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venerdì 2 settembre 2016

I “DORMIENTI”: NON TENTARE DI SVEGLIARLI…DIVENTANO FEROCI. La maggior parte delle persone sono ‘dormienti’ che non desiderano destarsi dal proprio sonno voluttuoso… e nemmeno dai propri incubi. Socrate credeva, ottimisticamente, che tutti gli uomini aspirino al bene e che, se compiono, invece, il male, ciò accade per ignoranza; ma basterebbe illuminarli sul loro errore, per consentirne il ravvedimento. Sarebbe molto bello, e inoltre molto semplice, se davvero le cose stessero in questo modo, ma, purtroppo, vi sono numerosi indizi che suggeriscono la fallacia di tale teoria.

I “DORMIENTI”: NON TENTARE DI SVEGLIARLI…DIVENTANO FEROCI.
La maggior parte delle persone sono ‘dormienti’ che non desiderano destarsi dal proprio sonno voluttuoso… e nemmeno dai propri incubi.

Socrate credeva, ottimisticamente, che tutti gli uomini aspirino al bene e che, se compiono, invece, il male, ciò accade per ignoranza; ma basterebbe illuminarli sul loro errore, per consentirne il ravvedimento. Sarebbe molto bello, e inoltre molto semplice, se davvero le cose stessero in questo modo, ma, purtroppo, vi sono numerosi indizi che suggeriscono la fallacia di tale teoria.

La verità è che più si osserva il comportamento degli esseri umani, più si finisce per ammettere che la stragrande maggioranza di essi è formata da dormienti, che non desiderano destarsi dal proprio sonno voluttuoso, e nemmeno dai propri incubi; che vogliono continuare a dormire, a dispetto di tutti, anche se la casa in cui vivono sta prendendo fuoco; che non provano alcuna gratitudine nei confronti di coloro i quali cercano di destarli, ma al contrario, nutrono nei confronti di costoro un odio implacabile, come se fossero i loro peggiori nemici e nel contempo onorano ed applaudono i malvagi pifferai che favoriscono i loro sonni e il loro sognare.

Per quella piccola minoranza di risvegliati – i quali cominciano a rendersi conto della natura illusoria del mondo in cui viviamo e del carattere risibile, se non addirittura pericoloso, della maggior parte delle cose che suscitano, nei più, compiacimento e desiderio di imitazione – il problema si pone in questi termini: che cosa fare in un contesto di sogno generalizzato, di odio nei confronti della verità, di rancore nei confronti di ogni voce che sia fuori del coro?

Come fare per evitare il treno che, guidato da un macchinista impazzito e carico di sonnambuli, sta per piombare addosso a coloro i quali sono desti, ma non possono agire sugli scambi, per deviarne la folle corsa? E ancora: è legittimo che il risvegliato cerchi di proporre ai dormienti la verità, se essi le preferiscono, invece, un mondo di menzogna? E’ giusto che cerchi di convincerli, di convertirli, di farli ravvedere, se ciò che essi vogliono è tutt’altro?

Certo, il giardiniere è uso a strappare le erbacce che invadono il suo giardino, ma il mondo non è un giardino e ogni visione del mondo ha diritto di sussistervi: anche quella che appare manifestamente erronea. Sopprimere le visioni erronee non è compito del risvegliato; ma, semmai, offrire a tutti gli strumenti per valutare che cosa sia giusto e che cosa sia sbagliato: dopo di che, ciascuno deve assumersi la responsabilità del sentiero che intende seguire. Nessuno può venire costretto ad essere virtuoso; nessuno può venire costretto a cercare la verità, se non la desidera e se ad essa preferisce la menzogna.

D’altra parte, è certo che, a quel punto, si pone concretamente il problema della sopravvivenza di colui il quale ritiene di essersi destato, e che si trova continuamente esposto agli urti e alle aggressioni degli altri, ossia dei dormienti: e le aggressioni più minacciose sono proprio quelle di quei dormienti che si sono sentiti importunati da coloro che hanno cercato di svegliarli.
È una questione di sopravvivenza. La storia ci offre sin troppi esempi di saggi, i quali sono stati crocifissi da una moltitudine che non voleva essere illuminata, che desiderava continuare a vivere nelle tenebre. E la moderna società di massa è la società dei ciechi e dei dormienti per eccellenza: è il vertice dell’attuale Kali Yuga, dell’Età Oscura nel ciclo della vicenda cosmica.
Se non vuole andare incontro al martirio, dunque – e vi sono, indubbiamente, degli ideali che meritano di essere perseguiti fino al martirio – il risvegliato è indotto a interrogarsi sul senso del suo vivere nella società, e sulle modalità con le quali deve gestire il suo rapporto con il prossimo.
In effetti, nessuno è disposto a modificare la propria concezione del mondo, o a lavorare seriamente su se stesso, se non sulla base di una profonda e sentita esigenza interiore, e quest’ultima non potrà mai venire da un agente esterno, ma solo in coincidenza con un impulso interno.
Quel che vogliamo dire, è che le persone sono disponibili ad affrontare un salto qualitativo nella propria evoluzione spirituale, solo se, e quando, decidono di prendere coscienza del problema; ossia, in genere, quando si rendono conto, non solo di essere insoddisfatte della propria vita attuale – ciò che accade a molti – ma anche di essere disposte a mettersi in gioco per uscire dal punto morto in cui si trovano.

In questa fase, e solo in questa, un evento esterno può fungere da detonatore della loro crisi benefica e affrettare una presa di coscienza: può essere l’incontro con una persona buona e saggia, o con un libro, o con una situazione inconsueta e stimolante (magari anche in apparenza negativa, come una malattia o il distacco da una persona cara).
Viceversa, se il momento non è giunto e la persona non è ancora pronta, nessun saggio, nessun libro e nessuna situazione stimolante potrebbero innescare una evoluzione spirituale. Come dice il Libro dell’Ecclesiaste, vi è un tempo per ogni cosa: per parlare e per tacere, per dormire e per vegliare, per vivere e per morire. E così come la natura fisica non fa salti, la stessa cosa può dirsi per la vita dell’anima: il suo processo evolutivo non può essere forzato.
Questo, difatti, è l’errore di fondo di tutte le rivoluzioni politiche e sociali: pensare che il mondo possa diventare migliore, una volta che si sia compresa una formula e la si sia messa in pratica, indipendentemente dalla vita interiore delle persone. Se non c’è una evoluzione spirituale, nessuna formula, per quanto perfetta in teoria, potrà rivelarsi capace di rendere il mondo migliore; al contrario, la storia è piena di esempi di formule ideali che si sono trasformate in terribili strumenti di oppressione e di malvagità, trovandosi nelle mani di persone che non avevano saputo compiere alcuna evoluzione interiore.

Per la persona che sia disponibile ad aprirsi, a mettersi in gioco, a evolvere spiritualmente, la vita offre infinite occasioni di miglioramento, purché le si sappia vedere. Un disturbo fisico, ad esempio, è certamente un segnale: un segnale che il nostro corpo ci manda, e che contiene informazioni preziose circa la disarmonia presente nella nostra vita. In ultima analisi, ogni disturbo fisico è riconducibile alla dimensione spirituale; ed è veramente sconcertante vedere come la grande maggioranza degli esseri umani si disinteressi del problema, sforzandosi di mettere a tacere il sintomo – ossia il campanello d’allarme – invece di andare alla ricerca del problema profondo che il corpo ha segnalato.
Peggio ancora: se il disturbo persiste, moltissime persone si affidano ciecamente a farmaci e a medici, come se farmaci e medici potessero sostituirsi alla doverosa presa di coscienza del proprio problema. E le stesse persone che delegano in questo modo la salvaguardia della propria salute, firmando una cambiale in bianco nei confronti dell’apparato sanitario ufficiale, sono poi quelle che esigono di occuparsi in prima persona, e fin nei minimi dettagli, di cose assolutamente banali e secondarie, come la scelta del nuovo modello di automobile da acquistare o l’intervento di chirurgia estetica per aumentare le dimensioni del seno.

Un altro esempio di questa tendenza a delegare le questioni davvero rilevanti ad agenzie esterne, è offerto dalla politica. La grande maggioranza delle persone non si informa adeguatamente su ciò che attiene a questa sfera e preferisce firmare – anche in questo caso – una cambiale in bianco ai partiti, i quali mandano in Parlamento i loro uomini di fiducia, una legione di «yes-men» dalla schiena flessibile e facilmente pieghevole, fedeli esecutori delle direttive ricevute dalle rispettive segreterie.
Un discorso analogo si può fare per la pubblica amministrazione. Il risultato è che i nostri sindaci e assessori, che si muovono nella sfera del quantitativo e di ciò che ha un alto grado di visibilità (indipendentemente dalla sua efficacia), difficilmente riescono a concepire delle soluzioni innovative per i problemi che devono affrontare.

Ma torniamo al problema del risvegliato che deve confrontarsi, tutti i santi giorni, con una folla di sonnambuli, i quali si muovono pericolosamente e reagiscono in maniera aggressiva se qualcuno tenta di destarli e di responsabilizzarli.
Julius Evola suggeriva che, in tempi di Kali Yuga, l’unica cosa da fare è imparare a «cavalcare la tigre»: ossia, anziché opporsi frontalmente ad una situazione negativa generalizzata, sfruttare la corrente, per procedere in maniera da non ricevere troppi danni e, addirittura, per riuscire a volgere a proprio favore le stesse caratteristiche di quella situazione, allo scopo di preservare il bene della propria interiorità.
Sia come sia, che impari a cavalcare la tigre, oppure che si abitui ad assecondare la corrente, il risvegliato ha la piena consapevolezza di non essere un superuomo e di non poter modificare, egli solo, una determinata situazione diffusa nella società in cui egli si trova a vivere; e, inoltre, che non sarebbe saggio cercar di forzare l’evoluzione spirituale degli altri esseri umani, per le ragioni che abbiamo detto più sopra.

Che cosa dovrà fare, allora? È molto semplice. Per rima cosa, dovrà proseguire incessantemente a lavorare su se stesso: perché la propria evoluzione spirituale è un compito che non finisce mai, e che si rivela più impegnativo, mano a mano che una persona vi si addentra. In secondo luogo, offrire – nella misura delle sue possibilità – una diversa prospettiva a coloro che gli stanno intorno e che gli sembrano aperti ad un cambiamento, ma senza illudersi di vederli cambiare dall’oggi al domani e senza attendersi gratitudine, né amicizia; ma, al contrario, mettendo in conto un certo grado di incomprensione, se non addirittura di aperta ostilità.

In ogni caso, egli sa che le cose accadono quando è giunto il tempo in cui devono accadere: non un minuto prima, né un minuto dopo. In ciò consiste l’armonia del tutto: ogni cosa è come deve essere e quelle cose, le quali ci appaiono negative, in realtà, sono tali solo nella misura in cui noi non siamo in grado di farne una occasione di crescita e di perfezionamento.

In altre parole, la disarmonia è in noi, non nel creato. E’ nostra la responsabilità di non essere abbastanza evoluti da gestire in maniera responsabile e proficua le occasioni che la vita ci offre, per quanto esse possano presentarsi, talvolta, nella rude veste di eventi dolorosi. Il risvegliato, pertanto, è colui che, ad un certo punto, decide di cogliere le occasioni che la vita gli offre, per riprendere possesso di sé, per tornare ad essere il vero protagonista del proprio volere e del proprio agire. È colui che decide di non dare più ad altri la delega in bianco di ciò che lo riguarda in prima persona e di ascoltare i segni e imparare a riconoscere gli avvertimenti.

Il mondo è pieno di segni, la vita è piena di avvertimenti. Si può dire che non vi sia persona, situazione o evento che noi incontriamo nel nostro cammino terreno, che non costituiscano altrettanti segni, indicazioni, suggerimenti o stimoli. Tutto ci parla, se siamo disposti ad ascoltare, ma, naturalmente, per saper fare questo, bisogna prima imparare a fare silenzio.
Troppi rumori inutili, fuori e dentro di noi, ci impediscono di udire l’essenziale; la cacofonia dei rumori inutili e disarmonici ci impedisce di udire e di godere del magnifico concerto dell’Essere. Finché continuiamo a dormire, i nostri orecchi sono chiusi all’armonia dell’Essere e i nostri occhi sono chiusi al suo splendore. Impariamo ad aprire occhi e orecchi, cominciamo a destarci: ce ne sono, di giorni, che ancora devono sorgere, per noi che siamo immersi nel sonno.
L’unica luce del giorno è quella che ci trova ben desti, pronti e desiderosi di accoglierla in noi.
Articolo di Francesco Lamendola

http://www.pilastridiluce.net/wp/i-dormienti-non-tentare-di-svegliarli-diventano-feroci/

venerdì 1 agosto 2014

domenica 11 novembre 2012

Perché quando non sei TU LA VITTIMA, diventa MOLTO FACILE razionalizzare e giustificare la crudeltà, l'ingiustizia, la disuguaglianza, lo schiavismo ed anche l'ASSASSINIO. Ma quando sei TU LA VITTIMA, le cose appaiono molto diverse da quell'angolazione




Perché quando non sei TU LA VITTIMA, diventa MOLTO FACILE razionalizzare e giustificare la crudeltà, l'ingiustizia, la disuguaglianza, lo schiavismo ed anche l'ASSASSINIO. Ma quando sei TU LA VITTIMA, le cose appaiono molto diverse da quell'angolazione.
Gary Yourofsky

Se uno uccide un uomo è un assassino; ne uccide un milione, è un conquistatore; li uccide tutti, è un dio...
Jean Rostand 

Le lezioni che s'insegnano nei grandi libri sono ingannevoli. Le relazioni nella vita raramente sono così semplici
Anita Brookner


Abbiamo così malvagiamente schiavizzato il resto della creazione animale e i nostri cugini in pelo e piume che senza ombra di dubbio, se essi formulassero una religione, raffigurerebbero il demonio con sembianze umane.
Vescovo William Ralph Inge


L’umanità sfrutta le mucche come il verme solitario sfrutta l’uomo: si è attaccata alle loro mammelle come una sanguisuga. L’UOMO E' UN PARASSITA DELLA MUCCA; questa è probabilmente la definizione che un non-uomo darebbe dell’uomo nella sua zoologia.
Milan Kundera



martedì 28 febbraio 2012

Friedrich Engels. Ogni giorno esistono centinaia di esseri umani che, abbindolati dai mezzi di comunicazione, darebbero persino la vita per gli stessi uomini che li sfruttano da generazioni

La profezia di Friedrich Engels, 1887.
"Non è possibile alcuna altra guerra per la Prussia-Germania, eccetto una guerra mondiale e una guerra mondiale di un'estensione e di una violenza davvero finora impensabili, in cui da otto a dieci milioni di soldati si massacreranno l'un l'altro e nel fare questo devasteranno l'intera Europa finché non l'avranno resa più spoglia di quanto qualsiasi sciame di locuste abbia mai fatto. La devastazione della guerra dei Trent'anni concentrata in soli tre o quattro anni e distribuita sull'intero continente; fame, pestilenza, disperazione generale di entrambi gli eserciti e di tutte le persone civili, causata da un grande dolore; disperata confusione dei nostri meccanismi nel commercio, nell'industria e nei crediti bancari, per finire in una bancarotta generale, nel collasso dei vecchi Stati e della loro tradizionale saggezza statale, fino al momento in cui le corone rotoleranno a dozzine sui pavimenti e non ci sarà nessuno a raccoglierle. E' assolutamente impossibile prevedere come andrà a finire e chi uscirà vittorioso dallo scontro; solo una cosa è assolutamente certa: lo sfinimento generale e lo stabilirsi delle condizioni per la vittoria finale della classe operaia".
Friedrich Engels, 1887.


Friedrich Engels, Teoria della violenza.
"Giacché Robinson ha potuto procurarsi una spada possiamo altrettanto ammettere che Venerdì compaia un bel mattino con una rivoltella carica in mano, e allora tutto il rapporto di "violenza" si rovescia: Venerdì comanda e Robinson è costretto a sgobbare. Dunque, la rivoltella trionfa della spada ed anche il più puerile amante di assiomi capirà certo che la violenza non è un semplice atto di volontà, ma esige, per la sua messa in atto, condizioni preliminari molto reali, in particolare strumenti, di cui il più perfetto ha il sopravvento sul meno perfetto; che inoltre questi strumenti devono venir prodotti, il che significa che anche il produttore di strumenti di di violenza più perfetti, grossolanamente parlando, delle armi, ha il sopravvento sul produttore dei meno perfetti e che in una parola la vittoria poggia sulla produzione di armi, e questa a sua volta sulla produzione in generale, dunque... sulla "potenza economica", sull'ordine economico, sui mezzi materiali che sono a disposizione della violenza."
Friedrich Engels, Teoria della violenza


IL RAPPORTO TRA STRUTTURA ECONOMICA E LE DIVERSE SOVRASTRUTTURE (ENGELS)
 Il materialismo dialettico.
"L'evoluzione politica, giuridica, filosofica, religiosa, letteraria, artistica, ecc. poggia sull'evoluzione economica. Ma esse reagiscono tutte l'una sull'altra e sulla base economica. Non è che la situazione economica sia causa essa sola attiva e tutto il resto nient'altro che effetto passivo. Vi è al contrario azione reciproca sulla base della necessità economica che, in ultima istanza, sempre s'impone."
Friedrich Engels


"L'imposta in quanto tale grava in modo diseguale sulle differenti classi del paese. Per i poveri è un onere insopportabile, mentre sui ricchi incide in modo insignificante. [...] Non appena il paese sarà conquistato alla democrazia sociale, non passeranno pochi mesi, anzi poche settimane, e la bandiera rossa sventolerà dalle Tuileries all'Eliseo. Soltanto allora sarà possibile abbattere dalle fondamenta il vecchio e oppressivo sistema finanziario con un colpo solo che spazzi via il debito nazionale e introduca un sistema di imposte dirette e progressive e altre misure di carattere non meno energico".
Friedrich Engels


Ogni giorno esistono centinaia di esseri umani che, abbindolati dai mezzi di comunicazione, darebbero persino la vita per gli stessi uomini che li sfruttano da generazioni
Friedrich Engels


LA MORALE MUTA AL MUTARE DELLA SOCIETA' (ENGELS)
"Noi respingiamo ogni pretesa di imporci una qualsiasi dogmatica morale come legge etica eterna, definitiva, immutabile nell'avvenire, col pretesto che anche il mondo morale abbia i suoi princìpi permanenti, che stanno al di sopra della storia e delle differenze tra i popoli. Affermiamo per contro, che ogni teoria morale sinora esistita è, in ultima analisi, il risultato della condizione economica della società del tempo. E come la società si è mossa sinora sul piano degli antagonismi di classe, così la morale è sempre stata una morale di classe; o ha giustificato il dominio e gli interessi della classe dominante, o, divenuta la classe oppressa sufficientemente forte, ha rappresentato la rivolta contro questo dominio e gli interessi futuri degli oppressi (...) Ma non abbiamo ancora superato la morale di classe. Una morale che superi gli antagonismi delle classi e le loro sopravvivenze nel pensiero, una morale veramente umana è possibile solo a un livello sociale in cui gli antagonismi delle classi non solo siano superati, ma siano anche dimenticati per la prassi della vita."
Friedrich Engels, dall'Antidühring



LA LIBERA CONCORRENZA E LA LOTTA PER L'ESISTENZA SI TROVANO NEL REGNO ANIMALE (ENGELS)
"Nei paesi industriali piú progrediti noi abbiamo domato le forze naturali e le abbiamo costrette al servizio degli uomini; abbiamo cosí moltiplicato all’infinito la produzione, tanto che un fanciullo oggi produce piú di quello che producevano ieri cento adulti. E quali sono i risultati? Crescente sopralavoro e miseria crescente delle masse, e una grande crisi ogni dieci anni. Darwin non sapeva quale amara satira scrivesse sugli uomini, ed in particolare sui suoi compatrioti, quando dimostrava che la libera concorrenza, la lotta per l’esistenza, che gli economisti esaltano come il piú alto prodotto storico, sono lo stato normale del regno animale.
Solo un’organizzazione cosciente della produzione sociale nella quale si produce e si ripartisce secondo un piano può sollevare gli uomini al di sopra del restante mondo animale sotto l’aspetto sociale di tanto, quanto la produzione in generale lo ha fatto per l’uomo come specie. L’evoluzione storica rende ogni giorno piú indispensabile, ma anche ogni giorno piú realizzabile una tale organizzazione.
Essa segnerà la data iniziale di una nuova epoca storica nella quale l’umanità stessa, e con essa tutti i rami della sua attività, in particolare la scienza della natura, prenderanno uno slancio tale da lasciare in una profonda ombra tutto ciò che c’è stato prima."
Friedrich Engels. Dialettica della natura


È PIÙ UTILE LO SCONTRO DI PIAZZA O LA COSTRUZIONE DELL'ORGANIZZAZIONE RIVOLUZIONARIA? (ENGELS)
"E’ passato il tempo dei colpi di sorpresa, delle rivoluzioni fatte da piccole minoranze coscienti alla testa di masse incoscienti. Dove si tratta di una trasformazione completa delle organizzazioni sociali, ivi devono partecipare le masse stesse; ivi le masse stesse devono già aver compreso di che si tratta, per che cosa danno il loro sangue e la vita… Ma affinché le masse comprendano quel che si deve fare è necessario un lavoro lungo e paziente, e questo lavoro è ciò che noi stiamo facendo adesso. [...]
Le ribellioni vecchio stile, la lotta di strada con le barricate, che sino al 1848 erano state l’elemento decisivo in ultima istanza, erano considerevolmente invecchiate. Questo processo era accaduto perché la borghesia ed il governo apparivano temere molto di più l’azione legale che l’azione illegale del partito operaio, più le vittorie elettorali che quelle della ribellione. [...]
Vuol dire ciò che nell’avvenire la lotta di strada non avrà più nessuna funzione? Assolutamente no. Vuol dire soltanto che dal 1848 le condizioni sono diventate molto più sfavorevoli ai combattenti civili e molto più favorevoli all’esercito. Una futura lotta di strada potrà dunque essere vittoriosa soltanto se questa condizione sfavorevole verrà compensata da altri fattori."
Friedrich Engels dalla prefazione a "Le lotte di classe in Francia"


In tutta la storia della razza umana nessuna terra e nessun popolo hanno sofferto in modo altrettanto terribile per la schiavitù, le conquiste e le oppressioni straniere, e nessuno ha lottato in modo tanto indomabile per la propria emancipazione come la Sicilia e i siciliani. Quasi dal tempo in cui Polifemo passeggiava intorno all'Etna, o in cui Cerere insegnava ai siculi la coltivazione del grano, fino ai giorni nostri, la Sicilia è stata il teatro di invasioni e guerre continue, e di intrepida resistenza. I siciliani sono un miscuglio di quasi tutte le razze del sud e del nord; prima dei sicani aborigeni con fenici, cartaginesi, greci, e schiavi di ogni parte del mondo, importati nell'isola per via di traffici o di guerre; e poi di arabi, normanni, e italiani. I siciliani, durante tutte queste trasformazioni e modificazioni, hanno lottato, e continuano a lottare, per la loro libertà
Friedrich Engels



IL MONDO MATERIALE È IL SOLO MONDO REALE! (ENGELS)
"Il mondo materiale, percepibile dai sensi e a cui noi stessi apparteniamo, è il solo mondo reale. La nostra coscienza e il nostro pensiero, per quanto appaiano soprasensibili, sono il prodotto di un organo materiale, corporeo, il cervello. La materia non è un prodotto dello spirito, ma lo spirito stesso non è altro che il più alto prodotto della materia."
Friedrich Engels


"Giacché Robinson ha potuto procurarsi una spada possiamo altrettanto ammettere che Venerdì compaia un bel mattino con una rivoltella carica in mano, e allora tutto il rapporto di "violenza" si rovescia: Venerdì comanda e Robinson è costretto a sgobbare. Dunque, la rivoltella trionfa della spada ed anche il più puerile amante di assiomi capirà certo che la violenza non è un semplice atto di volontà, ma esige, per la sua messa in atto, condizioni preliminari molto reali, in particolare strumenti, di cui il più perfetto ha il sopravvento sul meno perfetto; che inoltre questi strumenti devono venir prodotti, il che significa che anche il produttore di strumenti di di violenza più perfetti, grossolanamente parlando, delle armi, ha il sopravvento sul produttore dei meno perfetti e che in una parola la vittoria poggia sulla produzione di armi, e questa a sua volta sulla produzione in generale, dunque... sulla "potenza economica", sull'ordine economico, sui mezzi materiali che sono a disposizione della violenza."
Friedrich Engels, Teoria della violenza



LA CENTRALITÀ FONDAMENTALE DEL MATERIALISMO DIALETTICO (ENGELS)

Le tre leggi della dialettica:
"La legge della conversione della quantità in qualità e viceversa.
La legge della compenetrazione degli opposti.
La legge della negazione della negazione."
Friedrich Engels, "Dialettica della natura", 1883


Engels enuncia le tre leggi della dialettica (la legge della conversione della quantità in qualità, la legge della compenetrazione degli opposti e la legge della negazione della negazione) non solo come ‘leges mentis’ (leggi poste dalla mente), giacché, se il loro àmbito di applicazione fosse esclusivamente questo, resteremmo chiusi nel cerchio magico del soggettivismo epistemologico kantiano, ma anche, e innanzitutto, come ‘leges entis’ (leggi della realtà stessa). Questa è la tesi fondamentale del materialismo dialettico. Una tesi che, a causa delle sue conseguenze rivoluzionarie, la borghesia attacca in tutti i modi, con tutti i mezzi ed in tutti i campi del sapere da almeno 160 anni; una tesi che i filosofi della borghesia (quale che sia la famiglia filosofica di appartenenza) combattono con tutte le armi a loro disposizione (non escluse quelle del fideismo e della superstizione); una tesi che tutti coloro che hanno sottoposto a revisione il marxismo hanno sempre cercato di stemperare, deformare, adattare, svuotare del suo duro contenuto materialistico.




«Lo stato, poiché è nato dal bisogno di tenere a freno gli antagonismi di classe, ma contemporaneamente è nato in mezzo al conflitto di queste classi, è di norma lo stato della classe più potente, economicamente dominante che, per mezzo suo, diventa anche politicamente dominante e così acquista un nuovo strumento per tener sottomessa e per sfruttare la classe oppressa. Ad un determinato grado dello sviluppo economico, legato alla divisione della società in classi e proprio a causa di questa divisione, lo stato è diventato necessario. Ma ora ci avviciniamo ad uno stadio di sviluppo in cui l'esistenza delle classi non solo ha cessato di essere una necessità, ma diventa un ostacolo alla produzione. Perciò esse cadranno così inevitabilmente come sono sorte. E con esse cadrà ineluttabilmente lo stato. La società che riorganizza la produzione in base ad una libera ed uguale associazione di lavoratori, relega l'intera macchina statale nel posto che da quel momento le spetta, cioè nel museo delle antichità accanto alla rocca per filare e all'ascia di bronzo».
Friedrich Engels




LA VITA RIVOLUZIONARIA DI FRIEDRICH ENGELS

"Ci si domandava: Che cosa è Dio? E la filosofia tedesca ha risposto: è l'uomo."

Socialista, nato a Barmen il 28 novembre 1820 da famiglia borghese politicamente conservatrice.
Nel 1838 Engels, senza aver completato le scuole superiori, fu costretto da circostanze familiari a trovarsi un lavoro in un'impresa commerciale come impiegato a Brema. Gli affari commerciali non hanno impedito a Engels di proseguire la sua educazione politica e scientifica. Iniziò a disprezzare l'autocrazia e la tirannia dei burocrati quando ancora era studente. Lo studio della filosofia lo portò oltre. A quel tempo gli insegnamenti di Hegel dominavano la filosofia tedesca, ed Engels divenne un suo seguace. Per quanto Hegel fosse un ammiratore dello Stato autocratico prussiano, al cui servizio fu docente all'Università di Berlino, i suoi insegnamenti erano rivoluzionari. La fede hegeliana nella ragione umana e nei suoi diritti e le fondamentali tesi della sua filosofia sul fatto che l'universo è sempre in un costante processo di cambiamento e sviluppo, portarono alcuni filosofi berlinesi suoi discepoli – quelli che si rifiutavano di accettare la situazione esistente – a concepire l'idea che la lotta contro questa situazione, la lotta contro l'ingiustizia del presente e i suoi mali prevalenti, avesse anch'essa radici nella legge dell'eterno sviluppo.

Mentre accettarono l'idea dell'eterno processo di sviluppo, Marx ed Engels rigettarono i suoi preconcetti idealistici; in relazione alla vita reale, essi videro che non è lo sviluppo della mente che spiega lo sviluppo della natura ma che, al contrario, la spiegazione dello sviluppo mentale può essere derivata dalla natura, dalla materia... a differenza di Hegel e di altri hegeliani, Marx ed Engels furono materialisti. Insieme agli studi filosofici Engels cominciò a intraprendere, pur senza porre fine alle sue attività commerciali, un'attività di propaganda di idee radicali e socialiste in articoli di giornale e discorsi. Dopo aver lavorato come commesso a Bremen ed essere stato arruolato come soldato volontario a Berlino per un anno (nel 1842), si trasferì per due anni a Manchester, dove suo padre era co-proprietario di un'impresa cotoniera.

Qui Engels non stette tutto il tempo seduto in ufficio ma vagabondò per i sobborghi nei quali i lavoratori vivevano ingabbiati ed ebbe modo di vedere con i propri occhi la miseria e la povertà in cui questi versavano. Ma non si limitò alle sole considerazioni personali. Lesse tutto ciò che era già stato precedentemente rilevato da altri sulla condizione del proletariato inglese e studiò accuratamente tutti i documenti ufficiali che poté procurarsi. Il risultato di questi studi e di queste osservazioni fu la stesura di un libro apparso nel 1845: La Condizione della classe operaia in Inghilterra.

Già prima di Engels molte persone avevano descritto le sofferenze del proletariato ed indicato la necessità di aiutarlo. Engels fu però il primo a dire che il proletariato non era semplicemente una classe sofferente e che è, infatti, la vergognosa condizione economica in cui vive il proletariato a guidarlo in modo inarrestabile verso la sua lotta per la definitiva emancipazione, la quale poteva arrivare solo attraverso il socialismo.

Nel 1844 lavorò per il Deutsch-Französische Jahrbücher, pubblicato a Parigi da Arnold Ruge e Karl Marx. Lo stesso anno tornò a Barmen e l'anno successivo partecipò all'assemblea comunista organizzata da Moses Hess a Elberfeld. Quindi, fino al 1848, visse tra Parigi e Bruxelles. Nel 1846 si unì, con Marx, alla Lega dei Comunisti (organizzazione segreta tedesca) e rappresentò i comunisti parigini ai due congressi che la Lega tenne a Londra nel 1847.

Su istruzione della Lega egli scrisse, con Marx, il Manifesto Comunista indirizzato ai "proletari di tutti i paesi", pubblicato pochi mesi prima della rivoluzione del febbraio 1848. Nel 1848 e nel 1849 Engels lavorò a Colonia per la Neue Rheinische Zeitung pubblicata da Marx, e, dopo la sua soppressione, contribuì nel 1850 alla Politisch-oekonomische Revue. Egli assistette alle rivolte di Elberfeld, Palatinate e di Baden e partecipò come volontario alla campagna di Baden-Palatinate. Dopo la sconfitta dei ribelli di Baden, Engels tornò in Inghilterra come rifugiato e riprese a lavorare a Manchester nell'impresa del padre. Con questo suo lavoro egli rese possibile a Marx la continuazione della stesura del Capitale. Nel 1869 egli decise di ritirarsi dagli affari e l'anno seguente raggiunse l'amico e compagno Marx a Londra.

I due ripresero a lavorare congiuntamente. Il risultato di questa "ri-unificazione" fu, per Marx, il Capitale, il più grandioso lavoro di politica economica dei nostri tempi, e, per Engels, uno svariato numero di lavori fondamentali come La guerra dei contadini in Germania (1850), Rivoluzione e controrivoluzione in Germania (1852), Anti-Dühring (1878), L'evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza (1880), Storia e lingua dei Germani (1882), Dialettica della natura (1883), L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato (1884), Ludwig Feuerbach e il punto d'approdo della filosofia classica tedesca (1886). Engels, con questi scritti, si occupò di problematiche scientifiche più generiche e di diversi fenomeni del passato e del presente, analizzati nell'ottica della concezione materialistica della storia e dell'economia politica marxiana.

Durante il lungo periodo passato in Inghilterra, Engels non smise mai di lavorare per l'Internazionale, sorta nel 1864, all'interno della quale ricoperse il ruolo di Segretario per l'Italia, la Spagna e il Portogallo. Marx morì prima di poter dare gli ultimi ritocchi al suo vasto lavoro sul capitale. Le linee generali conclusive erano però già state tracciate e, dopo la morte del suo amico, Engels si assunse l'oneroso compito di sistemare e pubblicare il secondo ed il terzo volume del Capitale. Dopo la morte di Marx, Engels continuò da solo la sua attività di leader e consigliere dei socialisti europei. I suoi consigli e le sue istruzioni erano ricercati con pari intensità sia dai socialisti tedeschi, la cui forza, nonostante le persecuzioni del Governo, cresceva con costanza e rapidità, sia dagli spagnoli, dai rumeni e dai russi, che erano costretti a ponderare e soppesare tutti i loro primi passi. Tutti loro trassero insegnamenti dal bagaglio di conoscenze e dall'esperienza dell'ormai vecchio Engels.

Frederick Engels morì a Londra il 5 agosto 1895. Con queste parole Lenin diede l'ultimo addio all'uomo che tanto fece per la costruzione di un mondo socialista: "Dopo il suo amico Karl Marx (che morì nel 1883), Engels fu il più grande scienziato e maestro del proletariato moderno dell'intero mondo civilizzato. Dal momento in cui il fato unì Karl Marx e Frederick Engels, i due amici dedicarono il lavoro di tutta una vita ad una causa comune [...] Questo severo combattente ed austero pensatore possedeva un animo profondamente affettuoso [...] Il servizio reso da Marx ed Engels al proletariato può essere espresso con queste poche parole: essi hanno insegnato alla classe operaia a conoscere se stessa e ad avere coscienza di se stessa, ed essi hanno sostituito la scienza a dei sogni. Questo è il motivo per cui il nome di Engels sarà ricordato da ogni lavoratore [...] Sia reso sempre onore alla memoria di Frederick Engels, grande lottatore e maestro del proletariato!"

[Per approfondire la vita e il pensiero di Engels si consiglia, oltre alle opere citate sopra, la lettura de: "La vita rivoluzionaria di Friedrich Engels" di Hunt Tristram]















domenica 29 gennaio 2012

Friedrich Durrenmatt. La morte della Pizia. Ho riflettuto sugli esseri umani e li ho interrogati prima di sottoporre a essi il mio enigma e farli sbranare dalle mie leonesse" rispose la Sfinge. "Mi interessava sapere come mai gli uomini si lascino opprimere: per amore del quieto vivere, ho concluso, che spesso li induce addirittura a inventarsi le teorie più assurde per sentirsi in perfetta sintonia con i loro oppressori, come del resto gli oppressori escogitano teorie non meno assurde pur di riuscire a illudersi di non opprimere gli individui su cui esercitano il loro dominio

Mi chiusi nella boutique, come la chiamavo, una stanzetta piena di fumo vicino all'ufficio vero e proprio. Mi feci portare una bottiglia di Châteauneuf du Pape da un ristorante nei pressi della Sihlbrücke, bevvi qualche bicchiere. Regnava sempre un disordine spaventoso in quella stanza, non voglio negarlo; libri e pratiche ammucchiati alla rinfusa, per principio si capisce, perché sono dell'opinione che in questo stato così ordinato ciascuno ha il dovere di crearsi delle piccole isole di disordine, sia pure di nascosto.”
Friedrich Dürrenmatt, La promessa. Un requiem per il romanzo giallo, Feltrinelli 1991, pagina 45 (traduzione di Silvano Daniele)


Un oracolo ambiguo (per mantenersi comodamente nel vago) e l'importanza della punteggiatura: 
quando una virgola può diventare davvero questione di vita o di morte.
Alla grotta della celebre Sibilla di Cuma si accede tramite un dromos: una galleria a forma trapezoidale con bracci di areazione e di luce laterali, e con tre cistene nelle quali, dice la leggenda, la Sibilla si bagnava. In fondo v'è la stanza oracolare.
Dalla Sibilla si recavano anche i soldati prossimi a partire per la guerra, per essi la Sibilla pronunciava sempre le stesse parole: "ibis et redibis non morieris in bello". Per modificare il vaticinio bastava che ella si soffermasse, oppure no, sulla parola NON. Ne scaturivano, così due diversi oracoli:
- ibis et redibis, non morieris in bello (andrai e ritornerai, non morirai in guerra)
- ibis et redibis non, morieris in bello (andrai e non ritornerai, morirai in guerra.

Anche se questo è una caso estremo, proprio della costruzione sintattica della lingua latina, anche nell'italiano corrente è importante usare correttamente la punteggiatura; a volte, si può modificare il senso della frase solo spostanto una virgola.
http://www.immaginaria.net/articolo/puo-una-virgola-cambiare-il-futuro


Ho riflettuto sugli esseri umani e li ho interrogati prima di sottoporre a essi il mio enigma e farli sbranare dalle mie leonesse" rispose la Sfinge. "Mi interessava sapere come mai gli uomini si lascino opprimere: per amore del quieto vivere, ho concluso, che spesso li induce addirittura a inventarsi le teorie più assurde per sentirsi in perfetta sintonia con i loro oppressori, come del resto gli oppressori escogitano teorie non meno assurde pur di riuscire a illudersi di non opprimere gli individui su cui esercitano il loro dominio.
Friedrich Durrenmatt. La morte della Pizia


Non crucciarti vecchia, lascia che sia ciò che è stato comunque diverso, e che continuerà a risultare sempre diverso, quanto più indagheremo. La verità esiste solo nei limiti in cui la lasciamo in pace. Ci siamo trovati di fronte alla stessa inquietante realtà, che è imperscrutabile come l'uomo che la produce.
Friedrich Dürrenmatt. La morte della Pizia


Friedrich Dürrenmatt. Edipo e la Pizia.
“STIZZITA PER LA SCEMENZA DEI SUOI STESSI ORACOLI E PER L’INGENUA CREDULITÀ DEI GRECI, LA SACERDOTESSA DI DELFI Pannychis XI, lunga e secca come quasi tutte le Pizie che l’avevano preceduta, ASCOLTÒ LE DOMANDE DEL GIOVANE EDIPO, un altro che voleva sapere se i suoi genitori erano davvero i suoi genitori, come se fosse facile stabilire una cosa del genere nei circoli aristocratici, dove, senza scherzi, donne maritate davano a intendere ai loro consorti, i quali peraltro finivano per crederci, come qualmente Zeus in persona si fosse giaciuto con loro. Vero è che in simili casi, essendo comunque subitosi coloro che venivano a consultarla, LA PIZIA SOLEVA RISPONDERE CON UN SEMPLICE: SÌ E NO, DIPENDE…; quel giorno però l’intera faccenda le parve di un’idiozia veramente intollerabile, forse soltanto perché quando il pallido giovanotto arrivò claudicando al santuario erano ormai le cinque passate, invece di starlo a sentire Pannychis avrebbe dovuto chiudere, e allora, vuoi per guarirlo dalla fede incondizionata nelle sentenze degli oracoli, vuoi perché essendo così di cattivo umore le saltò il ghiribizzo di fare arrabbiare quel principe di Corinto dall’aria altezzosa, la Pizia gli fece una profezia che più insensata e inverosimile non avrebbe potuto essere, la quale, pensò, non si sarebbe certamente mai avverata, perché nessuno al mondo può ammazzare il proprio padre e andare a letto con la propria madre, senza contare che per lei tutte quelle storie di accoppiamenti incestuosi fra dèi e semidei altro non erano che insulse leggende. Va detto però che un leggero disagio la colse nel momento in cui, udite le parole dell’oracolo, quel tipo maldestro di un principe di Corinto sbiancò in volto; la Pizia lo notò pur assisa sul tripode e avvolta com’era da una nuvola di vapori, e pensò che dovesse trattarsi di un credulone straordinario. Quando poi, uscito dal santuario con fare circospetto, Edipo ebbe pagato l’oracolo al gran sacerdote Merops XXVII, che incassava personalmente dai clienti aristocratici, Pannychis lo seguì con lo sguardo ancora per un attimo e scrollò il capo perché vide che il giovanotto non prendeva la strada che portava a Corinto, dove pure vivevano i suoi genitori; ma il pensiero che quel responso dato per celia potesse provocare una disgrazia lo respinse subito e, nel rimuovere quella strana e spiacevole sensazione, la Pizia dimenticò Edipo.”
FRIEDRICH DÜRRENMATT (1921 – 1990), “La morte della Pizia”, trad. di Renata Colorni, Adelphi, Milano 1988 (I ed.), pp. 9 – 10.


Dentro, c'è una domanda. La domanda è terribile. Fluisce nella sala. Cala sul pavimento.
S'affigge alle pareti. Si rannicchia alta sul soffitto. S'impadronisce d'ognuno. La sala si dilata.
Il mondo diventa un immenso punto interrogativo.
Friedrich Dürrenmatt. da: "La salsiccia"


Plutarco. La Pizia e la filosofia. Dalla poesia alla prosa.
“Poiché la vita porta con sé mutamenti, a un tempo, e nelle fortune e nelle nature umane, l’uso bandì il superfluo ed eliminò le ‹trecce d’oro› e fece passar di moda le molli tuniche preziose e gli abbigliamenti e, all’occasione, tagliò le chiome troppo fluenti e sciolse il coturno. Ci si avvezzò – e fu un segno di buon gusto – a contrapporre, in fatto di eleganza, a un lusso fastoso, una bella semplicità; e a giudicare ciò che è schietto e semplice, più adorno e bello di ciò che è fastoso e raffinato. Allo steso modo, mentre il linguaggio subiva, contemporaneamente, un’analoga trasformazione e si spogliava delle sue eleganze, anche la storia discese dalle forme metriche, come da un carro, e preferì quel cammino pedestre in cui il vero si distinse dalla leggenda. La filosofia stessa ebbe cara la dote didascalica della chiarezza piuttosto che lo stupore poetico, e perseguì le sue indagini in prosa. Il dio, allora, fece desistere la Pizia dal chiamare i suoi concittadini ‹accenditori di fuoco› e gli Spartani ‹divoratori di serpenti› e gli uomini, in genere, ‹girovaghi dei monti›, e i fiumi ‹beventi l’acqua dei monti›. Eliminando dagli oracoli i versi dell’epos, le grandi parole e le perifrasi e la vaga indeterminatezza, il dio dispose la Pizia a parlare ai consultanti come le leggi alle città, come i sovrani s’intrattengono col popolo e come i maestri si esprimono con i discepoli, adattando, insomma, il linguaggio alla comprensione e alla persuasione.
«È bene, però, sapere che il dio, come dice Sofocle, per i saggi è sempre autore di enigmatici responsi per gli sciocchi è un povero maestro, anche se conciso.
Di pari passo con la chiarezza introdotta negli oracoli, venne, di conseguenza, una rivoluzione nella fede, la quale subì un cambiamento analogo a tutte le altre cose. Conclusione: anticamente ciò che non era familiare o comune, ma era espresso ambiguamente e con circonlocuzioni, fu interpretato come manifestazione della divinità, e fu oggetto di stupore e venerazione per il volgo; ma più tardi, questo stesso volgo preferì imparare ogni cosa chiaramente e facilmente e non già con magniloquenza o con artifici; e biasimò il linguaggio poetico in cui gli oracoli erano chiusi, non solo perché costituiva un ostacolo per la intelligenza dei responsi, nel loro senso verace, ma perché mescolava oscurità e ombre alla rivelazione. Si giunse persino a guardar con sospetto le metafore, gli enimmi, le ambiguità, poiché si sentiva che tutto questo rappresentava un cantuccio appartato e quasi un rifugio per l’oracolo, per una furtiva ritirata nel caso fallisse nella profezia pronunziata!”
PLUTARCO (poco prima del 50 – poco dopo il 120 d.C.), “Perché mai i responsi della Pizia non sono ora più in versi’, in ID., “Diatriba isiaca e dialoghi delfici”, testo e versione a cura di Vincenzo Cilento, Sansoni, Firenze 1962, ‘De Pythiae oraculis’ – ‘Verso e prosa negli Oracoli della Pizia’, pp. 255, 257, 259.


Il dio Apollo e la Sibilla
Nella mitologia greca e romana, la Sibilla era una sacerdotessa dotata di poteri divinatori (concessi dal dio Apollo). In Italia la più importante era la “Sibilla Cumana”, una delle figure più intriganti e misteriose dell'antichità classica (e probabilmente la più famosa grazie alla rappresentazione di Virgilio nell'Eneide).
Secondo la leggenda, il dio Apollo dopo averla vista se ne innamorò perdutamente, tanto che in cambio del suo amore, propose di esaudirle qualunque desiderio. Lei prese un pugno di sabbia e chiese ad Apollo di poter vivere tanti giorni quanti erano i granelli di sabbia nella sua mano, ma fece un grave errore, infatti dimenticò di domandare anche l’eterna giovinezza, il dio gliela avrebbe accordata se si fosse concessa a lui, ma la profetessa rifiutò. La Sibilla iniziò ad invecchiare fino ad assomigliare ad una larva e Apollo decise di metterla in una gabbia nel suo tempio a Cuma. In queste condizioni la Sibilla aveva un solo desiderio la "morte" che tuttavia, non fu soddisfatto. Alla fine rimase solo la sua voce, ma nonostante questo le sue profezie continuarono per secoli, e i suoi presagi raccolti in svariati libri.
Nel VI libro dell'Eneide era il personaggio centrale, con la doppia funzione di veggente e sacerdotessa di Apollo e di guida di Enea nell'oltretomba.
http://illibroeterno.blogspot.it/2010/11/l-oracolo-della-sibilla-giunti-y.html



"Cominciando dalla prima generazione degli uomini parlanti fino alla fine dei tempi
profetizzerò tutte le cose una per una,quali sono state in principio,
quali sono ora e quali saranno in futuro nel mondo a causa dell’empietà degli uomini"
Oracoli Sibillini, Libro I, vv. 1-4 
(tratto da: Bibiana Borzì. Tesi di dottorato 1 Capitolo III. La Sibilla nella tradizione oracolare)
http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:ZiMZkcX9A5cJ:archivia.unict.it/bitstream/10761/175/6/capitolo%2520III.pdf+oracolo+sibilla&cd=27&hl=it&ct=clnk&gl=it




“ ἐπεὶ δὲ τοῦ βίου μεταβολὴν ἅμα ταῖς τύχαις καὶ ταῖς φύσεσι λαμβάνοντος ἐξωθοῦσα τὸ περιττὸν ἡ χρεία κρωβύλους τε χρυσοῦς ἀφῄρει καὶ ξυστίδας μαλακὰς ἀπημφίαζε καί που καὶ κόμην σοβαρωτέραν ἀπέκειρε καὶ ὑπέλυσε κόθορνον, οὐ φαύλως ἐθιζομένων ἀντικαλλωπίζεσθαι πρὸς τὴν πολυτέλειαν εὐτελείᾳ καὶ τὸ ἀφελὲς καὶ λιτὸν ἐν κόσμῳ τίθεσθαι μᾶλλον ἢ τὸ σοβαρὸν καὶ περίεργον∙ οὕτω τοῦ λόγου συμμεταβάλλοντος ἅμα καὶ συναπολυομένου, κατέβη μὲν ἀπὸ τῶν μέτρων ὥσπερ ὀχημάτων ἡ ἱστορία καὶ τῷ πεζῷ μάλιστα τοῦ μυθώδους ἀπεκρίθη τάληθές∙ φιλοσοφία δὲ τὸ σαφὲς καὶ διδασκαλικὸν ἀσπασαμένη μᾶλλον ἢ τὸ ἐκπλῆττον τὴν διὰ λόγων ἐποιεῖτο τὴν ζήτησιν∙ ἀπέπαυσε δὲ τὴν Πυθίαν ὁ θεὸς ‘πυρικάους’ μὲν ὀνομάζουσαν τοὺς αὑτῆς πολίτας ‘ὀφιοβόρους’ δὲ τοὺς Σπαρτιάτας ‘ὀρεᾶνας’ δὲ τοὺς ἄνδρας ‘ὀρεμπότας’ δὲ τοὺς ποταμούς∙ ἀφελὼν δὲ τῶν χρησμῶν ἔπη καὶ γλώσσας καὶ περιφράσεις καὶ ἀσάφειαν, οὕτω διαλέγεσθαι παρεσκεύασε τοῖς χρωμένοις ὡς νόμοι τε πόλεσι διαλέγονται καὶ βασιλεῖς ἐντυγχάνουσι δήμοις καὶ μαθηταὶ διδασκάλων ἀκροῶνται, πρὸς τὸ συνετὸν καὶ πιθανὸν ἁρμοζόμενος. 
«Εὖ γὰρ εἰδέναι χρὴ τὸν θεόν, ὥς φησι Σοφοκλῆς, 
σοφοῖς μὲν αἰνικτῆρα θεσφάτων ἀεί, 
σκαιοῖς δὲ φαῦλον κἀν βραχεῖ διδάσκαλον.
μετὰ δὲ τῆς σαφηνείας καὶ ἡ πίστις οὕτως ἐστρέφετο συμμεταβάλλουσα τοῖς ἄλλοις πράγμασιν, ὥστε πάλαι μὲν τὸ μὴ σύνηθες μηδὲ κοινὸν ἀλλὰ λοξὸν ἀτεχνῶς καὶ περιπεφρασμένον εἰς ὑπόνοιαν θειότητος ἀνάγοντας ἐκπλήττεσθαι καὶ σέβεσθαι τοὺς πολλούς∙ ὕστερον δὲ τὸ σαφῶς καὶ ῥᾳδίως, ἕκαστα καὶ μὴ σὺν ὄγκῳ μηδὲ πλάσματι μανθάνειν ἀγαπῶντες ᾐτιῶντο τὴν περικειμένην τοῖς χρησμοῖς ποίησιν, οὐ μόνον ὡς ἀντιπράττουσαν τῇ νοήσει πρὸς τά ληθὲς ἀσάφειάν τε καὶ σκιὰν τῷ φραζομένῳ μειγνύουσαν, ἀλλ᾽ ἤδη καὶ τὰς μεταφορὰς καὶ τὰ αἰνίγματα καὶ τὰς ἀμφιβολίας, ὥσπερ μυχοὺς καὶ καταφυγὰς ἐνδύεσθαι καὶ ἀναχωρεῖν τῷ πταίοντι πεποιημένας τῆς μαντικῆς ὑφεωρῶντο.”
ΠΛΟΥΤΑΡΧΟΥ “Περὶ τοῦ μὴ χρᾶν ἔμμετρα νῦν τὴν Πυθίαν” (“De Pythiae oraculis”), in op. cit., 406 D – 407 B, 24 – 25, pp. 254, 256, 258.

“Die delphische Priesterin Pannychis XI, wie die meisten ihrer Vorgängerinnen lang und dürr, hatte, verärgert über den Unfug ihrer Orakelsprüche und über die Leichtgläubigkeit der Griechen, den Jüngling Ödipus angehört; wieder einer, der danach fragte, ob seine Eltern seine Eltern seien, als wäre das in
aristokratischen Kreisen so einfach zu entscheiden, wirklich, gab es doch Eheweiber, die angaben, Zeus selbst habe ihnen beigewohnt, und Ehemänner, die das sogar glaubten. Zwar hatte die Pythia in solchen Fällen, da die Fragenden ohnehin schon zweifelten, einfach geantwortet: teils – teils, aber heute war ihr das Ganze zu dumm, vielleicht nur, weil es schon nach fünf war, als der bleiche Jüngling angehumpelt kam, eigentlich hätte sie das Heiligtum schließen müssen, und so prophezeite sie ihm denn, sei es, um ihn von seinem Aberglauben an die Orakelkunst zu heilen, sei es, weil es ihr in einer boshaften
Laune gerade einfiel, den blasierten Prinzen aus Korinth zu ärgern, etwas möglichst Unsinniges und Unwahrscheinliches, von dem sie sicher war, daß es nie eintreffen würde, denn, dachte Pannychis, wer wäre auch imstande, seinen eigenen Vater zu ermorden und seiner eigenen Mutter beizuschlafen – die inzestbeladenen Götter- und Halbgöttergeschichten hielt sie ohnedies für Märchen. Zwar beschlich sie ein leises Unbehagen, als der linkische Prinz aus Korinth auf ihr Orakel hin erbleichte, sie bemerkte es, obgleich sie auf ihrem Dreifuß von Dämpfen umhüllt war – der junge Mann mußte wirklich außerordentlich leichtgläubig sein. Als er sich dann behutsam aus dem Heiligtum zurückgezogen und beim Oberpriester
Merops XXVII bezahlt hatte, der bei Aristokraten persönlich kassierte, schaute Pannychis Ödipus noch einen Augenblick lang nach, kopfschüttelnd, weil der junge Mann nicht den Weg nach Korinth einschlug, wo doch seine Eltern wohnten; daß sie mit ihrem scherzhaften Orakel vielleicht irgendein Unheil angestiftet haben könnte, verdrängte sie, und indem sie dieses ungute Gefühl verdrängte, vergaß sie Ödipus.”

FRIEDRICH DÜRRENMATT, “Das Sterben der Pythia”, in ID., “Der Sturz. …” Diogenes, Zürich 1988 (I. ed., in ID., “Der Mitmacher ”, Arche, Zürich 1976), S. 119 – 120.


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