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giovedì 24 settembre 2015

La leggenda del salice. un giorno, durante un'abbondante nevicata, osservò che il peso della neve aveva spezzato i rami degli alberi più robusti che erano così rimasti spogli. Lo sguardo gli si posò allora su un albero che era rimasto intatto: era un salice, dai rami flessibili. Ogni volta che la neve minacciava di spezzarli, questi si flettevano lasciandola cadere riprendendo subito la primitiva posizione. Questo fatto impressionò molto il bravo medico, che intuendo l'importanza del principio della non resistenza lo applicò alle tecniche che stava studiando



La leggenda del salice.
Esisteva un tempo, molti secoli fa, un medico di nome Shirobei Akiyama. 
Egli aveva studiato le tecniche di combattimento del suo tempo, comprese altre tecniche che imparò durante i suoi viaggi in Cina compiuti per studiare la medicina tradizionale e i metodi di rianimazione, senza però ottenere il risultato sperato. Contrariato dal suo insuccesso, per cento giorni si ritirò in meditazione nel tempio di Daifazu a pregare il dio Tayunin affinché potesse migliorare.
Accadde che un giorno, durante un'abbondante nevicata, osservò che il peso della neve aveva spezzato i rami degli alberi più robusti che erano così rimasti spogli. Lo sguardo gli si posò allora su un albero che era rimasto intatto: era un salice, dai rami flessibili. Ogni volta che la neve minacciava di spezzarli, questi si flettevano lasciandola cadere riprendendo subito la primitiva posizione.
Questo fatto impressionò molto il bravo medico, che intuendo l'importanza del principio della non resistenza lo applicò alle tecniche che stava studiando dando così origine ad una delle scuole più antiche di JuJutsu tradizionale, la Scuola Hontai Yoshin Ryu (scuola dello spirito del salice), tuttora esistente e che da 400 anni si tramanda tecniche di combattimento a mani nude e con armi in maniera quasi del tutto invariata.


mercoledì 3 giugno 2015

Karate. La parola giapponese karate, nel complesso, si compone di vuoto e pugno, non il vuoto in sé, ma in relazione ad un lavoro, ad un'attività, cioè mettersi all'opera per fare il vuoto. Il termine zen ku, che indica lo spirito vuoto, l'assenza di Ego, può essere pronunciato anche "kara". Il karate si pratica attraverso il karate-do, dove Dō significa Via, ovvero il percorso di autoperfezionamento che si intraprende attraverso questa disciplina. Pertanto Karate-Dō significa "Via della Mano Vuota".


Kara significa vuoto. Te significa mano.
La parola giapponese karate, nel complesso, si compone di vuoto e pugno, non il vuoto in sé, ma in relazione ad un lavoro, ad un'attività, cioè mettersi all'opera per fare il vuoto. Il termine zen ku, che indica lo spirito vuoto, l'assenza di Ego, può essere pronunciato anche "kara".
Il karate si pratica attraverso il karate-do, dove Dō significa Via, ovvero il percorso di autoperfezionamento che si intraprende attraverso questa disciplina. 
Pertanto Karate-Dō significa "Via della Mano Vuota"

Ad Okinawa si praticava l'arte marziale dell'Okinawa-te, detta più semplicemente Te, ma anche Tode. 
Per facilitare la diffusione del karate in Giappone, Gichin Funakoshi e Kanryo Higaonna mescolarono i due nomi dell'arte di Okinawa: presero le parole Tode e Okinawa-te (e ovviamente anche Te) e ne fecero un parola unica: ToTe. Scelsero apposta l'ideogramma to perché si poteva leggere sia "to", sia "Kara".

Kara in questo caso voleva dire "vuoto". La parola divenne perciò karate col significato di mano vuota, ovvero un'arte marziale senza l'uso di armi..
Questi concetti suggeriscono che il praticante di karate dovrebbe allenare la propria mente affinché sia sgombra, vuota da pensieri di orgoglio, vanità, paura, desiderio di sopraffazione; dovrebbe aspirare a svuotare il cuore e la mente da tutto ciò che provoca preoccupazioni, non solo durante la pratica marziale, ma anche nella vita
Si può quindi riassumere che il karate è un'arte; una disciplina che si applica a mani nude, di origine giapponese e che rafforza il corpo e lo spirito.

"Come la superficie di uno specchio riflette qualunque cosa le stia davanti, così il karateka deve rendere vuota la sua mente da egoismo e debolezze, nello sforzo di reagire adeguatamente a tutto ciò che potrebbe incontrare." 
G. Funakoshi

Storicamente ad Okinawa, patria di quest'arte marziale, pur essendo in uso l'accezione karate, più spesso si adoperavano altre parole: te o bushi no te (mano di guerriero).
Il carattere giapponese per "mano vuota" fu usato per la prima volta nell'agosto del 1905 da Chōmo Hanashiro, maestro di Okinawa, in Karate Shoshu Hen (Il combattimento nel Karate).

Da wikipedia 




mercoledì 30 maggio 2012

Maestro. sebbene non possa insegnare "ciò che non può essere detto", può tuttavia mostrarci la Via per raggiungerlo

 
Una riflessione sul significato di "Maestro" nelle arti marziali.
Il termine maestro, che di per sè è utilizzato per indicare un esperto di qualsiasi attività, nel contesto marziale assume di certo un significato speciale che va al di là della semplice maestria in un certo campo del sapere. Nelle arti marziali il maestro si può considerare un po’ come un padre che guida gli allievi nella loro crescita tecnica ma soprattutto morale, impartendo lezioni di saggezza in ogni suo gesto o parola.
Un Maestro quindi è una persona che non solo ci insegna qualcosa di tecnico relativo ad una arte o disciplina, ma è qualcuno che ci serve da esempio e al tempo stesso ci indica, con il suo esempio, come superare i nostri limiti personali. Difficilmente un Maestro sarebbe in grado di insegnare ai propri allievi quali sono i movimenti da eseguire per acquisire una maggiore coscienza di sé, però egli sa bene che la pratica costante dell’arte marziale, se condotta in modo ordinato, conduce proprio a questo. Egli, quindi, sebbene non possa insegnare "ciò che non può essere detto", può tuttavia mostrarci la Via per raggiungerlo
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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