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domenica 22 marzo 2015

John Cage. Se dopo solo due minuti ti sei già annoiato di fare una cosa, prova a farla per quattro. Se è ancora noiosa, allora otto. Poi sedici. Poi trentadue. Alla fine scoprirai che non è noiosa per niente

Se dopo solo due minuti ti sei già annoiato di fare una cosa, prova a farla per quattro.
Se è ancora noiosa, allora otto. Poi sedici. Poi trentadue.
Alla fine scoprirai che non è noiosa per niente
John Cage




assolutamente d'accordo. 
Provare per credere. Ogni musicista lo sa



Mi resi conto che non esiste una reale e oggettiva separazione tra suono e silenzio, ma soltanto tra l'intenzione di ascoltare e quella di non farlo.
John Milton Cage (1912 – 1992)


Ora non ho più bisogno di un pianoforte: 
ho la 6th Avenue con tutti i suoi suoni.
John Milton Cage (1912 – 1992)



John Cage: il silenzio non esiste
Ripercorriamo uno dei concetti cardine dell’opera di John Cage:
l’uso del silenzio, importante quanto le note.
Ma a pensarci bene, veramente silenzio non è mai.
In qualsiasi situazione, persino dentro a una camera anecoica, si può udire qualcosa…
Scritto da Paolo Tarsi | domenica, 28 dicembre 2014

Il 18 maggio 1973, in Texas, dal palcoscenico di un liceo di Dallas, uno studente proclamò: 
Solo per iniziare a capire la musica di John Cage, è necessario esaminare alcune delle sue idee e  filosofie più importanti, a prescindere dal fatto che le si condivida o no. Prima di tutto, c’è il suo uso del silenzio. Per Cage, il silenzio è una parte integrante di un brano musicale, che ha la stessa importanza delle note suonate. Fra l’altro, vorrei ricordarvi che il silenzio totale non esiste se non in un vuoto pneumatico: ovunque vi siano persone o qualsiasi forma di vita vi sarà qualche tipo di suono
Nei suoi lavori, dunque, Cage non usa mai il silenzio assoluto, ma semmai le varietà di suono generate dalla natura o dal traffico, che normalmente passano inosservate e non vengono considerate musica…” 
(da Il silenzio non esiste, di Kyle Gann). 

Perché secondo John Cage i rumori “sono utili alla nuova musica quanto le cosiddette note musicali, per il semplice motivo che sono suoni”, come scrive in Silenzio, il suo libro cult pubblicato nel 1961. E ancora: “la musica è in primo luogo nel mondo che ci circonda, in una macchina per scrivere, o nel battito del cuore, e soprattutto nei silenzi. Dovunque ci troviamo, quello che sentiamo è sempre rumore. Quando lo vogliamo ignorare ci disturba, quando lo ascoltiamo ci rendiamo conto che ci affascina”.

Il più delle volte però, a differenza dello studente texano, i frequentatori abituali delle sale da concerto si ritrovarono letteralmente a gambe all’aria di fronte a novità di tale portata, alle quali assistevano del tutto inermi, così come i rappresentanti delle più assopite gerarchie musicali. Cambiamenti così significativi scompaginarono profondamente il mondo musicale contemporaneo, con trasformazioni tali da delineare un vero e proprio spartiacque nella storia della musica, stabilendo un prima e un dopo 4’33’’.

Come spiega il compositore e musicologo Kyle Gann – critico per vent’anni del Village Voice – nel suo libro Il silenzio non esiste (Isbn Edizioni): 
“indirettamente, 4’33’’ guidò gli sviluppi che generarono un nuovo stile più semplice e accessibile, il minimalismo. Come locus di ermeneutica storica, 4’33’’ può essere considerato la conseguenza dell’esaurimento della tradizione classica ipertrofica che lo aveva preceduto, uno sgomberare il terreno che permise a una nuova era musicale di ripartire da zero”. 

Tutto questo accadeva in un momento in cui, per i compositori americani, il percorso verso un’autenticità nazionale era tutt’altro che delineato, i modelli formali erano ancora quelli ereditati dall’Europa, e mancava una chiara traccia sonora americana da cui attingere.

E a proposito delle funzioni del silenzio durante un concerto pubblico, Giancarlo Cardini osserva come “se le sperimentiamo invece da soli, per esempio in casa ascoltando su disco, supponiamo 4’33’’ o un qualunque altro pezzo di Cage molto ‘silenzioso’ (per esempio Waiting), o di altri autori, la percezione che se ne ha appare diversa. L’esperienza domestica del silenzio ‘ascoltato’ in un disco si risolve, almeno per me, in grandissima noia, mentre quella vissuta nei luoghi deputati alla musica sprigiona una grande tensione” (da Oltre il Silenzio. La musica dopo John Cage, a cura di Michele Porzio, Auditorium Edizioni).

Mario Brunello nel suo Silenzio (Bologna, Il Mulino, 2014) fa notare invece come 
“da una composizione musicale quale 4’33’’ e dalla sua esecuzione ci si aspetta una rappresentazione sonora di un pensiero e di una forma. Ci si trova invece davanti a un’azione che non si compie attraverso i consueti canoni, ma che mette in attesa, sospende un significato conosciuto, quello sonoro, per rivelare un silenzio sconosciuto. Un’assenza di suono-rumore quasi totale, che dapprima lascia spazio a uno smarrimento comune, a un silenzio immobile, per poi stemperarsi e lasciare che le reazioni più disperate prendano coraggio. Uno spazio in cui il silenzio, ovvero l’accettazione dei suoni esistenti, diventa musica e a cui solo l’orologio e il tempo prescritto dal compositore mettono fine”.

Il brano, di cui furono realizzate tre versioni piuttosto differenti, veniva presentato per la prima volta il 29 agosto 1952 a Woodstock, New York, ‘eseguito’ da David Tudor. 

La partitura originale usata nel 1952 per la première del lavoro andò perduta, così il pianista la ricostruì per ben due volte intorno al 1989 in base ai suoi ricordi, producendone due versioni leggermente diverse.

Fu grazie agli esperimenti fatti all’interno della camera anecoica se Cage arrivò a proclamare che il silenzio non esiste: “dopo essere andato a Boston mi recai in una camera anecoica dell’università di Harvard. Tutti quelli che mi conoscono sanno questa storia.  La ripeto continuamente. 
Comunque, in quella stanza silenziosa udii due suoni, uno alto e uno basso
Così domandai al tecnico di servizio perché, se la stanza era tanto a prova di suono, avevo udito due suoni

Me li descriva’, disse. Io lo feci. Egli rispose: ‘Il suono alto era il suo sistema nervoso in funzione, quello basso il suo sangue in circolazione’”. 

Cage così concluse: “Dunque, non esiste una cosa chiamata silenzio. Accade sempre qualcosa che produce suono”.
Paolo Tarsi

http://www.artribune.com/2014/12/john-cage-il-silenzio-non-esiste/



Funghi e Zen: casualità e complessità nella musica di John Cage
Di Paolo Grassi pubblicato il 24/10/2015 alle 09:01 [...]

Inquadrare il personaggio non è operazione scontata. Definirlo un compositore statunitense è senz’altro riduttivo. Il suo lavoro ebbe infatti importanti ripercussioni non solo in ambito musicale, ma anche nello sviluppo di altre forme artistiche, come la pittura, la danza e il teatro.

Sarà in seguito a un viaggio in Europa, compiuto da giovane con l’idea di diventare scrittore, che Cage inizierà a interessarsi alla pittura e alla musica contemporanea. Tornato poi in America ed entrato in contatto con Schönberg, ne diventerà suo allievo. Dedicherà la sua ricerca all’utilizzo di rumori e percussioni fino ad approdare a un metodo di composizione casuale e all’utilizzo innovativo del silenzio in musica.

Due le grandi passioni che, più o meno direttamente, lo influenzeranno nel suo lavoro: 
i funghi e il Buddhismo Zen
Cage fu micologo, tanto non solo da fondare con degli amici la New York Mycological Society, ma addirittura da partecipare nel 1959 a Lascia o Raddoppia? in veste di esperto sul tema. 

Riguardo all’influenza dei funghi sulla sua vita, egli arriverà perfino a dire: 
«I funghi mi hanno permesso di capire Suzuki [suo maestro Zen] […]
 Più li si conosce e meno ci si sente sicuri sulla loro identità: 
ciascuno è se stesso… i funghi danno scacco matto ai nostri tentativi di classificazione e di indagine».
[1] J. Cage, Per gli uccelli, conversazioni con Daniel Charles, Testo e Immagine, Torino 1999, pp. 204-205.

Cage, appunto, abbraccia i principi dello Zen e li applica alla propria ricerca artistica. 
Come lo Zen porta all’accettazione della non organizzazione, così la musica per Cage deve portare all’accettazione dei suoni in quanto tali
È necessario cioè lasciare che i suoni semplicemente “siano”, scaturiscano da sé.

Di John Cage, più che la micologia, è nota la passione per la musica "concreta", quella che dal passaggio di un treno o da un volo di campane trae una sinfonia. Per la rubrica Rumori Quotidiani John Cage ha messo su un complesso formato da un pianoforte, due radio, un frullatore, un innaffiatoio, un fischio, un gong, un bollitore 
(dal Radiocorriere-Tv n°7, 15-21 febbraio 1959). Fonte: Johncage.it

L’estetica di Cage non corrisponde tuttavia a quella Zen, che si basa su un lavoro minuzioso dell’autore sulla sua opera d’arte. Cage, al contrario, ne ricava un’interpretazione personale. 
La sua è musica-processo, gioco senza scopo composto da suoni casuali – come in natura – opposta a una musica-oggetto, in cui il materiale sonoro è sottomesso alla volontà dei compositori

Imitando attraverso la musica l’operare della natura il mondo si apre all’individuo, che può a quel punto compenetrarlo. La musica assolve perciò a una funzione pedagogica, preoccupandosi del rapporto tra soggetto e suo contesto.

Per Cage la musica, al pari del ready-made del suo amico intimo Marcel Duchamp, è qualcosa a disposizione: è questione di riconoscerla e assemblarla. Ma come compiere quest’assemblaggio? 
È così che Cage arriva all’elaborazione di un metodo di composizione attraverso la casualità, la composizione indeterminata, che sfocerà nell’opera Music of Changes (1951), inspirata dalla lettura del libro cinese I Ching, il libro dei mutamenti. Il metodo consiste nell’utilizzo dell’I Ching come una sorta di calcolatore, creando in tal modo una compenetrazione e una non-ostruzione di suoni.

Se la responsabilità dell’artista è imitare la natura nel suo modo di agire, la composizione indeterminata attua questo principio. L’arte non deve proporsi di trasformare il mondo, già di per sé in continuo cambiamento e divenire. Essa deve piuttosto tentare di evitare facili riduzionismi per avvicinarci al reale in quanto processo, per restituirci la sua complessità.

Come ben noto, il caso tornerà ripetutamente nell’opera di Cage, a livello non più solo di composizione, ma anche di interpretazione. Qui si inserisce la ricerca di Cage sul silenzio. Muovendo da un utilizzo espressivo del silenzio, Cage approda successivamente a una più radicale conclusione, ossia l’impossibilità dello stesso. 

Fondamentale da questo punto di vista la sua esperienza all’interno di una camera anecoica
È  in quello spazio che Cage comprende come il silenzio sia sempre impossessato da qualcos’altro: 
un colpo di tosse, uno scricchiolio, un rumore di sottofondo, un evento casuale. 
Il silenzio è in sé suono e adoperarlo significa far ricorso al caso. 
Il procedere del silenzio coincide con il ritrarsi del compositore-creatore: 
«Lo scopo della musica è acquietare la mente, rendendola così suscettibile alle influenze divine»,
[2] J. Cage, An Autobiographical Statement, in “Southwest Review”, 1991.

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anechoic


L’interprete diventa compositore, il pubblico interprete, il compositore un ascoltatore di suoni a lui preesistenti. Tutto ciò si concretizza in una delle opere più famose di Cage: 4’33’’ (1952), quattro minuti e trentatré secondi di assoluto silenzio, a questo punto solo erroneamente definibile come tale.

Tuttavia, per Cage dare importanza al caso non significa assolutizzarlo. 
Come si è costretti ad agire su determinati aspetti della vita, così in musica ogni cosa non può essere abbandonata completamente alla casualità. Un metodo di composizione, seppur indeterminato, è ancora presente.

L’estetica musicale di Cage avrà importanti ripercussioni anche sulla sua attività come insegnante. 
Cage elabora e mette in pratica alcuni principi pedagogici basati sul caso
L’insegnamento pone Cage di fronte a una grossa contraddizione: 
come conciliare i principi Zen di rinuncia speculativa con un concetto di educazione occidentale basato, al contrario, sulla delineazione di scopi e obiettivi precisi
Egli non risolve questo dilemma svuotando la sua educazione di qualsiasi contenuto e nemmeno mettendo in atto degli interventi totalmente caotici. Piuttosto fa propri alcuni principi pedagogici moderni, rielaborandoli personalmente, riuscendo così nel compito di avvicinare istanze apparentemente distanti. 

Cage cerca innanzitutto di comprendere le potenzialità e le capacità di ogni suo singolo studente, ponendosi egli stesso all’interno di quel processo, come semplice allievo

All’Università di California Cage tiene un corso che non tratta nessun particolare argomento. Costituisce gruppi di lavoro secondo operazioni casuali, favorendo la messa in circolo di informazioni. Tutto ciò si rispecchia altresì nella visione di Cage relativa alla struttura universitaria. Abbracciando le tesi dell’intellettuale Richard Buckminster Fuller, auspica la costituzione di atenei come spazi liberi, senza pareti, nei quali poter disporre delle più svariate attività. Lo studente dovrebbe essere dotato della massima libertà di scelta e avere la possibilità di non smettere mai di studiare. In un simile contesto il carattere di apertura e l’arte dell’ascolto diventano essenziali.

La ricerca di Cage influenzerà altri campi artistici, primi fra tutti il teatro. 
Nel 1952 egli organizza uno “spettacolo” interdisciplinare con forti elementi d’improvvisazione presso il Black Mountain College nei pressi di Ashville, in Carolina del Nord. Musica, danza, teatro, cinema si mescolano in una performance innovativa e indeterminata. 

Come ogni suono esprime un possibile centro del mondo, così all’interno di quel particolare evento ogni linguaggio e ogni soggetto devono poter essere a loro volta centro di ciò che sta loro intorno. 
In fondo lo stesso compositore terrà a precisare che: 
«La musica era già teatro. E il teatro non è che un’altra parola per designare la vita».
[3] J. Cage, Per gli uccelli, conversazioni con Daniel Charles, Testo e Immagine, Torino 1999 , pp. 177.

Seguendo il ragionamento che Marco De Marinis compie nel suo testo Il Nuovo teatro, si può notare come alcuni aspetti della sperimentazione condotta da Cage e i suoi collaboratori, ossia la coesistenza paritaria di diversi linguaggi, la presenza di elementi casuali, la diversa organizzazione dello spazio che vede abolire la classica separazione tra pubblico ed attori, torneranno in tutta la successiva ricerca teatrale del Novecento.
[4] M. De Marinis, Il nuovo teatro 1947-1970, Bompiani, Milano 1987.

Questa continuità è garantita inoltre dagli scambi diretti che vengono ad instaurarsi tra gli artisti coinvolti (tra gli altri: David Tudor, pianista; Merce Cunningham, coreografo e ballerino; Robert Rauschenberg, pittore) e molti di quelli che diventeranno i massimi esponenti dell’avanguardia teatrale sviluppatasi dopo gli anni Cinquanta: primi fra tutti i fondatori del Living Theatre Judith Malina, collaboratrice in più occasioni di Cage e Julian Beck, il quale inizierà la sua carriera artistica come pittore (influenzato da Pollock) e collaborerà in seguito proprio con Merce Cunningham. A sua volta Allan Kaprow, che per primo nel 1959 introduce ufficialmente il termine happening, fu allievo di Cage. Egli, più di ogni altro, svilupperà in diverse direzioni questo tipo di linguaggio.

John Cage è tutto questo, artista poliedrico che ha avuto il principale merito di avvicinare l’ascoltatore/spettatore alla complessità e alla mutevolezza del reale, focalizzando la propria attenzione sull’importanza che il caso riveste nella quotidianità.
http://www.lavoroculturale.org/musica-di-john-cage/






giovedì 22 agosto 2013

Nabokov. Benchè si legga con la mente, la sede del piacere artistico è tra le scapole. Quel piccolo brivido che sentiamo lì dietro è certamente la forma più alta di emozione che l'umanità abbia raggiunto sviluppando la pura arte e la pura scienza. veneriamo dunque la spina dorsale e i suoi fremiti. Siamo fieri di essere dei vertebrati, perchè siamo dei vertebrati muniti nella testa di una fiamma divina. Il cervello è solo una continuazione della spina dorsale; lo stoppino corre in realtà per tutta la lunghezza della candela. Se non siamo capaci di godere di questo brivido, se non sappiamo godere della letteratura, rinunciamo a tutto questo e concentriamoci sui fumetti, sulla TV, sui libri-della-settimana. Ma io penso che Dickens si rivelerà più forte

Un pensiero, quando è scritto, è meno opprimente, benché si comporti talvolta come un tumore maligno: lo asporti, lo strappi via, e si sviluppa di nuovo peggio di prima.
Vladimir Nabokov


L'immaginazione, il supremo piacere dell'immortale e dell'immaturo, dovrebbe avere dei limiti, per rendere la vita piena di gioia; non dovremo abusare troppo della gioia.
Vladimir Nabokov


Freud mi sembra rozzo, medioevale: non voglio che un anziano gentiluomo viennese con l'ombrello mi infligga i suoi sogni.
Vladimir Nabokov



Le mie avversioni sono semplici: stupidità, oppressione, crimine, crudeltà, musica leggera.
Vladimir Nabokov


«C’era una volta un uomo che si chiamava Albinus, il quale viveva in Germania, a Berlino. Era ricco, rispettabile, felice; un giorno lasciò la moglie per un'amante giovane; l'amò; non ne fu riamato; e la sua vita finì nel peggiore dei modi».
Vladimir Nabokov, Una risata nel buio


Come per il resto, non sono più colpevole, nell’imitare la “vita reale”,
di quanto la “vita reale” sia responsabile nel plagiarmi.
Vladimir Vladimirovič Nabokov

La vita è una grande sorpresa.
Non vedo perché la morte non potrebbe esserne una anche più grande.
Vladimir Vladimirovič Nabokov


Certe persone – e io sono di quelle – odiano il lieto fine.
Ci sentiamo frodati.
Il dolore è la norma.
Vladimir Vladimirovič Nabokov


La solitudine è il campo da gioco di satana.
Vladimir Vladimirovič Nabokov
Fuoco pallido


Sei l’unica persona con cui posso parlare dell’ombra di una nuvola, della musica di un pensiero.
E di come, quando oggi sono andato a lavorare e ho guardato in faccia un girasole, mi ha sorriso con tutti i suoi semi.
Vladimir Vladimirovič Nabokov


Non lo nascondo: sono così disabituato all'idea della gente – ti prego, capiscimi – così disabituato, che i primi minuti del nostro incontro mi sembravano uno scherzo, un travestimento ingannevole… Ci sono solo alcune cose di cui è difficile parlare: si scuote il loro meraviglioso polline toccandole con le parole… Sì, ho bisogno di te, del mio racconto di fate. Perché tu sei l'unica persona a cui posso parlare del grido di una nuvola, del canto di un pensiero e del fatto che quando oggi sono andato a lavorare e ho visto ogni girasole in faccia, mi hanno sorriso anche loro con i loro semi.
Vladimir Nabokov nella sua prima lettera alla moglie Vera
citato da Stacy Schiff in Véra: Mrs Vladimir Nabokov


Temo che le parole in sé, per loro specifica natura, siano insufficienti a rendere visivamente una somiglianza di questo tipo: le due facce dovrebbero essere ritratte una accanto all'altra ricorrendo a veri colori, non alle parole, allora e solo allora lo spettatore capirebbe il mio punto di vista.
Non c'è scrittore che non nutra il sogno di trasformare chi legge in uno spettatore; c'è mai riuscito qualcuno? I pallidi organismi degli eroi letterari, alimentati sotto il vigile occhio dell'autore, crescono per gradi con la linfa vitale del lettore; perciò la genialità di uno scrittore consiste nel conferire loro la capacità di adattarsi a questo cibo - non molto appetitoso - e di crescere robusti grazie a esso, talvolta per secoli.
Ma al momento non è di metodi letterari che ho bisogno, bensì della schietta, brutale evidenza dell'arte pittorica.
Vladimir Nabokov, Disperazione.


La costante sensazione che i nostri giorni terreni siano solo argent de poche, monetine che tintinnano nel buio delle tasche, e che da qualche parte esista il vero capitale da cui finché siamo vivi dobbiamo saper riscuotere i dividendi in forma di sogni, lacrime di felicità, montagne lontane.
Vladimir Nabokov, Il dono


Il deserto dello scrittoio andrà arato a lungo prima che su di esso fioriscano le prime righe.
Vladimir Nabokov, Il dono



Tutto sguscia via, tutto dipende dal caso.
C'è un gusto stuzzichevole nel chiedersi, guardando al passato:
«Che cosa sarebbe successo se…» sostituendo un avvenimento fortuito a un altro, osservando come, da un attimo grigio e sterile del proprio trantran quotidiano, germogli un evento meravigliosamente roseo, che nella realtà non era riuscito a sbocciare. È un mistero, questo ramificarsi della vita: avvertiamo, a ogni istante trascorso, strade che si dividono, un «quindi» e un «altrimenti», con innumerevoli, vertiginosi zigzag che si biforcano e si triforcano sul fondo oscuro del passato.
Vladimir Nabokov





Al contrario. Le bambine di Carroll rimandano a una perversione mentale. Morbosetta.
Le mie erano perversioni reali, dunque inconfessabili, per quanto agite nel vuoto e nell’inconsistenza. Non come le lolite che a dieci anni vanno a letto con chi capita e non vedono l’ora di raccontarlo alle madri, spesso consenzienti. Detesto quelle lolite e Nabokov che le racconta. Porcheriole da mezzocalzettismo borghese. Mille volte davvero più grande di lui Leopardi (non gliene importava nulla della vera Nerina, bastava lasciarla nel suo altarino)… la mia infanzia. Ecco, la mia infanzia di allora era l’acme del porno. Vertici mai più raggiunti. Una confusione scema e beata. Si può essere confusi e non averne un’idea? Ecco, quella è l’infanzia.
Carmelo Bene, Vita di Carmelo Bene. Bompiani.




Nabokov individua con straordinaria lucidità i motivi per cui si determina la pedofila:
la fissazione della pulsione all'infanzia ,cioè il feticismo dell'infanzia .
Se oggi vogliamo dire qualcosa sull'argomento non possiamo non tener conto di Nabokov.
Che [...] non era pedofilo .
Romanzo che non suscita certo atti pedofili (non si è mai sentito "mi sono ispirato a -Lolita-") ma che al contrario colloca la pedofilia fra le perversioni.
[...] è storia di disperazione e non certo proposta di un modello sociale.






Con la «singolare nitidezza» di qualcosa che si vede dall’altro capo di un telescopio, minuscolo ma provvisto dello smalto allucinatorio di una decalcomania, Nabokov ha lasciato affiorare dalle pagine di questo libro la sua fanciullezza nella «Russia leggendaria» precedente alla rivoluzione, troppo perfetta e troppo felice per non essere condannata a un dileguamento istantaneo e totale, sospingendo poi il ricordo fino all’apparizione dello «splendido fumaiolo» della nave che lo avrebbe condotto in America nel 1940. «Il dettaglio è sempre benvenuto»: questa regola aurea dell’arte di Nabokov forse mai fu applicata da lui stesso con altrettanta determinazione come in Parla, ricordo. Qui l’ebbrezza dei dettagli che scintillano in una prosa furiosamente cesellata diventa il mezzo più sicuro, se non l’unico, per salvare una moltitudine di istanti e di profili altrimenti destinati a essere inghiottiti nel silenzio, fissandoli in parole che si offrono come «miniature traslucide, tascabili paesi delle meraviglie, piccoli mondi perfetti di smorzate sfumature luminescenti». Compiuta l’operazione da stagionato prestigiatore itinerante, Nabokov riarrotola il suo «tappeto magico, così da sovrapporre l’una all’altra parti diverse del disegno». E aggiunge: «E che i visitatori inciampino pure». Cosa che ogni lettore farà, con «un fremito di gratitudine rivolto a chi di dovere – al genio contrappuntistico del destino umano o ai teneri spettri che assecondano un fortunato mortale».



Confesso di non credere nel tempo. Dopo l’uso mi piace ripiegare il mio tappeto magico, così da sovrapporre l’una all’altre parti diverse del disegno. E che i visitatori inciampino pure. E la gioia più grande dell’assenza di tempo - in un paesaggio scelto a caso - viene quando mi trovo tra farfalle rare e piante di cui esse si nutrono. È quella, l’estasi, e dietro l’estasi c’è qualcos’altro difficile da spiegare.
È come un vuoto momentaneo in cui si riversa tutto ciò che mi è caro. La sensazione di essere tutt’uno con sole e pietra. Un fremito di gratitudine rivolto a chi di dovere - al genio contrappuntistico del destino umano o ai teneri spettri che assecondano un fortunato mortale.
Vladimir Nabokov, "Parla, Ricordo", Adelphi Edizioni



Lui non credeva in un Dio autocratico. Credeva, confusamente, in una democrazia di fantasmi. Le anime dei morti, forse, costituivano dei comitati, e questi, in seduta perpetua, presiedevano ai destini dei vivi.
Vladimir Nabokov, "Pnin"



Se al primo esame di guida lo avevano respinto, era stato soprattutto perché aveva intavolato una discussione con l’esaminatore, nell'intempestivo sforzo di dimostrargli quanto fosse umiliante per una creatura razionale sentirsi chiedere di incoraggiare lo sviluppo di un vile riflesso condizionato fermandosi a un semaforo rosso quando intorno non c’era anima viva, né su due piedi né su quattro ruote.
Vladimir Nabokov, "Pnin"


Certe persone – e io sono di quelle – odiano il lieto fine. Ci sentiamo truffati. Il fallimento è la norma. Un destino funesto non dovrebbe incepparsi. La valanga che interrompe la sua avanzata a pochi metri dal villaggio rattrappito dalla paura si comporta in modo non soltanto innaturale, ma anche immorale.”
Vladimir Nabokov, Pnin


Benchè si legga con la mente, la sede del piacere artistico è tra le scapole. Quel piccolo brivido che sentiamo lì dietro è certamente la forma più alta di emozione che l'umanità abbia raggiunto sviluppando la pura arte e la pura scienza. veneriamo dunque la spina dorsale e i suoi fremiti. Siamo fieri di essere dei vertebrati, perchè siamo dei vertebrati muniti nella testa di una fiamma divina. Il cervello è solo una continuazione della spina dorsale; lo stoppino corre in realtà per tutta la lunghezza della candela. Se non siamo capaci di godere di questo brivido, se non sappiamo godere della letteratura, rinunciamo a tutto questo e concentriamoci sui fumetti, sulla TV, sui libri-della-settimana. Ma io penso che Dickens si rivelerà più forte. 
Vladimir Nabokov su Casa Desolata 



«È lui – il buon lettore, l’eccellente lettore – che ha salvato più e più volte l’artista dalla distruzione per mano degli imperatori, dei dittatori, dei preti, dei puritani, dei filistei, dei politici, dei poliziotti, dei direttori delle poste e dei pedanti. Mi si permetta di definire questo ammirevole lettore. Non appartiene a una nazione o a una classe specifica. Non c’è direttore di coscienza o club del libro che possa gestire la sua anima. Il suo modo d’accostarsi a un’opera di narrativa non è determinato da quelle emozioni giovanili che portano il lettore mediocre a identificarsi con questo o quel personaggio e a “saltare le descrizioni”. Il buon lettore, il lettore ammirevole, non s’identifica con il ragazzo o la ragazza del libro, ma con il cervello che quel libro ha pensato e composto.[..] Al lettore ammirevole non interessano le idee generali; ma la visione particolare. Gli piace il romanzo non perché gli permette di inserirsi nel gruppo (per usare un diabolico luogo comune delle scuole avanzate); gli piace perché assorbe e capisce ogni particolare del testo, gode di ciò che l’autore voleva fosse goduto, sorride interiormente e dappertutto, si lascia eccitare dalle magiche immagini del grande falsario, del fantasioso falsario, del prestigiatore, dell’artista. In realtà, di tutti i personaggi creati da un grande artista, i più belli sono i suoi lettori.» 
Vladimir Nabokov, Lezioni di letteratura



Vedevo raramente i miei genitori. Divorziavano e si risposavano e ridivorziavano a un ritmo tale che, se i tutori della mia fortuna fossero stati meno vigili, avrei corso il rischio di finire all'asta e aggiudicato a una coppia di sconosciuti di origine svedese o scozzese con tristi borse sotto gli occhi avidi.
Vladimir Nabokov - Guarda gli arlecchini! pag. 22


Questo libro non s’ha da fare.
Quella volta che un editore disse no a Lolita, di Vladimir Nabokov.
«... Consiglio di seppellirlo sotto una pietra e tenerlo lì per almeno mille anni.»

«Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia.»
È uno degli incipit più famosi della letteratura, eppure non dev’essere per niente piaciuto al primo editore che si è visto recapitare le bozze di un Nabokov ancora sconosciuto ai più.
[...] dopo aver bussato alle porte di diverse case editrici
– le più grandi, come Viking Press, Simon&Schuster, New Directions, Farrar e Doubleday –
capì che non c’era niente da fare.
Qualcuna di loro, gli rispose in questo modo:
«Per gran parte è nauseante, anche per un freudiano illuminato… è una specie di incrocio instabile tra una realtà orribile e una fantasia improbabile. Spesso diventa un sogno a occhi aperti nevrotico e selvaggio… Consiglio di seppellirlo sotto una pietra e tenerlo lì per almeno mille anni
Nabokov propose, dunque, il prezioso manoscritto a una casa editrice francese, specializzata in letteratura erotica, la Olympia Press, che lo pubblicò nel 1955. Fu immediatamente un caso editoriale, e arrivò a essere definito dal «Sunday Times» di Londra come «uno dei migliori romanzi dell’anno». Il resto è storia.
http://www.booktobook.it/libri/la-lettera-di-rifiuto-a-lolita-di-vladimir-nabokov/


Vera e Vladimir Nabokov.
Un carteggio racconta l’appassionato amore dello scrittore russo.
[...] “Lolita”: un romanzo che ha ammaliato le menti, che mette addosso brividi e febbre, pagine che lo stesso Nabokov odiò o amò e che più volte tentò di dare alle fiamme.

[Vera Evseevna] Un grande amore corrisposto a cui Nabokov fu legato teneramente per tutta la sua vita. Dalle lettere del narratore russo traspare un’immensa gratitudine e un grande affetto per sua moglie. In una delle missive, Vladimir scrive:
Come posso spiegarti, mia gioia, mia felicità celeste quanto sono completamente tuo, con tutti i miei ricordi, i miei poemi, i miei impulsi e i miei tremori intimi? O spiegare che non posso richiamare alla mente il più piccolo accidente senza rimpiangere, un così doloroso rimpianto, che non l’abbiamo attraversato insieme?”. [...]
Per Nabokov, Vera fu consigliera, psicologa, moglie, madre, editrice, dattilografa, segretaria e tanto altro ancora.  [...] Vera prese la patente per poter accompagnare il marito in America per qualsiasi occasione, dai convegni alle letture pubbliche, e persino, per andare a caccia di farfalle la domenica. Nabokov non era in grado di proteggersi, così la moglie era solita portarsi dietro una pistola per entrambi.
Lui era il genio indifeso, lei il suo scudo.

Fu lei a impedire che Vladimir bruciasse, come più volte aveva cercato di fare, le bozze e le prime pagine di “Lolita“, forse intuendo il conturbante successo che il romanzo avrebbe avuto. [...]
di Chiara Listo
http://www.ripensandoci.com/vera-slolim-moglie-e-musa-di-nabokov/
 


Sapevo di essermi innamorato di Lolita per sempre; ma sapevo anche che lei non sarebbe stata per sempre Lolita.Il primo gennaio avrebbe compiuto tredici anni.
Entro un paio d’anni avrebbe cessato di essere una ninfetta e si sarebbe trasformata in una ‘ragazza’, e poi, orrore degli orrori, in una college girl.
La parola ‘per sempre’ si riferiva solo alla mia intima passione, a quell’eterna Lolita che si rifletteva nel mio sangue.   
Vladimir Nabokov, Lolita, 1955, tr. it. G. Arborio Mella, Adelphi, 1993, p. 86



Incipit
Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un breve viaggio di tre passi sul palato per andare a bussare, al terzo, contro i denti. Lo-li-ta. Era Lo, null'altro che Lo, al mattino, diritta nella sua statura di un metro e cinquantotto, con un calzino soltanto. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea punteggiata dei documenti. Ma nelle mie braccia fu sempre Lolita.
Vladimir Nabokov, Lolita, 1955
...
Incipit in inglese
Lolita, light of my life, fire of my loins. My sin, my soul. Lo-lee-ta: the tip of the tongue taking a trip of three steps down the palate to tap, at three, on the teeth. Lo. Lee. Ta. She was Lo, plain Lo, in the morning, standing four feet ten in one sock. She was Lola in slacks. She was Dolly at school. She was Dolores on the dotted line. But in my arms she was always Lolita.
Vladimir Nabokov, Lolita, 1955




Ma quel boschetto di mimose – la caligine delle stelle, il fremito, la vampa, l’ambrosia e il dolore – è rimasto con me, e non ha mai cessato di perseguitarmi. Ci amavamo di un amore prematuro, segnato da quella ferocia che così spesso distrugge le vite degli adulti. Io ero forte, e sopravvissi; ma il veleno rimase nella ferita, e la ferita non si rimarginò più.
Vladimir Nabokov, Lolita, 1955


[…] e con un tono assolutamente serio e sereno la mia Lolita osservò:
《Sai, quello che è tremendo della morte è che l'uomo è completamente abbandonato a se stesso; e mi resi conto con stupore, mentre le mie ginocchia di automa andavano su e giù, che non sapevo proprio nulla della mente del mio tesoro, e che probabilmente, dietro gli atroci cliché giovanili, c'era in lei un giardino e un crepuscolo, e la cancellata di un palazzo-regioni velate e adorabili a me lucidamente e assolutamente proibite, a me coi miei stracci insozzati da miserabili spasmi; giacché notavo spesso che, vivendo come vivevamo, lei e io, in un mondo di male assoluto, ci coglieva uno strano imbarazzo quando io cercavo di affrontare un argomento di cui avrebbero potuto parlare lei e un'amica più grande, lei e un genitore, lei e un innamorato vero e sano, io e Annabel, Lolita e un sublime Harold Haze, purificato, deificato-un'idea astratta, un quadro, il punteggiato Hopkins o il rapato Baudelaire, Dio o Shakespeare, qualunque argomento genuino.
Vladimir Nabokov, Lolita, 1955


E mi venne in mente -non a titolo di protesta, nè di simbolo, nè di niente del genere, ma semplicemente come un'esperienza nuova- che avendo disatteso tutte le leggi dell'umanità, tanto valeva disattendere quelle del traffico
Vladimir Nabokov, Lolita, 1955


Uno dei passi più antifreudiani lo si ritrova in Lolita:
“Devo la mia completa guarigione a una scoperta che feci proprio mentre mi curavano in quella particolare, costosissima clinica: scoprii che prendere in giro gli psichiatri mi procurava un inesauribile, gagliardo godimento. Bastava circuirli con astuzia; non mostrare mai che conosci tutti i trucchi del mestiere; inventare sogni elaboratissimi, puri classici dello stile (che procurano a loro, i cavasogni, incubi dai quali si svegliano urlando); stuzzicarli con false «scene primarie»; e non lasciargli mai intravedere il minimo sprazzo delle tue vere turbe sessuali. Corrompendo un’infermiera ebbi accesso a uno schedario dove scoprii, con spasso supremo, alcune cartelle cliniche in cui venivo definito «potenzialmente omosessuale» e «totalmente impotente».” 
Vladimir Nabokov, Lolita, 1955
http://www.tropismi.it/luciombre-di-vladimir-nabokov/


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Vladimir Nabokov
Guarda gli arlecchini!
Traduzione di Franca Pece
Biblioteca Adelphi
2012, pp. 293
Letteratura nordamericana
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È il 1974 e il settantenne Vadim Vadimovič, scrittore incluso nella rosa dei candidati al Nobel, ripercorre la propria vita con cruda sincerità. Nato a Pietroburgo in una famiglia aristocratica, vive un'infanzia solitaria e infelice che è all'origine di inquietanti turbe psichiche. Quando scoppia la rivoluzione bolscevica fugge avventurosamente all'estero e ripara in Inghilterra; più tardi, in Francia, ha inizio la sua carriera di letterato, illustrata con esilaranti notazioni. Arrogante e asociale, sbrigativo nei rapporti sentimentali, assillato dalla sensazione che la sua esistenza sia la parodia di quella di un altro, si sposa indotto solo da impulsi erotici, indulge a tradimenti con disinvolte fanciulle, prova torbide attrazioni per adolescenti impuberi, e mentre insegna svogliato in una detestabile università della provincia americana vede acuirsi i suoi disordini mentali. Dovrà arrivare alle soglie della vecchiaia per incontrare la vera eroina del libro, una giovane donna il cui nome resterà segreto – perché solo così si preservano le cose preziose della vita. Sarà lei a dischiudergli il nesso armonico tra amore e arte, tra invenzione e realtà: e la possibilità di trascendere il sé addentrandosi in una dimensione spirituale che ignora ogni confine.
Tutt'altro che segreta è invece la vera identità di Vadim Vadimovič N., il Narratore, che subito si rivela una caricaturale rappresentazione del suo artefice: o meglio, del volgare fraintendimento della sua personalità generato da certa critica, incline a descriverlo come autoreferenziale, ossessionato dai doppi, dai personaggi marionetta che adombrano la mano del burattinaio.
Con gli Arlecchini Nabokov in realtà ci consegna uno dei suoi romanzi più divertenti e beffardi lasciando al lettore il compito di classificarlo: un trattato sull’amore nelle sue diverse declinazioni? Un inedito affresco della vita dei russi émigré? Un criptico manuale sulla percezione dello spazio e del tempo? O forse la sublime irrisione di ogni racconto autobiografico?


9. LETTERATURA
LOLITA
Il romanzo, uno dei più scandalosi della storia, narra la storia di un quarantenne, insegnante di letteratura francese, Humbert Humbert, che decide di trasferirsi nella piccola città di Ramsdale in New England.
Dopo aver affittato una stanza presso la vedova Charlotte Haze, arriva l’incontro (della sua vita) con la figlia dodicenne Dolores (chiamata anche Lo, Lola o Dolly).
Egli si invaghisce perdutamente della ragazzina, che gli ricorda il suo primo amore adolescenziale, purtroppo scomparso prematuramente, la bella Annabelle.
Durante la permanenza di Dolores in un campo estivo, la mamma Charlotte si innamora di Humbert e si dichiara all’uomo. Quest’ultimo decide di convolare a nozze con Charlotte, con il solo scopo di impossessarsi anima e corpo della sua bella figlia Lolita.
La madre viene in seguito a scoprire le vere intenzioni dell’uomo da un suo diario personale e, delusa, lo minaccia di esporlo ad un pubblico scandalo come essere detestabile, abominevole, criminale e bugiardo.
Ma purtroppo Charlotte è colpita da un tragico destino. Mentre si accinge ad attraversare la strada, trovandosi in stato di evidente shock, viene investita e uccisa da un’automobile. Per l’uomo ora la via è completamente libera da ogni ostacolo, per vivere a pieno il suo sentimento morboso nei confronti di Lolita.
Egli va a prendere la ragazza, che si trova in campeggio; successivamente le rivela della morte della mamma e la invita ad accettarlo come suo patrigno e affidatario. Così, per due anni, tiene prigioniera Lolita e la costringe a diventare la sua amante.
Dopo un periodo di prigionia, la bella Lolita viene iscritta a una scuola femminile e successivamente ad una scuola di teatro. Frequenta il commediografo Quilty, che aveva già conosciuto quando questi era stato ospite della casa della madre, che l’aiuterà.
La ragazza è costretta, senza volerlo, a passare da un motel all’altro, in una corsa frenetica, da un capo all’altro degli Stati Uniti, ma è seguita sempre da un uomo misterioso.
Le viene impedito qualsiasi rapporto con il mondo esterno e qualsiasi contatto con ragazzi e altri uomini. L’uomo, inoltre, la paga solo per ottenerne favori sessuali, la ricatta dicendo che se decide di andare a denunciarlo alla polizia, finirà in prigione anche lei.
Lolita si ammala e viene ricoverata. La ragazza fugge con un uomo misterioso dall’ospedale e Humbert non riesce più a rintracciarla. Dopo svariato tempo, il protagonista si arrende ed interrompe la sua assidua ricerca di Lolita che ora è finalmente libera. In seguito Humbert ha un rapporto sentimentale con una donna che si chiama Rita.
Dopo circa un anno, l’uomo riceve una lettera della bella Lolita, ormai diciassettenne, che gli scrive di stare bene, di essere felicemente sposata e in attesa di un figlio e chiede all’uomo di aiutarla a livello economico.
Humbert a questo punto si reca dalla ragazza ma con il solo scopo di farsi rivelare il nome di colui che l’aveva aiutata nella fuga dall’ospedale, e quel nome è Quilty. Quilty aveva cercato di avviare la ragazza alla carriera cinematografica pornografica; ma al rifiuto della ragazza, decide di lasciarla al suo destino.
Infine, fortunatamente la bella Lolita incontra e sposa Dick (Richard), un uomo per bene.
Dopo aver consegnato alla ragazza quattromila dollari, Humbert cerca di convincerla a ritornare con lui, ottenendo però inutili risultati.
In preda allo sconforto e alla disperazione, Humbert va a cercare Quilty, lo riesce a trovare e lo uccide a colpi di rivoltella.
L’uomo viene arrestato con l’accusa di omicidio e dal carcere inizia a scrivere il libro di memorie in onore della ragazza: “Lolita o le confessioni di un maschio bianco vedovo”.
Vladimir Vladimirovič Nabokov



Non essere sicuro di apprendere il passato dalle labbra del presente.
Non fidarti neanche del mediatore più onesto. Ricorda che ciò che ti vien detto ha sempre un triplice aspetto: riceve una certa forma da chi racconta, è rimodellato da chi ascolta ed è occultato a entrambi dal morto di cui si narra la storia.
Vladimir Vladimirovič Nabokov, La vera vita di Sebastiano Knight


Non posso fare a meno di pensare che nell'amore ci sia qualcosa di essenzialmente sbagliato.
Tra amici si litiga o ci si perde di vista, e anche tra parenti stretti, ma non c’è questo spasimo, questo pathos, questa fatalità che sta attaccata all'amore. L’amicizia non ha mai l’aspetto della condanna. Perché dunque l’amore è così misteriosamente esclusivo? Si possono avere mille amici, ma si deve amare una sola persona.
Vladimir Vladimirovič Nabokov, La vera vita di Sebastiano Knight




Sebastian Knight, un geniale scrittore nato a Pietroburgo nel 1899 ed educato in Inghilterra, muore in giovane età lasciando alcuni romanzi, una serie di racconti e un fratellastro, V., che decide di scriverne la «vera vita» ritornando nei luoghi frequentati dal defunto e rintracciandone le donne e gli amici. Ma V. è uno Sherlock Holmes maldestro e impacciato, le piste s’incrociano e si sovrappongono, i personaggi si sdoppiano, sfuggono, talvolta muoiono mentre la ricerca è in corso, e il libro di V. diventa un romanzo senza fine la cui forma aberrante sarebbe questa: «un autore scrive un libro su di un autore che vorrebbe scrivere un libro su di un autore il quale, incidentalmente, ha avuto in animo di scrivere una biografia fittizia; di questo autore praticamente non si hanno notizie che non siano ingannevoli o tautologiche, ed anzi l’unica vera “notizia” è che Sebastian, scrittore, ha scritto dei libri» (Giorgio Manganelli).
Ma è questo un romanzo o il romanzo di una biografia che è anche autobiografia? Vladimir Nabokov, nato a Pietroburgo nel 1899, si definiva «uno scrittore americano cresciuto in Russia, educato in Inghilterra, imbevuto della cultura dell’Europa occidentale», e di questo «scrittore americano» dalle innumerevoli sfaccettature La vera vita di Sebastian Knight si può considerare l’atto di nascita e il passaporto. È un atto di nascita perché dopo i romanzi e i racconti in lingua russa è il primo libro scritto direttamente in inglese (fu composto a Parigi nel 1938, perlopiù nella stanza da bagno di un minuscolo appartamento, e pubblicato in America nel 1941 da New Directions, la casa editrice diretta dal poeta James Laughlin); ed è un passaporto per l’emigrazione da una letteratura a un’altra, nella quale Nabokov trasferisce e arricchisce il suo armamentario di scrittore-scacchista e scrittore-entomologo, i suoi giochi verbali e numerologici, le invenzioni e i colpi di scena di una regia partecipe e insieme impietosa, non di rado perversa, sempre imprevedibile.



 

mercoledì 14 agosto 2013

Educazione Sessuale. Se tuo figlio lo educa uno schiavo ne avrai due da liberare. Questo detto è perfetto per l'educazione sessuale, spesso rilegata a degli adulti che di sesso non sanno che la squallida unione genitale usa e getta imparata in fretta nel porno e nelle figurine dei cessi alla metropolitana. Abbiamo negato l'educazione sessuale ai bambini e ci ritroviamo poi con adulti che nel sesso sono degli eterni infantili che confondono la malizia del fanciullo con la morbosità dei maniaci. Se non esiste un limite al dolore, non esiste neppure un limite al piacere ... si limita soltanto chi non conosce se stesso fino in fondo Come diceva Baudelaire : il sesso è la lirica delle masse ... quindi imparate a danzare educatamente!


EDUCAZIONE SESSUALE... MA DOVE?
Se tuo figlio lo educa uno schiavo ne avrai due da liberare
Questo detto è perfetto per l'educazione sessuale, spesso rilegata a degli adulti che di sesso non sanno che la squallida unione genitale usa e getta imparata in fretta nel porno e nelle figurine dei cessi alla metropolitana. 
Abbiamo negato l'educazione sessuale ai bambini e ci ritroviamo poi con adulti che nel sesso sono degli eterni infantili che confondono la malizia del fanciullo con la morbosità dei maniaci. Se non esiste un limite al dolore, non esiste neppure un limite al piacere ... si limita soltanto chi non conosce se stesso fino in fondo
Come diceva Baudelaire : il sesso è la lirica delle masse ... quindi imparate a danzare educatamente!


LE RADICI MALATE DEL SESSO ATAVICO
L’essere umano deve essere visto, inteso ed analizzato entro i limiti ed i parametri del tempo e della cultura in cui è stato formato. Se uno vuol studiare i pesci e poi li tira fuori dell’acqua, ovviamente otterremo dei risultati molto sbagliati. Se oggi diciamo che Simund Freud ha centrato la sua teoria psicologica fissandosi troppo sul sesso e poi dimentichiamo che è vissuto nel pieno della nevrosi vittoriana, perdiamo di vista il suo tempo, la sua mentalità e quindi la tipologia dei suoi pazienti (Freud era un neurologo e trattava per lo più pazienti isterici affetti di repressioni sessuali acute); se diciamo che Kart Marx era anticlericale, ma dimentichiamo che la chiesa del suo tempo era corrotta di borghesia e nepotismo, perdiamo di vista la centralità della sua critica. Goethe diceva che per conoscere profondamente il pensiero di una persona, dovremmo conoscere persino dove è nata quella persona, la sua città, la sua lingua, le sue consuetudini. Dunque per cogliere il nostro trauma sessuale occidentale dobbiamo andare in profondità nella sessuofobia del cristianesimo che ha deformato la nostra mentalità .

mercoledì 9 gennaio 2013

L'Anima si volse una volta verso la materia, se ne innamorò, e ardendo dal desiderio di sperimentare i piaceri del corpo, non volle più liberarsi da essa. Così nacque il mondo. Da quel momento l'Anima dimenticò se stessa. Dimenticò la sua abitazione originaria, il suo vero centro, il suo essere eterno




«L'Anima si volse una volta verso la materia, se ne innamorò, e ardendo dal desiderio di sperimentare i piaceri del corpo, non volle più liberarsi da essa. Così nacque il mondo. Da quel momento l'Anima dimenticò se stessa. Dimenticò la sua abitazione originaria, il suo vero centro, il suo essere eterno»
Gnosticismo storico


..e ancor prima di questo, lo Spirito si innamorò dell'Anima e della sensazione di Essere che questa permetteva, come uno specchio..



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