionamento di parte dei professori, sostituiti solo in misura limitata; un corpo docente anziano; un modesto trasferimento tecnologico”.
In altre parole, la permanenza fino ai 70 anni (e oltre) dei “baroni”, l’uso distorto delle abilitazioni scientifiche “a scadenza” (un’altra invenzione della Gelmini, caso unico al mondo) come anticamera allo scorrimento di carriera dei ricercatori già assunti, il blocco delle assunzioni, il precariato diffuso hanno creato una miscela auto-implosiva che si riflette sulla contenuta qualità nell’elaborazione e nella trasmissione dei saperi e delle tecnologie.
Vita breve del diritto allo studio.
L’uso politico della «meritocrazia» ha accentuato la tradizionale biforcazione con il Sud.
«I cambiamenti, pur molto profondi, sembrano avvenire senza un chiaro disegno degli obiettivi da raggiungere: l’università italiana deve assomigliare più a quella tedesca o a quella inglese?» domanda Viesti. Per il momento assomiglia a se stessa: molto piccola, molto più sperequata territorialmente, di qualità programmaticamente inferiore all’intera Europa, con saperi mordi e fuggi, di breve durata e nessuna consistenza critica.
Jacopo Dionisio (Udu) definisce «scellerata» la stagione delle «riforme» che hanno portato a questo punto l’università. Uno stanziamento immediato sul diritto allo studio nella legge di stabilità è stato chiesto dal segretario confederale Cgil Gianna Fracassi. Alberto Campailla (Link) descrive la situazione del diritto allo studio: “i servizi del diritto allo studio si rivolgono solo al 10 % del totale degli universitari e, tra gli idonei a ricevere la borsa di studio, uno su quattro non la ottiene per mancanza di fondi. Anche i servizi mensa e alloggio sono a dir poco carenti: solo il 2% degli studenti è assegnatario di un posto alloggio nelle residenze universitarie mentre è disponibile un posto in mensa ogni 35 studenti iscritti ”.
Il 18 dicembre è stato annunciato un presidio a Montecitorio al quale parteciperanno gli studenti di Link, i dottorandi dell’Adi, il coordinamento dei ricercatori precari, la Rete 29 aprile e Flc-Cgil. Si chiede un «politica reale di investimenti a cominciare dagli atenei del Sud».
il manifesto - Autore: Roberto Ciccarelli
http://www.controlacrisi.org/notizia/Conoscenza/2015/12/11/46353-universita-litalia-taglia-la-germania-investe/
Processo all’università: sempre più inefficace e iniqua
I giovani non si fidano più e fuggono dalle università italiane: crollo delle immatricolazioni e degli iscritti ai test d'ingresso. Investimenti inferiori ai partner europei. Forbice fra Nord-Sud e fra ricchi e poveri che si apre inesorabile. Questi i numeri degli atenei nella penisola
Matteo Luca Andriola
(TIZIANA FABI/AFP/Getty Images)
Gli anni della contestazione giovanile hanno avuto come lascito positivo lo sviluppo dell’università di massa. Parlando del caso meneghino, l’Università degli Studi di Milanopassò dai 7.461 iscritti del 1959 ai quasi 20.000 del 1969-70. Da quel momento, anche sullo sfondo della contestazione studentesca e delle ulteriori suggestioni che questa alimentava, la tendenza si fece via via più intensa e accelerata, fino alla punta dei 63.642 iscritti nel 1978-79, un processo che coinvolgeva tutto l’universo universitario italiano.
Negli ultimi dieci anni però si assiste ad una netta controtendenza. «In un mercato del lavoro condizionato dalle reti di relazioni e dalla prevalenza di canali informali di reclutamento, l’indagine testimonia che nel corso della recessione la mobilità sociale non è certo migliorata:la crisi occupazionale ha colpito maggiormente chi proviene da contesti meno favoriti, ingessando ancor di più la struttura sociale del Paese», è stato il commento del professor Francesco Ferrante. Parlava al convegno che a maggio si è svolto sul XVII Rapporto AlmaLaurea, “Profilo e la Condizione occupazionale dei laureati” all’Università Bicocca di Milano. «Tra il 2006 e il 2014 il tasso di occupazione dei giovani provenienti da famiglie meno favorite si è ridotto di 10 punti percentuali, a fronte di una riduzione di tre punti per i giovani provenienti dalle famiglie più favorite».
Le retribuzioni dei laureati provenienti da famiglie con laureati sono scese del 13%, quelle di chi ha famiglie con licenza elementare del 20%
Una dinamica simile si è registrata anche per le retribuzioni reali, diminuite tra il 2006 e il 2014 del 13% per i laureati provenienti da famiglie dove almeno uno dei genitori è in possesso di laurea; la discesa per chi proviene dalle famiglie in possesso di licenza elementare è stata invece del 20 per cento. Di conseguenza l’appetibilità degli studi universitari, soprattutto per i giovani provenienti da questi contesti, ne ha risentito e rischia di affievolire ulteriormente il ruolo dell’istruzione avanzata come ascensore sociale. Quella che viene sempre definita“morte dell’università” è sempre di più un dato strutturale: le iscrizioni all’università sono in decrescita, di anno in anno. Nel 2013 fece scalpore il dato dei 58.000 immatricolati in menorispetto al decennio precedente. Ma non bisogna fermarsi al solo crollo delle immatricolazioni. Infatti, fra il 2015 e il 2014 si sono registrate quasi 70.000 iscrizioni in meno (45.000 solo al Sud); e nel 2014 si registrava un calo rispetto al 2013 di oltre 32.000 iscritti (dato fornito dall'Anagrafe nazionale degli studenti universitari elaborata dal Miur).
Le immatricolazioni per l’anno accademico 2014/15 sono precipitate del 20% rispetto a quelle dell’anno 2004/5. Un calo che è più forte al Sud
Significa non solo che nelle università ci sono molti fuoricorso (per motivi disparati: non è per forza sinonimo di “mantenuto”, dato che molti lavorano), ma che numerosi studenti abbandonano gli studi, non ritenendo indispensabile concludere quel percorso per accedere al lavoro. Calano anche le iscrizioni ai test d’ingresso per le facoltà a numero chiuso (medicina, architettura, veterinaria): meno di 80.000 nel 2015 contro i 90.000 del 2014 e i 115.000 del 2013. Il numero di quest’anno, però, è comunque alto se si pensa che corrisponde a circa il 30% degli immatricolati nello scorso anno accademico.
Chi è il responsabile di questa situazione? L'Udu (l’Unione degli universitari) attribuisce la responsabilità alla riforma Gelmini, uno spartiacque del rapporto tra diplomati e università: secondo Gianluca Scuccimarra, coordinatore dell’Udu, «Le prime rilevazioni su immatricolazioni e iscrizioni per l’anno accademico 2014-15 sono in linea con le nostre paure e previsioni. Assistiamo a una consistente migrazione di studenti dovuta allo squilibrio nelle politiche e nei finanziamenti per il diritto allo studio tra Sud e Centro-Nord. E il pesante incremento di numeri programmati ha colpito particolarmente gli atenei meridionali». Quel dicembre 2010 – quando fu approvata la riforma universitaria n. 240 – ha poi coinciso con l’inizio della fase più aspra della peggiore crisi economica italiana dal dopoguerra. Le motivazioni, oltre che politiche, sono anche di tipo economico-sociale. Salvo Intravaia scriveva a maggio su La Repubblica che «la fuga dalle aule universitarie ha in pratica colpito esclusivamente i ragazzi degli istituti tecnici e professionali, prevalentemente figli di famiglie di classi sociali ed economiche più esposte alla crisi», questo per i tagli al Ffo (con la conseguente impennata delle tasse) e ai fondi nazionali e regionali per il diritto allo studio con la legge di Stabilità.
La Crui, la Conferenza dei rettori contraltare degli studenti, rileva nel 2015 la diminuzione di 87,4 milioni di euro per il Fondo di finanziamento ordinario, con tagli, dal 2009, di oltre 800 milioni. Oggi l'Ffo girato dallo Stato alle università italiane rappresenta lo 0,42% del Pil contro lo 0,99% in Francia e lo 0,92% in Germania.
Gli immatricolati che hanno conseguito il diploma in un istituto tecnico o professionale crollano del 45% rispetto a dieci anni fa. Inoltre, per la prima volta, il dato significativo è il calo del laureati, 258.052 nel 2014, 37.616 in meno, cioè il 12,72%, il peggior dato dal 2003-04
Il mutamento del ruolo dell’università e delle prospettive di lavoro offerte da una laurea, è un’altra causa di crisi. La discrepanza fra laureati e i posti di lavoro qualificato disponibili, rende l’università un enorme bacino di raccolta dei giovani della classe media, che aspirano ad una scalata sociale e possono permettersi di sostenere i costi degli studi universitari.
La crisi economica inoltre – e la cura basata su politiche di austerity – ha creato una forbicegeografico-sociale fra Nord e Sud, favorendo l’emigrazione interna dei giovani diplomati meridionali che si immatricolano nelle università settentrionali. Quando il mercato del lavoro diventa più selettivo diminuisce il valore del titolo e aumenta quello delle effettive competenze; gli studenti più motivati (e con i mezzi economici per farlo) cercano di distinguersi, conseguendo titoli più spendibili sul mercato in zone dove le università sono più “competitive”. E nelle facoltà meridionali il calo delle immatricolazioni è stato più accentuato tra i più poveri: in base ai dati dell’Indagine sui consumi delle famiglie promosso dall’Istat, i giovani meridionali provenienti dal quinto di famiglie con livelli di spesa più alti hanno una probabilità di essere iscritti all’università 2,3 volte superiore a quella dei giovani provenienti dal quinto di famiglie con livelli di spesa più bassi; il rapporto tra le due probabilità era più basso prima della crisi. Uno dei fattori di abbandono dell’università infatti – specie al Sud – sono le rette salate, aumentate in maniera esponenziale, e non sempre le famiglie possono permettersi di mantenere uno o più figli per 5 o più anni.
In base ai dati forniti del ministero dell’Istruzione, università e ricerca, dal 2007 al 2013, il costo delle rette è passato da 702 a 769 €, una costante in tutti gli atenei del paese anche se le rette restano inferiori al Sud, dove il tenore di vita è più basso
Inoltre, rispetto agli anni precedenti la crisi e anche per effetto dell’aumento dei costi dell’università, la spesa per istruzione, fra tasse universitarie, libri e costi di mantenimento, è salita dal 7,5 al 9,4% del totale delle famiglie con figli studenti. Il Corriereuniv.it, un bollettino online che da voce agli studenti, riportava il 15 giugno 2015 che le tasse universitarie eranoaumentate del 5% nell’ultimo anno. Inoltre “Il dato peggiora ulteriormente se osservato sugli ultimi 10 anni […] dal 2005 ad oggi le università italiane hanno deliberato un aumento esponenziale delle tasse universitarie, di oltre il 50%. In 10 anni siamo passati da una tassazione media di 736,91 euro ad una di 1.112,35 euro, dato da solo utile a smontare una volta per tutte gli assunti di chi sostiene che l’università italiana si quasi gratuita”. «Nel 2012 Monti ha sostanzialmente liberalizzato le tasse studentesche, indebolendo l’unico vincolo normativo che impediva agli atenei di aumentarle liberamente», spiega Scuccimarra alla testata universitaria, proponendo in alternativa una seria riforma del sistema «che riduca il peso delle tasse, soprattutto per i redditi più bassi, e introduca un criterio forte di progressività, omogeneo in tutti gli atenei».
In 10 anni siamo passati da una tassazione media di 736,91 euro ad una di 1.112,35 euro
Ma la forbice non è solo fra Nord e Sud Italia, fra il paese e gli altri d’Europa. Tutti gli indicatori Ocse mostrano che le che le risorse reali destinate all’università nel nostro Paese sono di gran lunga inferiori rispetto a quelle investite in Spagna, Francia, Germania e Svezia. Insomma, siamo il paese che meno investe nell’istruzione e dove gli esecutivi affrontano la crisi con misure improntate al contenimento della spesa pubblica, che include l’istruzione. Facendo pari a 100 la spesa per ogni laureato italiano, La Repubblica riportava che “la Francia e la Spagna spendono 171; la Germania 201; la Svezia 230. Un laureato italiano costa, in termini di risorse pubbliche e private assorbite e a parità di potere di acquisto, la metà di un laureato tedesco e circa il 30% in meno della media dei paesi Ocse”. La decrescita delle iscrizioni all’università è direttamente proporzionale alla decrescita degli investimenti, da non imputare a delle ricette di Bruxelles, ma a errate scelte governative italiane, che non influenzeranno senz’altro in maniera positiva l’uscita dalla crisi. Il finanziamento reale del diritto allo studio da portare ai livelli europei, assieme ad una riforma delle tasse universitarie per ridurle e introdurre criteri uniformi di progressività ed equità a livello nazionale (continuando ad adattarle al reddito), quindi eliminando i numeri programmati per favorire l'iscrizione, potrebbe senz’altro render più competitiva e inclusiva l’università italiana.
http://www.linkiesta.it/it/article/2015/10/14/processo-alluniversita-sempre-piu-inefficace-e-iniqua/27783/
giovedì 15 agosto 2013
Il condottiero non cerca il lavoro, lo crea. I giovani d’oggi vengono istruiti a essere schiavi, dipendenti, mendicanti… non leader. Dopo l’università – fucina di DIPENDENTI psicologici – trascorreranno la loro vita a mendicare lavoro da qualcuno
Il condottiero non cerca il lavoro, lo crea. I giovani d’oggi vengono istruiti a essere schiavi, dipendenti, mendicanti… non leader. Dopo l’università – fucina di DIPENDENTI psicologici – trascorreranno la loro vita a mendicare lavoro da qualcuno. Verrà loro insegnato a scrivere correttamente un curriculum, come una puttana che si trucca per piacere al suo cliente. Non insegnate ai vostri figli come scrivere un curriculum – non calpestate fino a tal punto la loro dignità – piuttosto insegnate loro a inseguire un SOGNO. Saper scrivere il proprio curriculum significa specializzarsi nell’arte della prostituzione.
Salvatore Brizzi

Etichette:
Autonomia,
Autostima,
Curriculum,
Dipendenza,
Famiglia,
Indipendenza,
Obiettivo,
paura,
Pessimismo,
Pessimista,
Scopo,
Sognare,
Sogno,
Università
mercoledì 24 luglio 2013
Università. Giovane e laureato? Solo in Italia non guadagni di più. In termini di reddito aggiuntivo per i giovani laureati, L’ITALIA È LA PEGGIORE FRA I PAESI OCSE. Ancora cattive notizie per i giovani laureati italiani. IL NOSTRO PAESE È IL FANALINO DI CODA FRA I PAESI PER QUANTO RIGUARDA IL REDDITO AGGIUNTIVO PERCEPITO DA UN GIOVANE LAUREATO (grafico 2) NON SORPRENDE QUINDI CHE L’ITALIA RISULTI FRA GLI ULTIMI PAESI EUROPEI PER PERCENTUALE DI GIOVANI (30-34 ANNI) LAUREATI, APPENA IL 21,7% DEL TOTALE, MEGLIO SOLO DELLA REPUBBLICA CECA
Giovane e laureato? Solo in
Italia non guadagni di più. In termini di reddito aggiuntivo per i giovani
laureati, L’ITALIA È LA
PEGGIORE FRA I PAESI OCSE.
Ancora cattive notizie per i
giovani laureati italiani. IL NOSTRO PAESE È IL FANALINO DI CODA FRA I PAESI
PER QUANTO RIGUARDA IL REDDITO AGGIUNTIVO PERCEPITO DA UN GIOVANE LAUREATO (grafico
2) NON
SORPRENDE QUINDI CHE L’ITALIA RISULTI FRA GLI ULTIMI PAESI EUROPEI PER
PERCENTUALE DI GIOVANI (30-34 ANNI) LAUREATI, APPENA IL 21,7% DEL TOTALE,
MEGLIO SOLO DELLA REPUBBLICA CECA. Non solo, rispetto al 2005, questo
numero è aumentato di soli 4,5 punti percentuali.
Grafico 1- Percentuale di giovani
(30-34 anni) laureati

Dati: 2012
Se guardiamo al grafico 2, IL POSSESSO DELLA
LAUREA DIMOSTRA DI ESSERE “GARANZIA” DI MAGGIORE REDDITO IN TUTTI I PAESI OCSE.
Tuttavia se per alcuni questo beneficio è più marcato per i lavoratori più
giovani (ad esempio è il caso della Svizzera), in altri paesi sono i lavoratori
più anziani che percepiscono maggior reddito aggiuntivo grazie alla laurea
(l’Italia rientra in questa categoria).
Tuttavia, quello che più stupisce
del caso italiano è la MARCATA
DIFFERENZA FRA IL REDDITO INCREMENTALE PERCEPITO DAI LAVORATORI PIÙ
GIOVANI RISPETTO AL QUELLO PERCEPITO DAI PIÙ ANZIANI (solo la Corea
presenta un delta più elevato). I dati quindi suggeriscono che IN ITALIA SI
PRIVILEGI L’ESPERIENZA RISPETTO ALLE QUALIFICHE IN MODO SPROPORZIONATO RISPETTO
AGLI ALTRI PAESI.
Insomma, ANCORA UNA VOLTA L’ITALIA DIMOSTRA DI NON ESSERE UN PAESE PER GIOVANI.
Grafico 2 – Reddito da lavoro
aggiuntivo dei laureati (diplomati=100)

Dati: 2010 o ultimo disponibile
Fonte dati: Oecd, Education at a
glance 2012. Eurostat, Europe
2020 headline indicators on education, April 2013
Inviato da: Faina16 April 2013 -
22:05
Molte piccole aziende hanno
questa visione (di Anonimo). NESSUNA DIFFERENZA TRA LAUREATI E DIPLOMATI, QUINDI È
GIUSTO NON PAGARLI DIVERSAMENTE. SE IL MERCATO DICE COSÌ NULLA DA OBBIETTARE,
Io sono uno tra quelli che pensano che il mercato alla fine ha sempre ragione.
C'e' però da CHIEDERSI
PERCHE I NOSTRI LAUREATI CHE VANNO ALL'ESTERO SONO APPREZZATI E PERCHÉ UN FIUME
DI LAUREATI, ANCHE IN INGEGNERIA, NEGLI ULTIMI ANNI, SE NE STANNO ANDANDO
DALL'ITALIA. Dalla mia esperienza ormai ventennale in grandi e piccole
aziende sono arrivato a una conclusione: IN REALTÀ I LAUREATI IN ITALIA SONO TROPPI (NON
POCHI COME MOLTI DICONO, e non solo in Italia, questo è un fenomeno
globale) e sono usati male, specie nelle piccole aziende (e questo aspetto è
tutto italiano). CI
DICONO CHE I LAUREATI IN ITALIA SONO POCHI RISPETTO A QUELLI NELLE ALTRE
NAZIONI SPECIE IN DISCIPLINE SCIENTIFICHE. Analisi concettualmente
errata per due ragioni: primo quando mai un’analisi di mercato si confrontano curve di
domanda o di offerta di paesi diversi, semmai si dovrebbe confrontare la
curva di domanda con quella dell'offerta della stessa area geografica in cui si
vuole fare l'analisi del segmento di mercato e correggere il tutto da una DISTORSIONE TUTTA ITALIANA: PREZZI MOLTO VICINI, TROPPO
TRA LAUREATI E DIPLOMATI, che rende difficile capire se ALLE AZIENDE CHE
OFFRONO LAVORO A LAUREATI SERVONO VERAMENTE LAUREATI, o li chiedono
giusto perché tanto il costo è simile, visto che spesso, quando si usano è per
rimpiazzare dei diplomati. IL VERO PROBLEMA, IN
MEDIA SI INTENDE, NON SONO I LAUREATI MA LE AZIENDE. E' chiaro
che CON POCA INNOVAZIONE E POCA
TECNOLOGIA,I LAUREATI NON SERVONO. E allora perché le aziende li
assumono lo stesso: semplice perché sono meno sindacalizzati, si possono
responsabilizzare di più, si possono controllare di meno (e il controllo è
sempre un costo per le aziende), e se non sono proprio degli incapaci (e ce ne
sono anche tra i laureati si intende), imparano più alla svelta di un diplomato.
In pratica SONO
PIÙ PRODUTTIVI E PER L'AZIENDA, ALLA FINE GLI COSTANO MENO DEI DIPLOMATI.
Se poi servono per fare qualcosa di più si vedrà (e quel vedrà non arriva mai).
Questo secondo me è il vero approccio, specie delle piccole aziende. Uno spreco
di opportunità per molte di loro. La seconda ragione è che gli stessi che ci
dicono che mancano laureati in Italia affermano anche che c’e’ una
evidenza empirica e teorica di una correlazione con la crescita di un paese e
il loro numero. PIÙ ISTRUZIONE
INSOMMA, PIÙ CRESCITA. I dati sembrano dare ragione a questa
impostazione. C’e’
solo un equivoco in questo ragionamento. PIÙ LAUREATI CHE SI USANO PER LE LORO
POTENZIALI CAPACITÀ (che però si devono sviluppare nell’ambiente giusto)
come tali danno
in media più crescita, ma NON BASTA
AVERLI, BISOGNA USARLI BENE. I laureati non sono delle figurine
da mettere su un album, in cui più se ne hanno e meglio è. Sono dei giocatori
in una partita reale. Se molti stanno in panchina le partite di serie A non si
giocano, dovremmo tutti guardare le partite di serie B. Peraltro se bastasse una
manciata di buoni laureati per fare crescere il paese, basterebbe importarli,
costano comunque molto poco ovunque. Ma NESSUNO
VUOLE VENIRE A LAVORARE IN ITALIA, CHISSÀ PERCHÉ? Forse perchè
PER USARLI BISOGNA CREARE STRUTTURE E PROGETTI AD
UN LIVELLO TALE CHE SI POSSANO ESPRIMERE LE LORO CAPACITÀ. Ed è
proprio quello che non facciamo noi. E PURTROPPO I LAUREATI
SONO COME LO YOGURT, HANNO UNA DATA DI SCADENZA (non visibile
pero sull'etichetta), SE NON SI USANO IN TEMPO SCADONO E ALLORA DIVENTANO TUTTI DIPLOMATI.
A a quel punto, veramente, non c’e’più alcuna differenza […}
Inviato da: Aqr19 April 2013 -
10:08
parole sante, condivido parola
per parola. Abbiamo
un laureato su 5 (contando le lauree triennale in psicologia...) e stanno nei call
center, cosa ne vogliamo 1 su 2 come in irlanda? e a fare che? le
fotocopie? Certo che un laureato quando entra in azienda non è superman ma se inserito nel
giusto contesto ha, mediamente, delle potenzialità di gran lunga più elevate di
un diplomato medio. L'UNIVERSITÀ ITALIANA
DOVREBBE ESSERE UN (BEL) PO' MENO PER I PROFESSORI E MOLTO DI PIÙ PER GLI
STUDENTI, ED ESSERE MOLTO PIÙ SELETTIVA. Dovrebbe anzitutto CREARE LAVORATORI GLOBALI, LINGUE IN TESTA, PER
PERMETTEGLI DI RICERCARE OPPORTUNITÀ WORLDWIDE, VISTO CHE QUI TI METTONO A
FOTOCOPIARE. Quando a 27 anni sono arrivato in una grande
aziende italiana, con laurea in economia e stage nella city, mi hanno messo a
spuntare a mano dei tabulati con delle signore col diploma da maestra: la
chiamavano "GAVETTA",
e se dici qualcosa sei "presuntuoso". Si anonimo è vero: non c'era
nessuna differenza tra le signore e me, anzi , io ero un po' troppo
distratto....
Inviato da: Anonimo15 April 2013
- 18:36
a un laureato, che passa anni sui
libri, di solito in maniera indipendente e non come nella scuola dell'obbligo,
non viene data la possibilita` di imparare e si pretende subito chissa` cosa
appena entrato nel mondo del lavoro, NESSUNO LO AIUTA A PASSARE DALLA TEORIA ALLA PRATICA.
da un 19enne diplomato non ci si aspetta nulla invece. dura sbilanciarsi nelle
attivita` lavorative quotidiane senza una sicurezza che deriva dall'esperienza
o dal "se anche dovesse andare male mi posso trovare un altro
lavoro". e dura ancora di piu` sapendo che NON ESISTE LA MERITOCRAZIA che
vige negli altri paesi. fanno carriera figli, parenti, raccomandati..
ogni tanto bisognerebbe provare a
mettersi dall'altra parte della barricata. UN LAUREATO E` UN INVESTIMENTO,
MERITA DI ESSERE TRATTATO COME UNA RISORSA E NON COME UNA SPESA INUTILE
Inviato da: Anonimo15 April 2013
- 18:21
Capisco cosa intende. Le Università
italiane che si fregiano tanto di essere perfette e di sfornare ogni anno gente
competente, non lo sono affatto. Ho due lauree e praticamente so di sapere ma
di non saper fare. MI TROVO IN GERMANIA IN QUESTO MOMENTO E STO FACENDO UN CORSO DI FORMAZIONE
DOVE MI STANNO FORMANDO DAVVERO, NON COME IN ITALIA. HO APPRESO PIÙ QUI IN DUE
MESI CHE NON IN DUE TRIENNALI UNIVERSITARIE IN ITALIA. Ah dimenticavo, CON PRATICA, PERCHÉ
QUI - NON SARÀ CASUALE - A SCUOLA SI
VA 1/2 GIORNI LA SETTIMANA, I RESTANTI 3/4 SI FA PRATICA SUL CAMPO.
Saluti
Inviato da: gattaccio14 April
2013 - 18:41
Non è casuale: in Italia si è
andati avanti per decenni con una politica industriale basata sulle
svalutazioni competitive ed a questa panacea si vuole ricorrere ora. IL CONCETTO DI
INNOVAZIONE È LONTANO DAL NOSTRO PAESE: meglio i vecchi esperti in sani,
affidabili, economici utensili di pietra che dei giovani pazzi che magari
pretendono di fondere i metalli.
Inviato da: alberto14 April 2013
- 17:45
ma quando capiremo che dire
"laureato" significa dire niente, nulla di nulla?
QUANDO VEDREMO QUESTI NUMERI
DISAGGREGATI PER FACOLTÀ, CORSO DI LAUREA E UNIVERSITÀ DI PROVENIENZA?

Etichette:
Reddito,
Ricerca,
Scuola,
Università
giovedì 12 gennaio 2012
Sorbonne - maggio 1968. Solo la verità è rivoluzionaria

Etichette:
68,
Cambiamento,
Giovani,
Movimento,
Rivoluzione,
Sessantotto,
Sorbona,
Università,
Verità
Iscriviti a:
Post (Atom)
Elenco blog personale
-
-
L’IA “pensa” come una persona? - In breve Quando un’IA produce una risposta, un’argomentazione o una conclusione simile a quella di una persona, siamo facilmente portati a immaginare che a...1 giorno fa
-
Un' estensione di Chrome per esportare i quiz di NotebookLM - *NotebookLM* (o Gemini Notebook come si chiama ora...) è forse il primo strumento della cassetta degli attrezzi a cui ricorriamo. Che si tratti di sintet...2 giorni fa
-
Settembre 2024 - Un altro anno di scuola - - *Sarà così?* * - O così?* - *Intanto buon lavoro con quello che c'è !* Visto che ci segui perchè non ti iscrivi?; A chi è già iscr...2 anni fa
-
NutriCoach per ADULTI e per le MAMME - Debora Conti Cosa fa una nutricoach? E come la PNL aiuta una nutri coach? Ho intervistato Stefania Broglia, una persona positiva e sorridente. Parlare c...3 anni fa
-
La Vita nova di Dante Alighieri - Leggi La Vita nova di Dante Alighieri su GraphoMania. Scopri di più sulla Vita nova opere in cui Dante Alighieri racconta tra poesia e prosa l'amore per ...6 anni fa
-
Come costruire apprendimenti profondi con una didattica che, non abbassando la qualità, aumenti il numero di studenti che raggiungono gli obiettivi minimi - 1. Fornire Feedback all'insegnante 2. Lavorare sui modelli 3. Fornire Feedback ai compagni 4. *Quali tipologie di compito* 4. Quali tipologie di compi...7 anni fa
-
Essere genitore vuol dire preoccuparsi? Confrontiamoci sull’ansia genitoriale - “Il comportamento di attaccamento è finalizzato all’ottenimento o al mantenimento della vicinanza a qualche altro individuo differenziato e preferito” J. B...8 anni fa
-
-
Finally filming!! - So as a whole cast and crew we will be going out to film over the whole of Saturday. If our call sheet and plan goes fully according to plan then we will be...11 anni fa
-
Vincitore Premio Stage 2012-13: Andrea Ferretti - Andrea Ferretti ha vinto il premio dello Stage 2012-13 "Matematica, fisica ed economia" (un *ebook reader iRex Iliad Book Edition* + una scheda SDIM conte...13 anni fa
-
Web 2.0 e comunità di apprendimento - Una nuova, inutile, rivoluzione che mette affanno e amplifica le difficoltà…oppure una prospettiva da comprendere e integrare per costruire…15 anni fa
-
-
-





