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martedì 1 novembre 2016

David Foster Wallace, Tennis, Tv, Trigonometria, Tornado. do ragione a Hyde quando afferma che l’ironia prolungata diventa stucchevole. Perché è poco sostanziosa. Anche gli umoristi più brillanti danno il loro meglio in piccole dosi. Trovo che chiacchierare alle feste con gente con un tale dono dell’ironia sia tremendamente divertente, ma me ne torno sempre a casa con la sensazione di aver subito una serie di interventi chirurgici radicali. E quanto a farsi cinquemila chilometri in macchina con un fine umorista, o leggersi 300 pagine di romanzo piene solo di annoiato sarcasmo alla moda, uno finisce per sentirsi non soltanto svuotato, ma, come dire… oppresso.

David Foster Wallace,  Tennis, Tv, Trigonometria, Tornado.
Quando lasciai il mio distretto squadrato ili mezzo alla campagna delTlllinois per andare a frequentare l'università dove si era laureato mio padre fra i vivaci rilievi delle Berksliires nel Massachusetts occidentale, sviluppai un'improvvisa fissazione perla matematica. Comincio adesso a capirne il motivo. Per uno del Midwest, la matematica del college produce un'evocazione catartica della nostalgia di casa. Io ero cresciuto in mezzo a vettori, rette, rette che intersecano rette, griglie - e, all'altezza dell'orizzonte, le ampie linee curve delle forze della natura, il bizzarro assetto topografico a spirale di un immenso lotto di terra stirata dalle glaciazioni. che si poggia e ruota su p.accae geologiche. L'area dietro e sotto queste grandi curve alla giunzione di terra e cielo ero in grado di disegnarla a occhio molto prima di sapermi servire degli infinitesimali come aiuto e degli integrali come schema. La matematica in una scuola dell'Est collinoso era facile come svegliarsi la mattina: scomponeva i ricordi e li riportava alla luce. L'analisi matematica era, abbastanza alla lettera, un gioco da ragazzi.

Verso la fine della mia infanzia imparai a giocare a tennis sui campi di cemento di un piccolo parco pubblico ricavato da un pezzo di campagna che era stato azotato troppe volte per poter essere ancora coltivato. Si trovava nel mio paese, a Philo, nell'Illinois, una minuscola collezione di silos di granturco e case stile Levittown dell'epoca della guerra, in cui la gente del posto aveva poco altro da fare a parte vendere assicurazioni sul raccolto, fertilizzanti azotati ed erbicidi, e riscuotere le imposte di soggiorno dai giovani professori della vicina università di Champaign-Urbana, le cui schiere nel boom degli anni Sessanta si gonfiarono abbastanza da rendere ben chiaro il senso di non sequitur tipo «città dormitorio di campagna».
Fra i dodici e i quindici anni, io ero un quasi-campione di tennis nella categoria juniores. 
Mi feci le ossa sul campo lavorandomi i figli di avvocati e di dentisti ai piccoli tornei del Country Club di Champaign e Urbana e di lì a poco ammazzavo intere estati scarrozzato in macchina all'alba alla volta di vari tornei per tutto l'Illinois, l'Indiana, e l'Iowa. A quattordici anni arrivai al diciassettesimo posto nella classifica della Sezione Occidentale della United States Tennis Association (dove «occidentale» è l'antico e decrepito termine con cui Ì'Usta indica il Midwest; ancora più a ovest c'erano la Sezione del Sudovest, del Nordovest e del Nordovest Pacifico). Il mio flirt con l'eccellenza tennistica ebbe molto più a che fare con la zona dove prendevo lezioni e mi allenavo e con una strana propensione per la matematica intuitiva che con il talento atletico. Ero, anche per gli standard dell'agonismo juniores, quando ognuno non è che un bocciolo di potenziale puro, un giocatore di tennis piuttosto privo di talento. La mia visione di gioco andava bene, ma non ero né robusto né veloce, avevo un torace quasi concavo e dei polsi così sottili che li potevo stringere tra pollice e mignolo, e riuscivo a colpire una palla da tennis con una potenza o precisione non maggiore di quella di quasi tutte le ragazze della mia fascia d'età. Quello che sapevo fare, però, era «Giocare a Tutto Campo». Questo era un tipico truismo tennistico che poteva voler dire ogni genere di cose. Nel mio caso, significava che conoscevo i miei limiti e i limiti del posto in cui mi trovavo, e mi adattavo di conseguenza. 
Nelle condizioni esteme peggiori, io esprimevo il mio meglio.
Ora, le condizioni esteme nell'Illinois centrale sono da un punto di vista matematico interessanti, e da un punto di vista tennistico terribili. La calura estiva e l'umidità da far sudare le pareti, la grottesca fertilità del suolo che fa crescere a viva forza erbe varie ed erbacce a foglia larga attraverso la superficie del campo da tennis, i moscerini che si nutrono di sudore e le zanzare che proliferano tra le zolle o nei canali ostruiti dalle alghe che in genere delimitano i campi, le paitite notturne quasi impossibili perché falene e moscerini del letame attirati dalle luci al sodio formano una piccola galassia intomo a ogni fanale e tutta la superficie del campo illuminata è una vibrazione di piccole ombre spastiche.
Ma più di tutto il vento. La variabile che più influisce sulle caratteristiche della vita all'aperto nell'Illinois centrale è il vento. Ci sono molte più barzellette locali di quante potrei mai ricordarmi sulle banderuole per il vento ammosciate e sui silos inclinati, più soprannomi locali per i vari tipi di vento di quanti ce ne siano in Lapponia per la neve. Il vento possiede una personalità, un (brutto) carattere e, indiscutìbilmente, programmi ben precisi. Il vento soffia le foglie d'autunno in linee sinusoidali e archi di forza così regolari che potresti fotografarli per un libro di testo sulla regola di Cramer e i prodotti vettoriali delle curve tridimensionali. D'inverno modellava la neve in listelle abbaglianti che seppellivano le macchine bloccate e costringevano gli abitanti a spalare non solo i vialetti d'accesso, ma anche i lati delle case; la «tormenta» dell'Illinois centrale comincia soltando quando la neve smette di cadere e inizia a soffiare il vento. La maggior patte della gente a Pliilo non si pettinava i capelli perché era fatica sprecata. Sopra le loro acconciature fresche di parrucchiere le signore portavano certi fazzolettoni di plastica legati sotto il mento ed era una cosa così usuale che io pensavo fossero indispensabili per una coiffure veramente di classe; sull'East Coast le ragazze che uscivano coi capelli sciolti e fluenti sulle spalle mi sembravano nude e indecenti. Vento, vento e poi ancora vento...
La gente che conosco che viene da fuori sintetizza l'essenza del Midwest in vuota piattezza, landa sterile, campi di felci verdi o di stoppie coite e dure come la barba del pomeriggio, lievi gibbosità e declivi che rendono la topologia del posto un esercizio sadico di rilevamento di quadriche, un panorama dall'autostrada talmente monotono e arido da far uscire pazzi gli automobilisti. 
Quelli che vengono dall'Indiana / Wisconsin / Nord Illinois hanno un'idea del loro Midwest come agronomia, futures delle derrate agricole, spannocchiatura del granturco, ragazzini che strappano le erbacce dai campi di soia, berretti delle ditte di sementi, tipologie nordiche con i pomi sulle guance, sidro e macellazione e tornei di football con banchi di foschia formati dal fiato che esce dai caschi. 
Ma nella strana sacca centrale composta da Champaign-Urbana, Rantoul, Philo, Mahomet-Seymour, Mahomet-Seymour, Mattoon, Farmer City e Tolono, il vento forma e deforma la vita del Midwest. Climaticamente, il nostro distretto si trova sulla parte orientale di una corrente ascendente di quella che una volta ho sentito chiamare da un meteorologo in tweed marrone una «anomalia termica». Qualcosa che aveva a che fare con le rotazioni verso sud di una sorta di matrimonio misto tra l'aria frizzante proveniente dai Grandi Laghi e l'umida robaccia del sud che viene dal Kentucky e dall'Arkansas, più una strana dose di assurdi zefiri dalla valle del Mississippi situata tre ore a ovest. Chicago chiama se stessa la Città del vento, ma Chicago, un unico grande frangivento, non è assolutamente a conoscenza di un autentico vento di tipo religioso. E i meteorologi non avevano niente da dire alle persone di Philo, che sapevano perfettamente che la cruda verità è che verso ovest, fra noi e le Montagne Rocciose, fondamentalmente non c'è altro che pianura, e che strani zefiri e aliti di vento si mescolano a brezze, raffiche, correnti d'aria calda e fredda, e qualunque altra cosa ci sia sopra il Nebraska e il Kansas, e si spostano verso est come torrenti che finiscono in un fiume, o come jet e schiere militari che si ammassano come valanghe e rombano in retromarcia sui tratturi dei pionieri, diretti verso i nostri personalissimi culi indifesi. Il peggio era in primavera, la stagione del tennis per i ragazzi delle superiori, quando le reti restavano tese come bandiere orgogliose e una palla vagante poteva volare direttamente fino alla recinzione più a est e interrompere il gioco su molti campi vicini Durante una brutta raffica capitava che alcuni di noi tirassero fuori della corda e dicessero a Rob Lord, il nostro quinto uomo nei singolari, che era di una magrezza spettrale, che avremmo dovuto legarlo da qualche patte per evitare che diventasse un proiettile. L'autunno, che in genere era di gran lunga migliore della primavera, era un cupo muggito perenne e un pesante sbattere di continenti di foglie secche che venivano disposte lungo linee di forza - non avevo mai sentito un suono che somigliasse anche lontanamente a questo megaschiocco finché a diciannove anni, alla baia di Fundy nel New Brunswick, sentii per la prima volta un'onda di alta marea infrangersi e poi venne risucchiata su una spiaggia di ciottoli levigati. Le estati erano folli e piene di raffiche, ma poi, spesso verso agosto, di una calma mortale. Certi giorni d'agosto il vento semplicemente moriva, ma non era per niente un sollievo: il fatto che smettesse ci faceva impazzire. Ogni anno, ad agosto, ci accorgevamo di nuovo di quanto il rumore del vento fosse diventato parte integrante della colonna sonora della vita di Pliilo. Il rumore del vento era diventato, per me, silenzio. Quando smetteva, rimanevo con il ronzio del sangue nella testa, e nelle orecchie la vibrazione di tutti quei peluzzi del timpano che tremavano come un ubriaco in astinenza. Ci vollero dei mesi, quando mi trasferii nel Massachusetts occidentale, prima che riuscissi a farmi una vera dormita nel sussurro del vento effeminato del New England. [...]

Un paio di cose della tv americana potenzialmente magnifiche per gli scrittori americani si intuiscono subito. Primo, la televisione fa al posto nostro un sacco della nostra ricerca predatoria sugli umani. Gli essere umani americani sono mucchi di creature viscide e proteiformi nella vita reale, terribilmente difficili da trattare secondo un modello universale. Ma la televisione è già equipaggiata con gli strumenti necessari. E un incredibile sistema di misurazione del generico. Se voghamo sapere qual è la normalità americana - cioè cosa gli americani considerino <<normale>>- possiamo contare sulla televisione. Perché l'assoluta raison d'ètre della televisione è riflettere ciò che la gente desidera vedere. E' uno specchio. Non lo specchio stendhaliano che riflette il cielo blu e le pozzanghere fangose. Ma più qualcosa di simile allo specchio del bagno con la luce sopra, davanti al quale i quindicenni si ispezionano i bicipiti e decidono qual è il loro profilo migliore. Questa specie di finestra sulla nevrotica percezione di sé degli americani ha un valore semplicemente inestimabile per gli scrittori. E gli scrittori possono confidare nella televisione. Ci sono un mucchio di soldi in ballo, dopo tutto: e la televisione ha a disposizione i migliori esperti di demografia che la sociologia applicata possa offrire, e questi ricercatori sono in grado di determinare esattamente che cosa sono, vogliono, vedono gli americani degli anni Novanta - quale immagine noi, in quanto Pubblico, vogliamo avere di noi stessi. La televisione ha a che fare in tutto e per tutto con il desiderio. E, letterariamente parlando, se gli scrittori si nutrono delle vicende umane, il desiderio non è altro che lo zucchero.
La seconda cosa che sembra magnifica è che la televisione è proprio una manna dal cielo per quella sottospecie di umani che ama guardare la gente ma odia essere guardata. Perché lo schermo televisivo permette un accesso a senso unico. Una valvola a sfera applicata alla psiche. Noi possiamo vedere Loro; Loro non possono vedere Noi. E noi possiamo rilassarci, mentre bramosamente guardiamo, senza essere visti. Credo che sia questa la ragione per cui la televisione attrae così tanto le persone sole. I confinati volontari. Ogni essere umano solo che conosco guarda la tv molto di più delle sei ore al giorno dell'americano medio. Chi è solo, come chi fa lo scrittore, ama guardare a senso unico. Perché le persone sole in genere non sono sole per ripugnanti deformità o perché puzzano o perché sono sgradevoli - del resto oggi esistono gruppi di assistenza e di reinserimento per le persone con queste precise caratteristiche. Le persone sole tendono invece a restare sole perché rifiutano di sostenere i costi psicologici richiesti dal vivere in mezzo agli altri esseri umani. Sono allergici alle persone. Le persone hanno su di loro effetti troppo profondi. Chiamiamo per esempio la persona sola media americana Joe Valigetta. Joe Valigetta prova paura e disgusto per lo stress dovuto alla particolare forma di paranoia che sembra coglierlo ogni volta che altri esseri umani reali stanno nei paraggi, a fissarlo, con le loro antennine sensibili tutte ritte. Joe V. ha paura dell'impressione che può fare a chi lo guarda. Sceglie di chiamarsi fuori dallo stressantissimo gioco delle apparenze in cui gli americani si accaniscono come in una partita a poker.
Ma le persone sole, a casa, senza nessuno, desiderano comunque visioni e scene a cui assistere, desiderano compagnia. E dunque la televisione. Joe può stare a fissare Loro sullo schermo, ma Loro non possono vedere Joe. E qualcosa di simile al voyeurismo. Conosco persone sole che considerano la televisione come un vero e proprio deus ex machina per voyeur. E buona parte della critica, quella critica davvero idrofoba, che, più che diligersi, si spruzza contro network, pubblicità e pubblico allo stesso tempo, ha a che fare con l'accusa che la televisione ci abbia trasformati in una nazione di guardoni sudati e sbavanti. Quest'accusa si rivela falsa, ma è falsa per ragioni interessanti; L'essenza del voyeurismo classico è spiare, cioè guardare chi non sa che siete lì, mentre è impegnato nelle piccole faccende banali ma cariche di erotismo della vita privata. E interessante che il voyeurismo classico implichi così tanto la mediazione di una lastra di vetro - la finestra, il telescopio, ecc. Forse la lastra di vetro è la ragione per cui si è così tentati di fare un'analogia con la televisione. Ma guardare la televisione è effettivamente diverso dall'autentico voyeurismo. Perché le persone che noi ci mettiamo a guardare attraverso lo schermo di vetro della tv non sono davvero inconsapevoli del fatto che qualcuno li stia guardando; e in verità si tratta di un'intera folla di guardoni. In realtà la gente che sta in televisione sa che è in virtù di questa folla davvero enorme di anonimi guardoni che loro stanno sullo schermo impegnati in insolite performance di pessimo gusto. La televisione non permette di spiare veramente perché la televisione è esibizione, spettacolo, il che per definizione richiede un pubblico. In questo caso non siamo affatto dei guardoni. Siamo semplici spettatori. Noi siamo l'Audience, siamo sproporzionatamente tanti, anche se la maggior patte delle volte stiamo da soli a guardare: 
E Unibus Pluram.1
Una delle ragioni per cui gli scrittori di persona hanno un'aria inquietante, è che loro per vocazione sono davvero dei guardoni. Hanno bisogno di auel semolice furto visuale



non c’è da stupirsi se trovo il film di Lynch «malato» 
– niente mi fa sentire male quanto vedere sullo schermo 
alcune delle parti di me che sono andato al cinema 
proprio per cercare di dimenticare.
David Foster Wallace,  Tennis, Tv, Trigonometria, Tornado


Per citare Hyde (che, come avrete capito, io apprezzo molto), 
«la vera ironia si usa solo in casi di emergenza
L’uso prolungato la fa diventare la voce di gente in gabbia che ha finito per amare le proprie sbarre»
Ciò è dovuto al fatto che l’ironia, per quanto divertente, svolge una funzione quasi esclusivamente negativa. È critica e distruttiva, fa tabula rasa. Questo di sicuro è il modo in cui la vedevano i nostri padri postmoderni. Ma l’ironia è particolarmente inefficace, quando si tratta di costruire qualcosa che prenda il posto delle ipocrisie che ha demolito. Questo è il motivo per cui do ragione a Hyde quando afferma che l’ironia prolungata diventa stucchevole. Perché è poco sostanziosa. Anche gli umoristi più brillanti danno il loro meglio in piccole dosiTrovo che chiacchierare alle feste con gente con un tale dono dell’ironia sia tremendamente divertente, ma me ne torno sempre a casa con la sensazione di aver subito una serie di interventi chirurgici radicali. E quanto a farsi cinquemila chilometri in macchina con un fine umorista, o leggersi 300 pagine di romanzo piene solo di annoiato sarcasmo alla moda, uno finisce per sentirsi non soltanto svuotato, ma, come dire… oppresso.
David Foster Wallace,  Tennis, Tv, Trigonometria, Tornado



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domenica 10 gennaio 2016

Abitudini culturali degli italiani L’Italia divisa tra chi legge e chi no. L’ultima rilevazione dell’istituto statistico dice che il 18,5 per cento degli intervistati nell’ultimo anno non ha letto un libro, non ha fatto sport, non ha visitato un museo, né una mostra, un sito archeologico, non è andato a teatro, al cinema, a un concerto. Questo dato diventa il 28,2 per cento per il sud. Vorrei confrontare questa percentuale con quella citata da un libro di Giovanni Solimine uscito l’anno scorso, Senza sapere: l’89,7 per cento degli italiani guarda la televisione tutti i giorni, il 10 per cento non usa altri mezzi di comunicazione (fonte Censis). In nessun paese europeo c’è un numero così alto di teledipendenti.

L’Italia divisa tra chi legge e chi no

Christian Raimo, giornalista e scrittore 
Ci sono dei dati dell’Istat che finiscono regolarmente in posizione marginale, e sono quelli sulle abitudini culturali degli italiani. L’ultima rilevazione dell’istituto statistico dice che il 18,5 per cento degli intervistati nell’ultimo anno non ha letto un libro, non ha fatto sport, non ha visitato un museo, né una mostra, un sito archeologico, non è andato a teatro, al cinema, a un concerto. Questo dato diventa il 28,2 per cento per il sud.

Vorrei confrontare questa percentuale con quella citata da un libro di Giovanni Solimine uscito l’anno scorso, Senza sapere: l’89,7 per cento degli italiani guarda la televisione tutti i giorni, il 10 per cento non usa altri mezzi di comunicazione (fonte Censis). In nessun paese europeo c’è un numero così alto di teledipendenti.





Quella che evidentemente è la più grande disuguaglianza italiana non solo non è affrontata ma nemmeno riconosciuta, da questo come dai precedenti governi. C’è una parte della popolazione che legge e studia, ce n’è un’altra che guarda la televisione e basta. Questa seconda parte vive soprattutto al sud. Le inchieste di Save the children degli ultimi anni confermano ancora più crudelmente questo quadro: nell’ultimo anno il 48,4 per cento dei minorenni meridionali non ha letto neanche un libro, il 69,4 per cento non ha visitato un sito archeologico e il 55,2 per cento un museo, il 45,5 per cento non ha svolto alcuna attività sportiva. Spesso nemmeno la scuola al sud svolge un ruolo di contrasto alla depressione culturale delle famiglie.

Qual è il rapporto con gli altri paesi europei? 
Oggi solo il 41 per cento degli italiani legge almeno un libro all’anno, otto punti percentuali in meno rispetto a cinque anni fa. In Germania e nel Regno Unito la percentuale è quasi doppia, in Francia leggermente inferiore. Lo stesso rapporto 1 a 2 riguarda più o meno la spesa per la cultura e la quota del prodotto interno lordo.

Investire nell’educazione non è la stessa cosa che promuovere i consumi culturali

Ciò che è chiaro è che quest’emergenza non è stata intaccata dalle iniziative sporadiche proposte velleitariamente dal governo. E di questi fallimenti andrebbe tenuto conto. C’è stato un incremento sensibile o misurabile nella pratica della lettura grazie alle iniziative del Centro per il libro e la lettura (Cepell) dal 2008, data della sua istituzione? No. Bisognerebbe ripensare radicalmente quest’organismo, o altrimenti abolirlo? Sì. E lo stesso vale per molte altre iniziative, come per esempio quelle sull’educazione digitale nelle scuole. Ben finanziate, non monitorate, danno risultati spesso evanescenti.

Occorre cominciare a censire le abitudini e le pratiche più che i consumi culturali, diversamente, per esempio, da quello che fa l’istituto di statistica Nielsen per il Cepell. E in generale occorre capire che investire nell’educazione non è la stessa cosa che promuovere i consumi culturali.

I vari bonus di 500 euro per i consumi culturali destinati agli insegnanti e ai diciottenni che il governo Renzi ha stanziato e promesso cambieranno qualcosa nei dati terrificanti che abbiamo citato? È difficile saperlo, ma possiamo dubitarne, se si considera che con i 500 euro si possono acquistare computer, portatili o tablet; ed è quello che farà la maggioranza dei docenti e dei ragazzi.

Molto diverso sarebbe pensare progetti strutturali: sull’educazione alla lettura – per esempio – oltre a Solimine, vanno citati i lavori di Giusi Marchetta, Antonella Agnoli, Luisa Capelli, Sergio Dogliani. Potremmo cominciare a studiare le loro ricerche e a prendere spunto dalle loro esperienze se vogliamo sperare di ricevere una bella sorpresa all’opposto l’anno prossimo quando leggeremo i dati Istat e Nielsen sulla lettura e i consumi culturali.

http://www.internazionale.it/opinione/christian-raimo/2016/01/09/italia-lettura-dati-istat

lunedì 11 novembre 2013

Quinto potere. Voglio che vi alziate in questo istante. Alzatevi, andate alla finestra, apritela, mettete fuori la testa e urlate: "Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!" Le cose devono cambiare, ma prima vi dovete incazzare. Dovete dire: "Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!" Allora penseremo a cosa fare per combattere la crisi e l'inflazione e la crisi energetica, ma Cristo, alzatevi dalle vostre sedie, andate alla finestra, mettete fuori la testa e ditelo, gridatelo: "Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!".

La televisione non è la verità! La televisione è un maledetto parco di divertimenti, la televisione è un circo, un carnevale, una troupe viaggiante di acrobati, cantastorie, ballerini, cantanti, giocolieri, fenomeni da baraccone, domatori di leoni, giocatori di calcio! Ammazzare la noia è il nostro solo mestiere.
Peter Finch, in Quinto potere, 1976


"L'unica verità che conoscete è quella che ricevete alla TV. Attualmente, c'è da noi un'intera generazione che non ha mai saputo niente che non fosse trasmesso alla TV! La TV è la loro Bibbia, la suprema rivelazione. La TV può creare o distruggere presidenti, papi, primi ministri. La TV è la più spaventosa, maledettissima forza di questo mondo senza Dio, e poveri noi, se cadesse nelle mani degli uomini sbagliati. E quando una fra le più grandi corporazioni del mondo controlla la più efficiente macchina per una propaganda fasulla e vuota, io non so quali altre cavolate verranno spacciate per verità, qui.

Quindi ascoltatemi. Ascoltatemi! La televisione non è la verità! La televisione è un maledetto parco di divertimenti, la televisione è un circo, un carnevale, una troupe viaggiante di acrobati, cantastorie, ballerini, cantanti, giocolieri, fenomeni da baraccone, domatori di leoni e giocatori di calcio! Ammazzare la noia è il nostro solo mestiere, da noi non potrete ottenere mai la verità: vi diremo tutto quello che volete sentire mentendo senza vergogna, vi diremo qualsiasi cazzata vogliate sentire.

Noi commerciamo illusioni, niente di tutto questo è vero, ma voi tutti ve ne state seduti là, giorno dopo giorno, notte dopo notte, di ogni età, razza, fede... conoscete soltanto noi! Già cominciate a credere alle illusioni che fabbrichiamo qui, cominciate a credere che la TV è la realtà e che le vostre vite sono irreali. Voi fate tutto quello che la TV vi dice: vi vestite come in TV, mangiate come in TV, tirate su bambini come in TV, persino pensate come in TV! Questa è pazzia di massa, siete tutti matti! In nome di Dio, siete voialtri la realtà: noi siamo le illusioni! Quindi spegnete i vostri televisori, spegneteli ora, spegneteli immediatamente, spegneteli e lasciateli spenti!"
Howard Beale, Quinto Potere



Non serve dirvi che le cose vanno male, tutti quanti sanno che vanno male. Abbiamo una crisi. Molti non hanno un lavoro, e chi ce l'ha vive con la paura di perderlo. Il potere d'acquisto del dollaro è zero. Le banche stanno fallendo, i negozianti hanno il fucile nascosto sotto il banco, i teppisti scorrazzano per le strade e non c'è nessuno che sappia cosa fare e non se ne vede la fine.
Sappiamo che l'aria ormai è irrespirabile e che il nostro cibo è immangiabile. Stiamo seduti a guardare la TV mentre il nostro telecronista locale ci dice che oggi ci sono stati quindici omicidi e sessantatré reati di violenza come se tutto questo fosse normale, sappiamo che le cose vanno male, più che male!
È la follia! È come se tutto dovunque fosse impazzito così che noi non usciamo più. Ce ne stiamo in casa e lentamente il mondo in cui viviamo diventa più piccolo e diciamo soltanto: "Almeno lasciateci tranquilli nei nostri salotti per piacere! Lasciatemi il mio tostapane, la mia TV, la mia vecchia bicicletta e io non dirò niente ma... ma lasciatemi tranquillo!".
Beh!, io non vi lascerò tranquilli. Io voglio che voi vi incazziate. Non voglio che protestiate, non voglio che vi ribelliate, non voglio che scriviate al vostro senatore, perché non saprei cosa dirvi di scrivere: io non so cosa fare per combattere la crisi e l'inflazione e i russi e la violenza per le strade. Io so soltanto che prima dovete incazzarvi. Dovete dire: "Sono un essere umano, porca puttana! La mia vita ha un valore!".
Quindi io voglio che ora voi vi alziate. Voglio che tutti voi vi alziate dalle vostre sedie. Voglio che vi alziate proprio adesso, che andiate alla finestra e l'apriate e vi affacciate tutti ed urliate: "Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!".
Voglio che vi alziate in questo istante. Alzatevi, andate alla finestra, apritela, mettete fuori la testa e urlate: "Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!" Le cose devono cambiare, ma prima vi dovete incazzare. Dovete dire: "Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!" Allora penseremo a cosa fare per combattere la crisi e l'inflazione e la crisi energetica, ma Cristo, alzatevi dalle vostre sedie, andate alla finestra, mettete fuori la testa e ditelo, gridatelo: "Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!".

Quinto potere
Network, Sidney Lumet, 1976
Sono incazzato nero!
Peter Finch nella parte di Howard Beale

lunedì 14 gennaio 2013

Mariangela Melato. Odio lo stile della tv che colora tutto rosa shocking: un mondo mostruoso, dove non ci sono rughe, difetti, un mondo senza verità



Odio lo stile della tv che colora tutto rosa shocking: un mondo mostruoso, dove non ci sono rughe, difetti, un mondo senza veritàSono convinta che gli applausi del pubblico allo spettacolo arrivano perché ha il dono della semplicità: sono io con i vestiti di casa, quasi non recito, io con il mio dolore che cerco di raccontare una cosa che mi ha colpito
Mariangela Melato, in una delle ultime interviste



domenica 2 dicembre 2012

La folla agisce sulla base di sentimenti primitivi come la paura e la rabbia:

 
La folla agisce sulla base di sentimenti primitivi come la paura e la rabbia:
così la TV influenza le nostre menti, mostrando solo modelli superficiali, grida e litigi
 
 

mercoledì 30 maggio 2012

Senza Lavoro, Senza Ascolto, Senza Coscienza: Empatia o Indifferenza.


Egoismo e Indifferenza.
Noah: "Al supermercato mentre aspetto di essere servito al banco del pesce il rivenditore (un uomo sulla sessantina e con la faccia da buonone ^_^) sta raccontando ad una signora che dal primo giugno il suo banco chiuderà perchè l'azianda non ha rinnovato il contratto con il marchio che ospitava la sua attività... Praticamente sarebbe rimasto senza lavoro... La signora, dopo aver, "distrattamente" ascoltato, con un sorriso stampato sulle labbra, esordisce con: "ora vado, in TV mi aspettano Le 3 Rose di Eva"... non è mia intenzione giudicare... ma sono rimasto un po' perplesso [... il signore era veramente avvilito... e quando la signora lo ha liquidato un po' bruscamente perchè doveva andare a guardare la TV era con le lacrime agli occhi......." ^_^ 



Il fatto che tu sia rimasto perplesso va incontro alla tua sensibilità... quante volte capita, se siamo presenti veramente, di trovarsi in situazioni di non-ascolto, anche davanti a condivisioni "tragiche" o intime? La persona media è troppo presa dal proprio egocentrismo, è la malattia del millennio e non vedo grandi spiragli.
 
 
 


Diana Acri:
aveva ragione Pirandello quando pensava che ciascuno è chiuso nel proprio mondo e nn c'è contatto !!!



Lucia Lo Bello:
della serie "ognuno pensa a se stesso" che tristezza.....[...]



con tristezza dico che questi attegiamenti manifestano quell'indifferenza ormai così diffusa....un male che ormai ha inquinato lo spirito delle persone....che fa più male del dolore...
 
 
 


Errichelli Daniela:
[...] ....ci sono tanti cuori aridi, tanta indifferenza, molto menefreghismo .......e per fortuna ci sono tanti cuori pieni di amore e di compassione , che sentono il disagio delle altre persone. le tristezze ....a volte servono parole di conforto, ...a volte serve essere ascoltati ...




Mirella Tonati:
E' triste ciò che dico di seguito, ma penso che il nostro paese è nella situazione in cui si trova perchè purtroppo un'alta percentuale di Italiani pensa alla fiction e crede alla favola di Bin Laden .


al giorno d'oggi stiamo diventando tutti superficiali, io dico che è la vita che porta a questo si sente nell'aria questa strafottenza, però per fortuna si dice nn facciamo di tutta l'erba un fascio chi è buono si salva da solo...poveri noi!


Monica Quadraroli Repetto:
...ogni tanto, fra esseri umani, ci trattiamo cosi`....il dolore le difficolta`altrui ci fanno paura e spesso non sappiamo nemmeno essere degni di rivelazioni cosi`toccanti....e cosi`nemmeno il conforto arriva a una persona in difficolta`grave. Che triste realta`vero?

Rossella Kundalini:
cioe son formalità che non concepisco... meglio una che se ne frega piuttosto di un finto e squallido :"mi dispiace" come quando incontri qualcuno e la domanda è come stai?? e tutti rispondono: "bene grazie!" anche se magari hanno avuto disgrazie fino a poco prima...


Paola Doria:
...e soprattutto, smettiamola di chiedere alle persone "come sta?"...è assurdo...se non si ha confidenza, non risponderebbe in modo sincero comunque...quindi, piantiamola con i vari "piacere" e i vari "come sta?"....


Cristian Pavone:
[...] Cmq sia è anche vero che ormai la maggior parte delle persone non è più abituata ad ascoltare ma al contrario purtroppo è abituata a raccontare i propri problemi dalla mattina alla sera in maniera anche fastidiosa. Ultimamente si parla di mancanza di posti di lavoro e di crisi, tutti si lamentano ma nessuno fa qualcosa. La Tv trasmette anche dalla mattina alla sera notizie negative, per renderci super negativi, abituandoci in questo modo a lamentarci. E' semplicemente un disequilibrio tra ascoltare e raccontare problemi. Fin chè non si troverà un equilibrio a ciò, chi proverà ad ascoltare i problemi di tutti si riempirà di spazzatura e negatività. Quindi dovremmo tutti ascoltare un po di più e lamentarci di meno.


Extension NO Cheratina Cagliari:
la TV annienta la prospettiva della realtà, non c'è dubbio, e la signora ci vivrà dentro chissà da quanto! L'attitudine acquisita è quella di cambiare canale, se non ci piace sentire del terremoto ..CLIC ... ci si distrae con un intrattenimento...il ritorno all'UNO urge più che mai!




Antonella Florio:
Io ascolto troppo e mi sono rotta di ascoltare i problemi di tutti. Preferìsco guardare le tre rose di eva e non pensare ai problemi degli altri. Ne ho già troppi di miei e non li dico a nessuno ma sto sempre con il sorriso e sembrò agli occhi di tutti fortunata. Inoltre sto in piedi 11 ore al giorno e si lamentano tutti
‎..io posso capire che ognuno senta il suo, ma é soltanto una questione di sensibilità e anche intelligenza...una persona che dice a un malato terminale che non sa più come combattere un'unghia incarnita...non é nient'altro che stupida..
Empatica la signora...comunque certe persone non sono in grado di farsi carico emotivamente delle sofferenze degli altri...
Francesca Furlan:

Io penso che sia solo un limite di tante persone. Io vedo un limite sia nella persona che racconta che in quella che ascolta. L'intelligenza e la sensibilità sta anche nel raccontare le cose giuste alla persone giuste. La risposta 'politica' 'sto bene grazie' la dico quasi sempre ma perché so che ci sono persone che non sanno ascoltare. E che non sanno sostenere un 'no non sto bene'.
Che menefreghismo, lo stesso che hanno i nostri politici che avendo la pancia piena non pensano mai a chi ce la vuota.
Purtroppo la tv ha monopolizzato anche i nostri cervelli..."l'importante è che sto bene io", questo è l'italiano medio...!
La Signora non ha il dono dell'empatia, che avrebbe potuto dimostrare semplicemente stando zitta in attento ascolto. Oltre a ciò credo che non si renda neppure conto, poverina lei, di quanto sia assurdo il suo desiderio di seguire tali programmi con un simile coinvolgimento.
forse si è troppo abituati a tener alzato lo scudo che ci protegge dal dolore e dalla disperazione altrui...non credo si faccia a posta...sicuramente quel negoziante aveva proprio bisogno di sfogarsi e esternare la sua preoccupazione e il suo dolore...



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