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martedì 6 maggio 2014

Resnik. L'esperienza psicotica. Occorre ammettere che ciò che si ama e ciò che si odia convivono in uno stesso oggetto come due versioni, l'una ombrosa l'altra luminosa, della medesima realtà

In senso etimologico "delirare" (dal latino DE "allontanamento" e LIRA "solco della terra) significa "uscire dal solco", uscire dallo spazio seminato della cultura e del linguaggio vivente, colloquiale, dialogante. Significa dunque uscire dalle vie della ragione, cioè dal logos istituzionale dell'uomo-cultura.
Salomon Resnik, L'esperienza psicotica, 1986 Bollati Boringhieri, pag.96.


Se la depressione è una caduta verso il basso, la mania potrebbe considerarsi come un tentativo di risolvere la caduta, in termini di verticalità ascendente, facendo pressione verso l'alto.
Salomon Resnik, L'esperienza psicotica, 1986 Bollati Boringhieri, pag.34.


"Per poter pensare si richiedono uno spazio mentale e dell'aria, al fine di lasciar respirare le idee."
Salomon Resnik (a cura di), Dialoghi sulla psicosi, 1989 Bollati Boringhieri, Introduzione, pag.16.


"Accettare la presenza dell'altro significa accettare l'assenza della globalità madre-bambino, il crollo della relazione sincretica. Il neonato rifiuta per lungo tempo di accettare la madre o una parte di essa come esterna a lui."
Salomon Resnik, Persona e psicosi, 1972 Francia, ed.it. 1976 Einaudi, pag. 9.





Un giorno il neonato s'arrabbierà e vi dirà che le cose sono andate esattamente come dovevano andare e che lui non ce l'ha con sua madre, che non era vero che era in simbiosi con lei e che è stato doloroso staccarsene, anzi, è stato un atto liberatorio.Chi potrà smentirlo?




di Resnik amo soprattutto il concetto di spazio mentale, ho letto diversi suoi libri e l'ho ascoltato molto volentieri in qualche convegno, mi ricordo a Lucca anni fa a uno dei convegni annuali di Psicoanalisi e metodo organizzati da Giuseppe Maffei. Mi piace la sua apertura al mondo dell'arte, l'interesse per i gruppi, insomma allo spazio mentale ci crede davvero. E poi odia il fumo, l'ha scritto non ricordo in quale suo saggio, e per questo mi piace anche di più. [...]




ho amato Resnik da sempre (per il calore, l'umiltà, la passione, la belllezza della sua anima che lo rende capace di stare a contatto..) anche riflettendo sull'esperienza in Ospedale psichiatrico, da giovane psi alle prime armi (la mia preistoria...); lui interpreta, nel mondo della psicosi, "certe guarigioni spontanee come conseguenza di un'apertura inattesa alla parte sana (vergine da ogni contatto) che in quel momento si risveglia" ("Glaciazioni. Viaggio nel mondo della follia". Bollati Boringhieri, 2001, p 65). Parlando di Egon Schiele ne scrive: " il suo dramma, il suo sentimento di disintegrazione e di 'smembramento' sono nutriti dalla parti sane, creative della sua personalità (p. 258) (Tali citazioni sono inserite in un mio lavoro del 2002: "Creatività e libertà postanalitiche: un confronto con la realtà", Atti del convegno "Arte e follia" (2010, in"Creatività e clinica", a cura di Luigi Baldari, Alpes, 2013, pp. 85-87).


La vita non è una "supervisione", né una "super-visione" di oggetti. Purtuttavia, la comprensione di un linguaggio sconosciuto, il linguaggio dell'inconscio, può farci sentire potenti e questo è un pericolo.
Il narcisismo eccessivo è opposto al socialismo, disse Bion, ma come è possibile mettere insieme modestia, narcisismo e la gratificazione derivante dal capire e ricevere allo stesso tempo?
Salomon Resnik, Lo spazio della follia, in: Bion e la psicoterapia di gruppo, a cura di Malcom Pines, 1985, ed. it. 1988 Borla, a cura di Antonello Correale, pag.290.




è possibile perchè la coerenza è solo una classificazione imposta..secondo me.


Ogni analisi è fino a un certo punto una "ferita narcisistica" per il paziente, in quanto implica che egli ha bisogno di aiuto, che non può essere la bocca e il seno nello stesso tempo.
Salomon Resnik, Persona e psicosi, 1972 Francia, ed.it. 1976 Einaudi, pag.235.


Nel discorso delle neuroscienze non c'è traccia di una riflessione e, tanto meno, di una spiegazione del miracolo attraverso cui l'"oggettivo" diventa "soggettivo", attraverso cui l'insieme dei "fatti", accertabili neuroscientificamente, si "trasformi" nei "significati" che esse dovrebbero spiegare, chiarire, indicare nel loro fondamento.
Eugenio Borgna, Le intermittenze del cuore, 2003 Feltrinelli, pag.22.


Occorre ammettere che ciò che si ama e ciò che si odia convivono in uno stesso oggetto come due versioni, l'una ombrosa l'altra luminosa, della medesima realtà.
Salomon Resnik, L'esperienza psicotica, 1986 Bollati Boringhieri, pag.81.


Nell'allucinazione vi è infatti la proiezione all'esterno di un'esperienza sensopercettiva interiore, di un oggetto interno o di una relazione oggettuale, attraverso l'apparato sensoriale (lo sguardo, l'apparato uditivo, il naso ecc.).
Salomon Resnik, Spazio mentale - sette lezioni alla Sorbona (1987/88), 1990 Bollati Boringhieri, Lezione quarta, pag.57.



Per oggetto interno si intende l'interiorizzazione di una figura in genere significativa esistente o esistita nella realtà esterna, per esempio una madre amorevole oppure ostile o tutt'e due, che può interiormente parlarmi o tacere, calmarmi o disturbarmi e così via. Per relazione oggettuale s'intende la relazione interiorizzata di relazioni effettivamente esistenti o esistite nel mondo esterno o (non so se sia proprio la stessa cosa) la relazione tra due o più oggetti interni. Più o meno così. [...] Gli oggetti interni non sono pari pari la copia degli oggetti esterni. Una persona sconosciuta può anche stare al posto per esempio di mia madre, è tutto più complicato, e una figura può essere composta da diversi pezzi combinati insieme, penso anche inanimati o figure di animali. L'essenziale dell'allucinazione secondo me è questo: gli organi di senso funzionano al contrario, cioè dall'interno verso l'esterno.[...] Comunque che sia necessario non negare l'esistenza del delirio non mi pare consegua dal discorso sui neuroni specchio, e non c'era bisogno delle neuroscienze per saperlo, la psicoanalisi l'ha sempre saputo.
[...] che ci fosse uno stretto legame tra gruppi e psicosi l'avevo intuito da me, grazie alla mia esperienza psicomotoria, voglio dire che stati psicotici li avevo vissuti anche proprio io [...] .



Recentemente ho letto intorno ad alcuni studi eseguiti da neuroscienziati, in merito ai neuroni specchio. In pratica: il delirio, le allucinazioni, non lo sono. sono <<percezioni reali>>. se ho un delirio sensoriale... le voci, le immagini, o sensazioni olfattive, ad esempio, con le risonanze a un positrone si è dimostrato che le aree del cervello normalmente deputate - che quindi si accenderebbero - durante una specifica reale percezione, si comportano esattamente allo stesso modo di quando la percezione è per così dire immaginata. Quindi salta un pò tutto il discorso dei sensi che funzionano al contrario. si potrebbe dire piuttosto che la persona sente-vede-etc <<realmente>> ciò che non c'è. Questo impone a mio avviso almeno una importante riflessione: che sia assolutamente necessario non negare a chi <<sente>> il suo delirio che esso esista. non è la cantilena dell'<<asseconda il matto>>, assolutamente no... quanto piuttosto la conclusione di un altro studio a questi correlati: all'inizio dei fenomeni di distacco della realtà... pare che la maggior parte delle persone che delirano, sentendosi negare le loro percezioni, iniziano un circuito vizioso in cui non si fidano più delle proprie percezioni e si creerebbe una nebbia d'ansia generalizzata ancor più grave. perchè per loro è impossibile distinguere tra ciò che realmente toccano e la loro sensazione, ad esempio, di stare toccando ciò che in realtà, noi ancorati al principio di realtà, sappiamo non esistere. e cominciano a non fidarsi più di sè stessi e di ciò che percepiscono. da qui possono scegliere una paranoia, a questo punto secondaria: tutti ce l'hanno con loro o hanno un piano per fargli tanto male. o altre forme secondarie che fin troppo spesso si accompagnano a episodi psicotici. [...] Rimane certamente costante l'elemento fonte del delirio: la propria esperienza. ciò che si è esperito, per processi complessi, [...] è come se <<sentisse il bisogno, l'urgenza>> di esprimersi alla persona (quasi fosse uno spettacolo solo per sè), in manifestazioni concrete di percezioni che però non sono <<officinate>> dalla realtà, quanto dal bisogno estremo di esperire della persona che allucina. è tutto incredibilmente affascinante.


Secondo Resnik, che da oltre cinquant’anni lavora quotidianamente a contatto con pazienti psichiatrici gravi, lo psicotico vive un’esistenza sospesa, paragonabile a uno stato di ibernazione. È particolarmente sensibile e fragile, e non riesce a tollerare né il piacere né il dolore psichico. Si sente ferito da ogni tentativo di avvicinarsi affettivamente a lui; di qui il suo bisogno di proteggersi, spesso rinchiudendosi nell’autismo come in una corazza. A partire dall’impressione di persone «bloccate», «ibernate», che questi pazienti suscitano in coloro che se ne prendono cura, Resnik parla qui di glaciazioni, utilizzando la metafora delle ere geologiche con riferimento alla regressione dello psicotico alla propria preistoria affettiva, quella dei primi rapporti con la madre. Il disgelo, allora, fa parte del processo di guarigione, che dev’essere accompagnato da una presa in carico istituzionale ma soprattutto umana. In questo libro, che si ricollega alle lezioni di "Spazio mentale", Resnik è più che mai maestr onel trasmettere l’arte di comunicare con il paziente grave, e sono particolarmente efficaci le pagine dedicate alla formazione di quanti si accostano al mondo della sofferenza psichica.

Salomon Resnik, psichiatra e psicoanalista membro della International Psychoanalytic Association, ha studiato in Argentina per poi proseguire la sua formazione a Londra con Melanie Klein, Rosenfeld, Bion e Winnicott. Lavora a Parigi, e ha un’attività regolare a Venezia dove tiene seminari di ricerca e di formazione per educatori, psicologi e psichiatri. Presso Bollati Boringhieri editore ha pubblicato "Il teatro del sogno" (1982), "L’esperienza psicotica" (1986), "Sul fantastico", 2 volumi (1993, 1996), "Glaciazioni: viaggio nel mondo della follia" (2001), e ha curato il volume collettivo "Dialoghi sulla psicosi" (1989). [...]



sabato 3 marzo 2012

Giacomo Rizzolati. Neuroni a Specchio. abbiamo scoperto che certi neuroni si attivavano sia quando erano loro ad afferrare un oggetto o a prendere del cibo, sia quando eravamo noi a compiere le medesime azioni


"Lo scienziato è un musicista della realtà 
così abbiamo scoperto i neuroni dell'empatia" 

Il neuroscienziato Giacomo Rizzolatti, direttore del Dipartimento di Neuroscienze dell'Università di Parma e da tempo in odore di Nobel, spiega perché il metodo della ricerca non può accettare il relativismo 

FRANCO MARCOALDI
Basta guardare qualcuno dei tanti video che circolano su You Tube, o meglio ancora leggere il volume che il neuroscienziato Giacomo Rizzolatti ha scritto con il filosofo Corrado Sinigaglia (So quel che fai, Cortina editore), per capire l'eccezionalità della scoperta dei "neuroni specchio", neuroni che si attivano non soltanto quando siamo noi a compiere un'azione, ma anche quando, ed è questa la sorpresa non contemplata dalla fisiologia classica, la vediamo compiere da un altro. "Scoperti all'inizio degli anni Novanta", è scritto nel libro, "essi mostrano come il riconoscimento degli altri, delle loro azioni e perfino delle loro intenzioni dipende in prima istanza dal nostro patrimonio motorio". 

Percezione e azione, insomma, vanno insieme: "Il cervello che agisce è anche e innanzitutto un cervello che comprende"
Ora, perfino la persona più digiuna di scienza, come il sottoscritto, si rende immediatamente conto delle infinite ricadute di tale scoperta: non soltanto in ambito medico, ma psicologico, estetico, filosofico. I "circuiti specchio", infatti, ineriscono a molte esperienze di tipo sociale, che vanno dall'imitazione alla comunicazione gestuale e verbale, senza contare le emozioni mediate da quell'area neurologica detta insula, la quale si attiva davanti alla sofferenza dell'altro, facendola sentire come propria

L'empatia, questa è la conclusione, ha una precisa base biologica e regola il rapporto tra le persone. Ecco spiegato perchéil celebre neurologo indiano Vilayanur S. Ramachandran si è spinto ad affermare: "I neuroni specchio saranno per la psicologia quello che il Dna è stato per la biologia". 

Capofila di questa rivoluzionaria scoperta è Giacomo Rizzolatti, una bellissima faccia da moschettiere e modi semplici, schietti. Direttore del Dipartimento di Neuroscienze dell'Università di Parma e da tempo in odore di Nobel, in questo preciso istante è diviso tra l'intervista e un ben più decisivo incontro per ottenere da una fondazione nuove risorse per la sua ricerca. 

"Lei mi chiede cosa rappresenti, per uno scienziato come me, la parola "verità". Tutto, direi. È la nostra missione: un valore assoluto. Perché vede, la parola "relativismo" ha un significato quanto mai positivo, se la coniughiamo con Montaigne e le guerre di religione del '600. Ma è tutto un altro paio di maniche, se quella parola finisce in bocca a certi filosofi contemporanei che la utilizzano per dimostrare l'insussistenza di fatti oggettivi. Sono un medico e so bene che se la glicemia non rientra in certi valori, il malato che ho di fronte muore

È un dato di fatto, incontrovertibile. Oppure: prenda la legge di gravità, o la velocità della luce. Sono entrambe soggette a misurazione e certo non rientrano nella categoria dei fenomeni relativi, modificabili a seconda del contesto sociale o delle interpretazioni individuali. Gli scienziati sanno, e in particolare lo sanno i biologi, che esistono aspetti della realtà indiscutibili. Naturalmente la cultura esercita un ruolo, ma entro i limiti imposti dalla biologia". 

Però l'idea di revocabilità è intrinseca alla forma mentis scientifica. Thomas Kuhn parlava di slittamenti tra i diversi paradigmi scientifici. "La scienza procede per successive approssimazioni, ma non per questo i risultati raggiunti finiscono per essere negati. Semmai vengono riscritti dentro un'altra cornice. Secondo nuove ricerche i neutrini potrebbero viaggiare a una velocità superiore a quella della luce. Ma questo non metterà in discussione la velocità con cui viaggia la luce". 
La vostra ricerca sui neuroni specchio era cominciata con le scimmie, poi, a un certo punto si è spostata sugli umani e ha dato i sorprendenti risultati che sappiamo. 

Le domando: nel suo lavoro che ruolo giocano la fantasia e il caso?
"Più che di fantasia, io parlerei di talento. Le persone comuni spesso lo ignorano, ma nel nostro mestiere il talento conta moltissimo. È una cosa acclarata per i matematici, non altrettanto per i biologi. Quando ero ragazzo anch'io pensavo che lo scienziato, alla fin fine, è soltanto un osservatore attento che mette in ordine i dati che via via gli si presentano. Non è così. Per scoprire qualcosa di nuovo occorre lo stesso talento di un compositore capace di creare nuovi legami tra note e melodie. Nel nostro caso si tratta di cogliere l'aspetto nascosto delle cose, di connettere aspetti comportamentali apparentemente lontani tra loro". 

Quanto al caso, invece, che ruolo ha giocato durante la ricerca dei neuroni specchio? 
"Non è stato così rilevante come potrebbe sembrare. Più semplicemente, a un certo punto abbiamo cambiato strategia. Prima però devo ricordare un altro fatto: la maggior parte degli studiosi che ci hanno preceduto erano convinti che il sistema motorio produce soltanto dei movimenti. Dunque la loro ricerca si riduceva ad un accumulo quantitativo di dati. Il nostro approccio nei confronti delle scimmie era invece più etologico. Ci rapportavamo a esseri viventi che entrano in contatto con altri esseri delle stessa specie, oltre che con gli uomini. A noi insomma interessava ricostruire il "racconto" dei neuroni delle scimmie. Per questo giocavamo con loro, davamo loro da mangiare, eccetera. E a un certo punto abbiamo scoperto che certi neuroni si attivavano sia quando erano loro ad afferrare un oggetto o a prendere del cibo, sia quando eravamo noi a compiere le medesime azioni. Avremmo potuto tralasciare la cosa, invece siamo stati bravi a focalizzare l'attenzione proprio su questo punto. Perché da lì è cominciato tutto: è cambiata la nostra strategia, e i nostri esperimenti si sono indirizzati anche verso gli esseri umani". 

Qual è la definizione più semplice e sintetica di neurone specchio? 
"È un neurone che offre la descrizione dell'azione altrui in termini motori propri di colui che la osserva. Vede, esistono due forme di conoscenza. La prima è di tipo logico-inferenziale, alla Sherlock Holmes. Osservando una persona che afferra un bicchiere in un certo modo, ne deduco che lo sta prendendo per bere la birra che vi è contenuta, oppure per passare quel bicchiere a un altro signore o ancora per sbatterlo contro il muro. Ma esiste anche un'altra forma di conoscenza, più empatica, fenomenologica, alla Merleau-Ponty. Ovvero: io non ho bisogno di fare quel lungo tragitto conoscitivo di tipo logico-inferenziale, perché dentro di me, nel mio sistema nervoso, esiste già un progetto simile al tuo. E lo colgo immediatamente. È questo che abbiamo dimostrato: esistono dei programmi motori identici tra i diversi individui. Se una persona piange, dentro di me piangerà la stessa area neurologica che si attiva quando a piangere sono io. E lo stesso accade con le diverse forme di dolore o di disgusto".

Ne consegue che il sistema motorio non è un semplice esecutore di comandi, ma uno strumento di conoscenza a tutti gli effetti
"Esattamente. E difatti: se arrivasse un marziano e cominciasse a fare dei gesti strani, incomprensibili, non si determinerebbe nessuna reazione intima del nostro sistema motorio. Se invece io vedo una persona saltare o correre, mi agito, imito il suo gesto, vorrei farlo anch'io. Perché ciò che lui sta facendo è già dentro di me. Per questo capisco immediatamente cosa c'è dietro quel suo gesto. Perché dentro di me esiste una copia esatta di quel comportamento". 

Ha mai provato a verificare l'attività dei neuroni specchio in ambito artistico? 
"Sì, e qui si torna all'empatia. Abbiamo lavorato con alcune immagini di sculture classiche, greche e rinascimentali, e grazie all'aiuto di amici matematici abbiamo cambiato, appena appena, la loro proporzione aurea. Ebbene, la cosa interessante è che a quel punto l'attivazione delle aree visive corticali permaneva, ma quella della struttura emozionale, l'insula, veniva a mancare. Questo significa che geni come Prassitele o Donatello riescono a suscitare dentro di noi una vera e propria reazione biologica". 

Professore, volendo ricapitolare il senso più generale della sua ricerca: qual è il fine ultimo che la anima?
"Definire il funzionamento del sistema nervoso con la migliore approssimazione possibile. Da giovane ero a Pisa e lavoravo con il professor Moruzzi: nei nostri laboratori regnava un'atmosfera quasi mistica. Anche allora non c'erano abbastanza soldi per la ricerca, non è certo una novità degli ultimi anni. Ma noi lavoravamo come dannati, nella convinzione che non avremmo mai guadagnato come dei chirurghi o dei medici alla moda, ma in compenso facevamo quello che ci piaceva. E quello che ci piaceva era utile alla società. Si può ambire a qualcosa di più? È lo stesso insegnamento che ho cercato di trasferire ai miei allievi: perseguire la ricerca della verità con tenacia e pazienza. Assumendosi però, al momento opportuno, tutti i rischi necessari. È una lezione che mi dette il premio Nobel John Eccles. Controlla bene tutti i dati che hai a disposizione: ma quando sei intimamente convinto di quello che hai fatto, compi l'azzardo. Esponiti al pericolo di essere criticato, ma prova finalmente a dire la tua".



(14 febbraio 2012)

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