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giovedì 10 dicembre 2015

L'osservazione dei caratteri e la nascita della psicologia. [...] l'osservazione psicologica dei caratteri si è espressa, in epoca classica, anche nell'arte visuale. Basti pensare non tanto alla statuaria greca, che rappresenta tipi umani molto idealizzat (più simili a dei che a persone), quanto a quella romana.



L'OSSERVAZIONE DEI CARATTERI E LA NASCITA DELLA PSICOLOGIA
Secondo Il critico letterario newyorkese Harold Bloom, la psicologia moderna nasce grazie a William Shakespeare e alla sua brillante osservazione di molteplici caratteri umani.

L'affermazione mi pare tanto apodittica quanto sbagliata; e testimonia del tradimento che gli Stati Uniti d'America e più genericamente il Patto Atlantico hanno inferto da anni all'Europa e alle sue radici, che sono mediterranee prima che atlantiche.

La psicologia moderna non nasce con il pur grandissimo poeta inglese, di cui anche gli americani si fregiano. Nasce piuttosto a cominciare dalla letteratura greca, dai caratteri umani mirabilmente descritti da Omero nell'Iliade e dai grandi tragici: Sofocle, Eschilo, Euripide, e poi dai latini nella loro letteratura epica e tragica: da Virgilio a Seneca. Personaggi come Achille, Ettore, Priamo, Edipo, Antigone, Oreste, Medea, Anchise, Enea, Didone... sono indimenticabili e costituiscono ciascuno una profonda indagine (del tutto psicologica) su un complesso e problematico carattere umano

Ma oltre che nella letteratura, l'osservazione psicologica dei caratteri si è espressa, in epoca classica, anche nell'arte visuale. Basti pensare non tanto alla statuaria greca, che rappresenta tipi umani molto idealizzati (più simili a dei che a persone), quanto a quella romana

Osservate il volto di Lucio Giunio Bruto (545 a.C. circa – 509 a.C.), che fu il fondatore della Repubblica romana. Dal volto traspare un carattere non solo coraggioso, quanto soprattutto amaro, astuto, indomabile. Secondo la tradizione egli abbattè la monarchia romana per fondare la Repubblica dopo che la sua famiglia subì pesanti angherie da parte della famiglia del re.

Il volto reca impressi l'amarezza e l'odio per il trauma subito.
La scultura, che ha 2.500 anni, è un capolavoro di osservazione "clinica".

E osservate il ritratto di questa donna, ritratto su tavola, sempre romano, ma di epoca molto più tarda, già imperiale. Si tratta di uno delle decine di ritratti romani ritrovati ad Al Fayyum, in Egitto, ritratti funerari fatti per ricordare i parenti morti. In questo volto femminile c'è quasi uno stupore malinconco per la propria morte, uno stupore che suscita commozione e un'attenzione (appunto psicologica!) a quell'entità umana che oggi chiamiamo "persona".

Un po' di analisi della formazione culturale dei grandi psicopatologi moderni confermerà questa mia tesi: Freud era un appassionato lettore tanto di Shakespeare quanto di Sofocle, Jung spaziava da Jakob Boeme a Goethe ma i suoi concetti più importanti sono tratti da Aristotele e Platone, Jaspers aveva una padronanza totale della cultura greca sia filosfica che letteraria, Lacan conosceva i tragici greci tanto quanto sant'Agostino e Heidegger, e Hillman ha fondato la sua psicologia archetipica sulla conoscenza dell'ellenismo e del rinascimento.


lunedì 5 ottobre 2015

Jean de La Bruyère. Il mondo è composto soltanto di maschere e non è che una miserabile commedia, un'opera cattiva, non interessante, una fiera, una sala d'azzardo, una bettola, una selva, un luogo equivoco e un manicomio. Non si vedono affatto personalità, ma solo uomini uniformi timorosamente celati. L'individuo si è ritirato nell'interno, da fuori non se ne vede più nulla.



Il mondo è composto soltanto di maschere e non è che una miserabile commedia, un'opera cattiva, non interessante, una fiera, una sala d'azzardo, una bettola, una selva, un luogo equivoco e un manicomio. Non si vedono affatto personalità, ma solo uomini uniformi timorosamente celati. L'individuo si è ritirato nell'interno, da fuori non se ne vede più nulla. Essi non sono uomini, ma solo compendi incarnati e per così dire astrazioni concrete. Se hanno carattere e natura propria, tutto ciò è nascosto tanto profondamente da non poter risalire alla luce del giorno. Tutti si mascherano da uomini colti, da scienziati, da poeti, da politici. Se si toccano tali maschere, credendo che si tratti di cose serie e non soltanto una farsa, si hanno improvvisamente fra le mani soltanto cenci e toppe variopinte. La maggior parte delle loro azioni non vengono dalla profondità, bensì sono superficiali. Essi non hanno due pollici di profondità; se si scava, si trova subito il vuoto della loro vera natura. Non hanno opinioni che siano personali; le prendono a prestito a mano a mano che ne hanno bisogno; e colui dal quale le attingono non è affatto un uomo saggio o capace o virtuoso, è un uomo alla moda. Quest'uomo inquieto, leggero, incostante, che assume mille aspetti diversi, un uomo incostante che non è solo un uomo, ma parecchi: si moltiplica tante volte quanti sono i suoi nuovi gusti e le sue diverse maniere.
Jean de La Bruyère




mercoledì 25 marzo 2015

Il teatro delle ombre ottomano. Noto anche come Karagöz, dal nome del suo più celebre protagonista, il teatro delle ombre ottomano è una miniera inesauribile di informazioni sulla cultura popolare ottomana. Vi venivano rappresentate varie tipizzazzioni delle molte popolazioni presenti nell’impero: fra i molti personaggi troviamo così l’arabo, il curdo, l’albanese, l’ebreo e l’armeno, e persino l’europeo, ognuno specchio di cliché e luoghi comuni diffusi a quel tempo. Una varietà che si riflette anche da un punto di vista linguistico, grazie all’attenzione riservata all’accento e ai vocaboli – spesso affatto scurrili – caratterizzati a seconda dell’origine sociale e etnica. Un altro aspetto importante è quello satirico. Molto spesso il teatro delle ombre veniva utilizzato per criticare, in maniera anche piuttosto dura, il potente di turno. Fondamentale anche la dimensione licenziosa e oscena che caratterizza il genere: un aspetto, questo, che finirà per scandalizzare anche lo scrittore Edmondo De Amicis, che nel suo libro di viaggio Costantinopoli così descrive il nostro Karagöz: “È una figurina grottesca che rappresenta la caricatura del turco del mezzo ceto, una specie d’ombra chinese, che muove le braccia, le gambe e la testa dietro un velo trasparente, e fa quasi sempre da protagonista in certe commediole strampalatamente buffonesche, di cui il soggetto è per lo più un intrigo amoroso. Egli è un quissimile, ma depravato, di Pulcinella: sciocco, furbo e cinico, lussurioso come un satiro, sboccato come una baldracca, e fa ridere, anzi urlare d’entusiasmo l’uditorio con ogni sorta di lazzi, di bisticci e di gesticolamenti stravaganti, che sono o nascondono ordinariamente un’oscenità.”

Via della seta: IL TEATRO DELLE OMBRE
Simone Zoppellaro

Dalla Cina, l’Indonesia e l’India, fino alla Grecia e la Francia il teatro delle ombre ha percorso nei secoli l’antica via della seta intrattenendo grandi e piccoli, monaci e mercanti, ricchi e poveri. Divertendo, ma anche istruendo i suoi spettatori, e non mancano esempi di un utilizzo del teatro delle ombre all’interno di festività religiose, come nella più celebre di queste tradizioni: il wayang kulit diffuso a Giava e a Bali. 

Ponte naturale fra Oriente e Occidente, il mondo turco e ottomano finirono per sviluppare una tradizione autoctona del teatro delle ombre e che è tuttora presente in Turchia e in altri paesi nati in seguito alla dissoluzione dell’impero. Data l’origine popolare, è difficile rintracciarne con precisione la nascita. Si moltiplicano così le ipotesi in proposito: c’è chi sostiene che arrivò ai turchi grazie ai persiani o agli arabi, che lo conoscevano e praticavano fin dal medioevo, e chi invece che il tramite con l’Oriente siano stati i gitani; chi ipotizza che questa forma di teatro sia stata importata dall’Egitto, terra conquistata dall’impero, e chi vi rintraccia elementi sciamanici che farebbero ipotizzare un’origine centro-asiatica. Infine, non manca chi sostiene che Hacivat e Karagöz, i due personaggi principali di questo teatro, siano ispirati a due persone realmente esistite: due semplici lavoratori, un muratore e un fabbro, che parteciparono alla costruzione di una moschea a Bursa nel XIV secolo. I loro lazzi, che intrattenevano i compagni di lavoro fino a morir dalle risate, sarebbero stati così immortalati in questa commedia popolare. 
Noto anche come Karagöz, dal nome del suo più celebre protagonista, il teatro delle ombre ottomano è una miniera inesauribile di informazioni sulla cultura popolare ottomana. Vi venivano rappresentate varie tipizzazzioni delle molte popolazioni presenti nell’impero: fra i molti personaggi troviamo così l’arabo, il curdo, l’albanese, l’ebreo e l’armeno, e persino l’europeo, ognuno specchio di cliché e luoghi comuni diffusi a quel tempo. Una varietà che si riflette anche da un punto di vista linguistico, grazie all’attenzione riservata all’accento e ai vocaboli – spesso affatto scurrili – caratterizzati a seconda dell’origine sociale e etnica
Un altro aspetto importante è quello satirico. Molto spesso il teatro delle ombre veniva utilizzato per criticare, in maniera anche piuttosto dura, il potente di turno. Fondamentale anche la dimensione licenziosa e oscena che caratterizza il genere: un aspetto, questo, che finirà per scandalizzare anche lo scrittore Edmondo De Amicis, che nel suo libro di viaggio Costantinopoli così descrive il nostro Karagöz: 
“È una figurina grottesca che rappresenta la caricatura del turco del mezzo ceto, una specie d’ombra chinese, che muove le braccia, le gambe e la testa dietro un velo trasparente, e fa quasi sempre da protagonista in certe commediole strampalatamente buffonesche, di cui il soggetto è per lo più un intrigo amoroso. Egli è un quissimile, ma depravato, di Pulcinella: sciocco, furbo e cinico, lussurioso come un satiro, sboccato come una baldracca, e fa ridere, anzi urlare d’entusiasmo l’uditorio con ogni sorta di lazzi, di bisticci e di gesticolamenti stravaganti, che sono o nascondono ordinariamente un’oscenità.”

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domenica 22 marzo 2015

Peter Brook. Lo spazio vuoto. Posso prendere un qualsiasi spazio vuoto e chiamarlo palcoscenico vuoto. Un uomo attraversa questo spazio vuoto mentre qualcun altro lo guarda, e questo è tutto ciò di cui ho bisogno perché si inizi un atto teatrale. [...] Il teatro rappresenta il luogo dove sperimentare una relazione ideale tra individui apparentemente separati da tutto. È la forza che può controbilanciare la frammentazione del nostro mondo e che consiste nello scoprire quelle relazioni che sono state sommerse e che sono andate perdute; quelle tra uomo e società, tra una razza e un’altra, tra microcosmo e macrocosmo, umanità e macchina, visibile e invisibile, tra categorie, lingue e generi.


| rendere visibile l’invisibile |
"Posso prendere un qualsiasi spazio vuoto e chiamarlo palcoscenico vuoto. 
Un uomo attraversa questo spazio vuoto mentre qualcun altro lo guarda, e questo è tutto ciò di cui ho bisogno perché si inizi un atto teatrale"
Peter Brook, Lo spazio vuoto


"Il teatro rappresenta il luogo dove sperimentare una relazione ideale tra individui apparentemente separati da tutto. È la forza che può controbilanciare la frammentazione del nostro mondo e che consiste nello scoprire quelle relazioni che sono state sommerse e che sono andate perdute; quelle tra uomo e società, tra una razza e un’altra, tra microcosmo e macrocosmo, umanità e macchina, visibile e invisibile, tra categorie, lingue e generi."







domenica 20 aprile 2014

Storia del living theatre. Gli edifici chiamati teatri sono trappole architettoniche. L'uomo della strada non entrerà mai in edifici del genere. [...] per questo il Living Theatre non vuole più recitare nei teatri. [...] Come uscire dalla trappola? E indicavate tre strade. La prima: "Liberatevi per quanto possibile dalla dipendenza dal sistema economico"; la seconda: "Abbandonate i teatri"; e la terza: "Trovate nuove forme. Sfondate le barriere dell'arte. L'arte è confinata nella prigione della mentalità dell'establishment". Da parte vostra, vi dividevate in quattro cellule, perché "per trasformare la struttura è necessario attaccarla da più lati". Ma la "decentralizzazione" corrispondeva di fatto a una diaspora che disperdeva in diverse parti del mondo la vostra comunità teatrale. Cosa era successo realmente al vostro interno? E come affrontaste una cesura tanto profonda? Nel '68 eravamo un gruppo omogeneo di 30-35 persone ( era difficile dire chi facesse parte del gruppo a tutti gli effetti e chi no ). E, proprio quando la nostra sperimentazione sulle forme comunitarie era giunta al punto più incandescente, è arrivata la disgregazione. E' stato proprio dopo il periodo rivoluzionario, quando avevamo abbattuto le vecchie strutture per crearne di nuove: e la stessa cosa è successa anche al nostro interno. I fattori di crisi sono stati sottoposti a una nuova analisi ed è emerso che la compagnia conteneva in realtà quattro gruppi differenti che volevano fare differenti tipi di lavoro.

Storia del living theatre.
Gli edifici chiamati teatri sono trappole architettoniche. L'uomo della strada non entrerà mai in edifici del genere. [...] per questo il Living Theatre non vuole più recitare nei teatri. [...] Come uscire dalla trappola? E indicavate tre strade. La prima: "Liberatevi per quanto possibile dalla dipendenza dal sistema economico"; la seconda: "Abbandonate i teatri"; e la terza: "Trovate nuove forme. Sfondate le barriere dell'arte. L'arte è confinata nella prigione della mentalità dell'establishment". Da parte vostra, vi dividevate in quattro cellule, perché "per trasformare la struttura è necessario attaccarla da più lati". Ma la "decentralizzazione" corrispondeva di fatto a una diaspora che disperdeva in diverse parti del mondo la vostra comunità teatrale. Cosa era successo realmente al vostro interno? E come affrontaste una cesura tanto profonda?
Nel '68 eravamo un gruppo omogeneo di 30-35 persone ( era difficile dire chi facesse parte del gruppo a tutti gli effetti e chi no ). E, proprio quando la nostra sperimentazione sulle forme comunitarie era giunta al punto più incandescente, è arrivata la disgregazione. E' stato proprio dopo il periodo rivoluzionario, quando avevamo abbattuto le vecchie strutture per crearne di nuove: e la stessa cosa è successa anche al nostro interno. I fattori di crisi sono stati sottoposti a una nuova analisi ed è emerso che la compagnia conteneva in realtà quattro gruppi differenti che volevano fare differenti tipi di lavoro.
Cristina Valenti. Storia del living theatre


Allargare la sfera della sensibilità umana è il solo infallibile segno del genio nelle belle arti. Wordsworth vitato da Hebert Read.
Il nuovo mondo non sarà scoperto senza nuovi vascelli su cui navigare.
Il teatro è un vascello per esplorare.
Nessuno può essere persuaso contro la sua volontà.
Ci aspettiamo una naturale simpatia tra l'artista e la libertà umana e siamo sempre delusi quando non riesce a manifestarsi. Per questa ragione l'innovazione è un imperativo.
Vivere la vita più pienamente è la forza motrice. Quando questa cessa, come avviene nell'Iowa e anche a Parigi, allora il miglior rigor mortis a manifestarsi.
Parigi 1 luglio 1982
THEANDRIC
JULIAN BECK
IL TESTAMENTO ARTISTICO DEL FONDATORE DEL LIVING THEATRE
EDIZIONI SOCRATES 1994


"Il teatro povero non fu soltanto un tentativo di collocare la creatura umana in una situazione di assenza di cose allo scopo di esaminarla/o, fu anche un modo di dire No alla società che è capace di "vedere" soltanto se ci sono cose tutto intorno che impediscono alla verità di librarsi in volo costringendola nella realtà dei prodotti industriali e del dispendio di denaro.
Infatti siamo tutti così degradati che il costo misura il valore reale.
Se qualcosa non ha prezzo non è presente nella nostra realtà.
Questi sono problemi generici".
Tharon Plage (Francia) 3 aprile 1983


Non ho scelto di lavorare nel teatro, ma nel mondo.
II Living Theatre è diventato la mia vita, il teatro vivente.
Ci divoriamo a vicenda. Non posso distinguere l'uno dall'altro. In esso Judith e io ci uniamo.
Altri con noi. Degli attori vi sono aggrappati come i pidocchi all'aquila di Jeffers.
Ci sono attori che sono i miei occhi e dei tecnici che sono le nostre ali.
Il nido che costruiamo forse brulicherà di vermi. Le uova generano carnivori.
II mio teatro. Tengo Io specchio finché le braccia mi fan male.
Cade sulle teste degli spettatori lasciandoli feriti e sanguinanti.
Oppure non succede nulla.
Tengo uno specchio che è soltanto una crollante icona di merda, e io vi sono sepolto sotto.
Un cumulo di letame sulla scena dove nessuno può guardare. Una vita unica dì niente.
Julian Beck



julian beck
Artaud vide nella famosa bellezza del teatro orientale un movimento che riempi d'invidia la sua immaginazione. Ma Artaud era intrappolato dalle immagini, il grande tabù degli ebrei che nella comprensione trascendentale sanno la seduzione dell'occhio così forte e penetrante da minacciare l'uomo di distruzione; struggendosi lui stesso per la Grande Liberazione, Artaud non sapeva ancora come noi, circa trent'anni più tardi, che l'occhio non è il maggiore organo percettivo del corpo.
Il Teatro Oltre l'Occhio. Il Teatro del Corpo Che Non Soltanto Vede Ma...
Il Teatro Che Si Muove. Fa' attenzione. Muoviti.




Roberto Maestri
Il teatro nella sua complessità e interezza dell'espressione corporea
dove gesto, parola, emozione fanno parte di un tutto che è la sintesi dell'arte dell'attore.


Bianca Bertolucci
Sono d'accordo con julian beck, "Il Teatro Oltre l'Occhio",
in questo momento l'ipnosi passa attraverso l'occhio.
Abbiamo bisogno di altre porte per avvicinarci alla vita,
al vero, per non morire accartocciati su noi stessi.
Noi pensiamo di guardare il reale
ed intanto ci stanno prosciugando la linfa vitale.




Io credo che quello che mi ha fatto trovare antipatico il teatro italiano erano i "teatranti" o attori che amavano fare i divi del teatro...Shakespeare aveva scritto che i peggiori attori in Italia erano quelli sul palcoscenico e Peter O'Toole diceva che fare l'attore di teatro doveva essere come pisciare contro un muro e non recitare i testi come fossero testi sacri....Julian Beck ha fatto questo inventando il teatro povero.





Il teatro è in strada...se l'emozione è vera arriva anche se sussurrata..



Julian, negli anni 70, per lungo tempo, fu ospitato, gratuitamente, nel mio atelieur "IL CIELO" per continuare la sua attività laboratoriale. Era un grande senza soldi, e, dalle nostre parti, puoi essere grande quanto ti pare, ma, se non hai denaro, ti scanzano tutti.



Non esiste più un teatro rivoluzionario e lo stesso Living, ma soprattutto la sua dependance in Italia si è infine imborghesito e non scende più in strada.



quello che è esistito, può anche riesistere, con motivazioni simili ma differenti. Sono degli URLI nel mondo piatto della parola. O quando la parola si appiattisce, viene ascoltata, ma non ha più senso. [...] E' il momento di lanciarlo un altro URLO, silenzioso, forse, senza parole, un canto alla BELLEZZA che ci stanno togliendo, un URLO corale espansivo, efficace, DIROMPENTE!! Il momento è giusto, se non vogliamo soccombere.



certo che c'è ancora bisogno dell'URLO, ma oggi il teatro è passato da arte a mestiere
Oggi il teatro di Julian e Judit è semplicemente un ricordo di alcuni nostalgici (anche per età) i giovani "fanno" teatro sperando che qualcuno li noti e li scritturi per qualche intervento in televisione - credo che non debba sottolineare la qualità di molta recitazione. C'è ancora chi fa dell'ottimo teatro, ma è sempre più relegato in ambiti ristretti e, sicuramente, poco frequentati. Oggi è più importante il numero di biglietti staccati che non il lavoro di gente che ha qualcosa da dire.



i mestieranti del teatro ci sono sempre stati, così pure gli artisti. Il Teatro è il contenitore di tutte le arti. E' già cambiato, e cambierà ancora è un continuo mutamento...come la vita.



io penso che dio denaro ci fa diventare avari, ci divide e ci tiene sgretolati da noi stessi ma se vogliamo veramente il cambiamento di noi stessi ci dobbiamo attivare e trovare noi stessi io sono sveglio e pronto per un living povero ma chissà quanta poesia si potrà esternare nella povertà



il Teatro è ARTE espressione della vita umana, è sentimento, passione, socialità ed è in esso che il corpo umano diventa espressione della verità..



Infatti il Teatro gabbia allontana la persona dalla consapevolezza che è lui stesso un'artista, ma purtroppo rimarrà inconsapevole ...



Molto interessante e condivisibile.
Inviterei, però, oltre a quella sociale, a valutare un'altra caratteristica dei teatri: quella "fisica". Cioè, un teatro deve avere delle peculiarità per cui la voce e il suono possano propagarsi al meglio, raggiungendo tutti gli spettatori il più possibile allo stesso modo.



giovedì 20 febbraio 2014

Vasco Pratolini. Il Quartiere. Ma ora abbiamo i tacchi alti e le ginocchia coperte; e una finzione negli occhi se ci guardiamo. Ma basta che uno di noi volti un angolo di strada o salga una rampa di scale perché gli altri possano seguirlo in ogni gesto, come in uno specchio.


Eppure possiamo leggerci dentro al cuore l'uno con l'altro, seguirci in ogni strada o piazza e fra le mura delle nostre case di Quartiere. I nostri sogni sono stati così uguali che per formare diverse le nostre storie abbiamo dovuto dividerci le occasioni, come da fanciulli si prendeva ciascuno una qualità diversa di gelato per assaggiarle tutte.
Ma ora abbiamo i tacchi alti e le ginocchia coperte; e una finzione negli occhi se ci guardiamo. Ma basta che uno di noi volti un angolo di strada o salga una rampa di scale perché gli altri possano seguirlo in ogni gesto, come in uno specchio. Ce ne siamo dette le ragioni un giorno lontano, con pugni e abbracci, muco sotto il naso: non c'è nulla che possa sfuggirci nell'affetto che ci lega. Lasciate che la finzione ci squassi, o la vita, col cuore che si fa grosso e noi che lo comprimiamo. Un giorno saremo ancora tutti assieme, seppure coi corpi consumati da contatti estranei. Ma i nostri corpi sono abituati a dormire su un materasso di foglie, a soffrire di geloni, si sono nutriti di cavolo e lampredotto, come volete che ci faccia paura ritrovarci un po' diversi in viso? Credete che non ci riconosceremo?
Vasco Pratolini. Il Quartiere.



Il pane del povero è duro, e non è giusto dire che dove c'è poca roba c'è poco pensiero. 
Al contrario. Stare a questo mondo è una fatica, soprattutto saperci stare.
Metello 





sabato 15 febbraio 2014

Ziferblat, Londra. Un caffé con un’idea nuova. Chi entra prende una delle tante sveglie sullo scaffale all’ingresso e prende nota dell’orario. Poi resta quanto vuole, consumando quanti caffé desidera, o bevande, frutta, biscotti e altri spuntini, tutti gratuiti. All’uscita si paga a seconda del tempo che si é passato nel locale. Il prezzo é di 3p al minuto, 1,80 sterline all’ora (circa 2,2o euro), senza un tempo minimo di permanenza.



Il tempo non è gratis, perché gli Inglesi, a differenza di noi Italiani, hanno letto Seneca (vedi il Teatro Elisabettiano) e sanno quanta importanza abbia il tempo, non perdono persino un minuto. 
Hanno una fisima per il tempo,proprio come me, che mi sento un londinese adottato! 


Un locale dove tutto é gratis tranne il tempo: ha aperto a Londra Ziferblat, un caffé con un’idea nuova. Chi entra prende una delle tante sveglie sullo scaffale all’ingresso e prende nota dell’orario. Poi resta quanto vuole, consumando quanti caffé desidera, o bevande, frutta, biscotti e altri spuntini, tutti gratuiti. All’uscita si paga a seconda del tempo che si é passato nel locale. Il prezzo é di 3p al minuto, 1,80 sterline all’ora (circa 2,2o euro), senza un tempo minimo di permanenza.

Lo Ziferblat di Londra é il debutto in Europa occidentale di una catena russa che ha giá dieci locali a Mosca, San Pietroburgo, Kiev e altre cittá dell’ex impero sovietico (il nome significa ‘quadrante’ in russo). Nato quasi per caso, vuole essere l’opposto di catene come Starbucks dove notoriamente molti clienti comprano una solitaria tazza di caffé, si piazzano con il cellulare e il laptop per sfruttare il wifi gratuito e restano lí per ore. L’abitudine a trasformare i bar in una sorta di ufficio é talmente consolidata che ha generato un neologismo: coffice.

Qui invece l’obiettivo é creare un centro sociale, un luogo dove la gente puó lavorare se vuole ma puó anche chiacchierare e interagire. Chi vuole puó anche portarsi il cibo da casa e cucinarlo o scaldarlo nei micro-onde a disposizione. Il locale é spazioso e arioso e ha tanti tavoli e poltrone comode con un mix di moderno e vintage. C’é anche un pianoforte che gli ospiti possono suonare, se gli altri clienti non hanno obiezioni. Si puó parlare, ballare, cantare, discutere, suonare e dipingere – tutto tranne bere alcolici, che sono severamente vietati.

“I londinesi hanno capito istantaneamente la nostra proposta, – spiega Ivan Mitin, 29 anni, il proprietario di Ziferblat. – Ad esempio, lavarsi tazze e piatti non é obbligatorio, ma abbiamo notato che la gente non solo lo fa, ma lava anche i piatti degli altri. Si comportano come inquilini temporanei in una casa condivisa. Noi consideriamo il pagamento per il tempo passato qui come una donazione per far proseguire questo esperimento. Il nostro é un progetto sociale, non un business model.”

Ziferblat, 388 Old Street, Londra EC1V 9LT

www.ziferblat.net



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lunedì 14 gennaio 2013

Mariangela Melato. Odio lo stile della tv che colora tutto rosa shocking: un mondo mostruoso, dove non ci sono rughe, difetti, un mondo senza verità



Odio lo stile della tv che colora tutto rosa shocking: un mondo mostruoso, dove non ci sono rughe, difetti, un mondo senza veritàSono convinta che gli applausi del pubblico allo spettacolo arrivano perché ha il dono della semplicità: sono io con i vestiti di casa, quasi non recito, io con il mio dolore che cerco di raccontare una cosa che mi ha colpito
Mariangela Melato, in una delle ultime interviste



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