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mercoledì 8 luglio 2015

Debito - Colpa - Peccato. Secondo Benjamin il capitalismo può considerarsi in sé una religione, il culto di un dio minore, privo di dogmi ma dalla legge implacabile. È proprio la connessione religiosa fra debito economico e colpa morale — attinta peraltro a un’intuizione degli scritti giovanili di Marx — che porta il povero insolvente, scriveva Benjamin, «a fare di sé una moneta falsa, a carpire il credito con inganno, a mentire, così che il rapporto di credito diventi oggetto di abuso reciproco». Se in tedesco i concetti di debito e colpa si stringono in uno stesso nodo lessicale, la lingua greca, che sta all’origine del nostro pensiero e della nostra sintassi filosofica, distingue nettamente tra l’uno e l’altra. Nel greco antico, come ancora oggi nel greco moderno, debito si dice chreos, un sostantivo che deriva dal verbo chraomai, “usare”, e dalla locuzione chre, “ciò che serve”, che si usa e di cui c’è bisogno; è inoltre connesso con chreia, la “mancanza”. Il termine chreos viene usato ampiamente dagli storici, come Tucidide, dai filosofi, come Platone, e dai giuristi, fino alle Novelle di Giustiniano e ai Basilika: il greco bizantino assicurerà la continuità e trasmetterà la certezza del diritto romano nel suo transito millenario dall’età antica a quella moderna, attraverso i secoli solo in occidente oscuri del cosiddetto medioevo dominato dal diritto barbarico. Ma la prima attestazione della parola chreos nella letteratura greca è già nell’ottavo canto dell’ Odissea, nel passo in cui Efesto incatena Ares e Afrodite dopo averli colti in adulterio. Tutti gli dèi ridono tranne Poseidone, che gli intima di scioglierli. Efesto rifiuta perché, dice, se lo facesse Ares fuggirebbe eludendo insieme due vincoli, quello materiale della catena e quello morale, il chreos, che lo lega ormai a Efesto. Questo secondo legame non è una servitù, impossibile tra dèi, piuttosto una comunanza di destino, un pegno. Il dio della guerra si è indebitato con il dio del fuoco, dell’ingegneria, dei fabbri, di tutti gli artigiani: cedendo all’amore, condividendo il fascino della dea, si è sottomesso al vincolo di un reciproco scambio. Anche altrove il significato del chreos greco sfuma spesso in quello di una comunanza ferrea di destino, di una ineludibile necessità: designa “il debito che tutti devono pagare”, ossia, almeno a partire da Teognide, anzitutto e per definizione la morte.

Originariamente le parole erano magie e, ancor oggi, la parola ha conservato molto del suo antico potere magico.
Sigmund Freud



Sonia sto imparando lentamente l'aramaico e comincio a tradurre qualcosa...anche se con molta fatica e devo dire che quello che ci hanno passato per secoli riguardo la Bibbia.. che purtroppo si può estrapolare solo da brevi frasi prese qua e lì in aramaico antico ...è un'alterazione dell'alterazione dell'origine...basti sapere che sulla parola peccato esiste un'analisi esegetica vastissima...in aramaico...quando il Cristo parlava di peccato il reale significato era Trauma...cioè un'azione che andando contro il nostro inconscio tendeva a generare dissociazione e attraverso l'Amore poteva essere ricondotto l'essere ad un sano rapporto con se stesso...ecco perchè lo sguardo d'Amore era considerato fonte di guarigione..poi nella versione greca è diventato...sbagliare il bersaglio con l'arco...uno che peccava...commetteva un errore di centralità...e doveva riprovare...infine il latino e qui casca l'asino...peccatum era una colpa che chiunque facesse parte del popolo romano sia schiavo, liberto o cittadino commetteva contro il potere temporale di Roma e per rimmediare doveva pagare una Poenitentiam...ossia un'ammenda in denaro per pareggiare




“DEBITO”UGUALE “COLPA” QUELLA PAROLA UNICA CHE SEPARA I TEDESCHI DAL MONDO GRECO.
NELLA GERMANIA DELL’ETICA PROTESTANTE I DUE CONCETTI COINCIDONO, MENTRE NELLA LINGUA DI OMERO SONO LESSICALMENTE DISTINTI È L’EMBLEMA DI UNO SCARTO STORICO-CULTURALE CHE ARRIVA FINO A OGGI. 
SILVIA RONCHEY


WALTER BENJAMIN. 
Il filosofo scriveva già nel 1921 che “Il capitalismo è un culto che non consente espiazione”

MAXWEBER. 
L’essere in credito è connesso alla tradizione calvinista che lo studioso vedeva all’origine di tutto il sistema

PLATONE. 
“Chreos” per la società ellenica è “ciò che serve”, un’accezione che si trova già nell’allievo di Socrate

LUCA 
Introduce nel suo Vangelo la variante: 
“Rimetti a noi i nostri peccati”, dando luogo a infinite dispute teologiche


Che cos’è il debito? 
In tedesco il sostantivo femminile Schuld designa insieme il debito e la colpa

«Il capitalismo è un culto che non consente espiazione, ma produce colpa e debito», scriveva già nel 1921 Walter Benjamin. 

La vittoria del no al referendum greco ha richiamato l’attenzione del mondo non solo sulla drammaticità della situazione politica ma anche sul conflitto culturale, sull’antinomia profonda connessa alla concezione del debito nell’evolversi della psiche collettiva: ancora una volta, sull’antica polarità tra Grecia e Germania.

Debito e colpa è il titolo di un libro appena uscito (Ediesse, pagg. 240, euro 12) che Elettra Stimilli ha dedicato alla centralità della figura del debito come colpa nell’indebitamento planetario che segna la più recente fase del capitalismo contemporaneo. Le forme di consumo illimitato basate sull’indebitamento privato, partite dall’America, sono diventate, argomenta Stimilli, il motore principale dell’economia. Dal 2009, con l’immediato globalizzarsi della crisi americana, l’aumento esponenziale del debito privato ha coinvolto il debito pubblico dei paesi economicamente avanzati fino ad arrivare ai debiti sovrani. La finanziarizzazione della vita quotidiana, la “democratizzazione del credito”, ha prodotto uno stato di indebitamento generalizzato in cui ognuno, sia come lavoratore sia come consumatore, è diventato per definizione anzitutto debitore.

Nella cultura attuale dell’occidente, la parola debito è eminentemente connessa a quell’etica protestante, che già Max Weber vedeva all’origine ideale e psicologica, prima ancora che materiale e sociale, del sistema capitalista, alla cui indubbia efficienza i teorici, da Karl Marx a Joseph Schumpeter, hanno sempre contrapposto, con diversi gradi di perplessità, la difficoltà etica della giustificazione teorica. Se per Max Weber il capitale nella sua forma moderna nasceva dalla concezione calvinista della grazia e del peccato per poi secolarizzarsi in ideologia profana, secondo Benjamin il capitalismo può considerarsi in sé una religione, il culto di un dio minore, privo di dogmi ma dalla legge implacabile. È proprio la connessione religiosa fra debito economico e colpa morale — attinta peraltro a un’intuizione degli scritti giovanili di Marx — che porta il povero insolvente, scriveva Benjamin, «a fare di sé una moneta falsa, a carpire il credito con inganno, a mentire, così che il rapporto di credito diventi oggetto di abuso reciproco».

Se in tedesco i concetti di debito e colpa si stringono in uno stesso nodo lessicale, la lingua greca, che sta all’origine del nostro pensiero e della nostra sintassi filosofica, distingue nettamente tra l’uno e l’altra. Nel greco antico, come ancora oggi nel greco moderno, debito si dice chreos, un sostantivo che deriva dal verbo chraomai, “usare”, e dalla locuzione chre, “ciò che serve”, che si usa e di cui c’è bisogno; è inoltre connesso con chreia, la “mancanza”. Il termine chreos viene usato ampiamente dagli storici, come Tucidide, dai filosofi, come Platone, e dai giuristi, fino alle Novelle di Giustiniano e ai Basilika: il greco bizantino assicurerà la continuità e trasmetterà la certezza del diritto romano nel suo transito millenario dall’età antica a quella moderna, attraverso i secoli solo in occidente oscuri del cosiddetto medioevo dominato dal diritto barbarico.
Ma la prima attestazione della parola chreos nella letteratura greca è già nell’ottavo canto dell’ Odissea, nel passo in cui Efesto incatena Ares e Afrodite dopo averli colti in adulterio. Tutti gli dèi ridono tranne Poseidone, che gli intima di scioglierli. Efesto rifiuta perché, dice, se lo facesse Ares fuggirebbe eludendo insieme due vincoli, quello materiale della catena e quello morale, il chreos, che lo lega ormai a Efesto. Questo secondo legame non è una servitù, impossibile tra dèi, piuttosto una comunanza di destino, un pegno. Il dio della guerra si è indebitato con il dio del fuoco, dell’ingegneria, dei fabbri, di tutti gli artigiani: cedendo all’amore, condividendo il fascino della dea, si è sottomesso al vincolo di un reciproco scambio. Anche altrove il significato del chreos greco sfuma spesso in quello di una comunanza ferrea di destino, di una ineludibile necessità: designa “il debito che tutti devono pagare”, ossia, almeno a partire da Teognide, anzitutto e per definizione la morte. Un’accezione metaforica di chreos che si ritrova lungo tutta la letteratura greca, da Platone alla Sapienza di Salomone tradotta nella bibbia dei Settanta. La distinzione tra debito e colpa è evidente nel Nuovo Testamento, anzitutto in uno dei suoi passaggi più noti: la preghiera del discorso della montagna, che diventerà il padre nostro. Qui il greco della koiné usa, anziché chreos, il più materiale e umile sostantivo ophèilema, che si ritrova in Matteo 6, 12: “rimetti a noi i nostri debiti”. 
La clamorosa discrepanza dal testo di Luca 11, 4, che ha invece la variante “rimetti a noi i nostri peccati” e usa il ben distinto sostantivo amartìa, ha dato luogo a infinite dispute teologiche e fatto sospettare una comune ascendenza dall’ebraico hôb, hôbot, insieme debito e colpa. Ma proprio il fatto che il dettato neotestamentario debba adottare due voci diverse sottolinea l’estraneità dei due concetti nella psiche greca.

Lo squilibrio politico generato da un lungo e inestinguibile debito ha un precedente storico nel mondo greco. A provocare la caduta dell’impero di Bisanzio sei secoli fa è stato il debito con la repubblica di Venezia, incarnazione di quel capitalismo nascente che la percezione teologica e filosofica bizantina, erede di quella classica, non sarebbe mai riuscita ad assimilare né a comprendere.
L’indebitamento dello stato bizantino con i banchieri dell’occidente spinse le sue élite verso l’oriente. La civiltà bizantina entrò allora nella sfera geopolitica dell’islam ottomano, da cui solo nel XIX secolo la Grecia è emersa.

La Repubblica, 8 luglio 2015


Debito e colpa sono la stessa cosa per i Cristiani, cioè pagando una penitenza, un interesse, si annulla anche la colpa, come se le colpe non portassero conseguenze (confessione); per gli Ebrei no, Adamo non può' in alcun modo cancellare la sua colpa.

lunedì 11 giugno 2012

Max Weber. Sono gli interessi (materiali e ideali), e non le idee, a dominare immediatamente l'agire dell'uomo


“Della” politica come professione vive colui che cerca di trarre da essa una fonte durevole di guadagno; “per” la politica, invece, colui per il quale ciò non accade. Affinché qualcuno possa vivere “per“ la politica in questo senso economico, devono darsi alcuni presupposti se volete assai banali: egli dev’essere, in condizioni normali, economicamente indipendente rispetto ai proventi che la politica può procurargli.
Max Weber


Il potere non è altro che la capacità di predire, con la massima precisione, i comportamenti altrui.
Max Weber


La burocrazia è tra le strutture sociali più difficili da distruggere
Max Weber


Un esperto è una persona che sa sempre di più su sempre di meno, fino a sapere tutto di nulla.
Max Weber

Sono gli interessi (materiali e ideali), e non le idee, a dominare immediatamente l'agire dell'uomo. Ma le "concezioni del mondo", create dalle "idee", hanno spesso determinato – come chi aziona uno scambio ferroviario – i binari lungo i quali la dinamica degli interessi ha mosso tale attività.
Max Weber


Gli antichi dei, disincantati e perciò trasformati in potenze impersonali, sorgono dalle loro tombe e riprendono la lotta fra di loro aspirando a conquistare il dominio sulla vita.
Max Weber


Gli dei di una volta, perso l'incanto e assunte le sembianze di potenze impersonali, escono dai loro sepolcri, aspirano a dominare sulla nostra vita e riprendono la loro lotta eterna.
Max Weber



“Max Weber è uno dei filosofi che può spiegarci meglio il particolare sistema economico in cui viviamo, il capitalismo”, dice Alain de Botton. Per Weber il capitalismo è nato dalla morale calvinista, e quindi dalla religione. L’importanza delle idee e della cultura è quindi centrale nel suo pensiero, sia per capire il mondo che per cambiarlo.
http://www.internazionale.it/video/2016/01/08/max-weber-capitalismo



Max Weber. L'etica protestante e lo spirito del capitalismo.
Solo in Occidente.
“I problemi della storia universale si presenteranno, inevitabilmente, al figlio della moderna civiltà europea sotto il seguente punto di vista, del resto giustificabile: «Per quale concatenamento di circostanze è avvenuto che proprio sul suolo occidentale, e qui soltanto, la civiltà si è espressa con manifestazioni, le quali - almeno secondo quanto noi amiamo immaginarci - si sono inserite in uno svolgimento, che ha valore e significato universale?». Solo in Occidente vi è una «scienza» con quello sviluppo che noi oggi riconosciamo «valido». Conoscenze empiriche, riflessioni su problemi del cosmo e della vita, sapienza filosofica e teologica profondissime - di cui si trovano accenni nell’Islam e in alcune sette indiane, sebbene il perfetto svolgimento di una teologia sistematica sia particolare del Cristianesimo influenzato dall’Ellenismo - scienza ed osservazione di straordinaria finezza, ce ne furono anche altrove; soprattutto in India, in Cina, in Babilonia e in Egitto. Ma all’astronomia babilonese e ad ogni altra astronomia antica MANCA IL FONDAMENTO MATEMATICO, che le dettero per primi gli Elleni e la cui assenza rende ancor più stupefacente lo sviluppo del1a scienza degli astri presso i Babilonesi. Alla geometria indiana mancò un altro prodotto dello spirito ellenico, la «DIMOSTRAZIONE», cioè, razionale, la quale ha creato per prima la meccanica e la fisica. Alle scienze naturali indiane, straordinariamente progredite nel senso dell’osservazione, mancò l’ESPERIMENTO RAZIONALE, che è, essenzialmente, un prodotto del Rinascimento dietro i tentativi dell'antichità classica, e mancò quindi il LABORATORIO MODERNO; la MEDICINA, che proprio in India raggiunse un alto sviluppo empirico-tecnico, non ebbe fondamento biologico e, specialmente, biochimico. LA CHIMICA È IGNOTA A TUTTE LE CIVILTÀ TRANNE CHE ALL’OCCIDENTALE. La storiografia cinese, altamente progredita, non conobbe il pragma tucididèo. Machiavelli ha precursori in India. Ma tutta la scienza politica dell’Asia è priva di uno schema simile a quello aristotelico e soprattutto è priva dei concetti razionali. Per una dottrina razionale del diritto mancano altrove, nonostante tutti i tentativi indiani (scuola di Mimamsa), nonostante le ampie codificazioni, in particolare dell’Asia Minore, e nonostante tutti i libri giuridici dell’India e di altri paesi, i severi schemi giuridici e la FORMA MENTALE RIGOROSAMENTE GIURIDICA DEL DIRITTO ROMANO E DEL DIRITTO OCCIDENTALE che ne deriva. Solo l’Occidente conosce una creazione come quella del diritto canonico.
Similmente nell’ARTE. L’orecchio musicale sembra essere stato presso altri popoli più sottilmente sviluppato di quel che non sia oggi da noi; in ogni caso non lo fu meno. Polifonia di diversa specie fu diffusa largamente in tutto il mondo; ed anche il discanto si trova in altri paesi. Anche in altri paesi si conoscono e si calcolano tutti i nostri intervalli sonori razionali. Ma la musica armonica razionale, tanto contrappuntistica quanto armonica in senso stretto; la struttura del materiale sonoro sulla base dei tre accordi perfetti coll'integrazione armonica della terza; il nostro cromatismo e la nostra armonia, espresse dal Rinascimento in poi, non quale misura di distanza ma in forma razionalmente armonica; la nostra orchestra col quartetto ad archi come nucleo centrale, e colla sua organizzazione dell’insieme degli strumenti a fiato; il basso d'accompagnamento, la nostra notazione musicale (che sola rende possibile la composizione e l’esecuzione delle opere musicali moderne, cioè la loro durata nel tempo); le nostre suonate, sinfonie ed opere, quantunque nelle musiche più diverse esistessero come mezzi d'espressione la musica a programma, la musica descrittiva, l’alterazione dei toni e la modificazione, e come mezzi per esse i nostri strumenti fondamentali, organo, piano, violino; tutto questo ci fu soltanto in Occidente.”
MAX WEBER (1864 - 1920), “L'etica protestante e lo spirito del capitalismo” (1904 – 1905), Sansoni, Firenze 1965 (II ed., I ed. 1945), introd. di Ernesto Sestan, trad. di Pietro Burresi, , ‘Osservazione preliminare’, pp. 63 – 65.



Max Weber.  Si vive in una mescolanza di valori mortalmente nemici.
“Una considerazione non più empirica, ma interpretativa, cioè una genuina filosofia dei valori non potrebbe poi dimenticare, procedendo innanzi, che uno schema concettuale dei «valori», per quanto bene ordinato, sarebbe incapace di render conto proprio del punto cruciale della questione. Tra i valori, cioè, si tratta in ultima analisi ovunque e sempre, non già di semplici alternative, ma di una lotta mortale senza possibilità di conciliazione, come tra «dio» e il «demonio». Tra di loro non è possibile nessuna relativizzazione e nessun compromesso. Beninteso, non è possibile secondo il loro ‹senso›. Poiché, come ognuno ha provato nella vita, ve ne sono sempre di fatto, e quindi secondo l’apparenza esterna, a ogni passo. In quasi ognuna delle importanti prese di posizione particolari di uomini reali, infatti, le sfere di valori si incrociano e si intrecciano. La superficialità della «vita quotidiana», in questo senso più appropriato del termine, consiste appunto in ciò, che l’uomo il quale vive entro di essa non diventa consapevole, e neppure ‹vuole› diventarlo, di questa mescolanza di valori mortalmente nemici, condizionata in parte psicologicamente e in parte pragmaticamente; ed egli si sottrae piuttosto alla scelta tra «dio» e il «demonio», evitando di decidere quale dei valori in collisione sia dominato dall’uno, e quale invece dall’altro. Il frutto dell’albero della conoscenza, frutto inevitabile anche se molesto per la comodità umana, non consiste in nient’altro che nel dover conoscere quell’antitesi e nel dover quindi considerare che ogni importante azione singola, e anzi la vita come un tutto – se essa non deve procedere da sé come un evento naturale, bensì essere condotta consapevolmente – rappresenta una concatenazione di ultime decisioni, mediante cui l’anima (come per Platone) ‹sceglie› il suo proprio destino – e cioè il senso del suo agire e del suo essere. Non a caso il più grosso fraintendimento, a cui sempre, in ogni occasione, vanno incontro i sostenitori della collisione tra i valori, è rappresentato quindi dall’interpretazione di questo punto di vista come «relativismo» – cioè come un’intuizione della vita la quale poggia appunto sulla visione, radicalmente contrapposta, del rapporto reciproco delle sfere di valore, e può essere realizzata in maniera dotata di senso (ed in forma conseguente) soltanto sul terreno di una metafisica configurata in modo molto particolare (cioè di una metafisica «organica»).”
MAX WEBER (1864 – 1920), “Il significato dell’«avalutatività» delle scienze sociologiche e economiche”, in Id., “Scienza come vocazione e altri testi di etica e scienza sociale”, trad. tratta da “Il metodo delle scienze storico-sociali” a cura di P. Rossi, Einaudi, Torino 1958 (I ed.), cura di Pietro L. Di Giorgi, presentazione di Angelo Scivoletto, Franco Angeli, Milano 1996, Antologia 11. ‘Il conflitto tra sfere di valore’, p. 164.


“ Eine nicht empirische, sondern sinndeutende Betrachtung: eine echte Wertphilosophie also, würde ferner, darüber hinausgehend, nicht verkennen dürfen, daß ein noch so wohlgeordnetes Begriffsschema der «Werte» gerade dem entscheidendsten Punkt des Tatbestandes nicht gerecht würde. Es handelt sich nämlich zwischen den Werten letztlich überall und immer wieder nicht nur um Alternativen, sondern um unüberbrückbar tödlichen Kampf, so wie zwischen «Gott» und «Teufel». Zwischen diesen gibt es keine Relativierungen und Kompromisse. Wohlgemerkt: dem Sinn nach nicht. Denn es gibt sie, wie jedermann im Leben erfährt, der Tatsache und folglich dem äußeren Schein nach, und zwar auf Schritt und Tritt. In fast jeder einzelnen wichtigen Stellungnahme realer Menschen kreuzen und verschlingen sich ja die Wertsphären. Das Verflachende des «Alltags» in diesem eigentlichsten Sinn des Wortes besteht ja gerade darin: daß der in ihm dahinlebende Mensch sich dieser teils psychologisch, teils pragmatisch bedingten Vermengung todfeindlicher Werte nicht bewußt wird und vor allem: auch gar nicht bewußt werden will, daß er sich vielmehr der Wahl zwischen «Gott» und «Teufel» und der eigenen letzten Entscheidung darüber: welcher der kollidierenden Werte von dem Einen und welcher von dem Andern regiert werde, entzieht. Die aller menschlichen Bequemlichkeit unwillkommene, aber unvermeidliche Frucht vom Baum der Erkenntnis ist gar keine andere als eben die: um jene Gegensätze wissen und also sehen zu müssen, daß jede einzelne wichtige Handlung und daß vollends das Leben als Ganzes, wenn es nicht wie ein Naturereignis dahingleiten, sondern bewußt geführt werden soll, eine Kette letzter Entscheidungen
bedeutet, durch welche die Seele, wie bei Platon, ihr eigenes Schicksal: – den Sinn ihres Tuns und Seins heißt das – wählt. Wohl das gröblichste Mißverständnis, welches den Absichten der Vertreter der Wertkollision gelegentlich immer wieder zuteil geworden ist, enthält daher die Deutung dieses Standpunkts als «Relativismus», – als einer Lebensanschauung also, die gerade auf der radikal entgegengesetzten Ansicht vom Verhältnis der Wertsphären zueinander beruht und (in konsequenter Form) nur auf dem Boden einer sehr besonders gearteten («organischen») Metaphysik sinnvoll durchführbar ist. –ˮ
MAX WEBER, “Der Sinn der «Wertfreiheit» der soziologischen und ökonomischen Wissenschaftenˮ (Umarbeitung eines für eine interne Diskussion im Ausschuß «Vereins für Sozialpolitik» 1913 erstatteten, als Manuskript gedruckten Gutachtens. 1917 in «Logos. Internationale Zeitschrift für Philosophie der Kultur», 7, 1), in Id., “Gesammelte Aufsätze zur Wissenschaftslehreˮ, Mohr, Tübingen 1922, [S. 451 – 502], S. 469 – 470.



“ Universalgeschichtliche Probleme wird der Sohn der modernen europäischen Kulturwelt unvermeidlicher-und berechtigterweise unter der Fragestellung behandeln: welche Verkettung von Umständen hat dazu geführt, daß gerade auf dem Boden des Okzidents, und nur hier, Kulturerscheinungen auftraten, welche doch – wie wenigstens wir uns gern vorstellen – in einer Entwicklungsrichtung von universeller Bedeutung und Gültigkeit lagen?
Nur im Okzident gibt es «Wissenschaft» in dem Entwicklungsstadium, welches wir heute als «gültig» anerkennen. Empirische Kenntnisse, Nachdenken über Welt- und Lebensprobleme, philosophische und auch – obwohl die Vollentwicklung einer systematischen Theologie dem hellenistisch beeinflußten Christentum eignet (Ansätze nur im Islam und bei einigen indischen Sekten) – theologische Lebensweisheit tiefster Art, Wissen und Beobachtung von außerordentlicher Sublimierung hat es auch anderwärts, vor allem: in Indien, China, Babylon, Aegypten, gegeben. Aber: der babylonischen und jeder anderen Astronomie fehlte – was ja die Entwicklung namentlich der babylonischen Sternkunde nur um so erstaunlicher macht – die mathematische Fundamentierung, die erst die Hellenen ihr gaben. Der indischen Geometrie fehlte der rationale «Beweis»: wiederum ein Produkt hellenischen Geistes, der auch die Mechanik und Physik zuerst geschaffen hat. Den nach der Seite der Beobachtung überaus entwickelten indischen Naturwissenschaften fehlte das rationale Experiment: nach antiken Ansätzen wesentlich ein Produkt der Renaissance, und das moderne Laboratorium, daher der namentlich in Indien empirisch-technisch hochentwickelten Medizin die biologische und insbesondere biochemische Grundlage. Eine rationale Chemie fehlt allen Kulturgebieten außer dem Okzident. Der hochentwickelten chinesischen Geschichtsschreibung fehlt das thukydideische Pragma. Macchiavelli hat Vorläufer in Indien. Aber aller asiatischen Staatslehre fehlt eine der aristotelischen gleichartigen Systematik und die rationalen Begriffe überhaupt. Für eine rationale Rechtslehre fehlen anderwärts trotz aller Ansätze in Indien (Mimamsa-Schule), trotz umfassender Kodifikationen besonders in Vorderasien und trotz aller indischen und sonstigen Rechtsbücher, die streng juristischen Schemata und Denkformen des römischen und des daran geschulten okzidentalen Rechtes. Ein Gebilde ferner wie das kanonische Recht kennt nur der Okzident.
Aehnlich in der Kunst. Das musikalische Gehör war bei anderen Völkern anscheinend eher feiner entwickelt als heute bei uns; jedenfalls nicht minder fein. Polyphonie verschiedener Art war weithin über die Erde verbreitet, Zusammenwirken einer Mehrheit von Instrumenten und auch das Diskantieren findet sich anderwärts. Alle unsere rationalen Tonintervalle waren auch anderwärts berechnet und bekannt. Aber rationale harmonische Musik: – sowohl Kontrapunktik wie Akkordharmonik, – Bildung des Tonmaterials auf der Basis der drei Dreiklänge mit der harmonischen Terz, unsre, nicht distanzmäßig, sondern in rationaler Form seit der Renaissance harmonisch gedeutete Chromatik und Enharmonik, unser Orchester mit seinem Streichquartett als Kern und der Organisation des Ensembles der Bläser, der Generalbaß, unsre Notenschrift (die erst das Komponieren und Ueben moderner Tonwerke, also ihre ganze Dauerexistenz überhaupt, ermöglicht), unsre Sonaten, Symphonien, Opern, – obwohl es Programmusik, Tonmalerei, Tonalteration und Chromatik als Ausdrucksmittel in den verschiedensten Musiken gab, – und als Mittel zu dem alle unsre Grundinstrumente: Orgel, Klavier, Violine: dies alles gab es nur im Okzident.”

MAX WEBER, “Vorbemerkung zu den «Gesammelten Aufsätzen zur Religionssoziologie»” - “Die protestantische Ethik und der Geist der Kapitalismus”, in Id., “Gesammelte Aufsätze zur Religionssoziologie”, Mohr, Tübingen 1934, Band. 1 (3. Aufl., I Aufl. im “Archiv für Sozialwissenschaften und Sozialpolitik”, Bd. XX, 1904 und XXI, 1905), S. 1 - 2.












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