La tartaruga pregò l'aquila di insegnarle a volare. L'aquila, ritenendo che volare non fosse cosa da tartaruga, la sconsigliava di tentare: ma la tartaruga insisteva. L'aquila allora la prese nei propri artigli, la portò in alto e la lasciò cadere giù: la tartaruga cadde sulle rocce e si fracassò.
Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura
Un cane stava attraversando un fiume su una passerella, portando fra i denti un pezzo di carne.
Vide se stesso riflesso nell’acqua e credette che lì sotto ci fosse un altro cane, intento come lui a portare in bocca un pezzo di carne. Così lasciò andare il suo pezzo e si lanciò di sotto per strappare quello dell’altro cane. Di quella carne, però, non c’era neppure l’ombra, e la sua venne portata via dalle acque.
E il cane restò a bocca asciutta.
Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura
Un tale, cieco dalla nascita, domandò a uno che ci vedeva: “
Di che colore è il latte?”.
Quello che ci vedeva gli rispose: “Il colore del latte somiglia a quello della carta bianca”.
Il cieco domandò: “Ma forse questo colore fruscia sotto le mani come fa la carta quando la strofini?”.
Quello che ci vedeva rispose: “No, è bianco come la farina”.
Il cieco domandò: “Ma forse è morbido e composto di tanti granellini come la farina?”.
Quello che ci vedeva rispose: “No, è bianco e basta, come una lepre, una di quelle bianche”.
Il cieco domandò: “Ma allora è peloso e morbido come una lepre?”.
Quello che ci vedeva rispose: “No, il bianco è tale e quale alla neve”.
Il cieco domandò: “Ma allora è freddo come la neve?”.
E così, per quanti paragoni potesse fare quello che ci vedeva, il cieco non riuscì a capire com’era fatto il colore bianco del latte.
Lev Tolstoj, I quattro libri di lettura
«Il periodo piú luminoso della mia vita mi è stato dato non già dall'amore per una donna, ma dall'amore per gli uomini, per i bambini». Cosí Lev Tolstoj rievocò, molti anni dopo, la stagione felice della scuola di Jasnaja Poljana da lui fondata nel 1860 per i bambini di campagna; perché «nel bambino vive intatto il prototipo dell'uomo: e ogni educatore deve aiutare il bambino a preservare la sua primigenia perfezione». A tal scopo Tolstoj raccolse prima nell'Abbecedario (1872) e rifuse poi nei Quattro libri di lettura (1875) favole, racconti dal vero, descrizioni, considerazioni su problemi veri o immaginari («Dove va a finire l'acqua del mare»), graduando l'approccio dei piccoli lettori nei territori del Meraviglioso. Nel creare il suo polittico narrativo, Tolstoj scrisse anche uno dei suoi libri piú personali e persuasivi: un'antologia dell'immaginario popolare e collettivo, in cui sono i piccoli a guidare gli adulti lungo sentieri lussureggianti di immagini, folti di sorprese, gremiti di deliziose presenze: la ragazza topolino, il brigante Pugaciov, Pietro il Grande, i due fratelli fiumi Volga e Vasusa, il nero mastino Bulka...
Traduzione di Agostino Villa. Introduzione di Pier Cesare Bori.
http://www.einaudi.it/libri/libro/lev-tolstoj/i-quattro-libri-di-lettura/978880613576
In Tolstoj c’è una splendida parabola su un uomo che era molto, molto povero. Aveva tre pagnottelle e un piccolo pretzel. E tornò dal lavoro nei campi e mangiò una pagnottella. Ma aveva ancora fame. Allora mangiò la seconda pagnottella, ma aveva ancora fame. Mangiò la terza pagnottella. Poi mangiò il pretzel e si sentì sazio. Disse: «Che idiota che sono. Avrei dovuto mangiare il pretzel per primo».
David Mamet cita Tolstoj ne I 3 usi del coltello
Un giorno sto camminando per strada e, mentre passo accanto a due cocchieri che conversano, sento che uno dice all’altro: «Be’ è chiaro: quando non si è bevuto si ha vergogna».
Lev Tolstoj, Perché la gente si droga
Racconto di Tolstoj.
Quanta terra serve a un uomo?
È la storia di Pachòm, un contadino siberiano, che vive sul suo fazzoletto di terra con la moglie e tre bambini. Non è ricco, ma alla famiglia non manca nulla. Tuttavia Pachòm è insoddisfatto, e pensa a quanto sarebbe “assolutamente felice” se avesse più terra.
Alla fine scoprirà che tutta la terra che veramente serve è quella per la propria fossa.
Un bel monito contro l'avidità umana.
Secondo James Joyce questo racconto di Tolstoj era
“the greatest story that the literature of the world knows”.
Argomento del racconto è la vicenda di Pachòm, un contadino che, ossessionato dal desiderio di acquistare una quantità sempre più grande di terra da coltivare,
alla fine avrà bisogno di soli tre aršin di terra, lo spazio occupato dalla sua sepoltura.
"Ad un povero contadino, che aveva appena il necessario per vivere, accadde un giorno di imbattersi in una grande fortuna. Un contadino, che aveva un grande campo, promise che gli avrebbe regalato un pezzo di terra la cui misura sarebbe stata quella equivalente al tratto che il povero contadino fosse riuscito a percorrere tra l'alba e il tramonto. L'unica condizione era che, al tramonto, si sarebbe dovuto trovare al punto di partenza. All'inizio il povero contadino era molto felice: "certo non avrebbe avuto bisogno di tutto il giorno per avere un campicello che gli avesse consentito di vivere in abbondanza". Cosi egli parti di buon umore, senza fretta e con passo tranquillo; ma, cammin facendo, si affaccio in lui il pensiero che avrebbe potuto sfruttare ancor meglio quest'unica opportunità, guadagnando terreno più possibile: e già si immaginava tutte le cose che avrebbe potuto fare con quella nuova ricchezza.
Il suo passo diventava sempre più veloce ed egli si orientava sempre verso il sole poiché non voleva in nessun caso mancare, quando fosse giunto il tramonto, al punto di partenza. Continuava a descrivere un cerchio sempre più grande, per allargare ancora e ancora il pezzo di terra. Li vedeva un laghetto, qui un pascolo particolarmente fertile, lì ancora un boschetto. Il suo passo diveniva sempre più frettoloso, il suo respiro ansante e il sudore, causato dal continuo camminare e dalla paura, gli bagnava la fronte.
Finalmente, con un ultimo sforzo, raggiunse il traguardo.
Con l'ultimo raggio del tramonto, si era trovato al punto di partenza, cosi come era stabilito nei patti: ed ora che un immenso pezza di terra gli apparteneva, sfinito cadde a terra morto. Il suo cuore non era stato in grado di sopportare lo sforzo. E fu così che al contadino rimase solo un piccolo fazzoletto di terra per la sepoltura: ed era quello di cui ormai aveva bisogno".
Leone Tolstoj
È probabile che l'episodio finale di questo racconto sia stato ispirato a Tolstoj dalla lettura delle Storie di Erodoto fatta dallo scrittore russo nel 1871, durante un suo viaggio presso i Baškiri, ritenuti discendenti dagli antichi Sciti. Narra infatti lo storico greco:
«
Gli Sciti dicono che colui che, mentre ha in custodia l'oro sacro, si addormenta all'aperto, non termina l'anno di vita: allora gli viene data in ricompensa di ciò tutta la terra di cui egli può fare il giro in un giorno a cavallo. »
Erodoto, Storie, Libro IV, cap. 7
https://it.wikipedia.org/wiki/Se_di_molta_terra_abbia_bisogno_un_uomo
https://68.media.tumblr.com/fc1a2507cd200e9314e30c64881e0e6f/tumblr_os1r4gj6OO1rbk5jmo1_500.jpg
file:///C:/Users/lulu/Downloads/quanta%20terra%20serve%20a%20un%20uomo_anteprima.pdf
Ma che fare, che fare?
Non c’era risposta, eccetto quella generica risposta che la vita dà ai problemi più complicati e insolubili. La risposta è questa: bisogna vivere delle esigenze della giornata, ossia dimenticare.
Dimenticare nel sonno non è più possibile, almeno sino a stanotte; bisogna dunque dimenticate con il sonno della vita.
Lev Tolstoj
Non posso vivere senza sapere quel che sono e perché sono qui.
Saperlo è impossibile, quindi è impossibile vivere.
Nell'infinità del tempo e dello spazio nasce una bollicina d'aria,
si regge un poco e scoppia, e questa bollicina d'aria sono io.
Lev Nikolàevič Tolstòj
Ma vale forse la pena di vivere per se stessi se puoi morire da un momento all'altro,
e per giunta morire senza aver fatto nulla di buono e senza che nessuno sappia nulla di te?
Lev Nikolaevič Tolstoj, I cosacchi e altri racconti
Ogni uomo reca in sé, in germe, tutte le qualità umane, e talvolta ne manifesta alcune,
talvolta altre, e spesso non è affatto simile a sé, pur restando sempre unico e sempre se stesso.
Lev Nikolàevič Tolstòj
L’essere umano per poter ricevere tutto il bene che gli è possibile, deve non ingannare se stesso e capire la propria situazione esistenziale. In che consiste la vera condizione dell’essere umano sulla terra e
in che consiste quell’inganno che lo rende infelice? L’inganno consiste nel fatto che la gente si dimentica della morte; dimenticano che essi in questo mondo non vivono, ma passano. In questo inganno si trovano i bambini, ma molto spesso anche gli adulti, perfino in vecchiaia, non pensano alla morte; vivono così come se la morte non ci fosse, come se fossero certi di vivere eternamente. Queste persone solo al momento della morte capiscono la loro vera condizione e con terrore, ma ormai troppo tardi, scorgono l’orrore irrimediabile di tutta la loro vita. Pertanto, se io fossi chiamato a dare un unico consiglio agli esseri umani del nostro secolo, io non direi loro che una cosa: in nome di Dio fermatevi per un istante, smettete di lavorare, guardatevi intorno, pensate a ciò che siete, pensate a ciò che dovreste essere, mirate ad un ideale.
Basterebbe oggi arrestarsi un istante a tutte le attività e riflettere, commisurare le esigenze della sua ragione e del suo cuore con le attuali condizioni dell’esistenza, per accorgersi che tutta la sua vita, tutte le sue azioni sono in contraddizione continua ed eclatante con la sua coscienza, la sua ragione ed il suo cuore. Pertanto, se io fossi chiamato a dare un unico consiglio agli uomini, quello che giudicassi il più utile agli uomini del nostro secolo, io non direi loro che una cosa: in nome di Dio fermatevi per un istante, smettete di lavorare, guardatevi intorno, pensate a ciò che siete, pensate a ciò che dovreste essere, mirate ad un ideale
Lev Tolstoj
Come sempre suole accadere in un lungo viaggio, alle prime due o tre stazioni l'immaginazione resta ferma nel luogo di dove sei partito, e poi d'un tratto, col primo mattino incontrato per via, si volge verso la meta del viaggio e ormai
costruisce là i castelli dell'avvenire.
Lev Nikolaevič Tolstoj, I cosacchi e altri racconti
http://www.hardwaregame.it/images/guide/batik/Tolstoj%20%20Lev%20Nikolaevic%20-%20I%20Cosacchi%20E%20Altri%20Racconti.pdf
Ho visto a Parigi decapitare un uomo con la ghigliottina...
Nel momento in cui la testa e il corpo si separarono e caddero diedi un grido e compresi, non con la mente, non con il cuore, ma con tutto il mio essere, che quelle razionalizzazioni che avevo sentito a proposito della pena di morte erano solo funesti spropositi e che
l'assassinio è il peccato più grave del mondo.
Lev Tolstoj
Lev Tolstoj, La morte di Ivan Il’ič.
In fondo all’anima Ivan Il’ič sapeva che stava morendo, ma non solo non era abituato a una cosa del genere, proprio non la capiva, non riusciva in nessun modo a capirla.
Quell’esempio di sillogismo che aveva studiato nel manuale di logica del Kiesewetter,
Caio è un uomo, gli uomini sono mortali, perciò Caio è mortale, gli era sembrato, per tutta la vita, valido solo in rapporto a Caio, e in alcun modo in rapporto a se stesso. Una cosa era l’uomo-Caio, l’uomo in generale, e in questo caso il sillogismo andava benissimo;
ma lui non era né Caio né l’uomo in generale, ma era sempre stato un essere molto, molto particolare, molto diverso da tutti gli altri esseri; era stato Vanja, con la mamma, col papà, con Mitja e Volodja, con i giochi, con il cocchiere, con la njanja ; e poi con Katen’ka, con le gioie, i dolori, gli entusiasmi dell’infanzia, dell’adolescenza, della giovinezza. Aveva mai sentito Caio l’odore del pallone di cuoio che al piccolo Vanja piaceva così tanto? Aveva mai baciato la mano alla mamma, Caio, e avevano mai frusciato così dolcemente, per Caio, le pieghe della seta del vestito della mamma? Aveva mai litigato, Caio, per le frittelle, all’istituto di giurisprudenza? E Caio, era mai stato innamorato? E sapeva, Caio, presiedere un’udienza in tribunale?
Certo che Caio è mortale, lui è giusto che muoia, ma io, piccolo Vanja, io, Ivan Il’ič, con tutti i miei sentimenti, i miei pensieri, io sono un’altra cosa.
Non è possibile che mi tocchi morire. Sarebbe troppo orribile.
Questo sentiva.
«Se dovessi morire anch’io, come Caio, allora lo saprei, una voce interiore me l’avrebbe detto, ma non c’è stato, dentro di me, niente del genere; e io, e tutti i miei amici abbiamo sempre pensato che non dovesse succedere a noi come a Caio. E adesso guarda un po’! – diceva a se stesso, – Non è possibile. Non è possibile, e invece è così. Come mai? Cosa vuol dire?».
E non riusciva a capire e cercava di scacciare questo pensiero come un pensiero bugiardo, sbagliato, morboso, e di espellerlo per mezzo di altri pensieri giusti, sani. Ma quel pensiero non era già più un pensiero, era, in un certo senso, realtà, e tornava indietro e si fermava davanti a lui.
Lev Tolstoj, La morte di Ivan Il’ič
Basterebbe che gli uomini credessero alla necessità di adempiere all’unico comandamento dell’Amore, così come essi credono oggi alla necessità di compiere questi o quei sacramenti, queste o quelle preghiere; basterebbe che così come credono oggi alla necessità delle loro scritture, dei loro templi, delle raffigurazioni incise sui calici, essi credessero che esiste al mondo un solo santuario indubitabile, l’uomo, e che l’unica cosa che l’uomo non può e non deve profanare e offendere sia ancora e sempre l’uomo stesso, il portatore del principio divino, e diverrebbero impossibili non soltanto le esecuzioni capitali e le guerre ma anche tutte le violenze che l’uomo può fare all’uomo.
Lev Tolstoj, L’unico comandamento
La vera religione è quel rapporto – conforme alla ragione e alle cognizioni –
che l'uomo stabilisce con l'infinito che lo circonda,
questo rapporto lega la sua vita a questo infinito e
dirige le sue azioni.
La fede non è la speranza e non è la fiducia,
ma è uno stato particolare dello spirito.
La fede è la presa di coscienza dell'uomo
della sua collocazione nel mondo,
la quale lo obbliga a certe azioni.
Lev Tolstoj "Che cos'è la religione e quale ne è l'essenza?"
'Come più volte ho avuto occasione di dichiarare, considero i moderni residui di patriottismo un sentimento deleterio, incosciente, inattuale, nonché la causa diretta della maggior parte dei guai che affliggono l'umanità; un sentimento da annientare una volta per tutte, con ogni mezzo, con la collaborazione di ogni persona ragionevole [...]
L'esercito, il denaro, la scuola, la religione, la stampa, tutto si trova nelle mani delle classi dirigenti:
A scuola accendono l'amor di patria nei bambini, mediante storie nelle quali il proprio popolo è invariabilmente il migliore, da adulti questo sentimento viene confermato da spettacoli, festività, monumenti e, inutile dirlo, dalla stampa.
Il più efficace meccanismo psicologico adottato dalla propaganda consiste nel recitare la parte delle vittime allorché altri popoli - provocati - si difendono. L'istigazione statale all'orribile sentimento del patriottismo ha avuto dappertutto in Europa un incremento tale ed è stata talmente spinta agli estremi, che non vedo come si potrebbe andare oltre'.
Lev Tolstoj, maggio 1900
"Lev Nikolàevič Tolstòj è stato uno scrittore, filosofo, saggista ed attivista russo. Divenuto celebre grazie ai suoi racconti giovanili sulla guerra, il suo nome ebbe risonanza mondiale anche per i suoi romanzi "
Guerra e pace" e "
Anna Karenina". Nella seconda metà dell'Ottocento ebbe una
profonda crisi spirituale che lo portò in contrasto con la Chiesa ortodossa russa, anche se alla base del suo pensiero religioso ci fu sempre il Vangelo epurato però da ogni elemento sovrannaturale. In quello stesso periodo nacque il connubio politico chiamato "
anarchismo cristiano", l'unione dell'umiltà cristiana con il giustizialismo egualitario, che si stava diffondendo nell'Impero Russo e fece capo proprio a Tolstoj. Questi non ammise mai di essere anarchico ma di essere semplicemente un "vero cristiano" che
intendeva per mezzi non violenti cambiare lo Stato dispotico e violento e rifiutare la proprietà privata (il suo pensiero ispirò Gandhi).
Tolstoj è considerato uno dei padri fondatori dell'ideologia anarchica e uno dei più grandi scrittori della storia [...]"
C’è una leggenda indiana su un uomo che lasciò cadere una perla in mare e che, per recuperarla, prese un secchio e cominciò ad attingere l’acqua e a versarla sulla riva. Lavorò così senza sosta e il settimo giorno il genio del mare ebbe paura che l’uomo prosciugasse il mare e gli portò la perla. Se anche quel nostro male sociale che è l’oppressione dell’uomo fosse il mare, anche in questo caso per riavere quella perla che abbiamo perso varrebbe la pena di sacrificare la propria vita a prosciugare il mare di questo male. Il principe di questo mondo si impaurisce e si sottomette più facilmente del genio del mare; ma il male sociale non è il mare, bensì un fetido mondezzaio che siamo noi stessi a riempire con cura delle nostre lordure. Basterebbe solo tornare in sé e comprendere quel che stiamo facendo, cessare di amare le proprie lordure, perché il mare immaginario si disseccasse immediatamente e ci fosse possibile impadronirci di quella perla inestimabile che è la vita umana e fraterna.
Lev Tolstoj, Che fare?, traduzione di Luisa Capo, Milano, Mazzotta 1989
La dottrina di Cristo nel suo vero significato
“I suoi principi, sia metafisici che etici, sono riconosciuti non soltanto dai cristiani, ma anche dai discepoli di altre fedi, poiché coincidono con l'essenza di tutte le importanti dottrine religiose: il brahmanesimo, il confucianesimo, il taoismo, il giudaismo, le dottrine di Swedenborg, lo spiritualismo, la teosofia e lo stesso positivismo di Comte.
Il nocciolo di questa dottrina può essere definito come segue:
l'uomo è un essere spirituale, simile al suo principio-Dio; la missione dell'uomo è fare la volontà del suo principio-Dio; la volontà di Dio è contribuire al Bene degli uomini; il Bene degli uomini è realizzato dall'amore; l'amore attivo è di fare agli altri quello che vorresti fosse fatto a te. Questa è tutta la dottrina.”
Lev Tolstoj, “Guerra e rivoluzione” (1906), I, 12
Sarà lo stesso anche con questo dolore.
Passerà il tempo, e io vi sarò indifferente.
Lev Tolstoj
“Noi siamo talmente impregnati dalla falsa idea che attribuisce la possibilità di migliorare la nostra vita con mezzi esteriori, che ci sembra possibile realizzare il cambiamento del nostro stato interiore grazie a quelli.”
Lev Tolstoj, “Guerra e rivoluzione” (1906), I, 12
Non c'è nulla di più forte di quei due combattenti lì: tempo e pazienza.
Sono quelli lì, che faranno tutto.
Lev Tolstoj, Guerra e Pace
Tutte le grandi rivoluzioni della vita umana avvengono nel pensiero.
Purché si produca un cambiamento nel modo di pensare, l'azione seguirà così immancabilmente la direzione del pensiero, come una barca segue la direzione impressagli dal timoniere.
Lev Tolstoj
Ciò che ci sconcerta generalmente, è che il lavoro del nostro perfezionamento interiore dipende unicamente da noi, e perciò ci sembra di poca importanza; invece, l'organizzazione della vita esteriore è legata alle conseguenze della vita degli altri, ed è solo per questo che ci sembra più importante.
Lev Tolstoj
La felicità non dipende dagli avvenimenti esterni, ma dalla maniera in cui li consideriamo:
un uomo abituato a sopportare il dolore, non può non essere felice.
Lev Tolstoj
Ma è difficile per un uomo scontento non rimproverare qualcun altro, e proprio chi gli è più vicino, di ciò che lo rende scontento.
Lev Nikolaievic Tolstoj
“Come non si può asciugare l’acqua con l’acqua, non si può spegnere il fuoco con il fuoco, così non si può distruggere il male con il male.”
Lev Tolstoj
Lev Tolstoj: maestro di nonviolenza che ispirò Gandhi.
Lev Tolstoj, nato a Jàsnaja Poljana il 9 settembre 1828, non fu solamente un grande scrittore ma anche un
convinto sostenitore del principio della nonviolenza, tanto da aver ispirato persino Gandhi, che dei suoi scritti affermò: “La sua lettura mi entusiasmo’. Ne ebbi un’impressione indimenticabile. A quel tempo io credevo nella violenza. Quel libro mi curò dallo scetticismo e fece di me un fermo credente nell’ahimsa.”
I principi che lo muovevano erano la
non resistenza al male, il lavoro agricolo, la non-collaborazione, l’antimilitarismo. Partendo da questi presupposti, Tolstoj affermava che la legge andava condannata qualora legittimasse la violenza e l’ingiustizia, come purtroppo accadeva spesso. Anche se queste tematiche gli furono care per tutta la vita, fu soprattutto nell’ultima parte dell’esistenza, dai 50 agli 80 anni circa, che Tolstoj si dedicò con particolare fervore ai suoi principi nonviolenti, attivandosi in prima persona per fare proseliti. Ma in quegli stessi anni lo scrittore russo attraversò una fase difficile, segnata da una crisi profonda, dominata da una sensazione di inutilità che, a quanto pare, lo condusse persino a tentare il suicidio.
La crisi esistenziale di Lev Tolstoj
L’insoddisfazione di Tolstoj derivava dalla contraddizione che egli sentiva di vivere in prima persona, difatti
lo scrittore aveva origini nobili e contatti con i poteri alti, e di conseguenza con un sistema di vita corrotto che non gli andava a genio. La crisi ebbe fine quando riuscì a rinunciare ai compromessi con la chiesa ortodossa russa, abbracciando il messaggio evangelico, che sentiva decisamente più in sintonia con se stesso. Nello stesso periodo Tolstoj iniziò a dedicarsi ad opere prevalentemente religiose e di carattere sociale, fra cui si annovera “
Che fare?”, in cui affrontò tematiche scottanti ed estremamente attuali come
la povertà urbana e il degrado dei contadini costretti ad urbanizzarsi a causa della diffusione delle fabbriche.
Negli scritti di questi anni ritornano spesso il tema della disuguaglianza sociale e alcune strategie atte a superare lo status quo, fra cui
5 comandamenti illustrati nel libro “Resurrezione”, ispirati a un
comunismo di tipo evangelico:
1. L’uomo non deve mai uccidere il proprio simile ma nemmeno adirarsi con lui.
2. L’uomo non profani la bellezza di una donna facendone strumento del proprio piacere.
3. Mai promettere niente sotto giuramento.
4. Perdonare le offese, non rifiutare nulla di ciò che gli altri ti chiedono.
5. Amare, aiutare e servire tutti, anche i propri nemici.
Il libro di Tolstoj che convertì Gandhi
Ma il testo forse più esaustivo, perlomeno dal punto di vista di Gandhi, fu “
Il regno di Dio è in voi”, vero e proprio sunto della sua
visione cristiana improntata alla nonviolenza. Gandhi ne fu letteralmente illuminato trovando la fede che gli mancava, proprio mentre era impegnato a difendere i suoi connazionali in Sudafrica. Fra i pensieri di Tolstoj che lo colpirono maggiormente, l’
idea che le metropoli e le fabbriche fossero contrarie alla legge divina, trattandosi di meccanismi per sfruttare il lavoro dei poveri. Oppure l’idea che il bene andasse sempre esercitato a dispetto delle circostanze. Fra i due pacifisti vi fu, in un certo periodo, scambio di corrispondenza e in una delle lettere inviate da Tolstoj all’amico, lo scrittore elogiò l’opera di Gandhi descrivendola come “l’opera più centrale, più importante fra tutte quelle che si svolgono attualmente nel mondo, e di essa saranno partecipi necessariamente non solo i popoli del mondo cristiano, ma quelli di tutto il mondo“.
Concetti base della nonviolenza di Tolstoj
Un altro concetto basilare della nonviolenza di Tolstoj è l’antimilitarismo, abbracciato da numerosi simpatizzanti che si rifiutarono, a loro tempo, di prestare servizio militare, non senza conseguenze. D’altronde il regime zarista non apprezzava affatto l’opera di Tolstoj, tant’è che censurò diversi suoi scritti. Nonostante ciò, le idee pacifiste dello scrittore si diffusero capillarmente nell’intera Europa.
Ulteriore caposaldo della sua filosofia il
legame diabolico fra violenza ed economia. Tolstoj credeva infatti che le disuguaglianze economiche contribuissero alla guerra e che fosse sbagliato costringere i poveri ad adeguarsi a qualunque genere di lavoro allo scopo di sottometterli in nome dell’interesse di pochi. Inoltre era fortemente convinto che il solo modo per contrastare il male fosse l’amore e non certo l’odio.
Violenza più violenza, affermava, crea ancor più violenza. Come premesso,
egli credeva anche nella non-collaborazione, ovvero nell’importanza di non aderire a qualunque forma di violenza, anche istituzionalizzata come nel caso del servizio militare. Infine riteneva che il male potesse toccarci solo se vi si partecipa in qualche modo:
“
Verrà distrutto il male fuori di noi, solamente quando lo avremo distrutto in noi…
Il male può toccarci solo se in un modo o nell’altro vi partecipiamo. E non vi è nulla di più dannoso per gli uomini del pensare che le cause della loro situazione non risiedono in loro stessi, ma in condizioni esterne.”
Laura De Rosa
http://www.eticamente.net/47679/lev-tolstoj-maestro-di-nonviolenza-che-ispiro-gandhi.html
[...] Conoscete L. Tolstoj come letterato. Però Tolstoj è stato molto di più che uno scrittore. Particolarmente in campo religioso Tolstoj è stato il Martin Luther King russo.
Ha proposto una propria visione della fede, secondo la quale Dio è uno solo per tutte le religioni e la Chiesa è uno strumento di repressione. La Chiesa non ha potuto fare altro che scomunicarlo, data l’autorità di Tolstoj. Molti rivoluzionari e hippies apprezzavano le sue idee sull’amore e sulla vita nella natura, come veri fondamenti della vita. Tolstoj è stato il padre del movimento dei tolstoiani, i seguaci di Tolstoj (Ghandi, Bulgakov), non solo riguardo alla religione ma anche alla sua filosofia di vita.
L’essere umano per poter ricevere tutto il bene che gli è possibile, deve non ingannare se stesso e capire la propria situazione esistenziale. In che consiste la vera condizione dell’essere umano sulla terra e in che consiste quell’inganno che lo rende infelice? L’inganno consiste nel fatto che la gente si dimentica della morte; dimenticano che essi in questo mondo non vivono, ma passano. In questo inganno si trovano i bambini, ma molto spesso anche gli adulti, perfino in vecchiaia, non pensano alla morte; vivono così come se la morte non ci fosse, come se fossero certi di vivere eternamente. Queste persone solo al momento della morte capiscono la loro vera condizione e con terrore, ma ormai troppo tardi, scorgono l’orrore irrimediabile di tutta la loro vita. Pertanto, se io fossi chiamato a dare un unico consiglio agli esseri umani del nostro secolo, io non direi loro che una cosa: in nome di Dio fermatevi per un istante, smettete di lavorare, guardatevi intorno, pensate a ciò che siete, pensate a ciò che dovreste essere, mirate ad un ideale. Basterebbe oggi arrestarsi un istante a tutte le attività e riflettere, commisurare le esigenze della sua ragione e del suo cuore con le attuali condizioni dell’esistenza, per accorgersi che tutta la sua vita, tutte le sue azioni sono in contraddizione continua ed eclatante con la sua coscienza, la sua ragione ed il suo cuore.”
Lev Tolstoj
“L’uomo per poter ricevere tutto il bene che gli è possibile, deve non ingannare se stesso e capire la propria situazione esistenziale. In che consiste la vera condizione dell’uomo sulla terra e in che consiste quell’inganno che rende l’uomo infelice?
L’inganno consiste nel fatto che gli uomini si dimenticano della morte; dimenticano che essi in questo mondo non vivono, ma passano. In questo inganno si trovano i bambini, ma molto spesso anche gli adulti, perfino in vecchiaia, non pensano alla morte;
vivono così come se la morte non ci fosse, come se fossero certi di vivere eternamente. Queste persone solo al momento della morte capiscono la loro vera condizione e con terrore, ma ormai troppo tardi, scorgono l’orrore irrimediabile di tutta la loro vita. Pertanto, se io fossi chiamato a dare un unico consiglio agli uomini del nostro secolo, io non direi loro che una cosa:
in nome di Dio fermatevi per un istante, smettete di lavorare, guardatevi intorno, pensate a ciò che siete, pensate a ciò che dovreste essere, mirate ad un ideale. Basterebbe all’uomo di oggi di arrestarsi un istante alla sua attività e riflettere, commisurare le esigenze della sua ragione e del suo cuore con le attuali condizioni dell’esistenza, per accorgersi che tutta la sua vita, tutte le sue azioni sono in contraddizione continua ed eclatante con la sua coscienza, la sua ragione ed il suo cuore.”
Lev Tolstoj
«
Allargai il raggio delle mie osservazioni, esaminai la vita di enormi masse di uomini, sia di quelli passati sia di quelli contemporanei. E di uomini che avevano capito il senso della vita, che avevano saputo vivere e morire io ne vedevo non due, tre, dieci, bensì centinaia, migliaia, milioni. E tutti loro, infinitamente diversi per indole, intelligenza, educazione, condizione, tutti allo stesso modo e in completa contrapposizione alla mia ignoranza conoscevano il senso della vita e della morte, sopportavano privazioni e sofferenze, vivevano e morivano vedendo in ciò non la vanità, ma il bene. Ed io fui preso da amore per quegli uomini. Quanto più penetravo nella loro vita di uomini viventi e nella vita degli uomini che erano già morti, dei quali leggevo o sentivo raccontare, tanto più io li amavo, e tanto più mi diventava facile vivere. Vissi così circa due anni e in me si verificò quel rivolgimento che da tempo già si preparava e del quale erano sempre esistite dentro di me le premesse. Mi accadde che la vita della nostra cerchia – dei ricchi, delle persone istruite non solo mi disgustò, ma perse qualsiasi senso. Tutto quello che noi facevamo, i nostri ragionamenti, la nostra scienza, le nostre arti, tutto ciò mi apparve come un trastullo da ragazzi. Io capii che non si doveva cercare un senso in tutto ciò. E invece quel che faceva il popolo lavoratore, il quale costruisce la vita, mi appariva come l'unica occupazione degna di rispetto. E capii che il senso che veniva attribuito a quella vita era la verità, e l'accettai.»
Lev Nikolàevič Tolstòj, Confessione, Исповедь, Ispoved', 1882.
Tutta l’assurdità della fede mi appariva come prima, ma non potevo negare ch’essa sola desse all’umanità la risposta alla questione della vita e, per conseguenza, la possibilità di vivere.[…] Ciò che mi respingeva non era il fatto che nell’esposizione della loro dottrina, esse associassero alle virtù cristiane, che m’erano sempre state care, mille cose inutili e irragionevoli. No; ciò che mi respingeva era il fatto che la vita di queste persone era simile alla mia, con la sola differenza che non corrispondeva ai principi che essi esponevano nelle loro dottrine.[…] Il popolo semplice, i lavoratori che mi circondavano, era il popolo russo, e mi rivolsi a lui, al senso ch’egli attribuisce alla vita. Questo senso, se può essere espresso, è il seguente: ogni uomo viene al mondo per la volontà di Dio. Dio crea l’uomo in tal modo che ciascuno può salvar la sua anima o perderla. Lo scopo dell’uomo nella vita è di salvarsi. Per salvar la propria anima, deve vivere secondo Dio e, per vivere secondo Dio, deve rinunziare a tutti i piaceri della vita, lavorare, umiliarsi, soffrire, esser buono.[….]
quando mi avvicinai alle porte del santuario e il prete mi obbligò a ripetere ch’io credevo che ciò che stavo per ingoiare fosse il vero corpo e il vero sangue di Cristo, fu per me come un colpo di coltello nel cuore. Vedevo là, non solamente qualche cosa di falso, ma, un’esigenza crudele imposta da qualcuno che evidentemente non aveva mai saputo egli stesso che cosa fosse la fede.[…] E portai la mia attenzione su ciò che viene fatto in nome della religione. Restai terrorizzato e rinunziai quasi completamente all’ortodossia. Il secondo rapporto fra la Chiesa e i problemi della vita è il modo con cui ella considera la guerra e la pena di morte. In quel periodo la Russia era precisamente in guerra. I Russi, in nome dell’amore di Cristo, si misero ad uccidere i loro fratelli. Era impossibile non pensare a questo, non si poteva non vedere che l’uccisione è un male contrario alle basi fondamentali di ogni religione.
Tolstoj, Lev Nikolàevič,
Le confessioni (1879-1881). - Milano : Casa ed. Sonzogno, 1913
Penso che molti, moltissimi abbiano passato le stesse prove. Io con tutta l'anima desideravo essere buono; ma ero giovane, preda delle passioni, ed ero solo, completamente solo quando cercavo il bene. Ogni volta, quando tentavo di manifestare quello che formava il mio più intimo desiderio, cioè che volevo essere moralmente buono, io incontravo disprezzo e canzonature; ma non appena mi abbandonavo a ripugnanti passioni, mi lodavano e mi incoraggiavano.
Lev Tolstoj, "La confessione"
"E così io, uomo felice, nascondevo tutte le corde perché non mi venisse la voglia d'impiccarmi ad un'asse appoggiata a due armadi nella stanza in cui la sera restavo solo per spogliarmi, e smisi di andare a caccia col fucile per non cedere alla tentazione di servirmi di un così semplice mezzo per liberarmi della vita."
Lev Tolstoj (1828-1910), La confessione, pag.28.
scritta tra il 1879 e il 1882, ed.it. SE, Conoscenza religiosa 2000
Che sia questa la morte?’ pensava il principe Andrèj, guardando con uno sguardo completamente nuovo, invidioso, l
'Avrei potuto scrivere interi libri sull'ignoranza che ho incontrato nelle scuole della Francia, della Svizzera e della Germania*. Tra l'altro, chi ha a cuore questo problema, si sforzi di esaminare la scuola non dai risultati pubblici degli esami, ma da visite e conversazioni prolungate con insegnanti ed allievi dentro e fuori la scuola'
Lev Tolstoj
* Al tempo in cui Tolstoj scriveva questo pensiero, le scuole da lui indicate erano considerate le migliori d'Europa.
Per vivere con onore bisogna struggersi, turbarsi, battersi, sbagliare, ricominciare da capo e buttar via tutto, e di nuovo ricominciare a lottare e perdere eternamente. La calma è una vigliaccheria dell’anima.
Lev Nikolàevič Tolstòj
'...La causa della miseria che affligge i lavoratori è la loro schiavitù.
La causa della schiavitù sono le leggi. E ciò che permette l'esistenza delle leggi è la violenza.
Ne consegue che per migliorare la condizione umana bisogna eliminare l'organizzazione della violenza. Questa però non si identifica in altri che nel governo [...] Per cambiare veramente qualcosa, ognuno dovrebbe cominciare col cambiare se stesso, invece di voler ammaestrare o forzare gli altri. Come? rifiutandosi di prender parte a tutto ciò che tiene in piedi i governi e quindi le leggi e il dominio d'un uomo sull'altro. Rifiutandosi prima di tutto di occupare cariche, di vestire uniformi, di educare per conto dello stato. Rifiutandosi di pagare tasse dirette o indirette e rifiutarsi di riscuoterle sotto forma di stipendi o pensioni varie. Rifiutando la protezione offerta dallo stato...'
Lev Tolstoj, La schiavitù moderna, 1900
"
Il denaro è una nuova forma di schiavitù, diversa dalla vecchia solo per il fatto che è impersonale, che non vi è relazione umana tra padrone e schiavo."
Lev Tolstoj
L'uomo sconosce dunque la sua MISSIONE:
IN LUOGO DI AIUTARE I SUOI SIMILI TOGLIE LORO IL NECESSARIO.
Lev Tolstoj
La folla ama il sistema. La folla vuole afferrare tutta la verità, e siccome non può comprenderla, crede volentieri
Lev Tolstoj
Se le "persone" CORROTTE si uniscono tra di loro per unire una forza, le Persone ONESTE devono fare lo stesso!
Lev Tolstoj
Sono convinto che
nell'uomo esiste una forza infinita, non solo morale ma anche fisica; ma su questa forza grava un freno terribile: l'amore di sé; o più precisamente il pensiero di sé, che genera impotenza. Ma appena l'uomo si libera da questo freno, diventa onnipotente. Avrei voglia di dire che il mezzo migliore per liberarsene è l'amore verso gli altri, ma sarebbe sbagliato. L'onnipotenza è l'assenza di coscienza; l'impotenza pensiero di sé. Liberarsi da questo pensiero di sé si può soltanto per mezzo dell'amore verso gli altri oppure per mezzo del sonno, dell'ebrietà, del lavoro eccetera; tutta la vita dell'uomo trascorre nella ricerca di questa liberazione. Da dove proviene la forza dei veggenti, dei lunatici, dei deliranti o degli uomini sotto l'influenza della passione? Delle madri, degli esseri umani o degli animali che difendono i propri figli? Perché non riusciamo a pronunciare giustamente una parola se pensiamo come va pronunciata giustamente? Perché la punizione più terribile che gli uomini hanno inventato è la reclusione a vita? (La morte come punizione non è stata inventata dagli uomini: essi agiscono in questo caso come arma cieca della provvidenza.) La reclusione a vita, in cui l'uomo è privato di tutto ciò che può aiutarlo a dimenticare se stesso, lo lascia col pensiero eterno di sé. Come può l'uomo salvarsi da questo supplizio? Egli riesce a distrarsi dal pensiero di sé per un secondo osservando un ragno o una scrostatura nel muro. È vero che il modo migliore, il più conforme al destino umano per salvarsi dal pensiero di sé è l'amore per gli altri; ma non è facile raggiungere questa felicità.
(Note del viaggio in Svizzera, 15-27 maggio 1857)
Lev Tolstoy, Diari di Viaggio Svizzera e Piemonte 1857
"
Si pensa comunemente che di solito i conservatori siano i vecchi, e che gli innovatori siano i giovani. Ciò non è del tutto vero. Il più delle volte, conservatori sono i giovani. I giovani, che han voglia di vivere ma che non pensano e non hanno il tempo di pensare a come si debba vivere, e che perciò si scelgono come modello quel genere di vita che v'era prima di loro"
Lev Tolstoj nacque nel 1828
Gli uomini di genio sono incapaci di studiare in gioventù perché sentono inconsciamente che bisogna imparare tutto in modo diverso da come lo impara la massa
Lev Tolstoj
Le conversazioni non rafforzano le buone relazioni ma, al contrario, le danneggiano.
Bisogna parlare il meno possibile, specialmente con coloro ai quali teniamo.
Lev Tolstoj
Per vivere con onore bisogna struggersi, turbarsi, battersi, sbagliare, ricominciare da capo e buttare via tutto, e di nuovo ricominciare e lottare e perdere eternamente. La calma è una vigliaccheria dell’anima.
Lev Tolstoj
«Giunto a casa, prese subito i suoi diari, da tempo abbandonati, ne rilesse alcuni brani e scrisse quanto segue: «
Per due anni non ho tenuto un diario, pensando che non sarei più tornato a queste bambinate. Ma non era una bambinata, bensì un dialogo con me stesso, con l'io più autentico, divino, che vive in ogni uomo».
Lev Tolstoj, “
Resurrezione” (romanzo scritto a Jasnaja Poljana tra il 1889 e il 1899).
Per quanto gli uomini, riuniti a centinaia di migliaia in un piccolo spazio, cercassero di deturpare la terra su cui si accalcavano, per quanto la soffocassero di pietre, perché nulla vi crescesse, per quanto estirpassero qualsiasi filo d’erba che riusciva a spuntare, per quanto esalassero fiumi di carbon fossile e petrolio, per quanto abbattessero gli alberi e scacciassero tutti gli animali e gli uccelli, –
la primavera era primavera anche in città. Il sole scaldava, l’erba, riprendendo vita, cresceva e rinverdiva ovunque non fosse strappata, non solo nelle aiuole dei viali, ma anche fra le lastre di pietra, e betulle, pioppi, ciliegi selvatici schiudevano le loro foglie vischiose e profumate, i tigli gonfiavano i germogli fino a farli scoppiare; le cornacchie, i passeri e i colombi con la festosità della primavera già preparavano nidi, e le mosche ronzavano vicino ai muri, scaldate dal sole.
Allegre erano le piante, e gli uccelli, e gli insetti, e i bambini. Ma gli uomini – i grandi, gli adulti – non smettevano di ingannare e tormentare se stessi e gli altri. Gli uomini ritenevano che sacro e importante non fosse quel mattino di primavera, non quella bellezza del mondo di Dio, data per il bene di tutte le creature, la bellezza che dispone alla pace, alla concordia e all'amore, ma sacro e importante fosse quello che loro stessi avevano inventato per dominarsi l'un l'altro.
Lev Tolstoj, Resurrezione, 1899
Una delle superstizioni più frequenti e diffuse è che ogni uomo abbia solo certe qualità definite, che ci sia l'uomo buono, cattivo, intelligente, stupido, energico, apatico, eccetera. Ma gli uomini non sono così. Possiamo dire di un uomo che è più spesso buono che cattivo, più spesso intelligente che stupido, più spesso energico che apatico, e viceversa: ma non sarebbe la verità se dicessimo di un uomo che è buono o intelligente, e di un altro che è cattivo, o stupido. E invece è sempre così che distinguiamo le persone. Ed è sbagliato.
Gli uomini sono come i fiumi: l'acqua è in tutti uguale e ovunque la stessa, ma ogni fiume è ora stretto, ora rapido, ora ampio, ora tranquillo, ora limpido, ora freddo, ora torbido, ora tiepido. Così anche gli uomini. Ogni uomo reca in sé, in germe, tutte le qualità umane, e talvolta ne manifesta alcune, talvolta altre, e spesso non è affatto simile a sé, pur restando sempre unico e sempre se stesso. In alcuni uomini tali mutamenti sono particolarmente bruschi, e questi mutamenti avvenivano in lui per motivi sia fisici che spirituali, e un mutamento del genere era avvenuto in lui, adesso.
Lev Tolstoj, Resurrezione.
La cosa peggiore per me era che sentivo come, di giorno in giorno, le abitudini della vita incatenassero la nostra esistenza in una forma definita, come il nostro sentimento perdesse libertà, e sottostasse allo scorrere regolare, impassibile del tempo. Al mattino eravamo allegri, a pranzo ossequiosi, la sera teneri.
Lev Tolstoj, La felicità familiare
Volevo il movimento, non un'esistenza quieta. Volevo l'emozione, il pericolo, la possibilità di sacrificare qualcosa al mio amore. Avvertivo dentro di me una sovrabbondanza di energia che non trovava sfogo in una vita tranquilla.
Lev Tolstoj, La felicità familiare
Come una candela accende un'altra e così si trovano accese migliaia di candele, così un cuore accende un altro e così si accendono migliaia di cuori
Lev Tolstoj
Come non si può spegnere il fuoco con il fuoco, né asciugare l’acqua con l’acqua, così non si può eliminare la violenza con la violenza.
Lev Tolstoj